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Urgente: un vaccino contro la stupidità

11 Ago

Tra le innumerevoli testimonianze e dichiarazioni di medici, specialisti, ricercatori in favore dell’obbligo di vaccinazione trovo particolarmente significativa questa lettera della dottoressa Silvia Braccini pubblicata su Vanity Fair.
Indirettamente è la migliore risposta ai vaneggiamenti esternati qui dalla senatrice Taverna  e da tanti come lei. Una lettera che funge un po’ come un vaccino contro la stupidità.
 

«Cara Senatrice Taverna sono estremamente delusa come italiana, come cittadina e come medico, da quello che ha detto in materia di vaccini.

Ha reso questo Paese non più libero, ma oppresso dall’ignoranza e dalla cecità. Ogni anno milioni di volontari sanitari rischiano la vita in giro per il mondo per salvare migliaia di piccole vite da malattie che hanno decimato intere popolazioni. E noi, del mondo ricco e civile, torniamo indietro di mille anni contro ogni ragione.

I nostri bambini non sono bestiame. Sono solo bambini a cui garantiamo un futuro. Perché non proibiamo anche tutte le altre scoperte scientifiche che hanno cambiato la sopravvivenza dell’uomo moderno e che hanno comunque possibili complicanze?

Proibiamo tutte le chirurgie.
Proibiamo il vaccino anti Hpv contro i tumori della cervice uterina.
Proibiamo le coronarografie che ogni giorno salvano la vita a centinaia di persone colpite da infarto.
Proibiamo la trombolisi primaria per tutti i pazienti colpiti da ictus cerebrali.
Proibiamo le trasfusioni.
Proibiamo gli antibiotici.
Spegniamo la luce, torniamo nel Medioevo.

Ma non ci chieda poi, a noi medici, di fare miracoli. Non ci chieda di piangere la morte dei nostri bambini.
La piangiamo da oggi. La piangeremo domani. Impotenti davanti ad una «politica» che riduce a voti politici e a tweet la scienza.

Mi vergogno, onorevole.
Mi vergogno profondamente.
Mi vergogno di essere rappresentata da lei e chi pensa sia giusto non vaccinare.
Mi vergogno di stare in un paese in cui le decisioni sulla sanità e sicurezza pubblica, perché è di questo che si tratta, vengono prese da persone non preparate sulla materia, non adeguate nemmeno lontanamente a parlarne pubblicamente e criticamente.

Per fare il mio lavoro, il medico anestesista rianimatore, ci vogliono sei anni di università, uno di abilitazione statale e cinque di scuola di specializzazione. Ci occupiamo di vite. È normale. Doveroso. Importante. Per fare il suo lavoro da Senatrice, basta prendere voti. Parlare sui social. Avere fortuna. Essere nel momento giusto con le persone giuste e al posto giusto. E questo non è giusto. Perché voi per un voto condannate il nostro Paese al ritorno delle malattie che avremmo dovuto debellare.

Condannate bambini al rischio di non poter crescere. Condannate noi a guardare il vostro irresponsabile scempio con responsabile impotenza. È un mondo ingiusto il nostro, Senatrice. È un paese ingiusto il nostro. Ma soprattutto è ingiusto che chi come lei, accompagnata da cattivi consigli e ignoranza dovuta al suo non essere competente in immunologia e malattie infettive, non sarà costretta a vedere un bambino morire di morbillo. Lei non lo farà. Lei e i suoi colleghi politici amanti dei selfie, dei social, dei video mentre siete al lavoro, non li vedrete. E quando sarà il momento, darete la colpa a qualcun altro.

Dorma bene Senatrice, stanotte.
Dorma bene Senatrice, sempre.
Lo faccia anche per me. E per tutti i miei colleghi a cui ha tolto il sonno, la speranza, e la serenità.
Vorrei avere la sua ostentata sicurezza.
Vorrei poter credere ancora di poter fare il mio lavoro nel migliore dei modi in questo mio paese che non riconosco più e di cui mi vergogno.

Dorma bene, Senatrice.
E si ricordi sempre che il mio lavoro è un privilegio, e dovrebbe esserlo anche il suo».

Silvia Braccini, un medico

 

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elezioni Roma: #fateveneunaragione

20 Giu

Leggo su massimocomunemultiplo, il blog di Anna Maria Bianchi, un bellissimo commento dsulle elezioni. Mi piacerebbe averlo scritto: non avendolo fatto, lo metto a vostra disposizione. So che lo apprezzerete.
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massimocomunemultiplo

ponte della musica 17 giugno ore 19.58 ponte della musica 17 giugno ore 19.58 durante intervento Roberto Giachetti

(e rimbocchiamoci le maniche per la città)

Come  la fiaba di quel tale che parte per vendere la mucca al mercato e a forza di scambi al ribasso si ritrova con un uovo,  il Partito Democratico a Roma ha dissipato in poco tempo il suo consenso, passando dai  664.490 voti raccolti dal suo candidato Ignazio Marino al ballottaggio  del 2013, ai 376.935 del suo successore  Roberto Giachetti del 2016*. Tra le due date è successo di tutto, ma il Partito Democratico deve finalmente guardare in  faccia la realtà.

