Tag Archives: Salvini

Come i ‘bravi’ di don Rodrigo

6 Gen

Ecco cosa ho pensato quando alcuni sconosciuti hanno affrontato un giovane, Jacopo Valsecchi, durante il comizio di Salvini a piazza del Popolo, strattonandolo e trascinandolo fino al presidio della polizia. Il fatto è stato raccontato nel video andato in onda a Propaganda Live e Diego Bianchi ne parla anche nella sua consueta rubrica sul Venerdì di Repubblica.

Cosa aveva combinato il facinoroso Valsecchi? Quale crimine si apprestava a compiere? Quale messaggio sedizioso intendeva diffondere? Mi tremano le mani mentre lo scrivo: si aggirava nella piazza con un cartello con su scritto “Ama il prossimo tuo“. Di qui l’intervento degli sconosciuti. Chi erano? Fanatici di un’altra fede religiosa? Hooligans? Guardaspalle di Salvini che volevano evitare che il pubblico si distraesse? Non è dato saperlo, non essendosi qualificati – secondo quanto riferito – e non avendoli identificati i poliziotti cui Valsecchi è stato consegnato e che lo hanno rilasciato dopo averlo identificato (non si sa mai). Il pericoloso cartello era stato intanto sequestrato e, immagino, distrutto.

Data l’inconsistenza del fatto in sè, a me i tizi hanno fatto venire in mente i ‘bravi’ di manzoniana memoria, quei prepotenti latori di messaggi per conto di un piccolo despota. E mi hanno anche fatto pensare che nella nostra Repubblica va sempre più assottigliandosi il confine tra la libertà di pensiero e il volere dei potenti, mentre lo Stato di polizia si profila in un orizzonte sempre più fosco.

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Io sto con/NON sto con Fredy

2 Dic

Io sto con Fredy, che ha ucciso il ladro che si era introdotto nel suo negozio, nella sua angoscia per aver spento una giovane vita. Nessuno ha il diritto di farlo. Capisco il suo tormento, e gli sono idealmente vicino.

Io NON sto con Fredy se invece pensa di aver agito per il meglio, che altro non poteva fare, che  ha il supporto e il plauso di chi crede che per difendere la proprietà sia normale uccidere .

Io NON sto con chi dovrebbe tutelare i cittadini, offrirgli sicurezza, assicurargli protezione e al contrario li invita ad armarsi e farsi giustizia da soli, con chi incita – sia pur indirettamente – alla violenza: non sto e non posso stare con  chi invece di lavorare per l’ordine ci conduce  incoscientemente verso la barbarie. Non è il mio ministro dell’Interno e se continua così sarà presto il ministro del Terrore. Non abbiamo futuro, lo Stato non ha futuro, se implicitamente ammette la sua incapacità. Abbiamo diritto al rispetto della giustizia, non vogliamo giustizieri.

#IoNONstoconSalvini

De Masi su Il Manifesto: il giorno più nero della sinistra

14 Mag

Su il Manifesto dell’11 maggio è uscita questa intervista di Daniela Preziosi a Domenico De Masi. Condivido e la pubblico integralmente.
N.B. Il neretto nelle risposte è mio.
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L’altolà del sociologo: «La Lega si mangerà i 5 stelle. Serve un’opposizione militante, Pd ed ex la smettano di litigare. I soldi per le promesse non ci sono. Faranno scelte simboliche a costo zero: liberalizzazione delle armi, stretta su immigrati e richiedenti asilo. Cambieranno la nostra antropologia»

«È il giorno più nero per la sinistra italiana. In Italia inizia il governo di destra più a destra dal ’46. E io ho ottant’anni: sono nato sotto il fascismo nel ’38 e morirò in un’Italia di destra, ma “destra destra”». Domenico De Masi sorride, ma è serio. Sociologo del lavoro, è stato uno degli studiosi più ’aperturisti’ verso i 5 stelle, per i quali ha condotto anche una ricerca. Oggi però la musica cambia, spiega. Virano a destra. «Marx distingueva la classe in sé e la classe per sé. I 5 stelle hanno una doppia composizione, sociologicamente omogenea ma ideologicamente molto divisa. La loro base sociale è stata analizzata dall’Istituto Cattaneo: il 45 per cento è di di sinistra, il 25 di destra, il 30 fluttuante. Ha votato per loro il 37 per cento degli insegnanti, il 37 degli operai, il 38 dei disoccupati e il 41 dei dipendenti della pubblica amministrazione. Li ha votati un iscritto della Cgil su tre e 2milioni di ex elettori del Pd».

