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Stefano Rodotà: una falsa democrazia anticipa il nuovo regime

4 Gen

Dal sito Coordinamento democrazia Costituzionale riporto questa intervista a Stefano Rodotà di Andrea Fabozzi, pubblicata su Il Manifesto del 31.12.2015.

Intervista a Stefano Rodotà.
«Il premier Renzi governa come se ci fossero già l’Italicum e la nuova Costituzione. Il presidente Mattarella non distoglierà lo sguardo da questa situazione. Il bipolarismo crolla ma non c’entra il populismo. I partiti non sanno più leggere la società»

«Il populismo è una spiegazione troppo semplice. I partiti tradizionali non riescono più da tempo
a leggere la società. Non è populismo, è crisi della rappresentanza».

L’intervista con Stefano Rodotà comincia dal giudizio sui risultati elettorali in Francia e Spagna. «In entrambi i casi il bipolarismo va in crisi. Ma in Francia il fenomeno assume tinte regressive. Lì il Front National coltivava da tempo il disegno di sostituirsi ai due grandi partiti in crisi, ed è stato facilitato dalla rincorsa a destra di Sarkozy e Hollande, che hanno finito per legittimare Le Pen. In Spagna Podemos ha interpretato un movimento reale, quello degli Indignados, e ha predisposto uno strumento di tipo partitico per raccogliere il fenomeno. Il risultato pare essere un’uscita in avanti dal bipolarismo».

Renzi benedice la nuova legge elettorale italiana e sostiene che da noi non potrà succedere.
Non coglie il senso di quello che sta succedendo e con la sua risposta non fa che aumentare la distanza tra il partito e la società. Sostanzialmente dice: «A me della rappresentanza non importa nulla, a me interessa la stabilità». Ma con un governo che rappresenta appena un terzo degli elettori ci sono enormi problemi di legittimazione, di coesione sociale e al limite anche di tenuta democratica.

In Spagna e Francia si è votato con sistemi elettorali non proporzionali. Di più, lo «spagnolo» è stato a lungo un modello per i tifosi del maggioritario spinto. I risultati dimostrano però che l’ingegneria elettorale da sola non basta a salvare il bipolarismo. Può fallire anche l’Italicum?
L’ingegneria elettorale è un modo per sfuggire alle questioni importanti. In questi anni non solo
è stato invocato il modello spagnolo, ma anche quello neozelandese e quello israeliano. Sembrava di stare al supermarket delle leggi elettorali. Tutto andava bene per mortificare la rappresentanza, sulla base dell’idea che ciò che sfugge agli schemi è populismo. Invece è una legittima richiesta dei cittadini di partecipare ed essere rappresentati. Il nuovo sistema italiano, l’abbiamo spiegato tante volte, presenta il rischio di distorsioni spaventose. Può aprire la strada a soluzioni pericolose, ma anche ad alternative interessanti. Penso per esempio alla stagione referendaria che abbiamo davanti: dal referendum costituzionale, a quelli possibili su Jobs act, scuola e Italicum.

Il primo referendum, quello sulle trivellazioni, il governo ha deciso di evitarlo. Renzi è meno tranquillo di quanto dice?
È possibile, del resto le previsioni sul referendum costituzionale sono difficili, ancora non sappiamo esattamente come si schiereranno le forze politiche. Di certo la partita non è chiusa. E vorrei ricordare che nel 1974 una situazione elettorale che sembrava chiusa fu sbloccata proprio da un referendum, quello sul divorzio. I cittadini furono messi in condizione di votare senza vincoli di appartenenza politica e l’anno dopo si produsse il grande risultato alle amministrative del partito comunista.

In questo caso il presidente del Consiglio sta politicizzando al massimo il referendum, anzi lo sta personalizzando: sarà un voto su di lui ancora più che sul governo.
Il fatto che abbia deciso di giocarsi tutto sul referendum costituzionale apre una serie di problemi, il primo è la questione dell’informazione. C’è già un forte allineamento di giornali e tv con il governo,
la riforma della Rai non potrà che peggiorare le cose. Renzi ha già impropriamente politicizzato tutto il percorso della riforma, il dibattito parlamentare è stato gestito in modo autoritario. In teoria quando si scrivono le regole del gioco il cittadini dovrebbero poter votare slegati da considerazioni sul governo, in pratica non sarà così. Il gioco è chiaro: se dovesse andargli male, Renzi punterà alle elezioni anticipate con un messaggio del tipo: o partito democratico o morte, o me o i populisti.

