Archivio | ottobre, 2015

Il silenzio è d’oro: su Marino il Pd tace ancora

24 Ott

Prosegue, massiccio, il silenzio dei vertici del Pd romano sui motivi dell’ostracismo inflitto al sindaco Marino e per conseguenza ai romani. Non è incomprensibile: non saprebbero cosa dire oltre che ripetere che “la vicenda è chiusa” senza un perché, senza motivazione alcuna. Il che ingenera altro disagio e nuova irritazione nei militanti e nell’elettorato. Tanto che cominciano ad essere numerosi i post sui social network di sostegno al sindaco come questo “Non ho votato per Marino, ma di fronte al’indegno spettacolo che sta offrendo la politica e segnatamente il Pd domenica 25 sarò in Campidoglio”. Occhi puntati sulla manifestazione di sostegno, quindi, silenzio (1)sottolineando che il punto fondamentale resta quello della difesa di un principio fondamentale: il rispetto della sovranità popolare su cui lascia interdetti l’assenza di ogni riflessione e considerazione da parte dei media così attivi nel promuovere e sostenere la campagna contro il sindaco. Se la prova di forza che il duo Matteo&Matteo dovesse invece aver successo, Roma rappresenterà solo il primo caso in cui un sindaco viene deposto in forza degli obbiettivi (inespressi) del suo partito. E quindi  si prospettano tempi duri per i tutti i sindaci italiani, ancorché  capaci e con la fiducia dei loro cittadini, che non dovessero trovarsi docili e allineati con il potere politico di riferimento.

Torniamo a Roma. Condivido molte delle considerazioni che si possono leggere sul sito Romafaschifo e che quindi risparmio a chi mi legge. A queste, aggiungo quanto appaia chiaro che il Pd, dopo essersi appoggiato – sostenuto dai media compiacenti – alle ridicole accuse circa le spese effettuate dal sindaco, si sia finalmente reso conto della loro inconsistenza e abbia ripiegato sulla linea più sicura del ‘si fa così e basta’, vietando ai suoi esponenti qualunque dichiarazione diversa e addirittura un confronto con gli iscritti. Giovedì 22, ad esempio, erano attesi al circolo san Lorenzo sia il capogruppo Panecaldo che la consigliera Grippo, ma si son ben guardati dal presenziare. Ne è seguita una discussione serena e tutt’altro che rassegnata, che ha puntato il dito sulla colpevole assenza di una qualsivoglia analisi e discussione collettiva.

Nel XV Municipio, invece, la sub-commissaria Calipari aveva già convocato gli iscritti al Teatro Patologico, per cui ha dovuto scegliere la via dell’attacco per cercare di evitare scomode discussioni.  Dopo essersi lamentata per la scarsa partecipazione all’incontro (dimenticando che ad oggi sono neppure 130 le tessere rinnovate contro le 600 degli anni precedenti) si è scagliata contro le nomine del CdA dell’Auditorium effettuate dal sindaco Marino, ignorando che quelle stesse nomine erano state ratificate già a luglio col voto favorevole dei consiglieri Pd (parentesi: all’epoca il commissario Orfini  non aveva avuto nulla da obiettare). Di fronte alle contestazioni della platea ha allora pensato incredibilmente di criticare i militanti per non essersi mai accorti dello sviluppo della criminalità nel territorio e dell’ascesa di Carminati.  E’ stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso e si sono sollevate reazioni indignate: il XV è stato sempre tradizionalmente in mano alla destra estrema e la sua riconquista alle elezioni comunali è dovuta ad una paziente e quotidiana opera di anni sul territorio per cui si sono registrati perfino attacchi fascisti alle sedi, alle auto di iscritti, denunce all’autorità giudiziaria. Queste ed altre infelici uscite della sub-commissaria hanno segnato un suo ulteriore distacco dalla realtà chiamata a guidare.

Ma la patetica Calipari è in buona compagnia. Il loquace senatore Esposito (nonché assessore ai trasporti nella giunta Marino) nell’intervista di oggi su Repubblica  dimostra ancora una volta di non disporre di argomenti e nonostante le domande postegli in modo favorevole (mi sarei meravigliato del contrario) risponde rifugiandosi in vuote dichiarazioni. Non è in grado – tal quale i suoi mandanti, Orfini in testa – di avanzare una che è una solida critica in grado di giustificare il suo brusco e perentorio voltafaccia.

