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Rispetto per il Capo dello Stato

30 Mag

Nel susseguirsi di reazioni più o meno sguaiate e di più o meno dotte elucubrazioni nella vicenda che sta dilaniando l’Italia in questi giorni, pare a me che sia mancato un elemento fondante della democrazia: il rispetto.
È mancato, peraltro, nei confronti della massima istituzione dello Stato, la Presidenza della Repubblica, accusata di aver perfidamente manovrato per far fallire la proposta di governo presentatagli : quando invece è compito precipuo del Presidente assicurare una guida al Paese nel rispetto dei principi costituzionali, di cui egli è garante verso tutti gli italiani.
Mi è venuto in mente, allora, di rinfrescare un po’ la memoria, andando a vedere come intendessero il ruolo del Presidente i Padri costituenti e come fossero pervenuti alla stesura del primo comma dell’art. 87 della Costituzione.

Costituzione della Repubblica Italiana
Articolo 87
Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale.

“Rappresenta l’unità nazionale”: vi par poco? Il Presidente non ha un colore politico, non è e non può essere di parte, costituisce il punto supremo di riferimento. E come si arrivò a questa splendida sintesi?

Nei lavori preparatori della Commissione dei 75, incaricata nel 1946 di redigere il testo della Costituzione, il Presidente Meuccio Ruini così descriveva il ruolo del Capo dello Stato: 


“…sta, ad ogni modo, che nel nostro progetto il Presidente della Repubblica non è l’evanescente personaggio, il motivo di pura decorazione, il maestro di cerimonie che si volle vedere in altre costituzioni. Mentre il primo ministro è il capo della maggioranza e dell’esecutivo, il Presidente della Repubblica ha funzioni diverse, che si prestano meno ad una definizione giuridica di poteri. Egli rappresenta ed impersona l’unità e la continuità nazionale, la forza permanente dello Stato, al di sopra delle fuggevoli maggioranze. E il grande consigliere, il magistrato di persuasione e di influenza, il coordinatore dì attività, il capo spirituale, più ancora che temporale, della Repubblica. Ma perché possa adempiere a queste essenziali funzioni deve avere consistenza e solidità di posizione nel sistema costituzionale…il capo dello Stato non governa, la responsabilità dei suoi atti è assunta dal primo ministro e dai ministri che li controfirmano; ma le attribuzioni che gli sono specificamente conferite dalla Costituzione e tutte le altre che rientrano nei suoi compiti generali, gli danno infinite occasioni di esercitare la missione di equilibrio e di coordinamento che gli è propria.”

Una “missione di equilibrio e coordinamento“. Capito? 
Ora, se nella politica italiana ancora esistesse un senso della misura, il senso del dovere, in una parola il rispetto,  i massimi esponenti dei partiti che oggi si agitano scompostamente si sarebbero ben guardati dall’avanzare dubbi, esternare sospetti, proporre  perfino la messa in stato d’accusa del Presidente.
Invece è notte fonda. Nulla pare esser cambiato dai tempi di Dante:

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!

 

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Parlamentari con doppio incarico: tutto normale?

29 Apr

Nient’affatto: lo affermano il buon senso, la legge e lo descrive dettagliatamente un rapporto della sempre più benemerita Openpolis. Qui di seguito se ne può leggere la sintesi, mentre il report completo di nomi e dati è qui.

Quale efficienza, infatti, può garantire un parlamentare che sia anche solo consigliere comunale? Dovrà decidere a quale dei due incarichi dare la priorità – sacrificando l’altro – senza dimenticare che per tutti esiste (legge elettorale a parte: dovrei dire “dovrebbe esistere”) l’impegno a tenere rapporti costanti ed effettivi con l’elettorato.

Ma questo non è altro che l’ennesimo aspetto di una politica che ha perso il senso del dovere e tiene in minimo conto il valore del compito che i parlamentari sono chiamati ad assolvere. È sempre la questione morale, sempre più ignorata.

Lo dico ancora una volta e sempre più deluso (ma mai rassegnato): l’antipolitica non è un sentimento che nasce immotivatamente tra i cittadini. È nata ed è alimentata dalla cattiva politica  messa in atto con una frequenza e un disinteresse allarmanti per un paese civile.

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Camera dei Deputati.
Foto di RomaSegreta.it

 

Il caricometro della XVIII legislatura  

Oltre 150 parlamentari svolgono incarichi politici sul territorio. Tra iter per risolvere le incompatibilità troppo lenti, e incarichi compatibili che fanno discutere.

Il nuovo parlamento si è insediato da oltre un mese.

Deputati e senatori sono ormai nel pieno delle loro funzioni, anche se in attesa del governo molti organi parlamentari si devono ancora costituire.

Fuori dal parlamento però molti di essi già ricoprono altri ruoli politici. Con il report “Caricometro – XVIII legislatura” abbiamo analizzato i dati di questo fenomeno. Quanti neo deputati e neo senatori hanno incarichi in consigli e giunte comunali e regionali?

Per rispondere a questa domanda è stato svolto un accurato censimento degli incarichi politici in Italia. Un lavoro di monitoraggio che openpolis porta avanti sistematicamente da anni con la piattaforma openpolitici. È giusto ricordare che nessuna istituzione ha in piedi un censimento di questo tipo, in quanto la principale fonte pubblica in materia, l’anagrafe degli eletti del ministero dell’interno, non include gli eletti nel parlamento italiano e in quello europeo.

155 parlamentari svolgono al momento anche un incarico politico a livello comunale o regionale.

In totale sono 155 i parlamentari (108 deputati e 47 senatori) che al momento hanno anche altri incarichi politici, cioè il 16,42% dell’aula. Un dato che varia notevolmente a seconda della lista di elezione. Su 183 seggi assegnati alla Lega, ben 86 sono occupati da parlamentari che hanno anche altri incarichi politici sul territorio. Con questa percentuale (il 46,99% degli eletti) la Lega è di gran lunga la lista con la quota più alta, quasi tre volte la media del parlamento. A seguire gli eletti con Fratelli d’Italia (30,61%), di Liberi e uguali (22,22%) e di Forza Italia (21,12%). Molto più distanti invece gli altri principali partiti come Partito democratico (7,78%) e soprattutto il Movimento 5 stelle (0,59%).

 DA SAPERE

Sono stati considerati tutti gli incarichi elettivi a livello comunale, regionale ed europeo.

FONTE: openpolitici

Il 55% dei doppi incarichi analizzati sono svolti in consigli comunali, di gran lunga la tipologia più ricorrente. A seguire troviamo gli assessori comunali (18%) e i sindaci di comuni con meno di 15.000 abitanti (17%). Tre tipologie di incarichi che sono compatibili con il mandato parlamentare a cui bisogna aggiungerne altre 4 che invece non lo sono, e che sono presenti nella neo-nata XVIII legislatura: sindaci di comuni con oltre 15.000 abitanti, consiglieri regionali, assessori regionali e presidenti di regione.

Quali incarichi sono incompatibili

Nel nostro sistema legislativo il mandato parlamentare è incompatibile con una serie di incarichi. Oltre a non poter svolgere l’incarico di presidente della repubblica (art. 84 della costituzione italiana), deputati e senatori non possono essere né membri del consiglio superiore della magistratura (art. 104), né della corte costituzionale. In aggiunta l’articolo 122 della nostra carta costitutiva stabilisce l’impossibilità per i membri del parlamento di essere allo stesso tempo deputati al parlamento europeo e membri di giunte o consigli regionali. Recentemente la legge 56 del 2014 ha fatto chiarezza sul tema dei sindaci. Come specificato dal manuale elettorale della camera dei deputati pubblicato a gennaio del 2018, la soglia dei comuni interessati, originariamente fissata a 5.000 abitanti, è stata inalzata. Quindi le cariche di deputato e senatore sono incompatibili con qualsiasi altra carica pubblica elettiva di natura monocratica relativa ad organi di governo di enti pubblici territoriali aventi popolazione superiore a 15.000 abitanti. Sono invece ineleggibili i sindaci dei comuni con popolazione superiore ai 20.000 abitanti.

