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La Costituzione, l’unica certezza

19 Gen

bandiera-costituzione
“Bisogna volere mettere in opera la Costituzione. È questa la politica alla quale dovrebbe orientarsi con decisione una forza che si ispira a valori di solidarietà e di democrazia. Certo, non si tratta di progetti che stanno facilmente insieme a politiche liberiste, e che anzi mettono in discussione la filosofia degli 80 euro e anche buona parte della riforma cosiddetta della “buona scuola”. Partire dalla Costituzione è una condizione essenziale e non nebulosa per superare le divisioni e le fratture. Per recuperare la fiducia e credibilità dei cittadini, che non vogliono la luna o teorie sofisticate e astratte, ma una forza politica che si proponga di mettere in atto con intelligenza e passione le promesse della nostra democrazia.”

Con la consueta lucidità Nadia Urbinati ieri, su Repubblica, ha analizzato la situazione e il compito che attende la ‘sinistra’, se questa vuole recuperare credibilità e se saprà essere ancora la forza da cui si attende che si batta strenuamente per pari opportunità, solidarietà, diritti elementari, lavoro. 
Il lavoro: la pietra fondativa della Costituzione repubblicana, che oltre all’art. 1 e 4, con l’art. 35 afferma che “La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni”. E quindi è “da questa visione democratica e sociale che nasce infine l’idea che l’iniziativa economica sia soggetta a vincoli, nel senso che «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale» o in modo da «recar danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana» (articolo 41).

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SINISTRA, RIPARTIRE DALLA CARTA PER COMBATTERE L’ESCLUSIONE

di Nadia Urbinati

Quel che manca alla Sinistra è prima di tutto la credibilità. Non solo dell’elettorato da conquistare ma anche dei suoi simpatizzanti che spesso (come è successo negli Stati Uniti ma anche in alcune tornate elettorali regionali nel nostro paese) decidono di astenersi perché non si riconoscono nei candidati, nei progetti e nei discorsi rappresentati dal simbolo del partito. Il risultato del referendum del 4 dicembre scorso parla anche di questo: gli italiani hanno mostrato di dare credibilità più al patto fondativo che a coloro che lo applicano. E hanno anche fatto capire che in un tempo di grandi incertezze, la Costituzione è probabilmente la maggiore certezza che hanno. Nel dubbio, meglio non rischiare: questa la logica in filigrana della vittoria del No. Che non è per nulla una parentesi o una tappa che interrompe un corso, quello cominciato dalla leadership renziana con la vittoria alle primarie e poi l’ascesa al governo. Non è una parentesi perché dal 2014 ad oggi è mancata una visione politica al di là dei destini della battaglia referendaria. Cominciamo da mille giorni fa.

Matteo Renzi ha esordito come presidente del Consiglio con una introduzione al volume di Norberto Bobbio, Destra e sinistra, per l’occasione ristampato da Donzelli. Erano due i paradigmi centrali che facevano da architrave del suo pensiero sulla nuova sinistra: innanzi tutto la revisione a trecentosessanta gradi della filosofia dell’eguaglianza (sulla quale Bobbio aveva costruito la dicotomia con la destra) e, in conseguenza di ciò, la ridefinizione della coppia destra/ sinistra. Destra e sinistra, scriveva Renzi, non coincidono più con la libertà individualistica in un caso e la libertà che riposa su premesse di eguaglianza nell’altro. Questa dicotomia, aggiungeva, appartiene a un mondo in cui le menti e le idee era ordinate per classi; oggi, alle classi è subentrata la complessità e quelle due grandi idee — quelle che danno identità alla nostra come a tutte le costituzioni democratiche — non servono ad orientarci né nel giudizio politico né nelle scelte.

Finita la diade libertà/eguaglianza, quel che ci resta è un aggregato di individui distribuiti sulla scala sociale: Renzi usava paradigmi di posizione, come alto/basso: ci sono gli “ultimi” e i “primi”, diceva, e una sinistra moderna deve porsi l’obiettivo di attivare le energia individuali per portare gli ultimi a vincere lotta darwiniana e salire su. Questa era l’idea di “nuova sinistra” con la quale Renzi ha inaugurato il suo governo: una visione che ci riportava al ” self- made man” di ottocentesca memoria e che ha in effetti orientato le sue politiche redistributive, quelle sulla scuola e sul lavoro.

Nella recente intervista rilasciata a Repubblica Renzi è tornato sul luogo del delitto: ha sostenuto che di sinistra c’è bisogno, e ha provato a coniugarla con altre dicotomie: esclusi/inclusi, innovazione/identità, paura/speranza. «Gli esclusi sono la vera nuova faccia della diseguaglianza, dobbiamo farli sentire rappresentati» (solo farli sentire o farli essere?). Ma come fare questo? Una risposta (di sinistra) sarebbe quella di partire dalla Costituzione, che non è una carta di vuote promesse e che impegna i partiti e i cittadini, che con essi “concorrono” alla determinazione delle politiche, a mettere in atto scelte coerenti. Combattere l’esclusione significa, allora, dare vigore alla capacità di governo e di rappresentanza che si sprigiona dalla cittadinanza — a questo serve una legge elettorale coerente. Ma non basta: occorre prendere sul serio gli articoli 2 e 3 che spronano a promuovere coraggiose politiche di opportunità al lavoro e all’educazione. Non si tratta di una lotta per fare “primi” gli “ultimi” ma per dare a tutti/e le condizioni essenziali affinché la realizzazione personale non sia un’illusione o una vuota speranza.

In questo contesto sta la sinistra: il contesto delle politiche del lavoro e dello sviluppo delle capacità. Il lavoro è la condizione imprescindibile dei cittadini moderni, e alcune costituzioni, come la nostra, sono molto esplicite nel riconoscerlo. Amintore Fanfani (che comunista non era) difese l’articolo 1 dicendo con limpida chiarezza (che fa difetto alla sinistra attuale) che il lavoro è sinonimo di eguaglianza democratica, contro il privilegio e il parassitismo; è un dovere responsabile verso se stessi e la società, perciò luogo di diritti, tra i quali quelli a salari che consentano «una esistenza libera e dignitosa» (a questo proposito l’articolo 35 dice che «La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni»). È da questa visione democratica e sociale che nasce infine l’idea che l’iniziativa economica sia soggetta a vincoli, nel senso che «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale» o in modo da «recar danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana» (articolo 41).

Bisogna volere mettere in opera la Costituzione. È questa la politica alla quale dovrebbe orientarsi con decisione una forza che si ispira a valori di solidarietà e di democrazia. Certo, non si tratta di progetti che stanno facilmente insieme a politiche liberiste, e che anzi mettono in discussione la filosofia degli 80 euro e anche buona parte della riforma cosiddetta della “buona scuola”. Partire dalla Costituzione è una condizione essenziale e non nebuslosa per superare le divisioni e le fratture. Per recuperare la fiducia e credibilità dei cittadini, che non vogliono la luna o teorie sofisticate e astratte, ma una forza politica che si proponga di mettere in atto con intelligenza e passione le promesse della nostra democrazia.

 

 

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Ancora sul nostro (di noi cittadini) diritto all’informazione (FOIA)

31 Mar

Se n’è parlato recentemente, ma il governo, e la ministra Madia in particolare, non sembra se ne diano per inteso.
Non voglio dire che se ne fregano: diciamo che hanno un’ottica diversa, diametralmente opposta agli impegni che a suo tempo aveva preso il futuro Presidente del Consiglio, ribaditi nel discorso al Senato del 13 febbraio 2013.

