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Ancora sulla disuguaglianza

17 Mag

La disuguaglianza sta uccidendo il nostro modello di società.  E quello nuovo fa davvero schifo.
Pare un’affermazione azzardata, ma basta leggere l’articolo di Repubblica sul nuovo rapporto ISTAT per averne la riprova. Nel mio piccolo ne avevo già parlato, qui e qui, ma quello che leggo oggi non è più solo un grido d’allarme: è il grido disperato di un’Italia che non vede futuro, non ha speranze.
Mentre la politica pare non avvedersene e non aver voglia di ascoltare.

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COME UNA CASA SENZA FINESTRE
In un piccolo borgo di montagna del nostro nord-est, un mondo chiuso e apparentemente quasi ostile, il giovane carabiniere Paternò si trova di fronte al duplice omicidio di due cacciatori. Paternò non è un carabiniere comune: nonostante la giovane età ha una storia alle spalle che pesa sulla sua esistenza, con angoli bui che non conosce o forse non vuole esplorare e le indagini cui si dedica senza il permesso dei suoi superiori conducono in diverse direzioni. Incontra così vari personaggi che rappresentano tutti insieme un conciso panorama delle due realtà di una certa Italia: retriva per un lato ma dall’altro generosa, ottusa per un verso ma per un altro aspetto aperta alle istanze sociali.

La storia si sviluppa su due piani paralleli scritti uno al passato e l’altro al presente, come la personalità di Paternò che si è evoluta su due dimensioni: quella della tragedia familiare e quella intima e personale, che si sono intrecciate fino a costruire un insieme complesso che parlando di sé descrive come ‘una casa senza finestre’. Accade così che accanto all’indagine ne origini inconsapevolmente una seconda in cuicopertina-cucsf
Paternò insegue soprattutto due cose che non ha avuto dalla vita: giustizia e amore. Le incontrerà entrambe un poco alla volta attraverso piccole conquiste e sconfitte e alla fine riuscirà, dando un contributo fondamentale, a risolvere il caso e contemporaneamente a scoprire quel sentimento che ha rappresentato la chiave nascosta della sua ricerca.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/296575/come-una-casa-senza-finestre/

Di migranti, di chi li salva e di chi ci specula

8 Mag

I nuovi mercanti di carne umana, quelli che sfruttano la disperazione delle migliaia che fuggono da guerre, persecuzioni, fame, povertà, non sono soli. Gli tengono compagnia oggi chi specula sui falsi allarmi per guadagnare qualche titolo di giornale o per manifesta mancanza di buon senso, e sui quali mi (e vi) risparmio ogni  considerazione.

Il mensile Vita ha pubblicato un’inchiesta sulla bufala circa le collusioni tra alcune ONG e i trafficanti. E’ chiara, sintetica, documentata e la ripropongo. Per apprezzare (si fa per dire)  l’ignoranza e la sfrontatezza di chi ha sostenuto quell’ipotesi, riporto integralmente il brano citato da Vita tratto dal rapporto Frontex da cui tutto ha avuto origine. Secondo i denuncianti, nel rapporto venivano chiaramente indicati i rapporti intercorrenti tra le ONG e i trafficanti. E allora ecco l’unico riferimento alle organizzazioni umanitarie, dove viene chiaramente illustrato come la loro attività di ricerca e salvataggio (SAR:  Search And Rescue) ha avuto conseguenze non intenzionali da cui i trafficanti hanno tratto indirettamente vantaggio (il neretto è mio).

In this context, it transpired that both border surveillance and SAR missions close to, or within, the 12-mile territorial waters of Libya have unintended consequences. Namely, they influence smugglers’ planning and act as a pull factor that compounds the difficulties inherent in border control and saving lives at sea. Dangerous crossings on unseaworthy and overloaded vessels were organised with the main purpose of being detected by EUNAVFOR Med/Frontex and NGO vessels. Apparently, all parties involved in SAR operations in the Central Mediterranean unintentionally help criminals achieve their objectives at minimum cost, strengthen their business model by increasing the chances of success.

E questo che segue è, invece, il citato e meritorio articolo di Vita.

28 aprile 2017

Frontex, la Procura di Catania, la politica e la stampa. È questo il triangolo delle Bermuda in cui le organizzazioni non governative impegnate nel Mediterraneo sono finite. Proviamo a fare fact checking

La notizia è nota e ormai su tutte le prime pagine da giorni. Ma com’è nata la vicenda delle ong che sarebbero colluse con i trafficanti di uomini? È il caso di ricapitolare come sia andata la vicenda sin dall’inizio.

Il primo tassello: Frontex

Il primo colpo arriva da Frontex. L’ex agenzia Ue delle frontiere esterne appena trasformata in una nuova Agenzia europea delle guardie di frontiera e costiera avrebbe scritto in alcuni rapporti interni che le Ong più attive nel soccorso ai migranti irregolari sarebbero colluse con gli scafisti sulle rotte migratorie dalla Libia all’Italia. A renderlo noto è il Financial Times già il 15 dicembre 2016. Si tratterebbe di rapporti interni e riservati. Frontex non commenta. Solo il 23 aprile 2017 però, cinque mesi dopo e a caso ormai esploso, si scopre che nel rapporto Rysk Analysis 2017” sul fenomeno dell’immigrazione l’agenzia Frontex non usa mai l’espressione “taxi” o “taxi del mare”. Né sostiene che le organizzazioni non governative siano “in collusione con gli scafisti”.

