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La burocradiozia colpisce anche Selinunte

25 Nov

Leggetevi questo articolo di Sergio Rizzo sul Corriere e ditemi voi se l’Italia può andare avanti così, in mano a burocrati miopi, pavidi, incapaci. Quando non peggio.

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Al Comune di Roma corruzione nella burocrazia

7 Apr

Dall’intervista all’assessore alla Legalità del comune di Roma apparsa oggi su La Stampa, Alfonso Sabella,  emerge finalmente che quelli che potevano essere solo sospetti non provati rappresentano invece una realtà diffusa e concreta. Dice testualmente Sabella di aver trovato una patologia, “una burocrazia comunale in grado di amministrare, decidere, scegliere senza che nessuno possa ostacolarla.” E aggiunge: “anche la politica sana di un’amministrazione come quella Marino ha avuto difficoltà a controllare questa burocrazia”. La quale,  temendo tuttavia di essere insidiata nelle sue pratiche e nei suoi interessi ha reagito per difendersi: la giunta Marino ha destabilizzato gli equilibri, gli accordi, i compromessi con una certa politica locale, interrompendo o rendendo difficoltoso il flusso dei favori e delle mazzette.

burocrazia

Il sistema ha così di certo contribuito a scatenare  lo scorso autunno l’ostilità e la guerra al sindaco, culminata nel ridicolo processo alla Panda rossa e alimentata perfino all’interno dello stesso Pd, quando eminenti figure della Direzione romana (Ciarla, Di Biase) chiesero disaccortamente di sfiduciare il sindaco e addirittura nuove elezioni. E può anche spiegare l’assurda opposizione dei sindacati al nuovo contratto per i dipendenti comunali che, senza nulla togliere al monte emolumenti, elimina privilegi e premi bizzarri in nome di una maggiore produttività ed efficienza.
Colpita nei suoi interessi, la parte marcia della burocrazia tenta tutte le carte.
Qui di seguito l’intervista integrale. Il neretto è mio.

 

 

L’assessore ex magistrato: “A Roma la burocrazia è più corrotta dei politici”

Parla Alfonso Sabella, entrato in giunta dopo Mafia Capitale: “Da tre mesi annullo gare e invio segnalazioni in Procura”

di Guido Ruotolo

 Va direttamente al cuore del problema, Alfonso Sabella: «Ho trovato un sistema alterato di assegnazione delle commesse pubbliche con profonde e antiche radici». Quando è arrivato a Roma come assessore alla Legalità, il 23 dicembre scorso, il ciclone di Mafia capitale era già passato per il Campidoglio facendo morti e feriti. Grande fiuto investigativo quand’era magistrato negli anni delle stragi mafiose a Palermo, nel palmarès le catture di Luchino Bagarella, Giovanni Brusca, Pietro Aglieri e la bassa macelleria delle stragi dei Corleonesi, Sabella è stato scelto dal sindaco Marino per un compito delicato.

Assessore, cosa ha trovato al Campidoglio?

«Una macchina amministrativa totalmente fuori controllo. Paradossalmente ai miei tempi a Palermo le carte erano tutte al loro posto, voglio dire veniva garantita una loro regolarità formale. A Roma no. Da tre mesi e passa sto firmando una serie di richieste di annullamento di gare in autotutela. Quando mi sono insediato, ho trovato un paio di decine di gare con procedure a evidenza pubblica, cioè quelle gare che prevedono il bando pubblico, la commissione giudicatrice, la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale. Un paio di decine a fronte di almeno diecimila procedure negoziate, cottimi fiduciari, affidamenti diretti, somme urgenze».

Questo cosa significa?

«Sia chiaro, volendo si può truccare anche la gara pubblica però questo dato dimostra l’esistenza di una patologia e occorre intervenire. La patologia è quella che di fronte a un ceto politico locale scarsamente preparato c’è una burocrazia comunale in grado di amministrare, decidere, scegliere senza che nessuno possa ostacolarla. Aggiungo che anche la politica sana di un’amministrazione come quella Marino ha avuto difficoltà a controllare questa burocrazia».

Se dovesse qualificare questa patologia, insomma analizzare quello che non va, come sintetizzerebbe la situazione?  

«La maxitangente Enimont fu un maxi finanziamento illegale della politica. Oggi dobbiamo parlare di microtangenti ai burocrati e di briciole ai politici. E preciso che il ceto politico amministrativo potrebbe anche non essere oliato con le tangenti perché in realtà le sue scelte e decisioni si fermano alla politica di indirizzo. Chi decide tutto sono i burocrati, i dirigenti comunali».

Lei come si sta muovendo?

«Con una direttiva di giunta, ho azzerato la possibilità di attivare le somme urgenze e gli affidamenti diretti. E ho dettato le regole per le procedure negoziate per ridurle all’osso e in ogni caso renderle trasparenti come una casa di vetro».

