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Tu chiamale se vuoi, omissioni*

7 Set

Spiace dover rilevare ancora una volta, da parte di Repubblica, la costante attitudine a sminuire – nel migliore dei casi – l’opera del sindaco Marino. Parrebbe che ci sia una disposizione di delenda  memoria. Oggi, in un suo documentato articolo dall’eloquente titolo
La battaglia di Muraro per riconquistare AMA/un affare da 60 milioni” (purtroppo non ancora accessibile on line), Carlo Bonini riconosce l’eccellente boniniamaopera di risanamento dell’AMA avviata da Alessandro Filippi durante la sua permanenza nell’azienda cone direttore generale al fianco dell’amministratore delegato Fortini. E qui sta la prima omissione. Seguitemi.
Bonini riconosce a Filippi il merito di aver scoperchiato il vaso di Pandora del megacontratto (60 milioni all’anno) stipulato dal suo predecessore Fiscon (come noto oggi imputato nel processo Mafia Capitale) con Cerroni, il ‘dominus’ dei rifiuti a Roma. Non solo: Filippi ha anche scoperto come rendere “AMA autosufficiente”, facendo lavorare a pieno regime i quattro impianti TMB disponibili e rinunciando all’inefficiente e costoso tritovagliatore di Rocca Cencia oggetto dello scandaloso contratto e aveva anticipato alla Muraro – allora consulente dell’AMA con un oneroso contratto e ampie responsabilità – la chiusura del rapporto professionale. Filippi, come noto, è stato poi allontanato, così come Fortini, mentre la neo assessora Muraro ha da subito cercato in tutti i modi di riattivare l’impianto di Cerroni. Bonini però dimentica, in tutto questo (ed altro) di dire che Filippi (come Fortini) è stato incaricato dal sindaco Ignazio Marino nel gennaio 2014. Come chiamarla, se non “omissione”?
Ed ecco la seconda. Bonini conclude l’articolo scrivendo

“…per chiudere il cerchio è necessario che si compia lo scempio della verità con cui nella narrazione della Raggi e della Muraro, i numeri dell’ultimo biennio dell’AMA vengono nascosti all’opinione pubblica. I due utili di bilancio nel 2014 (278mila euro) e 2015 (893mila euro), la riduzione dell’indebitamento finanziario, la riduzione dell’evasione e della morosità, l’incremento dei mezzi (+15 per cento), la riduzione dell’assenteismo del personale (dal 20 al 15 per cento), l’aumento della raccolta differenziata ((+11 per cento).”

Stranamente (ma non tanto), viene nuovamente taciuto il fatto che tutto questo è avvenuto per merito di due manager capaci e competenti individuati e incaricati dal sindaco Ignazio Marino.  Tutte combinazioni? Od omissioni?

*Secondo il dizionario Sabatini – Coletti:

Omissione [o-mis-sió-ne] s.f.

  • Atto o comportamento di chi trascura, tralascia qlco. che è necessario, doveroso fare; la cosa stessa omessa, la lacuna provocata, lasciata: o. di un particolare; un testo pieno di omissioni || o. di soccorso, reato compiuto da chi non presta aiuto a chi è rimasto coinvolto in un incidente, spec. quando ne è causa.

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P.s. Le mie scuse a Lucio Battisti per l’accostamento a una delle sue più belle canzoni, Emozioni.

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Una corretta informazione

6 Set

Quella cui abbiamo diritto noi cittadini, prima ancora che lettori. E’ un discorso che si sente sempre più spesso  ma che lascia indifferenti – pare – direttori e redazioni. Eppure nel mondo occidentale la credibilità della carta stampata si riduce sempre più e uno dei motivi è rappresentato dalla sfiducia dei lettori, come recentemente accertato all’International Journalism Festival. Ne è passato di tempo, insomma, da quando Lamberto Sechi predicava “i fatti separati dalle opinioni” e lo dimostrava ogni settimana su Panorama. Il che non voleva dire che il giornalista non avesse diritto a dire la sua, ma prima doveva assolvere il suo dovere e cioè raccontare, con obbiettività, i fatti.

