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Urgente: un vaccino contro la stupidità

11 Ago

Tra le innumerevoli testimonianze e dichiarazioni di medici, specialisti, ricercatori in favore dell’obbligo di vaccinazione trovo particolarmente significativa questa lettera della dottoressa Silvia Braccini pubblicata su Vanity Fair.
Indirettamente è la migliore risposta ai vaneggiamenti esternati qui dalla senatrice Taverna  e da tanti come lei. Una lettera che funge un po’ come un vaccino contro la stupidità.
 

«Cara Senatrice Taverna sono estremamente delusa come italiana, come cittadina e come medico, da quello che ha detto in materia di vaccini.

Ha reso questo Paese non più libero, ma oppresso dall’ignoranza e dalla cecità. Ogni anno milioni di volontari sanitari rischiano la vita in giro per il mondo per salvare migliaia di piccole vite da malattie che hanno decimato intere popolazioni. E noi, del mondo ricco e civile, torniamo indietro di mille anni contro ogni ragione.

I nostri bambini non sono bestiame. Sono solo bambini a cui garantiamo un futuro. Perché non proibiamo anche tutte le altre scoperte scientifiche che hanno cambiato la sopravvivenza dell’uomo moderno e che hanno comunque possibili complicanze?

Proibiamo tutte le chirurgie.
Proibiamo il vaccino anti Hpv contro i tumori della cervice uterina.
Proibiamo le coronarografie che ogni giorno salvano la vita a centinaia di persone colpite da infarto.
Proibiamo la trombolisi primaria per tutti i pazienti colpiti da ictus cerebrali.
Proibiamo le trasfusioni.
Proibiamo gli antibiotici.
Spegniamo la luce, torniamo nel Medioevo.

Ma non ci chieda poi, a noi medici, di fare miracoli. Non ci chieda di piangere la morte dei nostri bambini.
La piangiamo da oggi. La piangeremo domani. Impotenti davanti ad una «politica» che riduce a voti politici e a tweet la scienza.

Mi vergogno, onorevole.
Mi vergogno profondamente.
Mi vergogno di essere rappresentata da lei e chi pensa sia giusto non vaccinare.
Mi vergogno di stare in un paese in cui le decisioni sulla sanità e sicurezza pubblica, perché è di questo che si tratta, vengono prese da persone non preparate sulla materia, non adeguate nemmeno lontanamente a parlarne pubblicamente e criticamente.

Per fare il mio lavoro, il medico anestesista rianimatore, ci vogliono sei anni di università, uno di abilitazione statale e cinque di scuola di specializzazione. Ci occupiamo di vite. È normale. Doveroso. Importante. Per fare il suo lavoro da Senatrice, basta prendere voti. Parlare sui social. Avere fortuna. Essere nel momento giusto con le persone giuste e al posto giusto. E questo non è giusto. Perché voi per un voto condannate il nostro Paese al ritorno delle malattie che avremmo dovuto debellare.

Condannate bambini al rischio di non poter crescere. Condannate noi a guardare il vostro irresponsabile scempio con responsabile impotenza. È un mondo ingiusto il nostro, Senatrice. È un paese ingiusto il nostro. Ma soprattutto è ingiusto che chi come lei, accompagnata da cattivi consigli e ignoranza dovuta al suo non essere competente in immunologia e malattie infettive, non sarà costretta a vedere un bambino morire di morbillo. Lei non lo farà. Lei e i suoi colleghi politici amanti dei selfie, dei social, dei video mentre siete al lavoro, non li vedrete. E quando sarà il momento, darete la colpa a qualcun altro.

Dorma bene Senatrice, stanotte.
Dorma bene Senatrice, sempre.
Lo faccia anche per me. E per tutti i miei colleghi a cui ha tolto il sonno, la speranza, e la serenità.
Vorrei avere la sua ostentata sicurezza.
Vorrei poter credere ancora di poter fare il mio lavoro nel migliore dei modi in questo mio paese che non riconosco più e di cui mi vergogno.

Dorma bene, Senatrice.
E si ricordi sempre che il mio lavoro è un privilegio, e dovrebbe esserlo anche il suo».

Silvia Braccini, un medico

 

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Orfini come Macbeth

14 Mag

Di fronte all’allucinante e demenziale affermazione di Orfini sui sindaci di Roma che accosta incautamente Ignazio Marino ad Alemanno e Raggi, l’indignazione supera lo stupore. Per descrivere sinteticamente  l’uomo si potrebbero citare Dostojewsky o, meglio ancora, Bertolucci, ma preferisco Shakespeare (anche se il Bardo parlava della vita):  “…non è che un’ombra che cammina, un povero commediante che si pavoneggia e si agita sulla scena per la sua ora, e poi non se ne parla più; è una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla”.

Esagero, ovviamente, Orfini non è uno qualunque.  Da sempre nel Pd, è stato segretario del circolo Mazzini a Roma e conosce bene – dovrebbe conoscere – la realtà cittadina e in particolare quella delle periferie, vivendo a Tor Bella Monaca. Stranamente però, non ha colto il disagio, la crecente protesta e l’allontanamento degli elettori  dal Pd di quelle zone: ma non è stata l’unica sua disattenzione. Non si accorse, per esempio, che mafia e corruzione politica si stavano impadronendo di Roma, nonostante il corposo e preoccupante Libro bianco sulla criminalità organizzata a Roma commissionato da Marco Miccoli, segretario del Pd romano nel 2012, l’avesse anticipato. Scriveva Miccoli:

“…il libro spiega con molta chiarezza non solo l’origine della criminalità organizzata a Roma, smentendo tutti quei luoghi comuni che per decenni hanno affermato che la mafia a Roma non esisteva, ma anche il sistema economico messo in piedi negli ultimi anni dagli emissari della mafia, fatto di politica e occhi chiusi, di società vuote e prestanome, di riciclaggio di denaro e investimenti.”

Si fanno cifre e riferimenti a fatti, ma Orfini non commenta. Non so neppure se l’abbia letto, ma sarebbe grave.
Non passano due anni, scoppia Mafia Capitale e Orfini cade dalle nuvole. Non solo, chiama a correi i militanti che non avevano tempestivamente denunciato il malaffare: l’ha ripetuto più volte e l’ho sentito con le mie orecchie al circolo di Ponte Milvio. Dopo di che, viene nominato commissario del Pd romano (un assurdo) e comincia subito a massacrarlo. Anticipa che nei conti della Federazione romana c’è una voragine (interrogato sui bilanci tacerà e non li mostrerà mai) e sottrae ai circoli ogni capacità economica e quindi di attività sul territorio, costringendoli a versare i proventi del tesseramento ai circoli municipali inventati per l’occasione e affidati ai suoi fedelissimi, come Esposito (che più tardi farà inserire nelle Giunta Marino per affilare il coltello che poi verrà piantato nella schiena del sindaco). Invece di chiamare iscritti e militanti a denunciare le infiltrazioni e i circoli di comodo gestiti dai padroni delle tessere incarica i ragazzi della sua corrente, i Giovani turchi, ad un’estenuante maratona telefonica sulle tessere false di cui non si saprà mai nulla. Anticipa pomposamente una indagine sui circoli commissionata a Fabrizio Barca, il quale produce un rapporto sconvolgente, Mappa il Pd, da cui emerge che 27 circoli su 110 “sono dannosi, pensano solo al potere”. Risultato? Nulla di fatto. Oggi Barca – immagino deluso dal Pd – si occupa di disuguaglianze con la Fondazione Basso.

Foto di SKYtg24

Orfini, invece, sempre obbediente e prono alle disposizioni di Renzi, condivide le misteriose (ma non tanto) antipatie del segretario per Marino e a ottobre del 2015 dichiara che “ È finita perchè si è rotto il rapporto con la città”. Dimenticando che il sindaco è stato eletto da una maggioranza schiacciante di votanti e quel che è grave ignorando il solenne monito dell’art. 1 della Costituzione: “La sovranità appartiene al popolo” (che per uno che si dice ‘democratico’ è imperdonabile). Quello stesso popolo romano lo smentì subito clamorosamente dimostrando nella piazza del Campidoglio strapiena e debordante che non aveva delegato nessuno a decidere al suo posto, ma Orfini, ormai scendiletto confesso di Renzi, non ne tenne conto e condusse dal notaio 19 consiglieri del Pd che insieme a quelli dell’opposizione (!) votarono la sfiducia al sindaco Marino. Il Pd romano si avviò così mestamente e celermente all’estinzione:  alle elezioni dopo il commissariamento del Comune trionfano – come era stato previsto anche dai sampietrini – i 5 stelle e Virgina Raggi. Non solo: dei 15 municipi (tutti) conquistati dal Pd con Marino ne restano solo due: quelli centrali abitati dai ceti più alti e quindi certificando la perdita di ogni contatto del Pd con quelli minori, quelli dei dimenticati. E ancora Orfini si meraviglia e addebita la sua catastrofe elettorale alla politica speculativa dei 5 stelle se non ai 28 mesi (in totale) della giunta Marino. 

Per come la vedo io, il massimo delle potenzialità politiche di Orfini consiste nel giocare alla Playstation e far vincere sempre  il capo, plaudendo entusiasta alla sua abilità. Le sue fortune politiche, peraltro, consistono nell’essere così insignificante e servile da essere stato facilmente individuato da Renzi come il miglior candidato alla presidenza del partito.  Non gli avrebbe mai fatto ombra e al minimo aggrottar di ciglia del segretario si sarebbe subitamente precipitato a fare i caffè. E quindi a me viene da chiedere alle persone che stimo rimaste ostinatamente nel Pd: come fate a tollerarlo come presidente?

