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Una sentenza che non parla soltanto al Partito Democratico

13 Giu

È una storia senza precedenti ma poco conosciuta quella che ha visto il PD citato in Tribunale dai suoi stessi iscritti e condannato per violazione delle norme che ne regolano la vita interna. Vale la pena di ricapitolare il più brevemente possibile lo svolgersi della vicenda, durata oltre quattro anni, perché può contribuire validamente alle scelte di oggi, nell’attuale situazione politica.

Tutto ha inizio il 3 dicembre 2014, quando esplode l’inchiesta Mafia Capitale che coinvolge anche alcuni esponenti del Partito Democratico

romano. Il segretario cittadino Lionello Cosentino, pur eletto da pochi mesi, viene indotto alle dimissioni e il leader del PD, Matteo Renzi, decide di commissariare il partito cittadino e di affidarne la gestione a Matteo Orfini, in quel momento Presidente nazionale.

Non sono pochi quelli che si meravigliano della nomina: Orfini è uno dei notabili locali, capo della corrente dei Giovani turchi, e si teme che l’occasione sia favorevole per consentirgli di impadronirsi del partito romano. Diverse sono le voci che si levano per manifestare quanto meno perplessità per la decisione, tanto che un gruppo di iscritti e membri della Direzione e dell’Assemblea interpella la Commissione nazionale di Garanzia (CNG) perché venga fornito un autorevole parere sulle caratteristiche del mandato commissariale.

Matteo Orfini

La risposta della CNG è chiara e inequivoca: la decisione assunta riguarda unicamente il commissariamento della segreteria cittadina, e non interviene sugli organismi assembleari – i cui componenti non sono stati neppure sfiorati dall’inchiesta – che mantengono pertanto inalterate tutte le  prerogative previste dallo Statuto nazionale e dal Regolamento della Federazione romana. Il parere venne ulteriormente ribadito dal Presidente della CNG, on. Gianni Dal Moro, che l’11 maggio 2015 dichiara che “l’art. 17 dello Statuto non appare consentire l’attribuzione, anche al fine del compimento di un singolo atto, di poteri commissariali che esautorino organi politici-assembleari non aventi funzioni esecutive”. In altre parole, non è possibile evitare di passare dall’Assemblea cittadina per modificare le norme interne vigenti.

Nonostante ciò, tuttavia, Orfini interpretò a suo modo  il ruolo e i poteri di Commissario. L’11 giugno 2015, con una propria delibera sottratta alla discussione e all’approvazione dell’Assemblea cittadina, come già detto unico organismo titolato ad esprimersi in merito, procedette a modificare radicalmente l’organizzazione territoriale del Partito romano. Per di più, tenendo in nessun conto la sua stessa figura di Presidente del Partito, fatto che avrebbe dovuto indurlo a un comportamento pienamente rispettoso delle norme interne del PD.

La delibera invece le infrangeva clamorosamente: ad esempio, la nomina di subcommissari municipali (che esautoravano i Circoli esistenti nei rispettivi territori e assumevano il controllo totale dell’attività del Partito nel municipio di competenza) violava  quanto disposto dal Regolamento cittadino, dallo Statuto regionale e dallo Statuto nazionale secondo cui ogni modifica del ruolo dei Circoli deve avvenire nel rispetto della loro autonomia organizzativa, politica e patrimoniale. Inoltre, veniva del tutto ignorata la norma dello Statuto nazionale che dispone che nelle città con oltre 100.000 abitanti debba essere costituito almeno un circolo ogni 50.000 abitanti.

Le reazioni dei Circoli e degli iscritti furono anche vibranti ma lasciarono indifferente Orfini, cui della legittimità o meno delle proprie decisioni non importava evidentemente nulla, e altrettanto di cosa pensavano e proponevano gli iscritti avendolo affermato esplicitamente in più occasioni e giungendo perfino a chiamarli sfrontatamente in causa quasi fossero corresponsabili della situazione svelata dall’inchiesta giudiziaria.
D’altra parte, la cronaca dei modi con cui più avanti provvide disinvoltamente a gestire la deposizione del sindaco Marino, calpestando la volontà sovrana degli elettori, lo dimostra abbondantemente.

A questo punto non rimaneva che soggiacere alla prepotenza o reagire, e il gruppo iniziale, che nel frattempo si era ingrossato, decise per la resistenza. Con il conforto del parere degli avvocati  Anna Falcone e Antonio Pellegrino Lise fu avviata una vertenza presso il Tribunale civile per ottenere l’annullamento della delibera, considerando quanto questa incidesse profondamente e negativamente sul ruolo dei circoli e sui diritti degli iscritti. Davide contro Golia.

Fu una decisione presa nella piena consapevolezza che rivolgersi alla magistratura per ottenere il rispetto delle regole interne di un partito è cosa quantomeno inusuale, ma anche che ne ricorressero tutte le ragioni. C’era la profonda convinzione che fosse politicamente giusto farlo per contrastare chi approfitta di una posizione di potere occupata pro tempore per esercitarla con arroganza, incurante della legittimità delle sue azioni. Un’organizzazione politica, qualunque essa sia, che non pratica la democrazia al suo interno e non rispetta le sue norme statutarie non ha titolo a presentarsi di fronte ai cittadini come strumento di allargamento degli spazi di partecipazione democratica e di miglioramento delle condizioni civili e sociali del Paese.

