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Orfini come Macbeth

14 Mag

Di fronte all’allucinante e demenziale affermazione di Orfini sui sindaci di Roma che accosta incautamente Ignazio Marino ad Alemanno e Raggi, l’indignazione supera lo stupore. Per descrivere sinteticamente  l’uomo si potrebbero citare Dostojewsky o, meglio ancora, Bertolucci, ma preferisco Shakespeare (anche se il Bardo parlava della vita):  “…non è che un’ombra che cammina, un povero commediante che si pavoneggia e si agita sulla scena per la sua ora, e poi non se ne parla più; è una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla”.

Esagero, ovviamente, Orfini non è uno qualunque.  Da sempre nel Pd, è stato segretario del circolo Mazzini a Roma e conosce bene – dovrebbe conoscere – la realtà cittadina e in particolare quella delle periferie, vivendo a Tor Bella Monaca. Stranamente però, non ha colto il disagio, la crecente protesta e l’allontanamento degli elettori  dal Pd di quelle zone: ma non è stata l’unica sua disattenzione. Non si accorse, per esempio, che mafia e corruzione politica si stavano impadronendo di Roma, nonostante il corposo e preoccupante Libro bianco sulla criminalità organizzata a Roma commissionato da Marco Miccoli, segretario del Pd romano nel 2012, l’avesse anticipato. Scriveva Miccoli:

“…il libro spiega con molta chiarezza non solo l’origine della criminalità organizzata a Roma, smentendo tutti quei luoghi comuni che per decenni hanno affermato che la mafia a Roma non esisteva, ma anche il sistema economico messo in piedi negli ultimi anni dagli emissari della mafia, fatto di politica e occhi chiusi, di società vuote e prestanome, di riciclaggio di denaro e investimenti.”

Si fanno cifre e riferimenti a fatti, ma Orfini non commenta. Non so neppure se l’abbia letto, ma sarebbe grave.
Non passano due anni, scoppia Mafia Capitale e Orfini cade dalle nuvole. Non solo, chiama a correi i militanti che non avevano tempestivamente denunciato il malaffare: l’ha ripetuto più volte e l’ho sentito con le mie orecchie al circolo di Ponte Milvio. Dopo di che, viene nominato commissario del Pd romano (un assurdo) e comincia subito a massacrarlo. Anticipa che nei conti della Federazione romana c’è una voragine (interrogato sui bilanci tacerà e non li mostrerà mai) e sottrae ai circoli ogni capacità economica e quindi di attività sul territorio, costringendoli a versare i proventi del tesseramento ai circoli municipali inventati per l’occasione e affidati ai suoi fedelissimi, come Esposito (che più tardi farà inserire nelle Giunta Marino per affilare il coltello che poi verrà piantato nella schiena del sindaco). Invece di chiamare iscritti e militanti a denunciare le infiltrazioni e i circoli di comodo gestiti dai padroni delle tessere incarica i ragazzi della sua corrente, i Giovani turchi, ad un’estenuante maratona telefonica sulle tessere false di cui non si saprà mai nulla. Anticipa pomposamente una indagine sui circoli commissionata a Fabrizio Barca, il quale produce un rapporto sconvolgente, Mappa il Pd, da cui emerge che 27 circoli su 110 “sono dannosi, pensano solo al potere”. Risultato? Nulla di fatto. Oggi Barca – immagino deluso dal Pd – si occupa di disuguaglianze con la Fondazione Basso.

Foto di SKYtg24

Orfini, invece, sempre obbediente e prono alle disposizioni di Renzi, condivide le misteriose (ma non tanto) antipatie del segretario per Marino e a ottobre del 2015 dichiara che “ È finita perchè si è rotto il rapporto con la città”. Dimenticando che il sindaco è stato eletto da una maggioranza schiacciante di votanti e quel che è grave ignorando il solenne monito dell’art. 1 della Costituzione: “La sovranità appartiene al popolo” (che per uno che si dice ‘democratico’ è imperdonabile). Quello stesso popolo romano lo smentì subito clamorosamente dimostrando nella piazza del Campidoglio strapiena e debordante che non aveva delegato nessuno a decidere al suo posto, ma Orfini, ormai scendiletto confesso di Renzi, non ne tenne conto e condusse dal notaio 19 consiglieri del Pd che insieme a quelli dell’opposizione (!) votarono la sfiducia al sindaco Marino. Il Pd romano si avviò così mestamente e celermente all’estinzione:  alle elezioni dopo il commissariamento del Comune trionfano – come era stato previsto anche dai sampietrini – i 5 stelle e Virgina Raggi. Non solo: dei 15 municipi (tutti) conquistati dal Pd con Marino ne restano solo due: quelli centrali abitati dai ceti più alti e quindi certificando la perdita di ogni contatto del Pd con quelli minori, quelli dei dimenticati. E ancora Orfini si meraviglia e addebita la sua catastrofe elettorale alla politica speculativa dei 5 stelle se non ai 28 mesi (in totale) della giunta Marino. 