A pagina 32 del rapporto, infatti, si legge piuttosto che le operazioni delle ONG potrebbero avere “unintended consequences”. Le stesse “conseguenze involontarie” che potrebbero avere le attività dell’EUNAVFOR MED, la task force istituita dal Consiglio europeo per salvare i naufraghi capitanata dall’ammiraglio italiano Enrico Credendino».

Dunque le fondamenta dell’inchiesta, la base su cui si poggia e si poggerà tutta la campagna diffamatoria nei confronti delle ong si rivela una bufala. Ma è ormai troppo tardi. La macchina è partita è fermarla è impossibile. Da qui cominciano ad entrare in scena tutti i co-protagonisti che, partendo da una premessa falsa costruiranno, tassello per tassello, il castello accusatorio.

La procura di Catania e le indagini

Il procuratore Carmelo Zuccaro nel febbraio 2017 annuncia di avere aperto una “indagine conoscitiva” sulle Ong che operano nel Canale di Sicilia sulla base di un rapporto di Frontex dove si ipotizza che le modalità operative delle navi umanitarie finiscono con il favorire i trafficanti. Dichiara, in un tour televisivo instancabile, di essere in possesso di “evidenze” su contatti diretti tra trafficanti ed esponenti di alcune ong e di dati che proverebbero ripetuti interventi all’interno delle acque territoriali libiche e di episodi in cui alcune navi spengono i trasponder (un segnale radar che segnala il tracciato delle navi e il loro punto nave). Addirittura il procuratore arriva a dichiarare alla stampa che non è esclusa l’ipotesi che alcune Ong siano “finanziate” dagli stessi trafficanti di esseri umani e che l’operazione delle Ong sarebbe volta a destabilizzare politicamente ed economicamente l’Italia.

Questo finché non appare per l’ennesima volta in tv, questa volta nella trasmissione Matrix del 26 aprile 2017. Qui in diretta nazionale con candore ammette non solo di non avere alcuna prova anche solo indiziaria, ma neanche di “materiale probatorio utilizzabile giudiziariamente”. Repubblica avanza, in un articolo l’ipotesi che si tratti di «segnalazioni dei servizi segreti e della stessa Frontex». Quello che risulta evidente è comunque che al momento non ci sono riscontri. La Procura di Catania si è messa comunque a verificare i bilanci di alcune Ong che denunciano donazioni private molto consistenti e spese di centinaia di migliaia di euro al mese per la gestione delle navi. Come se la gestione di una nave possa essere economica e, se gestita da un ente non profit, sostenuta da fondi diversi dalle donazioni. Altre due inchieste sono aperte a Palermo e Trapani e una indagine conoscitiva è in corso davanti alla Commissione Difesa del Senato. È di queste ore la notizia che il Csm prenderà in esame lka questione. «Dopo aver sentito i capi di corte e il presidente della prima commissione, Giuseppe Fanfani, sottoporrò il caso Zuccaro all’esame del comitato di presidenza alla prima seduta utile fissata per mercoledì 3 maggio», ha spiegato il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini.

Di Maio e la battaglia politica

A fare propria la battaglia contro le Ong è il vice presidente della Camera Luigi Di Maio. A più riprese è lui a scaraventare la faccenda al centro dell’attenzione parlando di “taxi del mare” di ong spalla dei trafficanti. La teoria del politico a 5stelle si poggia sulle accuse di Frontex (che come abbiamo visto non esistono) e sulle prove del procuratore Carmelo Zuccaro (che come abbiamo visto non ci sono). È talmente vero che Di Maio col tempo deve correggere il tiro. E sempre più si avvicina alla posizione reale di Frontex: potrebbe essere che le navi delle ong costituiscano, loro malgrado, un acceleratore dei viaggi delle carrette del mare. Viene da pensare che si tratti di un mero calcolo politico. Come spiega bene Luca De Biase sul magazine Vita di aprile, i movimenti populisti sono maestri nel gestire l’informazione all’epoca del social media.

Intanto nelle ultime ore però a provare a porre un freno alla polemica è intervenuto il ministro degli Interni Minniti che ha sottolineato: «Bisogna evitare generalizzazioni e giudizi affrettati, attenendosi a una rigorosa valutazioni degli atti». Tradotto: o si portano le prove o si tace.

La stampa e le prove presunte

L’ultimo tassello è il circo mediatico. Di Maio accende la miccia e la stampa italiana, in prima fila La Stampa di Torino, invece di verificare comincia a fare da gran cassa di risonanza. Anzi in alcuni casi, come quello del famoso video che proverebbe i loschi traffici fra Ong e scafisti, si esibisce in vere e proprie notizie inventate o gonfiate.

Rimane solo una domanda: a chi giova? Perché questo fuoco di fila contro le Ong e la politica di salvataggio nel Mediterraneo. È difficle pensare che un castello simile si sia creato da solo. Intanto in Francia sono giorni di elezioni e in Italia ci sono le primarie del Pd. Un caso? Forse. La certezza è che le fake news non sempre sono sciocchezze che appaiono sulla bacheca di Facebook.

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I racconti, le storie brevi, sono come quegli sguardi lanciati da una finestra aperta che permettono di vivere quanto accade giù nella strada, nella vita di tutti i giorni, di immaginare i pensieri dell’ignoto passante o il dialogo dell’altrettanto ignota coppia mentre vengono percorsi i pochi metri che la visuale consente.
In questi dieci racconti c’è quasi sempre Roma, come sfondo o protagonista, ma i personaggi, con le loro personalità, le manie, le loro storie personali, potrebbero esistere ovunque: per conoscerli, e conoscere le loro storie, basta affacciarsi a questa finestra.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/racconti/322551/la-finestra-aperta-3/

 

A proposito di Alitalia

25 Apr

A proposito di Alitalia, vale la pena di ricordare come e perché nel 2008 un governo dotato di ampi poteri fece di tutto (nel senso più ampio dell’espressione) per condurre la compagnia verso il baratro, respingendo sdegnosamente – per puro calcolo politico – l’offerta di Air France e KLM.
Il presidente del consiglio di quel governo (si fa sempre per dire, eh) si chiamava Silvio Berlusconi.