La strategia è evidentemente questa. Il ballottaggio serve a chiedere una scelta tra il Pd e Grillo, al limite Salvini. E se fosse un calcolo sbagliato? L’Italia non è la Francia, «spirito Repubblicano» da far scattare ne abbiamo poco.
Può essere un calcolo sbagliato. l’Italia non è la Francia per almeno due ragioni. Il Movimento
5 Stelle non fa paura come il neofascismo del Front National. E la mossa dei candidati socialisti in favore di quelli di Sarkozy è stata seguita perché lì la dialettica politica restava aperta. Da noi al contrario si rischierebbe l’investitura solitaria, rinunciare significherebbe consegnarsi pienamente a Renzi. L’appello al voto utile non credo funzionerà anche perché l’Italia non solo non è la Francia, ma non è più neanche l’Italia di qualche anno fa. Renzi non può chiedere il voto a chi quotidianamente delegittima, negando il diritto di cittadinanza alle posizioni critiche. Infatti si comincia a sentire che il vero voto utile, quello che può servire a mantenere aperta la situazione italiana, può essere quello al Movimento 5 Stelle. Sono ragionamenti non assenti dall’attuale dibattito a sinistra, mi pare un fatto notevole.

Sulle riforme costituzionali la sinistra spagnola va all’attacco, Podemos ha cinque proposte puntuali. Perché in Italia siamo costretti a sperare che non cambi nulla?
Proposte ne abbiamo fatte per uscire dal bicameralismo in maniera avanzata, per favorire la rappresentanza e la partecipazione, non escludendo la stabilità. Sono state scartate, nemmeno discusse. Alcuni di noi avevano denunciato il rischio autoritario della riforma costituzionale, siamo stati criticati, poi abbiamo cominciato a leggere di rischi plebiscitari, «democratura» e via dicendo. Troppo tardi, ormai lo stile di governo di Renzi è già un’anticipazione di quello che sarà il sistema con le nuove regole costituzionali e la nuova legge elettorale. Il parlamento è già stato messo da parte, addomesticato o ignorato, com’è accaduto sul Jobs act per le proposte della commissione della camera sul controllo a distanza dei lavoratori. Lo stesso sta avvenendo sulle intercettazioni.

Dobbiamo considerare un’anticipazione anche il modo in cui è stata gestita l’elezione dei giudici costituzionali?
È stata data un’immagine della Consulta come luogo ormai investito dalla lottizzazione, cosa che ha sempre detto Berlusconi. Un altro posto dove viene rappresentata la politica partitica, più che un’istituzione di garanzia. Lo considero un lascito grave della vicenda. La Corte dovrà prendere decisioni fondamentali, mi auguro che le persone che sono state scelte si liberino di quest’ombra, hanno le qualità per farlo.

L’altra istituzione di garanzia che finisce nell’ombra di fronte a questo stile di governo è il presidente della Repubblica.
Sulle banche il presidente Mattarella ha giocato un ruolo attivo. Le sue mosse possono essere considerate irrituali, ma di fronte al rischio per la tenuta del sistema bancario e per il rapporto tra cittadini e istituzioni ha fatto bene a intervenire. Stiamo scivolando verso una democrazia scarnificata, rinunciamo pezzo a pezzo agli elementi sostanziali — la rappresentatività, i diritti sociali e individuali — in cambio del mantenimento di quelli formali — il voto, la produzione legislativa. La situazione è grave ma le conclusioni un po’ affrettate per il momento me le risparmierei. Se questo orientamento proseguirà non credo che il presidente della Repubblica distoglierà il suo sguardo.

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Il meglio deve ancora venire

29 Mar

Landini alla fine del suo discorso e piazza del Popolo rossa e strapiena

Landini alla fine del suo discorso e piazza del Popolo rossa e strapiena

“Non credo – come dice Landini – che Renzi sia peggiore di Berlusconi, ma credo che sia molto più pericoloso. Perché quello attaccava da destra i diritti ed era un nemico riconoscibile, mentre Renzi li svuota da sinistra e a molti questa sua collocazione basta per fidarsi e lasciarlo fare.”

Un grazie di cuore a Nando Cancedda che sul suo blog pubblica queste riflessioni di Massimo Marnetto.
Le condivido.

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Il giorno dopo le cose sono più chiare.

