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Ignazio Marino, i Torquemada da strapazzo e gli ipocriti per vocazione

16 Apr

Nonostante l’assoluzione “per non aver commesso il fatto”,  gli oppositori dell’epoca del sindaco Marino si rifanno vivi affannandosi a sostenere – nel generale ludibrio – la correttezza della sua brutale e ingiusitificata (e ingiustificabile) deposizione. Segretario e presidente-commissario romano del Pd di allora – Renzi e Orfini – ripetono, rendendosi vieppiù ridicoli, che si trattò di “decisione politica”, mentre i detrattori per partito preso – o per interessi personali – sostengono una sua non meglio identificata ‘inadeguatezza’,  puntando il dito sugli errori commessi. Che certo ci sono stati (c’è qualcuno infallibile tra noi umani?) ma non giustificheranno mai la brutale deposizione di un sindaco democraticamente eletto.

Ma vediamoli ‘sti errori. Fu sicuramente un errore non dare le dimissioni il giorno dopo lo scoppio dello scandalo di Mafia Capitale. Marino avrebbe messo in difficoltà I suoi oppositori, quelli esterni e soprattutto quelli interni del Pd, e in una nuova tornata elettorale avrebbe potuto addirittura  guadagnare una maggioranza in Consiglio comunale indipendentemente dal Pd. Perché non volle? Tempo dopo dichiarò che non aveva voluto mettere la città in una situazione ancora più difficile di quella che stave vivendo. Fu generoso da parte sua. Così come è stato un errore la gestione della comunicazione, pressochè inesistente: c’è un lungo elenco di cose fatte ignoto ai più (ma ben noto, invece, ai suoi critici, che ovviamente tacciono) e che affidato a veri professionisti avrebbe costruito una solida muraglia di contenimento agli attacchi  interessati . Ed è stato un errore chiudersi in un cerchio magico di fedelissimi non sempre all’altezza dei compiti e aver dichiarato da subito guerra aperta a quella oscura rete di potentati che hanno devastato Roma per decenni: palazzinari, faccendieri, politici falliti, corrotti e corruttori, traffichini all’ombra del Campidoglio, tutti preoccupati se non angosciati dalla vicina prospettiva che il bengodi degli affari, degli appalti, del consociativismo, delle cariche ben pagate, dei favori reciproci fosse bruscamente interrotto. Marino era estraneo a tutto ciò ed essendo profondamente onesto rappresentava per costoro un pericolo reale.

 

Si coalizzarono contro di lui i proprietari dei camion bar, gli ‘urtisti’ (i venditori di souvenir) e i gladiatori sfrattati dai luoghi storici e magnifici di Roma, dal Colosseo a Fontana di Trevi, cui Marino voleva restiture dignità e bellezza. Si aggiunsero quindi i vertici delle decine di partecipate del Comune (spesso inutili), che Marino cominciò a mettere sotto stretta osservazione se non in liquidazione, il sistema burocratico del Comune che si sentì sotto frusta e di fronte alle proprie responsabilità, i funzionari e gli impiegati  che godevano di incomprensibili integrazioni dello stipendio mai legate alla produttività, I vigili urbani (per cui era stata definita una rotazione nei municipi e negli incarichi), la lobby degli impianti pubblicitari (i ricavi di questo settore erano inferiori a quelli di Milano, con una superficie molto minore), i costruttori che si videro tagliati milioni di metri cubi che avrebbero finito di devastare l’agro romano, gli affaristi che premevano per gestire in libertà le Olimpiadi, l’intero apparato politico non solo dell’opposizione – il ‘suo’ Pd era giunto a diffondere un indecente sondaggio taroccato – e ancora tutti coloro che in un modo o nell’altro si sentirono  coinvolti  dalla chiusura di Malagrotta (un obbligo dimenticato per sette anni, dopo la sentenza della Corte europea di giustizia), la greppia cui avevano attinto per decenni. Questo circo di interessi personali organizzò una controffensiva che aveva come perno centrale i maggiori quotidiani romani: spiace constatare quanti giornalisti si divertirono allora – a modo loro – dedicando pagine alla Panda rossa, agli scontrini, alle vacanze del sindaco, invece di obbedire all’etica del mestiere e investigare sul come, da chi e perché quei presunti scandali fossero gonfiati ad arte e oltre ogni logica misura.

 

Oggi, messi nell’angolo da una sentenza inequivocabile e definitiva, i Torquemada da strapazzo, inquisitori falliti,  tentano fragili repliche ululando col ditino puntato alla chiusura dei Fori Imperiali, alla asserita scarsa simpatia del sindaco e altre baggianate del genere, mentre gli ipocriti per vocazione insistono disperatamente a sostenere che la brutale deposizione del sindaco Marino era dovuta, oltre che per un atto ‘politico’ perché ‘si era interrotto il rapporto con la città’: ma se n’erano accorti solo loro. E solo loro commisero l’irripetibile sfregio all’art. 1 della Costituzione  (“la sovranità appartiene al popolo”) sostituendolo spregiudicatamente con un notaio.
Ma quello stesso popolo tradito dopo aver  massicciamente scelto il suo sindaco li ha bocciati condannandoli tutti alla nullità perpetua.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il Medioevo avanza, grazie al Word Family Congress di Verona

13 Mar

The Vision informa che “in seguito alla diffusione di un’Ansa in cui si annunciava il ritiro del logo della Presidenza del Consiglio al World Congress of Families , [in programma dal 29 al 31 marzo Verona] è arrivata la smentita da parte della stessa istituzione. L’ufficio stampa di Palazzo Chigi ha però specificato di aver richiesto “un supplemento di istruttoria per verificare la totale assenza di lucro che, come invece è stato fatto notare, sembrerebbe esserci dato che è previsto un biglietto a pagamento.”

È una questione che definire preoccupante è ancora poco: com’è possibile, chiede Giuseppe Francaviglia autore dell’articolo [che riporto integralmente di seguito] “che il governo appoggi e promuova la convention di una lobby con un budget annuale di 216 milioni di dollari, che lega le associazioni pro-life italiane (CitizenGo, ProVita, Comitato Difendiamo i Nostri Figli, Generazione Famiglia), con la Russia e con l’estrema destra italiana, che è stata definita “hate group” da varie associazioni che si occupano di diritti umani, che crede che le donne lavoratrici, il divorzio e l’omosessualità siano la causa del declino della “famiglia naturale”, e che ospiterà personaggi che sostengono la pena di morte per gli omosessuali?”

Eppure tutto lascia intendere che la furia integralista dei talebani di casa nostra, capeggiati dal ministro leghista per la Famiglia (!) Lorenzo Fontana, stia manovrando per ottenere addirittura il patrocinio della Presidenza del Consiglio e appare evidente l’imbarazzo dell’istituzione. 

Stiamo a vedere, ma è un altro segno della retromarcia sociale e umana che – con la scusa di non si sa bene quali principi ideali – qualcuno vorrebbe innestare.
Questo che segue è l’articolo integrale di The Vision, che ringrazio.

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Aggiornamento del 12 marzo 2019, ore 17.38

L’ufficio stampa di Palazzo Chigi, nella persona di Massimo Prestia, ha comunicato quanto segue:

“Premettendo che la concessione del patrocinio e l’utilizzo del logo della Presidenza del Consiglio sono state frutto di un’iniziativa del ministero della Famiglia, Palazzo Chigi ha chiesto al Dipartimento per le politiche della famiglia (cui fa capo il ministero di Fontana, ndr) e al dipartimento dell’editoria un supplemento di istruttoria per verificare la totale assenza di lucro che, come invece è stato fatto notare, sembrerebbe esserci dato che è previsto un biglietto a pagamento.”

Prestia ha quindi smentito la notizia della revoca del logo al Congresso.

 

In seguito alla pubblicazione dell’articolo Il congresso contro le “donne lavoratrici” e i diritti LGBTQ+è in Italiafirmato da Jennifer Guerra, si è accesa la polemica sul patrocinio del governo concesso al World Congress of Families, in programma dal 29 al 31 marzo a Verona. Com’è possibile, ci si è chiesti, che il governo appoggi e promuova la convention di una lobby con un budget annuale di 216 milioni di dollari, che lega le associazioni pro-life italiane (CitizenGo, ProVita, Comitato Difendiamo i Nostri Figli, Generazione Famiglia), con la Russia e con l’estrema destra italiana, che è stata definita “hate group” da varie associazioni che si occupano di diritti umani, che crede che le donne lavoratrici, il divorzio e l’omosessualità siano la causa del declino della “famiglia naturale”, e che ospiterà personaggi che sostengono la pena di morte per gli omosessuali?

La cosa ha dell’incredibile, anche perché in una nota, Palazzo Chigi ha precisato che “La Presidenza del Consiglio non ha mai ricevuto nessuna richiesta di patrocinio per il ‘World congress of families’, in programma a fine marzo a Verona, né quindi ha potuto mai concederlo. Si tratta di una iniziativa autonoma del ministro per la Famiglia Lorenzo Fontana, attraverso procedure interne agli uffici e che non hanno coinvolto direttamente la Presidenza del Consiglio”. La nota è stata lo spunto per la presa di posizione dei sottosegretari Cinque Stelle Stefano Buffagni e Vincenzo Spadafora, che hanno condannato l’iniziativa in quanto portatrice di ideologie medievali. Spadafora ha anche dichiarato di aver scoperto che “Il patrocinio era firmato dal capo di gabinetto del ministro e non aveva seguito i percorsi che formalmente si seguono quando viene richiesto il patrocinio della presidenza del Consiglio. Generalmente, queste pratiche devono essere autorizzate non da una capo di gabinetto ma dalla dirigenza della presidenza del Consiglio”. 