Oggi, nel pieno della bagarre per la ricerca di un governo da cui il Pd si è autoescluso, Orfini non trova di meglio che esprimersi sui sindaci della sua città, per cui ha fatto solo disastri. Ovvio: alla prossima assemblea si prevede che il reggente Martina venga disarcionato e quindi la guida del partito fino al congresso passerà a lui, il presidente.
Povero Pd.

 

 

Dalla storia di Ahed alle radici del conflitto tra palestinesi e Israele.

11 Apr

AGGIORNAMENTO 1.
Secondo TPINews, i palestinesi uccisi dall’esercito israeliano sono ad oggi saliti a 35. I feriti ammontano a 4.279.

AGGIORNAMENTO 2.
Da Repubblica del 21.4 .2018: 
La follia lungo il confine di Gaza di Roger Cohen dal New York Times.
   Quando i cecchini sparano per uccidere i civili che si avvicinano a un muro, nella mente di chiunque abbia vissuto a Berlino suona un campanello d’allarme. E io ho vissuto a Berlino. Ho attraversato tante volte la barriera che separa il primo mondo di Israele dalla prigione a cielo aperto di Gaza, disseminata di macerie. È un passaggio violento a un luogo di irrazionalità. Come sempre Israele esagera: «occhio per ciglio», come dice Avi Shlaim, docente di Oxford nonché ex soldato delle forze armate israeliane.
   Israele ha il diritto di difendere i propri confini, ma non di usare mezzi letali contro dimostranti per lo più disarmati, come ha già fatto causando la morte di 35 palestinesi e il ferimento di quasi mille. La reazione spropositata deriva dal fatto che Israele considera minacciata la propria esistenza, ma è una tesi che convince sempre meno. Il predominio militare israeliano sui palestinesi è schiacciante e gli Stati arabi hanno perso interesse per la causa palestinese. A detta di Israele, Hamas usa donne e bambini come scudi umani per i dimostranti violenti intenzionati a penetrare la barriera e a uccidere gli israeliani. Secondo un copione ben noto, seguiranno indagini internazionali dall’esito inconcludente e l’odio raddoppierà. Israele vince ma perde. Chi odia Israele e gli ebrei va a nozze. La pornografia la riconosci subito e lo stesso vale per una reazione militare sproporzionata. Ti si rivolta lo stomaco.
   Gaza Redux: la violenza è inevitabile. Il cosiddetto status quo israelo-palestinese è un’incubatrice di massacri. E importante guardare al di là della barriera di Gaza, simbolo di fallimento come tutte le barriere. È il risultato della morte della diplomazia, dei compromessi svaniti e del trionfo del cinismo. Persino il presidente Trump ha perso interesse per «l’accordo definitivo» e vede luccicare la Corea del Nord.
   Qualche settimana fa sei ex direttori del Mossad, il servizio di intelligence israeliano, hanno lanciato l’allarme. Se i massimi responsabili della sicurezza di Israele definiscono autolesionista l’attuale condotta del Paese, vale la pena di ascoltarli. Così si è espresso Tamir Pardo, capo del Mossad dal 2011 al 2015, intervistato dal quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth: «Se lo Stato di Israele non decide cosa vuole, finirà per esserci un solo Stato tra il mare e il Giordano. È la fine della visione sionista». Al che Danny Yatom, direttore dal 1996 al ’98, replica: “È un Paese che degenererà o in uno Stato di apartheid o in uno Stato non ebraico. Giudico pericoloso per la nostra esistenza continuare a governare i territori. Non è il genere di Stato per cui ho combattuto. C’è chi dirà che abbiamo fatto tutto noi e che manca una controparte, ma non è vero. La controparte esiste. I palestinesi e chi li rappresenta sono i partner con cui dobbiamo confrontarci». È per questo convincimento che il primo ministro Yitzhak Rabin è morto assassinato da un esponente israeliano del fanatismo messianico, contrario a qualsiasi compromesso territoriale, che a partire dal 1967 ha conquistato influenza. Non c’è controparte se hai scelto dio al posto di svariati milioni di persone che preferisci non vedere. Ma se guardi, i partner ci sono.
   Anche da parte palestinese la fede nella soluzione dei due Stati è diminuita negli ultimi vent’anni. È sempre più frequente l’uso del termine “occupazione” per definire l’esistenza stessa di Israele, invece che la Cisgiordania e Gaza, occupate nel 1967 durante la Guerra dei sei giorni (Israele si è ritirato da Gaza nel 2005 mantenendone però il controllo, tra l’altro, tramite blocchi aerei e marittimi).
   Le marce del venerdì a Gaza sono manifestazioni di protesta contro il blocco imposto da ll anni, ma puntano anche a riaccendere l’interesse internazionale per la causa dei palestinesi che rivendicano il diritto di tornare alle case da cui nel 1948 furono cacciati. Il diritto al ritorno è un eufemismo per indicare la distruzione di Israele come Stato ebraico. È coerente con l’uso assolutista del termine “occupazione” per definire Israele stesso. I palestinesi hanno perso le loro case dopo che gli eserciti arabi nel 1948 dichiararono guerra a Israele che aveva accettato la risoluzione Onu che sollecitava l’istituzione di due Stati di pari dimensioni circa, uno ebreo e uno arabo — nella Palestina sotto mandato britannico. La risoluzione era un compromesso nel quale credo ancora, non perché fosse una bella soluzione, ma perché era ed è tuttora migliore rispetto ad altre opzioni.
   I palestinesi intransigenti amano definirsi lungimiranti. Bene, 70 anni non sono pochi e i palestinesi hanno sempre perso. La metà del territorio ormai è diventata un quarto in qualunque accordo si possa immaginare. Non vedo come questa tendenza si possa invertire in futuro in assenza di una leadership palestinese coesa e pragmatica, orientata a un futuro a due Stati: pc per i bambini invece dell’accesso a oliveti perduti.
   I morti hanno dato la vita per niente. Israele, con le sue reazioni esagerate, si è messo il cappio al collo, ponendosi in una posizione moralmente indifendibile. I leader palestinesi hanno suffragato i versi di Yeats: “Abbiamo nutrito il cuore di fantasie, con quel cibo il cuore si è fatto brutale”. Shabtai Shavit, che è stato direttore del Mossad dal 1989 al ’96 ha dichiarato: «Per quale motivo viviamo qui? Perché i nostri figli continuino a combattere guerre? Che pazzia è questa per cui il territorio, il Paese, è più importante della vita umana?»

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Un conflitto mai dichiarato e sproporzionato, osservando le forze in campo – un esercito ben armato e addestrato contro cittadini inermi – che dalla sua origine ha condotto negli anni all’esasperazione degli  scontri fino alla nascita di Hamas, considerata da alcuni Paesi (ma non da altri) un’organizzazione terroristica.

Il caso di Ahed Tamimi, una giovane di 16 anni che affronta e schiaffeggia i soldati che si sono piazzati davanti all’ingresso di casa sua, è raccontato da Valigia blu con dovizia di particolari e la consueta precisione.
È un caso emblematico dell’arroganza con cui Tsahal, l’esercito israeliano, si comporta nel contatto con la popolazione palestinese. Ma è soprattutto la sublimazione di oltre sessant’anni di storia in questa parte del Medio Oriente: dalla nascita dello stato di Israele alla progressiva emarginazione dei palestinesi, dall’appropriazione forzata dei loro territori fino alla Marcia del ritorno di questi giorni che ha provocato finora più di venti morti e migliaia di feriti tra i dimostranti. Marcia che, nonostante le dichiarazioni di Israele è solo una dimostrazione, come scrive il quotidiano israeliano Haaretz in un articolo riportato da Internazionale, cui si risponde con feroce cinismo uccidendo e ferendo civili disarmati (ne è prova il video pubblicato da TPInews):

L’esercito israeliano si permette di violare il diritto internazionale e uccide dei civili disarmati perché l’opinione pubblica israeliana lo considera a priori un atto di difesa. Nonostante qualche timida condanna, neanche la comunità internazionale rappresenta un ostacolo per lo stato israeliano. La Marcia del ritorno però, che continui o meno, mostra a Israele e al mondo intero che gli abitanti della Striscia di Gaza non sono solo persone da compatire, ma una forza politicamente consapevole. (Haaretz)

L’articolo di Valigia blu ripercorre tutta la storia del conflitto israelo-palestinese partendo da quello che è successo a Nabi Saleh, il villaggio dove Ahed vive con la sua famiglia, che rappresenta la sintesi di questi anni.

Sintesi che a sua volta costituisce un atto d’accusa verso la comunità internazionale che da decenni assiste senza intervenire, senza provare a limitare l’arrogante espansione di Israele a spese dei palestinesi, senza tentare di trovare soluzioni che pongano fine alla tragedia di questa storia.

rpt

 

 

I giovani coraggiosi che si oppongono all’America che uccide i suoi figli

24 Feb

Grazie a Valigia Blu e a Sarah Tuggey riporto la traduzione del discorso di Emma Gonzales, una studentessa sopravvissuta alla strage di Parkland. Negli USA le sparatorie con vittime di giovani si susseguono (la CNN ricorda che ce ne sono state 8 dall’inizio dell’anno)  sotto gli occhi indifferenti dei produttori di armi e del presidente Trump che di fronte a questa tragedia immane è riuscito solo a proporre di armare gli insegnanti, come se contro la follia che dilaga questi nuovi sceriffi potessero qualcosa.