Dopo la manifestazione a Piazza del Popolo, la Coalizione sociale si fa “massa critica” (Rodotà) per chiedere ai partiti di ripensare alla dignità del lavoro attaccata dal Jobs Act. Al di là della  truffa delle parole, che nascondono la fine della tutela dall’ingiusto licenziamento, con le suadenti “tutele crescenti”.
“E’ come se – mi dice un metalmeccanico mentre marciamo – ci togliessero la libertà di parola in azienda. Se sai che ti possono licenziare quando vogliono, stai zitto e incassi le ingiustizie tue e ti giri dall’altra parte se vedi quelle che fanno agli altri“.
I lavoratori si riprendono la parola in piazza perché scoprono con rabbia e dolore di non essere più difesi dal PD in Parlamento e dal suo Governo. Un lutto di rappresentanza che sembrava impossibile potesse accadere.
“Con Renzi si è tutto incasinato – fa una lavoratrice che tiene lo striscione della sua fabbrica in liquidazione – e il PD che viene dal partito dei lavoratori, adesso a noi lavoratori non ci caga più. E sbaglia chi pensa di stare all’asciutto, solo perché non ha il contratto nuovo del Jobs Act, perché tra un po’ toccherà pure a lui. Perché appena cambi lavoro, diventi Jobs Act, anche se prima eri art. 18″.
Il sindacato della Fiom scopre così che deve farsi carico di questa domanda di tutela e ampliare il suo ruolo, per ascoltare associazioni e movimenti, e intraprendere insieme un  pericoloso  percorso di “mobilitazione delle debolezze” per superare un  “vuoto di democrazia” (Zagrebelsky).
Ecco, questo è il punto.
Non credo – come dice Landini – che Renzi sia peggiore di Berlusconi, ma credo che sia molto più pericoloso. Perché quello attaccava da destra i diritti ed era un nemico riconoscibile, mentre Renzi li svuota da sinistra e a molti questa sua collocazione basta per fidarsi e lasciarlo fare.
Il giorno dopo è tutto più chiaro e più duro.
Ma c’è speranza, perché si sente la forza di una coalizione. Sociale.

Rodotà: Non si fa una riforma tagliando a fette la Costituzione.

30 Lug

La struttura e le competenze del futuro Senato non possono essere legate a un effetto annuncio che fa leva sull’antipolitica, sulla sbrigativa affermazione che si taglieranno spese e si manderanno a casa dei fannulloni. Dipendono strettamente dal modo in cui sarà concretamente configurata la Camera dei deputati. Se questo sarà il luogo dove si manifesterà soltanto una esasperata logica maggioritaria, dovrebbe essere ovvio ritenere che saranno necessari contrappesi, da cercare anche nella configurazione di un Senato comunque uscito dalla logica del bicameralismo paritario. Non si fa una riforma tagliando a fette la Costituzione.

Oggi, su Repubblica, Stefano Rodotà ha analizzato lucidamente la penosa situazione cui ci ha condotti il duro confronto tra maggioranza e minoranza voluto dal governo. La sintesi è questa: “La realtà è che sono sempre più nettamente emersi, nelle proposte e nei comportamenti, atteggiamenti sostanzialmente conservatori dal punto di vista culturale e aggressivi dal punto di vista politico, che hanno ritenuto praticabile solo la vecchia strada dell’accentramento del potere e della sua liberazione da controlli effettivi“.
A mio modesto avviso non c’è affatto da stare allegri, comunque vada.

N.B. Il  grassetto nel testo è mio.

QUELLA BAGARRE SULLE RIFORME

STIAMO vivendo il periodo forse più difficile e complicato della nostra storia politica e istituzionale. Giunge alla conclusione un tempo abusivamente chiamato “Seconda Repubblica”, e che altro non è stato se non una lunga transizione verso il nulla di un berlusconismo che ha dissolto società e cultura e di larghe intese che hanno certificato l’assenza di iniziativa e fantasia politica, sostituite con un assemblaggio di materiali ormai logori.

Ora l’avvento di Matteo Renzi e del suo governo, con il larghissimo consenso che lo ha accompagnato alla prima verifica pubblica, sembrano offrire un approdo stabile, o che viene percepito come tale, con un affidarsi così fiducioso alla sua persona e alle sue iniziative che presso taluni diviene liberazione dall’obbligo stesso di pensare. A questo balenare di una stabilità politica si è voluto accompagnare anche l’avvio, non irragionevole, di una stabilizzazione istituzionale. E proprio le proposte di riforma costituzionale e elettorale hanno occupato la scena, con tratti sempre più marcatamente conflittuali.

Osservo malinconicamente che siamo di fronte ad una occasione perduta. Dopo un’iniziale fiammata polemica, si era assistito ad un germogliare di riflessioni critiche che si trasformavano in proposte variamente interessanti, che avrebbero consentito di traghettare l’impresa di riforma al di là della contingenza e delle strumentalizzazioni, con risultati innovativi, mettendo a punto un modello nel quale le esigenze di rappresentanza e governabilità avrebbero potuto incontrarsi senza la pretesa di sopraffarsi reciprocamente.

È mancata la cultura costituzionale indispensabile per una operazione così ambiziosa? Ha preso il sopravvento un certo politicismo, ha prevalso la volontà di trasformare una operazione così delicata in una prova di forza destinata a mostrare a tutti in quali mani fosse ormai il potere? La realtà è che sono sempre più nettamente emersi, nelle proposte e nei comportamenti, atteggiamenti sostanzialmente conservatori dal punto di vista culturale e aggressivi dal punto di vista politico, che hanno ritenuto praticabile solo la vecchia strada dell’accentramento del potere e della sua liberazione da controlli effettivi.