L’occasione per tornarci su la offre l’ottimo Alessandro Gilioli su l’Espresso, con un post dal titolo quanto mai eloquente: La beffa del FOIA targato Madia. Questo l’incipit:

All’articolo 6, comma 5, il testo recita così: «Decorsi inutilmente trenta giorni dalla richiesta, questa si intende respinta». Sembra uno scherzo, invece è il decreto legislativo “sulla trasparenza”, all’italiana. Che prevede appunto il silenzio-diniego: cioè consente allo Stato di non rispondere ai cittadini che vogliono avere accesso ai dati della pubblica amministrazione, senza fornire alcuna motivazione e senza alcuna sanzione per il proprio rifiuto.

Forte, vero? Questo è il concetto di diritto all’informazione, di trasparenza, della Madia. Ma le reazioni non si sono fatte attendere: oltre al rilancio della petizione di Libera di don Ciotti (a proposito, avete firmato?), questo il titolo di Carte in Regola, il sito che ci assicura un’attenta e costante analisi dell’operato della politica e della pubblica amministrazione: Decreto trasparenza, una  trasparenza molto opaca.

Ma non basta ancora. Diamoci da fare, questo dell’informazione è un diritto elementare in ogni democrazia compiuta. Evidentemente abbiamo ancora molto cammino davanti.

 

Una formula nuova: la guida e la partecipazione. Insieme.

30 Gen

Questo post di Alessandro Gilioli (Sui capi e la democrazia dal basso) non fa che aumentare la mia stima per lui. Che io sappia, è il primo ad aver chiaramente individuato l’esigenza sempre più sentita – anche se in buona parte non manifesta –  dell’elettorato italiano. La leadership unita alla partecipazione è l’unica via, dice in conclusione Gilioli:
 

Del resto, come si è detto, leadership e decisioni dal basso sono due facce della stessa medaglia: a ignorarne una si zoppica, a ignorarle entrambe si va a sbattere. Per sperare di combinare qualcosa bisogna tentare di metterle insieme.

Ed è quasi ovvio: non è più il tempo dell’uomo solo al comando. Sono ormai troppe le variabili in gioco nello scacchiere nazionale e mondiale e contemporaneamente sui vari tavoli (economico, militare, sociale, culturale, ecc.) sui quali si giocano equilibri e fortune degli stati, perché un capo possa assumere tutte le responsabilità e soprattutto sempre e solo tutte le corrette decisioni.

Non è disponibile – e dubito che esista – l’algoritmo mentale per cui il leader possa considerarsi infallibile. Per cui solo la partecipazione, (l’equivalente de le decisioni dal basso), può assicurargli quel tanto di tracce, di indicazioni, che unite al consenso gli consentano di agire mantenendo dritta la barra del timone. Tanto per parlar chiaro, in Italia il combinato disposto tra la nuova legge elettorale e il Parlamento dimezzato conducono verso una leadership di Renzi pressoché totalitaria del Paese.

SCUOLA: STUDENTI MEDI IN CORTEO NEL CENTRO DI ROMAMa nello stesso tempo cresce la disaffezione nel suo stesso partito di pari passo con l’opposizione interna, mentre si sviluppano la protesta populista del 5 Stelle e, più che credibilmente, dell’astensionismo. Quella che il segretario-presidente reputa una soluzione, l’imbarcare pezzi sempre più ampi e screditati del centro-destra per creare un clandestino partito della Nazione, non ha altri effetti se non quello di allontanare sempre più ampi segmenti del suo originario elettorato di riferimento, quello progressista.

Che questo a Renzi poco importi, considerata anche la fisiologica incapacità degli italiani a fare squadra, (parlo di quei tanti mediocri personaggi che preferiscono cioè la leadership di un gruppo minuscolo invece di fare un passo indietro e rivestire un ruolo di rilievo in un movimento di ben più ampie dimensioni) è un fatto, ahinoi, indiscutibile. Ma se appena si dovesse profilare all’orizzonte una personalità carismatica in opposizione, capace di coagulare tutte le forze disperse con le sue capacità e con una dichiarata, effettiva e dimostrata partecipazione di tutti (le decisioni dal basso di cui si diceva prima) la situazione potrebbe improvvisamente mutare. E forse davvero l’Italia potrebbe sperare che “democratico” sia un modo d’agire, di vivere, di guidare una nazione,  invece che un mero aggettivo.

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Sui capi e la democrazia del basso

di Alessandro Gilioli

Il mio amico e collega Leopoldo Fabiani oggi propone, nel suo blog di libri, una coppia di saggi sullo stesso tema: il ruolo crescente del leader nella politica italiana.

Tema caldo: si sa che i partiti sono sempre più identificati nei loro capi carismatici, i cui volti hanno di fatto sostituito i vecchi simboli.

Uno dei due libri di cui parla Fabiani, quello di Mauro Calise, è stato entusiasticamente brandito sui social dai renziani, che vi hanno trovato un sostegno teoretico al ruolo totalizzante esercitato dal loro segretario e premier. La tesi di fondo è che oggi – nella società che non tollera più corpi intermedi – solo il rapporto diretto tra capo e cittadini può creare attaccamento emotivo e consenso. E che qualsiasi altra forma organizzativa quindi sa di vecchia burocrazia stantia.

Il ragionamento, visti i dati di realtà, sembra abbastanza inoppugnabile, quasi intuitivo. La personalizzazione della politica non è più, da tempo, una tesi: è la cronaca.

Tuttavia, contestualmente, avviene un altro fenomeno altrettanto rilevante della personalizzazione – e dovuto sempre all’azione disintermediante della Rete: e cioè l’accresciuta esigenza di partecipazione dei cittadini, che pure ha messo in crisi i vecchi meccanismi di delega.

Intendo dire che la disintermediazione non ha una faccia sola, ne ha due. Una porta alla leadership, alla personalizzazione; l’altra al coinvolgimento della base, alla democrazia dal basso.

Di certo, la vecchia “rappresentanza” collegiale esce distrutta da entrambe queste dinamiche; ma poi tra leadership e democrazia dal basso si crea inevitabilmente una nuova dialettica. Nascono nuovi instabili equilibri. Con diverse ipotesi e diversi tentativi di soluzione. Non è che tutto finisce con “ora comanda il capo”.

Citando l’altro libro, quello di Donatella Campus, Fabiani accenna ad esempio al caso di Podemos. Dove la questione della leadership è stata animatamente discussa nel congresso costitutivo e alla fine si è scelta una soluzione anomala: massima visibilità del leader e massima identificazione mediatica con lui, ma al contempo massimo del potere decisionale alla base con il voto on line degli iscritti (e scarsissimo potere invece ai circoli, strutture intermedie che hanno un compito solo di discussione e di elaborazione).

È un tentativo di creare una dialettica virtuosa tra le due dinamiche di cui sopra: personalizzazione mediatica e democrazia dal basso. Vedremo se funzionerà, ma almeno si vede che non è una strategia improvvisata, che ci sono dietro dei pensieri.

In Italia non abbiamo avuto, finora, tentativi altrettanto ambiziosi di elaborare un modello di leadership di medio-lungo termine che tenga conto di entrambe le dinamiche, personalizzazione e coinvolgimento dal basso.

Il Pd renziano ha tenuto conto solo della personalizzazione, cercando di imporla con la forza sui vecchi apparati intermedi. Il risultato è lo scontro quotidiano tra il leader tracimante e le resistenze di pezzi interni, con alcuni momenti in cui si sfiora il culto della personalità (tipo sul quotidiano del partito) proprio per abbattere le resistenze. Non è un meccanismo virtuoso, in realtà: l’assenza di attenzione alla seconda parte del processo in corso (l’esigenza di coinvolgimento dal basso) deprime il fermento, lo stimolo, l’attivismo. Come del resto si vede dalla pochezza e dai pasticci del Pd sui territori, nei comuni e nelle regioni. Ma come si vede anche dal tracollo degli iscritti. Nel Pd oggi è tutto affidato al battito del cuore del capo: come in Forza Italia al tempo di Berlusconi. E faccio presente che a Berlusconi Forza Italia non sta sopravvivendo.