Insomma, il Pd romano mostra nuovamente l’immagine di un corpo vivo, quello dei residui militanti ed elettori ancorché in buona parte disorientati e sfiduciati, ma una testa vuota di concetti e proposte che non siano legati al ‘potere per il potere’. Proprio come quei circoli che il rapporto Barca aveva indicato come pericolosi per l’evoluzione del partito nella Capitale. Poteva essere diversamente, d’altra parte? Qui ci sono due aspetti da considerare. Orfini ha fatto parte della dirigenza romana fin dai suoi primi anni in politica e quindi i casi sono due: o non sapeva nulla nel pericoloso deterioramento del partito romano sfociato nelle complicità tra molti dei suoi maggiori esponenti e Buzzi, e allora c’è da chiedersi cosa ci stesse a fare tra i vertici. Oppure sapeva e ha taciuto, sapeva e non ha mai sollevato obiezioni, neppure il sopracciglio, gli andava tutto bene e gli va bene che non se ne parli più e soprattutto che si parli d’altro. Quale che sia la risposta, c’è solo da domandarsi come possa oggi ergersi a giudice obbiettivo nella gestione commissariale che si è fatto confermare. L’altro aspetto riguarda il suo iniziale sostegno a Marino, svanito improvvisamente e immotivatamente e che nessuno riesce a spiegare.
I militanti, gli elettori, i romani hanno il diritto di sapere, capire, discutere: ma a tutto questo il Pd oppone il silenzio. Che in questo caso non è d’oro, anzi, è un silenzio un po’ maleodorante.

 

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Un sindaco e la democrazia (oggi a te, domani a me)

14 Ott

Tra i vari aspetti di questa  brutta faccenda di un sindaco indotto alle dimissioni con metodi poco limpidi da professionisti della politica  ce n’è uno che mi pare sia drammaticamente sottovalutato. Mi riferisco al fatto che l’elezione del sindaco è  regolata da una legge – finché non verrà ‘aggiornata’, tal quale oggi la Costituzione –che concede libera scelta ai suoi concittadini. Non siamo ancora all’Italicum o Porcellinum che dir si voglia, insomma. E’ quindi una scelta che va rispettata e non può essere stravolta dalle manovre opache di chi, per motivi facilmente intuibili, avrebbe preferito altri protagonisti. Sto parlando ovviamente di quel noto sistema di governo dove la sovranità appartiene al popolo e che chiamiamo democrazia.

AULA_GIULIO_CESARE_d0Nella vicenda che ha condotto il sindaco Marino alle sue forzate dimissioni troviamo ancora un’aggravante: Marino è stato scelto dagli elettori del suo partito tra diversi candidati tramite le primarie e quindi oltre ad aver superato una selezione ha avuto tutto il necessario consenso e sostegno. Ma in quella forzatura di cui parlavo – a solo due anni dalla nomina – esistono lati molto oscuri: parlo dell’attacco di chi avrebbe dovuto appoggiarlo scatenatosi invece fin da pochi giorni dopo la sua elezione e che, salvo la parentesi apertasi al momento della scoperta di Mafia Capitale, ha proseguito indisturbato. Troppi esponenti del Pd manifestarono senza ritegno la loro contrarietà, invece di applaudire incondizionatamente alla riconquista del Campidoglio e di tutti (!) i quindici Municipi romani. Parlo dell’orchestrata e vergognosa  campagna mediatica scatenata su argomenti risibili e inconsistenti, campagna che ha visto alleati insieme esponenti del partito del sindaco ed i suoi avversari, parlo delle resistenze della macchina comunale e delle aziende di servizi ad ogni tentativo di modernizzazione, alimentate ad arte sempre dagli stessi oscuri (non tanto) manovratori. Credo sia chiaro a tutti che l’arrivo di Marino abbia rappresentato, per chi ha gestito la politica romana da sempre legata a interessi particolari e talvolta perfino torbidi, una disgrazia cui occorreva porre rimedio quanto prima. Anche sovvertendo artatamente il verdetto delle urne e così sottraendo brutalmente agli elettori il loro diritto. L’autonomia di Marino è sempre stata vista negativamente: dal Pd stesso (ricordate il modo con cui Zanda si espresse nel novembre del 2014) come dal Vaticano, per la sua posizione sui diritti civili. Venendo ad oggi, ancora non sono chiare le vere ragioni per cui i consiglieri comunali, eletti anch’essi con Marino, hanno manifestato l’intenzione di togliergli la fiducia. Quali sono i dati di fatto che giustificano la loro decisione? Quali elementi portano costoro a difesa della loro posizione? A me pare solo che essi, proni agli ordini del vertice del Pd romano e nazionale,  stiano scandalosamente  tradendo il mandato affidatogli dai cittadini.

