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Mantenere un impegno

17 Set

Bisogna riconoscere che – sia pure in ritardo – con l’annunciata scissione Renzi ha mantenuto la parola.
Adesso cura i propri interessi.

Una sentenza che non parla soltanto al Partito Democratico

13 Giu

È una storia senza precedenti ma poco conosciuta quella che ha visto il PD citato in Tribunale dai suoi stessi iscritti e condannato per violazione delle norme che ne regolano la vita interna. Vale la pena di ricapitolare il più brevemente possibile lo svolgersi della vicenda, durata oltre quattro anni, perché può contribuire validamente alle scelte di oggi, nell’attuale situazione politica.

Tutto ha inizio il 3 dicembre 2014, quando esplode l’inchiesta Mafia Capitale che coinvolge anche alcuni esponenti del Partito Democratico

romano. Il segretario cittadino Lionello Cosentino, pur eletto da pochi mesi, viene indotto alle dimissioni e il leader del PD, Matteo Renzi, decide di commissariare il partito cittadino e di affidarne la gestione a Matteo Orfini, in quel momento Presidente nazionale.

Non sono pochi quelli che si meravigliano della nomina: Orfini è uno dei notabili locali, capo della corrente dei Giovani turchi, e si teme che l’occasione sia favorevole per consentirgli di impadronirsi del partito romano. Diverse sono le voci che si levano per manifestare quanto meno perplessità per la decisione, tanto che un gruppo di iscritti e membri della Direzione e dell’Assemblea interpella la Commissione nazionale di Garanzia (CNG) perché venga fornito un autorevole parere sulle caratteristiche del mandato commissariale.

Matteo Orfini

La risposta della CNG è chiara e inequivoca: la decisione assunta riguarda unicamente il commissariamento della segreteria cittadina, e non interviene sugli organismi assembleari – i cui componenti non sono stati neppure sfiorati dall’inchiesta – che mantengono pertanto inalterate tutte le  prerogative previste dallo Statuto nazionale e dal Regolamento della Federazione romana. Il parere venne ulteriormente ribadito dal Presidente della CNG, on. Gianni Dal Moro, che l’11 maggio 2015 dichiara che “l’art. 17 dello Statuto non appare consentire l’attribuzione, anche al fine del compimento di un singolo atto, di poteri commissariali che esautorino organi politici-assembleari non aventi funzioni esecutive”. In altre parole, non è possibile evitare di passare dall’Assemblea cittadina per modificare le norme interne vigenti.

Nonostante ciò, tuttavia, Orfini interpretò a suo modo  il ruolo e i poteri di Commissario. L’11 giugno 2015, con una propria delibera sottratta alla discussione e all’approvazione dell’Assemblea cittadina, come già detto unico organismo titolato ad esprimersi in merito, procedette a modificare radicalmente l’organizzazione territoriale del Partito romano. Per di più, tenendo in nessun conto la sua stessa figura di Presidente del Partito, fatto che avrebbe dovuto indurlo a un comportamento pienamente rispettoso delle norme interne del PD.

La delibera invece le infrangeva clamorosamente: ad esempio, la nomina di subcommissari municipali (che esautoravano i Circoli esistenti nei rispettivi territori e assumevano il controllo totale dell’attività del Partito nel municipio di competenza) violava  quanto disposto dal Regolamento cittadino, dallo Statuto regionale e dallo Statuto nazionale secondo cui ogni modifica del ruolo dei Circoli deve avvenire nel rispetto della loro autonomia organizzativa, politica e patrimoniale. Inoltre, veniva del tutto ignorata la norma dello Statuto nazionale che dispone che nelle città con oltre 100.000 abitanti debba essere costituito almeno un circolo ogni 50.000 abitanti.

Le reazioni dei Circoli e degli iscritti furono anche vibranti ma lasciarono indifferente Orfini, cui della legittimità o meno delle proprie decisioni non importava evidentemente nulla, e altrettanto di cosa pensavano e proponevano gli iscritti avendolo affermato esplicitamente in più occasioni e giungendo perfino a chiamarli sfrontatamente in causa quasi fossero corresponsabili della situazione svelata dall’inchiesta giudiziaria.
D’altra parte, la cronaca dei modi con cui più avanti provvide disinvoltamente a gestire la deposizione del sindaco Marino, calpestando la volontà sovrana degli elettori, lo dimostra abbondantemente.

A questo punto non rimaneva che soggiacere alla prepotenza o reagire, e il gruppo iniziale, che nel frattempo si era ingrossato, decise per la resistenza. Con il conforto del parere degli avvocati  Anna Falcone e Antonio Pellegrino Lise fu avviata una vertenza presso il Tribunale civile per ottenere l’annullamento della delibera, considerando quanto questa incidesse profondamente e negativamente sul ruolo dei circoli e sui diritti degli iscritti. Davide contro Golia.

Fu una decisione presa nella piena consapevolezza che rivolgersi alla magistratura per ottenere il rispetto delle regole interne di un partito è cosa quantomeno inusuale, ma anche che ne ricorressero tutte le ragioni. C’era la profonda convinzione che fosse politicamente giusto farlo per contrastare chi approfitta di una posizione di potere occupata pro tempore per esercitarla con arroganza, incurante della legittimità delle sue azioni. Un’organizzazione politica, qualunque essa sia, che non pratica la democrazia al suo interno e non rispetta le sue norme statutarie non ha titolo a presentarsi di fronte ai cittadini come strumento di allargamento degli spazi di partecipazione democratica e di miglioramento delle condizioni civili e sociali del Paese.

È così avvenuto che il Tribunale civile di Roma, con una sentenza che molto probabilmente farà scuola, ha accolto le argomentazioni circa le violazioni regolamentari e statutarie e, riconoscendo le menomazioni che ne conseguivano per i diritti di tutti gli iscritti, ha dichiarato l’illegittimità del comportamento del commissario Orfini, disponendo l’annullamento della delibera commissariale e condannando il PD Roma al pagamento delle spese processuali. Stesso esito ha avuto l’appello richiesto dal Pd, per giunta rigettato per irregolarità formali.

Fin qui la cronaca. Ma ci sono ancora tre considerazioni: la prima riguarda la magistratura che non guarda in faccia a nessuno e ancora una volta onora il suo ruolo. In momenti come l’attuale è un conforto non da poco.

La seconda riguarda la sentenza, che parla a tutte le forze politiche e al Parlamento intero.  In realtà nei partiti è ancora del tutto presente, e largamente preponderante, una concezione del processo decisionale unicamente orientato dall’alto verso il basso, una concezione secondo cui, a tutti i livelli dell’organizzazione, ai vertici spetta il potere di decidere e agli iscritti resta soltanto di eseguire e finanziare.
Questa modalità contrasta con l’art. 49 della Costituzione, dove è disposto che “Tutti i cittadini hanno diritto ad associarsi liberamente in partiti per concorrere, con metodo democratico, a determinare la politica nazionale”. I partiti sono quindi uno strumento al servizio dei cittadini che hanno diritto a partecipare da protagonisti alla vita politica del Paese.