Marino tegola

Prendiamo come esempio questo pezzo di oggi su Repubblica. Il titolo urla che Marino è indagato per truffa. Faccenda pesantina, vero? Gli avversari di Marino già si fregano le mani. Però subito dopo – nell’occhiello e quindi meno meno visibile – il ripensamento: “Atto dovuto dei pm sull’onlus, possibile archiviazione.  Nel testo poi, proprio all’inizio, ci continua a sfumare: l’accusa “però potrebbe cadere nel vuoto” e si commenta  “Un’indagine che si potrebbe presto chiudere con un’archiviazione“.  Proseguendo, l’articolo ribadisce che “L’iscrizione sarebbe un atto dovuto per consentire alcuni accertamenti tecnici e potrebbe portare i pm romani a disporre una rapida conclusione delle verifiche a favore del sindaco. Quindi l’archiviazione.” e ricorda che si tratta di “Un’accusa che era stata utilizzata da Alemanno per screditare l’avversario e chiederne il ritiro dalla sfida” al tempo delle elezioni comunali, nel 2013.

tegola marino 3

Occorre ora aggiungere  un particolare non di poco conto.  Questa è l’edizione on line.  Ma sull’edizione cartacea c’è dell’altro, misteriosamente omesso sulla prima e precisamente il sunto del comunicato stampa che il legale di Marino ha diffuso ieri subito dopo la notizia, riportato in chiusura dell’articolo. Lo trovate qui accanto e chiarisce molte cose, non solo il fatto in sé. In altre parole, Marino e l’onlus Imagine che presiedeva sono parte lesa e non c’entrano nulla.

A questo punto viene naturale domandarsi: e questa sarebbe l’informazione obbiettiva e corretta, dovere di ogni giornalista che si rispetti? E, ripensando alla serie di attacchi più o meno malevoli che Repubblica lancia regolarmente da un anno a questa parte (ricordiamo tutti  il ridicolo caso della Panda rossa, vero?), c’è un solo motivo per cui una testata stimata e autorevole ha assunto questa posizione contro il sindaco? O ce n’è più d’uno? E quali, di grazia?

Intendiamoci, qui non si intende difendere a spada tratta Marino. Sono un suo sostenitore, ma non un fanatico tifoso. Ha fatto i suoi errori ed altri ne farà (per esempio, sono d’accordo con questo pezzo di Gilioli), come capita a tutti gli esseri umani, ma lo sconvolgimento che ha portato nel sistema consociativo della politica romana e l’aver scoperchiato il vaso di Pandora della rete di collusioni, complicità, intrighi che avvolgeva il Comune è un merito che gli va riconosciuto, oltre a quello di aver riportato una ventata d’aria pulita in un ambiente malsano. Ma a Repubblica questo sembra  importare poco, molto meglio il titolo a sensazione. Che peccato.
Per Repubblica, intendo, che perde lettori.

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Aggiornamento del 7.9. Mi viene fatto notare che nell’articolo dell’edizione on-ine il periodo finale relativo alle dichiarazioni del legale di Marino ora c’è. Ne prendo atto con piacere.

La Repubblica delle banane

25 Ago

 

Nel suo migliore stile oggi Francesco Merlo su Repubblica  scrive del sindaco Marino e della sua assenza da Roma nel pieno dell’aspra polemica sul funerale dei Casamonica.  E’ un articolo livido, al vetriolo, gratuito e senza alcun argomento. Lo affermo con assoluta franchezza: non mi ha neppure indignato. Un po’ me l’aspettavo, devo dire, perché è dai tempi della Panda rossa che Repubblica ha preso una incomprensibile quanto inaccettabile sua personale posizione anti-Marino, anche se saltuariamente si può notare una sia pur flebile e imbarazzata contrapposizione interna della redazione che se non altro reclama  un filo di obbiettività. Pare infatti che si risvegli di soprassalto, quando – inframezzato nel quotidiano attacco acido e bilioso – pubblica col minimo rilievo e quasi di malavoglia notizie su provvedimenti (e parlo solo dei minimi) che i romani aspettavano da quando Roma era amministrata da Rutelli, Veltroni, Alemanno, dagli oltre 700 affitti irregolari finora accertati all’allontanamento dei camion-bar dal centro storico, dallo smascheramento dei  B&B abusivi  all’obbligata rotazione dei dirigenti comunali.
la-repubblica-delle-banane

 

In questa squallida faccenda del funerale show  Marino non c’entra nulla e fa bene a sottolineare – con la sua voluta assenza – che  nessuno riuscirà a coinvolgerlo. Anche il questore era in vacanza, anche il procuratore Pignatone, ma non se ne parla. Lo ha ammesso perfino il prefetto Gabrielli, come riferisce il Messaggero di Caltagirone (che per ovvi motivi non è certo tenero col sindaco): Anche se a porte chiuse, durante il comitato che precede questa conferenza stampa fiume, lo hanno sentito strigliare i vertici delle forze dell’ordine con toni perentori: «Gli organi investigativi dove stavano? Signori, non possiamo più sbagliare». Uno «shampoo», come lo descrive chi c’era, che ha lambito il Campidoglio: «Tutti potevano fare di più, anche i vigili. Ma questa volta – è stata la battuta del prefetto – Marino, che a Roma viene incolpato di qualsiasi cosa, non c’entra nulla». Infatti nessuno degli avversari di Marino ci ha provato, tanto sono evidenti i fatti, le circostanze, le responsabilità altrui da esaminare severamente e su cui sarà opportuno prendere provvedimenti. Solo qualche suo nemico più ottuso degli altri ha pensato di puntare l’indice sull’assenza per ferie (peraltro meritate) del sindaco e il Merlo ci è cascato unendosi allo (ovviamente scarso) coro.