Stefano Buffagni

Tutto molto, troppo strano, tanto che Giuditta Pini, deputata del Pd e firmataria di un’interrogazione parlamentare rivolta alla Presidenza del Consiglio depositata il primo marzo, in un commento su Facebook ha dichiarato: “La smentita di Palazzo Chigi, o meglio di Spadafora, semplicemente non ha senso. La Presidenza del Consiglio dei ministri ha un iter preciso per i patrocini, non è che un ministro prende e regala il patrocinio.” Eppure, è esattamente quello che pare sia successo.

Giuditta Pini

Jacopo Coghe, contatto da The Vision, ha infatti ribadito di avere tutta la documentazione in ordine, con tanto di numero della pratica – che però non ha voluto condividere con noi. Abbiamo allora provato a contattare il capo di gabinetto del ministro Fontana, Cristiano Ceresani, che però non ha voluto rilasciare dichiarazioni, come del resto nessuno dal Ministero. Purtroppo anche il sottosegretario Spadafora non ha voluto fornire ulteriori chiarimenti. Avremmo voluto domandargli come è possibile che sia venuto a conoscenza della vicenda solo “un paio di settimane fa” se già il 5 febbraio l’onorevole Emma Bonino aveva depositato un’interrogazione parlamentare – la prima – sulla vicenda. Avremmo avuto bisogno di qualche dettaglio in più riguardo la documentazione dal lui analizzata, ma per ogni delucidazione il sottosegretario ha preferito rimandarci al Dipartimento del Cerimoniale di Stato, che si occupa proprio della concessione dei patrocini. 

Vincenzo Spadafora

In base alla circolare UCE 0000901 P-2.11.1.2 del 16/02/2010, le richieste volte a ottenere la concessione del patrocinio della Presidenza del Consiglio devono essere preventivamente inviate al Dipartimento del Cerimoniale di Stato “Che effettuerà un’istruttoria al fine di una valutazione comparativa circa la validità della manifestazione, l’affidabilità, la serietà dell’organizzatore e dei promotori”, avvalendosi anche del parere delle prefetture. L’iter è contraddistinto da una certa cautela, ed è la stessa circolare a spiegarne il motivo: la concessione è infatti vincolata “all’alto rilievo culturale, sociale, scientifico, artistico, sportivo” dell’iniziativa e, soprattutto, “all’assenza di scopi o finalità commerciali”. La mancanza di lucro è dirimente, tanto che si specifica che “non si considera opportuno fornire adesioni e concedere patrocini ad iniziative che abbiano, anche indirettamente, un fine lucrativo”. 

Deve essere chiaro che in base a queste prerogative il WCF di Verona non avrebbe mai potuto ottenere il patrocinio: è infatti promosso da organizzazioni fondate sull’omofobia e sulla misoginia, prima tra tutte il WCF stesso: un gruppo d’odio che fra le sue fila può vantare numerosi personaggi condannati per aver rilasciato dichiarazioni omofobe e razziste, nonché firmatari di leggi che criminalizzano l’omosessualità. Un evento che farà salire sul palco Lucy Akello, ministra ombra per lo sviluppo sociale in Uganda, che vorrebbe reintrodurre la pena di morte per le persone gay, o la nigeriana Theresa Okafor, una sostenitrice della famiglia naturale convinta che gli attivisti LGBTQ+ cospirino con il gruppo terroristico Boko Haram. 

E che dire del fine lucrativo? Non solo l’evento è promosso da una lobby con un budget annuale di 216 milioni di dollari, ma per di più la convention di Verona non è né gratuita né aperta a tutti, ma prevede il pagamento di un biglietto di 15 euro a persona, 7 a persona invece per i membri di una famiglia. Sul sito si possono addirittura comprare una serie di pacchetti per il soggiorno veronese, che vanno dal “Bronze” da 280 euro fino al “Platinum” che, alla modica cifra di 1250 euro, comprende tre notti in un hotel a 5 stelle per due persone, servizio di limousine da e per l’aeroporto o la stazione e accoglienza Vip. Non è dato sapere a chi andranno gli introiti dell’evento, ma con tutta probabilità il lucro c’è, e si vede.

Lorenzo Fontana

Quanto detto rende evidente come, con ogni probabilità, dall’istruttoria del Cerimoniale sarebbe scaturito un parere negativo. Ma ecco l’escamotage: la circolare prevede un caso in cui tale istruttoria non viene attivata: “Qualora le richieste provengano da organismi ad alta rappresentatività o da strutture pubbliche“ i singoli Ministeri e i Dipartimenti della Presidenza del Consiglio dei ministri “possono accordare direttamente patrocini ed adesioni ministeriali nelle materie di propria competenza senza il preventivo nullaosta del Dipartimento per il Cerimoniale”. Ed è a questa particolare fattispecie che sarebbe ricorso il ministro Fontana, come sembra confermare lo stesso Cerimoniale, che ha anche specificato una volta di più che a loro non è pervenuta alcuna richiesta. 

Il ministero avrebbe quindi potuto far passare come organo ad “alta rappresentatività” (termine che si riferisce solitamente ad associazioni di categoria come i sindacati) una lobby statunitense, e così concedere di “personale iniziativa”, e senza consultare altri organi, il patrocinio. Tutta la faccenda assume toni ancora più foschi se si considera la ragione per cui si è potuto utilizzare il logo della Presidenza del Consiglio. Normalmente infatti, per la concessione del logo è necessaria un’ulteriore trafila, che coinvolge il Dipartimento per l’informazione e l’editoria (Die). Ma non in questo caso, e la motivazione, nella sua assurdità, è tipicamente italiana: il Ministero della Famiglia e dei Disabili infatti è stato creato ad hoc da questo governo, e fa parte del Dipartimento per le politiche della famiglia della Presidenza del Consiglio. Non ha portafoglio e non ha un suo logo, per questo gli è concesso utilizzare quello della Presidenza. 

Ricapitolando, oggi il WCF può godere del patrocinio del governo – fino a prova contraria questo ministero fa parte dell’esecutivo – e del logo di Palazzo Chigi perché il ministro avrebbe sfruttato una “falla burocratica” che ha fatto sì che nessuno si interessasse e controllasse sia la natura degli organizzatori sia i fini, economici e culturali, dell’iniziativa. 

Se così fosse, non ci sarebbe di che sorprendersi. Lorenzo Fontana starebbe semplicemente facendo quello per cui sembra sia stato messo lì, e cioè fare lobbying per curare gli interessi della Lega e dei gruppi pro-life. Non a caso tra gli sponsor del WCF di Verona ci sono anche Generazione Famiglia, Comitato Difendiamo i Nostri Figli e ProVita Onlus, vicinissime alla Lega e a Lorenzo Fontana. Ma sono estremamente vicini anche a un altro personaggio, il senatore Simone Pillon – creatore del gruppo interparlamentare “Vita, famiglia e libertà”, di cui fa parte anche Massimo Gandolfini, presidente del Family Day, ma soprattutto promotore dell’insostenibile Ddl su affidi e divorzi. 

Massimo Gandolfini

Si è già avuto modo di analizzare il modus operandi della lobby WCF, basato sulle pressioni esercitate non solo sull’opinione pubblica, ma anche sugli organi politici e statali, in occasione di votazioni riguardanti leggi o mozioni sui temi a loro cari. Come quando qualche giorno prima dell’approvazione della legge “anti propaganda gay” in Russia, l’attuale presidente del World Congress of Families Brian Brown ha testimoniato in favore di queste leggi a Mosca, di fronte alla Duma. È successa la stessa cosa proprio a Verona in occasione della mozione anti-aborto: il 2 ottobre Brian Brown è passato dal capoluogo veneto, dove insieme con Jacopo Coghe del Comitato Difendiamo i Nostri Figli, e Toni Brandi, sono passati a trovare il sindaco Federico Sboarina, e il consigliere della Lega Alberto Zelger, promotore della mozione anti-aborto che prevede il finanziamento di associazioni “a favore della vita”. Il 4 ottobre 2018, il consiglio comunale di Verona ha approvato la mozione. Lo stesso giorno il ministro dell’Interno e vicepremier Matteo Salvini dava ufficialmente il suo appoggio al WCF di Verona.

In questo periodo i parlamentari si stanno occupando proprio di un disegno di legge molto caro alla compagine pro-life. Il 23 ottobre infatti è iniziata in commissione Giustizia al Senato la discussione sul Ddl Pillon. Essendo sede redigente, la Commissione può fare tutto il lavoro sulla legge, emendandola, esaminandola e poi votandola articolo per articolo. Quale momento migliore allora per una convention internazionale organizzata proprio dalle lobby e dalle associazioni che appoggiano quella politica, soprattutto se può vantare il patrocinio del governo e il logo della Presidenza del Consiglio dei ministri?