È così avvenuto che il Tribunale civile di Roma, con una sentenza che molto probabilmente farà scuola, ha accolto le argomentazioni circa le violazioni regolamentari e statutarie e, riconoscendo le menomazioni che ne conseguivano per i diritti di tutti gli iscritti, ha dichiarato l’illegittimità del comportamento del commissario Orfini, disponendo l’annullamento della delibera commissariale e condannando il PD Roma al pagamento delle spese processuali. Stesso esito ha avuto l’appello richiesto dal Pd, per giunta rigettato per irregolarità formali.

Fin qui la cronaca. Ma ci sono ancora tre considerazioni: la prima riguarda la magistratura che non guarda in faccia a nessuno e ancora una volta onora il suo ruolo. In momenti come l’attuale è un conforto non da poco.

La seconda riguarda la sentenza, che parla a tutte le forze politiche e al Parlamento intero.  In realtà nei partiti è ancora del tutto presente, e largamente preponderante, una concezione del processo decisionale unicamente orientato dall’alto verso il basso, una concezione secondo cui, a tutti i livelli dell’organizzazione, ai vertici spetta il potere di decidere e agli iscritti resta soltanto di eseguire e finanziare.
Questa modalità contrasta con l’art. 49 della Costituzione, dove è disposto che “Tutti i cittadini hanno diritto ad associarsi liberamente in partiti per concorrere, con metodo democratico, a determinare la politica nazionale”. I partiti sono quindi uno strumento al servizio dei cittadini che hanno diritto a partecipare da protagonisti alla vita politica del Paese.


In base a tutto ciò, si sta costituendo il “Comitato per l’articolo 49”, formato da giuristi, politici e cittadini, che intende proseguire nel percorso tracciato da questa storica sentenza e conseguentemente esigere che le forze politiche si diano finalmente un metodo democratico e compiano quelle scelte organizzative che rendano effettivo, trasparente e facilmente esercitabile questo diritto fondamentale.

L’ultima considerazione riguarda  il PD: se il nuovo segretario Nicola Zingaretti vuole davvero aprire “una fase costituente per rinnovare  e riformare il Partito Democratico” con un’organizzazione che rimetta al centro le persone, che dia loro il potere di decidere, se vuole davvero “costruire una forma-partito radicalmente democratica, capace di conciliare una forte leadership collegiale e decisioni dal basso” allora dovrà tenere conto, e molto prima degli altri, del valore e del significato di questa sentenza.

P.S. Se il Pd fosse un’azienda, questa potrebbe procedere con un’azione di responsabilità verso l’ex-commissario Orfini per rivalersi del danno economico e di immagine subito.


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Dovrete essere forti – Piero Filotico

Ignazio Marino, i Torquemada da strapazzo e gli ipocriti per vocazione

16 Apr

Nonostante l’assoluzione “per non aver commesso il fatto”,  gli oppositori dell’epoca del sindaco Marino si rifanno vivi affannandosi a sostenere – nel generale ludibrio – la correttezza della sua brutale e ingiusitificata (e ingiustificabile) deposizione. Segretario e presidente-commissario romano del Pd di allora – Renzi e Orfini – ripetono, rendendosi vieppiù ridicoli, che si trattò di “decisione politica”, mentre i detrattori per partito preso – o per interessi personali – sostengono una sua non meglio identificata ‘inadeguatezza’,  puntando il dito sugli errori commessi. Che certo ci sono stati (c’è qualcuno infallibile tra noi umani?) ma non giustificheranno mai la brutale deposizione di un sindaco democraticamente eletto.

Ma vediamoli ‘sti errori. Fu sicuramente un errore non dare le dimissioni il giorno dopo lo scoppio dello scandalo di Mafia Capitale. Marino avrebbe messo in difficoltà I suoi oppositori, quelli esterni e soprattutto quelli interni del Pd, e in una nuova tornata elettorale avrebbe potuto addirittura  guadagnare una maggioranza in Consiglio comunale indipendentemente dal Pd. Perché non volle? Tempo dopo dichiarò che non aveva voluto mettere la città in una situazione ancora più difficile di quella che stave vivendo. Fu generoso da parte sua. Così come è stato un errore la gestione della comunicazione, pressochè inesistente: c’è un lungo elenco di cose fatte ignoto ai più (ma ben noto, invece, ai suoi critici, che ovviamente tacciono) e che affidato a veri professionisti avrebbe costruito una solida muraglia di contenimento agli attacchi  interessati . Ed è stato un errore chiudersi in un cerchio magico di fedelissimi non sempre all’altezza dei compiti e aver dichiarato da subito guerra aperta a quella oscura rete di potentati che hanno devastato Roma per decenni: palazzinari, faccendieri, politici falliti, corrotti e corruttori, traffichini all’ombra del Campidoglio, tutti preoccupati se non angosciati dalla vicina prospettiva che il bengodi degli affari, degli appalti, del consociativismo, delle cariche ben pagate, dei favori reciproci fosse bruscamente interrotto. Marino era estraneo a tutto ciò ed essendo profondamente onesto rappresentava per costoro un pericolo reale.