Insomma una base sociale di sinistra.

Attenzione a quello che dice Marx. Era la base della sinistra a cui però i partiti pedagogicamente insegnavano ad avere una coscienza di sinistra, un’anima e una coscienza di sinistra. Ma ora i partiti la pedagogia non la fanno più. I 5 stelle hanno la base più vicina a quella che aveva il Pci di Berlinguer. Ma manca Berlinguer. E Gramsci.

C’è Renzi.

Se il Pd avesse accettato il governo con loro gli sarebbe stato facile riconquistare la propria base. Oggi Salvini può fare l’opposto: attrarre gli elettori di destra dei 5 stelle. Nel 2013 la base sociale del Pd era ancora simile. L’operazione di Renzi è stata quella di cambiare la base sociale del suo partito. Un’operazione riuscita, ma suicida.

Ma se ci sono tutti questi elettori di sinistra nei 5 stelle, perché si sono rivoltati all’idea di accordo con il Pd?

Non si sono rivoltati loro, si sono rivoltati quegli altri.

Adesso questi elettori come reagiranno all’accordo con la Lega?

Ora questo gruppo è sconcertato, sperava in una democratizzazione dei 5 stelle, non in una destrizzazione. Non credo che M5S abbia la forza di traghettarli a destra. Questi due milioni di voti sono usciti dal Pd da sinistra del Pd. Ora sono in libera uscita. Ma non c’è una sinistra in cui rientrare.

Può succedere invece che il governo giallo-verde faccia dei provvedimenti popolari, come investire soldi sulle pensioni. La sinistra sarebbe costretta ad apprezzare.

Il problema sono i soldi.Le priorità di Salvini e quelle di Di Maio sono diverse. A Di Maio al sud serve un generoso reddito di cittadinanza. Salvini sarà disposto a una via di mezzo. Ma di una cosa sono certo: prima faranno provvedimenti a costo zero ma altamente simbolici. Liberalizzeranno il porto d’armi per la legittima difesa, un provvedimento che violenta la cultura italiana. Aumenteranno i controlli sugli immigrati, ridurranno gli aiuti ai richiedenti asilo, che già oggi stanno in campi di concentramento orribili. Insomma con cose così rischiano di modificare la nostra struttura antropologica.

Crede che non troveranno le risorse per cambiare la legge Fornero?

Potrebbe essere che fanno un ritocco alla legge ma nel frattempo cambiano tutti i quadri Rai, e questo piccolo ritocco diventa una grande conquista.

C’è stata una luna di miele fra 5Stelle e sinistra radicale. Anche lei ha dato loro molto credito. Sebbene non poche cose, per esempio l’uso della piattaforma Rousseau consigliavano prudenza. Ora lei ha cambiato idea?

Faccio una premessa. Sono stato a Ivrea, invitato da loro (alla kermesse in ricordo di Gianroberto Casaleggio, ndr). In quell’occasione ho potuto capire bene questa piattaforma, che mi hanno fatto studiare per due giorni. La piattaforma ha otto filoni e uno di questo, per esempio, serve ai consiglieri comunali come formazione e-learning per sapere, di un dato argomento, quali leggi esistono a che punto sono gli altri comuni eccetera. Una cosa da pionieri che tutti gli copieranno presto. Comunque il grande elettore dei 5 stelle è stato Renzi, e lo dico io che avevo nel Pd il mio partito di riferimento. Liberisti non siamo, e invece ci siamo ritrovati un Pd neoliberista. Un Pd che ha maltrattato per esempio gran parte del costituzionalismo italiano. Il mio contatto con i 5 stelle è stato di natura professionale, ma comunque mi consentiva di intrufolarmi in questo movimento: un sociologo non può non essere intrigato da un fenomeno così. Ho visto che nel M5S c’è un’anima di sinistra e una di destra. Di qui il tentativo di aiutare, nel mio piccolo, quest’incontro fra 5 stelle e Pd. Poteva nascere la più bella socialdemocrazia del Mediterraneo, una colonizzazione intellettuale dei 5 stelle. Oppure si può creare il governo più di destra della storia dell’Italia repubblicana e quello più a destra della Ue. In due anni Salvini si mangerà i 5 stelle.