Tra iter lenti e abusi di regolamento

L’organo predisposto all’accertamento delle incompatibilità per i parlamentari è la giunta per le elezioni, a cui spetta il compito di procedere alla verifica dei titoli di ammissione dei parlamentari ed alla valutazione delle cause sopraggiunte di ineleggibilità o di incompatibilità. Se la giunta certifica la presenza di cariche incompatibili, viene dato al parlamentare un termine entro il quale scegliere quale mandato portare avanti. La giunta per le elezioni svolge quindi un ruolo fondamentale nel contestare la legittimità di portare avanti più incarichi contemporaneamente, ed è l’organo che, nei casi contestati, decide in via definitiva cosa deve avvenire.

Finché non viene costituita la giunta delle elezioni, nessun organo parlamentare può dichiarare l’incompatibilità di alcuni deputati e senatori.

Un iter che a volte, soprattutto in un momento di stallo istituzionale come l’attuale, può essere particolarmente lungo e complesso: con l’attuale mancanza di una giunta per le elezioni, per esempio, non è stata avviata la verifica dei requisiti per la convalida dei nuovi parlamentari e, di conseguenza, non sono ancora stati contestati eventuali doppi incarichi non leciti. Nei casi di incompatibilità costituzionale però, possiamo già parlare di un abuso del regolamento per mantenere il doppio incarico il più a lungo possibile. Situazione nota è quella del governatore della regione Abruzzo Luciano D’Alfonso (Pd), che ha più volte sottolineato la sua volontà di mantenere la carica di presidente di giunta finché il regolamento glielo consente.

 DA SAPERE

Sono stati considerati i 76 parlamentari che prima di essere eletti ricoprivano, o ricoprono ancora, un ruolo incompatibile con il mandato parlamentare.

FONTE: openpolis


Lecito ma da monitorare

Oltre a ciò che la legge non permette di fare, abbiamo dato uno sguardo agli incarichi politici che è possibile mantenere durante il mandato parlamentare. Qualsiasi consigliere comunale, nonché assessore, può proseguire il suo incarico anche una volta eletto in parlamento. Una possibilità che però solleva due questioni non da poco. La prima è che non tutti i comuni hanno lo stesso peso. È chiaro che fare l’assessore in un comune capoluogo di regione, non è la stessa cosa che farlo in un comune con meno di 15.000 abitanti. Una differenza, soprattutto in peso e influenza, che ci porta alla seconda questione.

Anche se compatibili, svolgere alcuni incarichi politici contemporaneamente non sembra essere fattibile e soprattutto opportuno.

Una differenza, soprattutto in peso e influenza, che ci porta alla seconda questione. Le opportunità politiche che si hanno nello svolgere due mandati del genere allo stesso momento sono enormi: si può parlare di conflitto di interessi quando un’assessore comunale di Roma, per fare un esempio, è anche parlamentare? E ancora: un consigliere al comune di Milano come Matteo Salvini, quanto riesce a seguire i lavori essendo stato contemporaneamente prima parlamentare europeo e ora senatore?

 

Da un incarico all’altro

La tendenza ad accumulare incarichi ha un’altra degenerazione: il passare da un ruolo all’altro senza completare il proprio mandato politico. Come ci sono stati parlamentari europei che sono entrati alla camera o al senato lasciando il seggio a Bruxelles anzitempo, così alcuni neo eletti sono già candidati altrove. È il caso per esempio di Massimiliano Fedriga, rieletto per la terza volta alla camera con la Lega, e candidato governatore del centrodestra per le elezioni regionali in Friuli-Venezia Giulia.

 

Il dopo voto e cosa c’è da fare

7 Mar

Una volta Mario Monicelli – che gli italiani li conosceva bene e altrettanto bene li aveva raffigurati nei suoi film – affermò in un’intervista che avrebbe desiderato “…quello che in Italia non c’è mai stato, una bella botta, una bella rivoluzione, Rivoluzione che non c’è mai stata in Italia… c’è stata in Inghilterra, c’è stata in Francia, c’è stata in Russia, c’è stata in Germania, dappertutto meno che in Italia. Quindi ci vuole qualcosa che riscatti veramente questo popolo che è sempre stato sottoposto, 300 anni che è schiavo di tutti.“ Ecco, il 4 marzo quella rivoluzione c’è stata, anche se non cruenta  come forse s’aspettava Monicelli, e ha cambiato radicalmente lo scenario.

Lo afferma lucidamente e senza giri di parole Fabio Chiusi in questo suo post che ho immediatamente condiviso. Ho anche aggiunto un commento, complimentandomi per la precisione con cui ha affondato il bisturi nella realtà della nostra mediocre politica, malata di compromessi, fatta di mezze misure che non risolvono mai nulla, di belle frasi inconcludenti, di interviste troppo spesso in ginocchio.

Come dice Chiusi “…gli elettori, lo dicono tutti gli indicatori di fiducia nelle istituzioni, nei media, nei centri del potere, non si sentivano più affatto rappresentati dalla classe dirigente pre-4 marzo. Non si sentivano di fidarsi del Parlamento. Non si sentivano di credere a ciò che leggevano sui giornali o sentivano in televisione.” L’antipolitica, cioè la politica fatta per il proprio tornaconto e non per il bene comune, quella che abbiamo vissuto, subito e di cui abbiamo avuto fin troppi esempi per decine d’anni, è stata sconfitta. Nella sua conclusione Chiusi si rivolge principalmente ai colleghi giornalisti, ma l’appello può benissimo essere rivolto a ciascuno di noi per la parte, piccola o grande che sia, che ci riguarda, che coinvolge tutti noi italiani. Perché c’è un’opportunità, e non possiamo permetterci di perderla.

È ora di ripensarci. E reclamare uno spazio nuovo.
E se neanche questa volta cadono le teste, neanche questa volta cambia alcunché, allora sì che invece dell’entusiasmo è ora di abbandonarsi alla paura.”

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Lo speravo non perché tifi “populismo”. Lo speravo perché tifo per un rovesciamento radicale del sistema di potere costituito. L’Italia, a mio avviso, se vuole una pur tenue speranza di salvarsi da se stessa non ha bisogno di niente di meno.

E no, non parlo solo della politica. La politica, come splendidamente illustrava Altan in questi giorni, non è che la rappresentazione – infedele, imperfetta, eppure la migliore possibile – degli elettori. E gli elettori, lo dicono tutti gli indicatori di fiducia nelle istituzioni, nei media, nei centri del potere, non si sentivano più affatto rappresentati dalla classe dirigente pre-4 marzo.

Non si sentivano di fidarsi del Parlamento. Non si sentivano di credere a ciò che leggevano sui giornali o sentivano in televisione. Non si sentivano in massima parte degnamente rappresentati dai propri ordini professionali e di categoria.

Dopo le infinite manovre di palazzo, i commissariamenti, le larghe intese e chi più ne ha ne metta, reclamavano democrazia. E, bella o brutta che sia, l’hanno avuta.

