Archivio | aprile, 2015

Buon 1°  Maggio (ma non a tutti)

30 Apr

 Giuseppe Pellizza da Volpedo, “Il quarto stato” (1895-1901) Olio su tela, 245x543cm - Milano, Galleria d'arte moderna


Giuseppe Pellizza da Volpedo, “Il quarto stato” (1895-1901)
Olio su tela, 245x543cm – Milano, Galleria d’arte moderna

 

 

A voi che lavorate, ma non a chi crede di farlo speculando,

a voi che vi sudate la paga, ma non  a chi ve la fa sospirare.

A tutti coloro che hanno un disperato bisogno di lavoro,

ma non a chi  gli nega questo elementare diritto.

Buon 1° Maggio a chi si guadagna ogni minuto,

ma non a chi cumula ricche pensioni,

a chi combatte ogni giorno sul  posto di lavoro

e non ai parassiti che l’hanno rubato ai meritevoli,

a chi lavora per far lavorare

e non a chi per sete di profitto crea altri disoccupati.

Buon 1° maggio a quelli che difendono la dignità del lavoro,

patrimonio universale, diritto di tutti,

ma non  a chi ignora il valore di questa missione.

A voi, di cuore, buon 1° Maggio.

 

P.s. Oggi, vigilia del 1° Maggio, l’Istat ci informa che la disoccupazione è salita al 13,2% e quella giovanile al 43,1%.

 

 

 

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Dalla nostra storia, la speranza.

25 Apr

Questo breve ma intenso filmato di Anna Maria Bianchi condensa in alcune immagini d’archivio  tutte le speranze e le emozioni che hanno attraversato l’Italia nell’ultimo secolo. E’ come guardarsi indietro per ritrovare il coraggio di andare, con orgoglio, oltre. Alla vigilia del 70° anniversario della festa della Liberazione, lo vivo come l’augurio che, nonostante tutto, ce le faremo ancora.
Grazie Anna Maria, grazie di cuore.

La Resistenza, il partigiano, i giovani.

22 Apr

Ieri sera, capitato per caso su Ballarò, ho visto e sentito una delle più belle testimonianze della Resistenza e, poco dopo, una delle più amare e tristi conferme di come non si sia stati capaci di mantenerne col ricordo l’eredità culturale e civile e di curarne il patrimonio di coraggio, passione, amor patrio. Settant’anni di ministri dell’istruzione e della scuola che non hanno mai fatto nulla per esaltare le pagine della Resistenza, belle quanto quelle del Risorgimento, settant’anni in cui sono state quasi nascoste, disperdendo colpevolmente un capitale di orgoglio nazionale e senso civile.

Giannini ha presentato in apertura il partigiano Umberto Lorenzoni, 89 anni, nome di battaglia Eros, da Nervesa della Battaglia, che ha raccontato come e perchè decise di combattere e l’episodio in cui fu ferito. Dopo di che è andato in onda un servizio di Eva Giovannini che ha intervistato alcuni giovani di Roma e Livorno. La domanda era: “il 25 aprile è festa nazionale; cosa si festeggia?”. Devo dire che mi aspettavo lo squallore delle risposte dei ragazzi seduti nei bar di Ponte Milvio: è solitamente un luogo d’incontro della gioventù dei quartieri-bene di Roma nord, zona notoriamente di destra. Infatti nell’ignoranza generale alcuni non hanno nascosto come la pensavano. Ma il peggio doveva avvenire con quelli di Livorno, gloriosa città antifascista: anche qui – a parte qualche incerto balbettìo – quasi nessuno ha saputo dare una risposta.
Eros Ballarò

“Prova amarezza a sentire?” ha chiesto Giannini al vecchio partigiano.  Dopo un attimo di silenzio il vecchio ha risposto e nelle sue parole ho ritrovato la speranza e la forza che animavano quei giovani che andavano a combattere in quegli anni bui, ho riconosciuto l’Italia che non si piega, con la sua forza morale e il senso di solidarietà che l’ha sempre animata.”Sì – ha detto – “provo amarezza ma non me la prendo coi giovani che non sanno. Io ce l’ho con chi non li ha istruiti.   Perché un popolo che non ricorda la sua storia rischia di rivivere gli errori del passato. E allora io dico a questi ragazzi, oggi  prigionieri della precarietà perché senza lavoro, abbiate coraggio perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza, agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo, organizzatevi, perché avremo bisogno ancora di tutta la il vostra forza”. 