C’è poi un altro aspetto, ancora più oscuro. Se in questa vicenda risultano evidenti gli interessi politici della Lega – il partito di Salvini da anni è strenuo difensore della “famiglia tradizionale”, oppositore delle leggi sull’aborto e di qualsiasi norma preveda un allargamento dei diritti anche in direzione LGBTQ+ – c’è una figura che lascerebbe intravedere ulteriori scenari: Alexey Komov. L’ambasciatore del World Congress of Families e presidente onorario dell’Associazione Culturale Lombardia Russia di Luca Savoini è uno stretto collaboratore di Konstantin Malofeev, l’oligarca russo titolare del fondo d’investimento Marshall Capital Partners e socio della più grande compagnia telefonica del Paese. Dall’inchiesta sui finanziamenti illeciti alla Lega, pubblicata in questi giorni su L’Espressoproprio Komov risulta essere il collegamento fra il partito di Salvini e Malofeev, che tra le altre cose è anche sospettato da Stati Uniti e Unione europea di aver finanziato la conquista della Crimea e la guerra nel Donbass, e per questo è stato inserito nella black-list del Tesoro statunitense e del Consiglio d’Europa.

Tutta la storia del World Congress of Families è sì assurda, grottesca, a tratti paradossale, ma del tutto prevedibile. Era abbastanza prevedibile infatti che un politico con le posizioni di Fontana una volta al governo si comportasse in questo modo. Era prevedibile che la Lega facesse entrare dalla porta principale organizzazioni fondate su ideali tipici dell’Inquisizione. E purtroppo era anche prevedibile che questo governo concedesse il proprio patrocinio a un tale scempio. Ovunque tranne che in Italia, sarebbe prevedibile anche che il governo ritirasse quel patrocinio e quel logo. Ma siamo in Italia, e prevedibilmente questo non accadrà.

 

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Strappare il cuore alla Costituzione

12 Feb

 

Nella quasi totale indifferenza dei media e dei commentatori politici sta per consumarsi un delitto che avrà per vittime la Costituzione e l’unità nazionale.  

Dalla petizione No alla secessione dei ricchi

Il  15 febbraio il sottosegretario leghista Erika Stefani procederà alla firma di intese che conferiranno una maggiore autonomia ad alcune Regioni. Autonomia  che per il Veneto e la Lombardia, che l’hanno chiesta con un referendum popolare (in Lombardia hanno votato il 38% degli aventi diritto), ha un contenuto prevalentemente economico: trattenere il cosiddetto residuo fiscale nella misura di 9/10 dei tributi riscossi. Solo per la Lombardia si tratta di 27 miliardi di euro che verranno trattenuti e sottratti al bilancio statale.  

Una decisione che non  riguarda solo i cittadini di quelle regioni, ma che è una grande questione politica e sociale che riguarda tutti gli italiani. Che può portare ad una vera e propria “secessione dei ricchi”: spezzettare la scuola pubblica italiana, creare cittadini con diritti di cittadinanza di serie A e di serie B a seconda della regione in cui vivono. In pratica, i diritti (quanta e quale istruzione, quanta e quale protezione civile, quanta e quale tutela della salute) saranno come beni di cui le Regioni potranno disporre a seconda del reddito dei loro residenti. Quindi, per averne tanti e di qualità, non basterà essere cittadini italiani, ma occorrerà esserlo in una regione ricca.

Come ha detto il giornalista Marcello Paolozza in un recente convegno su questo argomento, “Se ciò avverrà non riguarderà solo i cittadini delle tre regioni, bensì tutto il Paese. Infatti si avvierà un processo politico decisivo per il suo futuro, che rischia di trasformarlo profondamente, prima di tutto nella sua Costituzione  materiale, inarrestabile nella direzione della sua  definitiva disgregazione economico, sociale, culturale e politica.”

Tutto ciò è in aperta violazione con i principi di uguaglianza scolpiti nella Costituzione. Una riforma   che deriva da quella del Titolo V che regola il rapporto tra stato centrale e autonomie locali, voluta nel 2001 da un governo di centro sinistra, e che ha avuto come “apripista” il Governo Gentiloni, nella persona del sottosegretario Gianclaudio Bressa – allora del Partito Democratico – che nel febbraio 2018  ha firmato a Palazzo Chigi una pre-intesa sulla cosiddetta “autonomia differenziata” tra il Governo e le Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Oggi quella autonomia  arriva a dama con la Lega di Salvini e la possibile complicità dei 5stelle.  E una  volta approvata sarà senza ritorno. Perché?

Lo spiega bene Gianfranco Viesti, professore ordinario di economia all’Università di  Bari,  che ha lanciato un grido d’allarme con  il  saggio “Verso la secessione dei ricchi?” scaricabile gratuitamente sul sito Editori Laterza: “Se le intese sono approvate dal Parlamento, tutto il potere di definizione degli specifici contenuti normativi e finanziari del trasferimento di competenze e risorse è demandato a Commissioni paritetiche Stato-Regione, sottratte a qualsiasi controllo parlamentare. Non è possibile tornare indietro, per dieci anni. Queste decisioni non possono essere oggetto di referendum abrogativo. Parlamento e Governo non possono modificarle se non con il consenso delle regioni interessate; ed è assai difficile immaginare che esse, una volta ottenute competenze, risorse, personale, accettino di tornare indietro.(…)”

Ulteriori informazioni, documenti e dettagli si possono trovare sul sito dell’associazione Carte in regola, che sta seguendo con particolare attenzione e trepidazione questa vicenda, e nella petizione appena lanciata dallo stesso prof. Viesti.

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Come i ‘bravi’ di don Rodrigo

6 Gen

Ecco cosa ho pensato quando alcuni sconosciuti hanno affrontato un giovane, Jacopo Valsecchi, durante il comizio di Salvini a piazza del Popolo, strattonandolo e trascinandolo fino al presidio della polizia. Il fatto è stato raccontato nel video andato in onda a Propaganda Live e Diego Bianchi ne parla anche nella sua consueta rubrica sul Venerdì di Repubblica.

Cosa aveva combinato il facinoroso Valsecchi? Quale crimine si apprestava a compiere? Quale messaggio sedizioso intendeva diffondere? Mi tremano le mani mentre lo scrivo: si aggirava nella piazza con un cartello con su scritto “Ama il prossimo tuo“. Di qui l’intervento degli sconosciuti. Chi erano? Fanatici di un’altra fede religiosa? Hooligans? Guardaspalle di Salvini che volevano evitare che il pubblico si distraesse? Non è dato saperlo, non essendosi qualificati – secondo quanto riferito – e non avendoli identificati i poliziotti cui Valsecchi è stato consegnato e che lo hanno rilasciato dopo averlo identificato (non si sa mai). Il pericoloso cartello era stato intanto sequestrato e, immagino, distrutto.

Data l’inconsistenza del fatto in sè, a me i tizi hanno fatto venire in mente i ‘bravi’ di manzoniana memoria, quei prepotenti latori di messaggi per conto di un piccolo despota. E mi hanno anche fatto pensare che nella nostra Repubblica va sempre più assottigliandosi il confine tra la libertà di pensiero e il volere dei potenti, mentre lo Stato di polizia si profila in un orizzonte sempre più fosco.

Urgente: un vaccino contro la stupidità

11 Ago

Tra le innumerevoli testimonianze e dichiarazioni di medici, specialisti, ricercatori in favore dell’obbligo di vaccinazione trovo particolarmente significativa questa lettera della dottoressa Silvia Braccini pubblicata su Vanity Fair.
Indirettamente è la migliore risposta ai vaneggiamenti esternati qui dalla senatrice Taverna  e da tanti come lei. Una lettera che funge un po’ come un vaccino contro la stupidità.
 

«Cara Senatrice Taverna sono estremamente delusa come italiana, come cittadina e come medico, da quello che ha detto in materia di vaccini.

Ha reso questo Paese non più libero, ma oppresso dall’ignoranza e dalla cecità. Ogni anno milioni di volontari sanitari rischiano la vita in giro per il mondo per salvare migliaia di piccole vite da malattie che hanno decimato intere popolazioni. E noi, del mondo ricco e civile, torniamo indietro di mille anni contro ogni ragione.

I nostri bambini non sono bestiame. Sono solo bambini a cui garantiamo un futuro. Perché non proibiamo anche tutte le altre scoperte scientifiche che hanno cambiato la sopravvivenza dell’uomo moderno e che hanno comunque possibili complicanze?

Proibiamo tutte le chirurgie.
Proibiamo il vaccino anti Hpv contro i tumori della cervice uterina.
Proibiamo le coronarografie che ogni giorno salvano la vita a centinaia di persone colpite da infarto.
Proibiamo la trombolisi primaria per tutti i pazienti colpiti da ictus cerebrali.
Proibiamo le trasfusioni.
Proibiamo gli antibiotici.
Spegniamo la luce, torniamo nel Medioevo.

Ma non ci chieda poi, a noi medici, di fare miracoli. Non ci chieda di piangere la morte dei nostri bambini.
La piangiamo da oggi. La piangeremo domani. Impotenti davanti ad una «politica» che riduce a voti politici e a tweet la scienza.

Mi vergogno, onorevole.
Mi vergogno profondamente.
Mi vergogno di essere rappresentata da lei e chi pensa sia giusto non vaccinare.
Mi vergogno di stare in un paese in cui le decisioni sulla sanità e sicurezza pubblica, perché è di questo che si tratta, vengono prese da persone non preparate sulla materia, non adeguate nemmeno lontanamente a parlarne pubblicamente e criticamente.