 

Si coalizzarono contro di lui i proprietari dei camion bar, gli ‘urtisti’ (i venditori di souvenir) e i gladiatori sfrattati dai luoghi storici e magnifici di Roma, dal Colosseo a Fontana di Trevi, cui Marino voleva restiture dignità e bellezza. Si aggiunsero quindi i vertici delle decine di partecipate del Comune (spesso inutili), che Marino cominciò a mettere sotto stretta osservazione se non in liquidazione, il sistema burocratico del Comune che si sentì sotto frusta e di fronte alle proprie responsabilità, i funzionari e gli impiegati  che godevano di incomprensibili integrazioni dello stipendio mai legate alla produttività, I vigili urbani (per cui era stata definita una rotazione nei municipi e negli incarichi), la lobby degli impianti pubblicitari (i ricavi di questo settore erano inferiori a quelli di Milano, con una superficie molto minore), i costruttori che si videro tagliati milioni di metri cubi che avrebbero finito di devastare l’agro romano, gli affaristi che premevano per gestire in libertà le Olimpiadi, l’intero apparato politico non solo dell’opposizione – il ‘suo’ Pd era giunto a diffondere un indecente sondaggio taroccato – e ancora tutti coloro che in un modo o nell’altro si sentirono  coinvolti  dalla chiusura di Malagrotta (un obbligo dimenticato per sette anni, dopo la sentenza della Corte europea di giustizia), la greppia cui avevano attinto per decenni. Questo circo di interessi personali organizzò una controffensiva che aveva come perno centrale i maggiori quotidiani romani: spiace constatare quanti giornalisti si divertirono allora – a modo loro – dedicando pagine alla Panda rossa, agli scontrini, alle vacanze del sindaco, invece di obbedire all’etica del mestiere e investigare sul come, da chi e perché quei presunti scandali fossero gonfiati ad arte e oltre ogni logica misura.

 

Oggi, messi nell’angolo da una sentenza inequivocabile e definitiva, i Torquemada da strapazzo, inquisitori falliti,  tentano fragili repliche ululando col ditino puntato alla chiusura dei Fori Imperiali, alla asserita scarsa simpatia del sindaco e altre baggianate del genere, mentre gli ipocriti per vocazione insistono disperatamente a sostenere che la brutale deposizione del sindaco Marino era dovuta, oltre che per un atto ‘politico’ perché ‘si era interrotto il rapporto con la città’: ma se n’erano accorti solo loro. E solo loro commisero l’irripetibile sfregio all’art. 1 della Costituzione  (“la sovranità appartiene al popolo”) sostituendolo spregiudicatamente con un notaio.
Ma quello stesso popolo tradito dopo aver  massicciamente scelto il suo sindaco li ha bocciati condannandoli tutti alla nullità perpetua.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Orfini come Macbeth

14 Mag

Di fronte all’allucinante e demenziale affermazione di Orfini sui sindaci di Roma che accosta incautamente Ignazio Marino ad Alemanno e Raggi, l’indignazione supera lo stupore. Per descrivere sinteticamente  l’uomo si potrebbero citare Dostojewsky o, meglio ancora, Bertolucci, ma preferisco Shakespeare (anche se il Bardo parlava della vita):  “…non è che un’ombra che cammina, un povero commediante che si pavoneggia e si agita sulla scena per la sua ora, e poi non se ne parla più; è una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla”.

Esagero, ovviamente, Orfini non è uno qualunque.  Da sempre nel Pd, è stato segretario del circolo Mazzini a Roma e conosce bene – dovrebbe conoscere – la realtà cittadina e in particolare quella delle periferie, vivendo a Tor Bella Monaca. Stranamente però, non ha colto il disagio, la crecente protesta e l’allontanamento degli elettori  dal Pd di quelle zone: ma non è stata l’unica sua disattenzione. Non si accorse, per esempio, che mafia e corruzione politica si stavano impadronendo di Roma, nonostante il corposo e preoccupante Libro bianco sulla criminalità organizzata a Roma commissionato da Marco Miccoli, segretario del Pd romano nel 2012, l’avesse anticipato. Scriveva Miccoli:

“…il libro spiega con molta chiarezza non solo l’origine della criminalità organizzata a Roma, smentendo tutti quei luoghi comuni che per decenni hanno affermato che la mafia a Roma non esisteva, ma anche il sistema economico messo in piedi negli ultimi anni dagli emissari della mafia, fatto di politica e occhi chiusi, di società vuote e prestanome, di riciclaggio di denaro e investimenti.”

Si fanno cifre e riferimenti a fatti, ma Orfini non commenta. Non so neppure se l’abbia letto, ma sarebbe grave.
Non passano due anni, scoppia Mafia Capitale e Orfini cade dalle nuvole. Non solo, chiama a correi i militanti che non avevano tempestivamente denunciato il malaffare: l’ha ripetuto più volte e l’ho sentito con le mie orecchie al circolo di Ponte Milvio. Dopo di che, viene nominato commissario del Pd romano (un assurdo) e comincia subito a massacrarlo. Anticipa che nei conti della Federazione romana c’è una voragine (interrogato sui bilanci tacerà e non li mostrerà mai) e sottrae ai circoli ogni capacità economica e quindi di attività sul territorio, costringendoli a versare i proventi del tesseramento ai circoli municipali inventati per l’occasione e affidati ai suoi fedelissimi, come Esposito (che più tardi farà inserire nelle Giunta Marino per affilare il coltello che poi verrà piantato nella schiena del sindaco). Invece di chiamare iscritti e militanti a denunciare le infiltrazioni e i circoli di comodo gestiti dai padroni delle tessere incarica i ragazzi della sua corrente, i Giovani turchi, ad un’estenuante maratona telefonica sulle tessere false di cui non si saprà mai nulla. Anticipa pomposamente una indagine sui circoli commissionata a Fabrizio Barca, il quale produce un rapporto sconvolgente, Mappa il Pd, da cui emerge che 27 circoli su 110 “sono dannosi, pensano solo al potere”. Risultato? Nulla di fatto. Oggi Barca – immagino deluso dal Pd – si occupa di disuguaglianze con la Fondazione Basso.

