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Un Parlamento senza vergogna

26 Ott

A chi tenta di giustificare l’aver posto la fiducia sulla legge elettorale ricordando il precedente di De Gasperi, sfugge – posto che lo sappia – che quando il 23 marzo 1953 la questione fu posta al Senato l’allora presidente, Giuseppe Paratore,  si dimise, indignato e sconcertato per il colpo di mano dei democristiani.
Da Wikipedia

“il passaggio parlamentare della legge [la cosiddetta “legge-truffa”, la nota è mia] vide un lungo dibattito alla Camera dei deputati, dove la maratona oratoria dell’ostruzionismo delle opposizioni[3] si concluse il 21 gennaio 1953 con l’approvazione della questione di fiducia[4]. Dopo l’esame in sede referente della Commissione, la lettura d’Assemblea al Senato della Repubblica fu più celere: l’8 marzo 1953 De Gasperi pose la questione di fiducia…”

Giuseppe Paratore era – come ha ricordato il senatore Tocci nel suo discorso di ieri al Senato –  un vecchio liberale di solidi principi. Eletto alla Camera nel 1909 vi rimase fino al 1929, quando con l’avvento del fascismo abbandonò la politica attiva. Rientrò in Parlamento nel ’46, eletto all’Assemblea Costituente, e poi al Senato, di cui divenne Presidente nel 1952. Nel 1957 fu nominato senatore a vita.

A seguito delle dimissioni di Paratore doveva succedergli il vice presidente, Luigi Gasparotto. Deputato dal 1913 al 1928, con l’avvento del fascismo si era ritirato dalla vita politica. Vi rientrò nel 1945 col Partito democratico del lavoro di ispirazione democratico-progressista. Eletto alla Costituente e poi al Senato nella prima legislatura, dopo le dimissioni di Paratore fu candidato alla presidenza del Senato, ma rifiutò, per  le stesse ragioni.

Erano uomini che intendevano servire la Nazione con dignità e rispetto delle istituzioni, uomini di cui oggi è difficile trovare traccia nel Parlamento di schiacciabottoni a comando che ha dato a noi cittadini una legge elettorale incostituzionale e che quello stesso Parlamento oggi intende replicare, in plateale contrasto con il dettato costituzionale che dichiara che “la sovranità appartiene al popolo”.

Senza pudore, come ha detto Tocci. E senza vergogna.

Il NO al referendum di Walter Tocci

31 Lug

costituzione_italianaPubblico qui integralmente questa lucida e chiara lettera di Walter Tocci, che ringrazio di cuore, raccomandando tuttavia di leggere l’originale qui. Non si trovano solo gli intelligenti approfondimenti indicati nel testo (che non ho riportato intenzionalmente), ma anche, alla fine, alcuni interessanti commenti che contribuiscono non poco alle ragioni del NO. E infine qualche nota che smentisce bubbole inventate ad arte: negli Stati Uniti – contrariamente a quanto gabellato da molti – il bicameralismo esiste e funziona. Come d’altra parte – aggiungo io – nel Regno Unito, anche se in diversa misura .

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Perché voto NO al referendum – Lettera aperta al PD

Questo post consente due piani di lettura. Il testo principale sviluppa le argomentazioni in modo – spero – semplice e completo ed è sufficiente a illustrare la mia posizione. I box di approfondimento, invece, trattano argomenti specifici entrando nei dettagli tecnici e storici. Purtroppo il trentennale dibattito istituzionale ha accumulato tanti equivoci che richiedono una critica articolata, ma questa rischia di appesantire il discorso generale. La distinzione permette al lettore di scegliere il livello di lettura secondo i propri interessi.

Care democratiche e cari democratici,

avverto il dovere di chiarire le ragioni che mi portano a confermare nel referendum il voto contrario già espresso in Senato sulla revisione costituzionale. Ecco alcuni punti che mi stanno a cuore.

La soluzione senza il problema

C’è pieno accordo tra noi sulla esigenza di riforma del bicameralismo, ma forse proprio per il largo consenso sulla soluzione si è smarrito il problema.
Si è fatto credere che il problema sia la velocità delle leggi, quando è evidente che sono troppe e vengono modificate vorticosamente. L’alluvione normativa soffoca le energie vitali del Paese. Si è drammatizzata la lungaggine della doppia navetta, ma riguarda solo il 3% dei provvedimenti. I più veloci sono anche i peggiori: il decreto Fornero convertito in quindici giorni viene revisionato ogni anno; le norme ad personam di Berlusconi furono come lampi in Parlamento, il Porcellum fu approvato in due mesi circa, ecc.. I tempi sono rapidi quando c’è la volontà politica, soprattutto se negativa.