Il fatto grave, invece,  viene giustamente evidenziato da  Cristiana Alicata quando scrive:  “Il problema dell’Italia non sono i Casamonica o i Corleonesi. Loro sono una parte del problema. L’altro pezzo di problema è anche chi oggi non è in grado di fare un’analisi seria su cosa è successo, sullo stato di diritto senza gettare inutile benzina sul fuoco. Senza fermarsi a pensare. Dagli al sindaco, al prefetto, ai carabinieri a tutti, senza cercare di distinguere e capire”. Perchè è molto più semplice autogratificarsi senza fare informazione ma così si “finisce di distruggere quel poco di coscienza civile che c’è rimasta. A chi giova questa distruzione totale dello spazio riflessivo?

Ecco la domanda: a chi giova? E rimpiango gli anni in cui Repubblica sapeva alimentare la riflessione, il dibattito proficuo, il confronto intelligente delle idee. Altri tempi.

 

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N.B. L’illustrazione è tratta dal sito Associazione Nuova Colombia, che ringrazio.

 

 

 

 

Ogni giorno più di un editoriale: Ellekappa

20 Feb

Sono da anni un  più che convinto estimatore, direi meglio un ammiratore totalmente perso, di Ellekappa, al secolo Laura Pellegrini. Tutti santi giorni il suo commento condensa in una vignetta di rara efficacia il fatto o la notizia più rilevante. E tutto questo sotto un’apparente innocenza, con l’intelligenza condita da una grazia che inganna e nasconde un sublimato di satira corrosiva. Basta guardare la successione delle sue illustrazioni di questo mese su Repubblica e ne avrete un’idea, oltre che un rapido sunto di quanto accaduto in quest’ultimo periodo. Per non dire poi di quella gran dote di pochi che è l’autoironia. Ricorderò sempre quella sua fulminante battuta (cito a memoria): “ Ma non esistono giornalisti incorruttibili? – Sì, ma costano molto di più“.

Repubblica, il sindaco Marino e il giornalismo fazioso. Una lettera aperta.

29 Nov

Cara Repubblica,

mi permetto di qualificarmi come tuo fedelissimo, avendo cominciato a leggerti ancor prima che uscissi in edicola. Esatto, hai letto bene: “prima”, e quando vorrai sarò lieto di spiegarti come e perché.
Ma non ti scrivo per questo. Oggi voglio manifestarti la mia profonda e amara delusione per la campagna che stai conducendo da qualche tempo e che stride con lo stile che ti contraddistingue da sempre: non mi riferisco alla critica – ci mancherebbe – ma all’approccio bilioso e immotivato con cui viene condotta.
Sto parlando delle notizie che riguardano il sindaco Marino e la sua giunta.

Sono mesi che alcune firme dell’edizione romana si cimentano in quella che ormai pare una gara a chi ne dice peggio: la giunta è a rischio praticamente ogni giorno, Marino appare come un incapace, il partito che dovrebbe appoggiarlo non vede l’ora di liberarsene, i romani non lo sopportano. Il tutto espresso con toni esageratamente acidi e talvolta condito addirittura con voci apertamente inconsistenti.
Intendiamoci, qualcosa di vero c’è in tutto questo: Marino ha diversi avversari, anche potenti (come chiunque rivesta un incarico), ha commesso i suoi errori (come altri umani), nel Pd ha nemici autorevoli (alquanto interessati), è inviso a molti cittadini (però si tace sui moltissimi estimatori). Ma, mi domando, possibile che non abbia fatto nulla di buono che valga la pena di commentare positivamente? Possibile mai che la ridicola vicenda della Panda rossa abbia meritato perfino la tua pagina nazionale (riempita in buona parte con foto e rimasticature di articoli precedenti a causa della scarsità di contenuti)? Possibile, insomma, che questo sindaco eletto solo 18 mesi fa, abbia combinato tali e tanti disastri da meritarsi l’ostracismo a priori, comunque e sempre, di un giornale del livello e del prestigio di Repubblica? No, non è possibile. D’altra parte non è neppure pensabile che nella redazione  del mio quotidiano preferito si sia insinuata una quinta colonna per oscuri motivi ostile al sindaco. Però… però il dubbio che ci sia qualcosa che non va resta, purtroppo. E ieri il dubbio si è ingigantito, ha preso corpo, è diventato quasi concreto.