In base a tutto ciò, si sta costituendo il “Comitato per l’articolo 49”, formato da giuristi, politici e cittadini, che intende proseguire nel percorso tracciato da questa storica sentenza e conseguentemente esigere che le forze politiche si diano finalmente un metodo democratico e compiano quelle scelte organizzative che rendano effettivo, trasparente e facilmente esercitabile questo diritto fondamentale.

L’ultima considerazione riguarda  il PD: se il nuovo segretario Nicola Zingaretti vuole davvero aprire “una fase costituente per rinnovare  e riformare il Partito Democratico” con un’organizzazione che rimetta al centro le persone, che dia loro il potere di decidere, se vuole davvero “costruire una forma-partito radicalmente democratica, capace di conciliare una forte leadership collegiale e decisioni dal basso” allora dovrà tenere conto, e molto prima degli altri, del valore e del significato di questa sentenza.

P.S. Se il Pd fosse un’azienda, questa potrebbe procedere con un’azione di responsabilità verso l’ex-commissario Orfini per rivalersi del danno economico e di immagine subito.


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Dovrete essere forti – Piero Filotico

Una plateale e strumentale esibizione di fede

20 Mag

Non è certo la prima volta che qualcuno invoca la religione o i suoi simboli in funzione dei propri obbiettivi o interessi. Basterebbe ricordare il Deus lo volt di Pietro l’Eremita che predicava la prima Crociata (e che divenne più tardi il motto dell’Ordine dei cavalieri del Santo sepolcro) oppure il Gott mit uns sulle fibbie dei soldati della Wehrmacht nella seconda guerra mondiale.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è gottmituns-1.jpg

Per venire ai giorni nostri, e senza giungere agli estremismi dei fanatici dell’ISIS, in questa arbitraria acquisizione è evidente il maldestro tentativo di dare un’impronta divina alla propria impresa. Come dice il cardinale Parolin, “Io credo che la politica partitica divida, Dio invece è di tutti. Invocare Dio per se stessi è sempre molto pericoloso“.

Lo stesso elementare principio è sostenuto da padre Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica, all’indomani della manifestazione dei sovranisti in cui Matteo Salvini ha chiuso il suo intervento stringendo nelle mani un rosario. 

Oltre che come salvatore della patria e dell’intera Europa. esibendo vangeli e rosari e professando la sua cristiana devozione Salvini intende quindi proporsi anche come difensore del cattolicesimo, minacciato dall’invasione di buddisti, maomettani, induisti e quant’altro.
Una patetica pagliacciata per di più offensiva verso i veri credenti, che siano sostenitori od oppositori, e che gli costerà cara.

Telemarketing persecutorio: il Regolamento non difende i cittadini

14 Mag

Il solito pasticcio. C’è la legge, ma il Regolamento proposto la contraddice e non difende I cittadini che, come il sottoscritto, vengono perseguitati ogni giorno anche più volte.

Il quotidiano Il Tirreno ha intrapreso da tempo una meritoria battaglia a difesa di tutti noi e oggi spiega perché il nuovo Regolamento – che si spera venga presto modificato – contrasta con lo spirito e gli obbiettivi della legge. Lo riporto integralmente più avanti.

Ancora una volta mi chiedo, tuttavia, come sia possible che i tecnoburocrati incaricati di emettere un provvedimento che renda possibile l’attuazione di una legge le vadano spensieratamente contro.
Non riesco a credere, per quanti sforzi faccia, a un errore in buona fede di tecnici di provata esperienza: sarà la malizia, ma c’è qualcosa che mi porta a pensare che non siano estranee pressioni più o meno dirette, che tendano a difendere gli interessi delle aziende coin volte, in questo caso quelle di telemarketing.  

Telefonate moleste, il regolamento svuota la legge: ecco perché in 7 punti

Il ministero dello Sviluppo economico vieta la “revoca a tappeto” del consenso all’uso commerciale dei numeri di telefono. Allarme del Garante per la protezione dei dati personali

Ilaria Bonuccelli 13 MAGGIO 2019

Roma. Non rispetta la legge. Così come è scritto, non consente ai cittadini di difendersi dalle telefonate moleste. Il regolamento del ministero dello Sviluppo economico che dovrebbe attuare la legge contro il telemarketing aggressivo non solo è in ritardo di un anno, ma rende inefficace lo scudo contro le chiamate commerciali indesiderate. Lo dice il parere del Garante della Privacy che reclama la modifica del testo. Vari i pericoli segnalati in questo testo di 14 articoli e 1 allegato, secondo il parere che il presidente dell’Autorità, Antonello Soro, e il segretario generale, Giuseppe Busia, firmano il 30 aprile. Riguardano il modo in cui gli utenti dovrebbero esercitare il diritto di opposizione alle chiamate moleste. E hanno a che fare con l’allegato delle “categorie merceologiche” di cui non c’è traccia nella legge ma che è stato creato per rendere (quasi) impossibile – «residuale» – il diritto a dire no al telemarketing aggressivo.

La legge, infatti, dice che basta iscriversi al Registro delle Opposizioni per revocare anche i vecchi consensi a usare i nostri dati (e numeri) per scopi commerciali con una sola eccezione: quelli in mano a gestori di servizi (acqua, luce, gas) per i quali sia in atto un contratto non ancora scaduto.


I trucchi. Il regolamento, invece, subordina la revoca del consenso a due condizioni: 1) il cittadino deve precisare le “categorie merceologiche” per le quali non vuole ricevere telefonate moleste, (inserite nell’allegato che può essere modificato dal Mise); 2) la revoca del consenso non scatta per «le numerazioni legittimamente raccolte dall’operatore». La legge, però, non dice questo. Soprattutto riguardo alla “revoca universale” del consenso all’utilizzo dei propri dati. Perciò il Garante chiede al ministero di cambiare il regolamento.

No alle Categorie merceologiche. Deve «essere precisato con opportuna chiarezza espositiva che l’iscrizione al Registro comporta automaticamente l’opposizione a tutti i trattamenti a fini promozionali da chiunque effettuati, con revoca pure dei consensi precedentemente manifestati».Di conseguenza, è «improprio invocare qualunque categoria merceologica della quale la legge di riforma del Registro delle Opposizioni non fa riferimento». E diventa obbligatorio «ovunque espungere ogni riferimento alle categorie merceologiche dagli articoli sulle modalità di esercizio del diritto di opposizione» la cui introduzione «può comportare problemi applicativi con il rischio di un elevato contenzioso».