Il risultato è stato quello, prevedibile, di polemiche senza confini. La discussione pubblica è stata rifiutata dal governo e questo ha portato a ovvie e dure contrapposizioni, che hanno poi aperto la strada a negoziazioni varie. In modo contorto, si è così finito con il riconoscere che molte critiche erano fondate anche perché, con il passare delle settimane, l’area dei critici si è allargata ben al di là di quelli che erano stati considerati oppositori pregiudiziali. Con parole più guardinghe, sono state dette cose assai vicine a quelle di chi, all’origine, aveva cercato di mettere in guardia contro i rischi della strada che si stava imboccando. E questo induce ad un’altra considerazione malinconica. Solo se si alza la voce, si può riuscire per un momento a superare il voluto frastuono mediatico, a destare una qualche attenzione anche presso i distratti o i rassegnati. Per questo si paga un prezzo, che tuttavia non è troppo alto se riesce a richiamare l’attenzione sul fatto che non stiamo parlando di una qualsiasi legge di riforma, ma del cambiamento della Costituzione.

Ora si discute nella bagarre, e i fraintendimenti continuano. Il dibattito sul modo in cui si vuole uscire dal bicameralismo perfetto è inquinato dalla volontà di la riforma del Senato come una partita a sé, un luogo dove piantare la bandierina del vincitore, e non come un tassello del complessivo sistema costituzionale e dei suoi necessari equilibri.

Si gioca con i rinvii, si fa balenare la possibilità di concessioni quando riprenderà l’esame della riforma elettorale, del famigerato Italicum. Di nuovo non si vuole intendere quale sia la sostanza del problema. La struttura e le competenze del futuro Senato non possono essere legate a un effetto annuncio che fa leva sull’antipolitica, sulla sbrigativa affermazione che si taglieranno spese e si manderanno a casa dei fannulloni. Dipendono strettamente dal modo in cui sarà concretamente configurata la Camera dei deputati. Se questo sarà il luogo dove si manifesterà soltanto una esasperata logica maggioritaria, dovrebbe essere ovvio ritenere che saranno necessari contrappesi, da cercare anche nella configurazione di un Senato comunque uscito dalla logica del bicameralismo paritario. Non si fa una riforma tagliando a fette la Costituzione.

Peraltro, le concessioni prospettate per la legge elettorale non sembrano intaccarne la logica profonda. È bene allora, rifare un piccolo promemoria su quale sarebbe la forma di Stato che risulterebbe dall’Italicum. Rimarrebbe sostanzialmente la riduzione della rappresentanza dei cittadini, dunque il punto che ha indotto la Corte costituzionale a dichiarare illegittimo il Porcellum. Di conseguenza, le elezioni sarebbero tutte concentrate sulla sola finalità di individuare il governo, trasformando la democrazia rappresentativa in democrazia d’investitura e, visto l’accumularsi dei meccanismi maggioritari, rendendo la Camera una semplice appendice del governo, al quale verrebbe attribuito anche il potere di porre fine a qualsiasi dibattito scomodo con quella particolare ghigliottina rappresentata dall’imposizione di un termine per l’approvazione di una legge. E questa signoria del governo sulla Camera sarebbe accompagnata dal fatto che la maggioranza può impadronirsi delle massime istituzioni di garanzia, la Presidenza della Repubblica e la Corte costituzionale, dispone dei numeri necessari per le riforme costituzionali e per incidere sui diritti fondamentali.

Forse cadrà l’inammissibile soglia dell’8% come condizione per l’accesso alla Camera di un singolo partito e v’è da augurarsi che dalla riforma del Senato scompaia l’innalzamento del numero delle firme per i referendum e le leggi d’iniziativa popolare. Tutte proposte, però, assai indicative dell’ispirazione del governo, evidentemente conservatrice, visto che si vuole precludere l’innovazione politica affidata a partiti nuovi e all’iniziativa diretta dei cittadini. E che tradiscono, piaccia o non piaccia la parola, una curvatura autoritaria che, come sanno quelli che maneggiano con qualche consapevolezza le categorie della scienza politica, non è l’evocazione delle dittature, ma il tratto che caratterizza una forma di Governo nella quale deperiscono i controlli istituzionali e si restringono gli spazi per azioni dirette dei cittadini non affidate a logiche plebiscitarie.

Ripeto queste cose nella speranza che le discussioni in corso riescano ad attenuare alcuni di questi effetti negativi. So bene che più d’uno si dichiara stanco di queste discussioni, in cui ritrova echi già noti. Non v’è nulla di più vecchio dell’ostinazione nel difendere una difficile idea di democrazia, che peraltro oggi non gode di buona salute. Ma qualcuno deve pur farlo.

Stefano Rodotà

Contro la svolta autoritaria

30 Mar

“Una democrazia plebiscitaria non è scritta nella nostra Costituzione e non è cosa che nessun cittadino che ha rispetto per la sua libertà politica e civile può desiderare. Quale che sia il leader che la propone.”