#NeverAgain è la parola d’ordine che ha dato origine all’organizzazione degli studenti, spalleggiati dalle famiglie e da un’opinione pubblica in crescente loro favore (tra gli altri personaggi dello spettacolo come George Clooney, Steven Spielberg, Oprah Witney). Per il 24 marzo è prevista a Washington una imponente manifestazione contro la diffusione indiscriminata di armi e per un loro controllo.

Ecco l’articolo di Valigia Blu.

Il potentissimo discorso di una studentessa sopravvissuta al massacro nella scuola in Florida 

 

«Se noi studenti abbiamo imparato qualcosa, è che se non studi, fallirai. E in questo caso, se non fai niente attivamente, allora le persone finiranno per morire, continuamente, quindi è ora di iniziare a fare qualcosa. Saremo i ragazzi dei quali leggerete nei libri di testo. Non perché saremo un’altra mera statistica sulle sparatorie di massa in America, ma perché, proprio come ha detto David, saremo l’ultima sparatoria di massa. Proprio come nel caso ‘Tinker contro Des Moines’, cambieremo la legge. Ci sarà Marjory Stoneman Douglas in quel libro di testo, e ciò sarà dovuto allo sforzo instancabile del consiglio scolastico, dei membri della facoltà, dei membri delle famiglie e soprattutto di tutti gli studenti. Gli studenti che sono morti, gli studenti ancora in ospedale, lo studente che ora soffre di stress post-traumatico, gli studenti che hanno avuto attacchi di panico durante la veglia perché gli elicotteri non ci lasciavano tranquilli e si libravano sulla scuola per 24 ore al giorno».

Mercoledì scorso, 17 studenti della scuola superiore Marjory Stoneman Douglas a Parkland, in Florida, a circa 80 chilometri a nord di Miami, sono stati uccisi da un ex studente di 19 anni, Nicholas Cruz, espulso dalla scuola per motivi disciplinari. È l’ottava sparatoria in una scuola statunitense dall’inizio dell’anno. In un discorso nell’auditorium della scuola, Emma Gonzales, una studentessa sopravvissuta alla strage, ha ricordato le 17 vittime e ha lanciato un messaggio potente al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e quei politici che ricevono donazioni dalle multinazionali che vendono armi. Riportiamo la traduzione del suo intervento a cura di Sarah Tuggey:

“Non abbiamo ancora avuto un momento di silenzio alla House of Representatives, quindi mi piacerebbe averne uno. Grazie.

Ogni singola persona qui oggi, tutte queste persone dovrebbero essere a casa, in lutto. Eppure siamo qui, insieme, perché se tutto quello che il nostro governo e il nostro Presidente sanno fare è inviare pensieri e preghiere, allora è tempo che le vittime siano il cambiamento al quale dobbiamo assistere. Dai tempi dei Padri Fondatori, e da quando il Secondo Emendamento è stato aggiunto alla nostra Costituzione, le nostre armi si sono sviluppate a un ritmo che mi fa girare la testa. Le armi sono cambiate, ma le nostre leggi no.
Non riesco proprio a capire perché dovrebbe essere più difficile fare progetti con gli amici nel fine settimana che comprare un’arma automatica o semiautomatica. In Florida, non hai bisogno né di un permesso né di una licenza a portare armi per comprare un’arma, e una volta acquistata non è necessario registrarla. Non hai bisogno di un permesso per portare un fucile, normale o da caccia, nascosto alla vista. Puoi comprare tutte le armi che vuoi, in un singolo acquisto.

Oggi ho letto qualcosa di molto potente per me. Era dal punto di vista di un insegnante. Cito testualmente: “Quando gli adulti mi dicono che ho il diritto di possedere un’arma, tutto quello che riesco a sentire è che il mio diritto a possedere una pistola è più importante del diritto alla vita del tuo studente. Tutto ciò che sento è ‘mio, mio, mio, mio’.” Invece di preoccuparci del nostro test sul Capitolo 16 dell’AP Gov {sul sistema giudiziario americano, ben spiegato qui: http://college.cengage.com/…/study_g…/wilson_11e_sg_ch16.pdf}, dobbiamo studiare i nostri appunti per assicurarci che i nostri argomenti basati sulla politica e sulla storia politica siano ineccepibili. Gli studenti di questa scuola hanno presenziato a dibattiti sulle armi per ciò che ci sembra essere la nostra intera vita. AP Gov è stato oggetto circa tre dibattiti quest’anno. Alcune discussioni sull’argomento si sono verificate anche durante la sparatoria, mentre gli studenti si nascondevano negli armadietti. Le persone coinvolte in questo momento, quelle che erano lì, quelle che hanno postato, quelle che hanno twittato, quelle che fanno interviste e parlano con la gente, vengono ascoltate per quella che sembra la prima volta su questo argomento che è apparso oltre 1.000 volte solo negli ultimi quattro anni.

Oggi ho scoperto che esiste un sito web, www.shootingtracker.com. Nulla nel titolo suggerisce che stia monitorando solamente le sparatorie negli Stati Uniti, eppure, ha bisogno di farlo? Perché l’Australia ha avuto una sola sparatoria di massa, nel 1999 a Port Arthur {e dopo il} il massacro ha introdotto leggi sul controllo delle armi da fuoco, e da allora non ne ha più avuto nemmeno uno. Il Giappone non ha mai avuto una sparatoria di massa. Il Canada ne ha avuti tre, e il Regno Unito ne ha avuto uno, ed entrambi questi Stati hanno introdotto il controllo delle armi eppure siamo qui, con siti web dedicati a segnalare queste tragedie, in modo che possano essere formulate statistiche da mettere a vostra disposizione.

Oggi ho visto un’intervista in mattinata, e ho notato che una delle domande era: pensi che i tuoi figli dovranno subire altre sparatorie a scuola? E la nostra risposta è che i nostri ‘vicini’ non dovranno subire altre sparatorie a scuola. Quando abbiamo avuto voce in capitolo con il governo – e forse gli adulti ormai si sono abituati a dire che {la situazione} “è quella che è”, ma se noi studenti abbiamo imparato qualcosa, è che se non studi, fallirai. E in questo caso, se non fai niente attivamente, allora le persone finiranno per morire, continuamente, quindi è ora di iniziare a fare qualcosa.

Saremo i ragazzi dei quali leggerete nei libri di testo. Non perché saremo un’altra mera statistica sulle sparatorie di massa in America, ma perché, proprio come ha detto David, saremo l’ultima sparatoria di massa. Proprio come nel caso ‘Tinker contro Des Moines’, cambieremo la legge. Ci sarà Marjory Stoneman Douglas in quel libro di testo, e ciò sarà dovuto allo sforzo instancabile del consiglio scolastico, dei membri della facoltà, dei membri delle famiglie e soprattutto di tutti gli studenti. Gli studenti che sono morti, gli studenti ancora in ospedale, lo studente che ora soffre di stress post-traumatico, gli studenti che hanno avuto attacchi di panico durante la veglia perché gli elicotteri non ci lasciavano tranquilli e si libravano sulla scuola per 24 ore al giorno.

C’è un tweet sul quale vorrei concentrarmi. {C’erano} tanti segnali che il tiratore in Florida fosse disturbato mentalmente, {era stato} persino espulso per comportamento scorretto e irregolare. I vicini e i compagni di classe sapevano che era un grosso problema. È sempre necessario segnalare tali istanze alle autorità, ancora e ancora. L’abbiamo fatto, più e più volte. Fin da quando era alle scuole medie e non è stata una sorpresa per nessuno che lo conoscesse scoprire che era lui il tiratore. Chi parla di come non avremmo dovuto ostracizzarlo, non lo conosceva affatto. Beh, noi lo conoscevamo. Sappiamo che stanno rivendicando problemi di salute mentale, e io non sono una psicologa, ma dobbiamo stare attenti perché questo non era solo un problema di salute mentale. Non avrebbe ferito molti studenti con un coltello.

E che ne dite di smettere di incolpare le vittime di qualcosa che è stata colpa dello studente, colpa delle persone che gli hanno permesso di comprare le armi, quelli delle mostre di armi, le persone che lo hanno incoraggiato a comprare gli accessori per le sue armi in modo da renderle completamente automatiche, le persone che non gliele hanno portate via quando hanno saputo che esprimeva tendenze omicide, e non sto parlando dell’FBI. Sto parlando delle persone con cui ha vissuto. Sto parlando dei vicini, che lo hanno visto fuori, con in mano le armi.

Se il Presidente vuole venire da me e dirmi in faccia che è stata una tragedia terribile, che non sarebbe mai dovuta succedere, e continuare a dirci che non si farà nulla al riguardo, allora sarò felice di chiedergli quanti soldi ha ricevuto dalla National Rifle Association {lobby americana delle armi}. E volete sapere una cosa? Non importa, perché lo so già. Trenta milioni di dollari. Che, diviso per il numero di vittime da armi da fuoco negli Stati Uniti solamente nel primo mese e mezzo del solo 2018, risulta essere la bella cifra di $ 5,800 {a persona}. Questo è quanto valgono queste persone per te, Trump? Se non fai nulla per impedire che ciò continui ad accadere, il numero delle vittime di armi da fuoco salirà e il il loro valore scenderà. E noi saremo senza valore per te. A ogni politico che prende donazioni dalla NRA io dico: vergognatevi!