È stata la democrazia il terremoto. E per questo chi si dice democratico oggi, a mio avviso, lo deve accogliere come la scossa che rade al suolo qualcosa che comunque non avrebbe retto, perché nemmeno in assenza di scosse reggeva in realtà da un pezzo.

A patto che la si colga nella sua interezza. Che si capisca che quella scossa richiede una ricostruzione radicale: al governo, certo, ma anche all’opposizione – per esempio, un paese senza sinistra non è un paese sano.

Soprattutto, è una scossa che grida “autocritica!” a noi che facciamo parte del sistema dei media. Ancora una volta, incapaci di parlare ai lettori, per i lettori. Ancora una volta, convinti di poter proseguire come nulla fosse – coi retroscena, i salotti, i favori, le smancerie, le non domande.

Grillo dice che l’epoca del “vaffanculo” è finita, ma io credo che questo voto mostri che qui è appena cominciata. E non è questione di assecondare la pancia, i razzisti, gli opportunisti, gli ignoranti, i complottisti. La democrazia non è bella solo quando vincono quelli che ci piacciono o reputiamo intelligenti: è bella e basta, oppure non lo è.

È questione piuttosto di cogliere il crollo come imperativo a ricostruire, e farlo meglio. Di provare a guardare più in alto, per una volta: fare giornalismo migliore, pensare di più, spingersi oltre il prossimo tweet, formulare visioni di lungo periodo, studiare soluzioni inedite, e ancora studiare, studiare, studiare, umilmente e ventre a terra, questa realtà impossibile che ci rotola sotto agli occhi come un film senza fine, velocissimo e incomprensibile.

Pensare di avere le risposte senza farsi domande, ergerci sul piedistallo, moralizzare, denigrare, giudicare: questo ci ha condannato – e parlo prima di tutto di noi, classe “intellettuale” senza più intelletto.

È ora di ripensarci. E reclamare uno spazio nuovo.

E se neanche questa volta cadono le teste, neanche questa volta cambia alcunché, allora sì che invece dell’entusiasmo è ora di abbandonarsi alla paura.

 

 

Liberi di pensare

30 Dic

Il pensatore di Auguste Rodin – 1902 – Musée Rodin, Parigi

Il bell’editoriale di Simona Maggiorelli su Left in edicola così s’intitola. Ed è singolare ed allo stesso tempo grottesco riflettere sul fatto che a settant’anni dalla nascita della Costituzione e dalla Liberazione dal fascismo ci tocchi ancora augurarci di poter essere liberi di pensare e agire per il bene del Paese. Siamo invece intrappolati tra gli interessi elettorali e di bottega di un partitismo che da motore dell’evoluzione politica e intellettuale della Nazione si è ridotto a mera e insulsa fabbrica di consensi, costino quel che costino.

Tuttavia l’ottimismo della ragione induce a sperare ancora. A persistere pervicacemente a batterci affinché la Costituzione sia attuata completamente. E quindi continuare laicamente a essere liberi di pensare.  

Liberi di pensare

di Simona Maggiorelli

In questo tribolato fine anno che si conclude senza vedere riconosciuti diritti fondamentali come lo ius soli e senza nemmeno l’ombra di corridoi umanitari per i moltissimi che scappano da guerre, dittature e povertà, che fine ha fatto una prospettiva di sinistra? Qualche fragile segnale di una sinistra che prova a riorganizzarsi dal basso si intravede all’orizzonte, volendo essere molto generosi e ottimisti. Aduggiata dalla 
gigantografia del naufragio del Giglio magico che campeggia su tutti i giornali. Matteo Renzi s’incarta da solo, dopo aver invocato la commissione banche, affidandola a Casini (che udite, udite, potrebbe essere candidato nelle liste del Pd a Bologna). Sempre più difficile per il segretario del Pd ed ex premier nascondere il macroscopico conflitto d’interessi della sottosegretaria Maria Elena Boschi riguardo alla Banca Etruria (solo Matteo Orfini intigna). L’audizione dell’ex amministratore delegato di Unicredit Ghizzoni ha indirettamente confermato ciò che De Bortoli ha scritto nel suo libro. (L’ex ministro Boschi aveva minacciato querela poi ha deciso di procedere per via civile).

Mentre scriviamo, perfino fedelissimi di Renzi, come Lotti e Delrio, vacillano rispetto alla ipotesi di una ricandidatura della Boschi, fosse pure nel collegio più lontano dal distretto dell’oro aretino. Segnali che la sonorissima bocciatura della riforma costituzionale Renzi – Boschi al referendum del 4 dicembre 2016 (ostinatamente negata dai due firmatari) comincia a produrre effetti, seppur con effetto retard?
Certo, ribadiamo, non basterà de-renzizzare il Pd perché diventi un partito di sinistra. Perché la sinistra possa rinascere in quest’Italia che a marzo andrà a votare con la legge truffa detta Rosatellum, occorre un drastico cambio di punto vista, è necessaria una visione politica nuova, laica, moderna, che dia rappresentanza ai gruppi sociali più deboli, che si apra alle donne e ai migranti come soggetti politici… per cominciare.
Negli ultimi vent’anni la sinistra è andata in tutt’altra direzione: quella “radicale” si è persa dietro al pifferaio Bertinotti, che dal Brancaccio del 1991 voleva condurla sul monte Athos, celebrando una rifondazione catto-comunista in salsa radical chic. Quella più moderata era già caduta per terra, rumorosamente come il muro nell’89, mentre inseguiva una non meglio identificata Cosa rossa. Così dopo la svolta della Bolognina si è applicata a imitare il blairismo e si ostina a farlo ancora oggi (inseguendo Macron), non accorgendosi che il neoliberismo figlio della Thatcher ha fallito bellamente e che, anche in Inghilterra dove è nato, è stato rottamato da un vecchio signore di nome Corbyn che dialoga con le nuove generazioni. Il vuoto totale di idee in cui, purtroppo, si dibatte la sinistra oggi è reso evidente dal suo continuo invocare papa Bergoglio come leader. Non vedendo (o facendo finta di non vedere) l’assoluto conservatorismo della dottrina, che condanna le donne a fare figli come conigli, che le addita come assassine se decidono di abortire.

Quali e quanti danni faccia la politica italiana genuflessa lo vediamo con chiarezza anche in questo fine anno: all’indomani dell’approvazione della legge sul biotestamento, il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, dichiara di voler garantire l’esercizio dell’obiezione di coscienza sulle Dat (dichiarazioni anticipate di trattamento) a medici e strutture cattoliche. Anche se la legge appena approvata non prevede l’obiezione di coscienza. Anche se il diritto costituzionale al rifiuto e all’interruzione delle cure viene riaffermato nell’art. 1 della recente legge (sesto comma). È inaccettabile il violento paternalismo cattolico che annulla le esigenze, il sentire, il dolore della persona riducendola a mero corpo, mera biologia, da conservare ad ogni costo. Come si fa a non vedere quanto sia tutt’altro che misericordioso difendere la vita biologica come un valore inviolabile perché di proprietà divina? La laicità, al contrario, permette di fare leggi che tutelano i diritti di tutti, lasciando a chi crede la libertà di non sottoscrivere le Dat. Laicità è la parola chiave per la nuova sinistra. Ancor più ateismo. Un nuovo pensiero di sinistra non può essere fondato sulla trascendenza. Una nuova prassi di trasformazione non può essere basata sulla religione che nega ogni idea di trasformazione umana. Così alla fine di un anno molto duro e difficile l’augurio che facciamo ai nostri lettori e a noi stessi per il 2018 è che sia un anno all’insegna della ricerca, liberi di pensare e di non credere.