Per come la vedo io, il massimo delle potenzialità politiche di Orfini consiste nel giocare alla Playstation e far vincere sempre  il capo, plaudendo entusiasta alla sua abilità. Le sue fortune politiche, peraltro, consistono nell’essere così insignificante e servile da essere stato facilmente individuato da Renzi come il miglior candidato alla presidenza del partito.  Non gli avrebbe mai fatto ombra e al minimo aggrottar di ciglia del segretario si sarebbe subitamente precipitato a fare i caffè. E quindi a me viene da chiedere alle persone che stimo rimaste ostinatamente nel Pd: come fate a tollerarlo come presidente?

Oggi, nel pieno della bagarre per la ricerca di un governo da cui il Pd si è autoescluso, Orfini non trova di meglio che esprimersi sui sindaci della sua città, per cui ha fatto solo disastri. Ovvio: alla prossima assemblea si prevede che il reggente Martina venga disarcionato e quindi la guida del partito fino al congresso passerà a lui, il presidente.
Povero Pd.

 

 

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De Masi su Il Manifesto: il giorno più nero della sinistra

14 Mag

Su il Manifesto dell’11 maggio è uscita questa intervista di Daniela Preziosi a Domenico De Masi. Condivido e la pubblico integralmente.
N.B. Il neretto nelle risposte è mio.
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L’altolà del sociologo: «La Lega si mangerà i 5 stelle. Serve un’opposizione militante, Pd ed ex la smettano di litigare. I soldi per le promesse non ci sono. Faranno scelte simboliche a costo zero: liberalizzazione delle armi, stretta su immigrati e richiedenti asilo. Cambieranno la nostra antropologia»

«È il giorno più nero per la sinistra italiana. In Italia inizia il governo di destra più a destra dal ’46. E io ho ottant’anni: sono nato sotto il fascismo nel ’38 e morirò in un’Italia di destra, ma “destra destra”». Domenico De Masi sorride, ma è serio. Sociologo del lavoro, è stato uno degli studiosi più ’aperturisti’ verso i 5 stelle, per i quali ha condotto anche una ricerca. Oggi però la musica cambia, spiega. Virano a destra. «Marx distingueva la classe in sé e la classe per sé. I 5 stelle hanno una doppia composizione, sociologicamente omogenea ma ideologicamente molto divisa. La loro base sociale è stata analizzata dall’Istituto Cattaneo: il 45 per cento è di di sinistra, il 25 di destra, il 30 fluttuante. Ha votato per loro il 37 per cento degli insegnanti, il 37 degli operai, il 38 dei disoccupati e il 41 dei dipendenti della pubblica amministrazione. Li ha votati un iscritto della Cgil su tre e 2milioni di ex elettori del Pd».

Insomma una base sociale di sinistra.

Attenzione a quello che dice Marx. Era la base della sinistra a cui però i partiti pedagogicamente insegnavano ad avere una coscienza di sinistra, un’anima e una coscienza di sinistra. Ma ora i partiti la pedagogia non la fanno più. I 5 stelle hanno la base più vicina a quella che aveva il Pci di Berlinguer. Ma manca Berlinguer. E Gramsci.

C’è Renzi.

Se il Pd avesse accettato il governo con loro gli sarebbe stato facile riconquistare la propria base. Oggi Salvini può fare l’opposto: attrarre gli elettori di destra dei 5 stelle. Nel 2013 la base sociale del Pd era ancora simile. L’operazione di Renzi è stata quella di cambiare la base sociale del suo partito. Un’operazione riuscita, ma suicida.

Ma se ci sono tutti questi elettori di sinistra nei 5 stelle, perché si sono rivoltati all’idea di accordo con il Pd?

Non si sono rivoltati loro, si sono rivoltati quegli altri.

Adesso questi elettori come reagiranno all’accordo con la Lega?

Ora questo gruppo è sconcertato, sperava in una democratizzazione dei 5 stelle, non in una destrizzazione. Non credo che M5S abbia la forza di traghettarli a destra. Questi due milioni di voti sono usciti dal Pd da sinistra del Pd. Ora sono in libera uscita. Ma non c’è una sinistra in cui rientrare.

Può succedere invece che il governo giallo-verde faccia dei provvedimenti popolari, come investire soldi sulle pensioni. La sinistra sarebbe costretta ad apprezzare.

Il problema sono i soldi.Le priorità di Salvini e quelle di Di Maio sono diverse. A Di Maio al sud serve un generoso reddito di cittadinanza. Salvini sarà disposto a una via di mezzo. Ma di una cosa sono certo: prima faranno provvedimenti a costo zero ma altamente simbolici. Liberalizzeranno il porto d’armi per la legittima difesa, un provvedimento che violenta la cultura italiana. Aumenteranno i controlli sugli immigrati, ridurranno gli aiuti ai richiedenti asilo, che già oggi stanno in campi di concentramento orribili. Insomma con cose così rischiano di modificare la nostra struttura antropologica.

Crede che non troveranno le risorse per cambiare la legge Fornero?

Potrebbe essere che fanno un ritocco alla legge ma nel frattempo cambiano tutti i quadri Rai, e questo piccolo ritocco diventa una grande conquista.

C’è stata una luna di miele fra 5Stelle e sinistra radicale. Anche lei ha dato loro molto credito. Sebbene non poche cose, per esempio l’uso della piattaforma Rousseau consigliavano prudenza. Ora lei ha cambiato idea?