Qui trovate una breve storia dei fatti e qui la cronaca del passaggio a Etihad nel 2014 con le prospettive del nuovo management.

 

 

 

 

 

 

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In questi dieci racconti c’è quasi sempre Roma, come sfondo o protagonista, ma i personaggi, con le loro personalità, le manie, le loro storie personali, potrebbero esistere ovunque: per conoscerli, e conoscere le loro storie, basta affacciarsi a questa finestra.

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Renzi e la zappa sui piedi.

28 Mar

Non solo continua a darsela, ma se ne compiace pure. E’ quello che mi viene in mente leggendo il suo “pensierino”  nella sua E-news 465. Eccolo:

Pensierino della sera. In questi giorni ripartono le polemiche sul sindaco di Roma. Le (presunte) firme false sono l’ultima goccia. E la settimana bianca, e l’abuso d’ufficio, e l’avviso di garanzia, e la funivia. Continuo a pensare che noi dobbiamo rifiutare questa linea di battaglia. È vero, lo sappiamo tutti: se la Raggi avesse avuto la tessera del PD, il blog di Beppe Grillo l’avrebbe disintegrata ogni giorno con post virali e accuse infamanti. Ma siccome lei appartiene al movimento, loro la difendono. Bene, ma allora non facciamo noi i grillini. Non inseguiamoli nel loro terreno finto moralista e molto doppiogiochista. Parliamo di cose concrete, incalziamoli sul fatto che i loro progetti sono irrealizzabili, raccontiamo la nostra idea di Italia. Ma non inseguiamoli nel loro atteggiamento di scontro. Se ci sono firme false, lo dirà la magistratura, non una trasmissione televisiva. Fino a quel momento, massimo rispetto per il Sindaco che i romani hanno scelto. E buon lavoro. E se loro usano un altro metodo, peggio per loro: gli italiani sapranno valutare e decidere.

Mi hanno colpito, ancora una volta, la disinvoltura, la contraddizione e la memoria corta di
quest’uomo. Evidentemente ha rimosso, o pensa che gli italiani (e i romani in particolare) si siano
 dimenticati di cosa è stato capace di combinare lui – appoggiato dal suo sodale e complice Orfini – ai danni del sindaco Ignazio Marino, di Roma e dello stesso Pd cittadino.

Si meraviglia, questo pseudo-campione della democrazia, che gli elettori e i militanti cinquestelle siano solidali con chi hanno eletto, invece di contrastarlo come fecero i consiglieri Pd con Marino. Invoca massimo rispetto per il Sindaco che i romani hanno scelto, lui che per primo (e per ragioni ancora ignote, ma che mi auguro non per molto) puntò il dito contro un sindaco eletto dal 67% dei votanti, con una solida maggioranza in Giunta e con tutti i 15 municipi presidiati dal Pd, dando  così il via ad una ignobile manovra di corridoio che condusse a quel disastro elettorale di cui oggi a Roma subiamo le conseguenze.

Vorrei essere Giachetti per potergli dire come ha la faccia. Ma sono una persona educata.

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I racconti, le storie brevi, sono come quegli sguardi lanciati da una finestra aperta che permettono di vivere quanto accade giù nella strada, nella vita di tutti i giorni, di immaginare i pensieri dell’ignoto passante o il dialogo dell’altrettanto ignota coppia mentre vengono percorsi i pochi metri che la visuale consente.
In questi dieci racconti c’è quasi sempre Roma, come sfondo o protagonista, ma i personaggi, con le loro personalità, le manie, le loro storie personali, potrebbero esistere ovunque: per conoscerli, e conoscere le loro storie, basta affacciarsi a questa finestra.

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Il bue che dice ‘cornuto’ all’asino.

21 Mar

Nel paragrafo denominato C’è chi è democratico e chi no: il congresso e le comunarie nell’e-news  464 di Matteo Renzi, si può  leggere quel che segue:

Ora io sento di poter dire che i politici mi hanno abituato a sentire di tutto e quindi che non mi stupisco più di nulla. Mi corre però l’obbligo, da cittadino ed elettore (non dei 5 stelle, ci tengo a sottolinearlo) di ristabilire la verità, fin quando possibile. E la verità è che nel caso dei candidati sindaci 5 stelle Renzi non può permettersi di fare lo spiritoso sulla democrazia praticata da Grillo.
Non può perchè lui e il suo braccio armato Orfini hanno fatto ben di peggio. Hanno ordito la manovra per ottenere la decadenza del sindaco Ignazio Marino, un sindaco democraticamente eletto dai romani con 664.490 voti, pari al 63,93 per cento. Hanno disinvoltamente (e stupidamente, visto il seguito) ignorato il primo bene di una democrazia: la sovranità popolare, sancita dalla nostra Costituzione.
Cosa, peraltro, i due sodali ci abbiano guadagnato non lo si è ancora saputo, ma io sono ottimista: vedrete che alla fine uscirà fuori. Intanto, i romani subiscono ogni giorno le conseguenze del misfatto.  

Sempre a proposito di democrazia e di regole, oggi è stata resa nota una sentenza da cui si può dedurre che il l’ex-commissario Orfini, nonché Presidente del Pd nazionale, nonché segretario ad interim/reggente della segreteria dello stesso, non conosce le norme che regolano la vita del suo partito o che, se le conosce, non le tiene in alcuna considerazione.