Grazie, partigiano Eros. Noi non dimenticheremo.

25 aprile sempre

 

 

 

 

 

Io sto con Tareke. E ho firmato.

21 Apr

Tareke Brhane mi ha scritto la lettera che segue. Dopo averla letta non ho potuto far altro che firmare l’appello di Change che trovate qui. Firmate anche voi.
———

Mi chiamo Tareke Brhane e sono Presidente del Comitato 3 Ottobre, organizzazione no profit fondata all’indomani del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013, quando 368 persone morirono nel tentativo di raggiungere l’Europa.

Sono fuggito dal mio paese a 17 anni per evitare la coscrizione a vita. Nel mio viaggio ho subito la violenza e la prigionia, ho rischiato di morire, sono stato respinto al primo tentativo di attraversare il Mediterraneo, ma alla fine sono riuscito a raggiungere l’Italia. Con il Comitato 3 Ottobre mi batto per ottenere l’istituzione di una Giornata della Memoria e dell’Accoglienza, da celebrare simbolicamente ogni 3 ottobre a livello nazionale ed internazionale. L’obiettivo è restituire dignità ai migranti che hanno perso la vita, ma anche onorare le persone che hanno rischiato la propria vita per soccorrerli e creare un momento di riflessione condivisa che permetta una reale cultura dell’accoglienza.

Immigrazione: sbarcati cinquantina migranti a Lampedusa
La prima cosa che penso quando apprendo di un nuovo naufragio è cheho avuto la fortuna di vivere un’altra vita. Allo stesso tempo mi assale una profonda tristezza nel vedere queste persone che continuano a morire per cercare di mettersi in salvo. Ho deciso di abbandonare la mia patria, l’Eritrea, perché non avevo scelta: parliamo di un Paese dove c’è una dittatura feroce da tanti anni. Allo stesso modo tutte quelle persone che vediamo fuggire e arrivare in Italia a bordo di un barcone di fortuna lo fanno perché sono disperati, perché non hanno alternative. Non smetteranno di continuare a partire, neanche la paura della morte potrà mai fermarli.

L’Europa non può continuare a contare le vittime stando a guardare. Queste non sono stragi inevitabili. Chiediamo l’avvio urgente di attività di ricerca e di soccorso in mare su ampia scala e l’apertura di vie legali per garantire un accesso sicuro all’Europa a chi fugge da conflitti e persecuzioni. Per evitare che un viaggio di speranza si trasformi in un viaggio di morte.

L’incidente del 18 aprile rappresenta la più grande perdita di vite umane mai verificatasi nel Mar Mediterraneo.
Purtroppo è solo uno dei tragici episodi che periodicamente insaguinano il Mediterraneo: solo la scorsa settimana in un incidente simile avevano perso la vita 400 persone, nell’ottobre 2013 il disastro di Lampedusa vide quasi 600 morti in due incidenti.

Complessivamente nel corso del 2014 circa 219.000 persone hanno attraversato il Mediterraneo e ben 3.500 migranti vi hanno perso la vita.

Questa ennesima ecatombe conferma l’urgenza di ripristinare un’operazione di salvataggio in mare e di stabilire vie legali per raggiungere l’Europa, nell’ambito di un progetto comunitario a lungo termine.

Lo Stato biscazziere e il Governo che sta a guardare

20 Apr

gioco d'azzardoQuesta foto è stata scattata stamattina in un luogo aperto al pubblico e frequentato giornalmente da centinaia di persone: in un ufficio postale romano dove di questo cartello c’erano più copie. 

E’ firmato dalla Regione Lazio e dalla ASL Roma E, che assiste più di 500.000 cittadini. Mentre da un lato mostra l’aspetto positivo della cura preventiva che viene posta nella salute dei cittadini, il cartello è anche la prova indiscutibile di una clamorosa quanto stridente contraddizione, emblematico di una ormai intollerabile situazione. Mi spiego meglio.

Abbiamo da un lato lo Stato biscazziere e complice di chi fa del gioco d’azzardo legalizzato una fonte di mostruosi ricavi, che rilascia licenze e si mostra tollerante oltre ogni ragionevole misura. Dall’altra, lo Stato consapevole dei rischi per la salute mentale dei cittadini, per le conseguenze sociali sulle famiglie sfasciate, insomma degli enormi costi per la collettività che questa moderna lebbra produce e che si è allargata fino a coinvolgere i giovani. Di quest’ultimo aspetto, in particolare per il gioco on line, si è preoccupata particolarmente l’Unione Europea nella sua raccomandazione di un anno fa, confermata dall’indagine “Ragazzi in gioco” della Società italiana dei medici pediatri.