Il Movimento 5 Stelle invece ha esaltato solo la seconda, delle due dinamiche sopra esposte: quella del coinvolgimento dal basso. Nel caso, tradotto nello slogan “uno-vale-uno”, dove Grillo svolgeva in teoria il ruolo di puro portavoce, privo di “liability” («è solo un comico»): in apparenza non doveva prendere alcuna decisione in proprio, essendo sovrana esclusivamente la Rete. Il fatto che poi invece sia stato creato un “direttorio” rivela tuttavia che non ha funzionato neanche questo sistema, aldilà delle polemiche sul ruolo reale svolto da Grillo o da Casaleggio. Il direttorio è infatti un tentativo di reintermediazione collegiale di una disintermediazione evidentemente non ben riuscita. Non rappresenta quindi, in prospettiva, un modello di leadership funzionante.

Una parola infine sulle dinamiche avvenute nella cosiddetta sinistra radicale, basate sull’esperienza abbastanza recente della lista Tsipras. Dove non c’era un leader o un volto mediatico (anzi, la sola idea veniva accolta con orrore), ma in compenso le candidature venivano decise nel chiuso di una stanza da una burocrazia di sei-sette persone. Riuscendo così a ignorare sia le esigenze di personalizzazione sia quelle di democrazia dal basso. Il contrario esatto di quanto oggi si deve fare: infatti la lista è esplosa un quarto d’ora dopo il voto.

Del resto, come si è detto, leadership e decisioni dal basso sono due facce della stessa medaglia: a ignorarne una si zoppica, a ignorarle entrambe si va a sbattere. Per sperare di combinare qualcosa bisogna tentare di metterle insieme.

 

Due lettere, ma non mi sento sconfitto

1 Dic

Sono quelle che, a distanza di pochi giorni, ho inviato al mio circolo di Ponte Milvio. Mai immaginando, dopo la prima, che avrei scritto la seconda. Ma così è la vita.
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Martedì 24 novembre 2015

Cari tutti,
la situazione del Pd romano appare pesante. I recenti fatti che hanno portato alla caduta della giunta Marino, le polemiche (anche aspre) che sono seguite, le prossime (forse) elezioni per eleggere il nostro nuovo sindaco – solo per nominare gli argomenti più rilevanti – dovrebbero indurre tutti noi a cercare vie d’uscita, proporre alternative, immaginare soluzioni che abbiano come unico obbiettivo il bene della città e del Pd.
In quest’ottica, l’iniziativa del circolo di san Basilio mi è parsa meritoria: anche se la discussione è stata a tratti aspra, ognuno – incluso l’ex-sindaco Marino – ha avuto modo di dare il proprio contributo per guardare al futuro con determinazione e un  ragionevole ottimismo.
Ciò premesso, ho pensato che il nostro circolo, che è sempre stato all’avanguardia nelle analisi come nei confronti – sempre ragionati e sereni – possa e debba far sentire la propria voce.
Non è aspettando miracolose soluzioni dall’alto dei cieli che faremmo il nostro dovere di militanti e individui pensanti. E neppure nascondendo la testa sotto la sabbia.
La rottura tra elettori e partito va sanata: noi non dobbiamo e non possiamo rassegnarci all’idea che non sarà possibile replicare lo straordinario successo di due anni fa, quando oltre al Comune furono riconquistati tutti i Municipi.
Questo il motivo per cui ritengo che sia il caso che anche a Ponte Milvio si inviti l’ex-sindaco per confrontarci con lui e trovare – insieme – le vie per ridare opportunità di rinascita a Roma e al Pd.
Chiedo pertanto una convocazione a breve termine del Direttivo per discutere la mia proposta.

Un affettuoso saluto.

Piero Filotico

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Martedì 1° dicembre 2015

Cari amici,
apprendo con amarezza che il direttivo del nostro circolo ha respinto la proposta di Marino Missirini di affrontare apertamente una franca discussione sui motivi che hanno portato all’attuale situazione di sconcerto e disagio nel partito romano. Pensavo che fosse nostro compito tentare di trovare vie d’uscita, soluzioni che abbiano come unico obbiettivo il bene del Pd e quindi di Roma.

In questa prospettiva, mi era parsa positiva l’idea di dare un nostro contributo per un progetto volto al futuro e alle prossime elezioni amministrative – come superare cioè l’impasse seguita alla caduta della giunta Marino –  confrontandoci con l’ex-sindaco senza guardare al passato, alle sue responsabilità, agli errori di tutte le parti in causa, ma invece cercando, insieme, le basi per una rinnovata unità; soprattutto mi era sembrata un’idea nel solco della tradizione del nostro circolo, da sempre un esempio di apertura verso tutte le posizioni.
Non è stato così. Non conosco i motivi che vi hanno portato a questa decisione, presa a maggioranza (anche questo un segno dei tempi? Ricordo che l’unanimità era frequente nei nostri odg) ma mi colpisce spiacevolmente il senso che c’è dietro il voto negativo: il rifiuto del dialogo.
Dovuto a cosa? Al timore di affrontare un tema scomodo, la sensazione di far qualcosa di sgradito ai vertici? Non ero presente e non avrei potuto votare, non avendo ancora rinnovato la tessera, ma per me (e non solo per me) la realtà che osservo è quella, sgradevole, di un circolo – scusate, una sezione –  che si è adeguato troppo rapidamente alla normalizzazione in corso in quel che resta del partito romano. E la conseguenza, preso atto di tutto ciò, non può che essere una.

Negli ultimi due anni ho percepito sempre più una frattura, dapprima lieve, che però andava man mano allargandosi. Dal siluramento di Prodi per il Quirinale (su cui è mancata ancora una volta una franca analisi) all’aver promosso al Parlamento consiglieri regionali maestri del consociativismo con la Polverini e mediocri funzionari del partito, dall’interessata e torbida opposizione a Marino un minuto dopo la sua elezione all’allegra imbarcata di figure discutibili e note per il disinvolto cambio di bandiera o per la provenienza da una destra faccendiera e corrotta, dal proliferare indisturbato delle correnti e delle filiere fino alla scoperta del marcio nel partito romano, è stata una discesa inarrestabile. E mai, dico mai, un confronto con la base, umiliata dal tentato coinvolgimento in una sfacciata e irreale ipotesi correità, mai un riconoscimento dei propri errori da parte dei vertici, mai (o non ancora) un signore delle tessere espulso dal partito che aveva inquinato.
Solo per dire delle vergogne più clamorose che in un altro partito, il Pd degli ideali, il Pd che avremmo voluto, avrebbero prodotto un terremoto. Non si parla più di ‘questione morale’. Nel Pd di oggi, come ha scritto un mio amico poco tempo fa “nessuno ritiene importante condividere  uno straccio di riflessione critica e autocritica sulle motivazioni e sui processi politici e culturali che hanno portato il partito a questa disfatta morale prima ancora che politica”.

Dopo aver contribuito concretamente alla costruzione del Partito democratico, alla sua fondazione, e dopo otto anni di fedele militanza, riconosco con profondo e sincero rammarico che il tenue legame che ancora mi univa al partito si è lacerato. Debbo purtroppo ammettere che ormai il più pedestre conformismo ha preso il sopravvento e non c’è più spazio per quello che rappresentava la radice vitale del partito: il libero confronto delle idee. Mancando questo manca l’ossigeno, l’asfissìa è inevitabile: debbo lasciarvi, confortato tuttavia dalla convinzione che con molti di voi, prima o dopo, nelle battaglie per la libertà di pensiero ci ritroveremo sempre.