Riporto dal post di Giancarlo Ricci su Facebook: “La terza sezione del Tribunale civile di Roma, nella persona del giudice Buonocore, ha infatti annullato la delibera della Direzione del PD Roma dell’11 giugno 2015 con cui veniva gravemente colpita l’autonomia organizzativa, patrimoniale e politica dei Circoli territoriali, dei Circoli del lavoro e di quelli tematici riducendoli al rango di sezioni di 15 Circoli municipali diretti da sub commissari nominati dallo stesso Orfini. Il giudice ha riconosciuto, come da noi sostenuto, che tale decisione poteva essere assunta soltanto dall’Assemblea cittadina, e che inoltre il merito della delibera violava in più punti lo Statuto nazionale e regionale del PD, con conseguente lesione dei diritti degli iscritti. Di più, il giudice ha affermato nelle sue argomentazioni che anche la delibera del 27 settembre 2015 – la cui efficacia peraltro è già stata sospesa con decisione di un altro giudice in un distinto procedimento – debba ritenersi non valida perché riproduce sostanzialmente gli stessi vizi e le stesse violazioni della delibera precedente.

E per un partito che si definisce ‘democratico’ mi pare ce ne sia abbastanza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Eutanasia.

19 Mar

Chiamiamo le cose col loro nome: ‘eutanasia’ viene dal greco antico e vuol dire letteralmente ‘buona morte’. Ed è tutto qui: il diritto per chiunque lo voglia di porre fine alla propria esistenza nel modo più dignitoso e meno doloroso possibile.  Tenere in vita contro ogni intenzione e con ogni sistema possibile chi invece non vuole sopportare oltre il calvario di cui è oggetto è una violenza ed è contrario ad un elementare umano diritto.  Anche la nostra Costituzione (art. 32,2) ne fa cenno: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Detesto quindi l’ipocrisia che si nasconde dietro alcuni giri di parole (“legge sul fine vita”  è uno di questi. ‘Legge sull’eutanasia’ basta e avanza): non parliamo poi dei distinguo e delle sottigliezze che si nascondono nelle discussioni che vanno avanti da anni nel nostro Parlamento. Ancora non si intravede una luce in fondo al tunnel in cui sono finiti i tanti per cui una legge chiara, definitiva e soprattutto civile è necessaria.

Wired ha ricordato recentemente perché lo sia, e quanto sia urgente, una legge che regoli la materia. Lo ha fatto con questo articolo di Simone Valesini che riporto qui di seguito integralmente.

Le storie che ci ricordano l’importanza di una legge sul fine vita

Sono stati diversi, negli ultimi anni, gli episodi che hanno portato sotto i riflettori la necessità di norme chiare sui temi del fine vita, dell’accanimento terapeutico e del biotestamento. Ricordiamoli insieme

Eutanasia diretta o indiretta, volontaria e involontaria. Suicidio assistito, Dat o biotestamento, sedazione profonda. Sono tanti i temi, le sfaccettature e le posizioni che si mischiano quando si parla di fine vita. Una legge sul testamento biologico (e il consenso informato), come quella che verrà discussa nelle prossime settimane alla Camera, non è una legge sull’eutanasia. Non permetterà di scegliere quando è il momento di andarsene, e non avrebbe aiutato in alcun modo Fabio Antoniani nella sua battaglia per affrontare la morte alla proprie condizioni. Eppure sono stati proprio i suoi appelli a smuovere la palude in cui si era arenata la legge, e a spingere il Parlamento ad affrontare nuovamente la questione. Perché senza un nuovo volto, un nuovo paziente con il suo inevitabile strascico di controversie e processi, continuiamo a dimenticarci con quanta urgenza il nostro paese ha bisogno di una legge sul tema del fine vita. Quello dj Fabo d’altronde è solo l’ultimo di una lunga lista di casi che hanno spaccato in due la classe politica, riaccendendo il dibattito su un tema discusso ormai da decenni.

Eluana Englaro
Nel 1992 la ventunenne Eluana Englaro rimase coinvolta in un incidente stradale, che la costrinse in uno stato vegetativo persistente. È una delle conseguenze più drammatiche, e controverse, du questa condizione: il paziente è in stato di veglia, ha gli occhi aperti e presenta il ciclo sonno/veglia, compie alcuni movimenti, ma non presenta alcun contenuto di coscienza. È vivo quindi, ma privo di alcuna volontà o consapevolezza di ciò che lo circonda. Per sopravvivere, il corpo incosciente di Eluana Englaro era attaccato a un respiratore, e veniva alimentato artificialmente. Dopo sette anni, nel 1999 il padre Beppino Englaro decise di intraprendere una battaglia per sospendere i trattamenti alla figlia, reputati un eclatante caso di accanimento terapeutico.

Nel corso del processo diversi amici di Eluana testimoniarono come, di fronte a casi simili, avesse dichiarato di ritenere più dignitosa la morte alla sopravvivenza in stato vegetativo. Il processo spaccò il paese, e si concluse (dopo diversi gradi di giudizio, ricorsi e rinvii) nel 2008 quando la corte di appello di Milano autorizzò la famiglia a sospendere le cure, autorizzando anche il ricorso a sedativi e antiepilettici per accompagnare la ragazza verso il decesso. La dipartita di Eluana si trasformò a quel punto in una corsa contro il tempo, con il governo allora guidato da Silvio Berlusconi (secondo cui Eluana Englaro aveva ancora “un bell’aspetto”) che cercò fino alle ultime ore di vita della ragazza di approvare un decreto legge per impedire la sospensione dell’idratazione e dell’alimentazione.

