Tag Archives: diritti civili

Vale solo in Italia, però. Tranquilli.

2 Feb

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Renzi, Alfano, i diritti civili e la favola di Fedro.

7 Ott

Con la circolare che Alfano sta per inviare ai prefetti e con la quale gli ordina “la cancellazione delle trascrizioni dei matrimoni tra persone dello stesso sesso fatti all’estero”, si entra nel vivo di un confronto atteso ma che non ci sarà.

Scommetto quel che volete. Renzicuordileone sull’art.18, sull’abolizione del Senato, sullo stravolgimento della Costituzione, sulla legge elettorale, insomma in tutte le situazioni in cui la destra si impone o lo appoggia, non farà obiezioni.

E davanti ai diritti di un popolo farà come il lupo della  favoletta di Fedro.

Chissà che dirà stavolta Scalfarotto.

Speriamo lo vedano Alfano o Giovanardi.

21 Set

Different families 1

Guardate questa foto. Il manifesto è affisso all’interno della vetrina di un centro sanitario (l’equivalente di una nostra ASL) di Londra a Islington. “Famiglie diverse – la stessa attenzione” dice. E se guardate bene (la qualità della mia foto è pessima, scusate, ma le immagini sono leggibili), si capisce subito cosa si intende.

C’è la famiglia tradizionale, quella con i bambini adottati, ci sono le famiglie degli immigrati, e ci sono le famiglie omogenitoriali. Lo stesso impegno – dichiarato – per tutti, senza differenze e senza ipocrisie. Perché è un diritto elementare.

Se Giovanardi o Alfano passano di qui gli viene un colpo.

 

 

In principio era il grugnito

3 Set

L'amaca di Michele Serra (da la Repubblica del 3 settembre 2014)

L’amaca di Michele Serra (da la Repubblica del 3 settembre 2014)

In questa riflessione di Michele Serra – una delle sue migliori, a mio avviso – non colpisce tanto il commento di un Maradona che come profondità di pensiero non ha mai superato la fase adolescenziale, quanto lo spazio che i media hanno dedicato a quella che definire ‘dichiarazione’ è un complimento.

Quanti dei giornalisti che si sono presi la pena di riportarla hanno avuto un attimo di resispiscenza? Possibile che nessuno di loro, a cominciare da chi l’ha raccolta per primo, abbia provato un attimo di indignazione, di riprovazione, e abbia sottolineato l’arretratezza culturale di un concetto così primitivo come la ‘proprietà’ della donna? E se un giornalista – che non ha solo il compito di informare pedestremente come un pappagallo, ma soprattutto quello di indirizzare verso l’alto la mente di chi legge, non ne ha sentito il bisogno, potremo mai noi popolo aspirare ad una minima evoluzione?

Eppure resto ancora e testardamente convinto che gli italiani siano molto migliori e più avanzati della propria classe dirigente: ricordo la rivoluzione di costume – e di pensiero – ottenuta a suo tempo col divorzio e il diritto all’aborto, e oggi il massiccio movimento d’opinione per l’eutanasia, la fecondazione assistita, il matrimonio omosessuale e così via. Sono tutti segnali profondi di una evoluzione già realizzata ma tenuta sotto la cenere come clandestina da chi, prima di tutto in Parlamento, dovrebbe invece favorirla e sostenerla ma non se ne avvede, per incapacità o sordido calcolo politico.
Abbiate fiducia: ne usciremo lo stesso.

 

Hedy Epstein, il coraggio della coerenza

20 Ago

L’altro ieri Hedy Epstein, una signora che ha compiuto 90 anni il 15 agosto, ha salutato amici e parenti venuti a festeggiarla a St. Louis, si è recata a Ferguson a manifestare per Ferguson 1Michael Brown, un adolescente Ferguson 3afroamericano ucciso una settimana prima dalla polizia nonostante fosse disarmato e alle 16 e trenta è stata ammanettata e arrestata insieme ad altri otto dimostranti per essersi rifiutata di sciogliere l’assembramento.