Tutto questo – per tornare al vero oggetto di queste note – NON è certo esercizio della democrazia. E’ politica sporca, quella che antepone interessi personali al bene comune, quella che ha favorito l’ascesa dei Buzzi e dei Carminati da un lato e il proliferare della corruzione negli uffici capitolini dall’altro, quella che si incrocia con gli affari degli imprenditori e dei finanzieri che governano l’economia della città, palazzinari in testa, quella che favorisce  parenti e amici negando il valore del merito. La democrazia prevede che l’opposizione abbia tutto il diritto di esistere, che abbia i suoi spazi e sia esercitata nei consueti modi nelle aule consiliari e alla luce del sole: ma ogni altra indebita intrusione è illecita e contrasta con la volontà popolare. Ed è questa la netta sensazione dei cittadini che  hanno affollato domenica la piazza del Campidoglio, che firmano la petizione a favore di Marino a decine di migliaia, scrivono indignati ai giornali, commentano  appassionatamente sui social network. Tutto ciò è un fatto che la politica dovrebbe considerare con preoccupazione, se non fosse intossicata dall’arroganza del potere. Il sindaco della nostra città ce lo scegliamo noi: questo è quanto emerge con una chiarezza direi urlata ed è un’esigenza sentita molto più profondamente di quanto io stesso potessi immaginare. Ho letto perfino commenti di qualcuno che afferma di non essere stato un elettore di Marino ma di non tollerare l’idea che anche l’elementare diritto democratico di scegliere la guida della città possa essergli cinicamente e furbescamente sottratto dalla politica dei professionisti incrociata con oscuri interessi.

E qui c’è da fare un’altra considerazione. Scorrendo le firme di chi ha sottoscritto la petizione o si iscrive al gruppo fb appaiono numerose quelle di non-romani. Sorprendentemente, anche loro manifestano  solidarietà per il violento e ingiustificato attacco mediatico e  il disgusto per la indecente operazione che ha forzato il sindaco alle dimissioni. Ma, mi sono chiesto, quale può essere il significato di questa inattesa partecipazione? Cosa spinge persone lontane dalle questioni interne di Roma a intervenire ed esporsi? Quali le ragioni di questo inatteso fenomeno?
La mia interpretazione è che si vada sempre più diffondendo tra gli italiani un timore che può essere così sintetizzato: oggi a te, domani a me. Cioè, da oggi qualunque sindaco liberamente eletto dalla maggioranza dei suoi concittadini potrà essere rimosso dal suo incarico se sgradito al potere, se non rispetterà la linea che gli impartisce il partito di appartenenza, se non  si comporterà da supino servitore degli interessi che governano la città. Il suo programma viene dopo, così come il benessere della comunità che amministra. Ci sono già gli esempi. Ecco cosa racconta  Alessandro Trevisan di Porto Recanati:  Voi che siete a Roma vi prego andate in piazza più che potete e non mollate, perché questa NON è la battaglia di una sola città. Per dirne una, anche nel mio paese il Pd – con altri – dopo mesi di ambiguità ha voltato le spalle a un sindaco che non si faceva telecomandare. Risultato: Comune COMMISSARIATO e una mega variante edilizia che torna in ballo dopo che il consiglio comunale l’aveva bocciata. Il progetto? Un resort tra la A14, due frane in movimento e un sito archeologico romano del III secolo, da finanziare con misteriosi capitali uzbeko-americani sul terreno di un affarista già passato dal giro di Gelli, Martelli, Craxi ecc. 
NB Il Pd un anno fa aveva chiesto, su quella variante urbanistica, un parere all’avvocato che un anno dopo difende la Srl del resort davanti al Consiglio di Stato, contro il nostro Comune (Porto Recanati). Scusate se qualcuno si infastidisce per l’off topic – ma come ripeto la lealtà del Pd è una questione nazionale – e grazie a tutti per il vostro impegno.