Se il vostro denaro fosse tanto minacciato quanto lo siamo noi, il vostro primo pensiero sarebbe, come si rifletterà questo sulla mia campagna? Chi dovrei scegliere? Oppure scegliereste noi, e se ci rispondeste, per una volta vi comportereste di conseguenza? Sapete quale sarebbe un buon modo di comportarsi di conseguenza? Ebbene, ho un fulgido esempio di come non ci si dovrebbe comportare. Nel febbraio del 2017, un anno fa, il presidente Trump ha abrogato un regolamento approvato dalla presidenza Obama che avrebbe reso più facile bloccare la vendita di armi da fuoco a persone con determinate malattie mentali.
Dalle interazioni che ho avuto con il tiratore prima della sparatoria, e dalle informazioni che ho attualmente su di lui, non so davvero se fosse malato di mente. Ho scritto questo prima di sentire quello che ha detto Delaney. Delaney ha detto che gli era stato diagnosticato {un disordine mentale}. Non ho bisogno di uno psicologo e non ho bisogno di essere una psicologa per sapere che abrogare quel regolamento è stata un’idea davvero stupida.

Il senatore repubblicano dell’Iowa Chuck Grassley è stato l’unico sponsor di un disegno di legge che impedisce all’FBI di eseguire controlli di background su persone giudicate malate di mente e ora dichiara, a titolo informativo: “Beh, è un peccato che l’FBI non stia effettuando controlli di background su questi malati di mente.” Eh, caro. Sei stato proprio tu a togliere loro questa opportunità, l’anno scorso.

Le persone del governo, che sono state votate per arrivare al potere, ci stanno mentendo. E noi ragazzi sembriamo essere gli unici a notarlo, e i nostri genitori gli unici ad affermare che stanno dicendo cazzate. Voi, aziende che state cercando di rendere gli adolescenti delle caricature in questi giorni, dicendo che siamo tutti egocentrici e ossessionati dalla moda e ci zittite fino a sottometterci quando il nostro messaggio non raggiunge le orecchie della nazione, siamo pronti a dire che queste sono cazzate. Politici che sedete sulle vostre poltrone dorate della Camera e del Senato, finanziati dalla NRA, dicendoci che non si sarebbe potuto fare nulla per impedirlo, queste sono cazzate. Dicono che leggi più restrittive sulle armi non riducono la violenza. Queste sono cazzate. Dicono che un bravo ragazzo con un’arma ne ferma uno cattivo con una pistola. Queste sono cazzate. Dicono che le armi sono solo strumenti, come i coltelli, e che sono pericolose quanto le auto. Queste sono cazzate. Dicono che nessuna legge avrebbe potuto impedire le centinaia di tragedie insensate che si sono verificate. Queste sono cazzate. Dicono che noi ragazzi non sappiamo di cosa stiamo parlando, che siamo troppo giovani per capire come funziona il governo. Queste sono cazzate. Se siete d’accordo, registratevi per votare. Contattate i vostri membri locali del Congresso. Dite loro cosa ne pensate.”

Fonti:
🔸Traduzione di Sarah Tuggey: goo.gl/QssBNg
🔸CNN: goo.gl/nrUaub

Quello che i sei feriti di Macerata non sanno (e neppure molti italiani)

10 Feb

 

Jennifer, Mahamadou, Gideon, Wilson,  Festus, Omar e molti italiani non sanno che la nostra Costituzione è ispirata a ideali di uguaglianza e solidarietà. Non lo sanno perché quello che hanno visto finora intorno a loro è la negazione di quei principi.

Non sanno che c’è stato un tempo in cui gli italiani emigrati venivano trattati come bestie, sfruttati ai limiti della schiavitù, perseguitati e massacrati, come ad Aigues Mortes nel 1893, accusati (ingiustamente) di rubare lavoro ai francesi) o quelli linciati a New Orleans nel 1891. Poco importa se sia una bufala o sia vero, ma il rapporto dell’Ispettorato per l’immigrazione USA del 1912 rispecchia esattamente il sentimento degli americani dell’epoca verso gli emigrati italiani. La condanna di Sacco  e Vanzetti pochi anni dopo risentì di quei pregiudizi accumulati nel tempo.

Ovunque andassero, in Europa, in Sudamerica o Australia, gli italiani affamati e in cerca di lavoro ad ogni costo erano manodopera a basso prezzo ed esposti ai rischi maggiori: le tragedie di Marcinelle (1956) e Mattmark (1965) sono ancora ferite recenti, così come l’immigrato in Svizzera  impersonato da Nino Manfredi in “Pane e cioccolata”, rappresentava la cruda realtà di tanti italiani neppure mezzo secolo fa. Oggi, lo dicono i dati INAIL, aumentano gli infortuni sul lavoro di addetti stranieri e diminuiscono quelli degli italiani. E a massacrarsi a raccogliere i pomodori 12 ore al giorno, 7 giorni su 7, sono gli africani di Rosarno. Tanto per fare un esempio.

Jennifer, Mahamadou, Gideon, Wilson,  Festus, Omar e molti italiani ignorano la nostra storia. Ma mentre ai primi si può perdonare, a noi non è consentito. Certo, ci sono le responsabilità della scuola che non insegna tutto questo, che non alleva i giovani nel ricordo del fascismo e della Resistenza, che non insegna ad amare, rispettare e seguire la Costituzione: ma io mi chiedo – e chiedo – cosa mai è successo in questo Paese che abbia congelato i sentimenti dell’accoglienza, dell’integrazione, della solidarietà. Quei sentimenti per cui gli ebrei perseguitati dal fascismo furono aiutati da tanti semplici cittadini a proprio rischio e per cui i prigionieri alleati in fuga venivano rifocillati  e assistiti da poveri contadini che si levavano letteralmente il pane di bocca per sfamarli.

In un articolo su Wired Simone Cosimi si chiede: Siamo ancora gli “italiani brava gente”? Probabilmente no. E forse non lo siamo mai stati: la nostra storia novecentesca è ricca di macchie indelebili,dalla violenza del Fascismo alle leggi razziali che ha portato in seno e, pochi anni prima della caccia agli ebrei, l’uso dei gas asfissianti (iprite e fosgene) allo scopo, per altro mancato, di accelerare le operazioni belliche in Etiopia. Il problema è proprio quello: abbiamo di noi stessi una considerazione eccessiva, sballata, sfocata, ignorante. Che tuttavia sta cambiando. Stiamo quasi arrivando a fare i conti con noi stessi. Stiamo scoprendo il mostro che ci vive dentro.

Jennifer, MahamadouGideon, Wilson,  Festus, Omar e molti italiani non sanno – scrive ancora Cosimi che “un’inchiesta dell’associazione Lunaria, anche questa abbastanza recente, ha registrato 1.483 casi di “violenza razzista e discriminazione” fra gennaio 2015 e maggio 2017, nel biennio precedente erano stati 319. Il maggior numero (615) tocca i sindaci e le loro ordinanze “anti-immigrazione”. E non sanno neppure “delle aggressioni neofasciste che stanno puntellando il Paese: la mappa di Infoantifa [date un’occhiata: quella mappa vi raggelerà. Ndr] ne censisce centinaia e continua ogni giorno la sua opera di informazione.” Questa riemersione strisciante del fascismo, appoggiata scientemente da Salvini con le sue demenziali crociate razziste, sta riavvolgendo l’Italia illuminata, accogliente, aperta, che conosco e che amo. Lo Stato, attraverso la scuola – l’ho scritto prima – ha una enorme responsabilità, così come il governo e i suoi uomini, dove spicca il ministro Minniti che, come dice Giulio Cavalli su Left, “è quello che oggi vorrebbe convincerci che le manifestazioni fasciste e quelle antifasciste pari sono.

Vignetta di Vauro per “Non sono razzista, ma”
di Luigi Manconi, Federica Resta

Jennifer, MahamadouGideon, Wilson,  Festus, Omar e molti italiani non sanno che Minniti non è solo: è degnamente accompagnato da tutti quelli che cercano di celare il virus malato del terrorismo razzista e fascista che tenta di emergere. Come scrive correttamente Valigia Blu: La sparatoria di Macerata è stata terrorismo politico di matrice fascista: va riconosciuto e detto, e poi affrontato. Lo è dal background dell’esecutore, Luca Traini – il tatuaggio neonazista sopra l’occhio destro, la rivendicazione col braccio destro teso e la bandiera tricolore, la militanza politica e le testimonianze sulla sua progressiva estremizzazione – e dalla dinamica dell’azione – il proiettile contro la sede del partito democratico, i sei stranieri feriti. Lo è contestualmente al clima di propaganda diffuso dall’estrema destra che trova cassa di risonanza nei mezzi di informazione – dalle prime pagine di Libero e Il Giornale a trasmissioni giornalisticamente fasulle come Quinta Colonna, fino alla debolezze strutturali del giornalismo, che diffonde nei titoli i virgolettati più beceri, e così ne aumenta la portata – i commenti e le analisi arrivano dopo il boato degli slogan, intanto che questi si moltiplicano nelle condivisioni in rete e assediano il nostro sguardo. Questo clima consiste in quotidiane ondate di immondizia ideologica, in bufale conclamate che cementano di rabbia e paura parte dell’opinione pubblica. Invocazioni di ruspe, gli “Stop Invasione”, i “Prima gli italiani”, gli “Aiutiamoli a casa loro”, gli appelli alla pulizia etnica, l’indicare gli oppositori come a libro paga di Soros o di qualche altro cosiddetto “potere forte”, l’equiparazione tra stranieri e potenziali terroristi, la fuffa xenofoba del piano Kalergi, la criminalizzazione delle Ong, l’accusa di “buonismo” per chi parla di diritti umani, gli strumentali attacchi alla Presidente della Camera Laura Boldrini a ogni fatto di cronaca che coinvolge immigrati o persino dopo attentati di matrice islamica. E quelle stesse bocche da odio ora apostrofano come “sciacalli” chi punta il dito contro Salvini & co, nella patetica inversione della realtà che vorrebbe farli passare persino per vittime.