In verità il titolo dell’appello di Libertà e Giustizia dice “Verso una svolta autoritaria”. Ma io temo che la ‘svolta’ ci sia già stata, non sia affatto ‘buona’ e non rimanga che opporvisi con tutte le nostre  forze. Il disegno è chiaro: una sola Camera a legiferare, lo stravolgimento della Costituzione e l’accordo con la peggiore destra che questo Paese abbia mai visto rappresentano i punti cardine del progetto di Renzi per raccogliere il massimo di potere mai racchiuso nelle mani di un solo uomo nella storia della nostra Repubblica. Non penso di esagerare dichiarando che si tratta dell’equivalente di uno strisciante e silenzioso colpo di stato.

Qui non sono in discussione i singoli programmi e le relative scadenze che il Presidente del Consiglio ha finora annunciato (anche se non sono pochi gli impegni non mantenuti: il sito di Valigia Blu ne tiene un preciso count down): la questione vitale è che sta prendendo forma il piano che fu di Berlusconi e non ne cambia l’aspetto il fatto che sia il Pd di Renzi a condurlo a compimento. Al contrario, lo aggrava perchè induce chi, in buona fede, ha sostenuto il presidente del Consiglio a credere tutt’altro.

Ecco perchè insieme ad altre migliaia di cittadini ho sottoscritto l’appello e che a queste firme si sia aggiunta oggi quella di Grillo non mi induce a cambiare idea. Al contrario, non posso che valutarla – per la prima volta – come una sua positiva anche se tardiva presa di coscienza. Alla quale auspico si aggiungano quella di tanti altri italiani, tra cui per primo chi ricopre la massima carica dello Stato.
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Per sottoscrivere l’appello, seguire questo link:
http://www.libertaegiustizia.it/2014/03/27/verso-la-svolta-autoritaria/

 

 

Riforme costituzionali: “L’articolo 138 è la regola delle regole e quindi non dovrebbe essere disponibile. Non dovrebbe essere modificato”

9 Ott

Lo afferma Rodotà, ricordando che sabato 12 si manifesta per la Costituzione. Nell’intervista a l’Unità si dicono parecchie altre cose importanti. Vi assicuro che vale la pena di leggerla tutta.

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Rodotà: «Sabato in piazza

chi vuole cambiare la politica»

Rodotà

http://www.unita.it/italia/rodota-costituzione-manifestazione-roma-piazza-riforme-sabato-roma-m5s-pd-pdl-cambiare-politica-1.526145?page=1

Io sto con Rodotà ( e con Michele Serra)

24 Set

Potevano i dipendenti pennivendoli del pregiudicato riflettere un istante su quel che stavano per scrivere su Libero  e il Giornale (ed evitare così l’ennesima figura di cacca) ? Poteva il ministro (!) Alfano esimersi dallo strumentalizzare (vecchia abitudine) una frase in buon italiano, comprensibilissima ai più? Era possibile, insomma, che la poiitica d’oggi (diciamo da una ventina d’anni a questa parte) non si scagliasse rabbiosa e sbavante su un giudizio, un’opinione, pronunciata da un uomo che può orgogliosamente mostrare il suo patrimonio di una vita consacrata alla cultura e alla Costituzione?

E’ ovvio che non era possibile e infatti non mi sono affatto meravigliato. Ammetto tuttavia che mi ha colpito il sussiego con cui alcuni media, senza naturalmente raggiungere l’orgasmo rabbioso di Sallustri e Belpietro, hanno dato la notizia. Parevano compiaciuti di poter bacchettare, in senso figurato, il professor Rodotà, quasi volendo dimostrare la loro, malintesa, indipendenza di giudizio. A questo gioco gli italiani che ne conoscono la storia non si prestano ed è con vero piacere che oggi ho letto semplici riflessioni di Michele Serra. Semplici per chi è non in malafede, ovviamente.

AMACA Rodotà

La via maestra: il documento in difesa della Costituzione firmato da Lorenza Carlassare, Don Luigi Ciotti, Maurizio Landini, Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky

8 Set

La via maestra

1. Di fronte alle miserie, alle ambizioni personali e alle rivalità di gruppi spacciate per affari di Stato, invitiamo i cittadini a non farsi distrarre. Li invitiamo a interrogarsi sui grandi problemi della nostra società e a riscoprire la politica e la sua bussola: la Costituzione. La dignità delle persone, la giustizia sociale e la solidarietà verso i deboli e gli emarginati, la legalità e l’abolizione dei privilegi, l’equità nella distribuzione dei pesi e dei sacrifici imposti dalla crisi economica, la speranza di libertà, lavoro e cultura per le giovani generazioni, la giustizia e la democrazia in Europa, la pace: questo sta nella Costituzione. La difesa della Costituzione non è uno stanco richiamo a un testo scritto tanti anni fa. Non è un assurdo atteggiamento conservatore, superato dai tempi. Non abbiamo forse, oggi più che mai, nella vita d’ogni giorno di tante persone, bisogno di dignità, legalità, giustizia, libertà? Non abbiamo bisogno di politica orientata alla Costituzione? Non abbiamo bisogno d’una profonda rigenerazione bonificante nel nome dei principi e della partecipazione democratica ch’essa sancisce?