Lei crede che si apra un ciclo lungo della destra?

Ma certo. Intanto è un governo che avrà un sacco di aiuti. Parliamoci chiaro: a tifare Lega-5 stelle sono stati quasi tutti, il Corriere, Repubblica, la Confindustria diceva «fate presto», le centrali mediatiche hanno dato ordine alle tv di dire che comunque ci voleva subito un governo, e cioè quel governo, visto che il Pd era indisponibile.

Qual è il destino dei 5 stelle dopo questa svolta?

La Lega se li mangerà. Gli elettori più a destra passeranno con Salvini. Quelli di sinistra tenderanno alla fuga. Da oggi serve un’opposizione militante. Lo dico chiaro, nessuno pensi neanche lontanamente che voglio una delle duecento cariche che ora verranno distribuite da loro. No, serve un’opposizione vera. Ma senza riferimenti è impossibile. Poco fa ero in una trasmissione. In una giornata come questa, il giorno più nero della sinistra, mentre nasce il governo più a destra d’Europa, l’esponente del Pd e quello di Mdp che facevano? Litigavano fra loro.

 

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Renzi e le responsabilità

3 Giu

Queste elezioni scandiscono una verità inoppugnabile: il progetto di Renzi  di captare il voti della destra illuminata (più o meno) tagliando nettamente le radici con la  sinistra, è perdente. Per garantire quell’elettorato Renzi scelse la contrapposizione frontale con la sinistra del Pd e non solo: con tutto quello rappresentato dai vessilli irrinunciabili di questa parte dell’Italia, primi fra tutti i diritti del lavoro, la Costituzione, la scuola di Stato. Si è così alienato anche coloro che gli avevano temporaneamente affidato la loro fiducia un anno fa e tra questi i più esigenti sulla legalità, sulla trasparenza, sulla laicità, scandalizzati dal sostegno a candidati quantomeno discutibili.

I patetici sicofanti del Pd come la Serracchiani e il compagno di Playstation Orfini che parlano di vittoria ricordando il Pd che guida 17 regioni (ma dimenticano di dire quante di queste prima di Renzi e anche chi le ha vinte: Chiamparino, per fare solo un esempio), hanno i numeri sotto gli occhi?
1.811.346  Regionali 2015
4.264.691 Europee 2014
2.611.377  Politiche 2013
2.684,120 Regionali 2010
Il risultato ha quindi clamorosamente contraddetto il 41% delle europee: l’elettorato del Nord – quello dei ceti produttivi e del  voto d’opinione – ha lasciato il Pd per i 5 stelle o addirittura astenendosi. Chissà se l’ufficio studi di Renzi lo ha informato che ai due milioni di voti persi in un solo anno nelle sette regioni in cui si è votato ne corrispondono 5 e mezzo proiettati sul piano nazionale. L’ombra dell’Italicum-Porcellinum si allunga pertanto minacciosa sulle prossime elezioni nazionali, mostrando chiaramente i rischi di una legge elettorale impapocchiata e basata su certezze tutt’altro che consistenti, come Salvini e i 5 stelle hanno dimostrato.

Queste elezioni hanno anche chiarito altri punti. Che il partito della Nazione non esiste (o perlomeno che è ben al di là da venire); che l’elettorato respinge i compromessi e apprezza posizioni nette e coerenti: la crescita della Lega e la tenuta (tutto sommato) di Grillo ne sono la dimostrazione. Che candidati fedeli ma fragili (Moretti e Paita) non hanno neanche l’ombra dell’appeal necessario per le sfide proposte. Vale la pena di sottolineare come in Liguria si sia fatto di tutto per allontanare Cofferati e ridicolizzare poi Pastorino (ricordate le percentuali da prefisso telefonico?), quello stesso Pastorino cui oggi si tenta – rischiando il ridicolo – di imputare la sconfitta. E appare anche come l’astensionismo, un segnale colpevolmente inascoltato da tempo, sia diventato la scelta prioritaria di chi non si riconosce più nei partiti, mentre questo è il primo bacino di consensi cui il Pd deve tornare a rivolgersi, invece di inseguire il miraggio dei voti della destra.

