Archivio | aprile, 2018

Parlamentari con doppio incarico: tutto normale?

29 Apr

Nient’affatto: lo affermano il buon senso, la legge e lo descrive dettagliatamente un rapporto della sempre più benemerita Openpolis. Qui di seguito se ne può leggere la sintesi, mentre il report completo di nomi e dati è qui.

Quale efficienza, infatti, può garantire un parlamentare che sia anche solo consigliere comunale? Dovrà decidere a quale dei due incarichi dare la priorità – sacrificando l’altro – senza dimenticare che per tutti esiste (legge elettorale a parte: dovrei dire “dovrebbe esistere”) l’impegno a tenere rapporti costanti ed effettivi con l’elettorato.

Ma questo non è altro che l’ennesimo aspetto di una politica che ha perso il senso del dovere e tiene in minimo conto il valore del compito che i parlamentari sono chiamati ad assolvere. È sempre la questione morale, sempre più ignorata.

Lo dico ancora una volta e sempre più deluso (ma mai rassegnato): l’antipolitica non è un sentimento che nasce immotivatamente tra i cittadini. È nata ed è alimentata dalla cattiva politica  messa in atto con una frequenza e un disinteresse allarmanti per un paese civile.

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Camera dei Deputati.
Foto di RomaSegreta.it

 

Il caricometro della XVIII legislatura  

Oltre 150 parlamentari svolgono incarichi politici sul territorio. Tra iter per risolvere le incompatibilità troppo lenti, e incarichi compatibili che fanno discutere.

Il nuovo parlamento si è insediato da oltre un mese.

Deputati e senatori sono ormai nel pieno delle loro funzioni, anche se in attesa del governo molti organi parlamentari si devono ancora costituire.

Fuori dal parlamento però molti di essi già ricoprono altri ruoli politici. Con il report “Caricometro – XVIII legislatura” abbiamo analizzato i dati di questo fenomeno. Quanti neo deputati e neo senatori hanno incarichi in consigli e giunte comunali e regionali?

Per rispondere a questa domanda è stato svolto un accurato censimento degli incarichi politici in Italia. Un lavoro di monitoraggio che openpolis porta avanti sistematicamente da anni con la piattaforma openpolitici. È giusto ricordare che nessuna istituzione ha in piedi un censimento di questo tipo, in quanto la principale fonte pubblica in materia, l’anagrafe degli eletti del ministero dell’interno, non include gli eletti nel parlamento italiano e in quello europeo.

155 parlamentari svolgono al momento anche un incarico politico a livello comunale o regionale.

In totale sono 155 i parlamentari (108 deputati e 47 senatori) che al momento hanno anche altri incarichi politici, cioè il 16,42% dell’aula. Un dato che varia notevolmente a seconda della lista di elezione. Su 183 seggi assegnati alla Lega, ben 86 sono occupati da parlamentari che hanno anche altri incarichi politici sul territorio. Con questa percentuale (il 46,99% degli eletti) la Lega è di gran lunga la lista con la quota più alta, quasi tre volte la media del parlamento. A seguire gli eletti con Fratelli d’Italia (30,61%), di Liberi e uguali (22,22%) e di Forza Italia (21,12%). Molto più distanti invece gli altri principali partiti come Partito democratico (7,78%) e soprattutto il Movimento 5 stelle (0,59%).

 DA SAPERE

Sono stati considerati tutti gli incarichi elettivi a livello comunale, regionale ed europeo.

FONTE: openpolitici

Il 55% dei doppi incarichi analizzati sono svolti in consigli comunali, di gran lunga la tipologia più ricorrente. A seguire troviamo gli assessori comunali (18%) e i sindaci di comuni con meno di 15.000 abitanti (17%). Tre tipologie di incarichi che sono compatibili con il mandato parlamentare a cui bisogna aggiungerne altre 4 che invece non lo sono, e che sono presenti nella neo-nata XVIII legislatura: sindaci di comuni con oltre 15.000 abitanti, consiglieri regionali, assessori regionali e presidenti di regione.

Quali incarichi sono incompatibili

Nel nostro sistema legislativo il mandato parlamentare è incompatibile con una serie di incarichi. Oltre a non poter svolgere l’incarico di presidente della repubblica (art. 84 della costituzione italiana), deputati e senatori non possono essere né membri del consiglio superiore della magistratura (art. 104), né della corte costituzionale. In aggiunta l’articolo 122 della nostra carta costitutiva stabilisce l’impossibilità per i membri del parlamento di essere allo stesso tempo deputati al parlamento europeo e membri di giunte o consigli regionali. Recentemente la legge 56 del 2014 ha fatto chiarezza sul tema dei sindaci. Come specificato dal manuale elettorale della camera dei deputati pubblicato a gennaio del 2018, la soglia dei comuni interessati, originariamente fissata a 5.000 abitanti, è stata inalzata. Quindi le cariche di deputato e senatore sono incompatibili con qualsiasi altra carica pubblica elettiva di natura monocratica relativa ad organi di governo di enti pubblici territoriali aventi popolazione superiore a 15.000 abitanti. Sono invece ineleggibili i sindaci dei comuni con popolazione superiore ai 20.000 abitanti.