“Sono molto, molto preoccupata per quello che sta succedendo – ha dichiarato a Newsweek – Questo è razzismo e ingiustizia”. E la Epstein di ingiustizia ne sa qualcosa: è probabilmente la più famosa attivista al mondo per i diritti civili. “Sono quello che sono – ha proseguito – per quello che mi hanno HEDY EPSTEINinsegnato i miei genitori e per quello che ho visto. Per me sono stati un esempio di vita e di come non si deve perseguitare nessuno. E mi piace pensare che sarebbero orgogliosi di me”. Negli anni ha partecipato alle manifestazioni per il diritto all’aborto, per la casa, per Haiti, come delegata per la pace è stata in Guatemala, Nicaragua, Cambogia ed è una strenua sostenitrice del Movimento per Gaza Libera. E questo è davvero abbastanza strano, visto che è una sopravvissuta all’Olocausto.

Nata  Freiburg in Germania nel 1924, aveva solo otto anni quando Hitler prese il potere. Lentamente ma inesorabilmente la persecuzione degli ebrei ebbe inizio e sei anni dopo i suoi genitori riuscirono a farla espatriare in Inghilterra con un Kindertransport, un’operazione di salvataggio britannica che portò al sicuro oltre 10.000 bambini ebrei. Nessuno della sua famiglia, oltre venti persone, è sopravvissuta: dopo essere stati internati in Francia furono probabilmente sterminati ad Auschwitz. Alla fine della guerra tornò in Germania come ricercatrice e interprete ai processi di Norimberga e nel 1948 arrivò negli Stati Uniti. Il primo giorno di lavoro chiese ad una collega afroamericana di andare a pranzo insieme, ma la donna rifiutò l’invito. La cosa si ripetè più volte nei giorni seguenti fin quando Hedy non le chiese se le stava antipatica e la donna le spiegò che non poteva frequentare il suo stesso ristorante. “Ma siamo nel 1948 – Hedy osservò – Lincoln ha eliminato la schiavitù più di ottant’anni fa!”

Quello fu l’inizio. Da allora Hedy non ha mai cessato di battersi per i diritti degli oppressi. “Nel 1982 – ha raccontato nel 2010 al Los Angeles Times – ho sentito dei massacri dei rifugiati a Sabra e Shatila in Libano ed Hedy Epstein, 85, (L) a a US activist anho voluto saperne di più su quanto era successo in Palestina tra il 1948 e il 1982. Man mano che andavo avanti  cresceva il mio dissenso verso la politica di Israele e del suo esercito. Così nel 2003 sono andata per la prima volta nella West Bank [Cisgiordania] e ci sono tornata cinque volte da allora”. E a chi l’accusa di essere anti-Israele ribatte: “Tu puoi criticare ogni altro paese, compresi gli Stati Uniti, ma non Israele, ma che roba è questa?”

Questa è logica. E coerenza. E soprattutto coraggio delle idee.

 

Renzi (cioè il PD) e i diritti civili

4 Gen

Leggo su PRIDE questa attenta analisi di Simone Alliva e confesso di doverla condividere.
Non è da ieri che il Pd soffre di una incertezza fisiologica quando tocca parlare di diritti civili dei gay, si tratti di matrimonio o di adozione. Un’incertezza che non è certo sintomo positivo su questioni che per la gente comune di cui mi sento di far parte sono ampiamente superate: su questi argomenti la società italiana (salvo qualche sacca di resistenza isolata qua e là) è molto più avanti della sua classe dirigente. Come fu ai tempi del divorzio e dell’aborto, quando  proprio i vertici del Pci che, sospettosi e inquieti per intuibili motivi interni, erano (a torto) contrari, furono clamorosamente sconfessati.
In definitiva, penso che – anche di fronte all’atteggiamento dichiaratamente contrario delle destre (di governo e non) – sarà opportuno che il segretario del Pd esca dalla sua incertezza. Prima lo farà e meglio sarà.
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Renzi il timido