Con un caro saluto,
Piero Filotico

 

 

 

Un sindaco e la democrazia (oggi a te, domani a me)

14 Ott

Tra i vari aspetti di questa  brutta faccenda di un sindaco indotto alle dimissioni con metodi poco limpidi da professionisti della politica  ce n’è uno che mi pare sia drammaticamente sottovalutato. Mi riferisco al fatto che l’elezione del sindaco è  regolata da una legge – finché non verrà ‘aggiornata’, tal quale oggi la Costituzione –che concede libera scelta ai suoi concittadini. Non siamo ancora all’Italicum o Porcellinum che dir si voglia, insomma. E’ quindi una scelta che va rispettata e non può essere stravolta dalle manovre opache di chi, per motivi facilmente intuibili, avrebbe preferito altri protagonisti. Sto parlando ovviamente di quel noto sistema di governo dove la sovranità appartiene al popolo e che chiamiamo democrazia.

AULA_GIULIO_CESARE_d0Nella vicenda che ha condotto il sindaco Marino alle sue forzate dimissioni troviamo ancora un’aggravante: Marino è stato scelto dagli elettori del suo partito tra diversi candidati tramite le primarie e quindi oltre ad aver superato una selezione ha avuto tutto il necessario consenso e sostegno. Ma in quella forzatura di cui parlavo – a solo due anni dalla nomina – esistono lati molto oscuri: parlo dell’attacco di chi avrebbe dovuto appoggiarlo scatenatosi invece fin da pochi giorni dopo la sua elezione e che, salvo la parentesi apertasi al momento della scoperta di Mafia Capitale, ha proseguito indisturbato. Troppi esponenti del Pd manifestarono senza ritegno la loro contrarietà, invece di applaudire incondizionatamente alla riconquista del Campidoglio e di tutti (!) i quindici Municipi romani. Parlo dell’orchestrata e vergognosa  campagna mediatica scatenata su argomenti risibili e inconsistenti, campagna che ha visto alleati insieme esponenti del partito del sindaco ed i suoi avversari, parlo delle resistenze della macchina comunale e delle aziende di servizi ad ogni tentativo di modernizzazione, alimentate ad arte sempre dagli stessi oscuri (non tanto) manovratori. Credo sia chiaro a tutti che l’arrivo di Marino abbia rappresentato, per chi ha gestito la politica romana da sempre legata a interessi particolari e talvolta perfino torbidi, una disgrazia cui occorreva porre rimedio quanto prima. Anche sovvertendo artatamente il verdetto delle urne e così sottraendo brutalmente agli elettori il loro diritto. L’autonomia di Marino è sempre stata vista negativamente: dal Pd stesso (ricordate il modo con cui Zanda si espresse nel novembre del 2014) come dal Vaticano, per la sua posizione sui diritti civili. Venendo ad oggi, ancora non sono chiare le vere ragioni per cui i consiglieri comunali, eletti anch’essi con Marino, hanno manifestato l’intenzione di togliergli la fiducia. Quali sono i dati di fatto che giustificano la loro decisione? Quali elementi portano costoro a difesa della loro posizione? A me pare solo che essi, proni agli ordini del vertice del Pd romano e nazionale,  stiano scandalosamente  tradendo il mandato affidatogli dai cittadini.

Tutto questo – per tornare al vero oggetto di queste note – NON è certo esercizio della democrazia. E’ politica sporca, quella che antepone interessi personali al bene comune, quella che ha favorito l’ascesa dei Buzzi e dei Carminati da un lato e il proliferare della corruzione negli uffici capitolini dall’altro, quella che si incrocia con gli affari degli imprenditori e dei finanzieri che governano l’economia della città, palazzinari in testa, quella che favorisce  parenti e amici negando il valore del merito. La democrazia prevede che l’opposizione abbia tutto il diritto di esistere, che abbia i suoi spazi e sia esercitata nei consueti modi nelle aule consiliari e alla luce del sole: ma ogni altra indebita intrusione è illecita e contrasta con la volontà popolare. Ed è questa la netta sensazione dei cittadini che  hanno affollato domenica la piazza del Campidoglio, che firmano la petizione a favore di Marino a decine di migliaia, scrivono indignati ai giornali, commentano  appassionatamente sui social network. Tutto ciò è un fatto che la politica dovrebbe considerare con preoccupazione, se non fosse intossicata dall’arroganza del potere. Il sindaco della nostra città ce lo scegliamo noi: questo è quanto emerge con una chiarezza direi urlata ed è un’esigenza sentita molto più profondamente di quanto io stesso potessi immaginare. Ho letto perfino commenti di qualcuno che afferma di non essere stato un elettore di Marino ma di non tollerare l’idea che anche l’elementare diritto democratico di scegliere la guida della città possa essergli cinicamente e furbescamente sottratto dalla politica dei professionisti incrociata con oscuri interessi.

E qui c’è da fare un’altra considerazione. Scorrendo le firme di chi ha sottoscritto la petizione o si iscrive al gruppo fb appaiono numerose quelle di non-romani. Sorprendentemente, anche loro manifestano  solidarietà per il violento e ingiustificato attacco mediatico e  il disgusto per la indecente operazione che ha forzato il sindaco alle dimissioni. Ma, mi sono chiesto, quale può essere il significato di questa inattesa partecipazione? Cosa spinge persone lontane dalle questioni interne di Roma a intervenire ed esporsi? Quali le ragioni di questo inatteso fenomeno?
La mia interpretazione è che si vada sempre più diffondendo tra gli italiani un timore che può essere così sintetizzato: oggi a te, domani a me. Cioè, da oggi qualunque sindaco liberamente eletto dalla maggioranza dei suoi concittadini potrà essere rimosso dal suo incarico se sgradito al potere, se non rispetterà la linea che gli impartisce il partito di appartenenza, se non  si comporterà da supino servitore degli interessi che governano la città. Il suo programma viene dopo, così come il benessere della comunità che amministra. Ci sono già gli esempi. Ecco cosa racconta  Alessandro Trevisan di Porto Recanati:  Voi che siete a Roma vi prego andate in piazza più che potete e non mollate, perché questa NON è la battaglia di una sola città. Per dirne una, anche nel mio paese il Pd – con altri – dopo mesi di ambiguità ha voltato le spalle a un sindaco che non si faceva telecomandare. Risultato: Comune COMMISSARIATO e una mega variante edilizia che torna in ballo dopo che il consiglio comunale l’aveva bocciata. Il progetto? Un resort tra la A14, due frane in movimento e un sito archeologico romano del III secolo, da finanziare con misteriosi capitali uzbeko-americani sul terreno di un affarista già passato dal giro di Gelli, Martelli, Craxi ecc. 
NB Il Pd un anno fa aveva chiesto, su quella variante urbanistica, un parere all’avvocato che un anno dopo difende la Srl del resort davanti al Consiglio di Stato, contro il nostro Comune (Porto Recanati). Scusate se qualcuno si infastidisce per l’off topic – ma come ripeto la lealtà del Pd è una questione nazionale – e grazie a tutti per il vostro impegno.

Pensateci bene: ci sono molti comuni, anche grandi (Napoli, Milano, Genova, Cagliari) guidati da sindaci che non sono espressione del partito di maggioranza; altri  con sindaci del Pd dotati di spirito di servizio per la comunità, autonomi rispetto alle linee e agli interessi del partito; tutti costoro rappresentano comunque e  indiscutibilmente la volontà popolare. Beh, scordatevelo, Roma è una lezione per tutti, è l’esempio che vale in quanto minaccia, l’inizio della normalizzazione: basterà dire che “si è rotto il rapporto tra amministrazione comunale e la città“. Con buona pace della democrazia.