Pensateci bene: ci sono molti comuni, anche grandi (Napoli, Milano, Genova, Cagliari) guidati da sindaci che non sono espressione del partito di maggioranza; altri  con sindaci del Pd dotati di spirito di servizio per la comunità, autonomi rispetto alle linee e agli interessi del partito; tutti costoro rappresentano comunque e  indiscutibilmente la volontà popolare. Beh, scordatevelo, Roma è una lezione per tutti, è l’esempio che vale in quanto minaccia, l’inizio della normalizzazione: basterà dire che “si è rotto il rapporto tra amministrazione comunale e la città“. Con buona pace della democrazia.

Di scontrini e bonifici, di giornalismo e verità nascoste

12 Ott

La storia la sapete tutti. Repubblica è stata la capofila di una vergognosa, feroce quanto instancabile campagna senza precedenti contro il sindaco Marino che tendeva  all’esito desiderato da qualcuno: le sue dimissioni. Infilato a forza in un tritacarne mediatico cui poche testate si sono sottratte – La Stampa, per esempio – il marziano inviso all’intricata rete di poteri politici e imprenditoriali che ha infranto la crosta di oscuri interessi  e diffuse illegalità che per decenni ha soffocato il Comune e la città, ha dovuto prendere atto che il piano ordito per liberarsi di lui stava arrivando a conclusione.

L’ultimo atto si è avuto con sette conti di ristorante nelle note spese del sindaco che presentavano, apparentemente, aspetti dubbi e su cui indagherà la Procura. Ma sabato Giovanna Vitale – una giornalista di Repubblica distintasi fin dai tempi della Panda rossa per la costante e accanita critica a Marino  – ha compiuto una specie di retromarcia (potete leggere l’articolo più in basso): è un parziale riconoscimento di un possibile errore, una mezza verità. Ha spiegato cioè che per una somma di ragioni le spese di rappresentanza del sindaco relative al primo periodo del suo mandato furono registrate con molto ritardo dalla segreteria e talvolta per ricostruire la causale della spesa si dovette ricorrere alla sua agenda. In altre parole, non ricordando Marino con chi era stato a colazione il tal giorno, si è andati a vedere con chi aveva avuto l’appuntamento e si è pensato di congiungere i due fatti, credendo così in buona fede di aver trovato la giustificazione della spesa. Tutto questo però la solerte giornalista lo scrive dopo, perché solo dopo le è venuto in mente di fare quelle verifiche che i veri giornalisti investigativi fanno prima. La giustifica questo? Secondo me no. Il danno, non solo d’immagine, ormai è fatto, ma anche Repubblica non ne esce affatto bene. Il povero Peppino D’Avanzo si sarebbe incazzato non poco.
Vitale retromarcia

 

Ma c’è di peggio e dobbiamo ringraziare Romafaschifo per averlo scoperto, un sito che non fa sconti a nessuno, tantomeno al sindaco, al quale l’incomprensibile ferocia mediatica con cui Marino è stato attaccato ha fatto venire qualche sospetto. Così i giornalisti di Romafaschifo si sono presi la briga di esaminare tutta la documentazione on-line sul sito del Comune. Tutta. Non solo i conti d’albergo e di ristorante. E in un articolo dall’eloquente titolo “Bomba. La storia delle ricevute di Marino è una colossale montatura. Ecco perché”  lo dimostrano: nella documentazione resa pubblica

Bonifici Marinosi trovano poi tra le altre cose alcuni rimborsi, come questo qui sopra: cene fatte da Marino, pagate per errore con la carta di credito del Comune e rimborsate con un bonifico dal Sindaco. Se il sindaco rubava soldi dalla carta in sua dotazione perché non lo faceva sempre? Lo faceva solo a volte si e a volte no? È piuttosto evidente che stiamo parlando di qualche errore umano imputabile, come detto, ad uno zero virgola. Errori degli uffici che il sindaco ha l’unica colpa di aver firmato senza controllare: sbagli e distrazioni comprensibili per chi fa una vita d’inferno lavorando 18 ore al giorno e da considerarsi in relazione alla percentuale sul totale. Percentuale che risulta infinitesimale. Certo resta da capire perché il sindaco andando a pranzo con la moglie o a festeggiare il Santo Stefano con la mamma tirasse fuori la carta “aziendale” e non quella “personale”, ma è facile prevedere che si tratti di pochi, pochissimi errori dei quali gli uffici dovevano accorgersi. E le modalità di rendicontazioni che solo oggi emergono su Repubblica confermano questa lettura”.
La conclusione di Romafaschifo è che la questione “è stata utilizzata per dare il colpo di grazia al sindaco Ignazio Marino, unico amministratore capitolino che ha osato mettere un poco le manine nei criminali bancomat di consenso, di potere e di soldi che tengono in piedi il Pd a Roma.  Repubblica insomma sapeva alla perfezione come stavano le cose, presumibilmente da giorni. Ma da giorni ha voluto o dovuto farsi strumento del Primo Ministro deciso a interrompere la vicenda politica di un sindaco legittimamente eletto con percentuali bulgare non più di due anni e mezzo fa”.