Insomma: lo Stato conosce perfettamente i danni prodotti dal gioco d’azzardo in tutte le sue forme, slot machine, scommesse, gratta e vinci, eccetera – ma nulla fa per fronteggiarlo e ridurne le dimensioni e le drammatiche conseguenze. Però poi impegna le sue strutture sociali e sanitarie per curare chi ne è dipendente, caricandone i costi sulla collettività. Per non parlare poi dell’evasione fiscale e dei proventi che ne ricavano illecitamente mafia e criminalità: lo studio del sociologo Maurizio Fiasco ne è indiscutibile testimonianza.  Nè vale il meschino ragionamento sui proventi che lo Stato ricava da questa attività: meno di un anno fa il sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia Diana De Martino ha dimostrato – conti alla mano – che  a fronte di entrate per circa 8 miliardi se ne devono poi spendere 30 (quasi quattro volte tanto) per rimediare ai danni che derivano dal gioco:
– i costi sanitari per assistere almeno 800./1.000.000 di dipendenti cronici da ludopatia, oltre a quelli afflitti da forme meno pesanti. [Il totale si aggira sui 3 milioni di ludopati: nota mia].
– i costi sociali per l’impoverimento delle famiglie: mediamente il 12% del budget familiare si perde in giochi di varia natura.
– i costi derivanti dalla mancata produttività dei giocatori: abituali od occasionali, studenti od operai, artigiani o commercianti, pensionati o professionisti.

– i costi per i controlli tecnici, amministrativi e di polizia per il funzionamento dell’intero sistema del gioco d’azzardo.
– i danni derivanti dall’alimentazione dell’usura, fortemente incrementata dal gioco.
– i danni derivanti al mercato regolare per concorrenza sleale attuata tramite le forme di gioco illegale (che Eurispes valuta in 23 miliardi).
– i danni derivanti dall’evasione fiscale.
– i danni derivanti dal rafforzamento della criminalità organizzata.

SERRA azzardoQuando lo Stato fu consapevole dei danni del fumo intervenne con una serie di misure che andavano dal divieto di pubblicità (consentita invece nel caso del gioco d’azzardo!) e arrivarono fino al divieto. Dinanzi ai drammatici e dimostrati guasti del gioco, al contrario, lo Stato e il Governo (tutti quelli che si sono succeduti finora) sono deboli, non oppongono resistenza: allora il sospetto che ci sia in Parlamento una potente lobby organizzata alle spalle del settore diviene una certezza e diviene certezza anche la loro complicità. Michele Serra lo denunciò apertamente un anno e mezzo fa, di fronte allo scandaloso comportamento del Pd che provocò l‘indignazione di Matteo Renzi, allora segretario.  

Ecco, è ora che da Presidente del Consiglio provveda in fretta a dimostrare che non erano espressioni di convenienza.  Prima che sia troppo tardi.

Nel mondo Italia seconda solo a Singapore (5 mil di abitanti) nel rapporto PIL/spesa

Nel mondo Italia seconda solo a Singapore (5 mil di abitanti) nel rapporto PIL/spesa

I NUMERI DEL GIOCO D’AZZARDO IN ITALIA                    

  • 100 miliardi di fatturato,
  • 4% del PIL nazionale, 
  • la 3° industria italiana, 
  • 12% della spesa delle famiglie italiane, 
  • 15% del mercato europeo del gioco d’azzardo, 
  • 4,4% del mercato mondiale, 
  • oltre 400.000 slot-machine censite, 
  • 6.181 locali e agenzie autorizzate
  • 15 milioni di giocatori abituali, 
  • 3 milioni a rischio patologico,
  • circa 1.000.000 i giocatori già patologici.

Gli emolumenti della giunta comunale vengono prima dell’assistenza ai disabili. Ma non si deve dire.