Lei è arrivato al Campidoglio dopo la retata del procuratore Pignatone su Mafia capitale. Cosa ha trovato, al di là delle macerie?  

«Una mafia che come la lama calda di un coltello aveva tagliato in due del burro senza trovare la minima resistenza. Una mafia che, nel periodo della giunta Alemanno, aveva occupato i settori delle politiche sociali e dell’ambiente del Campidoglio, Insomma, rifiuti e immigrazione».

Dunque un cancro circoscritto?  

«No. Non è che gli altri settori fossero sani, i fenomeni corruttivi purtroppo sono diffusi. Ho la prova della distorsione della procedura a favore di determinate ditte, non delle mazzette».

Ma girano mazzette al Comune di Roma?

«Spetta alla Procura di Roma accertarlo, per quanto mi riguarda ho già segnalato e continuo quasi ogni giorno a inviare denunce alla Procura su queste “distorsioni” diffuse».

Da palermitano, qual è la differenza tra la mafia siciliana, Cosa nostra, e Mafia capitale?

«Questa romana non usa i kalashnikov come i Corleonesi ma la mazzetta e non controlla il territorio di Roma strada per strada, quartiere per quartiere. Ha occupato alcuni spazi delle istituzioni. Quando sono arrivato in Campidoglio, i mafiosi erano scappati o comunque si erano clandestinizzati. Le fragilità del sistema sono rimaste intatte».

Tutto questo che ricadute ha sulla cittadinanza?  

«La corruzione e la distorsione delle procedure hanno un costo in termini di qualità e quantità di servizi garantiti ai cittadini».  

Thank you, Mr. Cottarelli.

17 Ott

CottarelliSento il dovere di ringraziarlo a nome di tanti italiani, questo solido  e simpatico cremonese da 25 anni negli USA, venuto qui come un alieno a portare il verbo della revisione della spesa (meglio però sarebbe chiamarla “revisione degli sprechi”).

Come capita spesso ai profeti e spessissimo a quelli che parlano del nuovo, Cottarelli è stato  respinto e il come (ma non tutto) lo racconta qui nell’intervista di Severgnini). Si è trovato di fronte prima di tutto l’ostilità (eufemismo: chiamiamola col suo nome e cioè l’opposizione frontale) della burocrazia più infima e inetta, ripiegata su sè stessa, sui propri privilegi e su pigre abitudini, chiusa nel proprio egoismo. Come se non bastasse, si è poi trovato anche a fronteggiare una differenza di vedute col Presidente del Consiglio Renzi e qui ci sarebbe da domandarsi perché e come mai.

Forse un giorno ne sapremo di più. Intanto voglio ringraziarlo io, visto che ha confermato col suo operato che di sprechi, privilegi arcaici, norme e regolamenti ottusi e via cantando, questo Paese è pieno. E visto che non ha esitato a lasciare famiglia e lavoro per venire a dare una mano con la sua competenza e il suo talento a questa nostra povera Italia. Spiace che una parte di essa (quella che oggi conta, purtroppo) si sia dimostrata sorda e ingrata, ma per fortuna c’è anche una Italia memore e riconoscente che lo ringrazia di tutto cuore e gli augura buona fortuna.

Fondi UE inutilizzati o sprecati: politici incompetenti, burocrazia invadente, imprenditori senza idee e senza progetti

16 Ott

Il quadro è completo, in questa minuziosa e documentata inchiesta di Repubblica. ‘Completo’ nel senso che conferma ancora una volta, disgraziatamente per noi tutti, il micidiale intreccio di incapacità, burocrazia, corruzione che avvolge l’Italia.

In un paese dal disperato bisogno di investimenti e occupazione, 12 miliardi di euro messi a disposizione dall’Unione giacciono inutilizzati e rischiano di andare perduti se non verrranno spesi entro fine 2015. I casi virtuosi non mancano, ma anche i soldi usati sin qui sono serviti spesso a finanziare iniziative discutibili come concerti e concorsi ippici, a costo di severi richiami da parte di Bruxelles. Uno scandalo che ha molti responsabili: politici incompetenti, burocrazia invadente, imprenditori senza idee e senza progetti.

Burocradiozìa (3): l’INPS

25 Set

INPS 2
Ci risiamo: dopo i miei simpatici recenti incontri con la burocrazìa idiota (vedi qui e qui) ieri mi è capitato, inatteso, un nuovo approccio con la parte ottusa dell’apparato che governa le nostre vite di semplici cittadini.
Guardate questo modulo. Si ottiene – se non vuoi andare presso uno sportello INPS – tramite il sito dell’istituto dopo essere entrato in ‘Servizi per il cittadino’ ed esserti fatto riconoscere tramite il PIN. Come sappiamo tutti il PIN è un codice personale da trattare con cura, perchè consente l’accesso ai tuoi dati; addirittura, per maggior sicurezza l’INPS lo cambia d’ufficio periodicamente.