 

La Costituzione tradita

22 Dic

Settant’anni fa, pressappoco in queste ore, l’Assembea Costituente si riuniva sotto la presidenza dell’on. Terracini avendo all’ordine del giorno di quella seduta pomeridiana un solo punto: “Votazione finale  a scrutinio segreto della Costituzione della Repubblica Italiana”.

Sono andato a rileggermi il verbale di quel giorno (è qui) e invito a farlo anche voi. È commovente. Perché nelle parole – ancorché scritte – degli intervenuti si percepisce  l’emozione di quegli attimi come se si fosse presenti. E la sincerità degli accenti, il peso dell’impegno morale e materiale che uomini e donne riuniti in quell’aula sentivano. Quel momento era solo l’inizio di un nuovo percorso per il nostro Paese martoriato che aveva ritrovato a prezzo di enormi sacrifici, angosce, dolori e sangue, la democrazia.

Lo ribadiscono in molti, per primo il Presidente Terracini che dopo l’approvazione afferma: “La Costituzione postula, senza equivoci, le riforme che il popolo italiano, in composta fiducia, rivendica. Mancare all’impegno sarebbe nello stesso tempo e compromettere, forse definitivamente, l’avvenire della Nazione Italiana.” Una dichiarazione ribadita dal Presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, che parlò subito dopo: “Il Governo, ora, fatta la Costituzione, ha l’obbligo di attuarla e farla applicare: ne prendiamo solenne impegno.”

Purtroppo non tutti governi che si sono succeduti hanno ricordato quell’impegno. La Costituzione è stata malmenata, accantonata, dimenticata, contrastata. Per buona parte, non è stata attuata. Chi siede oggi nel Parlamento troppo spesso ignora il vincolo che lo lega a quella promessa. A settant’anni dalla sua nascita, ve detto senza mezzi termini che la Costituzione è stata tradita e con essa la fiducia che i cittadini dimostrano con il voto ad ogni tornata elettorale.

 Il 4 dicembre 2016 gli italiani hanno dimostrato ancora una volta la volontà  che la Carta sia rispettata: attuare finalmente e pienamente la Costituzione diventa quindi, per chi andrà a sedere nel prossimo  Parlamento e per chi guiderà il prossimo governo, un ineludibile obbligo morale.

Governabilità, il nuovo totem

5 Ott

‘Governabilità’ è la nuova parola d’ordine che si aggira nei corridoi della politica. Non so quanti l’abbiano notato: una nuova parola d’ordine che viene ripetuta con più che sospettabile frequenza, vista la sua incongruità con la nuova (speriamo) legge elettorale. In suo nome, in nome della ‘governabilità’, si è infatti arrivati perfino a sostenere che il sistema elettorale deve servire a eleggere il governo. E quindi, che la legge elettorale di cui si discute dovrà essere concepita in modo da garantire la ‘governabilità’.

È un trucco. Come nel gioco delle tre carte si fa apparire una realtà che non esiste.

Andiamo per ordine. ‘Governare’ vuol dire ‘dirigere, condurre, guidare, gestire (una nave, una casa, perfino una stalla viene governata). ‘Governabilità’ è quindi l’insieme di condizioni per cui l’atto può essere realizzato. Afferma la Treccani: “Nel linguaggio della pubblicistica politica, l’esistenza di un complesso di condizioni sociali, economiche, politiche e sim., tali da rendere possibile il normale governo di un paese.” Tutto qui: non si aggiunge che la governabilità sia una condizione necessaria ed obbligata come invece, con un trucco da fiera paesana, si tenta di insinuare subdolamente nella mente degli elettori.

Non basta. Nell’intera Costituzione questo concetto – non solo la parola – è assente del tutto. Perché la Costituzione prevede tutt’altro: dispone l’irrinunciabile rappresentanza nel Parlamento cioè la presenza – in proporzione ai voti espressi – dei rappresentanti delle forze politiche attive nel paese. Dispone pertanto che il Parlamento sia liberamente (art. 48) eletto dai cittadini, dal popolo sovrano, affinché esso sia effettivamente rappresentativo della volontà degli elettori che non può essere stravolta.  È quindi la rappresentatività la principale condizione  cui deve ispirarsi la legge elettorale. Dispone infine la Carta che sia il Presidente della Repubblica a nominare il capo del governo e che esso governo debba avere la fiducia del Parlamento, essendovi subordinato. Questo – e non altro – afferma la nostra Costituzione.

È il Parlamento che controlla l’operato del governo, non il contrario: se così fosse,  non ci si dovrebbe scandalizzare  dei 314 deputati supinamente fedeli a Berlusconi (ma non leali verso il loro mandato) che si dissero convinti che Ruby era la nipote di Mubarak.

Si tenta insomma di metter da parte il dettato costituzionale per far  primeggiare una supposta e mai dimostrata prevalenza della governabilità sulla rappresentatività: progressivamente, attraverso sistemi elettorali indegni di questo nome, con liste bloccate e ingiustificabili premi di maggioranza ” i gruppi politici al potere vanno cercando di persuaderci che è più importante un governo stabile rispetto al fatto che i cittadini scelgano i loro rappresentanti liberamente e proporzionalmente secondo le loro opinioni e spesso perfino che i cittadini possano essere effettivamente i protagonisti nella scelta dei loro rappresentanti.”(1)

La legge elettorale non serve a eleggere il governo; essa deve rispondere unicamente a requisiti irrinunciabili di neutralità, affinché la rappresentanza del Parlamento sia il più possibile fedele alla volontà popolare. E per rispondere a questa irrinunciabile quanto vitale esigenza, piaccia o non piaccia  c’è solo il sistema elettorale proporzionale.

 

(1) Una falsa democrazia: governabilità vs rappresentatività
Prof. Giovanni Levi , Università Ca’ Foscari, Venezia

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In un piccolo borgo di montagna del nostro nord-est, un mondo chiuso e apparentemente quasi ostile, il giovane carabiniere Paternò si trova di fronte al duplice omicidio di due cacciatori. Paternò non è un carabiniere comune: nonostante la giovane età ha una storia alle spalle, con angoli bui che non conosce o forse non vuole esplorare. La storia si sviluppa su due piani paralleli, come la personalità di Paternò che si è evoluta su due dimensioni: quella della tragedia familiare e quella intima e personale, che si sono intrecciate fino a costruire un insieme complesso. Accade così che accanto all’indagine ne progredisca inconsapevolmente una seconda in cui Paternò insegue soprattutto due cose che non ha avuto dalla vita: giustizia e amore. Le incontrerà entrambe un poco alla volta attraverso piccole conquiste e sconfitte e alla fine riuscirà a risolvere il caso e contemporaneamente a trovare ciò che ha rappresentato la chiave nascosta della sua ricerca.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/296575/come-una-casa-senza-finestre/

 

 

 

Renzi  e l’interpretazione della democrazia

3 Ott

Una sera alla festa del Pd a Testaccio, a Roma.

Se un sindaco non è capace va a casa“.
E chi lo decide? Il segretario o gli elettori?

Renzi non ha ancora capito, proprio non ci arriva, che la democrazia non si può interpretare ma si rispetta sempre, non  solo quando è lui ad avere i voti, e si rifiuta di riconoscere il clamoroso errore di Roma: il disastro romano del Pd, i 5 stelle e la Raggi in Campidoglio sono solo una sua responsabilità.