Non mi pare ci sia altro da aggiungere. Ah sì, per quanto mi riguarda, questo:
Rep No grazie

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Lettera aperta ai consiglieri di maggioranza del Comune di Roma

10 Ott

Cari consiglieri di maggioranza del Comune di Roma,
in un momento così difficile per la nostra città devo ricordarvi che siete stati eletti grazie al travolgente consenso popolare che ha voluto Ignazio Marino Sindaco di Roma.
Credevo e speravo che non ce ne fosse bisogno, ma a quanto pare è purtroppo necessario:  il mandato degli elettori è un voto di fiducia e come tale merita, anzi, esige rispetto e lealtà da parte vostra. Per esser ancora più chiari, se i meschini calcoli della politica dovessero indurre qualcuno di voi a ignorarlo si tratterebbe banalmente e vergognosamente del  tradimento di un dovere.  Il tradimento di un impegno morale preso con gli elettori  da cui essi non potrebbero che trarre le dovute conclusioni per il futuro.
Non ho altro da dirvi: ci sono momenti nella vita in cui ognuno è arbitro del proprio destino. Questo è per voi uno di quelli.
Piero Filotico
Socio fondatore del Partito Democratico
già iscritto al Circolo Ponte Milvio

AULA_GIULIO_CESARE_d0

Il tramonto della politica

10 Ott

È vero, una lunga notte attende il Pd romano.

Serra PdRoma

Renzi e Verdini

4 Ott

Fatti l’uno per l’altro. Lo si sapeva, ma oggi Serra lo spiega meglio di chiunque altro. Povera Italia.

Serra Verdini

Il Pd Roma: da Mafia Capitale al metodo democratico

1 Ott

art. 49 cornice

Mafia Capitale ha imposto la bonifica del Pd romano. Ma le iniziative finora intraprese non sembrano condurre verso una soluzione assolutamente rispettosa del metodo democratico.

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Per avere un’idea di cosa stia succedendo nel e al Pd Roma bisogna risalire almeno alle primarie del 2013, quando in diversi seggi si presentarono improvvisamente elettori e candidati mai conosciuti prima, distorcendo l’esito delle votazioni. Il fatto fu denunciato da molti iscritti, anche con ricorsi alla Commissione di garanzia regionale, che furono disinvoltamente e sbrigativamente archiviati.  Ne parlarono Cristiana Alicata che fu oltraggiata e derisa da molti – tra cui un membro della CGR oggi incriminato per i fatti di Mafia Capitale, Nacamulli – e Marianna Madia  che denunciò esplicitamente “vere e proprie associazioni a delinquere sul territorio”). Naturalmente senza esito alcuno e senza che nessuno dei leader locali – tantomeno l’attuale presidente del Pd Matteo Orfini che all’epoca era già da tempo testimone, attore e protagonista della politica romana – aggrottassero appena il ciglio. Andava tutto bene. Fatto sta che coi risultati di quelle primarie fu successivamente eletta l’Assemblea e poi nominata la Direzione, rappresentando così il trionfo dei capibastone e delle correnti che imperversavano nel Pd romano, senza che nessuno, ripeto, nessuno dei vertici avesse qualcosa da obiettare. Per tutti loro era tutto assolutamente regolare.