Faccio una premessa. Sono stato a Ivrea, invitato da loro (alla kermesse in ricordo di Gianroberto Casaleggio, ndr). In quell’occasione ho potuto capire bene questa piattaforma, che mi hanno fatto studiare per due giorni. La piattaforma ha otto filoni e uno di questo, per esempio, serve ai consiglieri comunali come formazione e-learning per sapere, di un dato argomento, quali leggi esistono a che punto sono gli altri comuni eccetera. Una cosa da pionieri che tutti gli copieranno presto. Comunque il grande elettore dei 5 stelle è stato Renzi, e lo dico io che avevo nel Pd il mio partito di riferimento. Liberisti non siamo, e invece ci siamo ritrovati un Pd neoliberista. Un Pd che ha maltrattato per esempio gran parte del costituzionalismo italiano. Il mio contatto con i 5 stelle è stato di natura professionale, ma comunque mi consentiva di intrufolarmi in questo movimento: un sociologo non può non essere intrigato da un fenomeno così. Ho visto che nel M5S c’è un’anima di sinistra e una di destra. Di qui il tentativo di aiutare, nel mio piccolo, quest’incontro fra 5 stelle e Pd. Poteva nascere la più bella socialdemocrazia del Mediterraneo, una colonizzazione intellettuale dei 5 stelle. Oppure si può creare il governo più di destra della storia dell’Italia repubblicana e quello più a destra della Ue. In due anni Salvini si mangerà i 5 stelle.

Lei crede che si apra un ciclo lungo della destra?

Ma certo. Intanto è un governo che avrà un sacco di aiuti. Parliamoci chiaro: a tifare Lega-5 stelle sono stati quasi tutti, il Corriere, Repubblica, la Confindustria diceva «fate presto», le centrali mediatiche hanno dato ordine alle tv di dire che comunque ci voleva subito un governo, e cioè quel governo, visto che il Pd era indisponibile.

Qual è il destino dei 5 stelle dopo questa svolta?

La Lega se li mangerà. Gli elettori più a destra passeranno con Salvini. Quelli di sinistra tenderanno alla fuga. Da oggi serve un’opposizione militante. Lo dico chiaro, nessuno pensi neanche lontanamente che voglio una delle duecento cariche che ora verranno distribuite da loro. No, serve un’opposizione vera. Ma senza riferimenti è impossibile. Poco fa ero in una trasmissione. In una giornata come questa, il giorno più nero della sinistra, mentre nasce il governo più a destra d’Europa, l’esponente del Pd e quello di Mdp che facevano? Litigavano fra loro.

 

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4 dicembre. Un anno dopo.

4 Dic

Trovo che il modo migliore per commemorare la vittoria del NO al referendum costituzionale di un anno fa sia stato questo video de Il Fatto.

Con tanti saluti dall’accozzaglia, eh.

 

Come e quanto è cambiato il Pd?

29 Ott

Piero Ignazi su Repubblica risponde a questa domanda – che a molti apparirà banale se non retorica – con una chiarezza esemplare. Ovviamente lo fa con la consueta eleganza, a cominciare dal titolo. Inutile dire che concordo in pieno e, purtroppo, più di tutto con la (triste) conclusione. 

N.B. Il neretto è mio.

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PD, LA MUTAZIONE ANTROPOLOGICA

È IN corso una mutazione “antropologica ” nel Pd? Il partito erede delle maggiori tradizioni politiche del Novecento ha innovato molto negli ultimi anni soprattutto — ma non solo — grazie al dinamismo del suo attuale segretario, Matteo Renzi. Ma un conto sono i cambiamenti di scelte politiche, alleanze, strategie; altro conto è quello stravolgimento dei connotati fondanti di un partito che comporta un vero e proprio cambio di identità. La definizione della “linea politica” rientra nella normalità della dialettica interna ai partiti, mentre l’interrogativo che grava sul Pd riguarda qualcosa di molto più profondo. Il partito democratico, come è stato scritto tante volte, non è nato con un profilo netto e preciso. Era un pastiche di varie componenti, una fusione a freddo di ex democristiani ed ex comunisti, e poco altro. Si è barcamenato per anni in questa indeterminatezza evitando di approfondire le ragioni del suo “esistere”.

La segreteria di Renzi ha portato alla ribalta una generazione di “nativi Pd”, liberi dalle scorie del passato e proiettati verso il futuro, senza zavorre ideologiche. Forte del sostegno di questa nuova componente, la leadership ha introdotto cambiamenti radicali. Il punto non riguarda però specifiche scelte di policy, come il Jobs Act o la Buona scuola, che possono essere indigeste per una componente socialdemocratica ma rimangono pur sempre all’interno di un perimetro riformista: semmai si tratta di un blairismo tardivo che rientra, pur con qualche forzatura, nella tradizione della sinistra e non intacca l’identità del partito. L’ elemento inedito, e distorsivo, emerso in tutta la sua forza negli ultimi mesi, riguarda piuttosto la connotazione sempre più populista e sempre meno istituzionale del Pd. Proprio su questo aspetto si misura una potenziale mutazione antropologica che può portare a una deflagrazione del partito percorso com’è da posizioni sempre più inconciliabili.