Democrazia e rappresentanza. La zona grigia a cui l’accesso è consentito solo a pochi

8 Nov

Molto interessante questo articolo di Eleonora Bove per Forum PA.  Ho trovato diversi punti di contatto con le esigenze che risultano espresse anche nel libro di Anna Ascani, deputata del Pd: “Accountability. La virtù della politica democratica” che è stato recensito qui.

Democrazia e rappresentanza. La zona grigia a cui l’accesso è consentito solo a pochi.

Chiude l’Unità? Ecchissenefrega.

8 Lug

Non mi vergogno a confessare la mia sincera e sentita emozione nel vedere il video  dell’appello di redattori e poligrafici del l’Unità. Se il giornale dovesse chiudere non si tratterebbe solo della fine di un’era ma prima di tutto della plastica realizzazione di un ideale mai realizzato e soprattutto mai voluto realizzare: l’unità della sinistra (1). Di questa diaspora che pare una maledizione  nata col congresso di Livorno e replicatasi regolarmente nei decenni successivi sono responsabili tutti coloro che hanno guidato il partito maggiore, il PCI, non meno che quelli minori, il PSI , il PSIUP, RC, solo per citare alcuni esempi. Mai nessuno che abbia fatto un passo indietro, nessuno che abbia cercato di ingoiare i propri principi (nel migliore dei casi) o le proprie ambizioni (nel peggiore), per dare un contributo a quell’idea apparentemente condivisa da tutti ma frammentata in tonalità e sfaccettature spesso risibili.

Oggi, (pare, ma spero con tutto il cuore che non sia così) siamo al redde rationem. Le idee vivono ma devono fare i conti con la realtà e con gestioni a dir poco malaccorte, spesso aggravate da visioni personali che nulla avevano a che fare con le attese dei lettori e, soprattutto, degli elettori. Cito il mio caso personale, che so essere lo stesso di molti altri: avevo ripreso a leggere regolarmente l’Unità con Concita De Gregorio, ma ci ho messo poco a lasciarla quando lei abbandonò: piaccia o no la De Gregorio, il suo sforzo di farne un giornale davvero della “sinistra” anziché un banale megafono del PD, aveva cominciato a dar frutti,  recuperando copie e consensi. Ma il suo atteggiamento talvolta critico non poteva essere tollerato – tal quale quanto succede oggi – e quindi si scelse la strada dell’ossequiente giornale di partito (Bersani, duole dirlo, ha le sue responsabilità), gradito solo ai militanti più convinti, dimenticando per di più che era ormai vicino il momento in cui il finanziamento pubblico sarebbe stato energicamente ridotto se non eliminato.

Il primo numero: 12 febbraio 1924

Il primo numero: 12 febbraio 1924

E non posso neppure escludere che ci siano nel PD quelli che vedono nella chiusura de l’Unità la fine di un’era imbarazzante da ricordare e si stanno fregando le mani con soddisfazione. E’ la fine di un’era? Tanto meglio, non vedevano l’ora. Come quando viene a mancare un parente povero e carico di debiti  e gli eredi si affrettano a rinunciare ai pochi beni residui pur di non incappare nelle conseguenze, costoro non hanno la minima intenzione di muovere un dito per salvare un giornale glorioso e carico di storia di e ideali, ma che può anche essere scomodo, fornendo informazione e spazio per il dibattito e il confronto delle idee. Sono gli uomini e le donne ‘del fare’, sono realisti, concreti, sono quelli che dichiarano scadenze e riforme sempre prossime e sempre con una sola soluzione: la loro.  Non c’è spazio per ideali e sentimenti, sono managers della politica: d’altra parte, cosa attendersi da un segretario che ha definito l’Unità un ‘brand’? Un ‘brand’: come una merendina o un detersivo.

Temo, in conclusione, che se nel PD non ci sarà spazio per l’Unità sarà solo l’amara conferma che non ce ne sia neppure per le idee che lo hanno fondato e tantomeno per quelli che vi hanno creduto, come il sottoscritto. Ma ne sono  consapevole e ne prendo atto in tutta serenità. Paradossalmente, cresce la forza della convinzione che l’aritmetica della democrazia abbia ragione solo quando sia la democrazia stessa ad essere pienamente attuata, ma se questo non è, si tratta solo di conquista del potere.
E siamo in parecchi a pensarla così.

p.s. Dimenticavo: l’Unità non è il giornale del PD. L’organo ufficiale è Europa, il lascito della Margherita. Non faccio commenti.

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(1)Il giornale non dovrà avere alcuna indicazione di partito. Dovrà essere un giornale di sinistra. Io propongo come titolo l’Unità puro e semplice che sarà un significato per gli operai e avrà un significato più generale.
Dalla lettera del 12 settembre 1923 di Antonio Gramsci per la fondazione de l’Unità.

Una fragile cultura della democrazia

8 Lug

Questo è quanto mi viene da dire in questi giorni in cui la polemica sulle riforme – della legge elettorale e del Senato – si va esasperando. Mi colpisce dolorosamente, e non esagero, verificare che LUCCHETTO 2l’entusiasmo osannante per “chi fa” – non importa cosa e come – travolga ogni più elementare senso del diritto a esercitare la democrazia: fondamentali come il bilanciamento dei poteri, il diritto a scegliere i propri rappresentanti in Parlamento, la contrapposizione costruttiva delle idee e delle opinione vengono vissuti nel migliore dei casi con un senso di noia, se non con incosciente insofferenza.

Ha detto bene Arianna Ciccone su Valigia Blu a proposito di  legge elettorale e riforma del Senato:

“Se si considera anche la riforma del Senato che sarà, secondo la volontà del Governo, non elettivo, il combinato disposto della legge elettorale (con liste bloccate e candidature plurime, accesso premio di maggioranza con 37% dei voti, sbarramento eccessivo per i piccoli partiti) e del Senato rischia di minare fortemente la rappresentatività e il tasso di democraticità (inteso soprattutto, ma non solo, come rapporto elettore-elettorato).”

Anche Alessandro Gilioli molto efficacemente oggi, qui, qui e qui.

A suo tempo io sono stato meno educato e scrissi che si trattava della cazzata perfetta. Per fortuna vostra e mia, a bilanciare ha provveduto questa civile  lettera di Vannino Chiti al Corriere.