Questo era stato affermato da molti e oggi pare ben più che verosimile, come riconosciuto anche dai maggiori commentatori:

Marco Damilano : “l risultato di questa notte riporta il Pd nei suoi confini. Non sfonda fuori dal suo bacino elettorale, anzi, sembra arretrare. Perde in Liguria, si ferma sotto la Lanterna, sulle sponde del Bisagno, oggi che fa caldo una bava d’acqua, in autunno torrente killer, dopo una serie incredibili di errori. Perde il vecchio Pd di Claudio Burlando, dominus per dieci anni e più del partito ligure, consociativo e immobilista. Ma perde anche il nuovo Pd targato Renzi, respinto da una parte di elettorato di sinistra che vota un altro candidato, anche il buon Luca Pastorino, non certo il carismatico Sergio Cofferati, pur di non appoggiare il partito. Il vecchio e il nuovo Pd si erano incontrati nella figura di Raffaella Paita, rigettata come troppo legata al vecchio da una parte di elettorato e come troppo renziana per un altro pezzo.
Per mesi Renzi ha messo nel conto l’ipotesi di veder nascere qualcosa alla sua sinistra. Lo aveva detto alla Leopolda nel mezzo dello scontro più duro, con la Cgil e con la minoranza del Pd sull’articolo 18: qualcosa di nuovo a sinistra nascerà. E io, il mio Pd, sottintendeva, lo sconfiggerà. Il progetto del Pd di Renzi è tutto qui. Perdere la vecchia sinistra per guadagnare altri pezzi di elettorato. Berlusconiani in fuga da Arcore. Elettori barricati nell’astensione. Giovani che hanno votato Movimento 5 Stelle, cui Renzi ha promesso una rivoluzione appena più dolce di un vaffa, ma forse più brutale”.

Massimo Gramellini (titolo illuminante: IncoeRenzi): “Molti penseranno che domenica Renzi abbia perso l’aura di invincibile perché è stato troppo Renzi. A me invece sembra che lo sia stato troppo poco. La sua è stata una sconfitta più narrativa che politica. A essere andato in crisi è il racconto con cui l’anno scorso aveva sedotto un Paese stufo dei soliti riti e delle solite facce. Quel racconto prometteva di sostituire i mandarini del Pd con una leva di giovani amministratori locali come lui. Il partito della Nazione, capace di prendere voti a destra e a sinistra, doveva essere il partito dei sindaci. Innovativi, pragmatici, conosciuti e apprezzati sul territorio. Ma, arrivato al potere, il sindaco Renzi ha rinunciato a coltivare i suoi omologhi, riducendo il governo e l’Italia a un gigantesco programma televisivo di cui si considera il presentatore unico, tutt’al più affiancato da una collaboratrice preparata e accudente. Il guaio è che, anziché un Renzi o una Boschi, nelle urne i liguri si sono ritrovati Raffaella Paita, il prolungamento scolorito del governatore uscente. E i veneti la debolissima Moretti, al cui confronto il leghista Zaia sembrava Metternich. Mentre i candidati che hanno vinto – Rossi, Emiliano e il chiacchierato De Luca in Campania – non sono stati scelti dal premier, il quale li ha subiti come un male necessario.
Renzi si sente Messi, ma per tenere l’Italia dovrà diventare Guardiola, uno scopritore e coordinatore di talenti. Il mito dell’uomo solo al comando funziona soltanto finché comanda appoggiandosi ai migliori. Se rinuncia a farlo, il mito svanisce e rimane l’uomo. Solo”.