Jennifer, MahamadouGideon, Wilson,  Festus, Omar e molti italiani non sanno che il festival della “follia” di Traini è già cominciato: il linciaggio fascista di cui è stato autore ha già trovato le voci a difesa, tese a sminuire la portata criminale di quell’atto. Così come  anni fa per Cassieri, il fascista che a Firenze uccise due senegalesi e poi si suicidò,  è già cominciato il coro che anticipa la causa della ‘sanità mentale’. Ancora Valigia Blu: “Se è bianco è folle, se è di colore o islamico è un terrorista – anche per Breivik si parlò di “follia“. 

Jennifer, MahamadouGideon, Wilson,  Festus, Omar che hanno atteso giorni prima che qualche rappresentante delle istituzioni si degnasse di portargli personalmente un minimo di partecipazione alla loro sofferenza – devono invece sapere che tutti gli italiani democratici sono con loro, per l’accoglienza, la legalità, la tolleranza, la solidarietà. Oggi a Macerata l’Italia che resiste all’infamia del razzismo si ribella.
Oggi a Macerata c’è l’Italia vera.

 

 

 

La disuguaglianza: il mostro che sta esasperando i conflitti sociali nel mondo (2)

8 Feb

 

Non c’è alcun dubbio che la disuguaglianza sa il peggior nemico della pace sociale e della cristallizzazione dei processi evolutivi dei popoli. Fa quindi riflettere amaramente che – alla vigilia delle elezioni nel noistro Paese – i leader politici (salvo pochissimi) ne parlino quasi en passant, come di un argomento che non si può eludere ma di cui avrebbero fatto volentieri a meno.

Tony Atkinson, di cui Piketty  fu allievo, ha speso una vita per studiarne cause, effetti e rimedi. Poco prima si morire, nel 2017, pubblicò il suo ultimo libro, Disuguaglianza. Che cosa si può fare?, in cui elaborava quindici proposte radicali, tra le quali una più alta tassazione per i più ricchi, una maggior redistribuzione del reddito, impiego pubblico con più garanzie, aumento del potere dei sindacati e uno sviluppo tecnologico di cui gli Stati avrebbero dovuto farsi carico.

Quest’ultimo tema, sia detto per inciso, è sostenuto vigorosamente da Mariana Mazzuccato, professor di Economia dell’innovazione all’University College di Londra e autrice di The Entrepreneurial State, tradotto in Italia da Laterza con il titolo Lo Stato Innovatore, uno dei saggi più influenti degli ultimi anni in cui ha indicato l’origine pubblica delle principali innovazioni del nostro tempo. In Italia un ottimo testo è quello di Maurizio Franzini e Mario PiantaDisuaglianze – Quante sono, come combatterle”, Laterza, 2016 (e di cui si è parlato qui: “Disuguaglianze: cause e rimedi”). 

Ma torniamo alla sintesi de “Il capitalismo del XXI secolo” gentilmente proposto da La città futura. Ecco la seconda e ultima parte.

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Segue dalla prima parte

L’Autore fa notare che tutti i dati disponibili suggeriscono che, a dispetto dei luoghi comuni ideologici, la mobilità sociale nell’America del XX secolo e all’inizio del XXI (nazione che presenta la maggiore disparità dei redditi da lavoro), sia molto bassa ed inferiore a quella dell’Europa. Ciò viene messo in relazione con l’elevato costo degli studi universitari, proibitivo per le classi popolari e medie, ed in particolare di quelli più prestigiosi (ad Harvard, che non è nemmeno l’università più cara, le quote di iscrizione ammontavano a 54.000 dollari nel 2013). Certamente l’accesso esclusivo agli studi più qualificati e prestigiosi impedisce qualsiasi vera mobilità sociale, accelerando ed aggravando piuttosto il processo di riproduzione intergenerazionale (altro che opposizione tra generazioni o divisione della ricchezza sulla base dell’età, come pure viene affermato ideologicamente!). Ma c’è di più: gli economisti ad esempio, soprattutto i più quotati, provengono proprio dalle classi più privilegiate e svolgono un ruolo tecnico per i decisori politici, oltre a quello di insegnamento e divulgazione. La loro appartenenza di classe comporta pertanto anch’essa, indirettamente, un’azione di autorigenerazione delle stesse disuguaglianze. A tal proposito Piketty sostiene che teorie e metodologie nella scienza economica risentano profondamente di tali interessi e cita l’utilizzo diffuso di indicatori astratti di disuguaglianza, quali il Coefficiente di Gini o il Principio di Pareto o i rapporti interdecili, i quali si propongono di edulcorare le stesse disuguaglianze, presentandole come naturali, ovvie, eterne. Nel testo viene smentito anche il mito, riduttivo e infondato, dell’accumulazione come “ciclo di vita”, suggerito dall’economista italiano Modigliani, apologeta del liberismo economico, secondo cui il capitale sarebbe accumulato nel corso della vita lavorativa mediante il risparmio, per essere utilizzato interamente, dopo il pensionamento, per mantenere il tenore di vita, anziché essere destinato a trasmettersi con l’eredità.

Le grandi ricchezze generano ovviamente potere e capacità di lobbying e ciò è certamente una delle spiegazioni della tendenza alla riduzione della progressività delle imposte che a sua volta aumenta di fatto il reddito netto della classe più benestante (si pensi, passando all’attualità, alla drastica riduzione delle imposte alla imprese americane stabilita dal tycoon Trump, o, nel piccolo, alla assurda proposta di una flat tax, nella campagna elettorale italiana in corso, da parte del magnate Silvio Berlusconi). Un altro fattore di divergenza deriva dal fatto che i capitali maggiori rendono di più di quelli piccoli o minimi (immaginiamo i tassi di interesse irrisori, spese a parte, di un conto corrente bancario o postale), grazie alla maggiore economia di scala nei costi della gestione finanziaria come pure al migliore accesso di informazioni sui mercati finanziari, riservate e non. In più al crescere della dimensione dei capitali aumenta la capacità di evasione fiscale, legale ed illegale (si pensi ai cosiddetti paradisi fiscali, maanche alla costituzione di fondazioni private e di trust funds o allo spostamento delle sedi fiscali delle società o della residenza personale dove conveniente, ecc.). Tutto ciò comporta, in un circolo vizioso, una crescita esponenziale dei patrimoni più grandi.

Piketty sostiene, a ragione, contro Pareto, che non esiste un limite “naturale” al livello di disuguaglianza della distribuzione di redditi e ricchezze, non esistono fattori automatici di regolazione che lo stabilizzino, ma sono i fattori esogeni che giocano. D’altra parte non ritiene verosimile la teoria del futuro crollo automatico del capitalismo come conseguenza della marxiana caduta tendenziale del saggio di profitto. Tale andamento infatti può essere attenuato o persino temporaneamente bloccato o invertito da una serie di controtendenze tra cui lo sviluppo tecnologico o le politiche neoliberiste pro capitale.

La soluzione preferibile formulata da Piketty sarebbe, in sostanza, una imposta annuale individuale sul capitale fortemente progressiva, a tassi quasi confiscatori per le maggiori ricchezze ed estesa a livello mondiale. Per rendere ciò attuabile, sottolinea l’Autore, occorre però creare strumenti nuovi, fondati teoricamente su un sistema altamente trasparente di scambi automatici di informazioni bancarie, affidabili e globali, sulla distribuzione dei patrimoni, in mano al potere pubblico e che svolga interessi generali. Questo secondo l’Autore sarebbe l’unico modo, non certo semplice da attuarsi, che consentirebbe alla democrazia di riprendere il controllo del capitalismo finanziario globale, salvaguardando allo stesso tempo il dinamismo imprenditoriale. E sarebbe pertanto una soluzione più “pacifica” di quella, peraltro definita fallimentare, attuata dall’Unione Sovietica nel XX secolo. L’Autore suggerisce anche che la soluzione illustrata consentirebbe di rimborsare tutto o in parte l’astronomico debito pubblico, accumulato da molti Paesi del sud Europa tra cui l’Italia. In maniera condivisibile questi afferma che il debito pubblico costituisce una ricchezza privata che grava sulla povertà pubblica e va incontro agli interessi di chi dispone di mezzi finanziari per prestare soldi allo Stato, a cui sarebbe stato invece meglio far pagare le imposte.

Tuttavia non è chiaro come possa essere imposta una tale soluzione, che non è certo tecnica ma politica, la quale in pratica significherebbe la perdita del controllo del potere da parte del capitalista e la sua, pur graduale, espropriazione. Tant’è vero che oggi, in effetti, prevale un senso di impotenza da parte delle classi popolari e delle classi medie, e, all’opposto di quanto auspicato, persino a livello europeo gli Stati entrano in concorrenza, divisi dall’esigenza, penalizzante, di attrarre capitali, come lo stesso testo ci espone.