I segnali più recenti della torsione antipolitica della segreteria sono inequivoci: si va dalla campagna referendaria fondata sulla riduzione delle poltrone, al pasticcio della riforma/eliminazione dei vitalizi, dalle posture proto-nazionaliste in campo europeo alla disinvoltura istituzionale della mozione anti-Visco, laddove il parlamento non doveva intromettersi nella procedura di nomina di quella autorità indipendente. Il partito di Renzi non è più schierato sempre e comunque a sostegno e a difesa delle istituzioni; non è più quel partito serio, e al limite serioso, con un solido senso dello Stato, affidabile nei momenti critici e disposto a sacrificarsi per un bene collettivo; è trasmutato in un partito che punta a massimizzare i consensi a qualunque costo, anche picconando le proprie migliori tradizioni e svilendo la propria storia. Questo scivolamento verso un populismo meno becero nello stile rispetto ai 5 Stelle ma simile nelle posizioni assunte deriva da una visione plebiscitaria della politica ormai consustanziale al Pd, una visione dove il leader si appella al popolo, alla gente, persino alla nazione (sic) senza dover passare da filtri e mediazioni, pesi e contrappesi. L’irruzione renziana voleva spazzar via procedure complesse e, al limite, farraginose, per far entrare aria fresca nelle “grigie stanze” del potere, interno ed esterno al partito. Ottima intenzione. Solo che quell’aria era inquinata dal populismo. Il mito delle primarie ha portato con sé una cultura politica divisiva e plebiscitaria con il rischio, da un lato, di esasperare la conflittualità interna fino a un punto di non ritorno e, dall’altro, di far deperire il senso delle istituzioni e di piegarle alla lotta politica contingente. La logica della contrapposizione tra amici e nemici e l’appello alla legittimazione popolare diretta sono debordate dalle dinamiche interne per rovesciarsi sul sistema. Ed ora il Pd affianca i 5 Stelle in una competizione al rialzo su chi dissacra con maggior veemenza istituzioni, prassi e regole. Nell’inseguire le pulsioni peggiori dell’antipolitica il partito democratico abbandona la sua tradizione di affidabilità e serietà. Diventa una controfigura solo un po’ più civilizzata del grillismo. È questa perdita del senso dello Stato che attesta la mutazione antropologica in atto nel Pd.

Renzi  e l’interpretazione della democrazia

3 Ott

Una sera alla festa del Pd a Testaccio, a Roma.

Se un sindaco non è capace va a casa“.
E chi lo decide? Il segretario o gli elettori?

Renzi non ha ancora capito, proprio non ci arriva, che la democrazia non si può interpretare ma si rispetta sempre, non  solo quando è lui ad avere i voti, e si rifiuta di riconoscere il clamoroso errore di Roma: il disastro romano del Pd, i 5 stelle e la Raggi in Campidoglio sono solo una sua responsabilità.

A tenergli compagnia possiamo aggiungerci lo spicciafeccende Orfini, un paio di cortigiani messi in Giunta, il gregge che si lasciò docilmente condurre dal notaio e prima ancora i dirigenti del Pd romano che fecero opposizione a Marino dal momento che salì al Campidoglio. Per esempio, D’Ausilio che commissionò un sondaggio artefatto contro Marino pagato coi soldi del gruppo consiliare Pd, Michela De Biase che lanciava anatemi contro il sindaco in una Direzione romana del partito solo pochi giorni prima di Mafia Capitale, Coratti che come presidente dell’assemblea capitolina spostava gli ordini del giorno per ostacolare l’attività della Giunta. Una bella congrega di picconatori – di cui Orfini ovviamente non si avvedeva – che dobbiamo ringraziare unitamente ai media scatenati sulla Panda rossa e sugli scontrini.

Su tutto questa primeggia la vergogna di un segretario del partito che si dichiara ‘democratico’ e che alla democrazia – cioè la sacrosanta volontà degli elettori – antepone disinvoltamente  (chissà poi perché: ma dovrà uscire prima o poi) quello che vuole lui.

http://youmedia.fanpage.it/video/al/Wbuq1OSwLgt7Gixo/u1/

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In un piccolo borgo di montagna del nostro nord-est, un mondo chiuso e apparentemente quasi ostile, il giovane carabiniere Paternò si trova di fronte al duplice omicidio di due cacciatori. Paternò non è un carabiniere comune: nonostante la giovane età ha una storia alle spalle, con angoli bui che non conosce o forse non vuole esplorare. La storia si sviluppa su due piani paralleli, come la personalità di Paternò che si è evoluta su due dimensioni: quella della tragedia familiare e quella intima e personale, che si sono intrecciate fino a costruire un insieme complesso. Accade così che accanto all’indagine ne progredisca inconsapevolmente una seconda in cui Paternò insegue soprattutto due cose che non ha avuto dalla vita: giustizia e amore. Le incontrerà entrambe un poco alla volta attraverso piccole conquiste e sconfitte e alla fine riuscirà a risolvere il caso e contemporaneamente a trovare ciò che ha rappresentato la chiave nascosta della sua ricerca.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/296575/come-una-casa-senza-finestre/

 

Il Pd e il “fattore di instabilità”

7 Apr

Mesi fa, come ha ricordato anche Cuperlo in un’intervista, Orlando dichiarò che il Pd rischiava di passare da fattore di stabilità politica a fattore di instabilità. Tutto era legato alla metabolizzazione o meno della sconfitta referendaria. Oggi, all’indomani dell’elezione di Torrisi alla presidenza della commissione Affari costituzionali del Senato, l’ipotesi di Orlando pare materializzarsi.