Cosa è successo ieri? Ieri in prima pagina a destra c’era un titolo “Quattro miliardi in cinque anni ma Roma resta un fallimento”; occhiello: “La Ragioneria dello Stato: capitale in default nel 2008 da allora nulla è cambiato” (il neretto è mio). Autore dell’inchiesta (così viene annunciata): Federico Fubini. Ora devi sapere che una delle mie firme preferite, tra le tante tue, è proprio Fubini. Mi piace la chiarezza, la lucidità, la solida documentazione con cui supporta i suoi REP Fubiniarticoli. Per cui resto un po’ sorpreso: il senso è chiaro, nuvoloni minacciosi si annunciano sulla testa del sindaco. Ma cosa mai gli potrà essere imputato, stavolta? Così vado dritto a leggere e si apre una doppia pagina con due grandi foto al centro che riguardano il nubifragio avvenuto nel nord del Lazio, ma la loro presenza appare fuorviante, induce a ricordare i recenti allagamenti avvenuti in città (come se il maltempo fosse colpa del sindaco). C’è anche un’altra piccola foto: è di Marino, con una didascalia che non c’entra nulla: “Costi e servizi”. Cominciamo bene, mi dico, e leggo.

Fubini ricorda nella sua inchiesta i misfatti delle giunte e dei sindaci che si sono succeduti a Roma dal 2008 al 2013, riportando i dati di una Relazione della Ragioneria generale con cifre da far girare la testa e relative a sovvenzioni svanite nel nulla (si fa per dire, come ben sai la magistratura sta indagando su più fronti). Roba passata, quindi? No, facendo torto al suo talento ed al suo stile Fubini forza il pezzo inserendo un paio di commenti della suddetta Relazione che sembrerebbero imputare al sindaco Marino un comportamento criticabile tanto quanto quello dei suoi predecessori. A pochi mesi (giugno) dal suo insediamento, par di capire, Marino ne aveva già combinate tante da richiamare la severa censura degli ispettori.

E’ qui che ho avuto un soprassalto. Quella Relazione (si può leggere qui) è il documento redatto dagli ispettori della Ragioneria chiamati dallo stesso Marino pochi giorni dopo la sua nomina per una verifica amministrativo-contabile dei bilanci del Comune ereditati dal suo predecessore. Gli ispettori si insediarono a ottobre del 2013, la Relazione fu conclusa a gennaio di quest’anno e se non sbaglio divenne pubblica nell’ormai lontano marzo. Ma appare oggi, quasi fosse uno scoop, e tutto questo non si legge da nessuna parte. Verso la fine del pezzo, attira l’attenzione un virgolettato fuori testo : “Le responsabilità non sono solo del centrodestra. Ha colpe anche la giunta Marino”. Non avendo trovato questa frase nella Relazione, devo pensare che sia di qualcun altro. Fubini?

Ora, delle due l’una: o Fubini ignorava l’esistenza della Relazione, di quando fosse stata pubblicata e che l’ispezione da cui ha avuto origine era stata sollecitata da Marino stesso. Oppure lo sapeva e non ne ha tenuto alcun conto. Non vedo altre ipotesi e forse è meglio così.
Oggi, quasi a (parziale) riparazione è uscita un’intervista a Marino in cui egli chiarisce (anche a Fubini, voglio supporre) i fatti come si sono succeduti, fornisce dati sul debito, su quanto fatto finora per ridurlo, notizie sul programma svolto e su quello futuro. Meglio tardi che mai, anche se l’intervista non è annunciata in prima pagina e, purtroppo, non è disponibile nell’edizione in Rete.

Cara Repubblica, sai qual’è la sintesi di tutto questo? Stai attenta: io non sono un fanatico tifoso di Marino. Sono solo un normale cittadino che assistendo all’accanita quanto forsennata campagna contro di lui ne è rimasto indignato. Indignato in particolare da quanto alcuni esponenti del partito che dovrebbe sostenerlo stanno facendo per disarcionarlo o costringerlo ad essere più disciplinato, cioè prono alle indicazioni che lui dovrebbe seguire o ai loro personali obbiettivi; sono indignato per le difficoltà che sta cercando di creargli la ragnatela di interessi più o meno leciti che ha avvolto per anni questa città meravigliosa e che lui contrasta; indignato per quanto viene letteralmente inventato quasi ogni giorno contro di lui. Per questo sto dalla parte del sindaco.  Marino è stato eletto col 63% dei votanti romani: in ogni normale democrazia questo sarebbe più che sufficiente per  rispettare la volontà popolare, ma non qui da noi. Beh, una cosa è la leale opposizione, tutt’altro questo festival permanente dei coltelli alle spalle.  Io penso che sarebbe ora di cominciare a cambiar musica e per primi dovrebbero essere proprio gli organi di informazione. Schierandosi contro senza portare buoni motivi, o peggio, questi ultimi rischiano solo di apparire faziosi. E così perdere affezionati e fedeli lettori.