Revoca a tappeto. Deve essere soppressa (all’articolo 7) la frase che limita la “revoca a tappeto” dei consensi. Quindi anche se i consensi sono stati legittimamente raccolti, l’iscrizione al Registro li deve azzerare. «Altrimenti si vanifica l’obiettivo della revoca universale” contenuto nella legge».

Le altre modifiche. Deve essere precisata la questione della revoca dell’opposizione a tempo «perché potrebbe essere riferita perfino solo ad alcune fasce orarie o determinati giorni della settimana». L’articolo sulla presentazione dei numeri usati per chiamare scarica le responsabilità solo sui call center e non anche sui committenti. Infine deve essere rivisto l’articolo sulle sanzioni, perché sono previste quelle vecchie e non aggiornate con la nuova normativa. —

Foto da Il Tirreno



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SETTE MOTIVI PER CUI IL REGOLAMENTO SEMBRA SVUOTARE LA LEGGE SULLE TELEFONATE MOLESTE


1)    INVENZIONE DELLE CATEGORIE MERCEOLOGICHE

Il regolamento (articolo 3) introduce l’obbligo per gli abbonati di indicare le categorie merceologiche (i prodotti) per le quali non vogliono ricevere telefonate commerciali. Gli utenti devono indicare le categorie merceologiche nei confronti delle quali “esprimere opposizione al trattamento dei dati personali” ai fini di invio di materiale pubblicitario o vendita. Nella legge questa condizione non è posta.

2)    SALTA L’AZZERAMENTO DEI VECCHI CONSENSI

La legge prevede che l’iscrizione al Registro delle Opposizioni comporti la cancellazione di tutti i consensi precedenti (all’iscrizione) dati l’uso dei numeri telefonici e per fini commerciali, “salvi i consensi per contratti in essere o cessati da non più di 30 giorni per la fornitura di beni o servizi (acqua, luce, gas, ndr) per i quali  è comunque assicurata la facoltà di revoca con procedure semplificate”.

Il regolamento (articolo 7) invece prevede che l’iscrizione comporti la cancellazione di tutti i consensi precedenti  all’inserimento nel Registro delle Opposizioni “fatti salvi i consensi al trattamento delle numerazioni telefoniche da parte dell’operatore che li ha legittimamente raccolti”. Così si annulla la revoca a tappeto dei consensi pregressi, con un’operazione di “scavalco” giuridico che a un regolamento non è consentito rispetto a una legge.

3)    REVOCA A TEMPO DEL CONSENSO

Il regolamento (articolo 7 comma 3)  prevede – come anche la legge – che il cittadino possa revocare “a tempo”  il consenso all’utilizzo dei propri dati per fini commerciali. Non viene, però, precisato il “tempo”: quindi può essere anche alcune fasce orarie o per alcuni giorni della settimana. L’indeterminatezza complica l’applicazione della norma.

4)    EQUIVOCO DEL RINNOVO

L’iscrizione al Registro delle Opposizioni, per legge, è gratuito e per sempre (salvo revoca).
Il regolamento (art. 7, comma 1-lettera b e art. 9) prevede che il cittadino possa “rinnovare” l’iscrizione al Registro delle Opposizioni.

Non è precisato con chiarezza, però, che il rinnovo è previsto dopo la revoca (anche a tempo) del proprio consenso ai titolari del trattamento dei dati e che tale revoca si esercita dopo l’iscrizione al Registro.

5)    PRESENTAZIONE DELLA LINEA CHIAMANTE

La legge impone che il numero che chiama gli utenti sia immediatamente riconoscibile (con prefisso) o sia richiamabile. E mette questa responsabilità in capo sia a call center sia ai committenti.

Il regolamento (art. 9 comma 1) sembra attribuire la responsabilità di questo obbligo solo ai call center.

6)    INFORMAZIONI SUI PROPRI NUMERI AGLI ABBONATI

Impreciso l’articolo 10 del regolamento sulle informazioni che l’operatore “titolare del trattamento dei dati” deve rendere al contraente (il cittadino) sul trattamento dei dati che lo riguardano relativi ai numeri telefonici.
I dati devono essere forniti dal titolare del trattamento (non dal responsabili né dall’incaricato) “al momento della prima comunicazione all’interessato”.  Anche se il titolare (il committente) può delegare il responsabile del trattamento (il call center) a riferire le informazioni al cliente al momento del contatto telefonico

7)    SANZIONI ERRATE

Il regolamento non disciplina il trattamento dei dati via mail (tramite comunicazioni elettroniche) malgrado quanto riportato nell’articolo 12

La sanzione prevista (art 12 comma 3) per la responsabilità solidale fra titolare e responsabile del trattamento dei dati fa riferimento alla legge 5/2018 (riforma del registro delle opposizioni) invece che al regolamento.
 

Ignazio Marino, i Torquemada da strapazzo e gli ipocriti per vocazione

16 Apr

Nonostante l’assoluzione “per non aver commesso il fatto”,  gli oppositori dell’epoca del sindaco Marino si rifanno vivi affannandosi a sostenere – nel generale ludibrio – la correttezza della sua brutale e ingiusitificata (e ingiustificabile) deposizione. Segretario e presidente-commissario romano del Pd di allora – Renzi e Orfini – ripetono, rendendosi vieppiù ridicoli, che si trattò di “decisione politica”, mentre i detrattori per partito preso – o per interessi personali – sostengono una sua non meglio identificata ‘inadeguatezza’,  puntando il dito sugli errori commessi. Che certo ci sono stati (c’è qualcuno infallibile tra noi umani?) ma non giustificheranno mai la brutale deposizione di un sindaco democraticamente eletto.

Ma vediamoli ‘sti errori. Fu sicuramente un errore non dare le dimissioni il giorno dopo lo scoppio dello scandalo di Mafia Capitale. Marino avrebbe messo in difficoltà I suoi oppositori, quelli esterni e soprattutto quelli interni del Pd, e in una nuova tornata elettorale avrebbe potuto addirittura  guadagnare una maggioranza in Consiglio comunale indipendentemente dal Pd. Perché non volle? Tempo dopo dichiarò che non aveva voluto mettere la città in una situazione ancora più difficile di quella che stave vivendo. Fu generoso da parte sua. Così come è stato un errore la gestione della comunicazione, pressochè inesistente: c’è un lungo elenco di cose fatte ignoto ai più (ma ben noto, invece, ai suoi critici, che ovviamente tacciono) e che affidato a veri professionisti avrebbe costruito una solida muraglia di contenimento agli attacchi  interessati . Ed è stato un errore chiudersi in un cerchio magico di fedelissimi non sempre all’altezza dei compiti e aver dichiarato da subito guerra aperta a quella oscura rete di potentati che hanno devastato Roma per decenni: palazzinari, faccendieri, politici falliti, corrotti e corruttori, traffichini all’ombra del Campidoglio, tutti preoccupati se non angosciati dalla vicina prospettiva che il bengodi degli affari, degli appalti, del consociativismo, delle cariche ben pagate, dei favori reciproci fosse bruscamente interrotto. Marino era estraneo a tutto ciò ed essendo profondamente onesto rappresentava per costoro un pericolo reale.