Sta a dimostrarlo l’incredibile richiesta del presidente del Pd (e attuale reggente della segreteria), cioè il sempre servizievole Orfini, di un incontro col presidente Mattarella, per valutare gli effetti della bocciatura del candidato Pd sulla tenuta della maggioranza. Cioè la ricerca di una scusa (risibile) per far precipitare la situazione e far tornare all’ordine del giorno l’ipotesi di elezioni anticipate. Che non sono altro che il pallino di Renzi, non avendola mai abbandonata: subito dopo il 4 dicembre parlò di elezioni a marzo, poi andando avanti di giugno, ora si vocifera di ottobre. Tutto questo senza un minimo di senso di responsabilità vero il Paese e gli appuntamenti che l’attendono, dal Def  al G7.

Renzi intende far sentire la sua presenza in ogni modo, con le nomine sulle aziende statali, con la rimozione della bruciante sconfitta al referendum sostituita da queste primarie che l’elettorato (Pd e non) sta osservando con stanchezza se non con noia, la fa sentire incaricando il fido Orfini di una commissione al Quirinale. Il povero Orfini pensava di replicare l’iniziativa del notaio con cui fece cadere Marino, il sindaco di Roma, facendosi beffe della sovranità popolare che l’aveva eletto con una maggioranza schiacciante, ma Mattarella non è un notaio a parcella e ignorandolo ha fatto capire quanto lo valuti. 

Non sembra capire, l’ex-segretario del Pd, che l’unica strada per riconquistare una credibilità politica non è rilanciare sfide, non nuovi appelli al “con me o contro di me”, non le manovre dietro le quinte per ritardare la legge elettorale e via cantando. L’unica strada sarebbe presentare all’Italia un serio programma di politica economica, con l’addio agli interventi a pioggia, ai bonus erga omnes, con un piano che riduca le disuguaglianze, combatta l’evasione e la corruzione, risollevi l’occupazione, prima di tutto quella giovanile, eccetera eccetera. 

Al momento, sembra che a tutto questo ci stia pensando Gentiloni e sorge il sospetto che a Renzi questo non garbi: hai visto mai che qualcuno noti la differenza nella concretezza dell’agire (e magari anche nello stile)? Ecco, così si potrebbero spiegare certe intromissioni (sui progetti di Padoan, ad esempio); certe reazioni un po’ scomposte, certe irrazionali accelerazioni verso il voto. L’uomo è fatto così, non conosce mezze misure, non vede alternative oltre quelle in cui lui crede, cerca la vittoria smagliante come alibi anche degli errori passati. Ma una cosa è la vittoria nel suo partito, ben altra quella nel Paese. E quindi il rischio, se Renzi non dovesse rendersene conto, di un Pd protagonista sì, ma di instabilità. Il tweet è pronto: “Paolo, stai sereno”.
Ma Mattarella, per nostra fortuna, non è Napolitano.

AGGIORNAMENTO
Leggo solo ora, con colpevole ritardo, questo pezzo di De Marchis su Repubblica, che mi conferma le sensazioni esplicitate qui sopra.

 

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I racconti, le storie brevi, sono come quegli sguardi lanciati da una finestra aperta che permettono di vivere quanto accade giù nella strada, nella vita di tutti i giorni, di immaginare i pensieri dell’ignoto passante o il dialogo dell’altrettanto ignota coppia mentre vengono percorsi i pochi metri che la visuale consente.
In questi dieci racconti c’è quasi sempre Roma, come sfondo o protagonista, ma i personaggi, con le loro personalità, le manie, le loro storie personali, potrebbero esistere ovunque: per conoscerli, e conoscere le loro storie, basta affacciarsi a questa finestra.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/racconti/322551/la-finestra-aperta-3/

 

Renzi e la zappa sui piedi.

28 Mar

Non solo continua a darsela, ma se ne compiace pure. E’ quello che mi viene in mente leggendo il suo “pensierino”  nella sua E-news 465. Eccolo:

Pensierino della sera. In questi giorni ripartono le polemiche sul sindaco di Roma. Le (presunte) firme false sono l’ultima goccia. E la settimana bianca, e l’abuso d’ufficio, e l’avviso di garanzia, e la funivia. Continuo a pensare che noi dobbiamo rifiutare questa linea di battaglia. È vero, lo sappiamo tutti: se la Raggi avesse avuto la tessera del PD, il blog di Beppe Grillo l’avrebbe disintegrata ogni giorno con post virali e accuse infamanti. Ma siccome lei appartiene al movimento, loro la difendono. Bene, ma allora non facciamo noi i grillini. Non inseguiamoli nel loro terreno finto moralista e molto doppiogiochista. Parliamo di cose concrete, incalziamoli sul fatto che i loro progetti sono irrealizzabili, raccontiamo la nostra idea di Italia. Ma non inseguiamoli nel loro atteggiamento di scontro. Se ci sono firme false, lo dirà la magistratura, non una trasmissione televisiva. Fino a quel momento, massimo rispetto per il Sindaco che i romani hanno scelto. E buon lavoro. E se loro usano un altro metodo, peggio per loro: gli italiani sapranno valutare e decidere.