Con molti cordiali saluti, tuo
Piero Filotico

Barbara Spinelli: i sonnambuli dell’Europa

1 Gen

L’ultimo giorno dell’anno ci ha regalato un formidabile editoriale di Barbara Spinelli sui pericoli che corre questa Europa unita solo apparentemente. Alla vigilia del centenario della prima guerra mondiale, si intravedono segnali che fanno preoccupare (per usare un eufemismo e non raffreddare eccessivamente l’atmosfera euforica del primo giorno dell’anno nuovo).
Ma la verità è in queste righe che il profondo pensiero della Spinelli – una donna che considero la migliore commentatrice dei fatti d’oggi e la migliore esploratrice delle tendenze e del futuro che ci attende – esamina con l’attenzione di un ricercatore che stia lavorando alla scoperta di un virus micidiale. E le sue ansie sono anche le mie.
Auguri a tutti noi per un sereno anno nuovo, comunque, sperando che la consapevolezza produca effetti benefici: sempre meglio sapere cosa può attenderci – per porvi rimedio – che la disinvoltura (talvolta criminale) prodotta dall’ignoranza o, peggio, dalla noncuranza.

I sonnambuli dell’Europa

di BARBARA SPINELLI

«VERRÀ il momento in cui sbanderemo, come i sonnambuli d’Europa nell’estate 1914»: lo ha detto Angela Merkel, nell’ultimo vertice europeo, citando un libro dello storico Christopher Clark sull’inizio della Grande Guerra, tradotto in Italia da Laterza.

Isonnambuli descritti da Clark sono i governi che scivolarono nella guerra presentendo il cataclisma, simulando allarmi, ma senza far nulla per scongiurarla. Da allora sono passati quasi cent’anni, e molte cose sono cambiate. L’Europa ha istituzioni comuni, l’imperialismo territoriale è svanito (resta solo l’Ungheria di Orbàn, residuo perturbante del mondo di ieri, a proclamare compatrioti a tutti gli effetti gli ungheresi di Slovacchia, Romania, Serbia, Austria, Ucraina). Non si combatte più per spostare confini ma l’Unione non è in pace come si dice, e la crisi che traversa la sta squarciando come già nel 1913-14.

È simile lo stato d’animo dei governi: allo stesso tempo deboli e pieni di sé. Impotenti sempre, anche quando mostrano arroganza o risentimento.

Gli anniversari sono un omaggio che si rende al passato per accantonarlo.

Meglio sarebbe celebrarli con parsimonia. Ma sul significato di questa ricorrenza vale la pena soffermarsi, e chiedersi come mai Berlino evochi il 1914 per dire che l’euro può sfracellarsi, che se non faremo qualcosa saremo di nuovo sorpresi dal colpo di fucile che distrusse il continente. Come mai torni questo nome – i Sonnambuli – che Hermann Broch scelse come titolo per una trilogia che narra la pigrizia dei sentimenti, l’ indolenza vegetativa, che pervasero il primo anteguerra.

Quel che il Cancelliere non dice, ma che Clark mette in risalto, è l’inanità di simili moniti catastrofisti, l’enorme discordanza fra l’eloquio sinistro dei governanti e il loro agire ignavo, incapace di trarre le conseguenze da quel che apparentemente presagiscono.

Si comportarono da sbandati gli Stati europei, quando il 28 giugno 1914 Gavrilo Princip tirò i suoi due colpi di pistola a Sarajevo: quasi camminassero dormendo. A parole sembrava sapessero quel che stava per succedere, e però erano come incoscienti. Il dire era completamente sconnesso dai fatti, dal fare. Allo stesso modo gli Stati odierni davanti alla crisi, quando recitano la giaculatoria sul baratro che perennemente sta aprendosi, e non fanno il necessario per allontanare l’Unione da quell’orlo ma anzi l’inchiodano sul bordo, sbrindellata e tremante com’è, senza governo né comune scopo, come se questa fosse l’ideale terapia per tenere vigili gli Stati, per dilatare le angosce dei cittadini, per non provocare la rilassatezza (il «rischio morale», lo chiamano i custodi dell’Austerità) che affligge chi, troppo rassicurato, smette il rigore dei conti.

Proprio come fa la Merkel, quando vaticina l’»esplosione dell’euro» e incrimina l’indolenza dell’Europa dormiente. L’accenno ai baratri, sempre miracolosamente sventati, è divenuto un trucco di governanti impotenti, inetti, che usano il linguaggio apocalittico e le paure dei popoli immiseriti «al solo scopo di restare titolari della gestione della crisi». Lo dice l’ultimo rapporto del Censis: non è «con continue chiamate all’affanno», né con la «coazione alla stabilità», che si ricostruirà una classe dirigente. Impossibile ridivenire padroni del proprio destino se gli Stati fingono sovranità già perdute e si consolano facilmente, come in Cocteau: «Visto che questi misteri ci oltrepassano, fingiamo di esserne gli organizzatori».