Tra iter lenti e abusi di regolamento

L’organo predisposto all’accertamento delle incompatibilità per i parlamentari è la giunta per le elezioni, a cui spetta il compito di procedere alla verifica dei titoli di ammissione dei parlamentari ed alla valutazione delle cause sopraggiunte di ineleggibilità o di incompatibilità. Se la giunta certifica la presenza di cariche incompatibili, viene dato al parlamentare un termine entro il quale scegliere quale mandato portare avanti. La giunta per le elezioni svolge quindi un ruolo fondamentale nel contestare la legittimità di portare avanti più incarichi contemporaneamente, ed è l’organo che, nei casi contestati, decide in via definitiva cosa deve avvenire.

Finché non viene costituita la giunta delle elezioni, nessun organo parlamentare può dichiarare l’incompatibilità di alcuni deputati e senatori.

Un iter che a volte, soprattutto in un momento di stallo istituzionale come l’attuale, può essere particolarmente lungo e complesso: con l’attuale mancanza di una giunta per le elezioni, per esempio, non è stata avviata la verifica dei requisiti per la convalida dei nuovi parlamentari e, di conseguenza, non sono ancora stati contestati eventuali doppi incarichi non leciti. Nei casi di incompatibilità costituzionale però, possiamo già parlare di un abuso del regolamento per mantenere il doppio incarico il più a lungo possibile. Situazione nota è quella del governatore della regione Abruzzo Luciano D’Alfonso (Pd), che ha più volte sottolineato la sua volontà di mantenere la carica di presidente di giunta finché il regolamento glielo consente.

 DA SAPERE

Sono stati considerati i 76 parlamentari che prima di essere eletti ricoprivano, o ricoprono ancora, un ruolo incompatibile con il mandato parlamentare.

FONTE: openpolis


Lecito ma da monitorare

Oltre a ciò che la legge non permette di fare, abbiamo dato uno sguardo agli incarichi politici che è possibile mantenere durante il mandato parlamentare. Qualsiasi consigliere comunale, nonché assessore, può proseguire il suo incarico anche una volta eletto in parlamento. Una possibilità che però solleva due questioni non da poco. La prima è che non tutti i comuni hanno lo stesso peso. È chiaro che fare l’assessore in un comune capoluogo di regione, non è la stessa cosa che farlo in un comune con meno di 15.000 abitanti. Una differenza, soprattutto in peso e influenza, che ci porta alla seconda questione.

Anche se compatibili, svolgere alcuni incarichi politici contemporaneamente non sembra essere fattibile e soprattutto opportuno.

Una differenza, soprattutto in peso e influenza, che ci porta alla seconda questione. Le opportunità politiche che si hanno nello svolgere due mandati del genere allo stesso momento sono enormi: si può parlare di conflitto di interessi quando un’assessore comunale di Roma, per fare un esempio, è anche parlamentare? E ancora: un consigliere al comune di Milano come Matteo Salvini, quanto riesce a seguire i lavori essendo stato contemporaneamente prima parlamentare europeo e ora senatore?

 

Da un incarico all’altro

La tendenza ad accumulare incarichi ha un’altra degenerazione: il passare da un ruolo all’altro senza completare il proprio mandato politico. Come ci sono stati parlamentari europei che sono entrati alla camera o al senato lasciando il seggio a Bruxelles anzitempo, così alcuni neo eletti sono già candidati altrove. È il caso per esempio di Massimiliano Fedriga, rieletto per la terza volta alla camera con la Lega, e candidato governatore del centrodestra per le elezioni regionali in Friuli-Venezia Giulia.

 

Bella Ciao. È sempre 25 aprile e in tutto il mondo

25 Apr

 

Grazie, mondo.

 

E grazie, Francia.

 

N.B. Post aggiornato.