18 Apr

Succede a Bagheria, centro di poco più di 54 mila abitanti alle porte di Palermo. Un giornalista rende nota una bizzarra storia relativa all’aumento degli emolumenti della giunta e viene minacciato di querela dal sindaco e insultato dai suoi sostenitori politici.  tweet Borriello
Per salvare le disastrate casse del comune, nel settembre dello scorso anno il sindaco eletto a giugno, Patrizio Cinque del M5s, taglia tra l’altro il costo di 400mila euro annui per il servizio igienico-sanitario di supporto a 80 bambini e ragazzi disabili.  Dopo le proteste dei genitori vengono ripristinate 2 ore di servizio al giorno, inutili perché i familiari dei ragazzi sono comunque costretti a essere presenti nelle scuole per le restanti sei ore quando sorge la necessità di andare al bagno. Per ovviare al disagio alcune famiglie si rivolgono allora al Tar di Palermo, che il 10 dicembre (seconda sezione, ricorso n.3441) condanna il sindaco e il Comune a ripristinare il servizio così come era in origine, oltre al pagamento delle spese processuali (€ 250) e dando quindici giorni di tempo per tornare alla situazione originaria.
Tutto bene, dunque? Non esattamente. Nel frattempo la giunta di Bagheria aveva anche esaminato una sentenza del 2013 della Corte costituzionale che annullava un precedente decreto del 2011 emanato dal Presidente della Regione Sicilia con cui le indennità di carica erano state ridotte oltre il limite consentito: con la delibera n. 87 la giunta decide quindi di rimpinguare gli emolumenti a sindaco, assessori e consiglieri con 60mila euro in totale coperti da un aumento delle tasse locali. E quando avviene la delibera?  Il 30 dicembre,  cioè nello stesso giorno in cui scade il termine concesso da Tar per ripristinare il servizio di assistenza ai disabili. La protesta dei cittadini di Bagheria è immediata e alla fine di marzo il servizio di assistenza viene portato a 4 ore. Ovviamente il provvedimento viene considerato tuttavia ancora ampiamente insufficiente ed è nata proprio ieri la proposta di una petizione popolare da presentare al comune con lo scopo di garantire pari diritti e opportunità ad ogni persona, “poiché un diversamente abile, così come qualsiasi altro cittadino, deve potersi muovere e agire autonomamente per la città e comunicare liberamente”. Al primo punto, si chiede di dare immediata attuazione all’ordinanza del Tar, che ha sentenziato l’obbligatorietà per il comune del ripristino del servizio full time, tutti i giorni della settimana, per tutte le ore curriculari e per l’intera durata dell’anno scolastico.
Resta purtroppo agli atti la scomposta reazione del sindaco che ha minacciato su twitter di voler querelare chi ha reso nota la storia, scatenando di conseguenza le ire dei supporters del M5s nei suoi confronti. Come se non fosse un dovere dei giornalisti informare e un diritto dei cittadini essere informati.
C’è un’Italia che peggiora ogni giorno che passa.

Il tempismo di Report: l’ANAS e Ciucci

14 Apr

CiucciVa dato atto a Milena Gabanelli e a Report di una rara tempestività. Solo due giorni fa è andata in onda questa puntata su uno degli ultimi boiardi di stato della prima Repubblica. Ora aspettiamo quelli della seconda (si scherza per non piangere, eh).

Dalle intercettazioni sul crollo del viadotto Scorciavacche

Dalle intercettazioni sul crollo del viadotto Scorciavacche

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-a901393b-c5e8-4b6d-9eb2-31f01a9666f1.html