Per fare il mio lavoro, il medico anestesista rianimatore, ci vogliono sei anni di università, uno di abilitazione statale e cinque di scuola di specializzazione. Ci occupiamo di vite. È normale. Doveroso. Importante. Per fare il suo lavoro da Senatrice, basta prendere voti. Parlare sui social. Avere fortuna. Essere nel momento giusto con le persone giuste e al posto giusto. E questo non è giusto. Perché voi per un voto condannate il nostro Paese al ritorno delle malattie che avremmo dovuto debellare.

Condannate bambini al rischio di non poter crescere. Condannate noi a guardare il vostro irresponsabile scempio con responsabile impotenza. È un mondo ingiusto il nostro, Senatrice. È un paese ingiusto il nostro. Ma soprattutto è ingiusto che chi come lei, accompagnata da cattivi consigli e ignoranza dovuta al suo non essere competente in immunologia e malattie infettive, non sarà costretta a vedere un bambino morire di morbillo. Lei non lo farà. Lei e i suoi colleghi politici amanti dei selfie, dei social, dei video mentre siete al lavoro, non li vedrete. E quando sarà il momento, darete la colpa a qualcun altro.

Dorma bene Senatrice, stanotte.
Dorma bene Senatrice, sempre.
Lo faccia anche per me. E per tutti i miei colleghi a cui ha tolto il sonno, la speranza, e la serenità.
Vorrei avere la sua ostentata sicurezza.
Vorrei poter credere ancora di poter fare il mio lavoro nel migliore dei modi in questo mio paese che non riconosco più e di cui mi vergogno.

Dorma bene, Senatrice.
E si ricordi sempre che il mio lavoro è un privilegio, e dovrebbe esserlo anche il suo».

Silvia Braccini, un medico

 

Orfini come Macbeth

14 Mag

Di fronte all’allucinante e demenziale affermazione di Orfini sui sindaci di Roma che accosta incautamente Ignazio Marino ad Alemanno e Raggi, l’indignazione supera lo stupore. Per descrivere sinteticamente  l’uomo si potrebbero citare Dostojewsky o, meglio ancora, Bertolucci, ma preferisco Shakespeare (anche se il Bardo parlava della vita):  “…non è che un’ombra che cammina, un povero commediante che si pavoneggia e si agita sulla scena per la sua ora, e poi non se ne parla più; è una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla”.

Esagero, ovviamente, Orfini non è uno qualunque.  Da sempre nel Pd, è stato segretario del circolo Mazzini a Roma e conosce bene – dovrebbe conoscere – la realtà cittadina e in particolare quella delle periferie, vivendo a Tor Bella Monaca. Stranamente però, non ha colto il disagio, la crecente protesta e l’allontanamento degli elettori  dal Pd di quelle zone: ma non è stata l’unica sua disattenzione. Non si accorse, per esempio, che mafia e corruzione politica si stavano impadronendo di Roma, nonostante il corposo e preoccupante Libro bianco sulla criminalità organizzata a Roma commissionato da Marco Miccoli, segretario del Pd romano nel 2012, l’avesse anticipato. Scriveva Miccoli:

“…il libro spiega con molta chiarezza non solo l’origine della criminalità organizzata a Roma, smentendo tutti quei luoghi comuni che per decenni hanno affermato che la mafia a Roma non esisteva, ma anche il sistema economico messo in piedi negli ultimi anni dagli emissari della mafia, fatto di politica e occhi chiusi, di società vuote e prestanome, di riciclaggio di denaro e investimenti.”

Si fanno cifre e riferimenti a fatti, ma Orfini non commenta. Non so neppure se l’abbia letto, ma sarebbe grave.
Non passano due anni, scoppia Mafia Capitale e Orfini cade dalle nuvole. Non solo, chiama a correi i militanti che non avevano tempestivamente denunciato il malaffare: l’ha ripetuto più volte e l’ho sentito con le mie orecchie al circolo di Ponte Milvio. Dopo di che, viene nominato commissario del Pd romano (un assurdo) e comincia subito a massacrarlo. Anticipa che nei conti della Federazione romana c’è una voragine (interrogato sui bilanci tacerà e non li mostrerà mai) e sottrae ai circoli ogni capacità economica e quindi di attività sul territorio, costringendoli a versare i proventi del tesseramento ai circoli municipali inventati per l’occasione e affidati ai suoi fedelissimi, come Esposito (che più tardi farà inserire nelle Giunta Marino per affilare il coltello che poi verrà piantato nella schiena del sindaco). Invece di chiamare iscritti e militanti a denunciare le infiltrazioni e i circoli di comodo gestiti dai padroni delle tessere incarica i ragazzi della sua corrente, i Giovani turchi, ad un’estenuante maratona telefonica sulle tessere false di cui non si saprà mai nulla. Anticipa pomposamente una indagine sui circoli commissionata a Fabrizio Barca, il quale produce un rapporto sconvolgente, Mappa il Pd, da cui emerge che 27 circoli su 110 “sono dannosi, pensano solo al potere”. Risultato? Nulla di fatto. Oggi Barca – immagino deluso dal Pd – si occupa di disuguaglianze con la Fondazione Basso.

Foto di SKYtg24

Orfini, invece, sempre obbediente e prono alle disposizioni di Renzi, condivide le misteriose (ma non tanto) antipatie del segretario per Marino e a ottobre del 2015 dichiara che “ È finita perchè si è rotto il rapporto con la città”. Dimenticando che il sindaco è stato eletto da una maggioranza schiacciante di votanti e quel che è grave ignorando il solenne monito dell’art. 1 della Costituzione: “La sovranità appartiene al popolo” (che per uno che si dice ‘democratico’ è imperdonabile). Quello stesso popolo romano lo smentì subito clamorosamente dimostrando nella piazza del Campidoglio strapiena e debordante che non aveva delegato nessuno a decidere al suo posto, ma Orfini, ormai scendiletto confesso di Renzi, non ne tenne conto e condusse dal notaio 19 consiglieri del Pd che insieme a quelli dell’opposizione (!) votarono la sfiducia al sindaco Marino. Il Pd romano si avviò così mestamente e celermente all’estinzione:  alle elezioni dopo il commissariamento del Comune trionfano – come era stato previsto anche dai sampietrini – i 5 stelle e Virgina Raggi. Non solo: dei 15 municipi (tutti) conquistati dal Pd con Marino ne restano solo due: quelli centrali abitati dai ceti più alti e quindi certificando la perdita di ogni contatto del Pd con quelli minori, quelli dei dimenticati. E ancora Orfini si meraviglia e addebita la sua catastrofe elettorale alla politica speculativa dei 5 stelle se non ai 28 mesi (in totale) della giunta Marino. 

Per come la vedo io, il massimo delle potenzialità politiche di Orfini consiste nel giocare alla Playstation e far vincere sempre  il capo, plaudendo entusiasta alla sua abilità. Le sue fortune politiche, peraltro, consistono nell’essere così insignificante e servile da essere stato facilmente individuato da Renzi come il miglior candidato alla presidenza del partito.  Non gli avrebbe mai fatto ombra e al minimo aggrottar di ciglia del segretario si sarebbe subitamente precipitato a fare i caffè. E quindi a me viene da chiedere alle persone che stimo rimaste ostinatamente nel Pd: come fate a tollerarlo come presidente?

Oggi, nel pieno della bagarre per la ricerca di un governo da cui il Pd si è autoescluso, Orfini non trova di meglio che esprimersi sui sindaci della sua città, per cui ha fatto solo disastri. Ovvio: alla prossima assemblea si prevede che il reggente Martina venga disarcionato e quindi la guida del partito fino al congresso passerà a lui, il presidente.
Povero Pd.

 

 

Dalla storia di Ahed alle radici del conflitto tra palestinesi e Israele.

11 Apr

AGGIORNAMENTO 1.
Secondo TPINews, i palestinesi uccisi dall’esercito israeliano sono ad oggi saliti a 35. I feriti ammontano a 4.279.