Caro direttore,
Le chiedo ospitalità per alcune considerazioni sulla riforma costituzionale, ora in discussione in Senato.
Chi, su alcuni punti, ha presentato proposte diverse, è stato accusato di sabotaggio. Al contrario vogliamo le riforme: sono urgenti. Devono però essere buone riforme, altrimenti la nostra democrazia si impoverirà. L’elezione indiretta provoca anche un pasticcio inaccettabile sull’immunità. Da un lato la estende agli amministratori in modo improprio, dall’altro differenzia tra sindaci e tra consiglieri regionali.
C’è ampio accordo sul fatto che la Camera abbia l’esclusività del rapporto di fiducia con il governo e l’ultima parola su gran parte delle leggi, compresa quella di bilancio.
Occorre mantenere – come in molte grandi democrazie – competenze paritarie di Camera e Senato su Costituzione, leggi elettorali e referendum, ordinamenti dell’Unione Europea e delle Regioni, diritti fondamentali, quali quelli delle minoranze, la libertà religiosa, i temi eticamente sensibili. Non sui diritti ma sugli altri aspetti e sul numero dei senatori – 100 e non più 150 – si è tenuto conto delle nostre proposte: segno che non erano delle invenzioni per perdere tempo.
Ritengo che sui diritti fondamentali debba mantenersi un bicameralismo paritario: non possono essere di esclusiva competenza della maggioranza di governo. È un ruolo di garanzia e di equilibrio da far svolgere al Senato: se per la Camera si adotta una legge maggioritaria che assicuri governabilità, è necessario avere un Senato aperto alla presenza delle forze più rappresentative in ogni regione. È importante una sua piena legittimazione attraverso l’elezione dei senatori da parte dei cittadini, in concomitanza con quella dei consigli regionali.
Non ci sono rischi di far rientrare dalla finestra la fiducia ai governi: il Senato non si formerebbe in un’unica elezione né sarebbe sciolto ad una stessa scadenza.
È anche superficiale dire che la riforma della Camera, con la riduzione da 630 a 470 deputati, non sia all’o.d.g. Chi lo stabilisce? Ci sono emendamenti precisi: si deve dire si o no!
Mi è stato ricordato che in passato ho sostenuto l’opzione del Bundesrat tedesco: è vero. Da sempre sono convinto che sia l’unica alternativa al Senato elettivo. Il modello tedesco va preso tutto quanto, non a piacimento. Nel Bundesrat siedono solo i governi regionali – non consiglieri e sindaci – e votano in modo unitario; sulle leggi non bicamerali, il Bundestag può modificare proposte del Senato solo con una maggioranza uguale a quella con cui sono state approvate. Infine, il Bundestag è eletto con legge proporzionale e sbarramento al 5%.
Altre soluzioni non convincono. Gli Stati Uniti hanno sperimentato il Senato di secondo grado: sono passati al voto diretto dei cittadini dopo aver registrato gravi casi di corruzione e una rappresentanza troppo localistica. La Francia nel marzo scorso ha stabilito che dalle prossime elezioni non si potrà essere più sindaci, presidenti di regione e parlamentari. Esperienze fallite, da noi diventano innovazione?
Voler mantenere ai cittadini il diritto di scegliere con il voto i loro rappresentanti nelle istituzioni sarebbe conservazione?
Nel XXI secolo la democrazia è sfidata non solo dai terrorismi, ma da semplificazioni che danno vita a quella che viene definita dittatura delle maggioranze, un affievolirsi cioè dei controlli sui governi. È un pericolo dal quale guardarsi. La democrazia ha bisogno di partecipazione e governabilità, non di contrapporre l’una all’altra.

Non mi illudo che tutto ciò possa servire a far aprire gli occhi a chi ha ormai deciso di consacrare la propria esistenza e le proprie fortune alla prosternazione perenne.  Ma sperare che un filo di dubbio possa crescere a insinuarsi in chi abbia un minimo di consapevolezza, almeno questo lasciatemelo.

 

 

Se si considera anche la riforma del Senato che sarà, secondo la volontà del Governo, non elettivo, il combinato disposto della legge elettorale (con liste bloccate e candidature plurime, accesso premio di maggioranza con 37% dei voti, sbarramento eccessivo per i piccoli partiti) e del Senato rischia di minare fortemente la rappresentatività e il tasso di democraticità (inteso soprattutto, ma non solo, come rapporto elettore-elettorato).Ricorda di citare la fonte: http://www.valigiablu.it/legge-elettorale-la-riforma-come-e-come-dovrebbe-essere/
Licenza cc-by-nc-nd valigiablu.it
Se si considera anche la riforma del Senato che sarà, secondo la volontà del Governo, non elettivo, il combinato disposto della legge elettorale (con liste bloccate e candidature plurime, accesso premio di maggioranza con 37% dei voti, sbarramento eccessivo per i piccoli partiti) e del Senato rischia di minare fortemente la rappresentatività e il tasso di democraticità (inteso soprattutto, ma non solo, come rapporto elettore-elettorato).Ricorda di citare la fonte: http://www.valigiablu.it/legge-elettorale-la-riforma-come-e-come-dovrebbe-essere/
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Se si considera anche la riforma del Senato che sarà, secondo la volontà del Governo, non elettivo, il combinato disposto della legge elettorale (con liste bloccate e candidature plurime, accesso premio di maggioranza con 37% dei voti, sbarramento eccessivo per i piccoli partiti) e del Senato rischia di minare fortemente la rappresentatività e il tasso di democraticità (inteso soprattutto, ma non solo, come rapporto elettore-elettorato).Ricorda di citare la fonte: http://www.valigiablu.it/legge-elettorale-la-riforma-come-e-come-dovrebbe-essere/
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Se si considera anche la riforma del Senato che sarà, secondo la volontà del Governo, non elettivo, il combinato disposto della legge elettorale (con liste bloccate e candidature plurime, accesso premio di maggioranza con 37% dei voti, sbarramento eccessivo per i piccoli partiti) e del Senato rischia di minare fortemente la rappresentatività e il tasso di democraticità (inteso soprattutto, ma non solo, come rapporto elettore-elettorato).Ricorda di citare la fonte: http://www.valigiablu.it/legge-elettorale-la-riforma-come-e-come-dovrebbe-essere/
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Se si considera anche la riforma del Senato che sarà, secondo la volontà del Governo, non elettivo, il combinato disposto della legge elettorale (con liste bloccate e candidature plurime, accesso premio di maggioranza con 37% dei voti, sbarramento eccessivo per i piccoli partiti) e del Senato rischia di minare fortemente la rappresentatività e il tasso di democraticità (inteso soprattutto, ma non solo, come rapporto elettore-elettorato).Ricorda di citare la fonte: http://www.valigiablu.it/legge-elettorale-la-riforma-come-e-come-dovrebbe-essere/
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Legge elettorale e Senato: una riforma da rivedere. E i gufi non c’entranoRicorda di citare la fonte: http://www.valigiablu.it/legge-elettorale-la-riforma-come-e-come-dovrebbe-essere/
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Legge elettorale e Senato: una riforma da rivedere. E i gufi non c’entranoRicorda di citare la fonte: http://www.valigiablu.it/legge-elettorale-la-riforma-come-e-come-dovrebbe-essere/
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In democrazia (per chi l’ha dimenticato)

18 Set

“In democrazia, ottenere la maggioranza in parlamento dà diritto a decidere su molte cose, ma non su tutto. Ogni tipo di potere, incluso quello degli organi rappresentativi, va sottomesso al diritto. “

John Stuart Mill

J. S. Mill

“La qualità delle politiche pubbliche, ovvero del metodo nel governare”: una lezione di Sabino Cassese

15 Apr

“…le politiche pubbliche – e il dibattito intorno ad esse – sono fondamentali per il funzionamento della democrazia. Questa non si esaurisce nella espressione periodica di voti e nella rappresentanza. Richiede anche conoscenza,
consultazioni, discussione pubblica degli indirizzi indicati da coloro che sono chiamati a governare. Per questo, parlare della qualità delle politiche pubbliche vuol dire discutere del metodo nel governare”.

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Lezione in occasione della presentazione del Rapporto 2012 – 2013 di “italiadecide”, Camera dei deputati, Sala della Regina, 11 febbraio 2013.

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Sabino Cassese

La qualità delle politiche pubbliche, ovvero del metodo nel governare

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1. Il tema e le conclusioni
2. La sequenza e le sue debolezze
3. Conclusioni

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1. Il tema e le conclusioni

Preciso il tema di questa lezione e ne riassumo le conclusioni. Con l’espressione “politica pubblica”, ormai entrata nell’uso, traduciamo la parola “policy”, uno delle quattro lemmi che la lingua inglese deriva dal greco “polis” (“politics”, “police”, “polity” e, appunto “policy”). Con “policy” si intendono gli indirizzi politici, contenuti in atti diversi, quali programmi, leggi, direttive. Non tutti gli enunciati o disposizioni contenuti in questi atti sono, però, “policies”, bensì solo quelli che indicano gli orientamenti generali del corpo politico.