di Simone Alliva
il 1 gennaio 2014

Matteo Renzi, l’uomo che nemmeno un anno fa aveva perso la sfida con Bersani, a dicembre, con un plebiscito, ha conquistato la guida del Partito Democratico. Nell’analisi del suo percorso politico è impossibile, o quasi, però prevedere quale strada intenda imboccare sui diritti glbt. La sua campagna elettorale con i colori rosso, bianco e blu richiamava quella presidenziale di Barack Obama che ha fatto degli stessi diritti una bandiera e una promessa mantenuta. E Renzi?
I primi segnali preoccupanti sono arrivati all’alba del suo mandato nella scelta della segreteria politica, e cioè delle persone che avranno l’onere di dettare la linea del partito. È composta da cinque uomini e sette donne, tutti giovanissimi, ma nessuno di loro ha assunto la nomina di responsabile diritti civili. Una svista? A oggi l’unico a “cancellare” i diritti dalla sua segreteria è stato Guglielmo Epifani, ma quello del suo predecessore era un gruppo destinato a durare pochissimo, da maggio a dicembre, giusto il tempo di traghettare il partito al congresso. L’assenza di una nomina ai diritti civili non è passata inosservata nella comunità glbt che ha timidamente protestato.
Il compito di sedare il malcontento è toccato all’onorevole omosessuale Ivan Scalfarotto, deputato PD, renziano e già protagonista della discutibile gestione di un progetto di legge contro l’omofobia che, grazie agli accordi al ribasso tra il suo partito e il centro-destra, si è trasformata in un progetto omofobo.
Il giorno dopo le primarie al programma radiofonico Un giorno da Pecora Scalfarotto ha dichiarato che le unioni sono “una priorità” e confermato che il nuovo segretario “si è impegnato per le unioni civili”, che si faranno “subitissimo” insieme “alle adozioni per le coppie gay e lesbiche nel giro di due mesi o tre”.
Ma per capire meglio quello che pensa concretamente il nuovo segretario del Partito Democratico dei diritti glbt, e il contributo che potrebbe dare alla causa, è sufficiente ripercorrere a ritroso la sua storia politica che raramente ha incrociato quella della comunità arcobaleno. Il 29 ottobre 2010, durante la trasmissione Le Invasioni Barbariche su La7, il sindaco di Firenze esprimeva nettamente la sua contrarietà al matrimonio tra coppie dello stesso sesso: “Io sul matrimonio non sono d’accordo. Perché, in sostanza, non sono d’accordo sull’adozione dei figli.”
Due anni dopo, nel 2012, durante il confronto tv tra i candidati alle primarie di quell’anno, Renzi, prometteva confusamente unioni civili “sul modello inglese o tedesco”, le civil partnerships, sostenendo, in barba al parere di giuristi insigni e alla giurisprudenza, che il matrimonio egualitario in Italia imporrebbe una revisione costituzionale.
Quanto alle adozioni gay, oltre a proporre una revisione della legge, ammise: “È un tema ancora non sciolto”. Non sciolto o meno il tema sbuca tuttavia in un’intervista concessa, due mesi prima del confronto televisivo al portale Gay.it in cui il sindaco di Firenze dichiarava: “Sull’adozione non sono d’accordo”. A fine novembre dello stesso anno un altro cambio di rotta, sempre per bocca del fedelissimo Ivan Scalfarotto che alla stampa promette: “Oltre alla civil partnership per le coppie omosessuali, Matteo Renzi si è impegnato a far sì che un bambino possa essere legalmente adottato anche dal compagno del genitore biologico”.
Ma veniamo al 2013. Renzi è l’unico dei candidati delle primarie a non menzionare mai gli omosessuali nel suo documento congressuale. Nel secondo capitolo dell’atto, intitolato Il PD deve cambiare verso all’Italia, il suo sì generico ai diritti è un capolavoro di retorica: “la libertà di ogni persona di compiere le proprie scelte, anche le più intime e fondamentali decisioni della vita, può convivere in armonia con la libertà di ciascuno […] è possibile costruire un Paese avanzato sul tema dei diritti civili, senza alcuna paura di cancellare la nostra identità e le nostre radici culturali”.
Durante il confronto fra i tre candidati delle primarie per la segreteria del PD, andato in onda su Sky nel novembre scorso, Renzi è stato sollecitato ancora una volta su adozione e unioni delle coppie gay e ha finalmente ammesso: “Io su questi temi sono timido. Le proposte sono tre: civil partnership alla tedesca, per non impantanarsi sulla questione matrimonio perché non la faremo nemmeno stavolta. Legge sull’omofobia, ossia legge Scalfarotto da portare al Senato e approvare in maniera definitiva. E stepchild adoption.” e cioè adozione dei figli naturali del partner in una unione civile stando almeno ai provvedimenti presi nei paesi del nord Europa. Ma che cosa intenda Renzi per step child adoption non ci è dato sapere.
Insomma sul neo segretario aleggia una sinistra ambiguità. O dovremmo meglio dire timidezza.

Se il Pd tace sui valori etici (auguri per il nuovo anno)

28 Dic

Poi ci si meraviglia che gli elettori perdano la pazienza (la spiegazione  in calce a questo articolo).