 

Si coalizzarono contro di lui i proprietari dei camion bar, gli ‘urtisti’ (i venditori di souvenir) e i gladiatori sfrattati dai luoghi storici e magnifici di Roma, dal Colosseo a Fontana di Trevi, cui Marino voleva restiture dignità e bellezza. Si aggiunsero quindi i vertici delle decine di partecipate del Comune (spesso inutili), che Marino cominciò a mettere sotto stretta osservazione se non in liquidazione, il sistema burocratico del Comune che si sentì sotto frusta e di fronte alle proprie responsabilità, i funzionari e gli impiegati  che godevano di incomprensibili integrazioni dello stipendio mai legate alla produttività, I vigili urbani (per cui era stata definita una rotazione nei municipi e negli incarichi), la lobby degli impianti pubblicitari (i ricavi di questo settore erano inferiori a quelli di Milano, con una superficie molto minore), i costruttori che si videro tagliati milioni di metri cubi che avrebbero finito di devastare l’agro romano, gli affaristi che premevano per gestire in libertà le Olimpiadi, l’intero apparato politico non solo dell’opposizione – il ‘suo’ Pd era giunto a diffondere un indecente sondaggio taroccato – e ancora tutti coloro che in un modo o nell’altro si sentirono  coinvolti  dalla chiusura di Malagrotta (un obbligo dimenticato per sette anni, dopo la sentenza della Corte europea di giustizia), la greppia cui avevano attinto per decenni. Questo circo di interessi personali organizzò una controffensiva che aveva come perno centrale i maggiori quotidiani romani: spiace constatare quanti giornalisti si divertirono allora – a modo loro – dedicando pagine alla Panda rossa, agli scontrini, alle vacanze del sindaco, invece di obbedire all’etica del mestiere e investigare sul come, da chi e perché quei presunti scandali fossero gonfiati ad arte e oltre ogni logica misura.

 

Oggi, messi nell’angolo da una sentenza inequivocabile e definitiva, i Torquemada da strapazzo, inquisitori falliti,  tentano fragili repliche ululando col ditino puntato alla chiusura dei Fori Imperiali, alla asserita scarsa simpatia del sindaco e altre baggianate del genere, mentre gli ipocriti per vocazione insistono disperatamente a sostenere che la brutale deposizione del sindaco Marino era dovuta, oltre che per un atto ‘politico’ perché ‘si era interrotto il rapporto con la città’: ma se n’erano accorti solo loro. E solo loro commisero l’irripetibile sfregio all’art. 1 della Costituzione  (“la sovranità appartiene al popolo”) sostituendolo spregiudicatamente con un notaio.
Ma quello stesso popolo tradito dopo aver  massicciamente scelto il suo sindaco li ha bocciati condannandoli tutti alla nullità perpetua.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il Medioevo avanza, grazie al Word Family Congress di Verona

13 Mar

The Vision informa che “in seguito alla diffusione di un’Ansa in cui si annunciava il ritiro del logo della Presidenza del Consiglio al World Congress of Families , [in programma dal 29 al 31 marzo Verona] è arrivata la smentita da parte della stessa istituzione. L’ufficio stampa di Palazzo Chigi ha però specificato di aver richiesto “un supplemento di istruttoria per verificare la totale assenza di lucro che, come invece è stato fatto notare, sembrerebbe esserci dato che è previsto un biglietto a pagamento.”

È una questione che definire preoccupante è ancora poco: com’è possibile, chiede Giuseppe Francaviglia autore dell’articolo [che riporto integralmente di seguito] “che il governo appoggi e promuova la convention di una lobby con un budget annuale di 216 milioni di dollari, che lega le associazioni pro-life italiane (CitizenGo, ProVita, Comitato Difendiamo i Nostri Figli, Generazione Famiglia), con la Russia e con l’estrema destra italiana, che è stata definita “hate group” da varie associazioni che si occupano di diritti umani, che crede che le donne lavoratrici, il divorzio e l’omosessualità siano la causa del declino della “famiglia naturale”, e che ospiterà personaggi che sostengono la pena di morte per gli omosessuali?”

Eppure tutto lascia intendere che la furia integralista dei talebani di casa nostra, capeggiati dal ministro leghista per la Famiglia (!) Lorenzo Fontana, stia manovrando per ottenere addirittura il patrocinio della Presidenza del Consiglio e appare evidente l’imbarazzo dell’istituzione. 

Stiamo a vedere, ma è un altro segno della retromarcia sociale e umana che – con la scusa di non si sa bene quali principi ideali – qualcuno vorrebbe innestare.
Questo che segue è l’articolo integrale di The Vision, che ringrazio.

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Aggiornamento del 12 marzo 2019, ore 17.38

L’ufficio stampa di Palazzo Chigi, nella persona di Massimo Prestia, ha comunicato quanto segue:

“Premettendo che la concessione del patrocinio e l’utilizzo del logo della Presidenza del Consiglio sono state frutto di un’iniziativa del ministero della Famiglia, Palazzo Chigi ha chiesto al Dipartimento per le politiche della famiglia (cui fa capo il ministero di Fontana, ndr) e al dipartimento dell’editoria un supplemento di istruttoria per verificare la totale assenza di lucro che, come invece è stato fatto notare, sembrerebbe esserci dato che è previsto un biglietto a pagamento.”

Prestia ha quindi smentito la notizia della revoca del logo al Congresso.

 

In seguito alla pubblicazione dell’articolo Il congresso contro le “donne lavoratrici” e i diritti LGBTQ+è in Italiafirmato da Jennifer Guerra, si è accesa la polemica sul patrocinio del governo concesso al World Congress of Families, in programma dal 29 al 31 marzo a Verona. Com’è possibile, ci si è chiesti, che il governo appoggi e promuova la convention di una lobby con un budget annuale di 216 milioni di dollari, che lega le associazioni pro-life italiane (CitizenGo, ProVita, Comitato Difendiamo i Nostri Figli, Generazione Famiglia), con la Russia e con l’estrema destra italiana, che è stata definita “hate group” da varie associazioni che si occupano di diritti umani, che crede che le donne lavoratrici, il divorzio e l’omosessualità siano la causa del declino della “famiglia naturale”, e che ospiterà personaggi che sostengono la pena di morte per gli omosessuali?