INPS 1La mia questione era (credevo) banale: cambiare la banca presso la quale l’INPS mi accredita la pensione e credevo anche di poter fare l’operazione via web, risparmiandomi una mattinata di file.  Accedo quindi al sito, e quando richiesto digito il mio PIN. Il sistema mi riconosce e procedo. Tra i servizi offerti per ‘accredito pensione’ trovo solo questo qui a destra, che mi chiede matricola e  numero ‘fascicolo’: non ho nè l’una nè l’altra, per cui arguisco che non mi riguarda e opto per i moduli on line.

INPS modulo accr via Poste

E qui le mie illusioni si infrangono perché appare il modulo che vi ho  mostrato sopra, dove la fantasia del burocrate si è sbizzarita: L’INPS sa tutto (o quasi) di me, ha tutti i miei dati, sa che sono sposato, quanti figli ho, dove ho lavorato, che ho avuto un cane, quanto ho guadagnato in ogni singolo anno della mia esistenza, sospetto anche sappia che talvolta mi caccio le dita nel naso. Ciononostante mi RI-chiede tutti i miei dati anagrafici. Non bastano il nome e cognome (con cui il sito mi ha salutato appena mi ha riconosciuto): no, devo RI-scriverli tutti e, dopo aver scaricato e stampato il modulo, a mano: data e luogo di nascita, codice fiscale, telefono, indirizzo e-mail; ripeto: tutti, lo vedete da voi. Ed è tutto tempo e denaro persi, per me e per chi dovrà trattare la mia pratica cartacea successivamente. Ma non basta ancora: nella seconda pagina l’INPS pretende anche la firma di un  funzionario della banca presso cui ho chiesto di appoggiare ogni mese quanto mi spetta. E perchè mai? A cosa può servire, visto che il cliente sono io che ho fatto la richiesta? A cosa maledizione serve la firma del funzionario della mia banca, ad autorizzare forse la mia richiesta? Domande che rimarranno senza risposta.

Ora dovrò andare in banca, ottenere la firma, riportare il modulo all’INPS e poi attendere (mesi, mi è stato anticipato da altri sciagurati che hanno fatto lo stesso percorso di guerra). Non si poteva fare on-line, come si fa in ogni paese civile? No, non si può. Ed è così che la mattinata che volevo risparmiare si è materializzata, con l’aggiunta di una sorda e robusta incazzatura.

 

 

 

 

Ma D’Alema può ancora andare a cena?

18 Set

Una mia amica-conoscente entusiasta e fedele renziana (‘della prima ora’ come si dice) scrive di una cena organizzata da D’Alema per riunire amici e collaboratori e commenta, indignata “questi della minoranza PD non si rassegnano mai a perdere”.

A me viene da dire che questa manìa persecutoria  di vedere gufi e sabotatori dappertutto mi ha davvero scocciato. Gufi e sabotatori a prescindere, anche se dovessero discutere angosciati della situazione economica o, quasi peggio, della deriva antilegalità che sta sommergendo l’Italia.

Dove sono finiti quei temi opportunamente sbandierati da Renzi quando gli era opportuno, neppure dieci mesi fa? Che fine hanno fatto – per esempio – il conflitto di interessi, il falso in bilancio, i diritti civili, una vera legge anticorruzione? Che fine sta facendo il partito, sconvolto dagli scandali emiliani, dell’ENI, e localmente dalle correnti, nel Lazio come altrove? Cosa si farà per combattere quella ottusa burocrazia che tiene fermi oltre 700 decreti attuativi, rendendo nulla l’attività legislativa del Parlamento e rivelandosi (la burocrazia, ma non ci voleva molto, mi pare) l’elemento che ritarda lo sviluppo del Paese, non certo il Senato? Dove ci sta portando insomma, il sempre più opaco patto del Nazareno?

Eppure di questo parlano, non da oggi, iscritti, elettori del PD e semplici cittadini, all’insaputa – pare – del governo e dei vertici del partito.
Che invece punta il dito sulla livida e scomposta reazione di quegli straccioni dell’opposizione interna, che si permette ancora di parlare nonostante il 41%. E soprattutto si permette ancora di andare a cena.
Guarda te che mi tocca, difendere D’Alema.

La burocradiozìa

3 Set

AG. ENTRATE

Ho già raccontato della mia precedente esperienza con una contravvenzione e qui ci risiamo. Sempre lei, la burocrazia idiota, ottusa, rivolta solo a pararsi il didietro anche quando non ce n’è bisogno e sempre a scapito dell’utente, cioè del cittadino contribuente che paga lo stipendio.