Basterebbe  guardare alcune  immagini dell’ultimo giorno di campagna elettorale per capire la profonda frattura tra il  Partito Democratico e la città. Una piazza strapiena a Ostia ad acclamare la candidata M5S Virginia Raggi, un gruppo di sostenitori di Roberto Giachetti che non riempiva neanche metà dello stretto Ponte della Musica.

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Gli emolumenti della giunta comunale vengono prima dell’assistenza ai disabili. Ma non si deve dire.

18 Apr

Succede a Bagheria, centro di poco più di 54 mila abitanti alle porte di Palermo. Un giornalista rende nota una bizzarra storia relativa all’aumento degli emolumenti della giunta e viene minacciato di querela dal sindaco e insultato dai suoi sostenitori politici.  tweet Borriello
Per salvare le disastrate casse del comune, nel settembre dello scorso anno il sindaco eletto a giugno, Patrizio Cinque del M5s, taglia tra l’altro il costo di 400mila euro annui per il servizio igienico-sanitario di supporto a 80 bambini e ragazzi disabili.  Dopo le proteste dei genitori vengono ripristinate 2 ore di servizio al giorno, inutili perché i familiari dei ragazzi sono comunque costretti a essere presenti nelle scuole per le restanti sei ore quando sorge la necessità di andare al bagno. Per ovviare al disagio alcune famiglie si rivolgono allora al Tar di Palermo, che il 10 dicembre (seconda sezione, ricorso n.3441) condanna il sindaco e il Comune a ripristinare il servizio così come era in origine, oltre al pagamento delle spese processuali (€ 250) e dando quindici giorni di tempo per tornare alla situazione originaria.
Tutto bene, dunque? Non esattamente. Nel frattempo la giunta di Bagheria aveva anche esaminato una sentenza del 2013 della Corte costituzionale che annullava un precedente decreto del 2011 emanato dal Presidente della Regione Sicilia con cui le indennità di carica erano state ridotte oltre il limite consentito: con la delibera n. 87 la giunta decide quindi di rimpinguare gli emolumenti a sindaco, assessori e consiglieri con 60mila euro in totale coperti da un aumento delle tasse locali. E quando avviene la delibera?  Il 30 dicembre,  cioè nello stesso giorno in cui scade il termine concesso da Tar per ripristinare il servizio di assistenza ai disabili. La protesta dei cittadini di Bagheria è immediata e alla fine di marzo il servizio di assistenza viene portato a 4 ore. Ovviamente il provvedimento viene considerato tuttavia ancora ampiamente insufficiente ed è nata proprio ieri la proposta di una petizione popolare da presentare al comune con lo scopo di garantire pari diritti e opportunità ad ogni persona, “poiché un diversamente abile, così come qualsiasi altro cittadino, deve potersi muovere e agire autonomamente per la città e comunicare liberamente”. Al primo punto, si chiede di dare immediata attuazione all’ordinanza del Tar, che ha sentenziato l’obbligatorietà per il comune del ripristino del servizio full time, tutti i giorni della settimana, per tutte le ore curriculari e per l’intera durata dell’anno scolastico.
Resta purtroppo agli atti la scomposta reazione del sindaco che ha minacciato su twitter di voler querelare chi ha reso nota la storia, scatenando di conseguenza le ire dei supporters del M5s nei suoi confronti. Come se non fosse un dovere dei giornalisti informare e un diritto dei cittadini essere informati.
C’è un’Italia che peggiora ogni giorno che passa.

I nani e il gigante

23 Gen

Leggetevi questa intervista a Rodotà pubblicata su Micromega e poi sappiatemi dire. In rapporto ai nani che credono di essere statisti, qui c’è un gigante.
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Rodotà: “Ripartiamo dal basso, senza la zavorra dei partiti”

“Chi pensa di ricostruire un soggetto di sinistra o socialmente insediato guardando a Sel, Rifondazione, Alba e minoranza Pd sbaglia. Lo dico senza iattanza, ma hanno perduto una capacità interpretativa e rappresentativa della società”. Il giurista non risparmia riflessioni, ragionamenti e giudizi, anche duri. Una conversazione che va dal suo ultimo libro “Solidarietà” al bisogno di una coalizione sociale nel Paese passando per il ruolo della magistratura e le elezioni in Grecia: “La vittoria di Syriza cambierebbe gli scenari europei”.

intervista a Stefano Rodotà di Giacomo Russo Spena

“Solidarietà” è il titolo del suo ultimo libro. Qual è, professor Rodotà, l’importanza di riaffermare tale concetto nel 2015?