Assistiamo infatti ormai ad una gara continua per ridurre le imposte sui redditi delle imprese e per detassare i redditi finanziari, al punto che già oggi il prelievo fiscale sui vertici della gerarchia sociale di fatto ha già perso ogni progressività. Il modo di produzione capitalistico si è sviluppato e si regge, possiamo dire, non perché sia più efficiente di altri modi di produzione, ma perché esso fornisce ai capitalisti il più grande profitto e il più grande potere. Consentiranno mai i capitalisti di attuare la soluzione proposta da Thomas Piketty che, pur mantenendo il capitalismo, eliminerebbe i più grandi privilegi alla classe detentrice del potere, cioè a loro stessi?

Infine, il titolo del testo non può non richiamare la maggiore opera filosofica di Marx, ma naturalmente la distanza tra di esse, a parte qualche minore analogia (quali diversi richiami alla letteratura francese ottocentesca) e minimi riferimenti allo stesso Marx, rimane siderale: l’indagine di Piketty, pur attenta alle dinamiche del processo storico, si svolge da una prospettiva strettamente socio-economica e quantitativa ed è lontana da qualsiasi profondità valutativa filosofica. Chiarito ciò, il testo dell’autore francese può essere indubbiamente uno strumento molto utile come punto di partenza per una discussione politica, in considerazione dei drammatici dati oggettivi e del loro andamento generati dal sistema capitalistico ed opportunamente qui mostratici.

Per concludere, si potrebbe dire che le soluzioni individuate da Piketty, posto che risolverebbero il problema della ingiusta distribuzione della ricchezza nel sistema capitalistico e della connessa perdita della democrazia, siano l’ultima possibilità di dimostrare l’eventuale riformabilità del capitalismo. Ad oggi, a quasi cinque anni dalla pubblicazione dell’opera, che pure ha venduto nel mondo oltre un milione di copie, passi avanti anche minimi verso l’applicazione delle ricette qui proposte non risulta siano state fatti, e questo deve far riflettere.

(2. fine)

La disuguaglianza: il mostro che sta esasperando i conflitti sociali nel mondo (1)

8 Feb

Questa sintesi de “Il capitale del XXI secolo“ di Thomas Piketty la dobbiamo a Paolo Massucci de La città futura, che ringrazio vivamente. Qui di seguito la prima parte che riporto integralmente.

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In questa corposa opera scientifica di quasi mille pagine (Il Capitale nel XXI secolo) Piketty – sulla base dei dati disponibili – presenta in maniera dettagliata, talvolta persino ridondante, lo stato attuale delle nostre conoscenze storiche sulla dinamica della distribuzione dei redditi e dei patrimoni a partire dal XVIII secolo, traendone, in ultimo, insegnamenti per il secolo in corso. La lezione principale – che conferma peraltro molti altri studi nonché la comune esperienza – è che il sistema capitalistico, se abbandonato a se stesso, continua a produrre progressiva divergenza economica all’interno della società, mettendo persino in discussione quello stato sociale faticosamente conquistato dai cittadini europei.

Il testo, non certo sintetico, costituisce uno studio serio che ha il merito di chiarire, su basi oggettive, la distribuzione della ricchezza mondiale, la sua dinamica storica e la direzione futura prevedibile, nonché quello di formulare una possibile soluzione chiara dei gravi problemi, della quale espone anche gli attuali ostacoli da rimuovere per la sua effettiva realizzazione. La proposta formulata consiste in un processo di redistribuzione della ricchezza, mediante una elevata imposta mondiale fortemente progressiva da applicarsi sul capitale individuale, per invertire l’attuale andamento, altrimenti inarrestabile, di concentrazione della stessa ricchezza prodotta (con formazione di un’oligarchia internazionale). Secondo l’Autore, tale riforma si dovrebbe comunque realizzare per vie democratiche all’interno dell’attuale sistema capitalistico e sarebbe l’unico modo per impedire una situazione insostenibile di sempre più estrema disuguaglianza economica, tale da poter inficiare gli stessi meccanismi del funzionamento economico e da generare inevitabilmente disastri umanitari e sociali al punto da ipotizzare la fine della civiltà così come oggi la conosciamo.

Analizzando i dati statistici mostrati nel testo si evince che con il crescere delle disuguaglianze nella proprietà di capitali, la cosiddetta “classe media” tende a sparire e si proletarizza, determinandosi una separazione sempre più netta tra i nullatenenti e la classe possidente. Si evince anche che la “classe media”, che costituisce ancora una sorta di cuscinetto tra il proletariato vero e proprio e la borghesia e che ha costituito il perno dello sviluppo delle cosiddette “democrazie occidentali”, non è sempre esistita storicamente (e geograficamente), ma si è formata prevalentemente nei primi decenni del secondo dopoguerra, a seguito di peculiari fattori storici occorsi nei Paesi sviluppati. La classe media piccolo-proprietaria è stata una grande creazione del XX secolo, dovuta alla redistribuzione di una importante quota di ricchezza proveniente dai centili superiori, nonché -ma questo punto non sembrerebbe essere citato nel testo- dall’esproprio sistematico della ricchezza prodotta dai paesi colonizzati da parte dell’imperialismo occidentale. E oggi sempre più in crisi…

Il punto è che i decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, i Trente Glorieuses, come ci illustra Piketty, sono stati l’unico periodo nella storia del capitalismo in cui si sono verificate le seguenti condizioni, in particolare nei Paesi del cosiddetto “Primo Mondo”:

  • Crescita molto elevata del Prodotto Interno lordo (PIL). In nessun altro periodo storico, né antecedente o né successivo, si è mai avuta una tale continuativa crescita economica.
  • Minime disuguaglianze patrimoniali di partenza. Ciò è stata la conseguenza dei disastri di trent’anni delle due guerre mondiali e della Grande Crisi economico-finanziaria che hanno quasi azzerato i valori dei capitali mobiliari ed immobiliari.
  • Contenute (seppur crescenti) disuguaglianze dei redditi da lavoro.
  • Politiche economiche pro-lavoro e socialmente più egualitarie (ad esempio la creazione dell’imposta progressiva sul reddito).

In tale congiuntura storica l’accumulo di ricchezza è provenuta prevalentemente dai redditi di lavoro anziché dal capitale ereditato o accumulato nel passato e ciò ha determinato una maggiore mobilità sociale ed una effettiva, sebbene parziale, emancipazione sociale.

L’Autore mette opportunamente in rilievo come questa fase storica si sia andata esaurendo intorno agli anni settanta e come, conseguentemente, la sua fenomenologia sociale in termini di distribuzione della ricchezza (minore disuguaglianza economica, espansione di una classe media, sviluppo dello stato sociale), a partire da quel periodo, pur con un ritardo inerziale, si stia ritrasformando in senso regressivo. Si è trattato infatti di una fase peculiare e temporanea, non del naturale sviluppo capitalistico.

Ci stiamo ormai avviando, in tutti i Paesi Sviluppati e in buona parte del mondo, verso una diseguaglianza economica in termini patrimoniali simile a quella vissuta dall’Europa nel XIX secolo -con l’1% di rentiers che possedeva il 50-60% dei patrimonio nazionale, il 10% che ne possedeva il 90% e il resto della popolazione che viveva di stenti- e tendenzialmente potremo persino superarla se non si interverrà. Ancora più drammatica è la crescente disuguaglianza dei redditi da lavoro: a partire dagli anni settanta-ottanta assistiamo, soprattutto e ad iniziare dagli Stati Uniti, ad una esplosione senza precedenti delle disuguaglianze di reddito, con una crescita impressionante del reddito da lavoro essenzialmente a beneficio esclusivo dell’1% più benestante. Ciò è dovuto in particolare ad una classe di supermanager delle multinazionali con stipendi annui di diversi milioni di dollari (o di euro) e persino di centinaia di milioni per le posizioni di vertice: nessuno può prevedere fino a quale livello ci si potrà spingere da oggi in avanti. La polarizzazione dei redditi da lavoro sta facendo sì che le famiglie ad alto reddito – oltre il novantesimo o i novantacinquesimo percentile -, impiegando appena una piccola parte del loro reddito, possano sempre più impiegare come domestici una buona parte della popolazione a minor reddito. Si sta ricreando il lavoro servile ?

La crescita estrema della disuguaglianza, con l’attuale andamento, potrà raggiungere un livello tale da essere considerata intollerabile e dar luogo a lotte violente a cui si opporrebbero da una parte un più forte apparato repressivo dall’altra un’operazione di vitale legittimazione ideologica della posizione dei vincitori, operazione che naturalmente è già pienamente in atto. Quest’ultima si propone sia di giustificare la ricchezza e gli alti redditi con il merito sul lavoro (capacità e sacrificio) sia con la loro necessità sociale, nel senso che la eventuale riduzione degli alti redditi nuocerebbe al resto della popolazione.

Di sacchetti della spesa, incapacità e burocradiozia

4 Gen

Ho voluto informarmi più compiutamente sulla norma che dispone il pagamento dei sacchetti della spesa (per capirci, quelli con cui si raccolgono alimenti sfusi come frutta, ortaggi, ecc, e su cui è scoppiata la polemica di questi giorni) e ho approfondito andando a leggermi le disposizioni di legge nella Gazzetta Ufficiale (decreto legge 2017 n. 123).

Dunque, nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea  del 6 maggio 2015 è stata pubblicata una direttiva che, in considerazione dei problemi derivanti dall’incontenibile dilagare dei sacchetti di plastica non degradabili,  disponeva un preciso percorso in merito alla loro progressiva eliminazione con prodotti meno inquinanti modificando la precedente direttiva 94/62/CE .
L’art. 2 disponeva [il neretto è sempre mio] che:

Gli Stati membri mettono in vigore le disposizioni legislative, regolamentari e amministrative necessarie per conformarsi alla presente direttiva entro il 27 novembre 2016. Essi ne informano immediatamente la Commissione.