Piergiorgio Welby
Giornalista, attivista politico, pittore e poeta. Piergiorgio Welby fu colpito sin dall’adolescenza da una forma di distrofia muscolare che lo privò progressivamente della possibilità di camminare, arrivando a paralizzarlo completamente nel 1997 e costringendolo a una tracheotomia e alla ventilazione forzata. Nel 2006, Piergiorgio Welby chiese ufficialmente il diritto all’eutanasia, appellandosi all’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Il 16 dicembre dello stesso anno, il tribunale di Roma respinse però la richiesta di porre fine all’accanimento terapeutico presentata dai legali di Welby, lamentando un “vuoto normativo” sulla possibilità di interrompere la respirazione assistita.

Pochi giorni più tardi, il 20 dicembre, l’anestesista Mario Riccio eseguì ugualmente la procedura richiesta da Piergiorgio Welby, somministrando un sedativo e staccando il respiratore. Il primo febbraio dell’anno successivo il medico ricevette il sostegno dell’Ordine dei medici, che chiuse poi la procedura aperta nei suoi confronti. E quindi quello della magistratura, arrivato il 24 luglio dello stesso anno, con il proscioglimento con formula piena dall’accusa di omicidio di consenziente.

Il funerale di Welby si è tenuto il 24 dicembre 2006 in piazza Don Bosco a Roma, di fronte alla chiesa che i familiari avevano scelto per la cerimonia religiosa vietata dal vicariato di Roma perché la richiesta di porre fine alla sua vita venne ritenuta in contrasto con la dottrina cattolica.

Giovanni Nuvoli
Quella di Giovanni Nuvoli se possibile è una vicenda ancora più tragica. Attivista, arbitro di calcio ed ex rappresentante di commercio, Nuvoli si trovò a lottare con una grave forma di sclerosi laterale amiotrofica, che in sei anni lo costrinse a letto, completamente paralizzato. Chiese più volte ai medici di staccare il respiratore che lo teneva in vita, ma quando il 10 luglio 2007 l’anestesista Tommaso Ciacca stava per eseguire le sue volontà, la procedura venne bloccata dall’intervento dei carabinieri di Alghero e della procura di Sassari.

Obbligato dalla giustizia a vivere in quello che aveva definito “un involucro che non riconosco più come il mio corpo”, Nuvoli iniziò uno sciopero della sete e della fame che lo portò alla morte dopo sette giorni di agonia, nei quali un uomo di un metro e 85 centimetri di altezza arrivò a pesare solamente 20 chili.

Elena Moroni
Nel 1998, la 46enne Elena Moroni viene ricoverata per una malattia del sangue e finisce in un coma irreversibile, attaccata a un respiratore che la tiene in vita. Il marito, straziato, decide di compiere quello che definirà in seguito “un estremo gesto di amore”: entra nel reparto di rianimazione armato di una pistola (scarica) e minacciando i medici e il personale dell’ospedale stacca il respiratore della moglie, lasciandola morire. L’uomo viene quindi arrestato, e processato per omicidio.

La sentenza di primo grado, arrivata nel 2000, lo vede condannato a sei anni e sei mesi di reclusione per omicidio, perché la donna sarebbe stata considerata cerebralmente viva dai giudici al momento dell’irruzione nel reparto. In appello però la sentenza viene stravolta: assoluzione piena, perché è impossibile stabilire se Elena Moroni (in coma irreversibile) fosse realmente viva al momento della rimozione del respiratore.

Carlo Maria Martini
Nel 2012, il cardinale Carlo Maria Martini fu colpito da un aggravarsi del Parkison di cui soffriva ormai da circa 16 anni. La malattia gli rendeva impossibile mangiare e bere da solo e, di fronte alla possibilità di ricorrere ad alimentazione e idratazione artificiale, il cardinale disse no. Nelle ultime ore venne sedato (un intervento palliativo permesso dalla legge italiana nei pazienti destinati inevitabilmente a morire) e accompagnato al decesso dai familiari.

Si può parlare di eutanasia in questo caso? All’epoca si discusse molto: per qualcuno non c’è nessuna differenza con il caso di Eluana Englaro, tenuta in vita unicamente dalle macchine proprio come sarebbe potuto accadere, almeno per qualche tempo, anche al cardinale; per altri sono casi completamente differenti perché il cardinale era destinato comunque a morire di lì a poco, e ha chiesto solamente di non rimandare inutilmente la sua dipartita. A prescindere dalle sottigliezze tecniche, il cardinale Martini verrà ricordato come un uomo che ha avuto la forza, e la possibilità, di lasciare questo mondo alle proprie condizioni.

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COME UNA CASA SENZA FINESTRE
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La storia si sviluppa su due piani paralleli scritti uno al passato e l’altro al presente, come la personalità di Paternò che si è evoluta su due dimensioni: quella della tragedia familiare e quella intima e personale, che si sono intrecciate fino a costruire un insieme complesso che parlando di sé descrive come ‘una casa senza finestre’. Accade così che accanto all’indagine ne origini inconsapevolmente una seconda in cui Paternò insegue soprattutto due cose che non ha avuto dalla vita: giustizia e amore. Le incontrerà entrambe un poco alla volta attraverso piccole conquiste e sconfitte e alla fine riuscirà, dando un contributo fondamentale, a risolvere il caso e contemporaneamente a scoprire quel sentimento che ha rappresentato la chiave nascosta della sua ricerca.

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Verdini: uno così ce lo teniamo ancora al Senato?