AGGIORNAMENTO 2.
Da Repubblica del 21.4 .2018: 
La follia lungo il confine di Gaza di Roger Cohen dal New York Times.
   Quando i cecchini sparano per uccidere i civili che si avvicinano a un muro, nella mente di chiunque abbia vissuto a Berlino suona un campanello d’allarme. E io ho vissuto a Berlino. Ho attraversato tante volte la barriera che separa il primo mondo di Israele dalla prigione a cielo aperto di Gaza, disseminata di macerie. È un passaggio violento a un luogo di irrazionalità. Come sempre Israele esagera: «occhio per ciglio», come dice Avi Shlaim, docente di Oxford nonché ex soldato delle forze armate israeliane.
   Israele ha il diritto di difendere i propri confini, ma non di usare mezzi letali contro dimostranti per lo più disarmati, come ha già fatto causando la morte di 35 palestinesi e il ferimento di quasi mille. La reazione spropositata deriva dal fatto che Israele considera minacciata la propria esistenza, ma è una tesi che convince sempre meno. Il predominio militare israeliano sui palestinesi è schiacciante e gli Stati arabi hanno perso interesse per la causa palestinese. A detta di Israele, Hamas usa donne e bambini come scudi umani per i dimostranti violenti intenzionati a penetrare la barriera e a uccidere gli israeliani. Secondo un copione ben noto, seguiranno indagini internazionali dall’esito inconcludente e l’odio raddoppierà. Israele vince ma perde. Chi odia Israele e gli ebrei va a nozze. La pornografia la riconosci subito e lo stesso vale per una reazione militare sproporzionata. Ti si rivolta lo stomaco.
   Gaza Redux: la violenza è inevitabile. Il cosiddetto status quo israelo-palestinese è un’incubatrice di massacri. E importante guardare al di là della barriera di Gaza, simbolo di fallimento come tutte le barriere. È il risultato della morte della diplomazia, dei compromessi svaniti e del trionfo del cinismo. Persino il presidente Trump ha perso interesse per «l’accordo definitivo» e vede luccicare la Corea del Nord.
   Qualche settimana fa sei ex direttori del Mossad, il servizio di intelligence israeliano, hanno lanciato l’allarme. Se i massimi responsabili della sicurezza di Israele definiscono autolesionista l’attuale condotta del Paese, vale la pena di ascoltarli. Così si è espresso Tamir Pardo, capo del Mossad dal 2011 al 2015, intervistato dal quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth: «Se lo Stato di Israele non decide cosa vuole, finirà per esserci un solo Stato tra il mare e il Giordano. È la fine della visione sionista». Al che Danny Yatom, direttore dal 1996 al ’98, replica: “È un Paese che degenererà o in uno Stato di apartheid o in uno Stato non ebraico. Giudico pericoloso per la nostra esistenza continuare a governare i territori. Non è il genere di Stato per cui ho combattuto. C’è chi dirà che abbiamo fatto tutto noi e che manca una controparte, ma non è vero. La controparte esiste. I palestinesi e chi li rappresenta sono i partner con cui dobbiamo confrontarci». È per questo convincimento che il primo ministro Yitzhak Rabin è morto assassinato da un esponente israeliano del fanatismo messianico, contrario a qualsiasi compromesso territoriale, che a partire dal 1967 ha conquistato influenza. Non c’è controparte se hai scelto dio al posto di svariati milioni di persone che preferisci non vedere. Ma se guardi, i partner ci sono.
   Anche da parte palestinese la fede nella soluzione dei due Stati è diminuita negli ultimi vent’anni. È sempre più frequente l’uso del termine “occupazione” per definire l’esistenza stessa di Israele, invece che la Cisgiordania e Gaza, occupate nel 1967 durante la Guerra dei sei giorni (Israele si è ritirato da Gaza nel 2005 mantenendone però il controllo, tra l’altro, tramite blocchi aerei e marittimi).
   Le marce del venerdì a Gaza sono manifestazioni di protesta contro il blocco imposto da ll anni, ma puntano anche a riaccendere l’interesse internazionale per la causa dei palestinesi che rivendicano il diritto di tornare alle case da cui nel 1948 furono cacciati. Il diritto al ritorno è un eufemismo per indicare la distruzione di Israele come Stato ebraico. È coerente con l’uso assolutista del termine “occupazione” per definire Israele stesso. I palestinesi hanno perso le loro case dopo che gli eserciti arabi nel 1948 dichiararono guerra a Israele che aveva accettato la risoluzione Onu che sollecitava l’istituzione di due Stati di pari dimensioni circa, uno ebreo e uno arabo — nella Palestina sotto mandato britannico. La risoluzione era un compromesso nel quale credo ancora, non perché fosse una bella soluzione, ma perché era ed è tuttora migliore rispetto ad altre opzioni.
   I palestinesi intransigenti amano definirsi lungimiranti. Bene, 70 anni non sono pochi e i palestinesi hanno sempre perso. La metà del territorio ormai è diventata un quarto in qualunque accordo si possa immaginare. Non vedo come questa tendenza si possa invertire in futuro in assenza di una leadership palestinese coesa e pragmatica, orientata a un futuro a due Stati: pc per i bambini invece dell’accesso a oliveti perduti.
   I morti hanno dato la vita per niente. Israele, con le sue reazioni esagerate, si è messo il cappio al collo, ponendosi in una posizione moralmente indifendibile. I leader palestinesi hanno suffragato i versi di Yeats: “Abbiamo nutrito il cuore di fantasie, con quel cibo il cuore si è fatto brutale”. Shabtai Shavit, che è stato direttore del Mossad dal 1989 al ’96 ha dichiarato: «Per quale motivo viviamo qui? Perché i nostri figli continuino a combattere guerre? Che pazzia è questa per cui il territorio, il Paese, è più importante della vita umana?»

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Un conflitto mai dichiarato e sproporzionato, osservando le forze in campo – un esercito ben armato e addestrato contro cittadini inermi – che dalla sua origine ha condotto negli anni all’esasperazione degli  scontri fino alla nascita di Hamas, considerata da alcuni Paesi (ma non da altri) un’organizzazione terroristica.

Il caso di Ahed Tamimi, una giovane di 16 anni che affronta e schiaffeggia i soldati che si sono piazzati davanti all’ingresso di casa sua, è raccontato da Valigia blu con dovizia di particolari e la consueta precisione.
È un caso emblematico dell’arroganza con cui Tsahal, l’esercito israeliano, si comporta nel contatto con la popolazione palestinese. Ma è soprattutto la sublimazione di oltre sessant’anni di storia in questa parte del Medio Oriente: dalla nascita dello stato di Israele alla progressiva emarginazione dei palestinesi, dall’appropriazione forzata dei loro territori fino alla Marcia del ritorno di questi giorni che ha provocato finora più di venti morti e migliaia di feriti tra i dimostranti. Marcia che, nonostante le dichiarazioni di Israele è solo una dimostrazione, come scrive il quotidiano israeliano Haaretz in un articolo riportato da Internazionale, cui si risponde con feroce cinismo uccidendo e ferendo civili disarmati (ne è prova il video pubblicato da TPInews):

L’esercito israeliano si permette di violare il diritto internazionale e uccide dei civili disarmati perché l’opinione pubblica israeliana lo considera a priori un atto di difesa. Nonostante qualche timida condanna, neanche la comunità internazionale rappresenta un ostacolo per lo stato israeliano. La Marcia del ritorno però, che continui o meno, mostra a Israele e al mondo intero che gli abitanti della Striscia di Gaza non sono solo persone da compatire, ma una forza politicamente consapevole. (Haaretz)

L’articolo di Valigia blu ripercorre tutta la storia del conflitto israelo-palestinese partendo da quello che è successo a Nabi Saleh, il villaggio dove Ahed vive con la sua famiglia, che rappresenta la sintesi di questi anni.

Sintesi che a sua volta costituisce un atto d’accusa verso la comunità internazionale che da decenni assiste senza intervenire, senza provare a limitare l’arrogante espansione di Israele a spese dei palestinesi, senza tentare di trovare soluzioni che pongano fine alla tragedia di questa storia.

rpt

 

 

I giovani coraggiosi che si oppongono all’America che uccide i suoi figli

24 Feb

Grazie a Valigia Blu e a Sarah Tuggey riporto la traduzione del discorso di Emma Gonzales, una studentessa sopravvissuta alla strage di Parkland. Negli USA le sparatorie con vittime di giovani si susseguono (la CNN ricorda che ce ne sono state 8 dall’inizio dell’anno)  sotto gli occhi indifferenti dei produttori di armi e del presidente Trump che di fronte a questa tragedia immane è riuscito solo a proporre di armare gli insegnanti, come se contro la follia che dilaga questi nuovi sceriffi potessero qualcosa.

#NeverAgain è la parola d’ordine che ha dato origine all’organizzazione degli studenti, spalleggiati dalle famiglie e da un’opinione pubblica in crescente loro favore (tra gli altri personaggi dello spettacolo come George Clooney, Steven Spielberg, Oprah Witney). Per il 24 marzo è prevista a Washington una imponente manifestazione contro la diffusione indiscriminata di armi e per un loro controllo.

Ecco l’articolo di Valigia Blu.

Il potentissimo discorso di una studentessa sopravvissuta al massacro nella scuola in Florida 

 

«Se noi studenti abbiamo imparato qualcosa, è che se non studi, fallirai. E in questo caso, se non fai niente attivamente, allora le persone finiranno per morire, continuamente, quindi è ora di iniziare a fare qualcosa. Saremo i ragazzi dei quali leggerete nei libri di testo. Non perché saremo un’altra mera statistica sulle sparatorie di massa in America, ma perché, proprio come ha detto David, saremo l’ultima sparatoria di massa. Proprio come nel caso ‘Tinker contro Des Moines’, cambieremo la legge. Ci sarà Marjory Stoneman Douglas in quel libro di testo, e ciò sarà dovuto allo sforzo instancabile del consiglio scolastico, dei membri della facoltà, dei membri delle famiglie e soprattutto di tutti gli studenti. Gli studenti che sono morti, gli studenti ancora in ospedale, lo studente che ora soffre di stress post-traumatico, gli studenti che hanno avuto attacchi di panico durante la veglia perché gli elicotteri non ci lasciavano tranquilli e si libravano sulla scuola per 24 ore al giorno».

Mercoledì scorso, 17 studenti della scuola superiore Marjory Stoneman Douglas a Parkland, in Florida, a circa 80 chilometri a nord di Miami, sono stati uccisi da un ex studente di 19 anni, Nicholas Cruz, espulso dalla scuola per motivi disciplinari. È l’ottava sparatoria in una scuola statunitense dall’inizio dell’anno. In un discorso nell’auditorium della scuola, Emma Gonzales, una studentessa sopravvissuta alla strage, ha ricordato le 17 vittime e ha lanciato un messaggio potente al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e quei politici che ricevono donazioni dalle multinazionali che vendono armi. Riportiamo la traduzione del suo intervento a cura di Sarah Tuggey:

“Non abbiamo ancora avuto un momento di silenzio alla House of Representatives, quindi mi piacerebbe averne uno. Grazie.