Foto di SKYtg24

Orfini, invece, sempre obbediente e prono alle disposizioni di Renzi, condivide le misteriose (ma non tanto) antipatie del segretario per Marino e a ottobre del 2015 dichiara che “ È finita perchè si è rotto il rapporto con la città”. Dimenticando che il sindaco è stato eletto da una maggioranza schiacciante di votanti e quel che è grave ignorando il solenne monito dell’art. 1 della Costituzione: “La sovranità appartiene al popolo” (che per uno che si dice ‘democratico’ è imperdonabile). Quello stesso popolo romano lo smentì subito clamorosamente dimostrando nella piazza del Campidoglio strapiena e debordante che non aveva delegato nessuno a decidere al suo posto, ma Orfini, ormai scendiletto confesso di Renzi, non ne tenne conto e condusse dal notaio 19 consiglieri del Pd che insieme a quelli dell’opposizione (!) votarono la sfiducia al sindaco Marino. Il Pd romano si avviò così mestamente e celermente all’estinzione:  alle elezioni dopo il commissariamento del Comune trionfano – come era stato previsto anche dai sampietrini – i 5 stelle e Virgina Raggi. Non solo: dei 15 municipi (tutti) conquistati dal Pd con Marino ne restano solo due: quelli centrali abitati dai ceti più alti e quindi certificando la perdita di ogni contatto del Pd con quelli minori, quelli dei dimenticati. E ancora Orfini si meraviglia e addebita la sua catastrofe elettorale alla politica speculativa dei 5 stelle se non ai 28 mesi (in totale) della giunta Marino. 

Per come la vedo io, il massimo delle potenzialità politiche di Orfini consiste nel giocare alla Playstation e far vincere sempre  il capo, plaudendo entusiasta alla sua abilità. Le sue fortune politiche, peraltro, consistono nell’essere così insignificante e servile da essere stato facilmente individuato da Renzi come il miglior candidato alla presidenza del partito.  Non gli avrebbe mai fatto ombra e al minimo aggrottar di ciglia del segretario si sarebbe subitamente precipitato a fare i caffè. E quindi a me viene da chiedere alle persone che stimo rimaste ostinatamente nel Pd: come fate a tollerarlo come presidente?

Oggi, nel pieno della bagarre per la ricerca di un governo da cui il Pd si è autoescluso, Orfini non trova di meglio che esprimersi sui sindaci della sua città, per cui ha fatto solo disastri. Ovvio: alla prossima assemblea si prevede che il reggente Martina venga disarcionato e quindi la guida del partito fino al congresso passerà a lui, il presidente.
Povero Pd.

 

 

Renzi  e l’interpretazione della democrazia

3 Ott

Una sera alla festa del Pd a Testaccio, a Roma.

Se un sindaco non è capace va a casa“.
E chi lo decide? Il segretario o gli elettori?

Renzi non ha ancora capito, proprio non ci arriva, che la democrazia non si può interpretare ma si rispetta sempre, non  solo quando è lui ad avere i voti, e si rifiuta di riconoscere il clamoroso errore di Roma: il disastro romano del Pd, i 5 stelle e la Raggi in Campidoglio sono solo una sua responsabilità.

A tenergli compagnia possiamo aggiungerci lo spicciafeccende Orfini, un paio di cortigiani messi in Giunta, il gregge che si lasciò docilmente condurre dal notaio e prima ancora i dirigenti del Pd romano che fecero opposizione a Marino dal momento che salì al Campidoglio. Per esempio, D’Ausilio che commissionò un sondaggio artefatto contro Marino pagato coi soldi del gruppo consiliare Pd, Michela De Biase che lanciava anatemi contro il sindaco in una Direzione romana del partito solo pochi giorni prima di Mafia Capitale, Coratti che come presidente dell’assemblea capitolina spostava gli ordini del giorno per ostacolare l’attività della Giunta. Una bella congrega di picconatori – di cui Orfini ovviamente non si avvedeva – che dobbiamo ringraziare unitamente ai media scatenati sulla Panda rossa e sugli scontrini.

Su tutto questa primeggia la vergogna di un segretario del partito che si dichiara ‘democratico’ e che alla democrazia – cioè la sacrosanta volontà degli elettori – antepone disinvoltamente  (chissà poi perché: ma dovrà uscire prima o poi) quello che vuole lui.

http://youmedia.fanpage.it/video/al/Wbuq1OSwLgt7Gixo/u1/

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In un piccolo borgo di montagna del nostro nord-est, un mondo chiuso e apparentemente quasi ostile, il giovane carabiniere Paternò si trova di fronte al duplice omicidio di due cacciatori. Paternò non è un carabiniere comune: nonostante la giovane età ha una storia alle spalle, con angoli bui che non conosce o forse non vuole esplorare. La storia si sviluppa su due piani paralleli, come la personalità di Paternò che si è evoluta su due dimensioni: quella della tragedia familiare e quella intima e personale, che si sono intrecciate fino a costruire un insieme complesso. Accade così che accanto all’indagine ne progredisca inconsapevolmente una seconda in cui Paternò insegue soprattutto due cose che non ha avuto dalla vita: giustizia e amore. Le incontrerà entrambe un poco alla volta attraverso piccole conquiste e sconfitte e alla fine riuscirà a risolvere il caso e contemporaneamente a trovare ciò che ha rappresentato la chiave nascosta della sua ricerca.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/296575/come-una-casa-senza-finestre/