La cosa ha dell’incredibile, anche perché in una nota, Palazzo Chigi ha precisato che “La Presidenza del Consiglio non ha mai ricevuto nessuna richiesta di patrocinio per il ‘World congress of families’, in programma a fine marzo a Verona, né quindi ha potuto mai concederlo. Si tratta di una iniziativa autonoma del ministro per la Famiglia Lorenzo Fontana, attraverso procedure interne agli uffici e che non hanno coinvolto direttamente la Presidenza del Consiglio”. La nota è stata lo spunto per la presa di posizione dei sottosegretari Cinque Stelle Stefano Buffagni e Vincenzo Spadafora, che hanno condannato l’iniziativa in quanto portatrice di ideologie medievali. Spadafora ha anche dichiarato di aver scoperto che “Il patrocinio era firmato dal capo di gabinetto del ministro e non aveva seguito i percorsi che formalmente si seguono quando viene richiesto il patrocinio della presidenza del Consiglio. Generalmente, queste pratiche devono essere autorizzate non da una capo di gabinetto ma dalla dirigenza della presidenza del Consiglio”. 

Stefano Buffagni

Tutto molto, troppo strano, tanto che Giuditta Pini, deputata del Pd e firmataria di un’interrogazione parlamentare rivolta alla Presidenza del Consiglio depositata il primo marzo, in un commento su Facebook ha dichiarato: “La smentita di Palazzo Chigi, o meglio di Spadafora, semplicemente non ha senso. La Presidenza del Consiglio dei ministri ha un iter preciso per i patrocini, non è che un ministro prende e regala il patrocinio.” Eppure, è esattamente quello che pare sia successo.

Giuditta Pini

Jacopo Coghe, contatto da The Vision, ha infatti ribadito di avere tutta la documentazione in ordine, con tanto di numero della pratica – che però non ha voluto condividere con noi. Abbiamo allora provato a contattare il capo di gabinetto del ministro Fontana, Cristiano Ceresani, che però non ha voluto rilasciare dichiarazioni, come del resto nessuno dal Ministero. Purtroppo anche il sottosegretario Spadafora non ha voluto fornire ulteriori chiarimenti. Avremmo voluto domandargli come è possibile che sia venuto a conoscenza della vicenda solo “un paio di settimane fa” se già il 5 febbraio l’onorevole Emma Bonino aveva depositato un’interrogazione parlamentare – la prima – sulla vicenda. Avremmo avuto bisogno di qualche dettaglio in più riguardo la documentazione dal lui analizzata, ma per ogni delucidazione il sottosegretario ha preferito rimandarci al Dipartimento del Cerimoniale di Stato, che si occupa proprio della concessione dei patrocini. 

Vincenzo Spadafora

In base alla circolare UCE 0000901 P-2.11.1.2 del 16/02/2010, le richieste volte a ottenere la concessione del patrocinio della Presidenza del Consiglio devono essere preventivamente inviate al Dipartimento del Cerimoniale di Stato “Che effettuerà un’istruttoria al fine di una valutazione comparativa circa la validità della manifestazione, l’affidabilità, la serietà dell’organizzatore e dei promotori”, avvalendosi anche del parere delle prefetture. L’iter è contraddistinto da una certa cautela, ed è la stessa circolare a spiegarne il motivo: la concessione è infatti vincolata “all’alto rilievo culturale, sociale, scientifico, artistico, sportivo” dell’iniziativa e, soprattutto, “all’assenza di scopi o finalità commerciali”. La mancanza di lucro è dirimente, tanto che si specifica che “non si considera opportuno fornire adesioni e concedere patrocini ad iniziative che abbiano, anche indirettamente, un fine lucrativo”. 

Deve essere chiaro che in base a queste prerogative il WCF di Verona non avrebbe mai potuto ottenere il patrocinio: è infatti promosso da organizzazioni fondate sull’omofobia e sulla misoginia, prima tra tutte il WCF stesso: un gruppo d’odio che fra le sue fila può vantare numerosi personaggi condannati per aver rilasciato dichiarazioni omofobe e razziste, nonché firmatari di leggi che criminalizzano l’omosessualità. Un evento che farà salire sul palco Lucy Akello, ministra ombra per lo sviluppo sociale in Uganda, che vorrebbe reintrodurre la pena di morte per le persone gay, o la nigeriana Theresa Okafor, una sostenitrice della famiglia naturale convinta che gli attivisti LGBTQ+ cospirino con il gruppo terroristico Boko Haram. 

E che dire del fine lucrativo? Non solo l’evento è promosso da una lobby con un budget annuale di 216 milioni di dollari, ma per di più la convention di Verona non è né gratuita né aperta a tutti, ma prevede il pagamento di un biglietto di 15 euro a persona, 7 a persona invece per i membri di una famiglia. Sul sito si possono addirittura comprare una serie di pacchetti per il soggiorno veronese, che vanno dal “Bronze” da 280 euro fino al “Platinum” che, alla modica cifra di 1250 euro, comprende tre notti in un hotel a 5 stelle per due persone, servizio di limousine da e per l’aeroporto o la stazione e accoglienza Vip. Non è dato sapere a chi andranno gli introiti dell’evento, ma con tutta probabilità il lucro c’è, e si vede.

Lorenzo Fontana

Quanto detto rende evidente come, con ogni probabilità, dall’istruttoria del Cerimoniale sarebbe scaturito un parere negativo. Ma ecco l’escamotage: la circolare prevede un caso in cui tale istruttoria non viene attivata: “Qualora le richieste provengano da organismi ad alta rappresentatività o da strutture pubbliche“ i singoli Ministeri e i Dipartimenti della Presidenza del Consiglio dei ministri “possono accordare direttamente patrocini ed adesioni ministeriali nelle materie di propria competenza senza il preventivo nullaosta del Dipartimento per il Cerimoniale”. Ed è a questa particolare fattispecie che sarebbe ricorso il ministro Fontana, come sembra confermare lo stesso Cerimoniale, che ha anche specificato una volta di più che a loro non è pervenuta alcuna richiesta. 

Il ministero avrebbe quindi potuto far passare come organo ad “alta rappresentatività” (termine che si riferisce solitamente ad associazioni di categoria come i sindacati) una lobby statunitense, e così concedere di “personale iniziativa”, e senza consultare altri organi, il patrocinio. Tutta la faccenda assume toni ancora più foschi se si considera la ragione per cui si è potuto utilizzare il logo della Presidenza del Consiglio. Normalmente infatti, per la concessione del logo è necessaria un’ulteriore trafila, che coinvolge il Dipartimento per l’informazione e l’editoria (Die). Ma non in questo caso, e la motivazione, nella sua assurdità, è tipicamente italiana: il Ministero della Famiglia e dei Disabili infatti è stato creato ad hoc da questo governo, e fa parte del Dipartimento per le politiche della famiglia della Presidenza del Consiglio. Non ha portafoglio e non ha un suo logo, per questo gli è concesso utilizzare quello della Presidenza. 