Invece, si è fatta strada, non per caso e non innocentemente, l’idea che questa Costituzione sia superata; che essa impedisca l’ammodernamento del nostro Paese; che i diritti individuali e collettivi siano un freno allo sviluppo economico; che la solidarietà sia parola vuota; che i drammi e la disperazione di individui e famiglie siano un prezzo inevitabile da pagare; che la partecipazione politica e il Parlamento siano ostacoli; che il governo debba essere solo efficienza della politica economica al servizio degli investitori; che la vera costituzione sia, dunque, un’altra: sia il Diktat dei mercati al quale tutto il resto deve subordinarsi. In una parola: s’è fatta strada l’idea che la democrazia abbia fatto il suo tempo e che si sia ormai in un tempo post-democratico: il tempo  della sostituzione del governo della “tecnica” economico-finanziaria al governo della “politica” democratica. Così, si spiegano le “ineludibili riforme”  –  come sono state definite  – , ineludibili per passare da una costituzione all’altra.

La difesa della Costituzione è dunque innanzitutto la promozione di un’idea di società, divergente da quella di coloro che hanno operato finora tacitamente per svuotarla e, ora, operano per manometterla formalmente. È un impegno, al tempo stesso, culturale e politico che richiede sia messa in chiaro la natura della posta in gioco e che si riuniscano quante più forze è possibile raggiungere e mobilitare. Non è la difesa d’un passato che non può ritornare, ma un programma per un futuro da costruire in Italia e in Europa.

2. Eppure, per quanto si sia fatto per espungerla dal discorso politico ufficiale, nel quale la si evocava solo per la volontà di cambiarla, la Costituzione in questi anni è stata ben viva. Oggi, ci accorgiamo dell’attualità di quell’articolo 1 della Costituzione che pone il lavoro alla base, a fondamento della democrazia: un articolo a lungo svalutato o sbeffeggiato come espressione di vuota ideologia. Oggi, riscopriamo il valore dell’uguaglianza, come esigenza di giustizia e forza di coesione sociale, secondo la proclamazione dell’art. 3 della Costituzione: un articolo a lungo considerato un’anticaglia e sostituito dall’elogio della disuguaglianza e dell’illimitata competizione nella scala sociale. Oggi, la dignità della persona e l’inviolabilità dei suoi diritti fondamentali, proclamate dall’art. 2 della Costituzione, rappresentano la difesa contro la mercificazione della vita degli esseri umani, secondo le “naturali” leggi del mercato. Oggi, il dovere tributario e l’equità fiscale, secondo il criterio della progressività alla partecipazione alle spese pubbliche, proclamato dall’art. 53 della Costituzione, si dimostra essere un caposaldo essenziale d’ogni possibile legame di cittadinanza, dopo tanti anni di tolleranza, se non addirittura di giustificazione ed elogio, dell’evasione fiscale. Ecco, con qualche esempio, che cosa è l’idea di società giusta che la Costituzione ci indica.

Negli ultimi anni, la difesa di diritti essenziali, come quelli alla gestione dei beni comuni, alla garanzia dei diritti sindacali, alla protezione della maternità, all’autodeterminazione delle persone nei momenti critici dell’esistenza, è avvenuta in nome della Costituzione, più nelle aule dei tribunali che in quelle parlamentari; più nelle mobilitazioni popolari che nelle iniziative legislative e di governo. Anzi, possiamo costatare che la Costituzione, quanto più la si è ignorata in alto, tanto più è divenuta punto di riferimento di tante persone, movimenti, associazioni nella società civile. Tra i più giovani, i discorsi di politica suonano sempre più freddi; i discorsi di Costituzione, sempre più caldi, come bene sanno coloro che frequentano le aule scolastiche. Nel nome della Costituzione, ci si accorge che è possibile parlare e intendersi politicamente in un senso più ampio, più elevato e lungimirante di quanto non si faccia abitualmente nel linguaggio della politica d’ogni giorno.

In breve: mentre lo spazio pubblico ufficiale si perdeva in un gioco di potere sempre più insensato e si svuotava di senso costituzionale, ad esso è venuto affiancandosi uno spazio pubblico informale più largo, occupato da forze spontanee. Strade e piazze hanno offerto straordinarie opportunità d’incontro e di riconoscimento reciproco. Devono continuare ad esserlo, perché lì la novità politica ha assunto forza e capacità di comunicazione; lì si sono superati, per qualche momento, l’isolamento e la solitudine; lì si è immaginata una società diversa. Lì, la parola della Costituzione è risuonata del tutto naturalmente.