E’ un antidoto per contrastare la crisi economica che, dati alla mano, ha aumentato la diseguaglianza sociale e diffuso la povertà. Una parola tutt’altro che logorata e storicamente legata al nobile concetto di fraternità e allo sviluppo in Europa dei “30 anni gloriosi” e del Welfare State. Poi il termine è stato accantonato e abbandonato. La solidarietà serve a individuare i fondamenti di un ordine giuridico: incarna, insieme ad altri principi del “costituzionalismo arricchito”, un’opportunità per porre le questioni sociali come temi non più ineludibili. La crisi del Welfare non può sancire la fine del bisogno di diritti sociali. Sono legato anche al sottotitolo del libro, “un’utopia necessaria”, la solidarietà va proiettata nel presente ed utilizzata come strumento di lavoro per il futuro: l’utopia necessaria è la visione.

Lei ha parlato di “costituzionalismo arricchito”. Quali sono le pratiche da cui ripartire per riaffermare i diritti sociali in tempo di crisi economica, privatizzazioni e smantellamento dello Stato Sociale?

Mutualismo, beni comuni, reddito di cittadinanza sono gli elementi innovativi e costitutivi di un nuovo Stato Sociale, almeno rispetto a quello che abbiamo conosciuto e costruito nel Novecento. Durante la Guerra Fredda, i sistemi di Welfare sono stati una vetrina dell’Occidente di fronte al mondo comunista, una funzione benefica volta ad umanizzare il capitalismo in risposta al blocco sovietico. Ragionare sulla solidarietà come principio significa riconoscerne la storicità ed oggi è necessario arricchire le prospettive del Welfare. Ad esempio il reddito, inteso in tutte le sue fasi legate alle condizioni materiali, significa investimenti ed è possibile solo grazie ad un patto generazionale e ad una logica solidaristica dell’impiego delle risorse.

Nel libro cita gli studi della sociologa Chiara Saraceno la quale si interroga sull’idea di Stato Sociale come bene comune. Qual è il suo giudizio?

Il discorso esamina la capacità ricostruttiva della solidarietà che è frutto di una logica di de-mercificazione di ciò che conduce al di là della natura di mercato: ristabilire la supremazia della politica sull’economia. Qual è stata la logica in questi anni? Avendo un tesoretto ridotto, sacrifichiamo i diritti sociali. Tale ragionamento va respinto al mittente. Quali sono i criteri per allocare tali fondi? Come li distribuiamo? Finanziamo la guerra e gli F35 o utilizziamo quei soldi contro lo smantellamento dello Stato Sociale? La scuola pubblica, come dice la nostra Carta, non va resa funzionale al diritto costituzionale all’istruzione? Invece si finanziano le scuole private…

E i famosi 80 euro del governo Renzi possono essere considerati come forma solidaristica e di Welfare?

No, manca l’intervento strutturale. La Cgil ha reso pubblici alcuni dati: con quei soldi si sarebbero potuti creare 4oomila posti di lavoro. Appena si è parlato del bonus per le neomamme, ho pensato fosse più utile stanziare quelle risorse per la costruzione degli asili nido. Solo un vero discorso sulla solidarietà ci consente di stilare una gerarchia che pone al primo posto i diritti fondamentali. E per questo la modifica dell’articolo 81 della Costituzione, nel quale è stato introdotto il pareggio di bilancio, è un duro colpo per la democrazia. Abbiamo posto fuori legge Keynes.

Altro punto dirimente: la prospettiva europeista. Sappiamo bene quanto le politiche di austerity siano dettate dalla Troika e le nostre democrazie siano ostaggio della finanza; come pensare la solidarietà fuori dai confini nazionali?

Dobbiamo guardare all’Europa, il discorso sulla solidarietà ha un senso esclusivamente se usciamo dalla logica nazionalista, altrimenti si impiglia. Solidarietà implica un’Europa solidale tra Stati con una politica comune e coi diritti sociali come fari. Con Jürgen Habermas dico che è un principio che può attenuare l’odio tra i Paesi debitori e quelli creditori. Persino Lucrezia Reichlin ha parlato di Syriza con benevolenza perché sta avendo il merito di riaprire una riflessione in Europa su alcuni temi non più rimandabili. L’austerity ha fallito ed aumentato le diseguaglianze. Fino a qualche mese fa, i difensori del rigore giustificavano l’enorme forbice tra redditi alti e minimi affermando di aver tolto migliaia di persone dalla soglia di povertà. La diseguaglianza come conseguenza del contrasto allo sfruttamento. Una tesi smentita dagli stessi eventi.

Spesso le viene rivolta la critica di pensare esclusivamente ai diritti dei cittadini ma mai ai doveri. Come replica all’accusa?