Terribilmente simili all’oggi che viviamo furono i prodromi della Grande Guerra. Verso la fine del luglio ’14, poco dopo Sarajevo, il premier inglese Asquith preannuncia l’»Armageddon»: il luogo dell’Apocalisse dove tre spiriti immondi radunano i re della terra. Gli fa eco Edward Grey, ministro degli Esteri: «La luce si sta spegnendo su tutta Europa: non la vedremo più riaccendersi nel corso della nostra vita». In realtà gli inglesi avevano altri tormenti in quelle ore – non l’Europa ma l’autonomia dell’Irlanda – e poco si curavano del disastro continentale che profetizzavano.

Anche Churchill utilizzerà più tardi la metafora millenaristica del buio che irrompe: «Una strana luce cominciò a cadere sulla carta d’Europa».

Quanto ai generali russi e francesi, le parole ricorrenti quell’estate erano «guerra di sterminio», «estinzione della civiltà». Sapevano dunque – conclude Clark – ma la sapienza scandalosamente girava a vuoto: «Questa la cultura politica comune a tutti i protagonisti». Il ’14-18 non è un giallo di Agatha Christie, col colpevole scovato nell’ultimo capitolo: la primaria colpa tedesca, fissata nell’articolo 231 del Trattato di Versailles, è invenzione dei vincitori. Il ’14-18 fu una tragedia «multipolare e autenticamente interattiva». All’origine di questo voluto e fatale divaricarsi tra parole e presa di coscienza: l’ignoranza che ogni Stato mostrava per i patemi storici dell’altro.

Ignoranza inglese dell’ossessione russa, ostile con i serbi all’impero austroungarico e ottomano. Ignoranza della Germania in ascesa. E accanto all’ignoranza: la flemma, l’abissale disinteresse per quello che la Serbia significava agli occhi d’un impero asburgico dato anzitempo per morto. Infine il fatalismo: la guerra era forse invisa, ma ritenuta inevitabile. Così l’Europa sbandò verso l’inutile strage denunciata da Benedetto XV.

Ricordando la leggerezza disinvolta narrata da Clark, la Merkel commette gli stessi errori, quasi credesse e non credesse in quel che dice. Anche nel ’14 mancò l’immaginazione: quella vera, non parolaia. Gli europei erano immersi in una prima globalizzazione. Come poteva sgorgare sangue dal dolce commercio? Poteva invece, perché il mito delle sovranità assolute scatenòi nazionalismie produsse non uno ma due conflitti: una lunga guerra di trent’anni. Solo dopo il ’45 capirono, creando la Comunità europea. Ora siamo di nuovo in piena discrepanza tra parole e azioni, e tutti partecipano alla regressione: compresi gli sfiduciati, i delusi pronti a disfarsi di un’Europa che non è all’altezza della crisi. È diffuso l’anelito a sovranità comunque inesistenti, e il sonnambulismo riappare con il suo corteo di irresponsabilità, ignoranza, patriottismi chiamati difensivi. Come allora,a trascinarci in basso sono i governi ma anche una cultura politica comune. Ecco la modernità brutale del 1914, scrive Clark. Anche i popoli – spogliati di diritti, disinformati – barcollano sperduti fantasticando recinti nazionali eretti contro l’economia-mondo. Credono di contestare i governi. Sono in realtà complici, quando non esigono un’altra Europa: forte e solidale anziché serva dei mercati. Il pericolo, tutti lo sentono per finta. Dice ancora Broch: «Solo chi ha uno scopo teme il pericolo, perché teme per lo scopo».

Da anni siamo abituati a dire che l’Europa federale ha perso senso, col finire delle guerre tra europei. Ne siamo sicuri? La povertà patita da tanti paesi dell’Unione sveglia risentimenti bellicosi. E la mondializzazione non garantisce pace, come ammoniva già nel 1910 Norman Angell, nel libro La grande illusione. L’internazionalizzazione dell’economia rendeva «futili le guerre territoriali», questo sì. Ma intanto ciascuno correva al riarmo.

Oggi la Grande Illusione è pensare che il ritorno dell’ equilibrio fra potenze assicuri nell’Unione il dominio del più forte, più stabile. Ma Darwin è inservibile in politica, e mortifera per tutti è la lotta europea per la sopravvivenza. Nel rapporto tra Usa e Israele, o tra Cina e Nord Corea, sono decisivi i piccoli, i più dipendenti: esattamente come cent’anni fa fu decisiva la Serbia panslavista, rovinosamente sostenuta dalla Russia. La forza fisica che Angell giudicava futile, e però letale, è quella dello Stato-nazione che s’illude di fare da sé, piccolo o grande che sia. La lezione del ’14 non è stata ancora imparata.