Mi hanno colpito, ancora una volta, la disinvoltura, la contraddizione e la memoria corta di
quest’uomo. Evidentemente ha rimosso, o pensa che gli italiani (e i romani in particolare) si siano
 dimenticati di cosa è stato capace di combinare lui – appoggiato dal suo sodale e complice Orfini – ai danni del sindaco Ignazio Marino, di Roma e dello stesso Pd cittadino.

Si meraviglia, questo pseudo-campione della democrazia, che gli elettori e i militanti cinquestelle siano solidali con chi hanno eletto, invece di contrastarlo come fecero i consiglieri Pd con Marino. Invoca massimo rispetto per il Sindaco che i romani hanno scelto, lui che per primo (e per ragioni ancora ignote, ma che mi auguro non per molto) puntò il dito contro un sindaco eletto dal 67% dei votanti, con una solida maggioranza in Giunta e con tutti i 15 municipi presidiati dal Pd, dando  così il via ad una ignobile manovra di corridoio che condusse a quel disastro elettorale di cui oggi a Roma subiamo le conseguenze.

Vorrei essere Giachetti per potergli dire come ha la faccia. Ma sono una persona educata.

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I racconti, le storie brevi, sono come quegli sguardi lanciati da una finestra aperta che permettono di vivere quanto accade giù nella strada, nella vita di tutti i giorni, di immaginare i pensieri dell’ignoto passante o il dialogo dell’altrettanto ignota coppia mentre vengono percorsi i pochi metri che la visuale consente.
In questi dieci racconti c’è quasi sempre Roma, come sfondo o protagonista, ma i personaggi, con le loro personalità, le manie, le loro storie personali, potrebbero esistere ovunque: per conoscerli, e conoscere le loro storie, basta affacciarsi a questa finestra.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/racconti/322551/la-finestra-aperta-3/

Montepaschi: i debiti (e chi li pagherà), le responsabilità, le domande

30 Dic

Massimo Giannini (benedetto il momento in cui la Rai l’ha rispedito a Repubblica: è uno degli scarsi, scarsissimi motivi per cui ancora leggo questo giornale) mette in fila oggi fatti, persone, istituzioni coinvolte nel gigantesco crollo della banca più antica del mondo:  Padoan e Renzi, la Consob e Bankitalia, la BCE e il management MPS, senza dimenticare la presenza (laterale?) di J.P.Morgan nell’ancora troppo oscura faccenda. Ne nascono domande (solo alcune, per il momento) cui dovrà esser data risposta  prima o poi. Meglio prima (anche perché sarebbe, è, un diritto di noi contribuenti che saremo chiamati a pagare).

(N.B. Il neretto dell’articolo di Giannini è mio).

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Mps, le risposte che mancano

L’inizio della fine comincia con Mussari, che compra Antonveneta e fa esplodere i conti. La cronaca di questi mesi ha zone d’ombra e il salvataggio della banca avrà costi enormi, ancora incalcolabili

di MASSIMO GIANNINI

 

mps1ABBIAMO messo in sicurezza il risparmio”. Anche Paolo Gentiloni ricalca le orme di Matteo Renzi. Anche il nuovo premier, dopo aver varato il decreto salva-Mps, tira un sospiro di sollievo, come fece il vecchio premier il 22 novembre 2015, dopo aver varato il decreto salva-Etruria. Sollievo malriposto. Allora come oggi. Il salvataggio della banca più antica del mondo avrà costi enormi, ancora incalcolabili.

 

I20 MILIARDI stanziati sono nuovi debiti pubblici.