E’ una vecchissima discussione che si svolse già a Parigi nel 1789. E la Costituzione italiana ha legato diritti e doveri: l’art. 2 si apre col riconoscimento dei diritti delle persone ma poi afferma che tutti devono adempiere ai doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Il tema dei doveri viene sbandierato per chiedere sacrifici alle fasce più deboli mentre rimangono al riparo i soggetti privati forti e le istituzioni pubbliche. Vogliamo discutere dei doveri? Facciamolo senza ipocrisie. Ad esempio, si dovrebbe riaffermare l’obbligo di non esercitare l’iniziativa economica e la libera impresa in contrasto con sicurezza e dignità dei lavoratori. Tale strategia ha fallito e politicamente ha generato un’enorme crisi della rappresentanza: il rifiuto della Casta non sarebbe così forte se non ci fosse stato un ceto politico dipendente dal denaro pubblico.

Le elezioni in Grecia hanno assunto una valenza europea. La vittoria di Syriza e del suo leader Alexis Tsipras incutono paura alla finanza e ai poteri forti. Siamo davvero davanti ad un passaggio storico per invertire la rotta in Europa?

Il voto di domenica ha un’importanza enorme soprattutto dopo il deludente semestre italiano a guida Matteo Renzi. Il suo arrivo a Bruxelles aveva generato aspettative per le sue promesse di mettere in discussione gli assetti costituzionali europei. Nulla di tutto ciò, nessun negoziato, eppure non era così costoso intraprendere il discorso dell’“utopia necessaria” della riforma dei trattati. Tsipras può rappresentare la riapertura della fase costituente europea. È la mia speranza. Riapertura perché nel 1999 il Consiglio europeo di Colonia stabilisce la centralità della Carta dei diritti ma poi il processo si è chiuso nel ciclo dell’economia. Una vera e propria controriforma costituzionale. L’Unione europea oltre ad avere un deficit di democrazia ha un deficit di legittimità. Il deficit può essere recuperato attraverso i diritti fondamentali, ispirati alla dignità e alla solidarietà, e non al mercato. Altrimenti i rischi sono gravi, e non si parla di uscita dall’euro ma di deflagrazione dell’eurozona e di sviluppo di movimenti xenofobi ed antieuropei come quelli di Marine Le Pen e Matteo Salvini.

Se il semestre italiano non ha dato nessun segnale di discontinuità in Europa, quel che resta della sinistra nostrana guarda con ammirazione e speranza alla Grecia di Tsipras. È mai possibile la nascita di una “Syriza italiana” che unisca tutte le forze a sinistra del Pd?

In Italia siamo indietro e rischiamo di rifare alcuni errori. Mentre capisco la scelta del “papa straniero” Tsipras, non condivido l’idea di una “Syriza italiana”. È una forzatura. In Grecia Syriza ha raggiunto l’attuale consenso perché durante la crisi economica ha svolto un lavoro effettivo nel sociale dove ha garantito ai cittadini diritti e servizi grazie a pratiche di mutualismo: penso alle mense e alle cliniche popolari, alle farmacie e alle cooperative di disoccupati. In Italia la situazione è differente.

Oltre a Syriza, la Troika guarda con preoccupazione al repentino sviluppo di Podemos, il partito spagnolo che sta scuotendo la Spagna. Syriza e Podemos, seppur differenti sotto alcuni aspetti, sembrano le due forze capaci di trasformare gli assetti in Europa. Podemos rompe con tutti gli schemi classici della sinistra novecentesca e fa della Casta e dei banchieri un bersaglio politico. La sinistra italiana, per rinascere, non dovrebbe affrontare anche il tema della crisi della rappresentanza?

In questi anni c’è stata una drammatica deriva oligarchica e proprietaria dei partiti e la capacità rappresentativa è venuta meno anche per la consapevolezza che il potere decisionale fosse esterno alle sedi legittime e in mano a poche persone. La Corte Costituzionale ha emesso due importanti sentenze: una contro il Porcellum, decretando illegittima la legge elettorale in vigore, l’altra contro i soprusi del marchionnismo, stabilendo che non potesse essere esclusa la Fiom dagli stabilimenti. Lego queste due fondamentali sentenze perché entrambe pongono il problema della rappresentanza. E lo pongono nell’impresa e nella società cioè nel lavoro e nella politica, nei diritti sociali e in quelli civili. E’ un punto importante sul quale non abbiamo riflettuto abbastanza ed è la via per far recuperare legittimità alle istituzioni e alla politica.

Per sopperire alla crisi economica e politica nel Paese, il direttore di MicroMega Paolo Flores d’Arcais ha più volte insistito sulla necessità di dar vita a una forza “Giustizia e libertà”, un soggetto della società civile. Che ne pensa?