Facciamo un passo avanti. Alla fine del 2014 esplode Mafia Capitale, buona parte del Pd romano che conta risulta inquisito e Renzi nomina Orfini commissario dopo le dimissioni del segretario Cosentino. Qui è la prima, colossale stortura: il commissario non avrebbe mai dovuto essere un romano, perché in un modo o nell’altro lambìto se non coinvolto in quella torbida rete di interessi e intrecci per cui in quegli anni non era stata presa alcuna posizione contro il malaffare interno al partito e tutto era stato tollerato, perfino la vergognosa faccenda dei fondi del gruppo consiliare Pd alla regione Lazio nel 2011.  Ma pare che a Renzi questo aspetto fondamentale sfugga o non interessi. Vabbe’.
Comunque sia Orfini accetta l’incarico e prende alcune iniziative, tra cui l’incarico a Barca di Orfinimappare i circoli per individuare quelli sani e quelli costituiti ad uso personale e la verifica degli elenchi degli iscritti del 2013 per identificare quelli fasulli: di quest’ultima se ne occupano i GD, fedeli centurioni di Orfini, e va avanti per mesi a causa della scarsità di risorse (perché non siano stati reclutati anche militanti di provata fede, anche non-GD, non è dato sapere ma si può, neppure tanto maliziosamente, immaginare). Il 9 marzo riunisce l’assemblea romana per fare il punto e, tanto per non sbagliare, proprio in apertura si rivolge a tutti gli iscritti con quella che suona come un’assurda chiamata di correità (‘Mafia Capitale non avrebbe dovuto sorprenderci, leggiamo tutti i giornali’, eccetera). (*)

Dopo di che passano i mesi senza che nulla accada e nei circoli cresce l’attesa, oltre al disagio e all’impazienza. Insomma: c’era un PD dei politicanti di mestiere e delle loro cordate, e un PD dei sinceri militanti volontari e dei circoli. Il cancro di Mafia capitale è nato e si è sviluppato nel partito delle cordate infettando poi alcuni circoli e generandone altri. La sgradevole sensazione che si percepisce è che il commissario, invece di bonificare il partito dei politicanti – cui appartiene – eliminando corrotti e collusi, prenda a pretesto l’ emergenza per normalizzare il partito dei circoli, portandolo sotto il suo controllo. E’ così che a metà maggio un gruppo di membri dell’Assemblea ne chiede al presidente Giuntella, a norma di Regolamento, la convocazione per discutere anche del congresso che Orfini ha più volte dichiarato di voler tenere entro l’anno. Assai poco ritualmente,  il commissario risponde piccato e irridente su Facebook, mentre  Giuntella – cui spetta il compito di convocarla ogni tre mesi – svicola. Insomma, comincia a delinearsi un percorso del genere ‘si fa come dico io e le regole contano se e quando mi servono’, nonostante la Commissione nazionale di garanzia, interpellata dallo stesso Orfini sulla possibilità di azzerare l’Assemblea, gli abbia chiarito per iscritto che non gli è consentito. Si fanno sempre più concrete quelle che parevano solo voci di corridoio: le iscrizioni 2013 e 2014 verranno annullate, nasceranno i circoli territoriali (15, uno per Municipio, virtuali) presidiati da altrettanti sub-commissari, i circoli esistenti – in attesa di venire chiusi o accorpati – diventeranno ‘sezioni’ senza alcuna autonomia e privati dei fondi provenienti dal tesseramento, che avverrà tramite il circolo di municipio.

La temuta occupazione viene certificata e definita con la delibera che Orfini fa approvare dalla Direzione (che non ha competenza in materia) l’11 giugno. In sintesi, come commentò all’epoca un iscritto, “somiglia tanto a un colpo di stato fatto da una corrente a discapito delle altre”, mentre un altro, più lungimirante, dichiarò che “il congresso del PD romano si è svolto ieri e lo ha vinto Orfini. Saranno lui e i suoi soci a organizzare i circoli municipali, a decidere chi li dirigerà, saranno lui e i suoi soci che maneggeranno i soldi delle tessere e che faranno le liste delle prossime elezioni. Scordiamoci l’assemblea e scordiamoci la possibilità di un congresso vero e democratico”.
Perché un vicecommissario per ogni Municipio non rappresenta, di per sé, una garanzia contro i pacchetti di tessere, anzi. Perché non sarà né un magistrato né un ufficiale dei carabinieri, ma verrà scelto nei giochi tra le cordate dei professionisti della politica per garantire gli equilibri e le pratiche di queste, la gestione delle “primarie“, i rapporti con gli eletti e così via. Più lontano dal controllo diffuso dei militanti associati nei circoli, sul territorio. E sarà grato e fedele al capo per garantirsi la rielezione o future promozioni.