La Repubblica – 31 dicembre 2013

 

Ilvo Diamanti: l’analisi completa dell’elettorato delle Primarie

18 Dic

 Ilvo Diamanti ha esaminato a fondo su Repubblica del 10 dicembre la ricerca di C&LS sugli elettori delle primarie.
Vale la pena, credo,  riportare qui integralmente la sua analisi corredata dalle tabelle dell’indagine. Oltre che a dare un’istantanea dei partecipanti, può e potrà dare utili indicazioni sulle future evoluzioni della politica italiana.

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Cambiamento e partecipazione
Ecco perché ha vinto Renzi

Cuperlo votato dagli over 65, Civati dai giovanissimi. I dati emergono dall’indagine condotta da C&LS. Circa 3600 interviste, coordinate dalle Università di Cagliari e Milano, durante le primarie, fuori dai seggi

di ILVO DIAMANTI

LE PRIMARIE del Pd hanno garantito a Matteo Renzi un successo ampio e netto — quasi il 70% dei consensi. Legittimato da una mobilitazione larga quanto inattesa. Circa 3 milioni. Più o meno come nel 2009 e nel secondo turno dell’anno scorso. Quando, però, si trattava di primarie di coalizione per scegliere il candidato premier del Centrosinistra. Un’affluenza tanto ampia non era scontata.

Due settimane fa, infatti, la quota di elettori del Pd e del Centrosinistra che dichiarava l’intenzione di partecipare alle primarie era, di circa un terzo, inferiore alle occasioni precedenti (Sondaggio Demos). Effetto, soprattutto, della delusione, in seguito al risultato delle elezioni di febbraio. Quando il centrosinistra non è riuscito a vincere, nonostante la mobilitazione e le attese alimentate dalle primarie svolte in novembre. Invece, anche in questa occasione, molti elettori hanno messo da parte disincanto e frustrazione.

Così, per una volta di più, domenica sono tornati ai seggi allestiti dal Pd. Ci hanno ripensato per diverse ragioni. Anzitutto, il vizio della partecipazione. La convinzione democratica. La convinzione che la “volontà popolare” sia importante. E vada sostenuta comunque. Nonostante tutto. Tanto più se avviene “di persona”. E permette di incontrare — e, prima ancora, discutere con — altre persone. In tempi nei quali la “partecipazione” è stata sostituita dalla televisione. Oppure dalla rete. A cui, però, molti non accedono. Mentre quelli che sono “connessi” — in numero, peraltro, crescente — comunicano senza incontrarsi “di persona”. Così, alla fine, molti “delusi” hanno ceduto alla convinzione “democratica”. In entrambi i sensi: alla partecipazione democratica — offline — promossa dal Partito Democratico. Al quale è stata concessa un’altra occasione. Per realizzare, davvero, il cambiamento. E per cambiare — esso stesso. Come ha sottolineato Romano Prodi, per spiegare la sua “sofferta” decisione di votare, dopo aver annunciato, in precedenza, che non l’avrebbe fatto (con molte ragionevoli ragioni).

Ad alimentare la partecipazione ha contribuito, in misura importante, la competizione tra i candidati. Accesa, malgrado l’esito apparisse largamente scontato. Nell’insieme, ha dato l’idea di un “cambio di generazione”. La diversa storia politica personale dei due “sfidanti” di Renzi ha, infatti, integrato e allargato l’offerta politica proposta agli elettori. All’interno e all’esterno del Pd. Come emerge, in modo particolarmente chiaro, dai dati dell’indagine condotta da C&LS. Circa 3600 interviste effettuate (e coordinate dalle Università di Cagliari e Milano) durante le primarie, fuori dai seggi, presso un campione nazionale significativo. Mettono in evidenza, anzitutto, le differenze generazionali degli elettori dei tre candidati. Pippo Civati, infatti, raccoglie i suoi consensi soprattutto fra i più giovani (circa il 30% fra 16 e 34 anni), Gianni Cuperlo fra i più anziani (35% oltre i 65 anni). Matteo Renzi, invece, attinge, in modo trasversale, da tutti gli strati d’età. Non a caso, visto che rappresenta la larga maggioranza della base del Pd — coinvolta e potenziale.

Per questo, però, il contributo di Cuperlo e Civati è utile a Renzi e al Pd. Perché i due sfidanti intercettano componenti, per quanto delimitate, molto diverse e lontane fra loro; difficili, soprattutto, da saldare insieme. Cuperlo: il retroterra dei partiti tradizionali. Civati: gli elettori insoddisfatti della politica, che guardano “oltre” il Pd.