La sinistra italiana ha alle spalle due fallimenti: la lista Arcobaleno e Rivoluzione Civile di Ingroia. Due esperienze inopportune nate per mettere insieme i cespugli esistenti ed offrire una scialuppa a frammenti e a gruppi perdenti della sinistra. Chi pensa di ricostruire un soggetto di sinistra o socialmente insediato guardando a Sel, Rifondazione, Alba e minoranza Pd sbaglia. Lo dico senza iattanza, ma hanno perduto una capacità interpretativa e rappresentativa della società. Nulla di nuovo può nascere portandosi dietro queste zavorre. Rifondazione è un residuo di una storia, Sel ha avuto mille vicissitudini, la Lista Tsipras mi pare si sia dilaniata subito dopo il voto alle Europee. Ripeto: cercare di creare una nuova soggettività assemblando quel che c’è nel mondo propriamente politico secondo me è una via perdente. Bisogna partire da quel che definisco “coalizione sociale”. Mettere insieme le forze maggiormente vivaci ed attive: Fiom, Libera, Emergency – che ha creato ambulatori dal basso – movimenti per i beni comuni, reti civiche e associazionismo diffuso. Da qui, per ridisegnare il nodo della rappresentanza.

Il suo giudizio sui partiti esistenti è molto duro. Ma per una coalizione sociale non ci vuole tempo, addirittura anni?

Ci vuole pazienza e occorre ricostituire nel Paese un pensiero di sinistra. A livello istituzionale abbiamo assistito alla chiusura dei canali comunicativi tra politica e mondo della cultura, ciò si è palesato durante la riforma costituzionale. Come negli anni ’60-’70, per il cambiamento istituzionale, deve tornare la rielaborazione culturale. Il lavoro che ha svolto MicroMega in questi anni è prezioso e va continuato in tal senso. Insieme a Il Fatto sono le due testate che hanno tenuto dritta la barra. Ora vanno moltiplicate le iniziative, vanno connessi i soggetti sociali (anche attraverso la Rete) e va recuperato quel che c’è di produzione culturale operativa. Infine, tassello fondamentale: organizzazione. Tali processi non possono essere affidati semplicemente alla buona volontà delle persone.

In tutto questo, qual è il suo giudizio sul M5S? Il grillismo è in una crisi irreversibile?

Non so se i 5 stelle siano definitivamente perduti, di certo stanno perdendo molteplici chance. Il movimento ha deluso le aspettative: non ha ampliato spazi di democrazia, non ha inciso in Parlamento e in qualche modo ha accettato le logiche interne. Serpeggia una profonda delusione tra gli stessi elettori grillini. Mentre la vera novità è lo sviluppo di un’opposizione sociale al renzismo, l’embrione della coalizione sociale di cui parlavo prima.

Si riferisce alla mobilitazione autunnale contro il Jobs Act?

Renzi ha vinto senza combattere, non c’era nessuno sulla sua strada. Nessuno in grado di contrastarlo, nemmeno Giorgio Napolitano che secondo le mie valutazioni politiche aveva investito sul governo Letta. Ora si sta muovendo qualcosa: Susanna Camusso e Maurizio Landini si sono ritrovati per uno sciopero unitario. Persino la Uil è stata costretta a schierarsi. Si è rivitalizzato il sindacato. Il governo Renzi ha cancellato tutti i corpi intermedi e la Camusso, rendendosi conto dell’attacco subito, deve riconquistare il suo ruolo. Individuare soggetti sia rappresentativi che di opposizione sociale è un dato istituzionalmente interessante. Oltre ad essere un dato politico rilevante. Si è manifestata un’opposizione sociale.

Però siamo ben distanti dai 3 milioni portati in piazza da Sergio Cofferati in difesa dell’articolo 18, e la Cgil viene comunque da anni di politiche concertative…

Sono confronti impensabili, il tessuto del nostro Paese è stato logorato da mille fattori nell’ultimo decennio. Anche dalla crisi economica. Con l’impoverimento drammatico le frizioni e le condizioni di convivenza obbligata diventato più difficili. Una situazione conflittuale che va oltre alla “guerra tra poveri”. Le con¬di¬zioni mate¬riali della soli¬da¬rietà sem¬brano distrutte.

Coalizione sociale, primato della solidarietà e nuovo rapporto tra cultura e politica. Sono questi gli ingredienti necessari per ripartire?

Prima mettiamo in relazione i soggetti sociali, in primis il sindacato, con le reti civiche e strutturiamo un minimo di organizzazione, rilanciando l’attivismo dei cittadini. Da tempo propongo alcune riforme e modifiche dei regolamenti parlamentari per dare maggiore potere alle leggi di iniziativa popolare. Ad inizio legislatura, in concerto con il gruppo del Teatro Valle, abbiamo inviato ai parlamentari una serie di proposte su fine vita e reddito minimo garantito… non sono nemmeno arrivate in Aula. In questo momento nella democrazia di prossimità, quella dei Comuni, si diffondono pratiche virtuose, penso ai registri per le coppie di fatto, per il testamento biologico, ai riconoscimenti nei limiti possibili di diritti fondamentali delle persone. A Bologna si è proposto di cogestire alcuni beni e il nuovo statuto di Parma è pieno di esperienze simili. C’è una democrazia di prossimità che va presa in considerazione. Così come il ruolo della magistratura.