La delibera, infatti, prevede non solo una modalità accentrata per il tesseramento 2015, ma una ristrutturazione permanente dell’ organizzazione territoriale che va nella direzione di una verticalizzazione, spostando poteri organizzativi e risorse dai circoli esistenti, ridefiniti come ‘sezioni’,  verso i nuovi circoli territoriali, uno per Municipio. Verso l’ alto. Mentre tutto il dibattito aperto dopo il documento di Barca dell’ aprile 2013 sullo sperimentalismo democratico, la mobilitazione cognitiva, la democrazia deliberativa, va nella direzione opposta, verso “un partito di sinistra saldamente radicato nel territorio …. animato dalla partecipazione e dal volontariato di chi ha altrove il proprio lavoro“. Ma la cosa grave e è che la delibera del commissario infrange, nelle modalità e nella sostanza, il Regolamento del Pd romano e lo Statuto nazionale. Tra le violazioni più clamorose:
– la convocazione della Direzione (che può essere fatta solo dal Presidente dell’Assemblea);
– l’aver fatto approvare una delibera non di sua competenza: la Direzione “è l’organo di esecuzione degli indirizzi espressi dall’Assemblea ed è organo di indirizzo delle politiche territoriali” mentre è  l’Assemblea che “ha competenza in materia di indirizzo della politica territoriale del Partito Democratico di Roma città, di organizzazione e funzionamento degli organi dirigenti, di definizione dei principi essenziali per l’esercizio dell’autonomia da parte dei Circoli territoriali, ambientali e on line” (articoli  5.2 e 6.1 del Regolamento di funzionamento della Città di Roma);
– l’introduzione delle cosiddette ‘sezioni’, organismi assolutamente nuovi e non previsti: lo Statuto nazionale all’Art. 14 comma 1 prevede che “I Circoli costituiscono le unità organizzative di base attraverso cui gli iscritti partecipano alla vita del partito...”;
– sempre a proposito delle nuove ‘sezioni’, lo Statuto nazionale afferma all’art. 14, comma 4 che “dovrà essere previsto almeno un Circolo territoriale di base per ogni comune superiore a cinquemila abitanti e, nei comuni con più di centomila abitanti, almeno un circolo per ogni cinquantamila abitanti.”  E come la mettiamo con le ipotizzate ‘sezioni’? Il risultato è che nei circoli e tra i militanti cresce lo sconcerto, il disagio, l’amarezza. Resta ancora la flebile speranza che l’atteso rapporto di Barca sullo stato dei circoli – che a rigor di logica avrebbe dovuto precedere e non seguire la delibera – dia un’opportunità nuova, possa costituire l’occasione per intervenire, estirpare il marcio e dimostrare, finalmente, che si può dare un deciso colpo di timone. Ma non succede nulla di tutto questo.

Accade così che alla fine di luglio due ben conosciuti e rispettati democratici, Giancarlo Ricci e Antonio Zucaro, decidano che la misura è colma: citano in giudizio (qui i dettagli) la Federazione romana e la prima udienza viene fissata per lunedì 28 settembre. Che ci sia ben più di qualcosa che non va nel partito romano è testimoniato anche dal disastro registrato nel rinnovo delle tessere: a settembre se ne contano, pare, circa 3.000 contro le 8.000 registrate l’anno precedente. E’ l’effetto di Mafia Capitale, certo, ma l’opera del commissario ha assestato un duro colpo alla collaudata rete dei circoli e alla passione di tanti sinceri e un tempo entusiasti militanti che stanno abbandonando in massa il partito. Ma non è finita qui.
Domenica 27, il giorno prima dell’udienza, in una “giornata di studio” riservata a eletti, coordinatori e altri invitati Orfini informa i partecipanti di una nuova delibera, questa, che annulla la precedente evidentemente invalida (quella per cui è stato citato in  giudizio) con la quale supera di colpo – o pensa di aver superato – tutte le osservazioni e le critiche. Perché?