Ma trovo che il commento migliore sia senza dubbio quello di Ezio Mauro, che non dimentica le reponsabilità della sinistra del Pd:

“Col voto delle europee, con la debolezza degli avversari, con il credito renziano per il cambiamento, il Pd poteva profilarsi non solo come il partito di maggioranza relativa ma come la spina dorsale del sistema politico-istituzionale. E infatti il capolavoro dell’elezione di Sergio Mattarella aveva confermato il Pd nel ruolo di player centrale e indiscusso. Invece di capitalizzare questo risultato, con un patto interno al partito per affrontare una stagione forte di riforme condivise in Italia e in Europa, si è disperso un patrimonio politico, gettando al vento un’opportunità straordinaria. Ciò è avvenuto per una ragione ben più profonda del conflitto verticale tra Renzi e la sua sinistra, andato in scena pubblicamente ogni giorno. La ragione è culturale e sta racchiusa in una mancanza permanente e irriducibile di legittimazione reciproca. La minoranza considera Renzi un abusivo, non un Papa straniero ma il capo di un manipolo di invasori alieni, mentre è evidente che il premier ha legittimamente conquistato il partito così come legittimamente aveva perso le primarie contro Bersani. Questo atteggiamento porta al paradosso, per alcuni, di preferire una sconfitta del leader a una vittoria del partito. Dall’altro lato, Renzi in questi mesi ha diffidato più della sua sinistra interna che della destra berlusconiana, dimenticando che quella è una cultura e una classe dirigente fondatrice del Pd, dunque indispensabile alla sua storia, alle sue ragioni e al suo futuro. In realtà a ben guardare si contrappongono due logiche fortemente minoritarie: quella di una sinistra che fa gioco di interdizione invece di pensare in grande, nel campo aperto, parlando al Paese attraverso il Pd e aiutando-sfidando il premier con la forza delle idee del riformismo occidentale, non con il rimpiattino che trasforma ogni proposta del governo in una trincea d’opposizione; e quella del segretario del più grande partito italiano che incredibilmente si riduce a guidare solo la sua metà di stretta osservanza e si accontenta di comandarlo invece di rappresentarlo. Con il risultato di pensare a vincere più che a cambiare il Pd, soprattutto nel Mezzogiorno, dove si è lasciata marcire una situazione inconcepibile dal punto di vista della legittimità del capolista e della legalità di molti candidati impresentabili: favorendo infine la scomunica mai vista in Occidente di un capolista da parte della Commissione Antimafia a poche ore dal voto, con un’irritualità democratica che sa di guerriglia esportata dal partito alle istituzioni, come ha spiegato qui Roberto Saviano”.

E, più avanti così conclude:

“Se il partito della nazione vuol dire che l’albero e il fusto cresciuti saldamente nel campo della sinistra sanno prolungare le fronde fino al centro, allora è ciò che si aspettava da sempre, ciò che hanno fatto Mitterrand, Blair e anche Hollande parlando e convincendo ceti e interessi di centro in nome dell’identità risolta e sicura di una sinistra moderna, europea, occidentale, che vuole governare. Se invece il partito della nazione è il partito della sostituzione, con un trapianto centrista che soppianta i rami nati e cresciuti a sinistra, allora diventa un’altra cosa, e lascia sguarnita una parte rilevante e indispensabile del campo e di conseguenza del corpo elettorale, cambiando la natura dell’insieme. Le responsabilità del voto di domenica e della notte elettorale agitata del Pd sono di tutta una classe dirigente non all’altezza delle occasioni che la fase offriva, e che forse sono già svanite. Ma naturalmente la responsabilità maggiore sta al capo di quel partito, che ha oggi un enorme potere essendo anche capo del governo. Per continuare fino al 2018 c’è bisogno non solo del premier, ma anche del segretario del Pd, che spesso latita, e che invece deve imparare a usare lo strumento-partito nell’interesse del Paese”.

Applausi.

 

 

Contraddizioni

1 Mar

Ma come si sentiranno gli antifascisti della Lega con questa compagnia?

Roma, piazza del Popolo: Lega e fascisti a braccetto

Roma, piazza del Popolo: Lega e fascisti a braccetto

Makkox a Salvini: vediamo se ora capisci.

19 Feb

Apprezzo l’ottimismo e soprattutto la pazienza, ma ho scarse speranze.fiamme Salvini

Da Gazebo del 15 febbraio 2015  (da ringraziare sempre e comunque  🙂 )

Noi non gliel’auguriamo di certo….

20 Gen

,,,perché non siamo così cattivi….

…ma gli starebbe bene, no?  🙂

P.S. Con ancora un ‘grazie di esistere’ a Makkox (e anche al Post, ma parecchio dopo).

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