Come collegare la figura dei magistrati alle questioni sociali?

I partiti di massa erano i referenti delle domande sociali, le selezionavano e le portavano in Parlamento. Io c’ero, me lo ricordo. Questo non esiste più. Regna un modo autoritario di individuare le domande sociali e il vuoto politico è stato colmato dalla magistratura. La Consulta è intervenuta in questi anni su diritti civili, dal caso Englaro alla Fini Giovanardi sulle droghe o alla legge più ideologica, quella sulla fecondazione assistita. Poi le già citate sentenze su legge elettorale e conflitto Fiom-Fiat. Qui non c’è giustizialismo, ma il ruolo di una magistratura – attaccata e in trincea per difendersi dagli attacchi di Berlusconi e salvaguardare autonomia e indipendenza – che ha maturato una propria elaborazione culturale per fronteggiare emergenza politica e garantire la legalità costituzionale. L’aver individuato nella figura di Raffaele Cantone un soggetto politico ha un’importanza storica visto che in Italia la corruzione è ormai strutturale.

Lo dimostrano gli ultimi casi di cronaca, la criminalità organizzata si è fatta istituzione come abbiamo visto con lo scandalo di Mafia Capitale…
Prima si parlava solo di tre regioni in mano ai poteri criminali: Calabria, Sicilia, Campania. Quando qualcuno osò parlare, giustamente, di infiltrazioni mafiose al Nord, l’ex ministro Roberto Maroni pretese le scuse. Ora invece grazie ad una serie di inchieste (Ilda Boccassini, Giuseppe Pignatone) sappiamo che questo è un dato strutturale: i poteri criminali occupano il territorio non solo fisico ma ormai anche istituzionale. E la corruzione non passa solo per il denaro pubblico rubato ma come un meccanismo endemico dello Stato. Il giustizialismo assume un fattore centrale e qualsiasi tentativo di silenziare i magistrati va contrastato.

Un’ultima domanda, la questione della leadership. Chi vede a capo della coalizione sociale?

Bah, spesso si cita il nome di Landini ma mi astengo dal rispondere. Non è prioritaria la questione. È palese che oggi la coalizione sociale ha una sua maggiore evidenza perché la presenza del sindacato è il dato nuovo e accresce le responsabilità di Landini e della Fiom. L’importante è uscire dagli schemi classici e visti finora: non dobbiamo pensare al recupero dei perdenti dell’ultima fase o ai pezzetti ancora incerti (minoranza del Pd). Così non possiamo basare l’iniziativa sul M5S. Sarebbe un errore. I 5 stelle hanno una loro storia, vediamo che faranno in futuro e semmai una coalizione sociale riuscisse a rafforzarsi, capire come reagiranno. Questo è il punto.

(22 gennaio 2015)

 

Lettera a un amico in buona fede.

25 Mag

Caro amico mio,
non so se sia stato voluto oppure l’inconscio, ma nei tuoi non pochi riferimenti agli aspetti senza dubbio negativi dell’operato del Pd ho letto come un tentativo di distrarre l’opinione di chi ti segue, ti legge, ti ascolta, dal fatto inequivocabile che ha caratterizzato tutta la campagna elettorale dei 5 stelle (che invece tu voterai). Un aspetto nient’affatto trascurabile che ha ancora rafforzato – se possibile – la mia convinzione circa tutto il movimento e il suo leader: qualcosa che poteva davvero dare un contributo alla rinascita ideale del nostro Paese e che è invece fallito miseramente. Fin dal giorno che han messo piede in Parlamento i “rappresentanti del popolo” non hanno perso occasione per fare il contrario di quello che dovevano fare: invece di sostenere sacrosante battaglie e contribuire allo sviluppo di una nuova e sana coscienza nazionale, invece di condividere le pur rare occasioni di una lotta comune su temi anche a loro cari,  si sono schierati contro, sempre. Contro tutto e tutti, ottusi e ciechi.