Perché glielo consentono le modifiche allo Statuto nazionale approvate dall’Assemblea nazionale del 18 luglio, proposte dalla commissione di cui lo stesso Orfini fa parte e che nell’ordine del giorno assembleare apparivano così: “modifiche statutarie in adeguamento alla L. 13 del 21/2/2014” (cioè la legge sull’abolizione del finanziamento pubblico diretto). Solo che tra queste erano state introdotte anche quelle relative all’art. 17, che disciplina Commissariamenti, scioglimenti e poteri sostitutivi.
Per esempio, il comma 1 della nuova stesura prevede che invece della Direzione Nazionale sia  il Segretario nazionale stesso a poter “intervenire nei confronti delle strutture regionali e territoriali adottando, sentito il parere della Commissione nazionale di Garanzia, i provvedimenti di sospensione o revoca. Tali provvedimenti possono riguardare sia organismi assembleari sia organi esecutivi, e possono includere l’eventuale nomina di un organo commissariale”. Quindi arrivederci ad Assemblea e Direzione del Pd Roma. Il comma 3, a sua volta, prevede che “i provvedimenti di scioglimento e chiusura dei Circoli, per violazioni dello Statuto o del Codice Etico e per grave dissesto finanziario, possono essere assunti anche in deroga all’art. 14 comma 4 dello Statuto”. Pertanto, stante l’enorme debito di almeno 1,2 milioni accumulato dalla Federazione – e su cui si tace alla faccia della sbandierata trasparenza e nonostante il pieno diritto degli iscritti di sapere come sia stato accumulato – viene superato  l’obbligo di avere “nei comuni con più di centomila abitanti, almeno un circolo per ogni cinquantamila abitanti” ed automaticamente l’invenzione delle sezioni da illecita diventa lecita. “Fatta la legge, trovato l’inganno” recita un vecchio proverbio. Orfini ora può fare davvero da solo, saluti a trasparenza, partecipazione, metodo democratico.

Naturalmente nessun dettaglio viene reso noto. Anche l’esito della lunga indagine svolta sull’anagrafe degli iscritti del 2013 – come l’origine del mostruoso buco del bilancio federale – resta riservata, perché gli iscritti non hanno alcun diritto, gli è consentito solo di pagare la tessera.
Non so immaginare, francamente,  dove Orfini pensi di condurre il Pd romano. E’ abbastanza evidente che intenda dargli un’impronta esasperatamente verticistica – in questo concorde con la visione del segretario nazionale – ma poi? Tra un anno, quando cesserà la gestione commissariale, quale partito pensa si troverà, dopo aver disperso un patrimonio di cultura, esperienze, passioni? Davvero pensa di poterlo rimpiazzare con i Giovani Democratici? E come crede di poter affrontare le eventuali elezioni comunali? O pensa di mettersi in gioco lui stesso, candidandosi a sindaco? Oppure ancora ha già pronto il sostituto di Marino, un suo fedele, magari l’assessore Esposito? Bah.

Qui di seguito troverete il comunicato stampa (il neretto è mio) rilasciato da Ricci e Zucaro all’uscita dall’udienza del 28 settembre. Il giudice vuol vederci chiaro e questo è già molto. E comunque siamo solo agli inizi.

“La frettolosa approvazione, nelle scorse ore, di una nuova delibera di riorganizzazione del PD Roma, sostanzialmente identica a quella già impugnata da alcuni iscritti, non è servita a neutralizzare il procedimento giurisdizionale contro la Federazione romana – sottoposta da quasi un anno al commissariamento del Presidente Orfini – e ad eludere il giudizio cautelare promosso dai ricorrenti, Giancarlo Ricci e Antonio Zucaro.
Accogliendo le eccezioni sollevate dagli avvocati Anna Falcone e Antonio Pellegrino Lise, il giudice procedente ha, infatti, chiesto una integrazione di memorie e si è riservato in merito alla decisione di sospensiva dell’atto impugnato. Alla luce della proroga del Commissariamento e della reiterazione delle violazioni denunciate a danno dei diritti degli iscritti, nonché in dispregio delle norme statutarie e di democrazia interna, i ricorrenti non escludono di rilanciare l’azione giudiziaria estendendo l’impugnativa alle ulteriori violazioni che dovessero emergere dalle nuove decisioni commissariali. A tal fine, annunciano la costituzione di un comitato di sostegno all’azione giudiziaria e per il rispetto dello Statuto del PD e delle sue regole di democrazia interna”.

Firmato: i ricorrenti, Giancarlo Ricci e Antonio Zucaro

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(*) – Aggiornamento: mi viene opportunamente fatto ricordare il libro bianco presentato alla Festa dell’Unità nel luglio 2012  su “La criminalità organizzata a Roma”, realizzato e pubblicato dal PD Roma.

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