E’ di tutta evidenza che  l’Italia era pertanto in ritardo nell’attuazione della direttiva.
Andiamo avanti. La direttiva forniva anche una classificazione dei prodotti; circa i  sacchetti oggetto della polemica di questi giorni, al punto 4 delle considerazioni dava questa definizione:

“borse di plastica in materiale ultraleggero”: borse di plastica con uno spessore inferiore a 15 micron [sono quelle di cui parliamo] richieste a fini di igiene o fornite come imballaggio primario per alimenti sfusi se ciò contribuisce a prevenire la produzione di rifiuti alimentari;

Per quanto riguarda questa tipologia, al punto 13 veniva offerta questa possibilità:

Gli Stati membri possono scegliere di esonerare le borse di plastica con uno spessore inferiore a 15 micron («borse di plastica in materiale ultraleggero») fornite come imballaggio primario per prodotti alimentari sfusi ove necessario per scopi igienici oppure se il loro uso previene la produzione di rifiuti alimentari.

L’opportunità veniva ribadita più avanti, nel paragrafo dedicato alle misure da adottare:

Le misure adottate dagli Stati membri includono l’una o l’altra delle seguente opzioni o entrambe:

  1. a) adozione di misure atte ad assicurare che il livello di utilizzo annuale non superi 90 borse di plastica di materiale leggero pro capite entro il 31 dicembre 2019 e 40 borse di plastica di materiale leggero pro capite entro il 31 dicembre 2025 o obiettivi equivalenti in peso. Le borse di plastica in materiale ultraleggero possono essere escluse dagli obiettivi di utilizzo nazionali;
    b) adozione di strumenti atti ad assicurare che, entro il 31 dicembre 2018, le borse di plastica in materiale leggero non siano fornite gratuitamente nei punti vendita di merci o prodotti, salvo che siano attuati altri strumenti di pari efficacia. Le borse di plastica in materiale ultraleggero possono essere escluse da tali misure.

Questa concessione veniva mitigata più avanti; in sintesi, sarebbe stato preferibile accelerare l’intero processo di riduzione dell’utilizzo dei sacchetti, lasciando facoltà di decisione ai singoli Stati membri:

1 ter. ……. gli Stati membri possono adottare misure tra cui strumenti economici e obiettivi di riduzione nazionali in ordine a qualsiasi tipo di borse di plastica, indipendentemente dal loro spessore.

Come si usa in ogni paese civile, la Commissione raccomandava infine un’adeguata opera di informazione e sensibilizzazione dei cittadini:

1 quater. La Commissione e gli Stati membri incoraggiano attivamente, almeno nel primo anno successivo al 27 novembre 2016, campagne di informazione e di sensibilizzazione sull’impatto ambientale nocivo dell’utilizzo eccessivo di borse di plastica in materiale leggero.

Avete mai visto qualcosa del genere tra il 2016 e il 2017? Io no. Il ministro dell’Ambiente – quello che parla di responsabilità dei cittadini – se n’è ben guardato.

Ora, premesso che sono a strafavore di ogni iniziativa a favore dell’ambiente e contro l’uso indiscriminato della plastica, mi permetto di avanzare alcune osservazioni.

  1. Perché il nostro Paese era in ritardo nell’applicazione della direttiva? Perché il ministro dell’Ambiente – che oggi si spertica in autocelebrazioni – non ha provveduto tempestivamente?
  2. Perché aggiungere gli “ultraleggeri” all’elenco dei sacchetti oggetto delle misure? E’ ragionevole prevedere che anch’essi verranno presto banditi. Ma l’Italia non vi era tenuta a farlo ora. Il mio sospetto è che un oscuro burocrate abbia voluto dimostrare il suo zelo accelerando i tempi. In altre parole avrà pensato qualcosa del genere: ‘cara Commissione europea, è vero che eravamo in ritardo perché siamo dei cialtroni e pasticcioni però devi perdonarci perché abbiamo recuperato anticipando tutti’.  
    Quel che si dice un cazzo (scusate) di ragionamento.
  3. Perché la norma circa gli “ultraleggeri” a pagamento entra precipitosamente in vigore dal 1° gennaio 2018, solo pochi giorni dopo l’emanazione del provvedimento? Non sarebbe stata preferibile una moratoria – anche soli sei mesi, tiè –  e in quel periodo avviare un’opera di preparazione dei consumatori?
  4. Perché non è stata avviata tempestivamente una doverosa attività di educazione e informazione? Il tempo – visti i vergognosi ritardi accumulati – c’era e sarebbe stata un’operazione intelligente. Tutti noi avremmo accolto ben diversamente la disposizione se lo Stato (chiedo scusa, il Governo) avesse accolto e messo in opera l’invito della Commissione.
  5. Perché addebitare ai consumatori il costo  dei sacchetti? La Commissione non ha disposto in questo senso e i sospetti di molti sul favore fatto ai produttori non possono essere fugati con semplici dichiarazioni.
  6. Perché, già che c’era, il ministro dell’Ambiente non ha pensato a nessuna misura contri vassoi in polistirolo e plastica preconfezionati di frutta e verdura? Perché non pensa, direte voi. Ma c’è poco da ridere.
  7. Perché il ministro dell’Ambiente non ha previsto di disporre per l’uso di prodotti alternativi gratuiti come i sacchetti di carta riciclata e biodegradabile?
  8. Perché la chiara, civile e a suo modo garbata direttiva della Commissione europea viene tradotta in una disposizione inutilmente vessatoria e discutibile dal governo italiano?
  9. Perchè nessuno al governo ha avuto la sensibilità per intuire che cittadini e consumatori avrebbero accolto criticamente (a dir poco) il provvedimento?
  10. Perché queste sanzioni enormi, mostruose addirittura, per i contravventori? Esiste ancora un senso della misura, delle proporzioni?
    h) all’articolo 261, dopo il comma 4 sono aggiunti i seguenti:
    4-bis. La violazione delle disposizioni di cui agli articoli 226-bis e 226-ter [Riduzione della commercializzazione delle borse di plastica e di  plastica in materiale ultraleggero] e’ punita con la sanzione amministrativa pecuniaria da 2.500 a 25.000 euro.
    4-ter. La sanzione  amministrativa  di  cui  al  comma  4-bis  e’aumentata fino al quadruplo del massimo se la violazione del  divieto riguarda ingenti quantitativi di borse di plastica oppure  un  valore di queste  ultime  superiore  al  10  per  cento  del  fatturato  del trasgressore, nonche’ in caso di utilizzo di diciture o  altri  mezzi elusivi degli obblighi di cui agli articoli 226-bis e 226-ter.

Il quadruplo del massimo vuol dire 100.000 euro. Ma cosa si intenda per “ingenti quantitativi” non lo so. La burocradiozia non ha davvero limiti.

 

 

 

Nell’interesse esclusivo della Nazione.

19 Dic

L’art. 93 della Costituzione così recita: “Il Presidente del Consiglio dei Ministri e i Ministri, prima di assumere le funzioni, prestano giuramento nelle mani del Presidente della Repubblica”). La formula del giuramento è contenuta nel comma 3 dell’art.1 della legge n. 400 del 23 agosto 1988 (Disciplina dell’attività di Governo e ordinamento della Presidenza del Consiglio dei Ministri):

3. Il Presidente del Consiglio dei Ministri e i Ministri, prima di assumere le funzioni, prestano giuramento nelle mani del Presidente della Repubblica con la seguente formula: “Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione”.

Dopo questa indispensabile premessa, assumono un ben diverso sapore diverse dichiarazioni che si sono susseguite nel tempo a proposito della faccenda Boschi-Banca Etruria. E ne nascono alcune osservazioni che Alessandro De Angelis bene esprime nel suo pezzo sull’Huffington Post che riporto integralmente qui sotto.

In breve: nel 2014 l’on. Boschi venne nominata ministro per Riforme nel governo Renzi (più precisamente: Ministro per le riforme costituzionali e per i rapporti con il Parlamento con delega all’attuazione del programma del governo Renzi). E dunque, come si chiede De Angelis, a che titolo la Boschi si occupava del dossier banche, la cui responsabilità è “in capo al ministro delle Finanze che ne parla col presidente del Consiglio?” 

La diplomazia parallela della Boschi certifica una corsia preferenziale sulle banche

L’audizione di Padoan squarcia il velo sull’attivismo non richiesto e non riferito della ministra su Banca Etruria. A che titolo parlava con banchieri e authority?

Il cerchio si stringe attorno a Maria Elena Boschi e alla sua fragile difesa, audizione dopo audizione. Dice il ministro del Tesoro Padoan: “Io non ho autorizzato nessuno e nessuno mi ha chiesto un’autorizzazione, la responsabilità del settore bancario è in capo al ministro delle Finanze che ne parla col presidente del Consiglio”. Traducendo in maniera un po’ grossier dal linguaggio formale, significa: la Boschi non agiva nel mio conto. Concetto reso ancora più esplicito quando il senatore Augello, in commissione” chiede a Padoan: ma almeno l’allora ministro delle Riforme riferiva degli incontri con Consob, Bankitalia e l’ad di Unicredit Ghizzoni? Risposta: “Ho appreso di specifici incontri dalla stampa”.