5 Mar

Grazie a Valigia Blu, ho potuto rintracciare questo servizio di Report del 2013 che va visto per intero: come dice Milena Gabanelli in apertura (4’50”), Verdini è “la sintesi di un sistema che si è tanto abituato alla malattia da considerarlo la normalità.”
Scrive Valigia Blu: “Denis Verdini è stato condannato in primo grado a nove anni di reclusione con interdizione perpetua dai pubblici uffici, per i reati di bancarotta fraudolenta e truffa allo Stato, nel processo sul fallimento del Credito Cooperativo Fiorentino, di cui è stato presidente per vent’anni e fino al 2010. Secondo l’ipotesi accusatoria avrebbe trasformato l’istituto “nel suo bancomat privato” e in centro di “potere e comando”, favorendo i propri interessi e quelli di “amici di affari come Riccardo Fusi e Roberto Bartolomei”, imprenditori condannati entrambi a 5 anni e 6 mesi. Due anni e mezzo, invece, la pena calcolata per il deputato Massimo Parisi. Degli affari bancari e editoriali del senatore Report ha raccontato nel 2013.”

Ora, si può essere garantisti fin che si vuole ma una condanna a 9 anni, accompagnata dall’interdizione perpetua dai pubblici uffici, inflitta a un senatore della Repubblica, amico e sostenitore dell’ex-presidente del consiglio, a me normalissimo cittadino non pare sia cosa da poco.  E non mi pare cosa da poco che costui sia noto più per la sua costante assenza in Parlamento che per l’attività per cui è profumatamente pagato dai contribuenti; che abbia usato la sua influenza e la sua carica di presidente del Credito Cooperativo Fiorentino (una banca fondata nel 1909) per finanziare le sue attività editoriali e le imprese degli amici, fino a farla fallire. Per non dire poi del resto, ampiamente documentato nel servizio insieme a tutta la carriera politica di Verdini, i suoi affari personali, la rete di amicizie, i fasti e i fallimenti. E la domanda che come elettore mi sono rivolto più volte guardando il servizio è la stessa con cui la Gabanelli conclude: “Cosa ha fatto Verdini per il Paese?”

Ah, poi ne ho un’altra: cioè, uno così ce lo teniamo ancora al Senato?

Imparare a vincere

10 Feb

Non amo il calcio e e questa è la prima volta (spero anche l’ultima) che mi azzardo a parlarne.
Non tifo per nessuno e guardo, molto occasionalmente, una bella partita. 
Credo di essere quindi quel che si chiama uno spettatore obbiettivo.  
Ora, mi riferisco alle polemiche su Juve-Inter e premesso che la capolista merita ampiamente il primo posto in classifica, considero di pessimo gusto le espressioni adottate dal management della Juve.
L’arbitraggio è stato obbiettivamente di scarsa qualità e ha favorito i padroni di casa: sarebbe stato quindi molto meglio godere del vantaggio ricevuto  e signorilmente tacere.
Invece no. Se l’Inter non ha imparato a perdere (difficilissimo esercizio, per il quale mi pare che la Juve stessa abbia molto da studiare), chi crede di essere il primo della classe deve ancora imparare a vincere.
La classe non è acqua, si diceva una volta.

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In un piccolo borgo di montagna del nostro nord-est, un mondo chiuso e apparentemente quasi ostile, il giovane carabiniere Paternò si trova di fronte al duplice omicidio di due cacciatori. Paternò non è un carabiniere comune: nonostante la giovane età ha una storia alle spalle che pesa sulla sua esistenza, con angoli bui che non conosce o forse non vuole esplorare e le indagini cui si dedica senza il permesso dei suoi superiori conducono in diverse direzioni. Incontra così vari personaggi che rappresentano tutti insieme un conciso panorama delle due realtà di una certa Italia: retriva per un lato ma dall’altro generosa, ottusa per un verso ma per un altro aspetto aperta alle istanze sociali.

La storia si sviluppa su due piani paralleli scritti uno al passato e l’altro al presente, come la personalità di Paternò che si è evoluta su due dimensioni: quella della tragedia familiare e quella intima e personale, che si sono intrecciate fino a costruire un insieme complesso che parlando di sé descrive come ‘una casa senza finestre’. Accade così che accanto all’indagine ne origini inconsapevolmente una seconda in cuicopertina-cucsf
Paternò insegue soprattutto due cose che non ha avuto dalla vita: giustizia e amore. Le incontrerà entrambe un poco alla volta attraverso piccole conquiste e sconfitte e alla fine riuscirà, dando un contributo fondamentale, a risolvere il caso e contemporaneamente a scoprire quel sentimento che ha rappresentato la chiave nascosta della sua ricerca.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/296575/come-una-casa-senza-finestre/

 

 

Neocolonialismo in Palestina

8 Feb

Leggo della legge circa i nuovi insediamenti su terreni palestinesi in Cisgiordania approvata dal Parlamento israeliano. Non intendo qui aprire una discussione sulla (il)legittimità di quest’atto e sui precedenti. A questo proposito invito a leggere un interessante rapporto di Carlo De Luca ‘La colonizzazione israeliana della Cisgiordania‘ (oltre alla sterminata bibliografia in merito).

Mi preme qui solo ricordare che l’art. 49 della IV Convenzione di Ginevra, sottoscritta dallo stesso stato di Israele, dice testualmente che  “la potenza occupante non deporterà nè trasferirà parte della propria popolazione civile nel territorio che essa occupa“. La risposta israeliana è sempre stata che la disposizione non può essere applicata in quanto “i coloni si trasferiscono di propria scelta” e questo mi basta per valutare il grado di ipocrisia con cui la Knesset ha licenziato il provvedimento.