Ricapitolando, oggi il WCF può godere del patrocinio del governo – fino a prova contraria questo ministero fa parte dell’esecutivo – e del logo di Palazzo Chigi perché il ministro avrebbe sfruttato una “falla burocratica” che ha fatto sì che nessuno si interessasse e controllasse sia la natura degli organizzatori sia i fini, economici e culturali, dell’iniziativa. 

Se così fosse, non ci sarebbe di che sorprendersi. Lorenzo Fontana starebbe semplicemente facendo quello per cui sembra sia stato messo lì, e cioè fare lobbying per curare gli interessi della Lega e dei gruppi pro-life. Non a caso tra gli sponsor del WCF di Verona ci sono anche Generazione Famiglia, Comitato Difendiamo i Nostri Figli e ProVita Onlus, vicinissime alla Lega e a Lorenzo Fontana. Ma sono estremamente vicini anche a un altro personaggio, il senatore Simone Pillon – creatore del gruppo interparlamentare “Vita, famiglia e libertà”, di cui fa parte anche Massimo Gandolfini, presidente del Family Day, ma soprattutto promotore dell’insostenibile Ddl su affidi e divorzi. 

Massimo Gandolfini

Si è già avuto modo di analizzare il modus operandi della lobby WCF, basato sulle pressioni esercitate non solo sull’opinione pubblica, ma anche sugli organi politici e statali, in occasione di votazioni riguardanti leggi o mozioni sui temi a loro cari. Come quando qualche giorno prima dell’approvazione della legge “anti propaganda gay” in Russia, l’attuale presidente del World Congress of Families Brian Brown ha testimoniato in favore di queste leggi a Mosca, di fronte alla Duma. È successa la stessa cosa proprio a Verona in occasione della mozione anti-aborto: il 2 ottobre Brian Brown è passato dal capoluogo veneto, dove insieme con Jacopo Coghe del Comitato Difendiamo i Nostri Figli, e Toni Brandi, sono passati a trovare il sindaco Federico Sboarina, e il consigliere della Lega Alberto Zelger, promotore della mozione anti-aborto che prevede il finanziamento di associazioni “a favore della vita”. Il 4 ottobre 2018, il consiglio comunale di Verona ha approvato la mozione. Lo stesso giorno il ministro dell’Interno e vicepremier Matteo Salvini dava ufficialmente il suo appoggio al WCF di Verona.

In questo periodo i parlamentari si stanno occupando proprio di un disegno di legge molto caro alla compagine pro-life. Il 23 ottobre infatti è iniziata in commissione Giustizia al Senato la discussione sul Ddl Pillon. Essendo sede redigente, la Commissione può fare tutto il lavoro sulla legge, emendandola, esaminandola e poi votandola articolo per articolo. Quale momento migliore allora per una convention internazionale organizzata proprio dalle lobby e dalle associazioni che appoggiano quella politica, soprattutto se può vantare il patrocinio del governo e il logo della Presidenza del Consiglio dei ministri?

C’è poi un altro aspetto, ancora più oscuro. Se in questa vicenda risultano evidenti gli interessi politici della Lega – il partito di Salvini da anni è strenuo difensore della “famiglia tradizionale”, oppositore delle leggi sull’aborto e di qualsiasi norma preveda un allargamento dei diritti anche in direzione LGBTQ+ – c’è una figura che lascerebbe intravedere ulteriori scenari: Alexey Komov. L’ambasciatore del World Congress of Families e presidente onorario dell’Associazione Culturale Lombardia Russia di Luca Savoini è uno stretto collaboratore di Konstantin Malofeev, l’oligarca russo titolare del fondo d’investimento Marshall Capital Partners e socio della più grande compagnia telefonica del Paese. Dall’inchiesta sui finanziamenti illeciti alla Lega, pubblicata in questi giorni su L’Espressoproprio Komov risulta essere il collegamento fra il partito di Salvini e Malofeev, che tra le altre cose è anche sospettato da Stati Uniti e Unione europea di aver finanziato la conquista della Crimea e la guerra nel Donbass, e per questo è stato inserito nella black-list del Tesoro statunitense e del Consiglio d’Europa.

Tutta la storia del World Congress of Families è sì assurda, grottesca, a tratti paradossale, ma del tutto prevedibile. Era abbastanza prevedibile infatti che un politico con le posizioni di Fontana una volta al governo si comportasse in questo modo. Era prevedibile che la Lega facesse entrare dalla porta principale organizzazioni fondate su ideali tipici dell’Inquisizione. E purtroppo era anche prevedibile che questo governo concedesse il proprio patrocinio a un tale scempio. Ovunque tranne che in Italia, sarebbe prevedibile anche che il governo ritirasse quel patrocinio e quel logo. Ma siamo in Italia, e prevedibilmente questo non accadrà.

 

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Strappare il cuore alla Costituzione

12 Feb

 

Nella quasi totale indifferenza dei media e dei commentatori politici sta per consumarsi un delitto che avrà per vittime la Costituzione e l’unità nazionale.  

Dalla petizione No alla secessione dei ricchi

Il  15 febbraio il sottosegretario leghista Erika Stefani procederà alla firma di intese che conferiranno una maggiore autonomia ad alcune Regioni. Autonomia  che per il Veneto e la Lombardia, che l’hanno chiesta con un referendum popolare (in Lombardia hanno votato il 38% degli aventi diritto), ha un contenuto prevalentemente economico: trattenere il cosiddetto residuo fiscale nella misura di 9/10 dei tributi riscossi. Solo per la Lombardia si tratta di 27 miliardi di euro che verranno trattenuti e sottratti al bilancio statale.  

Una decisione che non  riguarda solo i cittadini di quelle regioni, ma che è una grande questione politica e sociale che riguarda tutti gli italiani. Che può portare ad una vera e propria “secessione dei ricchi”: spezzettare la scuola pubblica italiana, creare cittadini con diritti di cittadinanza di serie A e di serie B a seconda della regione in cui vivono. In pratica, i diritti (quanta e quale istruzione, quanta e quale protezione civile, quanta e quale tutela della salute) saranno come beni di cui le Regioni potranno disporre a seconda del reddito dei loro residenti. Quindi, per averne tanti e di qualità, non basterà essere cittadini italiani, ma occorrerà esserlo in una regione ricca.

Come ha detto il giornalista Marcello Paolozza in un recente convegno su questo argomento, “Se ciò avverrà non riguarderà solo i cittadini delle tre regioni, bensì tutto il Paese. Infatti si avvierà un processo politico decisivo per il suo futuro, che rischia di trasformarlo profondamente, prima di tutto nella sua Costituzione  materiale, inarrestabile nella direzione della sua  definitiva disgregazione economico, sociale, culturale e politica.”