 

Il Pd e il “fattore di instabilità”

7 Apr

Mesi fa, come ha ricordato anche Cuperlo in un’intervista, Orlando dichiarò che il Pd rischiava di passare da fattore di stabilità politica a fattore di instabilità. Tutto era legato alla metabolizzazione o meno della sconfitta referendaria. Oggi, all’indomani dell’elezione di Torrisi alla presidenza della commissione Affari costituzionali del Senato, l’ipotesi di Orlando pare materializzarsi.

Sta a dimostrarlo l’incredibile richiesta del presidente del Pd (e attuale reggente della segreteria), cioè il sempre servizievole Orfini, di un incontro col presidente Mattarella, per valutare gli effetti della bocciatura del candidato Pd sulla tenuta della maggioranza. Cioè la ricerca di una scusa (risibile) per far precipitare la situazione e far tornare all’ordine del giorno l’ipotesi di elezioni anticipate. Che non sono altro che il pallino di Renzi, non avendola mai abbandonata: subito dopo il 4 dicembre parlò di elezioni a marzo, poi andando avanti di giugno, ora si vocifera di ottobre. Tutto questo senza un minimo di senso di responsabilità vero il Paese e gli appuntamenti che l’attendono, dal Def  al G7.

Renzi intende far sentire la sua presenza in ogni modo, con le nomine sulle aziende statali, con la rimozione della bruciante sconfitta al referendum sostituita da queste primarie che l’elettorato (Pd e non) sta osservando con stanchezza se non con noia, la fa sentire incaricando il fido Orfini di una commissione al Quirinale. Il povero Orfini pensava di replicare l’iniziativa del notaio con cui fece cadere Marino, il sindaco di Roma, facendosi beffe della sovranità popolare che l’aveva eletto con una maggioranza schiacciante, ma Mattarella non è un notaio a parcella e ignorandolo ha fatto capire quanto lo valuti. 

Non sembra capire, l’ex-segretario del Pd, che l’unica strada per riconquistare una credibilità politica non è rilanciare sfide, non nuovi appelli al “con me o contro di me”, non le manovre dietro le quinte per ritardare la legge elettorale e via cantando. L’unica strada sarebbe presentare all’Italia un serio programma di politica economica, con l’addio agli interventi a pioggia, ai bonus erga omnes, con un piano che riduca le disuguaglianze, combatta l’evasione e la corruzione, risollevi l’occupazione, prima di tutto quella giovanile, eccetera eccetera. 

Al momento, sembra che a tutto questo ci stia pensando Gentiloni e sorge il sospetto che a Renzi questo non garbi: hai visto mai che qualcuno noti la differenza nella concretezza dell’agire (e magari anche nello stile)? Ecco, così si potrebbero spiegare certe intromissioni (sui progetti di Padoan, ad esempio); certe reazioni un po’ scomposte, certe irrazionali accelerazioni verso il voto. L’uomo è fatto così, non conosce mezze misure, non vede alternative oltre quelle in cui lui crede, cerca la vittoria smagliante come alibi anche degli errori passati. Ma una cosa è la vittoria nel suo partito, ben altra quella nel Paese. E quindi il rischio, se Renzi non dovesse rendersene conto, di un Pd protagonista sì, ma di instabilità. Il tweet è pronto: “Paolo, stai sereno”.
Ma Mattarella, per nostra fortuna, non è Napolitano.

AGGIORNAMENTO
Leggo solo ora, con colpevole ritardo, questo pezzo di De Marchis su Repubblica, che mi conferma le sensazioni esplicitate qui sopra.

 

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I racconti, le storie brevi, sono come quegli sguardi lanciati da una finestra aperta che permettono di vivere quanto accade giù nella strada, nella vita di tutti i giorni, di immaginare i pensieri dell’ignoto passante o il dialogo dell’altrettanto ignota coppia mentre vengono percorsi i pochi metri che la visuale consente.
In questi dieci racconti c’è quasi sempre Roma, come sfondo o protagonista, ma i personaggi, con le loro personalità, le manie, le loro storie personali, potrebbero esistere ovunque: per conoscerli, e conoscere le loro storie, basta affacciarsi a questa finestra.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/racconti/322551/la-finestra-aperta-3/

 

Renzi e la zappa sui piedi.