Ancora una volta il popolo palestinese deve subire arroganza, prepotenza e anche violenza. E mi è così tornato alla mente un bellissimo articolo di Maria Rosaria Greco che lessi anni fa su NENA. L’ho ritrovato e lo riporto qui integralmente, perchè possiate provare le mie stesse emozioni. 

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Femminile palestinese: di storia in storia

Parlare di Palestina vuol dire anche raccontare le storie delle sue donne le quali, contraddicendo un disgustoso cliché orientalista che le vuole remissive e sottomesse, sono in prima linea in difesa della loro terra occupata dallo stato israeliano.

Foto di Maria Rosaria Greco

di Maria Rosaria Greco

Gerusalemme, 12 novembre 2014, Nena News – Hanno occhi stupendi e sanno sorridere. Sanno anche alzare la voce senza abbassare lo sguardo. Di alcune conosco il nome, di altre mi rimarrà solo il ricordo di un volto, di una voce, di un momento. Sono bambine e donne incontrate nelle strade di Ramallah, nelle case di Hebron, sugli autobus 21 e 24 da e per Gerusalemme, ai checkpoint e nei campi profughi intorno Betlemme, nelle comunità beduine della valle del Giordano o sulla spianata delle Moschee a Gerusalemme.

“Allahu Akbar, Allahu Akbar” gridavano forte, ragazze e anziane in preghiera, erano centinaia e tutte compatte, davanti alla Moschea Al Aqsa. Lo sdegno si levava contro la profanazione del loro luogo sacro da parte di alcuni coloni che per provocazione passeggiavano indisturbati sulla spianata delle moschee, protetti dai mitra dei soldati israeliani e con l’intento di pregare lì, in uno spazio normalmente proibito alle preghiere non musulmane. Un’unica voce di sdegno la loro e un unico brivido alla schiena il mio nell’ascoltare, quasi toccare con mano questa rabbia tangibile, incarnata da donne per nulla intimorite dai militari in assetto da guerra, donne che, nei cliché di noi occidentali, vivono sottomesse.

Invece di Shirin conosco il nome e la sua storia incredibile, purtroppo simile a quella di molte altre donne in Palestina, conosco il colore miele dei suoi occhi, il suo sguardo fiero. Ha 34 anni, non è sposata e vive con i genitori e la zia a Husan, un villaggio nell’aera di Betlemme, circondato da una bypass road, dal muro che lì è una barriera metallica, e dalla colonia di Bitar Illit (di circa 50 abitanti) costruita su terra confiscata agli abitanti di Husan. Shirin ha 5 sorelle e 2 fratelli. Nel 2003 suo fratello, con laurea specialistica in legge, viene arrestato perché accusato dell’organizzazione di un attentato terroristico. Oggi deve scontare una condanna di 9 ergastoli, Shirin ne parla con la certezza di non riuscire a vederlo mai più.

Nel 2004 le forze israeliane demoliscono la sua casa. Come di consueto arrivano alle 2 di notte, concedendo alla famiglia solo 15 minuti per prendere gli oggetti personali. Quindici minuti per portare con te la tua vita sono una ferita lacerante. Quindici minuti prima che venga distrutto per sempre un pezzo di te. Che cosa si può portare con sé in 15 minuti se non il dolore più profondo? E siccome siamo in area C, chi vede la propria casa abbattuta poi non ha il diritto di ricostruirla. Quindi Shirin e la famiglia vivono in affitto per anni fino a quando, circa due anni fa, riescono ad ottenere il permesso di costruire dietro il pagamento di una cifra enorme (10 mila dinari giordani) e si trasferiscono nella casa nuova.

Per fortuna la sua famiglia ha molte terre, anche se molti ettari sono stati loro confiscati dalle autorità israeliane. Hanno costantemente problemi con i coloni che, per esempio, a maggio scorso hanno bruciato 156 alberi di ulivo nei loro campi. Due settimane fa il suo secondo fratello di soli 24 anni, l’unico ancora libero, è stato arrestato con l’accusa di aver tirato sassi contro l’esercito israeliano. Hanno fatto incursione di notte e l’hanno portato via. Di tutta la famiglia solo una sorella è riuscita ad avere il permesso per andare a trovare il fratello in prigione in Israele. Shirin ce l’aveva e poi improvvisamente un giorno, mentre era al checkpoint, gliel’hanno ritirato senza spiegazioni.

Eppure, mentre mangiavamo insieme la mujaddara (riso e lenticchie con cipolle soffritte, un piatto arabo medievale consumato dai poveri), lei mi sorride perché sa ancora sorridere e resistere. E mi viene in mente quel detto arabo che recita che “un uomo affamato sarebbe disposto a vendere l’anima per un piatto di mujaddara”. Sorrido anch’io a Shirin, mentre ho un’idea curiosa: per un attimo mi diverte pensare che forse un uomo affamato potrebbe anche vendere la sua anima per un piatto di lenticchie e riso, come è scritto anche nella bibbia, ma Shirin no, lei non lo farebbe mai.

Ma l’incontro che mi ha devastato è stato con una bambina bionda dagli occhi azzurri, di circa 7 o 8 anni, il sorriso sdentato di chi ha perso da poco i denti da latte. Mi ha fatto piangere facendomi sentire io più bambina di lei. Eravamo nel campo beduino di Al Hadidiya dove abbiamo incontrato, insieme alla sua famiglia, Abu Saqr, il capo di questa piccola comunità nel nord della Valle del Giordano, che ci ha spiegato come Israele si sia impossessato gradualmente dal 1967 ad oggi di tutto: della terra, dell’acqua. Questa valle da sempre fertile e ricca di fonti idriche oggi è desertificata. L’acqua viene dirottata nelle 37 colonie agricole illegali israeliane della valle del Giordano, nelle quali si fa agricoltura intensiva destinata all’esportazione, mentre i campi beduini, privati del diritto all’acqua, sono costretti a comprare le autobotti dalla compagnia idrica israeliana che costano più di 30 shekel al metro cubo. Le vicine colonie israeliane ricevono acqua corrente in ogni momento dell’anno 24 ore su 24 a meno di 3 shekel a metro cubo.