Dall’anno prossimo peseranno sulle tasche di tutti i contribuenti. È giusto sacrificarsi per Siena. Ma a patto che si faccia luce sull’infinita catena di errori commessi in questi anni (magari proprio con quella famosa commissione d’inchiesta che Renzi lanciò a sproposito il 23 dicembre 2015). E a patto che si fissi almeno un punto fermo: chi ha sbagliato, una volta tanto, tolga il disturbo. A pagare il conto finale non può essere sempre e solo Pantalone. Pantalone siamo noi. Vorremmo almeno sapere, con qualche domanda, chi dobbiamo “ringraziare”.
IL TESORO.
In una lunga intervista al Sole 24 Ore, il ministro Padoan ripercorre a modo suo il calvario di Mps. Nulla c’è ancora di chiaro, sulle modalità con le quali saranno “coperti” gli obbligazionisti della banca, e quali saranno, anche in questo caso, i sommersi e i salvati. Per il resto, il ministro dice: “Non sono affatto pentito di aver sostenuto, nel rispetto del ruolo di tutti, l’operazione di mercato”. Ma non era forse già chiaro a luglio che la “strada privata” avrebbe portato a un vicolo cieco? Si può considerare il licenziamento di un amministratore delegato come Fabrizio Viola, deciso con una telefonata fatta “per conto” dell’allora premier Renzi il 7 settembre, una mossa “nel rispetto del ruolo di tutti”? O qui non c’è forse una clamorosa invasione di campo della politica, che invece di salvare la banca quando le condizioni lo consentivano si è avventurata in un’improbabile “operazione di mercato”? Padoan aggiunge: do il “pieno sostegno all’attuale management della banca”, compreso l’ad Marco Morelli. Considerato che in questi anni Mps ha bruciato 17 miliardi di patrimonio, non è il momento di attuare anche in Italia il metodo Obama, che nel 2009 varò il “Tarp”, un piano di intervento dello Stato nelle banche da 700 miliardi di dollari, che aveva come condizione l’azzeramento totale di tutti i vertici e la nomina di manager pro tempore scelti dallo Stato? Padoan si lamenta perché “nel nostro Paese non sono sanzionate abbastanza le responsabilità di singoli manager che hanno prodotto danni rilevanti a investitori, azionisti, risparmiatori”. Giusto, ma allora perché non presenta una legge che introduce e inasprisce queste sanzioni? Lui è il governo: ha l’obbligo politico e morale di parlare e di agire come il ministro del Tesoro, non come un cittadino qualunque.
LA BCE.
La Banca centrale europea ha avuto un ruolo cruciale, fa il suo mestiere. Ma il suo “accanimento terapeutico” nei confronti di Siena merita qualche chiarimento. Dopo gli stress test del 23 giugno, la Vigilanza europea guidata dalla francese Danièle Nouy impone la ricapitalizzazione da 5 miliardi entro il 31 dicembre. In base a quale criterio, solo 4 giorni fa, la Bce chiede per lettera al Monte di aumentare la ricapitalizzazione a 8,8 miliardi? Cosa è cambiato, in questo frattempo? E in base a quale principio Francoforte impone a Mps la stessa copertura patrimoniale (il Cet1, fissato all’8%) che nel 2015 applicò alle banche greche, mentre nelle stesse ore riduce dal 10,7 al 9,5% l’analogo parametro richiesto alla Deutsche Bank (la banca europea con il portafoglio più “zavorrato” dal peso dei titoli tossici)? Mario Draghi, giustamente, ha fatto della cosiddetta “accountability” la sua religione. Ma la necessità di “rendere conto” del proprio operato, a Francoforte, deve valere per tutti.
LA BANCA D’ITALIA.
Via Nazionale ha avuto un ruolo importante. Non tanto per quello che ha fatto, quanto per quello che non ha fatto. Sul fronte “esterno”: il governatore Visco siede nel board di Francoforte, e l’italiano Ignazio Angeloni siede in quello della Vigilanza europea. Perché sono mancate comunicazioni puntuali tra l’Eurotower e Palazzo Koch? Sul fronte interno: la direttiva sul bail in (che scarica i costi dei fallimenti bancari su azionisti, obbligazionisti e correntisti oltre i 100 mila euro) viene approvata dalla Ue nel 2014, e in Italia viene introdotta per la prima volta un anno dopo con il “decreto di risoluzione” su Banca Etruria, Marche, Cariferrara e Carichieti. Perché Bankitalia (che solo in seguito si dichiarerà contraria a quelle norme, applicate in modo retroattivo su tutti i risparmiatori) non fa una campagna per sensibilizzare l’opinione pubblica e convincere i governi a modificarla? E poi, più in particolare sull’affare Mps: perché il governatore ripete dal gennaio 2013 che la banca “non ha problemi di tenuta “, mentre nei due anni successivi Viola è costretto a chiedere aumenti di capitali per ben 8 miliardi? Perché in estate non si oppone alla cacciata dello stesso Viola, decisa da Renzi il 6 luglio dopo una colazione di lavoro a Palazzo Chigi con il presidente di Jp Morgan, Jamie Dimon? Perché in autunno non si oppone al rinvio dell’aumento da 5 miliardi, che Renzi decide di spostare a dopo il referendum costituzionale del 4 dicembre, per evitare di dover mettere la faccia su un sicuro fallimento? Queste risposte sarebbero necessarie. Al contrario di quello che avviene per le ispezioni (sulle quali pure ci sarebbero tante domande da fare) non si viola nessun segreto d’ufficio.
LA CONSOB. 
La commissione che vigila sulle società e la Borsa non può chiamarsi fuori dalle responsabilità. Stendiamo un velo pietoso sui derivati Alexandria e Santorini, che cinque anni fa nessuno vide e nessuno bloccò. Anche negli ultimi mesi su Mps sono accadute anomalie che una Vigilanza seria avrebbe potuto e dovuto intercettare. Almeno due delle emissioni obbligazionarie a rischio (“Lower Tier 2”, a scadenza 2020) risultano vendute ai clienti al dettaglio della banca durante la gestione di Giuseppe Vegas. Se questo è vero, perché la Consob non le ha valutate e non le ha bloccate? E se invece non è vero, perché non smentisce e non chiarisce esattamente chi e quando ha autorizzato che cosa?
I VERTICI MPS.
Il “groviglio armonioso”, a Siena, ha radici antiche. L’inizio della fine, com’è noto, comincia con Giuseppe Mussari, che compra Antonveneta dal Santander per oltre 9 miliardi, la cifra folle che fa esplodere i conti. Questa ormai è storia. La cronaca di questi ultimi mesi presenta zone d’ombra non meno inquietanti. Da settembre, dopo la famigerata “telefonata di licenziamento” di Padoan, ai vertici Mps siede Marco Morelli, già dirigente della banca ai tempi di Mussari. Insieme a Jp Morgan e Mediobanca (finora curiosamente rimasta “al riparo” da critiche) è proprio Morelli a farsi garante della cosiddetta operazione “di mercato”, cioe del reperimento dei 5 miliardi di capitali privati. Ed è proprio Morelli a ventilare fino all’ultimo la possibilità che grandi fondi esteri intervengano nella ricapitalizzazione, nel ruolo di “anchor investor”, convincendo il Tesoro a rinviare fino all’ultimo un intervento pubblico su Mps che si poteva e si doveva fare almeno sei mesi fa.
Dunque: quando e con chi ha parlato Morelli, tra i rappresentanti del fondo sovrano del Qatar? Quali sono stati i suoi interlocutori nel fondo gestito da George Soros? E quali offerte concrete aveva in mano, quando il 7 dicembre il cda della banca ha chiesto alla Bce una proroga al 20 gennaio 2017, per il closing dell’operazione? È il minimo che si possa chiedere a un manager che ha un compenso fisso di 1,4 milioni, superiore a quello del suo pari grado di Bnp Paribas. Per gestire la peggiore delle grandi banche europee, guadagna più di quello che guida la migliore. Come direbbero un Longanesi o un Flaiano: ah, les italiens…