3. C’è dunque una grande forza politica e civile, latente nella nostra società. La sua caratteristica è stata, finora la sua dispersione in tanti rivoli e momenti che non ha consentito di farsi valere come avrebbe potuto, sulle politiche ufficiali. Si pone oggi con urgenza, tanto maggiore quanto più procede il tentativo di cambiare la Costituzione in senso meramente efficientistico-aziendalistico (il presidenzialismo è la punta dell’iceberg!), l’esigenza di raccogliere, coordinare e potenziare il bisogno e la volontà di Costituzione che sono diffusi, consapevolmente e, spesso, inconsapevolmente, nel nostro Paese, alle prese con la crisi politica ed economica e con la devastazione sociale che ne consegue.
Anche noi abbiamo le nostre “ineludibili riforme”. Ma, sono quelle che servono per attuare la Costituzione, non per cambiarla.

(08 settembre 2013)

La candidatura di Rodotà, la situazione, l’IMU.

4 Mag

Il Post di oggi pubblica il video dell’incontro tra Rodotà, Menichini e Mulè, direttore di Panorama. Lo ripropongo qui.
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Stefano Rodotà a Otto e mezzo
“Ieri sera Stefano Rodotà ha partecipato alla trasmissione Otto e mezzo, su La7, condotta da Lilli Gruber. Tra i temi della puntata, si è parlato anche della vicenda della candidatura di Rodotà alla presidenza della Repubblica da parte del M5S (a partire da 10.44) e il confronto si è fatto via via più acceso, con uno scambio piuttosto duro tra Rodotà e Stefano Menichini (a partire da 18.36)”.
(4 maggio 2013)

‘Assalto alla Costituzione’ di Stefano Rodotà

3 Mag

Oggi, su Repubblica, Stefano Rodotà pubblica una lunga riflessione sui pericoli che si prospettano.  Consiglio una attenta lettura.

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“Ma il punto più inquietante della linea istituzionale enunciata dal presidente del Consiglio risiede nella proposta di istituire una Convenzione per le riforme. Preoccupa il collegamento tra riforma elettorale e modifiche costituzionali, che contraddice la proclamata urgenza del cambiamento della legge elettorale e rischia, in caso di crisi, di farci tornare a votare con il porcellum (legge che contiene un clamoroso vizio d’incostituzionalità). Preoccupa la spensieratezza con la quale si parla di mutamento della forma di governo. Preoccupa lo spostamento in una sede extraparlamentare di un lavoro che – cambiando il titolo V della Costituzione, l’articolo 81, le norme sul processo penale – le Camere hanno dimostrato di poter fare, con il rischio di avviare un improprio processo costituente “suscettibile di travolgere l’insieme della Costituzione” (parole di Valerio Onida nella relazione dei “saggi”). Inquieta la pretesa di Berlusconi di vedersi attribuire la presidenza di questa Convenzione, dopo essere stato l’artefice di una riforma costituzionale clamorosamente bocciata nel 2006 da sedici milioni di cittadini”.

Barbara Spinelli: ascoltatela

24 Apr

Si riporta qui, integralmente, la pagina con l’intervista di Silvia Truzzi a Barbara Spinelli, pubblicata sul blog di Giacomo Salerno.

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L’intervista a Barbara Spinelli

 

36 Votes

284989-800x577 “Parte del Pd è ricattabile. Per questo il Caimano va verso il Colle”
SILVIA TRUZZI
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Barbara Spinelli, per cinquanta giorni il Pd ha detto di non voler fare un accordo con Berlusconi. Poi ha cercato l’intesa con il Pdl per il Colle e ora parteciperà a un governo “di larghe intese”. A quale Pd dobbiamo credere?
Quando ci sono simili contraddizioni conta il risultato. La scelta di Marini, chiara apertura all’intesa con Berlusconi, ha rivelato che c’era del marcio nelle precedenti proposte a Grillo. Io ero a favore d’un accordo Pd-M5s, ma quel che è successo significa che in parte mi illudevo sulle reali intenzioni del Pd. Bene ha fatto Grillo, forse, a essere diffidente.

Civati ha detto: “I traditori diventeranno ministri”.
Condivido il laconico giudizio, come molti suoi giudizi. I traditori, anche se hanno democraticamente votato, faranno il governo.

La base del Pd si è fatta sentire. Alcuni commentatori hanno criticato l’idea che la politica si faccia “con i social network”: tra questo e il non ascoltare i propri elettori e dirigenti – sono state occupate sedi del Pd in mezza Italia – c’è una bella differenza.
Sono anni che il Pd non ascolta i cittadini, il popolo tout court. Vorrei ricordare due atti simbolici. Il primo fu di Napolitano: “Non sento alcun boom di Grillo”, e invece il boom c’era, eccome. Il secondo è della senatrice Finocchiaro. Dopo il voto a Marini, davanti alla base in rivolta, ecco l’incredibile frase: “Ma che vogliono? Io non vedo la base!”. Il Pd non vede il Paese. Perché questa criminalizzazione poi, della rete? Dire che è tutta colpa dei social network, dire che i nuovi parlamentari sono “inadeguati” (parola di Bindi): qui è l’irresponsabilità denunciata ieri da Napolitano. Inadeguati a che? A che magnifica e progressiva condotta del Pd?