28 Mar

Non solo continua a darsela, ma se ne compiace pure. E’ quello che mi viene in mente leggendo il suo “pensierino”  nella sua E-news 465. Eccolo:

Pensierino della sera. In questi giorni ripartono le polemiche sul sindaco di Roma. Le (presunte) firme false sono l’ultima goccia. E la settimana bianca, e l’abuso d’ufficio, e l’avviso di garanzia, e la funivia. Continuo a pensare che noi dobbiamo rifiutare questa linea di battaglia. È vero, lo sappiamo tutti: se la Raggi avesse avuto la tessera del PD, il blog di Beppe Grillo l’avrebbe disintegrata ogni giorno con post virali e accuse infamanti. Ma siccome lei appartiene al movimento, loro la difendono. Bene, ma allora non facciamo noi i grillini. Non inseguiamoli nel loro terreno finto moralista e molto doppiogiochista. Parliamo di cose concrete, incalziamoli sul fatto che i loro progetti sono irrealizzabili, raccontiamo la nostra idea di Italia. Ma non inseguiamoli nel loro atteggiamento di scontro. Se ci sono firme false, lo dirà la magistratura, non una trasmissione televisiva. Fino a quel momento, massimo rispetto per il Sindaco che i romani hanno scelto. E buon lavoro. E se loro usano un altro metodo, peggio per loro: gli italiani sapranno valutare e decidere.

Mi hanno colpito, ancora una volta, la disinvoltura, la contraddizione e la memoria corta di
quest’uomo. Evidentemente ha rimosso, o pensa che gli italiani (e i romani in particolare) si siano
 dimenticati di cosa è stato capace di combinare lui – appoggiato dal suo sodale e complice Orfini – ai danni del sindaco Ignazio Marino, di Roma e dello stesso Pd cittadino.

Si meraviglia, questo pseudo-campione della democrazia, che gli elettori e i militanti cinquestelle siano solidali con chi hanno eletto, invece di contrastarlo come fecero i consiglieri Pd con Marino. Invoca massimo rispetto per il Sindaco che i romani hanno scelto, lui che per primo (e per ragioni ancora ignote, ma che mi auguro non per molto) puntò il dito contro un sindaco eletto dal 67% dei votanti, con una solida maggioranza in Giunta e con tutti i 15 municipi presidiati dal Pd, dando  così il via ad una ignobile manovra di corridoio che condusse a quel disastro elettorale di cui oggi a Roma subiamo le conseguenze.

Vorrei essere Giachetti per potergli dire come ha la faccia. Ma sono una persona educata.

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I racconti, le storie brevi, sono come quegli sguardi lanciati da una finestra aperta che permettono di vivere quanto accade giù nella strada, nella vita di tutti i giorni, di immaginare i pensieri dell’ignoto passante o il dialogo dell’altrettanto ignota coppia mentre vengono percorsi i pochi metri che la visuale consente.
In questi dieci racconti c’è quasi sempre Roma, come sfondo o protagonista, ma i personaggi, con le loro personalità, le manie, le loro storie personali, potrebbero esistere ovunque: per conoscerli, e conoscere le loro storie, basta affacciarsi a questa finestra.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/racconti/322551/la-finestra-aperta-3/

Il bue che dice ‘cornuto’ all’asino.

21 Mar

Nel paragrafo denominato C’è chi è democratico e chi no: il congresso e le comunarie nell’e-news  464 di Matteo Renzi, si può  leggere quel che segue:

Ora io sento di poter dire che i politici mi hanno abituato a sentire di tutto e quindi che non mi stupisco più di nulla. Mi corre però l’obbligo, da cittadino ed elettore (non dei 5 stelle, ci tengo a sottolinearlo) di ristabilire la verità, fin quando possibile. E la verità è che nel caso dei candidati sindaci 5 stelle Renzi non può permettersi di fare lo spiritoso sulla democrazia praticata da Grillo.
Non può perchè lui e il suo braccio armato Orfini hanno fatto ben di peggio. Hanno ordito la manovra per ottenere la decadenza del sindaco Ignazio Marino, un sindaco democraticamente eletto dai romani con 664.490 voti, pari al 63,93 per cento. Hanno disinvoltamente (e stupidamente, visto il seguito) ignorato il primo bene di una democrazia: la sovranità popolare, sancita dalla nostra Costituzione.
Cosa, peraltro, i due sodali ci abbiano guadagnato non lo si è ancora saputo, ma io sono ottimista: vedrete che alla fine uscirà fuori. Intanto, i romani subiscono ogni giorno le conseguenze del misfatto.  

Sempre a proposito di democrazia e di regole, oggi è stata resa nota una sentenza da cui si può dedurre che il l’ex-commissario Orfini, nonché Presidente del Pd nazionale, nonché segretario ad interim/reggente della segreteria dello stesso, non conosce le norme che regolano la vita del suo partito o che, se le conosce, non le tiene in alcuna considerazione.

Riporto dal post di Giancarlo Ricci su Facebook: “La terza sezione del Tribunale civile di Roma, nella persona del giudice Buonocore, ha infatti annullato la delibera della Direzione del PD Roma dell’11 giugno 2015 con cui veniva gravemente colpita l’autonomia organizzativa, patrimoniale e politica dei Circoli territoriali, dei Circoli del lavoro e di quelli tematici riducendoli al rango di sezioni di 15 Circoli municipali diretti da sub commissari nominati dallo stesso Orfini. Il giudice ha riconosciuto, come da noi sostenuto, che tale decisione poteva essere assunta soltanto dall’Assemblea cittadina, e che inoltre il merito della delibera violava in più punti lo Statuto nazionale e regionale del PD, con conseguente lesione dei diritti degli iscritti. Di più, il giudice ha affermato nelle sue argomentazioni che anche la delibera del 27 settembre 2015 – la cui efficacia peraltro è già stata sospesa con decisione di un altro giudice in un distinto procedimento – debba ritenersi non valida perché riproduce sostanzialmente gli stessi vizi e le stesse violazioni della delibera precedente.