Devo aggiornare una pratica per conto di mio figlio all’Agenzia delle Entrate. Assurdità 1: non puoi farlo via internet. Assurdità 2: non puoi recarti all’ufficio più vicino; no, devi necessariamente andare in quello dove è originata la questione e lo scopri solo dopo il primo viaggio e l’attesa. Come se non ci fosse alcun collegamento informatico e fossimo ancora alle diligenze. Pazienza. Affronto l’ufficio competente all’altro capo della città, ma trovo – dopo un’ora di attesa –   l’assurdità 3: non basta fornire la documentazione per l’aggiornamento. No, devi riempire per l’ennesima volta un modulo con tutti, ma proprio tutti i dati relativi e già straconosciuti dallo Stato italiano e dall’ufficio stesso: nome, cognome, data di nascita, codice fiscale, nazionalità, recapito, numero della pratica eccetera. Il tutto a mano, ovviamente, in modo che poi ci sia qualcuno che diligentemente ridigiti tutto (conservando naturalmente tutta la documentazione cartacea, incuranti dei costi inutili: archivisti, affitti dei locali, carta sprecata, eccetera).
E infine, ciliegina sulla torta (amara), l’assurdità 4: leggete il cartello e capirete. Ma che senso ha la richiesta di una fotocopia del documento? Forse che l’addetto allo sportello non è in grado di confrontare il documento che presento con me stesso fisicamente lì di fronte a lui in carne ed ossa?

Ho insinuato all’impiegato allo sportello, che non aveva saputo spiegarmi il perché della disposizione: “forse è stato dimostrato che non siete in grado di confrontare chi presenta la pratica col documento che si presenta”. Quando ha capito dev’essersi offeso perché mi ha congedato bruscamente.

Burocradiozìa = idiozìa della burocrazìa

8 Mag

Il 17 gennaio di quest’anno qualcuno è stato beccato al telefono mentre guidava la mia auto. Sospetto mia moglie ma non ho le prove, così oggi sono andato a consegnarmi alla giustizia in qualità di proprietario dell’auto e farmi togliere i 5 punti dalla patente, come previsto dal Codice della strada.

Ed è qui che ho avuto l’ennesima riprova dell’idiozìa della burocrazìa. Per autodenunciarsi, la trafila è la seguente:
1. Recarsi presso l’ufficio dei vigili indicato nella lettera di accompagnamento;
2. Riempire il modulo che accompagna la contravvenzione.
3. Portare con sé la fotocopia della propria patente, corredata da un testo autografo fornito dai vigili.

Ora comincia il bello (si fa per dire, eh). Se date cortesemente un’occhiata alla prima foto, noterete che: Multa
a. vengono richieste le generalità e il domicilio del proprietario dell’auto (dati già in possesso dell’amministrazione);
b. il numero del verbale e la data in cui è stato elevato ( dati già in possesso dell’amministrazione e – non ridete, è una cosa seria – riportati sullo stesso modulo, guardate in alto a sinistra), nonché la data in cui è stata notificata (altro dato già in possesso dell’amministrazione);
c. i dati relativi alla patente (tutti già in possesso dell’amministrazione).

Poi c’è la fotocopia (che devi farti prima, ovviamente) della patente, su cui si deve riportare il testo fornito in anticipo e in cui confermi che la tua patente è proprio quella (per evitare che uno porti quella di un altro, immagino).
Multa 2Dopo di che consegni tutto allo sportello e cosa ti viene chiesto? Non ci crederete.
Mi hanno chiesto di mostrare la mia patente.

Ora i burocrati hanno tutto il diritto di esistere, per carità, ma non quello di agire sadicamente nei confronti dell’inerme cittadino. Non c’è un motivo al mondo per far perdere tempo al prossimo e all’impiegato allo sportello: tutti, ma proprio TUTTI i dati richiesti sono già ampiamente a disposizione degli uffici. Per quale motivo mi vengono richiesti nuovamente? Per ammucchiare carta e ingrandire gli archivi? La legge Bassanini è sconosciuta alla burocrazia? E non sarebbe ora che, in un’epoca in cui si può dialogare a distanza per fornire documenti, effettuare pagamenti, sottoscrivere contratti, eccetera, la burocrazia facesse uno sforzo per aiutare sé stessa (e i cittadini), semplificando le procedure, evitando di richiedere ottusamente informazioni stranote e, soprattutto, ridicolizzare sé stessa?

Ma ancora prima, si vuole finalmente portare l’Italia nel XXI secolo?

La burocrazia, il mostro che incatena l’Italia, si può sconfiggere

28 Feb

L’articolo di Alberto Statera apparso su Repubblica del 27.2.2014 (lo trovate per intero alla fine di questo post) ) mi ha portato a riflettere su cosa rappresenta la burocrazia nel nostro Paese e sul come e perchè quella che viene formalmente definita come Pubblica Amministrazione (in breve P.A.) venga pressoché unanimente indicata come una delle principali cause del suo declino.