Ogni singola persona qui oggi, tutte queste persone dovrebbero essere a casa, in lutto. Eppure siamo qui, insieme, perché se tutto quello che il nostro governo e il nostro Presidente sanno fare è inviare pensieri e preghiere, allora è tempo che le vittime siano il cambiamento al quale dobbiamo assistere. Dai tempi dei Padri Fondatori, e da quando il Secondo Emendamento è stato aggiunto alla nostra Costituzione, le nostre armi si sono sviluppate a un ritmo che mi fa girare la testa. Le armi sono cambiate, ma le nostre leggi no.
Non riesco proprio a capire perché dovrebbe essere più difficile fare progetti con gli amici nel fine settimana che comprare un’arma automatica o semiautomatica. In Florida, non hai bisogno né di un permesso né di una licenza a portare armi per comprare un’arma, e una volta acquistata non è necessario registrarla. Non hai bisogno di un permesso per portare un fucile, normale o da caccia, nascosto alla vista. Puoi comprare tutte le armi che vuoi, in un singolo acquisto.

Oggi ho letto qualcosa di molto potente per me. Era dal punto di vista di un insegnante. Cito testualmente: “Quando gli adulti mi dicono che ho il diritto di possedere un’arma, tutto quello che riesco a sentire è che il mio diritto a possedere una pistola è più importante del diritto alla vita del tuo studente. Tutto ciò che sento è ‘mio, mio, mio, mio’.” Invece di preoccuparci del nostro test sul Capitolo 16 dell’AP Gov {sul sistema giudiziario americano, ben spiegato qui: http://college.cengage.com/…/study_g…/wilson_11e_sg_ch16.pdf}, dobbiamo studiare i nostri appunti per assicurarci che i nostri argomenti basati sulla politica e sulla storia politica siano ineccepibili. Gli studenti di questa scuola hanno presenziato a dibattiti sulle armi per ciò che ci sembra essere la nostra intera vita. AP Gov è stato oggetto circa tre dibattiti quest’anno. Alcune discussioni sull’argomento si sono verificate anche durante la sparatoria, mentre gli studenti si nascondevano negli armadietti. Le persone coinvolte in questo momento, quelle che erano lì, quelle che hanno postato, quelle che hanno twittato, quelle che fanno interviste e parlano con la gente, vengono ascoltate per quella che sembra la prima volta su questo argomento che è apparso oltre 1.000 volte solo negli ultimi quattro anni.

Oggi ho scoperto che esiste un sito web, www.shootingtracker.com. Nulla nel titolo suggerisce che stia monitorando solamente le sparatorie negli Stati Uniti, eppure, ha bisogno di farlo? Perché l’Australia ha avuto una sola sparatoria di massa, nel 1999 a Port Arthur {e dopo il} il massacro ha introdotto leggi sul controllo delle armi da fuoco, e da allora non ne ha più avuto nemmeno uno. Il Giappone non ha mai avuto una sparatoria di massa. Il Canada ne ha avuti tre, e il Regno Unito ne ha avuto uno, ed entrambi questi Stati hanno introdotto il controllo delle armi eppure siamo qui, con siti web dedicati a segnalare queste tragedie, in modo che possano essere formulate statistiche da mettere a vostra disposizione.

Oggi ho visto un’intervista in mattinata, e ho notato che una delle domande era: pensi che i tuoi figli dovranno subire altre sparatorie a scuola? E la nostra risposta è che i nostri ‘vicini’ non dovranno subire altre sparatorie a scuola. Quando abbiamo avuto voce in capitolo con il governo – e forse gli adulti ormai si sono abituati a dire che {la situazione} “è quella che è”, ma se noi studenti abbiamo imparato qualcosa, è che se non studi, fallirai. E in questo caso, se non fai niente attivamente, allora le persone finiranno per morire, continuamente, quindi è ora di iniziare a fare qualcosa.

Saremo i ragazzi dei quali leggerete nei libri di testo. Non perché saremo un’altra mera statistica sulle sparatorie di massa in America, ma perché, proprio come ha detto David, saremo l’ultima sparatoria di massa. Proprio come nel caso ‘Tinker contro Des Moines’, cambieremo la legge. Ci sarà Marjory Stoneman Douglas in quel libro di testo, e ciò sarà dovuto allo sforzo instancabile del consiglio scolastico, dei membri della facoltà, dei membri delle famiglie e soprattutto di tutti gli studenti. Gli studenti che sono morti, gli studenti ancora in ospedale, lo studente che ora soffre di stress post-traumatico, gli studenti che hanno avuto attacchi di panico durante la veglia perché gli elicotteri non ci lasciavano tranquilli e si libravano sulla scuola per 24 ore al giorno.

C’è un tweet sul quale vorrei concentrarmi. {C’erano} tanti segnali che il tiratore in Florida fosse disturbato mentalmente, {era stato} persino espulso per comportamento scorretto e irregolare. I vicini e i compagni di classe sapevano che era un grosso problema. È sempre necessario segnalare tali istanze alle autorità, ancora e ancora. L’abbiamo fatto, più e più volte. Fin da quando era alle scuole medie e non è stata una sorpresa per nessuno che lo conoscesse scoprire che era lui il tiratore. Chi parla di come non avremmo dovuto ostracizzarlo, non lo conosceva affatto. Beh, noi lo conoscevamo. Sappiamo che stanno rivendicando problemi di salute mentale, e io non sono una psicologa, ma dobbiamo stare attenti perché questo non era solo un problema di salute mentale. Non avrebbe ferito molti studenti con un coltello.

E che ne dite di smettere di incolpare le vittime di qualcosa che è stata colpa dello studente, colpa delle persone che gli hanno permesso di comprare le armi, quelli delle mostre di armi, le persone che lo hanno incoraggiato a comprare gli accessori per le sue armi in modo da renderle completamente automatiche, le persone che non gliele hanno portate via quando hanno saputo che esprimeva tendenze omicide, e non sto parlando dell’FBI. Sto parlando delle persone con cui ha vissuto. Sto parlando dei vicini, che lo hanno visto fuori, con in mano le armi.

Se il Presidente vuole venire da me e dirmi in faccia che è stata una tragedia terribile, che non sarebbe mai dovuta succedere, e continuare a dirci che non si farà nulla al riguardo, allora sarò felice di chiedergli quanti soldi ha ricevuto dalla National Rifle Association {lobby americana delle armi}. E volete sapere una cosa? Non importa, perché lo so già. Trenta milioni di dollari. Che, diviso per il numero di vittime da armi da fuoco negli Stati Uniti solamente nel primo mese e mezzo del solo 2018, risulta essere la bella cifra di $ 5,800 {a persona}. Questo è quanto valgono queste persone per te, Trump? Se non fai nulla per impedire che ciò continui ad accadere, il numero delle vittime di armi da fuoco salirà e il il loro valore scenderà. E noi saremo senza valore per te. A ogni politico che prende donazioni dalla NRA io dico: vergognatevi!

Se il vostro denaro fosse tanto minacciato quanto lo siamo noi, il vostro primo pensiero sarebbe, come si rifletterà questo sulla mia campagna? Chi dovrei scegliere? Oppure scegliereste noi, e se ci rispondeste, per una volta vi comportereste di conseguenza? Sapete quale sarebbe un buon modo di comportarsi di conseguenza? Ebbene, ho un fulgido esempio di come non ci si dovrebbe comportare. Nel febbraio del 2017, un anno fa, il presidente Trump ha abrogato un regolamento approvato dalla presidenza Obama che avrebbe reso più facile bloccare la vendita di armi da fuoco a persone con determinate malattie mentali.
Dalle interazioni che ho avuto con il tiratore prima della sparatoria, e dalle informazioni che ho attualmente su di lui, non so davvero se fosse malato di mente. Ho scritto questo prima di sentire quello che ha detto Delaney. Delaney ha detto che gli era stato diagnosticato {un disordine mentale}. Non ho bisogno di uno psicologo e non ho bisogno di essere una psicologa per sapere che abrogare quel regolamento è stata un’idea davvero stupida.

Il senatore repubblicano dell’Iowa Chuck Grassley è stato l’unico sponsor di un disegno di legge che impedisce all’FBI di eseguire controlli di background su persone giudicate malate di mente e ora dichiara, a titolo informativo: “Beh, è un peccato che l’FBI non stia effettuando controlli di background su questi malati di mente.” Eh, caro. Sei stato proprio tu a togliere loro questa opportunità, l’anno scorso.