Non diversamente Grillo si è comportato in questa occasione. Queste elezioni rappresentano una possibilità (una) per l’Europa di affrancarsi dai giochi di potere che l’hanno soggiogata finora. Una sinistra forte nel Parlamento europeo può confrontarsi finalmente con chi vuol mantenere lo statu quo per non iniziare il cammino che dovrebbe portare alla realizzazione del progetto che Spinelli vagheggiò nel suo confino di Ventotene, sessant’anni fa: gli Stati Uniti d’Europa. Una Federazione di stati con una Costituzione e un Parlamento in grado di legiferare sui grandi temi, dalla sanità alla sicurezza, dall’immigrazione alla corruzione. Questa Europa, e non altre, potrebbe trascinare la nostra recalcitrante Italia nel novero delle nazione civili e nel XXI secolo. In questa Europa i meschini e personali interessi di quelle (non poche purtroppo) squallide figure che si affollano nella politica italiana non troverebbero posto, il lavoro non sarebbe un miraggio, la giustizia sarebbe celere e certa, i deboli e gli ultimi avrebbero riconosciuti i loro diritti, i doveri di ognuno e il rispetto per l’altro sarebbero dogmi. Di converso, ostacolare o ritardare il processo evolutivo dell’Europa rende un favore inestimabile a chi questo non fa comodo.

Ma a “questa” nuova Europa il rabbioso e livido eloquio del leader stellato non ha fatto cenno. Impegnato a insultare, evocare fantasmi e terrore, aizzare la rabbia popolare, ha giocato tutta la sua partita sul piano nazionale, dirigendosi verso un confronto meramente locale. Per fare un rapporto, si è comportato come uno che si candidi al Parlamento ma berci sgangheratamente nei vicoli del quartiere lamentandosi delle buche nelle strade. Non è stata una delusione, me l’aspettavo. E’ invece una amara delusione constatare che persone intelligenti, con una solida cultura, che stimo, si siano lasciate trascinare e coinvolgere in questa insulsa polemica fino a farne quasi un credo personale. A Bruxelles il Movimento  si batterà contro l’euro: ma ha una pallida idea di cosa voglia dire? E’ tutta qui la sua missione? E davvero crede che così potrà portare benefici alla nostra disastrata Italia?

Sai, amico mio, qual è il paradosso? Il paradosso è che Grillo non poteva far di meglio per cominciare la sua autodemolizione. Questo è stato il suo errore fatale. Quando nei prossimi mesi gli elettori del Movimento, passata la sbornia adrenalinica delle elezioni, dovranno nuovamente confrontarsi coi loro quotidiani problemi ragioneranno con maggior freddezza e verrà nuovamente a galla la domanda fatidica: è davvero così che possiamo aiutare l’Italia? E il re sarà nudo.

 

Guai agli opinari.

27 Feb


Ancora una volta un grandissimo Makkox. Opino. 😀

Il tempo dell’inutile esasperazione

2 Feb

Il mio amico Claudio Lombardi riflette oggi su quello che appare il sentimento dominante. E temo che abbia ragione: è una strada che può solo portare tutti  noi verso una nera voragine.
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L’esasperazione domina nei toni, nelle parole, nei comportamenti. Viviamo un tempo in cui l’aggressività  si scatena con poco e ognuno si sente in diritto

via L’inutile esasperazione (di Claudio Lombardi).

Ma che cagata.

31 Gen

Non so come definire altrimenti questo commento.  Ho apprezzato e apprezzo l’impegno di Saverio Lodato nella sua battaglia contro la mafia, ho letto alcuni suoi libri, ammiro sinceramente il suo impegno civico.  Ma l’invettiva di oggi non mi appare che abbia un senso, se non quello di uno sfogo viscerale dove si miscelano cattivi esempi – alcuni ancora da dimostrare – e opinioni personali per tentare di dimostrare una tesi insostenibile.
Non ti senti rappresentato dal Presidente della Repubblica? Fatti tuoi. Ma da qui a presentare una denuncia per attentato alla Costituzione ce ne corre, hai voglia. E infatti andando a leggere il testo appare tutta la vacuità dell’azione proposta dal M5S.
Il risultato è che io stesso, pur non avendo apprezzato alcune mosse del Presidente, mi ritrovo schierato dalla sua parte contro questo attacco pretestuoso e provocatorio. Strano che non si capisca che tale genere di azioni fa svanire in un attimo quella sensazione di simpatia per i Cinquestelle che si può percepire quando venga presentata, inaspettatamente, una critica ragionata e obbiettiva.
Fa quasi pensare che abbia ragione chi afferma che si tratti solo di un atteggiamento nichilista e fine a sè stesso, senza alcuna sostanza. Una protesta ottusa che non porta da nessuna parte.

L’affitto dei palazzi della Camera (12 milioni l’anno) e il masochismo del PD

22 Dic

Sergio Rizzo sul Corriere riepiloga egregiamente la faccenda dell’affare che fece il costruttore Scarpellini una ventina d’anni fa, raccontando al contempo la bocciatura di un emendamento presentato dal M5S che potrebbe far risparmiare allo Stato qualche miliardo.  Ora, io non nutro certo molte simpatie per Grillo & c, ma se fanno una proposta intelligente (può capitare) non c’è una sola ragione al mondo per non accoglierla. E bocciarla senza remissione è masochismo politico. O peggio.

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Il caso – Soppresso in soli sei giorni l’emendamento del deputato del M5S Fraccaro.