Galleria

Caduti dall’amaca

22 Apr

Per mia fortuna (ma forse anche colpevolmente: è sempre buona cosa ascoltare chi non la pensa come te) ho smesso di leggere Serra da molto tempo. Lo dico con rammarico, perché per tanti anni è stata la mia voce e la mia penna. Eppure qualcosa è cambiato in lui e Anna Mallamo (che ringrazio ancora una volta) lo ha come sempre magistralmente illustrato in questo post che ripubblico con molto piacere.

manginobrioches

Caro Michele Serra,

leggendo la sua “Amaca”, rubrica che leggo spesso e apprezzo quasi sempre, del 20 aprile mi sono chiesta: ma qualcuno ha hackerato la firma di Serra? Un infiltrato di “Libero” ha scritto la rubrica in sua vece? Sono stati i sabotatori di YouTube che ora ci riprovano?
Perché, davvero, pur avendola letta diverse volte, anche al contrario – hai visto mai, fossero vere le leggende metropolitane – , e per non incorrere nell’accusa di “fraintendimento doloso” che subito è piovuta addosso a chi, come me, s’era sentito in grave imbarazzo, mi sono accorta che non c’era possibilità di fraintendimento. Era davvero una cosa imbarazzante.

Lei scrive che nel nostro Paese falsamente egualitario (e fin qui sono d’accordo), “c’è uno scandalo ancora intatto: il livello di educazione, di padronanza dei gesti e delle parole, di rispetto delle regole è direttamente proporzionale…

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Dalla storia di Ahed alle radici del conflitto tra palestinesi e Israele.

11 Apr

AGGIORNAMENTO 1.
Secondo TPINews, i palestinesi uccisi dall’esercito israeliano sono ad oggi saliti a 35. I feriti ammontano a 4.279.

AGGIORNAMENTO 2.
Da Repubblica del 21.4 .2018: 
La follia lungo il confine di Gaza di Roger Cohen dal New York Times.
   Quando i cecchini sparano per uccidere i civili che si avvicinano a un muro, nella mente di chiunque abbia vissuto a Berlino suona un campanello d’allarme. E io ho vissuto a Berlino. Ho attraversato tante volte la barriera che separa il primo mondo di Israele dalla prigione a cielo aperto di Gaza, disseminata di macerie. È un passaggio violento a un luogo di irrazionalità. Come sempre Israele esagera: «occhio per ciglio», come dice Avi Shlaim, docente di Oxford nonché ex soldato delle forze armate israeliane.
   Israele ha il diritto di difendere i propri confini, ma non di usare mezzi letali contro dimostranti per lo più disarmati, come ha già fatto causando la morte di 35 palestinesi e il ferimento di quasi mille. La reazione spropositata deriva dal fatto che Israele considera minacciata la propria esistenza, ma è una tesi che convince sempre meno. Il predominio militare israeliano sui palestinesi è schiacciante e gli Stati arabi hanno perso interesse per la causa palestinese. A detta di Israele, Hamas usa donne e bambini come scudi umani per i dimostranti violenti intenzionati a penetrare la barriera e a uccidere gli israeliani. Secondo un copione ben noto, seguiranno indagini internazionali dall’esito inconcludente e l’odio raddoppierà. Israele vince ma perde. Chi odia Israele e gli ebrei va a nozze. La pornografia la riconosci subito e lo stesso vale per una reazione militare sproporzionata. Ti si rivolta lo stomaco.
   Gaza Redux: la violenza è inevitabile. Il cosiddetto status quo israelo-palestinese è un’incubatrice di massacri. E importante guardare al di là della barriera di Gaza, simbolo di fallimento come tutte le barriere. È il risultato della morte della diplomazia, dei compromessi svaniti e del trionfo del cinismo. Persino il presidente Trump ha perso interesse per «l’accordo definitivo» e vede luccicare la Corea del Nord.
   Qualche settimana fa sei ex direttori del Mossad, il servizio di intelligence israeliano, hanno lanciato l’allarme. Se i massimi responsabili della sicurezza di Israele definiscono autolesionista l’attuale condotta del Paese, vale la pena di ascoltarli. Così si è espresso Tamir Pardo, capo del Mossad dal 2011 al 2015, intervistato dal quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth: «Se lo Stato di Israele non decide cosa vuole, finirà per esserci un solo Stato tra il mare e il Giordano. È la fine della visione sionista». Al che Danny Yatom, direttore dal 1996 al ’98, replica: “È un Paese che degenererà o in uno Stato di apartheid o in uno Stato non ebraico. Giudico pericoloso per la nostra esistenza continuare a governare i territori. Non è il genere di Stato per cui ho combattuto. C’è chi dirà che abbiamo fatto tutto noi e che manca una controparte, ma non è vero. La controparte esiste. I palestinesi e chi li rappresenta sono i partner con cui dobbiamo confrontarci». È per questo convincimento che il primo ministro Yitzhak Rabin è morto assassinato da un esponente israeliano del fanatismo messianico, contrario a qualsiasi compromesso territoriale, che a partire dal 1967 ha conquistato influenza. Non c’è controparte se hai scelto dio al posto di svariati milioni di persone che preferisci non vedere. Ma se guardi, i partner ci sono.
   Anche da parte palestinese la fede nella soluzione dei due Stati è diminuita negli ultimi vent’anni. È sempre più frequente l’uso del termine “occupazione” per definire l’esistenza stessa di Israele, invece che la Cisgiordania e Gaza, occupate nel 1967 durante la Guerra dei sei giorni (Israele si è ritirato da Gaza nel 2005 mantenendone però il controllo, tra l’altro, tramite blocchi aerei e marittimi).
   Le marce del venerdì a Gaza sono manifestazioni di protesta contro il blocco imposto da ll anni, ma puntano anche a riaccendere l’interesse internazionale per la causa dei palestinesi che rivendicano il diritto di tornare alle case da cui nel 1948 furono cacciati. Il diritto al ritorno è un eufemismo per indicare la distruzione di Israele come Stato ebraico. È coerente con l’uso assolutista del termine “occupazione” per definire Israele stesso. I palestinesi hanno perso le loro case dopo che gli eserciti arabi nel 1948 dichiararono guerra a Israele che aveva accettato la risoluzione Onu che sollecitava l’istituzione di due Stati di pari dimensioni circa, uno ebreo e uno arabo — nella Palestina sotto mandato britannico. La risoluzione era un compromesso nel quale credo ancora, non perché fosse una bella soluzione, ma perché era ed è tuttora migliore rispetto ad altre opzioni.
   I palestinesi intransigenti amano definirsi lungimiranti. Bene, 70 anni non sono pochi e i palestinesi hanno sempre perso. La metà del territorio ormai è diventata un quarto in qualunque accordo si possa immaginare. Non vedo come questa tendenza si possa invertire in futuro in assenza di una leadership palestinese coesa e pragmatica, orientata a un futuro a due Stati: pc per i bambini invece dell’accesso a oliveti perduti.
   I morti hanno dato la vita per niente. Israele, con le sue reazioni esagerate, si è messo il cappio al collo, ponendosi in una posizione moralmente indifendibile. I leader palestinesi hanno suffragato i versi di Yeats: “Abbiamo nutrito il cuore di fantasie, con quel cibo il cuore si è fatto brutale”. Shabtai Shavit, che è stato direttore del Mossad dal 1989 al ’96 ha dichiarato: «Per quale motivo viviamo qui? Perché i nostri figli continuino a combattere guerre? Che pazzia è questa per cui il territorio, il Paese, è più importante della vita umana?»