Ma quale tesoretto

14 Apr

Previsioni e/o speranze: su questo e solo su questo si basa l’annunciato tesoretto di 1,6 miliardi.. Per carità, tutto legittimo, ma perché non dire con franchezza come stanno le cose? Oggi sul Sole-24 ore l’articolo di Federico Forquet dall’eloquente titolo (“Se il tesoretto è solo un’arma di distrazione di massa“), apre così:
Con dati occupazionali che restano al minimo storico e una produzione industriale che continua a deludere, dovrebbe essere chiaro a tutti che è tempo di serietà e non di distrazioni. Tanto meno di armi di distrazioni di massa per distogliere l’attenzione della pubblica opinione dai nodi veri dell’economia e dell’azione di governo. È allora opportuno che il governo spari nel dibattito pubblico la questione del “tesoretto”? E c’è davvero un “tesoretto” da spendere nelle pieghe del nostro bilancio pubblico? La risposta è no, no secco, su entrambe le domande. La questione evidentemente non è semantica. Lo è anche, perché la parola “tesoretto” sa di presa in giro. Ma anche se lo si chiama bonus, può un governo che tiene alla sua reputazione annunciare un bonus di 1,6 miliardi quando ha davanti le urgenze che ben si conoscono? Per il prossimo anno, è ormai cosa nota, Renzi e Padoan dovranno trovare 16 miliardi di euro per evitare il disastroso aumento della Renzi e Padoan dovranno trovare 16 miliardi di euro per evitare il disastroso aumento della pressione fiscale legato all’incremento dell’Iva. Sono tagli di spesa dolorosi che dovranno trovar posto nella prossima legge di stabilità.
E Federico Fubini su Repubblica gli fa eco: L’ex capoeconomista del Tesoro “L’Italia sta camminando sul filo – discesa debito non assicurata”. Stiamo parlando di Lorenzo Codogno, mica l’ultimo arrivato, che già nello scorso ottobre aveva anticipato le sue dimissioni per la differenza di vedute con Padoan: come scriveva allora Repubblica  Per nove anni l’economista ha redatto il Documento di economia e finanza (Def), ma la nota d’aggiornamento presentata quest’autunno  –  la base della legge di Stabilità  –  contiene un elemento che a Palazzo Chigi appare sbagliato. In quelle tabelle, inserite da Codogno sulla base dei dati della Ragioneria, la spesa per pensioni sale di ben 28,2 miliardi fra il 2013 e il 2018 (da 254 a 282 miliardi l’anno). Fosse confermato, questo dato minerebbe la credibilità di qualunque “spending review” che non tocchi la previdenza.
Nel suo commento di ieri al DEF Codogno è esplicito. Di seguito l’articolo integrale (il neretto è mio).
Giorni fa è successo qualcosa di mai visto nella storia d’Italia: i creditori hanno accettato la certezza di perdere i loro soldi pur di avere il privilegio di prestarli al governo. I rendimenti dei Buoni ordinari del Tesoro in scadenza a ottobre, per chi li tiene fino al rimborso, sono scivolati sotto zero. Da allora sono risaliti, ma la mano della Banca centrale europea sui mercati si fa sentire. E rende ancora più traumatiche le parole diffuse domenica notte da Lorenzo Codogno: lo spazio di bilancio per il bonus da 1,6 miliardi, scrive, «non emerge chiaramente dal Documento di economia e finanza»; e ancora: «L’Italia sta pericolosamente camminando su un filo. Evitare di entrare in una spirale negativa (sul debito, ndr ) dipende dalla possibilità di migliorare in fretta il potenziale di crescita del Paese e sull’accelerazione del processo di riforme. Ma mancano alcune iniziative determinanti».
Codogno, 55 anni, non è un economista qualunque. Insegna alla London School of Economics, ma fino a poche settimane fa era il capoeconomista del Tesoro a Roma. Ha calcolato e scritto ogni numero e riga dei Def dei governi dal 2006 ad oggi. Nel frattempo a Bruxelles ha guidato il comitato di politica economica che prepara i vertici: è uno dei pochissimi a conoscere dall’interno l’economia italiana, i conti dello Stato, i rapporti con Bruxelles. La sua nota sul Def, diffusa dopo un silenzio seguito alle sue dimissioni, è pesata in ogni parola.
E ogni parola pesa. Codogno dà atto al governo per le riforme approvate finora, a partire dal Jobs Act («Chapeau a Matteo Renzi»). Ma dubita che la diminuzione del debito annunciata nel Def sia plausibile: «Non c’è bisogno di dire che questo non è assicurato», scrive in proposito. Si riferisce a previsioni di calo del debito basate su una crescita nominale dell’economia (aumento del Pil più inflazione) senz’altro molto ottimistiche, fra il 3% e il 4%. Allo stesso tempo, il governo ipotizza aumenti dei tassi d’interesse sul debito che salgono «solo molto gradualmente». Quei costi da interessi sul debito previsti nel Def fino al 2019 sono così bassi che, sulla base di quelle ipotesi del Tesoro, gli investitori in teoria dovrebbero essere disposti ad accettare continue perdite in termini reali pur di prestare i loro soldi a un debitore fragile come l’Italia.
Ma non sono tanto queste apparenti incongruenze a preoccupare l’ex collaboratore del ministro Pier Carlo Padoan. Piuttosto, è il disegno complessivo: Codogno osserva che gli aumenti di spesa previsti sono permanenti, eppure vengono finanziati da fattori passeggeri come il calo dei tassi o le speranze di ripresa dell’economia. Secondo lui servirebbero tagli di spesa «strutturali» da 16 miliardi, come annunciato inizialmente, non da 10 come previsto oggi. E scrive: «C’è la chiara percezione che il governo ormai sia a corto di modi semplici di tagliare la spesa corrente». Per andare avanti con i risparmi, dice, «servono profonde riforme alla pubblica amministrazione e al modo in cui vengono forniti servizi ai cittadini». Eppure, aggiunge, «in quest’area sembrano esserci poche informazioni nuove».
Secondo Codogno tagli di spesa più profondi servono per finanziare misure costose, ma necessarie per permettere all’Italia di crescere: tagli alle tasse, incentivi fiscali per aiutare le banche a smaltire i crediti deteriorati ( «frenano la ripresa»), misure per i poveri e per ridare una formazione ai disoccupati cronici, ristrutturazione della burocrazia. Per questi interventi, dice Codogno, il governo ha bisogno di fondi, dunque dev’essere più incisivo e strategico nel perseguire tagli di spesa. Anche perché la pazienza a Bruxelles non è infinita: ciò che fa l’Italia «non basta a rispettare la regola del debito nel 2016-2019». E con un ritorno di ripresa in vista, avverte l’ex capoeconomista del Tesoro, in Europa sarà più difficile concedere nuovi sconti al governo Renzi.