Che fine faranno le promesse sull’ineleggibilità di Berlusconi?
Non bisogna mai fasciarsi la testa prima di rompersela. Se si vuol mettere in risalto il tradimento Pd, bisogna far finta che abbiamo preso sul serio le dichiarazioni di tanti di loro, in favore della ineleggibilità. Si rimangeranno anche questa promessa? Continueranno a screditarsi, grottescamente.

Oltre a non ascoltare la base, il Pd non ha dato retta anche a molti dei propri parlamentari.

Non ha ascoltato Sel, con cui era alleato. Ma neanche i due padri fondatori della sinistra del dopo Muro di Berlino: Stefano Rodotà e Romano Prodi. Il parricidio in politica può esser positivo, ma bisogna che i figli costruiscano il nuovo. In questo caso hanno ucciso i padri per mettere il regno nelle mani di Berlusconi. L’età non basta. Questa storia finisce con la polverizzazione del Pd. Peggio: con la plausibile vittoria Pdl alle prossime elezioni, e Berlusconi capo dello Stato dopo Napolitano.

Il professor Rodotà ha scritto su Repubblica che bisognerebbe interrogarsi sui motivi per cui personalità della sinistra siano state snobbate pubblicamente dagli attuali rappresentanti della sinistra.
Questa è la domanda. Siamo immersi nel romanzo di Saramago, La cecità: il Pd non vedendo il Paese non ha visto nemmeno le persone del proprio campo che negli anni hanno stabilito un contatto con le Azioni Popolari dei cittadini. Quando le Quirinarie le hanno scelte come propri simboli, il Pd ha detto: sono persone di Grillo, non ci umilieremo assoggettandoci . Follia. Tra l’altro: perché non li hanno fatti sin da principio loro, quei nomi?

Nella scelta fra trattare con Grillo per Rodotà – un uomo sulla cui fedeltà alle istituzioni e alla Carta non c’è alcun dubbio – e trattare con Berlusconi , si è optato per la seconda strada. Inspiegabile.
Una parte del Pd è forse ricattabile, a cominciare dalla vicenda Monte dei Paschi di Siena. Non è meno forte quella che chiamerei “schiavitù volontaria”. C’è stata una pressione forte anche dagli attuali vertici d’Europa: la vittoria del M5s ha creato solidarietà attorno al vecchio establishment contro il cosiddetto populismo di Grillo: ne ha profittato il vero populista , Berlusconi. Ma lui è già metabolizzato. Rodotà non sarebbe stato solo uno dei migliori garanti delle istituzioni, ma – come Prodi – uno dei più autorevoli garanti dell’europeismo. Non dimentichiamo che è l’estensore della Carta europea dei diritti: vincolante per tutti i Paesi membri. Non esiste solo il plebiscito dei mercati. C’è anche un’Europa più democratica verso cui tanti vogliono andare.

Il professor Rodotà ha anche detto, rispondendo a Eugenio Scalfari, che se vogliamo fare esami di costituzionalità dobbiamo passare al vaglio tutti i partiti, non solo il M5s. Bisogna guardare alla Lega secessionista, al Pdl delle leggi ad personam. D’accordo?
Sì. Se si parla di incostituzionalità di Grillo e poi si avalla l’accordo con Berlusconi, vuol dire che la costituzionalità è vana esigenza. D’altronde vorrei sapere cosa precisamente sia incostituzionale nel M5s.
Perché se Berlusconi parla di golpe, come ha fatto due giorni prima delle votazioni per il Colle, nessuno dice nulla e se lo fa Grillo si grida all’eversione? Quante volte abbiamo sentito questa parola detta da Berlusconi! Se lo fa lui è normale amministrazione, se lo fa Grillo è eversivo.

Scalfari ha scritto che non gli è proprio venuto in mente il nome di Rodotà per il Quirinale.
Non so Scalfari. Mi interessano i politici. Se aspiri all’inciucio, il nome di Rodotà certo non ti viene in mente. Sul sito del Corriere della Sera il più votato come premier ideale è Rodotà. Sul sito della Stampa – dove tra tanti, il nome del professore non c’è – il più votato è “nessuno di questi”.

Come lo interpretiamo?
Come prova che la maggioranza delle persone non vuole l’accordo con B.

Napolitano aveva più volte detto di escludere la propria ricandidatura.
Mi scandalizza meno questo del fatto che il Capo dello Stato sostenga da tempo, con tenacia, le larghe intese.

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