burocrazia 1Ma, prima di tutto, cos’è la ‘burocrazia’? Il termine venne coniato verso la fine del XVIII secolo da Vincent De Gournay, un intellettuale prestato al pubblico servizio, unendo il termine greco ϰϱάτος, (kratos=dominio) e quello francese “bureau”. Come ben descritto nel bel saggio pubblicato nell’Enciclopedia Treccani delle scienze sociali, nacque in Francia, “la nazione che nel XVIII secolo occupava una posizione preminente in Europa, con una ricchezza e una popolazione in costante aumento, amministrata da una monarchia centralizzata e circondata da intellettuali sempre più sicuri di sé”. Quel sistema costituzionale autocratico produsse di fatto un corpo di funzionari relativamente autonomo. I requisiti tecnici del governo erano infatti divenuti troppo complessi perché il sovrano – che preferiva dedicarsi ai fasti e ai divertimenti della corte – potesse controllarli personalmente e si verificò “la totale abdicazione dell’autorità personale di fronte al funzionario illuminato ed esperto, che fondava la propria legittimazione sulla razionalità. Le regolamentazioni più fastidiose apparvero allora come necessità del governo, atte a stabilire singolarmente o collettivamente appropriati codici di comportamento e di amministrazione”.

Questo per quanto riguarda le origini: si può anche aggiungere che la burocrazia, intesa come insieme di regole semplici e chiare da un lato e competenze ordinate ed organizzate dall’altro, rappresenta il fondamento di una qualsiasi collettività. Ma il problema nasce quando la b. tende a perpetuarsi e ad avvitarsi su sè stessa: per difendersi o per manifestare la sua superiorità e conservare un potere – quello della conoscenza della norma – si dedica a complicare le procedure per renderle sempre più complesse e meno comprensibili al cittadino. In questo il governo dello Stato ha la sua responsabilità: dovrebbe vigilare sulla correntezza delle regole, normare con chiarezza e precisione, semplificare le procedure; in altre parole dovrebbe rappresentare il punto di vista del cittadino burocrazia 3nei confronti dello Stato stesso, affinchè il colloquio, lo scambio tra le due parti avvenga nel modo più semplice e rapido possibile con vantaggio di tutti.

Purtroppo questo non è quanto avvenuto in Italia ed oggi ci troviamo di fronte ad un vero e proprio mostro indomabile: Filippo Ceccarelli la definisce “la riforma impossibile”, tracciando una breve storia dei tentativi che si sono succeduti nel nostro Paese dal dopoguerra in poi. Ma è davvero così? Davvero non esiste possibilità di successo?
Nell’epoca della comunicazione immediata, dell’informazione disponibile per tutti in tempo reale la pessimistica previsione di Ceccarelli mi appare infondata. Certo, non sarà affatto facile, le resistenze dei burocrati, consapevolmente o meno, saranno innumerevoli, ma esistono le strade e le modalità per riportare la b. al suo ruolo di strumento al servizio dei cittadini. Perchè è certo che l’Italia deve assolutamente provvedere a riorganizzare la sua burocrazia e renderla giusta ed efficiente se vuol sopravvivere: imprenditori e cittadini devono trovare la via per un rapporto con lo Stato che non sia basato sull’ottisa autorità che respinge ogni possibilità di miglioramento dei rapporti formali. Che senso ha che io sia costretto ogni volta che mi affaccio a uno sportello pubblico a ridare tutti (tutti) i miei dati anagrafici? Non è sufficiente che io porga la mia tessera sanitaria (nel cui chip è contenuto tutto ciò che mi riguarda) all’impiegato che in un secondo la passerà sotto il lettore ottico evitando trascrizioni, registri (spesso cartacei!), e comunque un inutile accumulo in banche dati che non comunicano tra loro? I danni di questa burocrazia sono gravissimi: la CGIA di Mestre ha valutato che solo gli imprenditori sprecano oltre 7.000 euro l’anno per adempiere a tutte le formalità (spesso inutili) richieste,
PMIqualificandola come ‘la meno efficiente d’Europa’, definizione confermata dalle classifiche della Banca Mondiale,  fa perdere montagne di tempo inutilmente. In sintesi, come dice bene un titolo de LINKIESTA, ‘la burocrazia ha trasformato i cittadini in schiavi’. E fermiamoci qui, per carità di patria.