A tenergli compagnia possiamo aggiungerci lo spicciafeccende Orfini, un paio di cortigiani messi in Giunta, il gregge che si lasciò docilmente condurre dal notaio e prima ancora i dirigenti del Pd romano che fecero opposizione a Marino dal momento che salì al Campidoglio. Per esempio, D’Ausilio che commissionò un sondaggio artefatto contro Marino pagato coi soldi del gruppo consiliare Pd, Michela De Biase che lanciava anatemi contro il sindaco in una Direzione romana del partito solo pochi giorni prima di Mafia Capitale, Coratti che come presidente dell’assemblea capitolina spostava gli ordini del giorno per ostacolare l’attività della Giunta. Una bella congrega di picconatori – di cui Orfini ovviamente non si avvedeva – che dobbiamo ringraziare unitamente ai media scatenati sulla Panda rossa e sugli scontrini.

Su tutto questa primeggia la vergogna di un segretario del partito che si dichiara ‘democratico’ e che alla democrazia – cioè la sacrosanta volontà degli elettori – antepone disinvoltamente  (chissà poi perché: ma dovrà uscire prima o poi) quello che vuole lui.

http://youmedia.fanpage.it/video/al/Wbuq1OSwLgt7Gixo/u1/

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In un piccolo borgo di montagna del nostro nord-est, un mondo chiuso e apparentemente quasi ostile, il giovane carabiniere Paternò si trova di fronte al duplice omicidio di due cacciatori. Paternò non è un carabiniere comune: nonostante la giovane età ha una storia alle spalle, con angoli bui che non conosce o forse non vuole esplorare. La storia si sviluppa su due piani paralleli, come la personalità di Paternò che si è evoluta su due dimensioni: quella della tragedia familiare e quella intima e personale, che si sono intrecciate fino a costruire un insieme complesso. Accade così che accanto all’indagine ne progredisca inconsapevolmente una seconda in cui Paternò insegue soprattutto due cose che non ha avuto dalla vita: giustizia e amore. Le incontrerà entrambe un poco alla volta attraverso piccole conquiste e sconfitte e alla fine riuscirà a risolvere il caso e contemporaneamente a trovare ciò che ha rappresentato la chiave nascosta della sua ricerca.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/296575/come-una-casa-senza-finestre/

 

Ancora sulla disuguaglianza

17 Mag

La disuguaglianza sta uccidendo il nostro modello di società.  E quello nuovo fa davvero schifo.
Pare un’affermazione azzardata, ma basta leggere l’articolo di Repubblica sul nuovo rapporto ISTAT per averne la riprova. Nel mio piccolo ne avevo già parlato, qui e qui, ma quello che leggo oggi non è più solo un grido d’allarme: è il grido disperato di un’Italia che non vede futuro, non ha speranze.
Mentre la politica pare non avvedersene e non aver voglia di ascoltare.

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COME UNA CASA SENZA FINESTRE
In un piccolo borgo di montagna del nostro nord-est, un mondo chiuso e apparentemente quasi ostile, il giovane carabiniere Paternò si trova di fronte al duplice omicidio di due cacciatori. Paternò non è un carabiniere comune: nonostante la giovane età ha una storia alle spalle che pesa sulla sua esistenza, con angoli bui che non conosce o forse non vuole esplorare e le indagini cui si dedica senza il permesso dei suoi superiori conducono in diverse direzioni. Incontra così vari personaggi che rappresentano tutti insieme un conciso panorama delle due realtà di una certa Italia: retriva per un lato ma dall’altro generosa, ottusa per un verso ma per un altro aspetto aperta alle istanze sociali.

La storia si sviluppa su due piani paralleli scritti uno al passato e l’altro al presente, come la personalità di Paternò che si è evoluta su due dimensioni: quella della tragedia familiare e quella intima e personale, che si sono intrecciate fino a costruire un insieme complesso che parlando di sé descrive come ‘una casa senza finestre’. Accade così che accanto all’indagine ne origini inconsapevolmente una seconda in cuicopertina-cucsf
Paternò insegue soprattutto due cose che non ha avuto dalla vita: giustizia e amore. Le incontrerà entrambe un poco alla volta attraverso piccole conquiste e sconfitte e alla fine riuscirà, dando un contributo fondamentale, a risolvere il caso e contemporaneamente a scoprire quel sentimento che ha rappresentato la chiave nascosta della sua ricerca.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/296575/come-una-casa-senza-finestre/

La Resistenza, per me (3)

24 Apr

L’ITALIA PARTIGIANA, di Ferruccio Parri

« Se ci fu un presidente del Consiglio italiano che meritò la qualifica di galantuomo, di politico onesto e probo, quello fu Ferruccio Parri »
(Indro Montanelli, L’Italia della guerra civile)

Sulla Resistenza è stato scritto molto, anche da firme autorevoli. Tuttavia questa scarna ma dettagliata cronaca di Ferruccio Parri, lo stile asciutto e incalzante, i numeri dei militanti e dei caduti, l’analisi per zone geografiche, la struttura dell’organizzazione, i problemi con gli Alleati, le sconfitte e le vittorie, rappresentano più un rapporto storico che un articolo di giornale e a me ha dato il senso reale di cosa fu davvero la guerra partigiana.

Tra il 29 luglio e il 15 ottobre 1946 si svolse a Parigi la Conferenza di pace tra le nazioni vittoriose per decidere le sorti dell’Italia e delle altre nazioni sconfitte. Le premesse non lasciavano certamente molte speranze; nel suo discorso del 10 agosto De Gasperi aveva così iniziato:

“Prendo la parola in questo consesso mondiale e sento che tutto, tranne la vostra cortesia, è contro di me: è soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa ritenere un imputato, l’essere arrivato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione.”

Fu quindi in questa atmosfera che la rivista Mercurio pubblicò un numero che sarebbe stato stampato in inglese e francese e diffuso all’estero, come anticipato nel messaggio ai lettori. E l’articolo di Parri (insieme agli altri), tendeva a far risaltare il valore dell’Italia che si era opposta al fascismo e aveva combattuto al fianco degli Alleati. In altre parole, il mondo doveva riconoscere il riscatto degli italiani, il sangue di quella guerra fratricida non doveva essere stato sparso invano.

MERCURIO, n. 23-24  luglio – agosto 1946

Questo articolo vuol essere la storia breve della lotta clandestina contro i nazifascisti, della formazione e delle azioni del nostro esercito partigiano. E questa storia, che per noi è ragione di orgoglio e di dolorose riflessioni, è molto poco conosciuta al di là delle nostre frontiere….
Abbiamo creduto opportuno dare ai lettori italiani l’articolo di Parri nel testo integrale. Molte cose che in esso son dette noi, qui in Italia, già le conosciamo. Le conosciamo ma le abbiamo dimenticate: poiché anche cose tanto tremende quali sono quelle che da noi sono state vissute, possono essere dimenticate in pochi giri del sole. E’ necessario rileggerle e meditare su di esse….forse leggere queste pagine sarà utile, oggi, a noi stessi. Poiché, avviliti e offesi come usciamo da questa lunga estate, noi si abbia tuttavia la conferma di non essere simili a quegli Italiani dei quali si è tracciato un umiliante ritratto a Parigi…

L’articolo di Parri (lo si può leggere qui) è veemente, non è una difesa d’ufficio, è una dichiarazione di dignità. Già l’incipit del capo partigiano (nome di battaglia “Maurizio”) trasuda indignazione per la quasi nulla considerazione che è stata data al sacrificio di tante vite di patrioti.