La parola “qualità”, a sua volta, può essere intesa in due modi diversi. Quale utilità o efficacia di ciascun indirizzo politico rispetto ai bisogni o all’obiettivo, oppure come utilità o efficacia degli indirizzi politici nel loro complesso, per il modo nel quale vengono scelti, adottati, attuati e verificati, rispetto al modo di governo. Parlare della qualità delle politiche pubbliche nella prima accezione richiede un esame caso per caso, politica per politica (sanità, istruzione, previdenza, ecc.).
Esaminare la qualità delle politiche pubbliche nel secondo senso – come farò ora – comporta un’analisi di tipo diverso, che riguarda le procedure con le quali si governa, per accertare se esse soddisfano più generali criteri di buona gestione pubblica. Per questo motivo, il titolo di questa lezione potrebbe anche essere “del metodo di governare”.

Le conclusioni dell’analisi che svolgerò non sono rassicuranti. Emergeranno primitivismo organizzativo, rudimentalità delle procedure, insufficienze del personale, scarso ricorso a tecnologie informatiche, arcaicità del disegnocomplessivo, suo anacronismo rispetto agli altri governi moderni. Non c’è fase della sequenza complessiva (dalla scelta degli indirizzi politici alla progettazione, formulazione e decisioni, all’attuazione, alla valutazione dell’impatto e dei risultati, al “feedback” e alle correzioni) nella quale non emerga l’inadeguatezza degli strumenti dei governi italiani rispetto alle esigenze moderne del governare, alle esperienze che si fanno ormai da un cinquantennio in altri Paesi (non solo Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania, ma anche Australia, Nuova Zelanda, Svezia, Danimarca, Canada), agli “standards” stabiliti, con manuali, elenchi, “checklists”, da molte organizzazioni internazionali e sovranazionali (dalle Nazioni Unite all’OCSE, all’Unione europea) e, principalmente, all’interesse collettivo e al diritto dei cittadini alla buona qualità delle politiche pubbliche. C’è, quindi, un
grande bisogno, in Italia, di razionalizzare i metodi di governo. Lo notava già Massimo Severo Giannini nel “Rapporto sui principali problemi della amministrazione dello Stato”, del 1980. E da allora ben poco si è fatto.

2. La sequenza e le sue debolezze

Le politiche pubbliche di organismi complessi come le moderne società non sono un esempio di “one stop shopping”, non sono il frutto di una volontà rousseauianamente determinata, non si realizzano “uno actu”. Sono il frutto di una lunga sequenza, le cui fasi principali sono le seguenti: la scelta delle politiche pubbliche, che oggi chiamiamo formazione dell’agenda; la preparazione del progetto, con la formulazione e la decisione della politica (sia essa contenuta in una legge o in altro atto); la sua attuazione concreta in via esecutiva; l’esame deirisultati ottenuti dalla politica una volta posta in esecuzione; l’eventuale correzione o riformulazione, sulla base della lezione che si trae dall’analisi dei risultati. Il processo – come si vede – è circolare. Lungo tutta la sequenza, emergono le debolezze del nostro sistema. Nessuna delle fasi della sequenza è immune da difetti di fondo, che richiedono interventi radicali.

La fase iniziale, quella della scelta delle politiche – secondo il modello eastoniano – comporta una domanda popolare che, interpretata dalla classe politica, si traduce in orientamenti politici generali; questi, a loro volta, soddisfacendo la domanda, comportano il sostegno, da parte della collettività, per la maggioranza che ha determinato gli orientamenti generali e le politiche. Secondo questo modello, l’offerta politica consente di scegliere orientamenti che si tramutano in indirizzi politici. In Italia, invece, passioni, pregiudizi e ideologie prendono il posto degli
orientamenti politici. Come a Milano, durante la peste, il sentire fa l’effetto delvedere. I termini equivalenti a “party platform” e a “political manifesto” sono sconosciuti. I programmi dei partiti elencano, più che scegliere, e oscillano tra promesse generiche e slogan sommari. Per cui questa fase serve solo in misura ridotta a determinare gli obiettivi. Paradossalmente, chi “fa politica”, in questa fase,
“non fa le politiche”.

Occorre, quindi, ristabilire un rapporto ordinato tra la “politica” e le “politiche”. Un buon esempio da seguire è quello britannico. Lì, sui principali obiettivi del programma di governo viene redatto un testo di analisi (in passato, a questoscopo, veniva addirittura nominata una “Royal Commission”), sul quale raccogliere proposte e commenti, per poi formulare le politiche vere e proprie. Viene così rafforzato il legame tra programma di governo e politiche di governo. La seconda fase della sequenza si svolge tutta all’interno della macchina statale.
Normalmente, si articola in un impulso governativo, una formulazione burocratica, un riesame da parte degli uffici serventi del governo (normalmente, gli uffici legislativi), una ratifica (con correzioni) parlamentare. Si passa così dagliorientamenti generali alla predisposizione delle decisioni da assumere. Le varianti sono molte.

Nel 1999 in via sperimentale e dal 2005 in modo più organico, si è cercato di razionalizzare questa fase con una verifica preliminare di opportunità, la valutazione dei probabili effetti delle politiche, la stima dei costi. La guida di questaprocedura razionalizzata è stata assunta dal Dipartimento degli affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio dei ministri (che presenta ancheannualmente una relazione sullo stato di applicazione dell’analisi di impatto regolatorio), in collegamento con gli uffici legislativi dei ministeri. Nel 2009 è stata emanata una direttiva con lo scopo di assicurare una “produzione normativa di qualità”, richiedendo ai ministeri proponenti, oltre a una relazione illustrativa, una tecnico – finanziaria e una tecnico – normativa, una relazione sull’analisi di impatto
regolamentare. Di fatto, i ministeri proponenti redigono quest’ultima relazione seguendo un formulario in modo meccanico, di regola molto succinto, senza davvero rispondere alle domande poste. Memorabile per sciatteria la relazione del 2009 sulla legge di riforma universitaria.

Questa fase presenta un difetto fondamentale, quello dell’oscurità: sono quasi ignoti “position papers”, “green papers”, “white papers”; non vi è informazione, non consultazioni aperte; si stabiliscono legami (“policy networks”, “policy communities”), ma l’accesso all’informazione e la possibilità di interloquire sono limitati a pochi soggetti privilegiati. Quali eccezioni vanno segnalate le
consultazioni pubbliche sul valore legale del titolo di studio, sulle politiche di semplificazione e per la individuazione di idee di sviluppo per le aree in crisi promosse dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, dal Dipartimento per la Funzione pubblica e dal Dipartimento per la Coesioneterritoriale, nonché quelle del Ministero dello Sviluppo economico sulla strategiaenergetica nazionale e sul piano d’azione sulla responsabilità sociale d’impresa. L’Italia sembra estranea al grande dibattito che si svolge da un ventennio nel mondo sulla possibilità di sopperire alle deficienze della democrazia rappresentativa con una buona dose di democrazia deliberativa o dibattimentale,che richiede ben strutturate procedure di “notice and comment” nella fase della progettazione e formulazione delle politiche pubbliche, per ascoltare prima di
decidere.

Questa carenza è stata rilevata da organismi internazionali e sovranazionali. In un recente rapporto OCSE si può leggere che tempestive, sistematiche e trasparenti pratiche di consultazione sono neglette dal governo italiano. Eppure
pratiche di questo tipo sono state codificate in sede europea e vengono seguite anche in Italia, ma non dal governo.
L’Unione europea segue ormai da decenni la procedura di pubblicare un “libroverde” (ne sono stati pubblicati fino a quindici per anno), che contiene una riflessione sullo stato di un settore e raccoglie le idee e le informazioni; di svolgere su di esso una consultazione; di preparare poi un “libro bianco”, che contiene le proposte di interventi; alla fine, di adottare la politica. Forme simili di procedure partecipate sono seguite anche in Italia da autorità amministrative indipendenti. Anzi, vi sono alcune “best practices” che meritano di essere segnalate, come le procedure seguite dalla Banca d’Italia per la disciplina delle partecipazioni e per quella sulla trasparenza, o quella della Consob sulleoperazioni con parti correlate.