Dunque, bisogna fare qualcosa. Nel suo blog ‘Che futuro!‘ l’avvocato Ernesto Belisario illustra sinteticamente i tre punti basilari su cui dovrebbe fondarsi la revisione dell’apparato burocratico. Belisario si occupa di diritto delle nuove tecnologie e di innovazione nella Pubblica Amministrazione, in particolare dei profili giuridici dell’e-gov e dell’open-gov. Insegna all’Università della Basilicata ed è Presidente dell’Associazione Italiana per l’Open Government e Segretario Generale dell’Istituto per le Politiche dell’Innovazione.
Riferendosi alle recenti dichiarazioni sulla riforma della b. del Presidente del Consiglio, Renzi, ‘avv. Belisario commenta che oggi “non basterebbe più rendere la pubblica amministrazione digitale e semplificare i rapporti con i cittadini, anche se aiuterebbe a costruire un rapporto più sereno con i cittadini e a porre in essere una seria spending review. L’Agenda Digitale, per quanto importante, è solo una tessera del mosaico di una strategia ben più ampia che attiene il funzionamento della nostra democrazia”. E aggiunge: “Se Renzi vuole davvero dare un segnale forte per cambiare “mentalità”, la riforma della burocrazia deve essere immediatamente tradursi in una seria strategia di open government che segni un evidente cambio di passo rispetto al passato” che si basi su tre punti: trasparenza, partecipazione e collaborazione che possono essere posti in essere “immediatamente (ben prima che cambino le norme) e che servirebbero anche a ricostruire la legittimazione popolare di un esecutivo a cui in tanti addebitano il “peccato originale” di essere nato senza l’investitura delle urne. Vincere la battaglia contro la burocrazia, nel 2014, significa completare la transizione verso un’amministrazione aperta. Aperta all’innovazione, certo, ma anche – e anzi soprattutto – alla trasparenza, alla partecipazione e alla collaborazione”.

Qui di seguito i tre punti:

1. TRASPARENZA: Open Siope e il “file excel”

Nel suo discorso in Senato, il premier Renzi ha parlato espressamente di Freedom of Information Act (che i lettori di CheFuturo conoscono già) e accountability, impegnandosi a mettere on line tutte le spese. Una delle prime priorità è quindi quella di fornire trasparenza sul “come” vengono utilizzati i soldi delle tasse dei cittadini. Non si tratta di voyeurismo, ma di una misura che consente di migliorare la qualità della spesa e di individuare più facilmente gli sprechi.

In realtà, alcune norme degli ultimi anni (dal Decreto “Sviluppo-bis” al “Decreto Trasparenza”) hanno già imposto a tutte le amministrazioni di pubblicare bilanci e dati di spesa sui propri siti web. Ma – come dimostrano le parole di Renzi – queste norme non hanno funzionato: non tutti gli Enti pubblicano le informazioni tempestivamente e, troppo spesso, si tratta di dati disomogenei e quindi inconfrontabili. Per non parlare del fatto per cui la frammentazione delle informazioni tra decine, se non centinaia, di siti diversi impedisce – di fatto – la loro confrontabilità e il loro riutilizzo.

Per questo motivo, se il Governo vuole davvero dare pubblicità a questi dati, deve farlo in modo diverso. Magari aderendo alle richieste di chi – da anni – chiede l’apertura dei dati di SIOPE, il sistema informativo sulle operazioni degli Enti pubblici che raccoglie i dati degli incassi e dei pagamenti effettuati da tutte le amministrazioni. Il SIOPE, partito nel 2003, è un potentissimo strumento di monitoraggio dei conti pubblici, nato per la rilevazione in tempo reale dei loro fabbisogni.

Finora, i dati di SIOPE sono accessibili solo da chi gestisce il sistema (Banca d’Italia, Ragioneria Generale dello Stato e ISTAT) oltre che da tutti gli Enti coinvolti nella rilevazione. Eppure, se quei dati fossero aperti, pubblicati cioè come open data, il valore di SIOPE potrebbe rappresentare:

1. uno strumento di trasparenza, innescando forme di controllo diffuso che consenta ai cittadini di verificare, in modo agevole, i dati relativi alle spese dei singoli Enti;

2. uno strumento di semplificazione che permetta, attraverso l’apertura di una sola banca dati, di pubblicare di dati di tutte le pubbliche amministrazioni, senza onerare ciascun Ente di esporre i propri dati (con tutte le problematiche legate ai costi e alla complessità per enti piccoli o piccolissimi).

3. un contributo alla crescita del settore privato, dal momento che le informazioni contenute in SIOPE potrebbero essere riutilizzate per creare app e servizi.

Aprire SIOPE, quindi, ma non solo. Il Governo ha anche la possibilità di mostrare in modo tangibile che la trasparenza serve – innanzitutto – a creare una classe dirigente responsabile in grado di rendere conto di quanto fatto durante il mandato.

Sarebbe quindi sicuramente un bel segnale la pubblicazione, sul sito di Palazzo Chigi, di una sezione dedicata all’attuazione del programma di Governo (il famoso “file excel” di cui ha parlato Renzi), con tanto di tempi previsti per l’attuazione delle singole azioni, nomi di Ministri e burocrati responsabili e provvedimenti adottati. La vera valutazione di amministratori e dirigenti, ormai, può essere fatta direttamente dai cittadini, a condizione che questi abbiano le informazioni per controllare l’operato del Governo.

2. PARTECIPAZIONE: accorciare le distanze tra cittadini e istituzioni

La burocrazia si combatte anche superando la contrapposizione tra Governo e cittadini che – da controparti – diventano partner.