PARRIincipit

E poi comincia la cronaca, a partire dai fatti che seguirono l’8 settembre del ’43. Il popolo si risveglia, dice Parri, e comincia subito – sia pure disordinatamente, ma consapevole del compito che l’attendeva – a dimostrare da che parte stava: e infatti la conclusione è eloquente: “Vi era un popolo  dunque che fin da settembre del 1943 lottava al vostro fianco, o Alleati, per la sua libertà e la libertà del mondo.”

Più volte Parri si rivolge agli Alleati per rivendicare l’opera insostituibile dei partigiani nell’impegnare considerevoli forze nemiche distogliendole dal campo di battaglia o nel salvare gli impianti industriali, indispensabili per la rinascita del Paese, solo per dire di due degli aspetti più evidenti dell’opera della Resistenza: perché questo non ci viene riconosciuto? E aggiunge polemicamente: non è che qualche generale alleato si sia sentito sminuito nelle sue conquiste? Parri illustra poi la perfetta organizzazione militare sul campo che era appoggiata in pianura e nelle città dalla rete clandestina e ricorda con orgoglio il ruolo fondamentale rivestito dalle donne.

E sono certo che quando enumera le vittime della furia nazifascista si commuova, anche se apparentemente non traspare emozione: parla dei giovani, delle intelligenze sottratte alla patria, dei militari come dei professori, dei semplici borghesi come degli operai, di tutti coloro che non ebbero esitazioni nel momento cruciale.

Leggetelo, rileggetelo e soprattutto fatelo leggere ai tanti che hanno dimenticato e ai troppi che non sanno: qui c’è la storia dell’Italia più bella.

La Resistenza, per me (2)

23 Apr

Il dramma della Resistenza e del nostro Paese è stato questo: che la Resistenza, dopo aver trionfato in guerra, come epopea partigiana, è stata soffocata e bandita dalle vecchie forze conservatrici appena essa si è affacciata alla vita politica del tempo di pace, ov’essa era chiamata a dar vita a una nuova classe politica che riempisse il vuoto lasciato dalla catastrofe.

Pietro Calamandrei

Nonostante si sia scritto e detto molto sulla Resistenza, poco si è riflettuto sul come essa sia sta vissuta dai suoi interpreti principali, i partigiani. Quelli che in nome di un ideale di libertà decisero di lasciare le loro famiglie e le loro case per andare a combattere sulle montagne affrontando pericoli, stenti, difficoltà di ogni genere. Mancavano armi, viveri, rifugi: il freddo e la fame erano quotidiani, le rappresaglie dei fascisti e dei tedeschi feroci.
Una viva testimonianza è contenuta in questi brani del diario della scrittrice Alba De Céspedes, tratti dal mensile Una Città, che ringrazio. Antifascista, arrestata dall’OVRA nel ’35 per certe sue affermazioni intercettate al telefono, La De Céspedes nel ’43 attraversa le linee tedesche e collabora con Radio Bari col nome di battaglia di Clorinda. Lo stesso anno tenta di raggiungere Bologna attraverso l’Abruzzo e a quel periodo sono dedicate queste pagine. La versione integrale la trovate qui.

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18 ottobre 1943

Al mattino, si dormiva ancora, rifugiati nel triste polveroso ufficio delle imposte a Torricella, quando udimmo bussare affannosamente alla porta. Il viso incolore di Carmela, la ragazza del piano di sotto appariva acceso da una nuova agitazione: «Presto, scappate subito, i tedeschi hanno circondato l’aia dei Peligni, hanno preso gli uomini, tutti, e adesso stanno salendo quassù». Ci vestimmo in pochi minuti, forse tre, quattro, neppure il tempo di prendere con noi qualche indumento e via, Franco, Aldo e io, di corsa per le scale. Qualcuno già gridava: «Eccoli, si sente arrivare il camion». Il corso, le stradette sassose percorse correndo, tra altra gente che correva, e io che avrei voluto fermarmi per tirare il fiato, poi pensavo: debbo farcela, non voglio lasciare gli altri, e seguitavo a correre con un coltello cacciato nella milza. Certi ragazzi fuggivano salvando i pochi averi in una cesta e tutti spiavano se il nastro bianco della strada provinciale si macchiasse delle loro auto giallastre. Orecchi tesi al minimo ronzio. Lasciammo passare qualche mezzo corazzato, noi acquattati sotto il livello della strada provinciale, poi, presto, correndo, la traversammo fulmineamente, d’un balzo quasi, e fummo finalmente in un sentiero tra i campi. Aldo disse: «Bisogna raggiungere il bosco della Defensa, nessuno verrà a cercarci laggiù». Dopo meno di tre ore eravamo rifugiati nella masseria di Trecolori, solitaria al limite del grande bosco. Trecolori è un vecchio contadino, scimmiesco e furbo, vissuto per dodici anni in Pensilvania. Non aveva posto per noi; già, presso il focolare, erano numerosi suoi parenti, calati dai paesi vicini per sfuggire alle razzìe, e alcuni sedevano sui sacchi di farina, altri ammucchiati in terra ci guardavano muti. «Potrete dormire in una stalla, a cinquecento metri da qui. Tanto sarà per una sola notte». Siamo qui da cinque giorni, ormai. Si dorme in un tugurio mezzo stalla mezzo legnaia, pagliericcio a terra, e la sera accendiamo il fuoco. Una porta sgangherata ci nasconde a mala pena la vista del cielo. È molto freddo. Ognuno di noi dorme ravvolto in una coperta, anche la testa ravvolta, per scaldarci col nostro fiato. Sette uomini sono rifugiati in questa stalla, io indosso calzoni e vivo con loro al modo di un compagno. Siamo appesi a un passo, a un fruscio. Se c’è pericolo, se i tedeschi scendono a razziare le masserie, qualcuno, sempre in vedetta, lancia il fischio convenuto, una voce. Il segno d’allarme rimbalza fulmineamente di rifugio in rifugio fino quaggiù, al limite del bosco. Subito, rotolando pei campi arati, caliamo al torrente, lo traversiamo, saliamo nel bosco, ci nascondiamo nel folto degli alberi e dei cespugli. Restiamo lì, zitti, immobili, talvolta sotto la pioggia per ore. Non so come faremo se verrà il freddo più acuto. Non abbiamo cappotti, neppure una maglia di lana. Gli inglesi sono ancora a Termoli, la battaglia è durissima. Talvolta nella campagna, verso il tramonto, passano come ombre i prigionieri alleati diretti al Sangro. Vogliono raggiungere le loro linee, ma riuscire è difficile. Li fermiamo sperando di avere da loro qualche notizia. Sono sorpresi di trovare quaggiù, al centro della terra, qualcuno che parli la loro lingua, conosca i loro paesi. Poi li seguiamo con l’occhio, mentre si allontanano, e attraverso di loro è come se gettassimo un grido d’aiuto: che vengano, che ci liberino. Non abbiamo altro conforto che le notizie portate a voce da Torricella dove qualcuno ascolta Radio Londra nascosto in una cantina. Intanto la stagione incalza, bisognerà preparare un rifugio nel bosco se si dovessero passare molte ore sotto la pioggia.

 

19 ottobre 1943

Ieri sera Peppino è arrivato di corsa, terrorizzato. Aveva passato otto ore in una legnaia, senza respirare, quasi. A Torricella ieri mattina d’improvviso sono arrivati i tedeschi, hanno bloccato le strade, hanno preso tutti gli uomini, li hanno caricati su un camion e via. Donato Porreca proprietario dello spaccio, ha tentato di fuggire, ma una scarica di mitragliatrice lo ha frustato ai fianchi, è rimasto ucciso sul colpo. Peppino raccontava dello strazio delle donne che urlavano mentre il camion partiva. Intanto suonava a morto la campana per il povero Donato.