I vertici politico–amministrativi ministeriali sembrano, invece, incapaci di mettere a punto obiettivi e programmi, anche quando debbono farlo per fini interni, come per le note integrative del bilancio o per la determinazione degli indirizzi ai dirigenti. Questi documenti sono solitamente vaghi, generici, superficiali. Si manifesta qui l’inadeguatezza degli “staff” dei ministri, composti solo da
consiglieri giuridici (mentre vi sarebbe bisogno anche di esperti di progettazione, di monitoraggio e di valutazione) e della complessiva organizzazione della Presidenza del Consiglio dei ministri, che ha più di 4mila dipendenti impegnati a far di tutto, salvo ciò che la Presidenza dovrebbe davvero fare, e cioè il coordinamento. La terza fase è quella della decisione. Qui viene il difetto principale, quello di
legificare ogni specie di indirizzo. Tutte le politiche trovano posto in atti normativi primari, leggi o decreti leggi, seguiti da uno sciame di decreti delegati. Sia chiaro: non tutte le disposizioni legislative contengono politiche. La maggior parte di esse sono meri atti amministrativi in forma legislativa, adottati o dalla burocrazia per accollare la responsabilità al Parlamento, o dal governo per imporre decisioni a una burocrazia recalcitrante. Sono strumenti, che un Parlamento meno disattento dovrebbe lasciare scegliere ai governi, anche per non caricarsi di oneri impropri. Queste due tendenze (legificazione degli indirizzi e legificazione degli atti che sono chiamati ad attuarli) producono ipertrofia, oscurità e complicazione,confondendo chi vuol ritornare sulle politiche per riformarle. Gli strumenti finiscono, così, per condizionare le politiche e le finalità. Un recente rapporto della Commissione per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle pubbliche amministrazioni – Civit, sulla semplificazione della trasparenza, ha rilevato frammentazione e ridondanza di norme, definizione poco chiara dei contenuti delle disposizioni, frequenti interventi su oggetti analoghi, senza coordinamento, sovrapposizione di norme.

Quarta fase: quando una politica è stata decisa, si è fatto ben poco: è nella sua attuazione che sta la pietra di paragone. Questa è una conclusione sulla quale due illustri studiosi americani, Jeffrey L. Pressman e Aaron B. Wildavsky, richiamarono l‘attenzione già quattro decenni or sono.
In Italia, i governi stessi sono ben poco impegnati nella attuazione: tra tre quarti e due terzi delle leggi, a un anno dalla loro approvazione, attendono ancora atti governativi di attuazione. Gli apparati amministrativi, poi, non sono macchine esecutive: hanno interessi, rappresentano mentalità, stabiliscono legami con la società. Nell’attuare, interpretano, modificano, ritardano: mi limito a ricordare che le decisioni del
Comitato interministeriale per la programmazione economica – Cipe sono pubblicate con alcuni mesi di ritardo e attuate in altrettanto tempo. Tutto questo va considerato da chi si interessa di qualità delle politiche pubbliche, se non vuole fare della mera astrazione.

In Italia, il Senato, dal 2006, ha avviato l’esame della fattibilità amministrativa. Lo stesso Dipartimento della Presidenza del Consiglio dei ministri che ho sopramenzionato valuta il raggiungimento della finalità delle politiche. Aggiungo che, se è vero che la valutazione delle politiche pubbliche, in generale, è una Cenerentola – come è stato notato –, è vero anche che, in alcuni settori s’ecceda, presi da furia valutativa. L’OCSE, nel suo rapporto, fa notare che uno dei più comuni difetti della formulazione legislativa delle politiche in Italia è la sottovalutazione della
complessità della macchina amministrativa e dell’esistenza di organizzazioni a più livelli.

Ultima fase: quel che principalmente manca – come viene osservato nel recente rapporto dell’OCSE – è, però, il “feedback”, la retroazione dell’analisi dell’attuazione sulla formulazione delle politiche. Molto numerose sono le cosiddette riforme che sono state a loro volta riformate senza una valutazione dei risultati, mentre occorrerebbe valutare una politica pubblica, prima di cambiarla. Questo manca perché non vi è dialogo tra chi amministra, chi redige le politiche e chi le sceglie e le annuncia, per un divorzio che dura da lungo tempo, in Italia, tra
l’amministrare e il fare politica. Quale esempio significativo di un circuito virtuoso, ricordo il modello illustrato cinquant’anni fa dallo storico Oliver MacDonagh per spiegare la “Nineteenth Century Revolution in Government” inglese, cioè la formazione dell’apparato statale britannico nella seconda metà dell’800: lì, quando sorgeva un problema sociale (per esempio, lo sfruttamento del lavoro minorile nelle miniere), si adottava una politica; se questa non era efficace, l’amministrazione, dopo attente valutazioni, ne dava conto al governo, che provvedeva alle correzioni necessarie. E ciò in un processo continuo di perfezionamento che avvicinava lo Stato alle esigenze della collettività.

Le politiche pubbliche, infine, sono soggette a obsolescenza. Questo richiede periodiche verifiche, per evitare di tenere in vita istituti e interventi che hanno perduto la loro ragion d’essere e per evitare l’accavallarsi, per strati successivi, di politiche pubbliche, spesso tra di loro contradittorie. Ma a questo compito nessuno si dedica in Italia. All’estero, invece, vi sono appositi corpi, definiti “regulatory oversight bodies”, che compiono periodici riesami di efficacia delle politiche pubbliche.

3. Conclusioni

Vengo alle conclusioni, che possono riassumersi in cinque punti.
Primo: per troppo tempo il governare è stato considerato un’arte. Ora è necessario farne una scienza. Fin da quando Frederik Taylor introdusse lo “scientific management” nel settore privato, si è cominciato a capire che anche la gestione pubblica può essere retta da criteri razionali e da sequenze ordinate. Così è nato il “public management”. Questo si è arricchito nell’ultimo ventennio di tecniche di “policy evaluation” e “policy analysis”. Queste non dànno benefici immediati, come tutte le politiche strumentali. Ma sono l’unica garanzia per assicurarsi l’attuazione degli indirizzi politici finali.
Secondo: le politiche pubbliche – e il dibattito intorno ad esse – sono fondamentali per il funzionamento della democrazia. Questa non si esaurisce nella espressione periodica di voti e nella rappresentanza. Richiede anche conoscenza, consultazioni, discussione pubblica degli indirizzi indicati da coloro che sono chiamati a governare. Per questo, parlare della qualità delle politiche pubbliche vuol dire discutere del metodo nel governare.
Terzo: Luigi Guiso, in un Rapporto per “italiadecide”, ha di recente messo in luce il declino della produttività totale dei fattori dell’Italia rispetto agli altri Paesi europei. Ed ha osservato che “il gap di crescita” non è correlato alla crisi in corso, ma dipende da caratteristiche strutturali del nostro Paese. Una di queste è la debolezza organizzativa dei governi.
Quarto: il metodo di governo va portato al livello di quello degli Stati membri dell’Unione europea, non solo per stare alla loro pari, ma anche perché in ognuna delle fasi che ho indicato intervengono istituzioni europee e altri Stati membri, per l’interdipendenza che si è creata e la conseguente condivisione della sovranità. Se non faremo ciò, l’europeizzazione verrà subìta come colonizzazione.
Quinto: nell’arco di tempo che va dall’approvazione della Costituzione italiana, che si limita a disporre il buon andamento, all’approvazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che stabilisce il diritto a una buona amministrazione, negli ordini giuridici europei ci si è resi conto che non è necessario solo il governo, è necessario anche il buon governo. E questo viene assicurato solo se si gestisce lo Stato con metodo e secondo razionalità, come ho cercato di spiegare.

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