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Se il Pd tace sui valori etici

Uno studioso americano, Richard Florida, sostiene, cifre alla mano, che tecnologia, talento e tolleranza (le tre T) sono fattori di sviluppo egualmente importanti. Le città più tolleranti, quelle più aperte alle diversità familiari e sessuali, sarebbero secondo le ricerche dello studioso americano, non solo le più dinamiche, ma anche quelle più «family-friendly» e «child-friendly».

Come dire che non c’ è contraddizione tra politiche a sostegno delle famiglie tradizionali e il riconoscimento dei diritti delle unioni omosessuali. Ho trovato questa citazione delle ricerche di Richard Florida in una lettera con la quale Walter Veltroni rispondeva a Paola Concia e Andrea Benedino, due esponenti del Gayleft che gli chiedevano di precisare gli impegni del Partito democratico nei confronti del loro movimento. Lo scambio di lettere, che risale a poche settimane fa, conferma la posizione già espressa da Veltroni nel discorso al Lingotto, a favore del «pieno riconoscimento, come in tutte le altre grandi democrazie, dei diritti delle persone che si amano e convivono».

E tuttavia, nel corso della campagna per le primarie che ha contrassegnato le passate settimane e che ha portato allo straordinario esito di domenica scorsa, si è parlato assai poco di quelle questioni che ormai vengono definite «eticamente sensibili». Si è avuta, anzi, l’ impressione che questi venissero considerati problemi troppo controversi, pericolosi e dunque da evitare. Ora, tuttavia, a primarie concluse e alla vigilia dell’ Assemblea Costituente prevista per sabato prossimo a Milano non sarà più possibile seguire questa linea di prudenza o reticenza. La stessa Assemblea, per quanto ne sappiamo, sarà chiamata, nelle forme che lì saranno decise, a elaborare uno Statuto del nuovo partito e a preparare una sua Carta dei Valori.

Non sarà possibile, in quella sede, ignorare o sottovalutare i nuovi diritti civili, e dunque i problemi generalmente definiti «eticamente sensibili». È ancora aperta, ad esempio, di fronte al Senato, la regolamentazione delle convivenze tra coppie etero ed omosessuali, (giunta con i cosiddetti Dico ad un primo anche se controverso approdo). Di fronte al Senato è altrettanto aperta la questione del cosiddetto «testamento biologico», riproposto dalla recente sentenza della Corte di Cassazione con la quale si invita il tribunale di merito a riesaminare la dolorosa questione di Eluana Englaro, la giovane che giace da quindici anni in coma irreversibile. Ma altri problemi «eticamente sensibili» si proporranno nei prossimi mesi al dibattito della pubblica opinione e ai nostri parlamentari (sempre che l’ attuale legislatura non conosca una fine prematura). Citiamo tra quelli ancora aperti, la necessaria revisione della legge 40 sulla fecondazione assistita, già richiesta nel marzo di quest’ anno anche da un gruppo di senatori della Casa delle Libertà e contraddetta da una limpida sentenza del Tribunale di Cagliari che ha consentito a una coppia il ricorso alla diagnosi preimpianto degli embrioni.

Alla prudenza di cui finora hanno dato prova i contraenti del patto che ha portato alla formazione del Partito democratico, corrisponde un crescente interesse e puntuale intervento delle autorità ecclesiastiche su problemi di grande spessore politico e sociale. Ultimo in ordine di tempo il messaggio che Papa Ratzinger ha inviato venerdì scorso ai partecipanti alle Settimane sociali di Pisa, per denunciare lo scandalo del lavoro precario, che impedisce ai giovani, di crearsi un futuro e costruirsi una loro famiglia. Il messaggio è stato salutato con entusiasmo dagli esponenti della cosiddetta «sinistra radicale» che hanno promosso la importante manifestazione di Roma contro il precariato e contro il cosiddetto «protocollo sul welfare», già concordato dal governo e dai sindacati e approvato da un referendum al quale avevano partecipato più di 5 milioni di lavoratori. Il Pontefice, che evidentemente può ignorare le cosiddette «compatibilità» che ossessionano il presidente del Consiglio e il suo ministro delle Finanze chiede di più. E gli organizzatori della manifestazione di sabato hanno salutato con legittimo entusiasmo il messaggio. «Con questo Papa» commentava Franco Giordano, segretario di Rifondazione Comunista «ci può essere un terreno unitario perché la sua è una critica al capitalismo»

Il presidente della Cei, monsignor Bagnasco, ha voluto tuttavia specificare che il messaggio del Pontefice va inteso e assunto nella sua totalità. Con quel messaggio, ha affermato, «la Chiesa ribadisce il diritto al lavoro stabile sicuro e dignitoso, come premessa alla formazione di una famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. Vita e matrimonio» ha insistito il presidente della Cei «sono valori non negoziabili, ovvero non riconducibili al processo di secolarizzazione e relativizzazione. Su questo la parola dei pastori sarà sempre una parola chiara, ferma e rispettosa».