Simboli

13 Apr

House of cards

Dunque, andiamo per ordine. ‘House of cards’ mi piace moltissimo e Kevin Spacey è il mostro di bravura che sappiamo. Rappresenta magnificamente quel potere quasi senza limiti, cinico, amorale e spregiudicato tipico di molti politici anche di casa nostra che conosciamo e quindi sta sulle palle a molti (il personaggio, non Kevin).
Ora, è ben vero che la foto che lo ritrae riprende la famosa statua di Lincoln nel Lincoln Memorial a Washington, ma mentre nel caso del presidente abolizionista non ci avevo mai fatto caso,  qui i braccioli della poltrona assumono (almeno per me) un preciso e voluto significato: Francis Underwood è un fascista. Punto.

Il mio primo 25 aprile

13 Apr

Il mio primo 25 aprile affonda le sue radici molto in là nel tempo, tanto che non lo posso ricordare con precisione, Di sicuro avvenne nella mia adolescenza, penso tra i quattordici e i sedic’anni, quando quel misto disordinato tra racconti in famiglia, lettura della 25 aprile sempreCostituzione (mi ci imbattei per caso nel libro di educazione civica che, ancorché prevista nei programmi,  non veniva insegnata e fu un amore a prima vista), i dialoghi con gli amici, le prime riflessioni sulla giustizia sociale e la solidarietà, tutto questo dicevo si incontrò e cominciò  a dar forma alla mia coscienza politica. Sì, penso proprio che fu allora che nacque in me il germoglio del cittadino consapevole, un germoglio che aspettava solo il primo alito della primavera per schiudersi.

Il mio primo 25 aprile fu a Porta san Paolo. A me, arrivato da poco a Roma, fu fatta leggere da amici e compagni la targa che ricorda l’eroica e disperata battaglia dei romani avvenuta il 10 settembre del 1943.  Ricordo che mi commossi e sentii un brivido: “…soldati di ogni arma, cittadini di ogni ceto, guidati solo della fede si opposero al tedesco invasore, additarono agli italiani le vie dell’onore e della libertà” .resistenza Brecht

” Le vie dell’onore e della libertà”, Non c’è alcuna retorica in queste parole, perché davvero quella mattina operai e soldati, studenti e professori, uomini e donne, giovani e anziani sentirono spontaneamente dentro ognuno di loro che era giunta l’ora di reagire e rialzare la testa; così rovesciarono i tram, alzarono le barricate e si batterono a viso aperto contro l’organizzato esercito tedesco. Ne morirono quasi quattrocento e tra loro più di quaranta donne, ma a Roma era nata la Resistenza. Ed io decisi quel 25 aprile che non avrei mai dimenticato cosa era stato, per il nostro popolo, quel momento di riscatto generale.