Le persone del governo, che sono state votate per arrivare al potere, ci stanno mentendo. E noi ragazzi sembriamo essere gli unici a notarlo, e i nostri genitori gli unici ad affermare che stanno dicendo cazzate. Voi, aziende che state cercando di rendere gli adolescenti delle caricature in questi giorni, dicendo che siamo tutti egocentrici e ossessionati dalla moda e ci zittite fino a sottometterci quando il nostro messaggio non raggiunge le orecchie della nazione, siamo pronti a dire che queste sono cazzate. Politici che sedete sulle vostre poltrone dorate della Camera e del Senato, finanziati dalla NRA, dicendoci che non si sarebbe potuto fare nulla per impedirlo, queste sono cazzate. Dicono che leggi più restrittive sulle armi non riducono la violenza. Queste sono cazzate. Dicono che un bravo ragazzo con un’arma ne ferma uno cattivo con una pistola. Queste sono cazzate. Dicono che le armi sono solo strumenti, come i coltelli, e che sono pericolose quanto le auto. Queste sono cazzate. Dicono che nessuna legge avrebbe potuto impedire le centinaia di tragedie insensate che si sono verificate. Queste sono cazzate. Dicono che noi ragazzi non sappiamo di cosa stiamo parlando, che siamo troppo giovani per capire come funziona il governo. Queste sono cazzate. Se siete d’accordo, registratevi per votare. Contattate i vostri membri locali del Congresso. Dite loro cosa ne pensate.”

Fonti:
🔸Traduzione di Sarah Tuggey: goo.gl/QssBNg
🔸CNN: goo.gl/nrUaub

Quello che i sei feriti di Macerata non sanno (e neppure molti italiani)

10 Feb

 

Jennifer, Mahamadou, Gideon, Wilson,  Festus, Omar e molti italiani non sanno che la nostra Costituzione è ispirata a ideali di uguaglianza e solidarietà. Non lo sanno perché quello che hanno visto finora intorno a loro è la negazione di quei principi.

Non sanno che c’è stato un tempo in cui gli italiani emigrati venivano trattati come bestie, sfruttati ai limiti della schiavitù, perseguitati e massacrati, come ad Aigues Mortes nel 1893, accusati (ingiustamente) di rubare lavoro ai francesi) o quelli linciati a New Orleans nel 1891. Poco importa se sia una bufala o sia vero, ma il rapporto dell’Ispettorato per l’immigrazione USA del 1912 rispecchia esattamente il sentimento degli americani dell’epoca verso gli emigrati italiani. La condanna di Sacco  e Vanzetti pochi anni dopo risentì di quei pregiudizi accumulati nel tempo.

Ovunque andassero, in Europa, in Sudamerica o Australia, gli italiani affamati e in cerca di lavoro ad ogni costo erano manodopera a basso prezzo ed esposti ai rischi maggiori: le tragedie di Marcinelle (1956) e Mattmark (1965) sono ancora ferite recenti, così come l’immigrato in Svizzera  impersonato da Nino Manfredi in “Pane e cioccolata”, rappresentava la cruda realtà di tanti italiani neppure mezzo secolo fa. Oggi, lo dicono i dati INAIL, aumentano gli infortuni sul lavoro di addetti stranieri e diminuiscono quelli degli italiani. E a massacrarsi a raccogliere i pomodori 12 ore al giorno, 7 giorni su 7, sono gli africani di Rosarno. Tanto per fare un esempio.

Jennifer, Mahamadou, Gideon, Wilson,  Festus, Omar e molti italiani ignorano la nostra storia. Ma mentre ai primi si può perdonare, a noi non è consentito. Certo, ci sono le responsabilità della scuola che non insegna tutto questo, che non alleva i giovani nel ricordo del fascismo e della Resistenza, che non insegna ad amare, rispettare e seguire la Costituzione: ma io mi chiedo – e chiedo – cosa mai è successo in questo Paese che abbia congelato i sentimenti dell’accoglienza, dell’integrazione, della solidarietà. Quei sentimenti per cui gli ebrei perseguitati dal fascismo furono aiutati da tanti semplici cittadini a proprio rischio e per cui i prigionieri alleati in fuga venivano rifocillati  e assistiti da poveri contadini che si levavano letteralmente il pane di bocca per sfamarli.

In un articolo su Wired Simone Cosimi si chiede: Siamo ancora gli “italiani brava gente”? Probabilmente no. E forse non lo siamo mai stati: la nostra storia novecentesca è ricca di macchie indelebili,dalla violenza del Fascismo alle leggi razziali che ha portato in seno e, pochi anni prima della caccia agli ebrei, l’uso dei gas asfissianti (iprite e fosgene) allo scopo, per altro mancato, di accelerare le operazioni belliche in Etiopia. Il problema è proprio quello: abbiamo di noi stessi una considerazione eccessiva, sballata, sfocata, ignorante. Che tuttavia sta cambiando. Stiamo quasi arrivando a fare i conti con noi stessi. Stiamo scoprendo il mostro che ci vive dentro.

Jennifer, MahamadouGideon, Wilson,  Festus, Omar e molti italiani non sanno – scrive ancora Cosimi che “un’inchiesta dell’associazione Lunaria, anche questa abbastanza recente, ha registrato 1.483 casi di “violenza razzista e discriminazione” fra gennaio 2015 e maggio 2017, nel biennio precedente erano stati 319. Il maggior numero (615) tocca i sindaci e le loro ordinanze “anti-immigrazione”. E non sanno neppure “delle aggressioni neofasciste che stanno puntellando il Paese: la mappa di Infoantifa [date un’occhiata: quella mappa vi raggelerà. Ndr] ne censisce centinaia e continua ogni giorno la sua opera di informazione.” Questa riemersione strisciante del fascismo, appoggiata scientemente da Salvini con le sue demenziali crociate razziste, sta riavvolgendo l’Italia illuminata, accogliente, aperta, che conosco e che amo. Lo Stato, attraverso la scuola – l’ho scritto prima – ha una enorme responsabilità, così come il governo e i suoi uomini, dove spicca il ministro Minniti che, come dice Giulio Cavalli su Left, “è quello che oggi vorrebbe convincerci che le manifestazioni fasciste e quelle antifasciste pari sono.

Vignetta di Vauro per “Non sono razzista, ma”
di Luigi Manconi, Federica Resta

Jennifer, MahamadouGideon, Wilson,  Festus, Omar e molti italiani non sanno che Minniti non è solo: è degnamente accompagnato da tutti quelli che cercano di celare il virus malato del terrorismo razzista e fascista che tenta di emergere. Come scrive correttamente Valigia Blu: La sparatoria di Macerata è stata terrorismo politico di matrice fascista: va riconosciuto e detto, e poi affrontato. Lo è dal background dell’esecutore, Luca Traini – il tatuaggio neonazista sopra l’occhio destro, la rivendicazione col braccio destro teso e la bandiera tricolore, la militanza politica e le testimonianze sulla sua progressiva estremizzazione – e dalla dinamica dell’azione – il proiettile contro la sede del partito democratico, i sei stranieri feriti. Lo è contestualmente al clima di propaganda diffuso dall’estrema destra che trova cassa di risonanza nei mezzi di informazione – dalle prime pagine di Libero e Il Giornale a trasmissioni giornalisticamente fasulle come Quinta Colonna, fino alla debolezze strutturali del giornalismo, che diffonde nei titoli i virgolettati più beceri, e così ne aumenta la portata – i commenti e le analisi arrivano dopo il boato degli slogan, intanto che questi si moltiplicano nelle condivisioni in rete e assediano il nostro sguardo. Questo clima consiste in quotidiane ondate di immondizia ideologica, in bufale conclamate che cementano di rabbia e paura parte dell’opinione pubblica. Invocazioni di ruspe, gli “Stop Invasione”, i “Prima gli italiani”, gli “Aiutiamoli a casa loro”, gli appelli alla pulizia etnica, l’indicare gli oppositori come a libro paga di Soros o di qualche altro cosiddetto “potere forte”, l’equiparazione tra stranieri e potenziali terroristi, la fuffa xenofoba del piano Kalergi, la criminalizzazione delle Ong, l’accusa di “buonismo” per chi parla di diritti umani, gli strumentali attacchi alla Presidente della Camera Laura Boldrini a ogni fatto di cronaca che coinvolge immigrati o persino dopo attentati di matrice islamica. E quelle stesse bocche da odio ora apostrofano come “sciacalli” chi punta il dito contro Salvini & co, nella patetica inversione della realtà che vorrebbe farli passare persino per vittime.

Jennifer, MahamadouGideon, Wilson,  Festus, Omar e molti italiani non sanno che il festival della “follia” di Traini è già cominciato: il linciaggio fascista di cui è stato autore ha già trovato le voci a difesa, tese a sminuire la portata criminale di quell’atto. Così come  anni fa per Cassieri, il fascista che a Firenze uccise due senegalesi e poi si suicidò,  è già cominciato il coro che anticipa la causa della ‘sanità mentale’. Ancora Valigia Blu: “Se è bianco è folle, se è di colore o islamico è un terrorista – anche per Breivik si parlò di “follia“. 

Jennifer, MahamadouGideon, Wilson,  Festus, Omar che hanno atteso giorni prima che qualche rappresentante delle istituzioni si degnasse di portargli personalmente un minimo di partecipazione alla loro sofferenza – devono invece sapere che tutti gli italiani democratici sono con loro, per l’accoglienza, la legalità, la tolleranza, la solidarietà. Oggi a Macerata l’Italia che resiste all’infamia del razzismo si ribella.
Oggi a Macerata c’è l’Italia vera.

 

 

 

La disuguaglianza: il mostro che sta esasperando i conflitti sociali nel mondo (2)

8 Feb

 

Non c’è alcun dubbio che la disuguaglianza sa il peggior nemico della pace sociale e della cristallizzazione dei processi evolutivi dei popoli. Fa quindi riflettere amaramente che – alla vigilia delle elezioni nel noistro Paese – i leader politici (salvo pochissimi) ne parlino quasi en passant, come di un argomento che non si può eludere ma di cui avrebbero fatto volentieri a meno.