E per un partito che si definisce ‘democratico’ mi pare ce ne sia abbastanza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un commissario scadente

24 Ott

Non è un riferimento temporale, non c’è alcuna prossima scadenza: il commissario del PD Roma Matteo Orfini è ormai scaduto definitivamente. In verità il suo incarico era giunto al termine  già un mese fa, ma uno stratagemma formale lo ha prolungato di un altro mese.
Trattenetevi comunque dal festeggiare, cari iscritti e militanti romani, perché pare che non sia finita qui: ci sono  buone  probabilità – almeno così si sente dire  – che si tenti l’ennesima acrobazia per tenerlo ancora in carica.

Sorge allora spontanea la domanda: per far cosa? Dopo la cura Orfini il Pd Roma è  un ectoplasma che ancora sopravvive solo grazie agli ideali dei pochi testardi e sinceri militanti rimasti e, purtroppo, agli interessi di chi sulle tessere (Orfini stesso tra questi) ha fondato la propria carriera politica. Orfini ha dimostrato, nei quasi due anni di gestione commissariale, assai scarse qualità di dirigente politico: doveva risanare il partito romano travolto da Mafia capitale, cacciando gli iscritti fasulli e chi grazie a loro aveva potuto conquistare posizioni, anche di rilievo, e non si è avuta notizia in merito;  doveva chiudere i cosiddetti circoli “cattivi”  dopo l’approfondita e puntuale analisi condotta da Fabrizio Barca, e ha invece chiuso e accorpato cervelloticamente;  doveva risanare la voragine finanziaria che era stata finalmente dichiarata e ancora si attendono almeno i bilanci di anni di disastrosa gestione (come della sua, d’altronde). Avrebbe anche dovuto fare un filino di autocritica circa la sua colpevole disattenzione sulla degenerazione che stava pervadendo il Pd Roma, ma se n’è ben guardato: lui, qualificato dirigente romano, non se n’era accorto (dice). Doveva, cosa più importante di tutte, rilanciare e rimotivare il partito cittadino, umiliato e demoralizzato dalla scoperta del maleodorante marciume venuto alla luce dopo anni di inutili denunce, e ha invece provocato l’abbandono in massa dei militanti; doveva riorganizzarlo e renderlo più efficiente, ma con disposizioni assurde ha costretto gli iscritti a rivolgersi, con soddisfazione, alla giustizia civile; infine, il crollo del Pd registrato alle elezioni per il Campidoglio è lì a testimoniare le sue capacità.  Non ha neppure avuto il coraggio di avviare una franca discussione nei circoli superstiti sui motivi del disastro e tantomeno di dare le dimissioni da commissario.

Per far cosa, quindi, dovrebbe ancora restare Orfini, un commissario scadente e scaduto? Per lanciare il nuovo tesseramento in base al quale convocare il congresso cittadino? Come potrebbe essere lui – ma il nuovo Statuto non offre questa opportunità – l’indispensabile autorevole, raffinato e illuminato dirigente politico cui affidare questo delicato e vitale incarico dopo un tale fallimentare bilancio? 
E annamo, su.

 

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A Roma, a partire da lunedì.

18 Giu

Domani si vota e io ancora non ho deciso cosa fare, ma mi è ben chiaro che non voterò certo per Giachetti: questo sì che sarebbe tradire i miei principi e soprattutto quel Pd per cui mi sono battuto ben prima che nascesse, di cui sono stato fondatore e dal quale, con infinita amarezza, mi sono allontanato dopo anni di quotidiana militanza. Tutto lascia pensare che si confermerà l’impressionante travaso di voti  del primo turno a fronte del quale le  obiezioni più valide del Pd sono state il banale “salto nel buio” e che  i 5 stelle hanno fatto del loro meglio per collaborare alla chiusura anticipata della sindacatura Marino e non  non meriterebbero quindi quel voto. Già, perché il Pd cosa ha fatto?

I 5 stelle hanno l’obbiettivo di sostituirsi all’attuale sistema di partiti: dal loro punto di vista, e dei tanti che gli danno fiducia, è l’unico modo per liberarsi dalla latrina dei compromessi, degli accordi consociativi, dei cinici giochi correntizi, degli interessi personali, della dilagante corruttela  nella politica italiana. Per loro, anche chi fa bene – ma è legato a un partito – è un avversario e va demolito. Questo è un dato di fatto.

Occorre poi aggiungere che, paradossalmente, sono stati gli inconfessabili interessi che si muovono all’interno del Pd ad aiutarli: la ridicola faccenda della Panda rossa non l’hanno inventata loro, ma i media sollecitati proprio da quella parte del Pd che aveva manifestato la sua insofferenza per Marino fin da pochi giorni dopo il suo insediamento; ricordo – tanto per dirne una – l’assurdo sondaggio nell’ottobre del 2014 commissionato da tale D’Ausilio, capogruppo Pd  (!)  nel Consiglio comunale, che registrava un presunto crollo dei consensi del sindaco; ricordo ancora che circa un mese dopo, in una riunione della Direzione romana del Pd, la consigliera De Biase (meglio nota come lady Franceschini e come l’unica candidata che alle attuali elezioni abbia aumentato i consensi) invocava a gran voce la sfiducia per il sindaco Marino, ignara che pochi giorni dopo sarebbe esploso in tutta la sua virulenza il verminaio di Mafia capitale in cui erano infognati (è il caso di dirlo) importanti esponenti del Pd romano, alcuni dei quali operanti al Comune.