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Un conflitto mai dichiarato e sproporzionato, osservando le forze in campo – un esercito ben armato e addestrato contro cittadini inermi – che dalla sua origine ha condotto negli anni all’esasperazione degli  scontri fino alla nascita di Hamas, considerata da alcuni Paesi (ma non da altri) un’organizzazione terroristica.

Il caso di Ahed Tamimi, una giovane di 16 anni che affronta e schiaffeggia i soldati che si sono piazzati davanti all’ingresso di casa sua, è raccontato da Valigia blu con dovizia di particolari e la consueta precisione.
È un caso emblematico dell’arroganza con cui Tsahal, l’esercito israeliano, si comporta nel contatto con la popolazione palestinese. Ma è soprattutto la sublimazione di oltre sessant’anni di storia in questa parte del Medio Oriente: dalla nascita dello stato di Israele alla progressiva emarginazione dei palestinesi, dall’appropriazione forzata dei loro territori fino alla Marcia del ritorno di questi giorni che ha provocato finora più di venti morti e migliaia di feriti tra i dimostranti. Marcia che, nonostante le dichiarazioni di Israele è solo una dimostrazione, come scrive il quotidiano israeliano Haaretz in un articolo riportato da Internazionale, cui si risponde con feroce cinismo uccidendo e ferendo civili disarmati (ne è prova il video pubblicato da TPInews):

L’esercito israeliano si permette di violare il diritto internazionale e uccide dei civili disarmati perché l’opinione pubblica israeliana lo considera a priori un atto di difesa. Nonostante qualche timida condanna, neanche la comunità internazionale rappresenta un ostacolo per lo stato israeliano. La Marcia del ritorno però, che continui o meno, mostra a Israele e al mondo intero che gli abitanti della Striscia di Gaza non sono solo persone da compatire, ma una forza politicamente consapevole. (Haaretz)

L’articolo di Valigia blu ripercorre tutta la storia del conflitto israelo-palestinese partendo da quello che è successo a Nabi Saleh, il villaggio dove Ahed vive con la sua famiglia, che rappresenta la sintesi di questi anni.

Sintesi che a sua volta costituisce un atto d’accusa verso la comunità internazionale che da decenni assiste senza intervenire, senza provare a limitare l’arrogante espansione di Israele a spese dei palestinesi, senza tentare di trovare soluzioni che pongano fine alla tragedia di questa storia.

rpt

 

 

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