Non ricordo gli oratori di quel giorno, mi pare che uno fosse Riccardo Lombardi, che sarebbe divenuto poi uno dei miei riferimenti politici, ma rammento benissimo la folla, il palco in legno, il tricolore e le bandiere rosse del PCI e del PSI al vento, quelle verdi, rare, dei repubblicani. E ricordo gli altoparlanti che gracchiavano,  i fazzoletti al collo dei partigiani, l’Internazionale e Bella ciao cantate a gola spiegata da migliaia di persone insieme, l’energia e la passione quasi palpabili.  Da allora ne ho mancati pochi di quegli anniversari: solo quando sono stato all’estero o trattenuto da cause più forti della mia volontà. Però partecipavo lo stesso idealmente e seguivo per radio o per tv i resoconti, rileggevo il giorno dopo le cronache e i discorsi, e sempre con lo stesso entusiasmo e la stessa emozione, come fosse la prima volta.R. continua

Sta di fatto che nella mia famiglia l’antifascismo aveva radici. L’8 settembre del ’43 aveva colto mio zio, tenentino di prima nomina appena uscito dalla Nunziatella, in Francia col suo reggimento. Stavano per andare a cena e andò in bagno con due colleghi per lavarsi le mani: da lì sentirono i tedeschi che facevano irruzione nella mensa ufficiali e arrestavano tutti. I tre fuggirono dalla finestra nella notte così com’erano, solo con la divisa, senza denaro e senz’armi, e si dettero alla macchia. I nonni mi raccontarono poi del lungo silenzio pieno di angoscia, fin quando tre mesi dopo arrivò una cartolina con una ben nota calligrafia: “Auguri di Buon Natale, vostro nipote Andrea”. Era mio zio che faceva sapere di essere vivo. Mio zio in realtà si chiamava Luigi, ma non voleva lasciar tracce e allora si firmò col nome di un amato fratello di mia nonna. In quel periodo tutta la mia famiglia risiedeva a Como, perché mio nonno era stato trasferito presso la tenenza della Guardia di Finanza di Chiasso, dopo quindici anni di presidio di quella di Napoli. Qui erano rimasti in un primo tempo i miei genitori, che si erano sposati poco prima, ma quando cominciarono i bombardamenti sulla città anch’essi pensarono bene di rifugiarsi dai nonni al nord. E così a Como, nel gennaio del ’42, ero nato io. La cartolina veniva da Cuneo e raffigurava un albergo: era un messaggio in codice e mia nonna si mise subito in viaggio con abiti borghesi e denaro per lo zio. Mio nonno non poteva muoversi: era sospettato di aver aiutato più di una famiglia di ebrei a passare la frontiera per rifugiarsi in Svizzera – cosa che aveva realmente fatto – e stava passando dei guai seri col comando e soprattutto con l’OVRA.  La nonna passò due giorni in quell’albergo di Cuneo senza muoversi fin quando una sera vide una figura che la osservava da dietro la vetrata: era mio zio. RESISTENZA fedeltàDopo la fuga, lui e i compagni avevano passato momenti terribili. Senza soldi e abiti adatti si muovevano di notte per tornare in Italia e di giorno stavano nascosti. Raramente riuscivano a mangiare, talvolta rubavano frutta o uova ai contadini. Giunti nei pressi del confine trovarono una guida che accettò di portarli in patria attraverso le montagne e che pagarono con  orologi e catenine d’oro. Ma la notte mentre riposavano la guida li abbandonò e dovettero trovarsi la strada da soli. Arrivati in Italia, si separarono per non dare nell’occhio e lo zio scelse di scendere verso Torino dove aveva amici del corso all’accademia. Fu la sua fortuna: incontrò quasi subito uno dei primi gruppi di partigiani e si unì a loro per qualche tempo, ma cercava sempre il modo di far avere notizie ai genitori e fu così che gli venne l’idea della cartolina da Cuneo.

La nonna e lo zio tornarono a Como separatamente e lui rimase nascosto fin quando, entrato in contatto con la Resistenza, andò a far parte di una brigata di partigiani sulle montagne del comasco, per lo più ufficiali che avevano respinto l’invito della Repubblica di Salò a militare nelle sue file. Ho qualche flash di memoria di quel periodo, come può capitare a tutti: da bambini si resta colpiti da qualcosa che talvolta riemerge poi nell’età adulta. La guerra si era spostata al nord e sento ancora oggi il rombo assordante di uno stormo di aerei alleati che andavano a bombardare Milano; noi che scendiamo in una cantina male illuminata adattata a rifugio antiaereo dopo l’allarme dato dal sinistro ululato delle sirene; il vento in faccia durante una passeggiata in bicicletta con mia madre, seduto in un seggiolino posto sul manubrio: lei mi racconterà poi, stupita della mia memoria, che quella volta aveva nascosto nel mio pannolino un messaggio della resistenza per il gruppo di mio zio, per cui faceva la staffetta. Ma più di tutti ho il ricordo cupo di una fredda e plumbea mattina, un cortile con un fuoco al centro e intorno dei militari in divisa nera che fumavano, mio zio pallido e gonfio in viso in una stanzetta male illuminata e mia madre e la nonna in lacrime. Una spia aveva tradito e i fascisti repubblichini avevano operato un pesante rallestramento; dopo un intenso scontro a fuoco i partigiani superstiti erano stati catturati e imprigionati a Milano, dove  erano stati condannati a morte come disertori.