Di tutto questo i 5 stelle hanno sempre immediatamente approfittato: ogni volta hanno colto l’occasione. E il Pd gli ha dato ben più di una mano quando ha semplicemente finto di appoggiare (per la prima volta dall’elezione) il suo sindaco, mentre il segretario nazionale nominava il commissario che da un lato si sperticava in lodi ufficiali, dall’altro tesseva sottotraccia le sue trame per logorare la Giunta inserendovi i suoi accoliti per giungere alla fine all’assurdo, indecente e suicida accordo con le opposizioni certificato da un notaio che ha portato al tradimento della volontà popolare espressa nell’elezione di Marino.

Da qui il disorientamento, il disgusto, il disagio, l’allontanamento di tanti elettori del Pd, la sua disgregazione e la naturale protesta tramutatasi in un voto per i 5stelle. Che apparirà pure un voto emotivo e poco razionale, ma appare oggi l’unico modo per liberarsi di una dirigenza del Pd irresponsabile e incapace, per non dire di peggio. Non posso dimenticare l’indignazione che mi ha travolto davanti al falso candido stupore di Orfini di fronte al vaso di Pandora scoperchiato dalla Procura romana e la sua indecente chiamata di correità verso i militanti che secondo lui non si erano accorti di quanto accadeva o avevano taciuto, mentre invece innumerevoli erano state le loro proteste e le loro denuncie. E lui dov’era stato in tutti quegli anni?

Ecco perché guardo con comprensione, se non con simpatia,  all’elettore del Pd che,  dopo avergli dato fiducia per anni, si sta arrovellando intorno alla decisione se votare o no per la Raggi, pur turandosi il naso e maledicendo chi l’ha costretto a questo passo. Di fiducia non ce n’è più: andrà come deve andare. Pensiamo piuttosto a cosa faremo, noi cittadini romani: a partire da lunedì, dovremo controllare l’operato della nuova Giunta: sarà nostro dovere sollecitarla e stimolarla con ogni mezzo a proseguire nell’opera di risanamento del bilancio comunale, nella ristrutturazione delle aziende municipalizzate, nel recupero di efficienza della macchina del Comune, nello smantellare il sistema occulto di interessi che si regge intorno al Campidoglio. Ma avremo anche un nuovo compito, forse più importante ancora. Mi spiego. 
Quanto potrà durare la nuova sindacatura? La sensazione, non solo mia, è che non avrà vita facile e per varie ragioni, ma prima di tutto perché mancherà l’appoggio del governo per motivi più che ovvi e in particolare per l’opposizione alle Olimpiade espressa dai 5 stelle: esso non sarà certo generoso nel mettere a disposizione i fondi per gli urgenti e necessari investimenti, per dire la prima che mi viene in mente. Ecco perché dovremo pensare a costruire una nuova forza civica che possa davvero rappresentare noi cittadini romani in quell’opera di controllo e di confronto di cui dicevo più sopra, ma soprattutto qualora si dovesse tornare a breve nuovamente ai seggi elettorali. Stavolta toccherà a noi.

Caro Renzi, almeno le scuse

11 Mar

Orfini truppe cammellate

Caro segretario del Pd,
non ci pare di chiedere molto. Siamo gli oltre 50.000 romani che nel 2013 andarono a votare alle primarie in cui fu decisa la candidatura a sindaco di Ignazio Marino e che invece stavolta si sono astenuti guadagnandosi così dal presidente del Pd l’ingiuriosa definizione di “truppe cammellate”. Questa reazione sguaiata, aggravata dal penoso episodio delle schede bianche, dimostra con tutta evidenza la frattura del rapporto tra il Pd romano e i suoi elettori.
Ma non solo: ci offende profondamente. Non è nostra intenzione rispondere a Orfini, il commissario che hai chiamato a riorganizzare la federazione cittadina ed che in quasi un anno e mezzo non ha cacciato neanche uno dei capobastone che tuttora la infestano e neppure un cammello: lo (s)qualificano più che a sufficienza le sue scomposte dichiarazioni e soprattutto il suo operato, teso solo a soffocare il confronto delle idee chiudendo i circoli virtuosi, alimentando i veleni, dilatando la voragine del dubbio e dell’incertezza, considerando il pd romano quasi un suo feudo personale.
E’ la plateale dimostrazione della sua incapacità a interpretare il disagio, il malessere, l’amarezza che sono seguiti ai suoi maldestri interventi e prima ancora a Mafia Capitale, disarticolando una base solida nei principi e negli ideali. Il tonfo sordo di queste primarie suona quasi come il preavviso di un prossimo fallimento che, se non sembrasse inverosimile,  parrebbe quasi studiato, voluto.
Ci piace pensare che tu stia riflettendo sui motivi che hanno condotto il Pd romano quasi sull’orlo del baratro. Ma intanto, caro segretario, ti chiediamo come elettori – e molti tra noi sono fondatori e leali militanti –  le tue scuse a nome di quel partito che guidi. Lo chiediamo alla tua sensibilità e alla tua intelligenza. Noi rappresentiamo solo l’avanguardia delle centinaia di migliaia di voti che a Roma hanno dato fiducia al Pd: chiedere scusa per un’offesa che non meritiamo è un atto di coraggio e il riconoscimento della stima e del rispetto che ci sono comunque dovuti.  

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