Vita e matrimonio valori «non negoziabili»: non si parli più dunque, di regolarizzazione delle convivenze tra omosessuali, non si parli più della possibilità di rivedere la legge sulla fecondazione assistita, non si parli più del destino della povera Eluana Englaro e del diritto di ognuno di noi di disporre della propria «fine vita». Ancora una volta Papa Ratzinger ci ricorda che la Chiesa e solo la Chiesa è la depositaria della verità e dell’ etica.

A ben vedere dunque il Pontefice, con il suo messaggio sulla dignità del lavoro e contro il lavoro precario propone uno scambio: la Chiesa è disponibile a sostenere i diritti sociali dei lavoratori, a schierarsi dalla loro parte a condizione che questi rinuncino a battersi per il riconoscimento e l’ allargamento dei cosiddetti diritti civili. Un silenzioso, mai codificato scambio di questo tipo ebbe luogo nel nostro paese per un lungo periodo del secolo scorso. Ma quella fase si è chiusa molto tempo fa, con l’ approvazione della legge sul divorzio, l’ esplodere del movimento femminista, e, insieme, il venir meno della vecchia organizzazione del lavoro in fabbrica. Siamo entrati da tempo anche nel nostro paese in una nuova fase, contrassegnata dall’ emergere di nuovi bisogni non più riconducibili alla propria condizione sociale. Per questo, ormai diritti civili e diritti sociali non possono essere considerati in contrapposizione né classificati in ordine di priorità. Né può essere accettato lo scambio che ci propongono Papa Ratzinger e il cardinal Bagnasco.

Miriam Mafai – 24 0ttobre 2007 – La Repubblica

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Dunque sono passati più di sei anni da quando la mai abbastanza compianta Miriam Mafai dava per urgenti queste innovazioni nella vita degli italiani. I matrimoni omposessuali, la fecondazione assistita, il testamento biologico, la regolamentazione del precariato, cui si sono aggiunte altre questioni di non minore importanza come l’omogenitorialità e la legge elettorale, per non parlare poi di una legge veramente efficace contro la corruzione e di tutte le altre vitali necessità di cui questo Paese abbisogna per definirsi una ‘democrazia avanzata’: su tutto questo siamo in ritardo (e lo eravamo già allora) di almeno sei anni.
Oggi, per di più, abbiamo anche la presenza di un Papa che ha ben altro atteggiamento rispetto al suo predecessore e manca quindi quella scusa che ha consentito a un Parlamento invischiato nei propri interessi e incapacità di ritardare ogni intervento
in tal senso.
Alla vigilia del nuovo anno, l’augurio è che il Pd sappia ritrovare quella strada che aveva indicato nel discorso del Lingotto e affascinato i suoi elettori.

Omofobia: più di un crimine

26 Mag

Davide Tancredi, 17 anni e gay, ha scritto una lettera apparsa ieri su Repubblica. Da anni si discute in Italia su una legge contro l’omofobia e i governi succedutisi non hanno dimostrato una particolare attenzione a questa tragedia sociale, nonostante molte inchieste e sondaggi abbiano provato ancora una volta che l’opinione pubblica e il Paese – come avvenne a suo tempo per il divorzio e l’aborto – siano molto più avanti della nostra classe politica. Anche per quanto al resto del mondo, d’altra parte, i rapporti di Amnesty International e dell’International Lesbian and Gay Association forniscono un quadro ben più avanzato del nostro.
Oggi, sempre su Rapubblica, il Presidente della Camera
Laura Boldrini risponde a Davide. E’ una bella e nobile lettera che vale la pena di leggere per intero.