Mia nonna era austriaca, o meglio, altoatesina di Egna in provincia di Bolzano, nata nel 1891 sotto Francesco Giuseppe e infatti non imparò mai bene l’italiano.  Mio nonno l’aveva conosciuta quando vi era stato trasferito con le truppe italiane occupanti subito dopo la Grande guerra dove lui aveva combattuto come alpino.  Nonostante fosse più giovane di lei (era del 1895) l’aveva conquistata dopo una romantica passeggiata in calesse che si era trasformata in avventura quando il cavallo si era imbizzarrito e lui per fermarlo si era buttato da cassetta tra le stanghe. Raccontavano entrambi ridendo come pazzi che quando il cavallo si era finalmente fermato lui si era lasciato cadere in terra fingendosi morto e lei angosciata l’aveva abbracciato chiamandolo disperatamente per nome. Al che lui aveva socchiuso gli occhi e aveva sussurrato: “baciami e almeno morirò felice”.

Il passaporto dei miei nonni

Il passaporto dei miei nonni

Qui le versioni divergevano. Secondo il nonno lei aveva capito benissimo che era una manfrina e non aspettava altro che la scusa; secondo lei invece, lui era stato il solito  italiano mascalzone e bugiardo che l’aveva sedotta con l’inganno. La verità è che il loro fu un grande amore che durò una vita: lei, una bella ragazza molto corteggiata, figlia di un ricco possidente che detestava gli italiani, fuggì di casa e così vissero per diversi anni senza sposarsi perché i regolamenti dell’epoca della Guardia di Finanza vietavano il matrimonio prima di una certa età (o qualcosa del genere, non ricordo bene) e furono un vero scandalo per la rigida morale del tempo e del luogo. Si amarono senza riserve tra litigi e riappacificazioni continue e la gelosia di lei (che forse aveva avuto qualche ragion d’essere negli anni della gioventù: il nonno un po’ libertino lo era, mi aveva confidato mia madre una volta) diventò irragionevole nella loro vecchiaia. Fatto sta che scopavano allegramente come ricci anche in età avanzata: quando nel ’52 i miei genitori si separarono, con  mia madre e mio fratello andammo ad abitare per i primi tempi a casa dei nonni, che nel frattempo si erano definitivamente sistemati a Roma, e più di una volta colsi rumori sospetti giungere dalla loro camera da letto che divennero inequivocabili quando, qualche anno più tardi, cominciai a conoscere le cose della vita. Fu una di quelle unioni perfette, come in un film. Quando nel ’71 il nonno morì, lei crollò di schianto, anche nel fisico, si incurvò facendosi piccola piccola. Meno di un anno dopo ebbe un giramento di testa mentre stava in finestra al terzo piano.  Almeno così dissero e mi fu impedito di andare a salutarla per l’ultima volta.

Ma tutto questo c’entra poco, salvo che per le origini di mia nonna. Una sua stretta parente austriaca era generalessa di non so quale importante ordine di suore ed a lei si rivolse per chiedere aiuto per mio zio che avrebbe dovuto essere fucilato di lì a poco. La suora si rivolse allora all’arcivescovo di Milano, il cardinale Schuster, che intervenne presso l’alto comando tedesco e ottenne la sospensione provvisoria della pena. Nel frattempo i partigiani avevano registrato diversi successi sul campo catturando a loro volta parecchi ufficiali nazisti e fu avviato un negoziato per uno scambio di prigionieri. Fu così che zio Luigi la scampò. Tornò subito in montagna e pochi mesi dopo sfilava trionfalmente con la sua brigata per le vie di Milano finalmente libera.

A pensarci bene, ora, fu quello il mio primo 25 aprile. Sia pure indirettamente e assolutamente inconsapevole, quel giorno ero lì. Tutto si spiega.

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