Tutto ciò è in aperta violazione con i principi di uguaglianza scolpiti nella Costituzione. Una riforma   che deriva da quella del Titolo V che regola il rapporto tra stato centrale e autonomie locali, voluta nel 2001 da un governo di centro sinistra, e che ha avuto come “apripista” il Governo Gentiloni, nella persona del sottosegretario Gianclaudio Bressa – allora del Partito Democratico – che nel febbraio 2018  ha firmato a Palazzo Chigi una pre-intesa sulla cosiddetta “autonomia differenziata” tra il Governo e le Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Oggi quella autonomia  arriva a dama con la Lega di Salvini e la possibile complicità dei 5stelle.  E una  volta approvata sarà senza ritorno. Perché?

Lo spiega bene Gianfranco Viesti, professore ordinario di economia all’Università di  Bari,  che ha lanciato un grido d’allarme con  il  saggio “Verso la secessione dei ricchi?” scaricabile gratuitamente sul sito Editori Laterza: “Se le intese sono approvate dal Parlamento, tutto il potere di definizione degli specifici contenuti normativi e finanziari del trasferimento di competenze e risorse è demandato a Commissioni paritetiche Stato-Regione, sottratte a qualsiasi controllo parlamentare. Non è possibile tornare indietro, per dieci anni. Queste decisioni non possono essere oggetto di referendum abrogativo. Parlamento e Governo non possono modificarle se non con il consenso delle regioni interessate; ed è assai difficile immaginare che esse, una volta ottenute competenze, risorse, personale, accettino di tornare indietro.(…)”

Ulteriori informazioni, documenti e dettagli si possono trovare sul sito dell’associazione Carte in regola, che sta seguendo con particolare attenzione e trepidazione questa vicenda, e nella petizione appena lanciata dallo stesso prof. Viesti.

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Come i ‘bravi’ di don Rodrigo

6 Gen

Ecco cosa ho pensato quando alcuni sconosciuti hanno affrontato un giovane, Jacopo Valsecchi, durante il comizio di Salvini a piazza del Popolo, strattonandolo e trascinandolo fino al presidio della polizia. Il fatto è stato raccontato nel video andato in onda a Propaganda Live e Diego Bianchi ne parla anche nella sua consueta rubrica sul Venerdì di Repubblica.

Cosa aveva combinato il facinoroso Valsecchi? Quale crimine si apprestava a compiere? Quale messaggio sedizioso intendeva diffondere? Mi tremano le mani mentre lo scrivo: si aggirava nella piazza con un cartello con su scritto “Ama il prossimo tuo“. Di qui l’intervento degli sconosciuti. Chi erano? Fanatici di un’altra fede religiosa? Hooligans? Guardaspalle di Salvini che volevano evitare che il pubblico si distraesse? Non è dato saperlo, non essendosi qualificati – secondo quanto riferito – e non avendoli identificati i poliziotti cui Valsecchi è stato consegnato e che lo hanno rilasciato dopo averlo identificato (non si sa mai). Il pericoloso cartello era stato intanto sequestrato e, immagino, distrutto.

Data l’inconsistenza del fatto in sè, a me i tizi hanno fatto venire in mente i ‘bravi’ di manzoniana memoria, quei prepotenti latori di messaggi per conto di un piccolo despota. E mi hanno anche fatto pensare che nella nostra Repubblica va sempre più assottigliandosi il confine tra la libertà di pensiero e il volere dei potenti, mentre lo Stato di polizia si profila in un orizzonte sempre più fosco.

Urgente: un vaccino contro la stupidità

11 Ago

Tra le innumerevoli testimonianze e dichiarazioni di medici, specialisti, ricercatori in favore dell’obbligo di vaccinazione trovo particolarmente significativa questa lettera della dottoressa Silvia Braccini pubblicata su Vanity Fair.
Indirettamente è la migliore risposta ai vaneggiamenti esternati qui dalla senatrice Taverna  e da tanti come lei. Una lettera che funge un po’ come un vaccino contro la stupidità.
 

«Cara Senatrice Taverna sono estremamente delusa come italiana, come cittadina e come medico, da quello che ha detto in materia di vaccini.

Ha reso questo Paese non più libero, ma oppresso dall’ignoranza e dalla cecità. Ogni anno milioni di volontari sanitari rischiano la vita in giro per il mondo per salvare migliaia di piccole vite da malattie che hanno decimato intere popolazioni. E noi, del mondo ricco e civile, torniamo indietro di mille anni contro ogni ragione.

I nostri bambini non sono bestiame. Sono solo bambini a cui garantiamo un futuro. Perché non proibiamo anche tutte le altre scoperte scientifiche che hanno cambiato la sopravvivenza dell’uomo moderno e che hanno comunque possibili complicanze?

Proibiamo tutte le chirurgie.
Proibiamo il vaccino anti Hpv contro i tumori della cervice uterina.
Proibiamo le coronarografie che ogni giorno salvano la vita a centinaia di persone colpite da infarto.
Proibiamo la trombolisi primaria per tutti i pazienti colpiti da ictus cerebrali.
Proibiamo le trasfusioni.
Proibiamo gli antibiotici.
Spegniamo la luce, torniamo nel Medioevo.

Ma non ci chieda poi, a noi medici, di fare miracoli. Non ci chieda di piangere la morte dei nostri bambini.
La piangiamo da oggi. La piangeremo domani. Impotenti davanti ad una «politica» che riduce a voti politici e a tweet la scienza.

Mi vergogno, onorevole.
Mi vergogno profondamente.
Mi vergogno di essere rappresentata da lei e chi pensa sia giusto non vaccinare.
Mi vergogno di stare in un paese in cui le decisioni sulla sanità e sicurezza pubblica, perché è di questo che si tratta, vengono prese da persone non preparate sulla materia, non adeguate nemmeno lontanamente a parlarne pubblicamente e criticamente.

Per fare il mio lavoro, il medico anestesista rianimatore, ci vogliono sei anni di università, uno di abilitazione statale e cinque di scuola di specializzazione. Ci occupiamo di vite. È normale. Doveroso. Importante. Per fare il suo lavoro da Senatrice, basta prendere voti. Parlare sui social. Avere fortuna. Essere nel momento giusto con le persone giuste e al posto giusto. E questo non è giusto. Perché voi per un voto condannate il nostro Paese al ritorno delle malattie che avremmo dovuto debellare.

Condannate bambini al rischio di non poter crescere. Condannate noi a guardare il vostro irresponsabile scempio con responsabile impotenza. È un mondo ingiusto il nostro, Senatrice. È un paese ingiusto il nostro. Ma soprattutto è ingiusto che chi come lei, accompagnata da cattivi consigli e ignoranza dovuta al suo non essere competente in immunologia e malattie infettive, non sarà costretta a vedere un bambino morire di morbillo. Lei non lo farà. Lei e i suoi colleghi politici amanti dei selfie, dei social, dei video mentre siete al lavoro, non li vedrete. E quando sarà il momento, darete la colpa a qualcun altro.