Tony Atkinson, di cui Piketty  fu allievo, ha speso una vita per studiarne cause, effetti e rimedi. Poco prima si morire, nel 2017, pubblicò il suo ultimo libro, Disuguaglianza. Che cosa si può fare?, in cui elaborava quindici proposte radicali, tra le quali una più alta tassazione per i più ricchi, una maggior redistribuzione del reddito, impiego pubblico con più garanzie, aumento del potere dei sindacati e uno sviluppo tecnologico di cui gli Stati avrebbero dovuto farsi carico.

Quest’ultimo tema, sia detto per inciso, è sostenuto vigorosamente da Mariana Mazzuccato, professor di Economia dell’innovazione all’University College di Londra e autrice di The Entrepreneurial State, tradotto in Italia da Laterza con il titolo Lo Stato Innovatore, uno dei saggi più influenti degli ultimi anni in cui ha indicato l’origine pubblica delle principali innovazioni del nostro tempo. In Italia un ottimo testo è quello di Maurizio Franzini e Mario PiantaDisuaglianze – Quante sono, come combatterle”, Laterza, 2016 (e di cui si è parlato qui: “Disuguaglianze: cause e rimedi”). 

Ma torniamo alla sintesi de “Il capitalismo del XXI secolo” gentilmente proposto da La città futura. Ecco la seconda e ultima parte.

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Segue dalla prima parte

L’Autore fa notare che tutti i dati disponibili suggeriscono che, a dispetto dei luoghi comuni ideologici, la mobilità sociale nell’America del XX secolo e all’inizio del XXI (nazione che presenta la maggiore disparità dei redditi da lavoro), sia molto bassa ed inferiore a quella dell’Europa. Ciò viene messo in relazione con l’elevato costo degli studi universitari, proibitivo per le classi popolari e medie, ed in particolare di quelli più prestigiosi (ad Harvard, che non è nemmeno l’università più cara, le quote di iscrizione ammontavano a 54.000 dollari nel 2013). Certamente l’accesso esclusivo agli studi più qualificati e prestigiosi impedisce qualsiasi vera mobilità sociale, accelerando ed aggravando piuttosto il processo di riproduzione intergenerazionale (altro che opposizione tra generazioni o divisione della ricchezza sulla base dell’età, come pure viene affermato ideologicamente!). Ma c’è di più: gli economisti ad esempio, soprattutto i più quotati, provengono proprio dalle classi più privilegiate e svolgono un ruolo tecnico per i decisori politici, oltre a quello di insegnamento e divulgazione. La loro appartenenza di classe comporta pertanto anch’essa, indirettamente, un’azione di autorigenerazione delle stesse disuguaglianze. A tal proposito Piketty sostiene che teorie e metodologie nella scienza economica risentano profondamente di tali interessi e cita l’utilizzo diffuso di indicatori astratti di disuguaglianza, quali il Coefficiente di Gini o il Principio di Pareto o i rapporti interdecili, i quali si propongono di edulcorare le stesse disuguaglianze, presentandole come naturali, ovvie, eterne. Nel testo viene smentito anche il mito, riduttivo e infondato, dell’accumulazione come “ciclo di vita”, suggerito dall’economista italiano Modigliani, apologeta del liberismo economico, secondo cui il capitale sarebbe accumulato nel corso della vita lavorativa mediante il risparmio, per essere utilizzato interamente, dopo il pensionamento, per mantenere il tenore di vita, anziché essere destinato a trasmettersi con l’eredità.

Le grandi ricchezze generano ovviamente potere e capacità di lobbying e ciò è certamente una delle spiegazioni della tendenza alla riduzione della progressività delle imposte che a sua volta aumenta di fatto il reddito netto della classe più benestante (si pensi, passando all’attualità, alla drastica riduzione delle imposte alla imprese americane stabilita dal tycoon Trump, o, nel piccolo, alla assurda proposta di una flat tax, nella campagna elettorale italiana in corso, da parte del magnate Silvio Berlusconi). Un altro fattore di divergenza deriva dal fatto che i capitali maggiori rendono di più di quelli piccoli o minimi (immaginiamo i tassi di interesse irrisori, spese a parte, di un conto corrente bancario o postale), grazie alla maggiore economia di scala nei costi della gestione finanziaria come pure al migliore accesso di informazioni sui mercati finanziari, riservate e non. In più al crescere della dimensione dei capitali aumenta la capacità di evasione fiscale, legale ed illegale (si pensi ai cosiddetti paradisi fiscali, maanche alla costituzione di fondazioni private e di trust funds o allo spostamento delle sedi fiscali delle società o della residenza personale dove conveniente, ecc.). Tutto ciò comporta, in un circolo vizioso, una crescita esponenziale dei patrimoni più grandi.

Piketty sostiene, a ragione, contro Pareto, che non esiste un limite “naturale” al livello di disuguaglianza della distribuzione di redditi e ricchezze, non esistono fattori automatici di regolazione che lo stabilizzino, ma sono i fattori esogeni che giocano. D’altra parte non ritiene verosimile la teoria del futuro crollo automatico del capitalismo come conseguenza della marxiana caduta tendenziale del saggio di profitto. Tale andamento infatti può essere attenuato o persino temporaneamente bloccato o invertito da una serie di controtendenze tra cui lo sviluppo tecnologico o le politiche neoliberiste pro capitale.

La soluzione preferibile formulata da Piketty sarebbe, in sostanza, una imposta annuale individuale sul capitale fortemente progressiva, a tassi quasi confiscatori per le maggiori ricchezze ed estesa a livello mondiale. Per rendere ciò attuabile, sottolinea l’Autore, occorre però creare strumenti nuovi, fondati teoricamente su un sistema altamente trasparente di scambi automatici di informazioni bancarie, affidabili e globali, sulla distribuzione dei patrimoni, in mano al potere pubblico e che svolga interessi generali. Questo secondo l’Autore sarebbe l’unico modo, non certo semplice da attuarsi, che consentirebbe alla democrazia di riprendere il controllo del capitalismo finanziario globale, salvaguardando allo stesso tempo il dinamismo imprenditoriale. E sarebbe pertanto una soluzione più “pacifica” di quella, peraltro definita fallimentare, attuata dall’Unione Sovietica nel XX secolo. L’Autore suggerisce anche che la soluzione illustrata consentirebbe di rimborsare tutto o in parte l’astronomico debito pubblico, accumulato da molti Paesi del sud Europa tra cui l’Italia. In maniera condivisibile questi afferma che il debito pubblico costituisce una ricchezza privata che grava sulla povertà pubblica e va incontro agli interessi di chi dispone di mezzi finanziari per prestare soldi allo Stato, a cui sarebbe stato invece meglio far pagare le imposte.

Tuttavia non è chiaro come possa essere imposta una tale soluzione, che non è certo tecnica ma politica, la quale in pratica significherebbe la perdita del controllo del potere da parte del capitalista e la sua, pur graduale, espropriazione. Tant’è vero che oggi, in effetti, prevale un senso di impotenza da parte delle classi popolari e delle classi medie, e, all’opposto di quanto auspicato, persino a livello europeo gli Stati entrano in concorrenza, divisi dall’esigenza, penalizzante, di attrarre capitali, come lo stesso testo ci espone.

Assistiamo infatti ormai ad una gara continua per ridurre le imposte sui redditi delle imprese e per detassare i redditi finanziari, al punto che già oggi il prelievo fiscale sui vertici della gerarchia sociale di fatto ha già perso ogni progressività. Il modo di produzione capitalistico si è sviluppato e si regge, possiamo dire, non perché sia più efficiente di altri modi di produzione, ma perché esso fornisce ai capitalisti il più grande profitto e il più grande potere. Consentiranno mai i capitalisti di attuare la soluzione proposta da Thomas Piketty che, pur mantenendo il capitalismo, eliminerebbe i più grandi privilegi alla classe detentrice del potere, cioè a loro stessi?

Infine, il titolo del testo non può non richiamare la maggiore opera filosofica di Marx, ma naturalmente la distanza tra di esse, a parte qualche minore analogia (quali diversi richiami alla letteratura francese ottocentesca) e minimi riferimenti allo stesso Marx, rimane siderale: l’indagine di Piketty, pur attenta alle dinamiche del processo storico, si svolge da una prospettiva strettamente socio-economica e quantitativa ed è lontana da qualsiasi profondità valutativa filosofica. Chiarito ciò, il testo dell’autore francese può essere indubbiamente uno strumento molto utile come punto di partenza per una discussione politica, in considerazione dei drammatici dati oggettivi e del loro andamento generati dal sistema capitalistico ed opportunamente qui mostratici.

Per concludere, si potrebbe dire che le soluzioni individuate da Piketty, posto che risolverebbero il problema della ingiusta distribuzione della ricchezza nel sistema capitalistico e della connessa perdita della democrazia, siano l’ultima possibilità di dimostrare l’eventuale riformabilità del capitalismo. Ad oggi, a quasi cinque anni dalla pubblicazione dell’opera, che pure ha venduto nel mondo oltre un milione di copie, passi avanti anche minimi verso l’applicazione delle ricette qui proposte non risulta siano state fatti, e questo deve far riflettere.

(2. fine)

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