 

20 ottobre 1943

Stanotte alle quattro, tutti in piedi, pronti per fuggire. Falso allarme: era un prigioniero francese che passava nei campi, un contadino ha sparato in aria. Ieri sera, mentre eravamo nella masseria di Trecolori, raccolti attorno al fuoco, udimmo spari vicini, voci di donna gridare aiuto. Giunse di corsa un contadino recando il messaggio: sono i tedeschi, sparano. Giù di corsa con Aldo e Franco, calati nella scarpata del torrente, folta, impenetrabile di rami e rovi. Alle spalle si udivano le urla delle donne, quel lamento di Sofia che invocava lo sposo. Attorno a noi altri rifugiati scappavano, il russo chiamava: «Dove siete? Aiutatemi » rischiando di farci scoprire tutti. Avrei voluto ucciderlo perché tacesse. Giù per la ripida scarpata, sospesi a un tronco, strappati dai rovi, nel fitto cigolante dei rami fino al torrente. Ci passavamo parole soffocate dalla paura: via gli impermeabili, sono troppo chiari, si vedono nell’ombra. Entrammo, come ciechi, nel torrente, l’acqua gelida arrivava ai ginocchi, risalimmo a quattro zampe la scarpata del bosco. Mi tornavano in mente, tra la paura agghiacciante, racconti letti da bambina, le storie della giungla. Bisognava a ogni passo districare il piede dalla vegetazione del sottobosco, aprirci la strada con le mani, gli occhi chiusi perché i rovi non li ferissero. Gli occhi di Franco erano difesi dalle lenti. A momenti nasceva in me il dubbio che tutto ciò fosse fatto quasi per gioco. Non potevo, io, Alba, trovarmi per davvero in un momento così grave, sul punto d’essere presa dai soldati tedeschi, fucilata, uccisa. Tutta questa avventura mi pareva più forte di me, della mia capacità di resistere. Altre volte invece, in quel silenzio e quel buio insidioso, il pericolo m’appariva così prossimo da non lasciare scampo, possibilità di fuga. Era fatto, eravamo presi. Un funebre latrare di cane in lontananza acuiva il mio sgomento. E al di sopra di tutto c’era l’umiliazione di dover fuggire come malviventi, assaggiando la vita degli assassini o dei briganti; senza aver fatto nulla di male, aver solo sognato il proprio paese libero e civile. Due ore circa nel bosco. Freddo. A momenti si riprendeva a salire arrampicandoci per scaldarci. Attorno erano i mille rumori della vita notturna del bosco; la voce della civetta, un lento frusciare sulle foglie secche, un guizzo tra i rami. Noi tre seduti in terra, aspettando. Infine udimmo un sibilo lontano, sommesso: il fischio degli amici. Fu caro come ritrovare improvvisamente il sapore della vita.

 

21 ottobre 1943

Niente di nuovo. Attesa inerte e sconfortante. Gli inglesi non arrivano, le notizie giunte da Torricella dicono che sono ad Istonio. Mariuccia, una vecchia novantenne, furba e scheletrica, funge da collegamento tra il paese e noi. Arriva portando le notizie scritte in un biglietto da Don Peppe, il notaio di Torricella, e nascoste nel busto o nella crocchia dei capelli. Grande movimento di aerei. Le nostre calze di lana, le uniche che possediamo, incominciano a rompersi. Anche il sale finisce. Stamani, dopo lunghi giorni, siamo andati a lavarci al ruscello. Nel pomeriggio abbiamo studiato le posizioni di rifugio nel bosco, scelte le più sicure. Gli alberi erano illuminati dal tramonto, le foglie cadute rosse e lucide. Gruppi di ciclamini pallidi spuntavano di sotto i ciuffi di ginepro. Avrei voluto farne un mazzo, come usavo nei boschi di Ariccia da bambina, ma mi pareva poco serio cogliere fiori mentre si saliva a scegliere un rifugio per salvarci la vita. Attorno Franco e gli altri tendevano gli orecchi al crepitìo di una mitragliatrice che si faceva udire sotto Montenerodomo, ai limiti del bosco.

 

22 ottobre 1943

Scrivo sulle pietre del ruscello. Siamo venuti a lavarci. Aldo e Trecolori stanno scavando un rifugio, sotto un gran masso, sul greto del torrente. Siamo stanchi, nervosi, ammutoliti. A volte s’impadronisce di noi lo stato d’animo del delinquente che non resiste più e si consegna alla giustizia. Peppino ha detto: rischio tutto, ma voglio tornarmene a casa mia, a San Vito. Si riversa sul poco cibo e sul giaciglio il nostro cattivo umore. Se non ci fosse il conforto ineffabile della natura, la vita sarebbe senza più sogni o gioia, tutta dura, tutta da patire, tutta da vivere fedelmente, senza fughe. Sono umiliata di aspettare la libertà degli inglesi. Ogni giorno ci chiediamo, quasi con impazienza, scrutando i contorni delle colline: ma quando vengono? Ridotti ad aspettare con gioia l’arrivo di soldati stranieri! […]

 

24 ottobre 1943

Niente di confortante da due giorni. Siamo sempre più logori, sempre più sudici. S’intravvede con difficoltà la possibilità di resistere ancora a lungo senza poterci cambiare, dormendo sempre vestiti, stanchi così, così nervosi. A sera una mortale tristezza si impadronisce di noi: verso le cinque, quando è giorno ancora per chi vive nelle città, puoi girare l’interruttore, accendere la luce, prendere un libro. Vivere. Ed è notte per noi, costretti alla fievole luce del focolare o a passeggiare muti nel buio. I giorni sono incerti, monotoni, umilianti. Muoiono lasciandoci ognuno una più profonda stanchezza e nessuna speranza per il giorno nuovo. Nel fondo di questa cupa valle nessuno ci soccorre e ci illumina. Ogni cespuglio è un’ombra minacciosa, il masticare dell’asino nel pagliaio ci sembra il rumore di scarponi ferrati pel sentiero. È l’ora più sicura: di notte i tedeschi s’arrischiano difficilmente attorno al bosco, temono le imboscate. Eppure un invincibile terrore si impadronisce di tutti a quell’ora. […]

 

25 ottobre 1943

[…]  Mia madre mi crede a Roma e forse esce e parla con le amiche mentre io sono stesa a terra, nel fango, nascosta dietro un cespuglio o attizzo il fuoco soffiando forte e Franco è malato, trema, negli accessi della malaria. Oh, vorrei che s’aprisse la porta adesso, e qualcuno entrasse a dire che la guerra è finita, nessuno si ammazza più, possiamo uscire, parlare ad alta voce, mostrarci, esser liberi. […]

 