 

 

 
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copertina-cucsfhttp://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/296575/come-una-casa-senza-finestre/

 

 

Conferme, contraddizioni e scelte di comodo.

20 Nov

Decidete voi.

Zagrebelsky: una lezione di stile e di saggezza

1 Ott

Ieri sera ho avuto l’occasione di ascoltare e riflettere, ammirando la pazienza, la sapienza e soprattutto lo stile della lezione impartita dal vecchio professore, arrivando quasi a commuovermi quando ha ricordato con passione cosa è una Costituzione, quanto il suo fine sia unire e non dividere, quanto sia vitale per una nazione che essa rappresenti l’unità e la coerenza delle leggi, prima fra tutte quella elettorale. Mi sono piaciuti il tono pacato, l’esposizione serena, l’atteggiamento dialogante.

Peccato quindi che il suo interlocutore, chiuso nella sua smisurata autoammirazione, di quella lezione non abbia colto quasi nulla. Solo quando il professore gli ha fatto notare la straordinaria rivoluzione culturale compresa nella differenza tra  “vincere le elezioni” e “assumere la responsabilità di guidare il Paese” ho notato in lui  una certa perplessità, ma non saprei dire se fosse incredulità, supponenza o derisione. Per costui la priorità è data dal fare in fretta le leggi, non dal farle bene, evitare i ping pong e le lungaggini delle procedure, non il rispetto delle norme e dei diritti di chi non la pensa come lui. In questo mi ha ricordato un suo sciagurato predecessore che ce l’aveva con quello che definiva “il teatrino della politica”, in quanto lui (il predecessore) era per “la politica del fare”.

La sicumera e l’evidente fastidio con cui il più giovane rispondeva all’accorato appello del professore alla ragionevolezza mi hanno dato la misura del baratro in cui potrebbe precipitarci lo sconvolgimento della Carta costituzionale – unito alla nuova legge elettorale – proposto dal governo contro ogni regola democratica e fatto approvare da un docile parlamento composto in maggioranza da fedeli e disciplinati. Ma tanto più costui mi ha sorpreso perché ancora una volta ha fatto ricorso a a frasi fatte e atteggiamenti, a quel modo di porsi che in televisione privilegia l’aspetto esteriore delle discussioni e tende a compiacere i propri tifosi e simpatizzanti, nulla aggiungendo alla discussione, o meglio, alla visione. Che resta quindi miope, di breve durata: quando il vecchio professore ha ammonito sulla possibilità che la riforma accompagnata dalla legge elettorale possa un giorno favorire forze politiche che non hanno in gran conto la democrazia, l’interlocutore ha evitato di replicare, nonostante avesse dichiarato con enfasi di guardare al futuro. Ma forse si riferiva solo al proprio.

Preferirei una democrazia in cui non vige potere assoluto della maggioranza, ma il confronto quotidiano” ha detto a un certo punto il professore. Ecco, la chiave di volta sta tutta qui, secondo me. In un atteggiamento aperto, nel rispetto di chi non la pensa come te, nell’essere pronti ad ammettere errori e perfino ad accogliere proposte migliori delle proprie, ancorché provengano dagli avversari. Comincio invece a temere che dall’altra parte tutto si riduca tristemente a qualcosa di simile alla storica e ben nota affermazione del marchese del Grillo.


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