Gli affitti intoccabili dei palazzi del potere
Il Senato cancella il recesso a tempo di record

Quindici anni fa la Camera stipulò senza gara una serie di contratti con la società Milano 90, che metteva a disposizione di Montecitorio quattro immobili

ROMA – «L’articolo 2-bis del decreto legge 15 ottobre 2013, n. 120, convertito, con modificazioni, dalla legge 13 dicembre 2013, n. 137, è soppresso». Chi ancora ha il coraggio di sostenere che il nostro sistema legislativo è lento e macchinoso si dovrà ricredere davanti a questo capolavoro di Palazzo Madama. Dove è stata cancellata al volo una norma che lo stesso Senato aveva approvato sorprendentemente soltanto sei giorni prima. La cosa era passata nel silenzio generale fra le pieghe di un provvedimento battezzato «manovrina», grazie a un emendamento presentato alla Camera dal deputato del Movimento 5 Stelle Riccardo Fraccaro. Testuale: «Le amministrazioni dello Stato, le Regioni e gli enti locali, nonché gli organi costituzionali nell’ambito della propria autonomia, hanno facoltà di recedere, entro il 31 dicembre 2014, dai contratti di locazione di immobili in corso alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto. Il termine di preavviso per l’esercizio del diritto di recesso è stabilito in trenta giorni, anche in deroga a eventuali clausole difformi previste dal contratto».
Una bomba. Con un bersaglio preciso, come dimostra il passaggio sugli «organi costituzionali»: i palazzi Marini, quegli stabili che ospitano gli uffici dei deputati, presi in affitto con il meccanismo del «global service» dall’immobiliarista e grande allevatore di cavalli Sergio Scarpellini, munifico elargitore di contributi liberali ai partiti di destra e sinistra. È un’operazione che ha origine alla fine degli anni Novanta quando la Camera, d’accordo centrosinistra e centrodestra, decise di stipulare senza gara una serie di contratti con la società Milano 90, che metteva a disposizione di Montecitorio quattro immobili e relativi servizi. A un prezzo, oltre 500 euro annui al metro quadrato, tale da ripagare abbondantemente i mutui bancari contratti dal privato per acquistare le mura. Fatto sta che la Camera avrebbe speso in 18 anni ben 444 milioni solo per i canoni d’affitto, senza ritrovarsi in tasca un solo mattone. Una vicenda divenuta ben presto l’emblema degli sprechi del Palazzo, contro cui si erano scagliati a ripetizione con interrogazioni e denunce pubbliche i radicali. Ma inutilmente. Come inutili si erano rivelati i mal di pancia avvertiti da molti parlamentari consapevoli dell’abnormità della storia. A tutti era stato risposto che non c’era niente da fare: i contratti andavano rispettati e amen. Dopo molti sforzi si era riusciti a disdettarne almeno uno.

E l’emendamento Fraccaro, divenuto legge il 13 dicembre scorso a Palazzo Madama con l’approvazione senza modifiche della «manovrina» uscita da Montecitorio, avrebbe fatto cadere tutti gli ostacoli per la rescissione degli altri tre, che pesano sulle casse pubbliche 26 milioni per i soli canoni. Se però il giovedì seguente non fosse stato recapitato in Senato nella leggina di conversione di un decreto sulle «misure finanziarie urgenti in favore di regioni ed enti locali», un provvidenziale emendamento che sopprime quella disposizione passata sempre al Senato il venerdì precedente. Modifica prontamente approvata dalla maggioranza senza battere ciglio: con qualche voto in più, sembra, rispetto a quelli prevedibili. La battaglia si sposta adesso alla Camera, dove Fraccaro riproporrà tale e quale la norma bocciata. Ma intanto il segnale arrivato dalle Larghe intese, per paradosso proprio mentre Matteo Renzi, il nuovo segretario del Pd loro principale azionista dichiara pubblicamente guerra ai costi della politica, si può interpretare in modo inequivocabile: gli affitti dei palazzi del potere non si toccano. Altra motivazione non ci sarebbe. E l’impronta digitale della maggioranza, del resto, è facilmente riconoscibile.

L’emendamento porta la firma della relatrice del provvedimento, circostanza che qualifica l’emendamento come iniziativa non personale. Ma essendo la senatrice del Pd Magda Zanoni esperta di contabilità statale, visto che il suo curriculum la qualifica come «consulente di bilanci pubblici», certo non ne può ignorare le conseguenze. E cioè che oltre a mettere in pericolo i contratti blindati e dorati dei palazzi Marini, quella perfida norma grillina consentirebbe a molte amministrazioni di liberarsi di onerosi contratti incautamente sottoscritti senza clausola di recesso: è appena il caso di ricordare che spendiamo circa 12 miliardi l’anno per gli affitti degli uffici pubblici. Chissà perché nessuno ci aveva pensato prima.

Sergio Rizzo

21 dicembre 2013

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