Significa che Maria Elena Boschi non porta il risultato di cotanto attivismo e interessamenti né in colloqui informali col ministro competente né nella sede formale del cdm. Un ministro, giova ricordare, giura sulla Costituzione di “esercitare le proprie funzioni nell’interesse esclusivo della nazione”. E dunque, si ripropone la domanda: a che titolo la Boschi si occupava del dossier banche, la cui responsabilità è “in capo al ministro delle Finanze che ne parla col presidente del Consiglio?”. O meglio: si occupava di banche nell’interesse del paese e dunque avrebbe dovuto riferire a Padoan degli incontri, o della banca di cui è vicepresidente il padre, animata da una preoccupazione privata?

Ricapitolando. Di quella banca parlò con il presidente di una autorità indipendente come la Consob Giuseppe Vegas, in più occasioni. In una per informarlo che il padre sarebbe diventato vicepresidente di Etruria; in un’altra per esprimergli, non si sa a che titolo dopo le parole di Padoan, “preoccupazione per il futuro del settore orafo perché a suo avviso c’era la possibilità che Etruria venisse incorporata dalla banca di Vicenza”. La preoccupazione per il settore dell’oro, argomento degno di un confronto collegiale in cdm però non viene portato all’attenzione del ministro del Tesoro.

Ecco, l’audizione di Padoan rappresenta un salto di qualità in questa epopea del conflitto di interesse bancario. Perché configura una sorta di “diplomazia parallela” – la Boschi – che opera all’insaputa di quella ufficiale del Tesoro. E sarebbe interessante sapere quanto questa “diplomazia parallela” operava col sostegno dell’allora premier Matteo Renzi, quanto era informato e quanto consentiva di parlare in suo nome di una questione che gli stava particolarmente a cuore. Vale per ogni incontro fin qui emerso, da Vegas all’ex ad di Unicredit Federico Ghizzoni, al quale secondo la ricostruzione di De Bortoli la Boschi avrebbe chiesto un intervento affinché salvasse la banca di Arezzo. Tutto all’insaputa di Padoan che in commissione afferma di aver parlato decine di volte con Ghizzoni “ma mai specificamente della situazione specifica” di Banca Etruria.

A conferma che in questa storia ci sia una condotta molto poco istituzionale c’è la valanga di non detti, omissioni e messaggi mandati dall’ex ministra ora che emergono pezzi di verità che fanno vacillare un fragile castello difensivo: “Ho molti sms, anche con esponenti del mondo del credito e del giornalismo, non solo quelli con Vegas”. Anche in questo caso viene sfondato, in modo malizioso e allusivo, il confine tra dimensione personale e pubblica: si tratta di informazioni rilevanti date a un esponente del governo di cui la pubblica opinione dovrebbe sapere o, come si dice in questi casi, “pizzini” per chi deve intendere e non parlare?

In Parlamento, luogo solenne in cui un ministro ha il dovere della verità di fronte al paese, la Boschi negò “corsie preferenziali” e “doppie misure” sulla banca del padre. Adesso che gli incontri si sono scoperti, in più interviste il sottosegretario ha cambiato versione, ammettendo che sì, ci sono stati, compreso Ghizzoni, ma per parlare del “sistema bancario” nel suo complesso (sempre all’insaputa del ministro del Tesoro). La linea è “nessun favoritismo”, “nessuna pressione”. Nulla di male neanche nella villa di Laterina, dove incontrò l’ad di Veneto Banca Vincenzo Consoli, recatosi lì per parlare con Boschi senior delle richieste di Bankitalia a Etruria e Veneto Banca di unirsi in un istituto più grande per salvarsi. E nessuna pressione, dice la Boschi, verso Fabio Panetta il direttore generale di Bankitalia.

Ci risiamo: a che titolo lo ha incontrato a insaputa del ministro del Tesoro? È in questo quadro che l’audizione di Visco, nella giornata di domani, può rappresentare un altro colpo. Il senatore Andrea Augello, e non solo lui, ha già pronta la prima domanda: “Se però dovessimo scoprire che almeno uno di questi incontri si è svolto mentre erano in corso le ispezioni di Bankitalia, cioè mentre gli ispettori stavano indagando sul padre del ministro saremmo tutti costretti a cambiare la classificazione di questa situazione da imbarazzante a impresentabile”. Ecco: quando l’ha incontrato? E quale era la finalità dell’ennesimo tassello di questa diplomazia parallela? Anche il fragile argine semantico “nessuna pressione” è destinato a reggere poco. Un ministro delle Riforme che si aggira negli uffici degli organi di vigilanza per parlare dei destini di una banca disastrata di cui, come tutti sanno, suo padre è vicepresidente, ha davvero bisogno di esercitare pressioni o la sua presenza è già una pressione? E la certificazione d’esistenza di una corsia preferenziale, ottenuta in virtù della propria influenza e del proprio potere, per una preoccupazione di carattere privato. Il conflitto di interessi, appunto.

 Fin qui De Angelis, con cui concordo pienamente. Oggi era peraltro in audizione dalla commissione Banche il governatore di Bankitalia Visco, che secondo Repubblica  così si è espresso sulla questione:

L’ex premier ha mostrato interesse per la questione di Banca Etruria, una delle quattro banche mandate in risoluzione a fine 2015 di cui il padre di Maria Elena Boschi è stato vice-presidente. Ancora Visco spiega che in uno degli incontri con Renzi, nell’aprile del 2014, l’ex premier domandò perché la Popolare di Vicenza (altra banca andata poi a gambe all’aria) volesse acquisire Etruria, “ma non risposi: non entrai per niente nei temi della Vigilanza, presi la sua come una battuta sugli orafi”, vista la vocazione di gioiellieri di entrambi i territori. La riservatezza dei temi di Vigilanza fu opposta anche alle domande dell’allora ministra Boschi, che parlò con il vicedirettore di Bankitalia, Fabio Panetta. Dialogo del quale riferisce lo stesso Visco: “Pressioni dalla Boschi su Etruria? No. C’era un legittimo interesse dell’allora ministro su una questione che interessava il territorio”, argomenta il governatore. “Ne parlò con Panetta, ma lui non disse nulla perché non si parlava delle questioni della Vigilanza, che sono riservate”. “Da Boschi – spiega ancora il governatore – venne espresso dispiacere e preoccupazione sulle ripercussioni che l’acquisizione della banca poteva avere sul territorio”, ma “non ci fu nessuna richiesta di intervento”.

Tutto normale? Domani ne sapremo di più: verrà ascoltato l’ex-ad di Unicredit Federico Ghizzoni, che secondo il libro di Ferruccio De Bortoli ”Poteri forti (o quasi)” sarebbe stato invitato a occuparsi del dossier di Banca Etruria dalla Boschi. Scrive infatti De Bortoli a pag. 209: “L’allora ministra delle Riforme, nel 2015 non ebbe problemi a rivolgersi direttamente all’amministratore delegato di Unicredit. Maria Elena Boschi chiese quindi a Federico Ghizzoni di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria. La domanda era inusuale da parte di un membro del governo all’amministratore delegato di una banca quotata. Ghizzoni, comunque, incaricò un suo collaboratore di fare le opportune valutazioni patrimoniali, poi decise di lasciar perdere.” L’on. Boschi, dopo aver minacciato al tempo una querela per diffamazione, decaduti i termini ha anticipato giorni fa che ha avviato una causa civile per danni. Alla notizia De Bortoli ha risposto con un  tweet: “Grazie.”

In conclusione, al di là delle schermaglie, delle polemiche, dei duelli verbali, delle audizioni e delle inchieste, a me resta solo un dubbio: se e quanto sia chiara, per i nostri governanti, l’espressione nell’interesse esclusivo della nazione.

 

 

Al di sopra di ogni sospetto

16 Dic

Pompea, moglie di Cesare, fu sorpresa in compagnia di tale Clodio travestito da suonatrice durante i festeggiamenti per la dea Bona, riservati esclusivamente alle donne. Ne seguì che Cesare ripudiò Pompea e Clodio fu trascinato d’ufficio in tribunale. Chiamato a testimoniare e interrogato sulla circostanza, Cesare dichiarò che della questione non ne sapeva nulla, ma l’inquisitore insistette e gli chiese perhé mai avesse allora ripudiato la moglie. “Perchè la moglie di Cesare dev’essere al di sopra di ogni sospetto“, fu la risposta. Così racconta Plutarco ne “Le vite”.

Nel 1963 l’inglese John Profumo, ministro nel governo MacMillan, dette le dimissioni quando fu scoperto il suo legame con Christine Keeler, una ragazza allegra che intratteneva relazioni anche con altri uomini, tra cui un ufficiale dell’ambasciata russa a Londra.

In Italia, il ministro per lo Sport e le Pari opportunità Josefa Idem dette nel 2013 le dimissioni quando venne alla luce un suo illecito amministrativo per un presunto abuso edilizio.

Poi c’è quest’altra faccenda: Il ministro Maria Elena Boschi partecipò a un incontro con i vertici di Banca Etruria e di Veneto Banca nella casa di famiglia ad Arezzo nella pasqua del 2014, “per un quarto d’ora, nel quale non proferì parola, dopo di che si alzò e andò via”. Lo ha affermato l’ex ad di Veneto Banca Vincenzo Consoli in audizione alla Commissione sulle banche. La riunione avvenne “perchè sapemmo che Etruria aveva ricevuto da Bankitalia una lettera simile alla nostra” nella quale chiedeva l’aggregazione con un partner di “elevato standing” e indicandolo poi in Popolare Vicenza.” (Huffington Post, 15 dicembre 2017).

Non c’è altro da aggiungere. Chi la vuol capire l’ha capita.

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