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Caro Davide,

questa lettera te l’avrei scritta comunque, anche se non fossi presidente della Camera. Ho una figlia poco più grande di te, e t’avrei scritto come madre, turbata nel profondo dal tuo grido d’allarme, dalla solitudine in cui vivi, dal peso schiacciante che devi sopportare perché “non a tutti è data la fortuna di nascere eterosessuali”. Scrivo a te per stabilire un contatto, e sento il dolore di non poter più fare lo stesso con una ragazza di cui stanno parlando in queste ore i giornali. La storia di Carolina fa male al cuore e alla coscienza: ha deciso di farla finita, a 14 anni, per sottrarsi alle umiliazioni che un gruppo di piccoli maschi le aveva inflitto per settimane sui social media. E consola davvero troppo poco apprendere che ora questi ragazzini dovranno rispondere alla giustizia della loro ferocia.

Vi metto insieme, Davide, perché tu e Carolina parlate a noi genitori e ad un Paese che troppo spesso non sa ascoltare. Tu lo hai fatto, per fortuna, con le parole affilate della tua lettera. Lei lo ha fatto saltando giù dal terzo piano. Ma descrivete entrambi una società che non sa proteggere i suoi figli. Non sa proteggerli perché oppressa dal conformismo, incapace di concepire la diversità come una ricchezza per tutti e disorientata di fronte ai cambiamenti. Una società in cui – ancora nel 2013, incredibilmente – tu sei costretto a ricordare che “noi non siamo demoni, né siamo stati toccati dal Demonio mentre eravamo in fasce”. A te sono bastati i tuoi pochi anni per capire che “non c’è nessun orrore ad essere quello che si è, il vero difetto è vivere fingendosi diversi”. Una società che non sa proteggere i suoi ragazzi dalle violenze, vecchie e insieme nuove, come quella che ha piegato Carolina: lo squallido bullismo maschile antico di secoli, che oggi si ammanta di modernità tecnologica e con due semplici click può devastare la vita di una ragazza in modo cento volte più tremendo di quanto sapessero fare un tempo, quando io avevo la tua età, i più grevi pettegolezzi di paese.

Ti ringrazio, Davide, perché hai avuto il coraggio di chiamarci in causa, di mettere noi adulti di fronte alle nostre responsabilità. Le mie sono sì quelle di madre, ma ora soprattutto di rappresentante delle istituzioni. E ti assicuro che le tue parole ce le ricorderemo: non finiranno impastate nel tritacarne quotidiano, che ci fa sussultare di emozione per qualche minuto, e poi ci riconsegna all’indifferenza. Il compito del nostro Parlamento lo hai descritto bene tu, che pure hai molti anni in meno dell’età richiesta per entrarci: “Un Paese che si dice civile non può abbandonare dei pezzi di sé. Non può permettersi di vivere senza una legge contro l’omofobia, un male che spinge molti ragazzi a togliersi la vita”. L’altro giorno, in un incontro pubblico contro la discriminazione sessuale, ho sentito ricordare il ragazzo che amava portare i pantaloni rosa, e che oggi non c’è più. A lui, a te, le nostre Camere devono questo atto di civiltà, e spero davvero che la legislatura appena iniziata possa presto sdebitarsi con voi.

Così come ritengo che sia urgente trovare il modo per crescere insieme nell’uso dei nuovi media. Le loro potenzialità sono straordinarie, possono essere e spesso sono poderosi strumenti di libertà, di emancipazione, di arricchimento culturale, di socializzazione. Ma se qualcuno li usa per far male, per sfregiare, per violentare, non possiamo chiudere gli occhi. Il problema, in questo caso, non è quello di varare nuove leggi: gli strumenti per perseguire i reati ci sono e vanno usati anche incrementando, se necessario, la cooperazione tra Stati. Ma sarebbe ipocrita non vedere la grande questione culturale che storie drammatiche come quella di Carolina ci pongono: i nostri ragazzi, al di là della loro invidiabile abilità tecnologica, fino a che punto sono consapevoli dei danni di un uso distorto dei social media? E noi adulti – le famiglie e la scuola – siamo in grado di portare dei contributi per una gestione più responsabile di questi strumenti? Vorrei che ne ragionassimo anche nei luoghi istituzionali della politica.

Hai chiesto di essere ascoltato, Davide. Se ti va, mi farebbe piacere incontrarti nei prossimi giorni alla Camera, per parlare di quello che stiamo cercando di fare. A Carolina non posso dirlo, purtroppo, ma vorrei egualmente conoscere i suoi familiari. Per condividere un po’ della loro sofferenza, e perché altre famiglie la possano evitare.

Laura Boldrini
26 maggio 2013

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