Molto spesso ci si lamenta della distanza delle istituzioni rispetto ai cittadini: l’agenda dell’esecutivo è spesso drammaticamente distante dai problemi del “Paese reale”, per non parlare del fatto che i cittadini non vengono mai consultati nel corso dell’iter per la formazione dei provvedimenti del Governo.

Le nuove tecnologie e gli strumenti dell’Open Government possono venire in soccorso da questo punto di vista e conferire nuova legittimità al processo decisionale. Una delle azioni da intraprendere potrebbe essere la creazione, in seno al portale governativo, di una piattaforma di petizioni.

Diversi sono gli esempi internazionali: tutte le petizioni caricate su We the People (la piattaforma del Governo Americano) che vengono sottoscritte, in trenta giorni, da almeno 25mila persone ricevono una risposta dal Governo federale (un meccanismo simile è quello delle e-petitions del Governo britannico).

Anche a prescindere da ogni obbligo giuridico, Renzi potrebbe vincolare sé e i suoi Ministri a prendere posizione sulle petizioni che abbiano raggiunto un determinato quorum, in un termine certo (ad es. nei trenta giorni successivi alla chiusura della petizione). Una misura di questo tipo avrebbe l’indubbio vantaggio di creare un canale di comunicazione pubblico privilegiato con il Governo, che non consista nella mera possibilità di inviare mail o tweet, ma di condizionare realmente le scelte e l’agenda dell’esecutivo.

3. COLLABORAZIONE: i cittadini possono aiutare Ministri e burocrati

La burocrazia si sconfigge anche sovvertendo il tradizionale metodo gerarchico che vuole che i cittadini apprendano dell’adozione degli atti del governo (dai decreti legge ai regolamenti) solo in seguito alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

Se per ciascuna delle riforme volute da Renzi si aprisse una consultazione pubblica (non necessariamente solo telematica), sicuramente questo consentirebbe di valorizzare l’enorme bagaglio di professionalità e competenze che – attualmente – rimangono al di fuori degli uffici legislativi e di staff dei diversi ministeri, evitando riforme “bureaucracy driven” e non orientate a risolvere i problemi dei cittadini e delle imprese. Oltre a marginalizzare il ruolo di quelle potenti lobby che, pur tanto demonizzate, sono riuscite fin qui a bloccare le riforme di cui tutti parlano.

Si tratta di tre punti che non richiedono tempi lunghi e che possono essere realizzati anche fin da subito. Lavorare in questa direzione significherebbe rendere irreversibile la guerra contro la “cattiva burocrazia” e il percorso di digitalizzazione ed innovazione della nostra democrazia. Azioni concrete, efficaci – probabilmente – più di cento norme e conferenze stampa.
Perché, come disse Sandro Pertini (ricordato proprio da Matteo Renzi), “il Paese ha bisogno di esempi, non di prediche”.

Francamente, non saprei cosa aggiungere, salvo uno scaramantico “speriamo bene”.

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BUROCRAZIA
La consorteria dei mandarini più forte di qualsiasi governo