D’altra parte, quasi metà degli elettori di Cuperlo (il 48%) è composta da iscritti al Pd, mentre più di tre quarti di quelli di Renzi e di Civati si dichiarano non-iscritti. Le differenze fra i candidati appaiono evidenti dagli orientamenti politici. Gli elettori di Cuperlo sono concentrati a centrosinistra e a sinistra (90%, distribuiti quasi equamente tra le due aree dello spazio politico), quelli di Civati soprattutto a sinistra (57%). Dove si colloca una componente significativa di elettori di Sel. Renzi, invece, è saldamente ancorato a centrosinistra (50% dei voti), ma attinge consensi anche al centro (18%). Nella sua base, non per caso, appare ampia (31%) la quota dei cattolici praticanti.

Gli elettori delle primarie si differenziano anche negli atteggiamenti verso il governo guidato da Letta. Coerentemente con l’orientamento dei candidati. Oltre il 60% degli elettori di Cuperlo esprime un giudizio “favorevole”. La stessa quota di “contrari” che si osserva tra quelli di Civati. Mentre la base di Renzi appare, di nuovo, equamente divisa. Ciò significa, però, che quasi metà dei suoi elettori valuta negativamente l’azione del governo. Il che costituisce un segnale significativo — e preoccupante — per Letta e per la sua maggioranza.

D’altronde, per gli elettori del Pd che hanno votato alle primarie, la scelta di Renzi appare un investimento esplicito in vista delle elezioni. Non a caso, il 94% dei partecipanti al voto delle primarie si dicono convinti che Renzi sia in grado, più di ogni altro candidato, di battere il Centrodestra alle prossime elezioni. Lo pensano, in larghissima maggioranza, anche gli elettori di Cuperlo (80%) e, ancor più, di Civati (90%).

Ciò chiarisce il significato di un’affluenza tanto estesa. E di un consenso così ampio a favore di Renzi. A sinistra e a centrosinistra. Vincere e durare. Senza governi tecnici. Senza larghe intese. Ma, piuttosto, con una maggioranza larga. Perché partecipare, stare con gli altri, insieme ad altre persone: fa bene. Fa stare bene. Ma, almeno ogni tanto, bisogna vincere. E governare. Per la stessa ragione, c’è da credere che questo risultato renda Matteo Renzi più impaziente. Determinato a marcare la sua volontà di “cambiamento”, com’è apparso chiaro fin dalla composizione della sua segreteria. Ma, al tempo stesso, reso inquieto dal dubbio — e dal timore — che, in tempi incerti come questi, il tempo — anche il suo tempo — passi in fretta.

L’indagine CL&S

NOTA INFORMATIVA  Il sondaggio è stato realizzato da C&LS (Candidate & Leader Selection – standing group della Società Italiana di Scienza Politica). La ricerca è stata promossa dalle Università di Cagliari e Milano. Coordinatore del progetto: prof. Fulvio Venturino.
La rilevazione è stata condotta l’8 dicembre 2013 da 150 intervistatori (metodo interviste: face to face). Il campione finale è composto da 3.673 casi ed è stato disegnato in base alla distribuzione regionale dei votanti alle elezioni primarie per l’elezione del segretario del PD del 2009. La selezione dei seggi ha seguito i criteri del campione di convenienza.
Per informazioni sulle attività di C&LS:
www.candidateandleaderselection.eu

Il diritto alla difesa e il processo breve

8 Set

Stavo pensando di mandare a Violante una copia di questa nota di Michele Serra. In verità mi era sfuggita, poi per fortuna ho potuto recuperarla e ora ci sto meditando sopra.

Michiserra processo breve

Da Repubblica del 31.8.13

In morte di Belzebù

6 Mag

E’ da  quando raggiunsi l’età della ragione che mi sono trovato di fronte la  figura di Andreotti. Legata sempre alla vita di questo Paese ma mai, per  quanto ricordi, in senso evolutivo. Ha governato sì, e talvolta può  anche aver fatto cose positive, ma non ha mai aiutato l’Italia a fare un  passo in avanti in senso etico e meno che mai a farle fare quello scatto  sociale e culturale che l’avrebbe proiettata tra le grandi nazioni. E sì che la sua riconosciuta intelligenza, l’acume politico, l’esperienza e la preparazione culturale glielo avrebbero consentito ampiamente. Peccato, avrebbe potuto essere un grande statista, ma preferì gestire gli interessi del partito, della Dc, quando non contrastavano con i propri che guardavano esclusivamente al saldo possesso del potere personale.
Non è  strano pertanto che il suo nome sia sempre legato – così verrà ricordato – ai  misteri piccoli e grandi che avvolgono ancora più di settant’anni della  repubblica. Non lo rimpiango.

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