Dorma bene Senatrice, stanotte.
Dorma bene Senatrice, sempre.
Lo faccia anche per me. E per tutti i miei colleghi a cui ha tolto il sonno, la speranza, e la serenità.
Vorrei avere la sua ostentata sicurezza.
Vorrei poter credere ancora di poter fare il mio lavoro nel migliore dei modi in questo mio paese che non riconosco più e di cui mi vergogno.

Dorma bene, Senatrice.
E si ricordi sempre che il mio lavoro è un privilegio, e dovrebbe esserlo anche il suo».

Silvia Braccini, un medico

 

Orfini come Macbeth

14 Mag

Di fronte all’allucinante e demenziale affermazione di Orfini sui sindaci di Roma che accosta incautamente Ignazio Marino ad Alemanno e Raggi, l’indignazione supera lo stupore. Per descrivere sinteticamente  l’uomo si potrebbero citare Dostojewsky o, meglio ancora, Bertolucci, ma preferisco Shakespeare (anche se il Bardo parlava della vita):  “…non è che un’ombra che cammina, un povero commediante che si pavoneggia e si agita sulla scena per la sua ora, e poi non se ne parla più; è una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla”.

Esagero, ovviamente, Orfini non è uno qualunque.  Da sempre nel Pd, è stato segretario del circolo Mazzini a Roma e conosce bene – dovrebbe conoscere – la realtà cittadina e in particolare quella delle periferie, vivendo a Tor Bella Monaca. Stranamente però, non ha colto il disagio, la crecente protesta e l’allontanamento degli elettori  dal Pd di quelle zone: ma non è stata l’unica sua disattenzione. Non si accorse, per esempio, che mafia e corruzione politica si stavano impadronendo di Roma, nonostante il corposo e preoccupante Libro bianco sulla criminalità organizzata a Roma commissionato da Marco Miccoli, segretario del Pd romano nel 2012, l’avesse anticipato. Scriveva Miccoli:

“…il libro spiega con molta chiarezza non solo l’origine della criminalità organizzata a Roma, smentendo tutti quei luoghi comuni che per decenni hanno affermato che la mafia a Roma non esisteva, ma anche il sistema economico messo in piedi negli ultimi anni dagli emissari della mafia, fatto di politica e occhi chiusi, di società vuote e prestanome, di riciclaggio di denaro e investimenti.”

Si fanno cifre e riferimenti a fatti, ma Orfini non commenta. Non so neppure se l’abbia letto, ma sarebbe grave.
Non passano due anni, scoppia Mafia Capitale e Orfini cade dalle nuvole. Non solo, chiama a correi i militanti che non avevano tempestivamente denunciato il malaffare: l’ha ripetuto più volte e l’ho sentito con le mie orecchie al circolo di Ponte Milvio. Dopo di che, viene nominato commissario del Pd romano (un assurdo) e comincia subito a massacrarlo. Anticipa che nei conti della Federazione romana c’è una voragine (interrogato sui bilanci tacerà e non li mostrerà mai) e sottrae ai circoli ogni capacità economica e quindi di attività sul territorio, costringendoli a versare i proventi del tesseramento ai circoli municipali inventati per l’occasione e affidati ai suoi fedelissimi, come Esposito (che più tardi farà inserire nelle Giunta Marino per affilare il coltello che poi verrà piantato nella schiena del sindaco). Invece di chiamare iscritti e militanti a denunciare le infiltrazioni e i circoli di comodo gestiti dai padroni delle tessere incarica i ragazzi della sua corrente, i Giovani turchi, ad un’estenuante maratona telefonica sulle tessere false di cui non si saprà mai nulla. Anticipa pomposamente una indagine sui circoli commissionata a Fabrizio Barca, il quale produce un rapporto sconvolgente, Mappa il Pd, da cui emerge che 27 circoli su 110 “sono dannosi, pensano solo al potere”. Risultato? Nulla di fatto. Oggi Barca – immagino deluso dal Pd – si occupa di disuguaglianze con la Fondazione Basso.

Foto di SKYtg24

Orfini, invece, sempre obbediente e prono alle disposizioni di Renzi, condivide le misteriose (ma non tanto) antipatie del segretario per Marino e a ottobre del 2015 dichiara che “ È finita perchè si è rotto il rapporto con la città”. Dimenticando che il sindaco è stato eletto da una maggioranza schiacciante di votanti e quel che è grave ignorando il solenne monito dell’art. 1 della Costituzione: “La sovranità appartiene al popolo” (che per uno che si dice ‘democratico’ è imperdonabile). Quello stesso popolo romano lo smentì subito clamorosamente dimostrando nella piazza del Campidoglio strapiena e debordante che non aveva delegato nessuno a decidere al suo posto, ma Orfini, ormai scendiletto confesso di Renzi, non ne tenne conto e condusse dal notaio 19 consiglieri del Pd che insieme a quelli dell’opposizione (!) votarono la sfiducia al sindaco Marino. Il Pd romano si avviò così mestamente e celermente all’estinzione:  alle elezioni dopo il commissariamento del Comune trionfano – come era stato previsto anche dai sampietrini – i 5 stelle e Virgina Raggi. Non solo: dei 15 municipi (tutti) conquistati dal Pd con Marino ne restano solo due: quelli centrali abitati dai ceti più alti e quindi certificando la perdita di ogni contatto del Pd con quelli minori, quelli dei dimenticati. E ancora Orfini si meraviglia e addebita la sua catastrofe elettorale alla politica speculativa dei 5 stelle se non ai 28 mesi (in totale) della giunta Marino. 

Per come la vedo io, il massimo delle potenzialità politiche di Orfini consiste nel giocare alla Playstation e far vincere sempre  il capo, plaudendo entusiasta alla sua abilità. Le sue fortune politiche, peraltro, consistono nell’essere così insignificante e servile da essere stato facilmente individuato da Renzi come il miglior candidato alla presidenza del partito.  Non gli avrebbe mai fatto ombra e al minimo aggrottar di ciglia del segretario si sarebbe subitamente precipitato a fare i caffè. E quindi a me viene da chiedere alle persone che stimo rimaste ostinatamente nel Pd: come fate a tollerarlo come presidente?

Oggi, nel pieno della bagarre per la ricerca di un governo da cui il Pd si è autoescluso, Orfini non trova di meglio che esprimersi sui sindaci della sua città, per cui ha fatto solo disastri. Ovvio: alla prossima assemblea si prevede che il reggente Martina venga disarcionato e quindi la guida del partito fino al congresso passerà a lui, il presidente.
Povero Pd.

 

 

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