28 ottobre 1943

[…] Non è mai stata così seria la vita, per me. C’è solo una grande dolcezza nell’ingenuo candore di Aldo che si rammarica di non avere una torta, oggi, per il suo compleanno. Tra poco anche il conforto di scrivere queste note sarà finito, non saprei come procurarmi un altro quaderno. Scrivo sui ginocchi mentre gli altri discutono di politica, nervosi, rissosi. Sono venuti anche i polacchi, tre giovani studenti che da quattro anni fuggono di paese in paese. Abbiamo costruito due cavalletti di legno scortecciato per sederci nell’interno della stalla. Verso il tramonto, da tutti i rifugi attorno al bosco qualcuno scende verso il nostro tugurio attratto dal calore di un fuoco. Ci sono romeni, russi, jugoslavi, un’ebrea tedesca, qualche ex-internato politico. Tutti stretti da una umana solidarietà che abolisce confini e passaporti. Non ci si domanda il nome né il colore politico, ci si legge soltanto negli occhi il bisogno di essere aiutati a superare queste ore dure della vita. Qui, in questa stalla remota, a 1000 metri, mi sembra che stia davvero nascendo l’Italia che abbiamo voluto. Mi batte il cuore a questa improvvisa scoperta. Qui, proprio qui, in questa stalla, logori, affamati, senza più nulla, nulla che somigli alla vita civile, ricominciamo a vivere civilmente. Il russo parla del suo paese, i polacchi della loro letteratura, l’ebrea non ha più quegli occhi di sgomento coi quali fissa l’alto della collina per vedere se da lì calino i tedeschi. Seguitano a parlare. Mi piacciono le loro voci, l’incerto italiano, le discussioni aperte. Dolce cara patria mia. […]

 

4 novembre 1943

Sono in pena per Roma, per mio figlio, zia Maria, la mia casa. Mille oggetti che mi hanno seguito dovunque con la loro storia, i loro segni: una Madonna comperata sul Lungarno, un libro trovato a Venezia. Vivo tutta nel passato in questi giorni : l’Avana, Parigi, papà. Ho una tremenda voglia di tornare ad essere giovane e felice, non più sentire parlare di guerre, di soldati, non aver più paura. Domani i ragazzi polacchi partiranno con Peppino per traversare le linee. Peppino ha preso la decisione, ma adesso è giù di corda, attratto e sgomento dal vuoto nel quale si getta. Stamani Mario ha portato buone notizie dal suo giro: la ritirata tedesca sarebbe imminente. Non ci credo. Non credo più a nulla. […]

 

15 novembre 1943

Ogni mio tentativo di scrivere è interrotto dall’allarme. Non abbiamo più forza. È freddo, diluvia, le scarpate sono motose, scivolose, calare alla masseria di Trecolori è già un’impresa, si cade, ci si rialza, avviliti. Poco dopo de quattro, siamo prigionieri del buio, ciechi, ombre. Col buio un grande scoramento cala nell’aria, fitto come una nebbia soffocante. Si tace, umiliati, attorno al focolare. Che ora è? Sempre troppo presto per mangiare, troppo presto per gettarsi vestiti sul giaciglio. Il mio vestito è riuscito ad essere, perfettamente, un vestito da accattone. Non ho biancheria, né calzettoni di ricambio; il mio impermeabile, che tuttavia mi serve da guanciale, è nero di terra, di fango, di sudiciume. Non avrò mai altro? Ritroverò la mia casa? E i miei libri? È la nostra vita? […]

 

18 novembre 1943

Non ci si fa più. Bisogna decidersi. Da stamani alle 7 siamo nel bosco, ormai rado di foglie, distesi in terra sotto le coperte. Rientrati nella stalla, poi saliti da Annuccia per elemosinare dalla sua buona grazia una fetta di polenta abbiamo dovuto, poco dopo, fuggire di nuovo, digiuni. I tedeschi hanno scoperto il nostro rifugio. Sono entrati nella stalla, hanno frugato tra la paglia, insospettiti da quei giacigli, poi sono rimasti in agguato lì presso, sperando di sorprenderci, come animali di ritorno alla tana. Noi li spiavamo dal bosco; alcuni di noi erano armati, la mira sarebbe stata facile, li vedevamo benissimo, vedevamo le loro gambe aprirsi a forbice, erano un facile bersaglio. Non si può sparare; se lo facessimo, dopo due ore, altri tedeschi calerebbero per bruciare, distruggere tutte le masserie attorno pel raggio di due o tre chilometri. Noi non avremmo corso alcun rischio: facilmente avremmo potuto trasferirci al lato opposto del bosco, accamparci laggiù. Ma i contadini, questi stessi che ci hanno accolto e protetto, avrebbero pagato per noi, com’è stato fatto altrove. Brucerebbero le masserie, ucciderebbero le donne. Non potevamo che spiarli con odio, tutto il bosco, fermo, silenzioso, era un immenso occhio che li guardava con odio. Stanotte abbiamo organizzato i quarti di guardia: ogni due ore due di noi si spingono fin sulla gobba del Casale, in vedetta, proteggendo il sonno degli altri. Ma gli altri non possono ugualmente riposare: si pensa: e se s’addormentassero… e se non li vedessero? Io ho avuto il mio quarto con Franco ed Edoardo, dalle due alle quattro, era una notte bianca, nebbiosa. Adesso Corrado e Aldo sono fuori spiando. Franco ha rinunciato a prepararsi una sigaretta: non ce la fa, la carta è troppo poca. Bisogna che io difenda questo quaderno dai fumatori.  […]

 

19 novembre 1943

Pochi istanti per scrivere. Partiamo per traversare le linee. Franco, Emilia ed Edoardo sono già pronti davanti alla masseria di Trecolori, io sono risalita alla stalla con la scusa di prendere la gavetta dimenticata, ma in realtà per rimanere sola, scrivere qualche riga. Indosso i calzoni e l’impermeabile e sopra, infilata dalla testa per un buco praticato al centro, una coperta scura che servirà a mimetizzarmi. I lembi sono appuntati con due spille di sicurezza. E’ pesantissima, non so come farò a camminare così. A tracolla ho un’altra coperta arrotolata al modo dei soldati. Tutti gli amici sono scesi dai rifugi del bosco per salutarci. Tonino coi nervi rotti piange dirottamente appoggiato contro un albero, il russo si rotola in terra nei dolori dell’ulcera. Non si fa che stringere mani, baciare gote ruvide. Ci guardano come se vedessero per l’ultima volta, preoccupati, commossi. Stamani eravamo anche noi nervosi, muti, non ci parlavamo, noi quattro, per non scambiarci le nostre impressioni sulla decisione presa. E adesso invece io mi sento leggera, leggera, sorridente, come se partissi per una festosa gita. C’è un po’ di sole, il ciliegio nel vano della porta si disegna leggero leggero, un arabesco. Ho scritto qualcosa sulla parete della stalla con la tintura di jodio, volevo essere sola anche per questo. Non so cosa saranno esattamente «le linee», ho solo paura di scatenare io stessa, col mio piede, il diabolico congegno di una mina. Ho il danaro nascosto nel petto, nasconderò anche il quaderno. Voglio scrivere questo, ben chiaro: non ho paura, solo questa enorme allegria, in me, forse nervosa. E il senso di giocare un tiro ai tedeschi, sfuggendo, il desiderio di non farci trovare qui dagli inglesi, quattro italiani validi, aspettando inoperosi. C’è in me solo odio e allegria. Se ci rimanessimo, i nostri compagni del bosco neppure lo saprebbero sùbito. Mio figlio, mia zia, seguiterebbero a vivere come se ci fossi. Mia madre lo saprebbe chi sa quando. Il cielo si fa nebbioso. Sono le 15,30. Fioravante ha detto che prima dell’alba dovremo essere al Sangro.

Alba de Cespedes

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In questi dieci racconti c’è quasi sempre Roma, come sfondo o protagonista, ma i personaggi, con le loro personalità, le manie, le loro storie personali, potrebbero esistere ovunque: per conoscerli, e conoscere le loro storie, basta affacciarsi a questa finestra.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/racconti/322551/la-finestra-aperta-3/

 

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