di Alberto Statera

Li chiamano mandarini. E a ragione, perché l’organizzazione delle burocrazie fu importata originariamente in Europa dai missionari cattolici provenienti dalla Cina, dove avevano burocrazia 2osservato il complesso sistema di selezione dei mandarini e dalla durata delle loro cariche pubbliche. Ora Matteo Renzi, con giovanile impeto, giura che per lui la “madre di tutte le battaglie” sarà riformare «l’albero mortifero della burocrazia», come lo chiamò Gaetano Salvemini. Bella sfida, con la quale si sono misurati invano nei decenni decine di presidenti del Consiglio e di ministri, dando vita anche ad episodi di rara comicità. Come quando nel 1964 il ministro per la Riforma della Pubblica amministrazione del primo governo Moro, il socialdemocratico Luigi Preti, indisse un concorso a premi tra tutti i cittadini (150 mila lire) per le migliori idee di riforma dell’apparato burocratico dello Stato. Il povero Preti forse immaginava quella immensa “macchina senz’anima” descritta da Max Weber come un esercito di Policarpo De’ Tappetti ufficiale di scrittura, l’impiegato ministeriale della Roma Umbertina interpretato da Macario in un film di Mario Soldati. E non come una consorteria di potenti grand commis inamovibili che i ministri se li bevevano in un sorso nei pochi mesi in cui questi restavano in carica. Il professor Sabino Cassese, massimo esperto di Pubblica amministrazione, ricorda spesso come il ministro del Tesoro Gaetano Stammati prendesse ordini in quasi tutto dal ragioniere generale dello Stato Vincenzo Milazzo e per il resto da Luigi Bisignani, che già stava mettendo in piedi il suo “nominificio”.
Naturalmente dell’ingenuo concorso di Preti non si seppe più nulla. Poi a partire dal 1998 leggi diverse hanno disposto che i dirigenti dello Stato più alti in grado siano legati alla durata dei governi, mentre gli altri possono essere nominati nell’incarico per non meno di tre e non più di cinque anni. Ma non molto è cambiato con l’applicazione di un minispoil system nel quale consiglieri di Stato, consiglieri della Corte dei conti, giudici dei Tribunali amministrativi, avvocati dello Stato e giuristi vari, si alternano – più o meno sempre gli stessi – nei gabinetti ministeriali e negli uffici legislativi, come nella porta girevole di un Grand Hotel.
Anche il governo Renzi dovrà fare il suo spoils system nel prossimo mese. E sarà curioso vedere alla prova Marianna Madia, quella giovane eterea messa al ministero per la Pubblica amministrazione e la semplificazione alle prese con mandarini astuti, potenti anonimi, alcuni dei quali affetti dalla sindrome della “leadership tossica”, come la chiama lo psicologo Andrea Castiello d’Antonio, e esperti cultori di“sabotaggio burocratico”.
Le premesse, per la verità, non sono le più incoraggianti. Il ministro ciellino Maurizio Lupi ha già confermato alle Infrastrutture Ercole Incalza, che calca i corridoi di quel ministero fin dai tempi del socialista Claudio Signorile. Mentre l’ex ministro dei Beni Culturali Massimo Bray è caduto nella rete di Salvo Nastasi, giovane padrone di fatto del ministero, appartenente alla squadra di Gianni Letta, che adesso Dario Nardella, prossimo sindaco di Firenze, preme su Renzi chissà perché per far confermare.
Il primo è la corruzione. Ma nche questo non scherza. Ma si sa, la legge si applica per tutti e si interpreta per gli amici. Solo tre esempi, per ora, in attesa di vedere che cosa il nuovo governo saprà fare almeno nelle cinquanta poltrone più importanti nella Pubblica amministrazione. Ma già Luigi Einaudi avvertiva: «Il vero ostacolo per l’attuazione della riforma burocratica in Italia sono i ministri stessi che non sono in grado di compierla da soli. Per quanto siano bravi, per riformare devono fidarsi di qualche funzionario, o competente, non interessato, devoto al Paese il quale dica ad essi che cosa devono fare». Sarà brava la Madia, o lo stesso Renzi che rispetto ai suoi ministri sembra comportarsi come un uomo solo al comando? O sarà vero, come dice qualche suo amico, che Matteo si è già innamorato della sacralità di certi legulei capi di gabinetto? Alcuni sono notoriamente «sabotatori burocratici », come li ha definiti sempre Cassese, il quale racconta di un noto capo di gabinetto – forse il suo quando fu ministro della P.A. – contrario a certi cambiamenti nell’amministrazione previsti da una legge appena approvata: «Sapeva che il governo sarebbe durato massimo 12 mesi e fissò in 18 mesi il termine per emanare il decreto legislativo che avrebbe dovuto dare attuazione alla legge». Ne sanno qualcosa Mario Monti e Enrico Letta che hanno lasciato in eredità 852 decreti necessari per rendere operative le norme varate dai loro governi, scritte peraltro come sempre in ostrogoto, il burocratese che solo i mandarini ministeriali sanno interpretare.
Sono in tutto 3,2 milioni i dipendenti statali e costano 165 miliardi. Pochi credono davvero che il giovane Matteo con la candida Madia possa essere capace di condurli all’efficienza o addirittura a ridurli di 10 mila, cominciando dai capi (e di sfoltire le migliaia di leggi e leggine), per assumerne 1.000 meno adusi ai vicoli oscuri della giurisprudenza e più capaci di adattarsi al nuovo. Lodevole velleità, ma Matteo Renzi deve sapere che “la madre di tutte le battaglie” è contro una mostruosità autorigenerante che Robert King Merton descrisse come un «circolo vizioso disfunzionale» che vive di«incapacità addestrata».
a.statera@repubblica.it
Repubblica del 27.2.2014

Lampedusa: e poi c’è anche la burocrazia

4 Ott

Non bastano le vergogne della Bossi-Fini e il ministro Alfano che ne parla come di un particolare trascurabile, cercando di minimizzarne i perversi effetti. No, ci si mette anche la burocrazia. Dall’ANSA:

Naufragio: pescatore, impedito trasbordo

‘Oltre ai 47 ne avremmo potuti salvare altri’

04 ottobre, 15:23

 

 

(ANSA) – PALERMO, 4 OTT – “Avevamo la barca
con decine di migranti, ci siamo avvicinati  a un
gommone della Guardia costiera chiedendo di
trasbordarli sul loro natante per cercare di salvarne
altri. 
Ci hanno risposto: “Dobbiamo rispettare il protocollo”.
Lo dice Marcello Nizza, che ieri all’alba sul peschereccio
adattato per gite turistiche Gamar è giunto per primo
nell’area del naufragio a Lampedusa e salvato 47 persone.
“Se ne avessero preso a bordo un po’ – aggiunge – ne
avremmo potuto salvarne altre”.

 

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