In particolare i dati del consumo quotidiano soprattutto qui nella comunità beduina Al Hadidiya mostrano una situazione estremamente critica: il consumo medio al giorno è di 20 litri pro capite (l’Organizzazione Mondiale della Sanità indica un minimo di 100 litri pro capite!), nella colonia israeliana di Ro’i costruita su terre confiscate ad Al Hadidiya, a meno di 100 metri di distanza, si utilizzano 431 litri pro capite al giorno, solo per uso domestico, senza considerare il consumo agricolo (una quantità d’acqua 20 volte superiore!).
Al Hadidiya è un villaggio poverissimo fatto di tende e tank per l’acqua, con le galline che razzolano intorno a noi mentre il sole tramonta e c’è una luce dorata che illumina di morbido i volti, i colori, il caffè che ci viene servito per darci il benvenuto. Mi chiedo quanto della loro preziosa acqua quotidiana ci è stato donato con il thè e il caffè che abbiamo bevuto.

E lei andava avanti e indietro nascondendosi fra gli adulti, questa bimba bionda con un maglioncino rosa, poi è sparita per ricomparire solo alla fine mentre stavamo lasciando il campo. Fa capolino da una tenda e ci sorride tutta sdentata. Appena sopra di lei, ferma sulla tenda, c’era una colomba bianca che per tutto il tempo non è volata via. Hadeel si dice in arabo colomba. Hadeel è anche un nome femminile diffuso. Mi piace pensare che Hadeel fosse il nome di questa bambina delicata e leggera. Si divertiva un mondo a farmi il verso: la saluto con la mano e lei saluta con la sua, le mando i bacini con la mano e lei ricambia, un amico le fa le boccacce e lei ripete.

Ma dovevamo andare via e io non riuscivo a staccarmi da lei così felice e così vitale: allora alzo il braccio con l’indice e il medio in segno di vittoria e lei mi risponde. Quel braccino tenero, vestito di rosa, quegli occhioni azzurri che potevano usare solo 20 litri di acqua al giorno, invocavano la vittoria. La sua manina alzata con il segno della V rimaneva fermamente tesa mentre ci allontanavamo da lei. Non sono riuscita a trattenere le lacrime.
Nena News

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COME UNA CASA SENZA FINESTRE
In un piccolo borgo di montagna del nostro nord-est, un mondo chiuso e apparentemente quasi ostile, il giovane carabiniere Paternò si trova di fronte al duplice omicidio di due cacciatori. Paternò non è un carabiniere comune: nonostante la giovane età ha una storia alle spalle che pesa sulla sua esistenza, con angoli bui che non conosce o forse non vuole esplorare e le indagini cui si dedica senza il permesso dei suoi superiori conducono in diverse direzioni. Incontra così vari personaggi che rappresentano tutti insieme un conciso panorama delle due realtà di una certa Italia: retriva per un lato ma dall’altro generosa, ottusa per un verso ma per un altro aspetto aperta alle istanze sociali.

La storia si sviluppa su due piani paralleli scritti uno al passato e l’altro al presente, come la personalità di Paternò che si è evoluta su due dimensioni: quella della tragedia familiare e quella intima e personale, che si sono intrecciate fino a costruire un insieme complesso che parlando di sé descrive come ‘una casa senza finestre’. Accade così che accanto all’indagine ne origini inconsapevolmente una seconda in cuicopertina-cucsf
Paternò insegue soprattutto due cose che non ha avuto dalla vita: giustizia e amore. Le incontrerà entrambe un poco alla volta attraverso piccole conquiste e sconfitte e alla fine riuscirà, dando un contributo fondamentale, a risolvere il caso e contemporaneamente a scoprire quel sentimento che ha rappresentato la chiave nascosta della sua ricerca.

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Per Giulio Regeni, un anno dopo

25 Gen

Nell’anniversario dell’insensato e crudele assassinio di Giulio Regeni, il sito di giornalismo indipendente Valigia Blu (1) pubblica la cronistoria di un anno di fatti e notizie.

Ad oggi, la verità è ancora nascosta nelle menzogne del criminale regime del dittatore Al-Sisi. Ogni giorno che passa, però, sotto la pressione dell’opinione pubblica mondiale e per l’istancabile opera degli investigatori si aggiungono nuovi tasselli e si susseguono, sempre più complete e dettagliate, le inchieste giornalistiche come quella di Jacona per PresaDiretta e quella di Floriana Buffon su l’Espresso. I goffi tentativi, i ripetuti depistaggi, le bugie della polizia, della sicurezza e delle varie autorità egiziane  implicate e dello stesso presidente (che – mentendo – aveva  più volte assicurato il suo personale impegno) hanno ormai vita breve.
Oggi ricordiamo un giovane italiano, coraggioso e pieno di talento. E nessuno può farlo meglio dei genitori di Giulio, la cui dignità e forza d’animo sono un esempio, ed ai quali ci uniamo tutti in un grande abbraccio collettivo.

letteragenitoriregeni(1) Valigia Blu. Senza editori, senza pubblicità. Per i lettori, con i lettori. Semplicemente giornalismo.

Giornalismo vero, aggiungo io.

 

 

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