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Si, per fare buone leggi valeva la pena di riformare il bicameralismo. Era meglio eliminare il Senato, imponendo alla Camera maggioranze qualificate sulle leggi di garanzia costituzionale; oppure si poteva specializzare il Senato come Camera di Alta legislazione, priva di fiducia, ma dedita alla produzione di Codici al fine di assicurare l’organicità, la sobrietà e la chiarezza delle norme. Erano soluzioni forse troppo semplici. Si è preferito invece un assetto tanto arzigogolato da pregiudicare perfino l’obiettivo della velocità.

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Potestas senza auctoritas in Senato

È un bicameralismo abbondante, frammentario e conflittuale. Il Senato mantiene, seppure in modo contorto e controverso, molti poteri, ma perde l’autorevolezza, diventando il dopolavoro del ceto politico regionale, senza l’indirizzo politico né il simbolo di un’antica istituzione. Bisogna riconoscere che il primo testo del governo mostrava una certa coerenza cambiando anche il nome in Assemblea delle autonomie. Poi è stato reinserito il nome Senato più per una nostalgia rassicurante che per un rango riconosciuto. All’opposto del suo riferimento storico, infatti, è un’Assemblea dotata di potestas ma povera di auctoritas. In tali dosi la prima tende a superare i limiti e la seconda non basta a irrobustire la responsabilità. Il risultato sarà una conflittualità sulle attribuzioni delle leggi, affidata ai Presidenti delle Camere senza soluzione in caso di disaccordo.

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Il contenzioso verrà alimentato da una pessima scrittura del testo. In certe parti assomiglia a un regolamento di condominio, è come uno scarabocchio sullo stile sobrio della Carta. Ora perfino gli autori dicono che si poteva fare meglio. Quale demone ha impedito di scrivere un testo in buon italiano? Il linguaggio sciatto è sempre il sintomo di un malessere inconsapevole.
Crisi politica, non costituzionale
L’ossessione nel cambiare la Costituzione è una malattia solo italiana, non ha paragoni in nessun paese occidentale. Eppure tutti i sistemi istituzionali sono prodotti storici e quindi naturalmente difettosi. La Costituzione americana non prevede neppure il decreto legge, ma consente di gestire un impero e alimenta da oltre due secoli una religione civile, nessuno si sognerebbe di modificarne decine di articoli. Sono i governanti che devono compensare con la politica i difetti dell’ordinamento, quando non sanno farlo invocano le riforme istituzionali. Che intanto sono servite a cancellare il tema dell’attuazione della Costituzione. Basta rileggere l’articolo 36: “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Sono principi negati per milioni di italiani, di giovani e di migranti, senza che il rispetto della Carta diventi mai una priorità politica.

Se si rimuovono le cause storico-politiche, il riformismo istituzionale diventa una metafisica senza tempo e senza realtà. Tutto è cominciato quando sono finiti i vecchi partiti, che nel bene e nel male comunque avevano governato il Paese, sia in maggioranza sia dall’opposizione. Da allora il ceto politico non è stato capace o non ha voluto rigenerare strutture politiche adeguate ai nuovi tempi e ha scaricato tale incapacità sulle istituzioni. Si è trasformata una crisi politica in una crisi costituzionale. Alcuni politici si sono dati l’alibi dicendo che volevano spostare le montagne ma le procedure parlamentari lo impedivano.
La decadenza di una nazione comincia quando l’attivismo delle soluzioni oscura la consapevolezza dei problemi. Negli anni della grave caduta della produttività economica, si è parlato solo della produttività legislativa. Da molto tempo l’Italia non riesce ad aprirsi al mondo nuovo, non accede alla società della conoscenza, eppure il discorso pubblico di destra e di sinistra si occupa di un piccolo problema di tecnica parlamentare, fino a ingigantirlo come il principale ostacolo da rimuovere sulla via del progresso. Che il Paese non si possa governare a causa del bicameralismo è la più grande panzana raccontata al popolo italiano nel secondo Novecento. Senza temere il ridicolo, l’establishmentpromette che il nuovo articolo 70 aumenterà il PIL; ora si promette anche la lotta al terrorismo e altro ancora! È un sacco vuoto che può essere riempito di ogni cosa.

Servire, non servirsi della Carta

All’inizio c’era almeno un’intenzione costruttiva, che le riforme servissero a stimolare il rinnovamento dei partiti. Anche io ho creduto in tale opera pia, ma era come il tentativo del barone di Münchausen di sollevarsi da terra tirandosi per il codino. Non era possibile che i partiti in caduta verticale di idee e di consensi avessero miracolosamente la capacità di riscrivere la Carta. Con il risultato che la crisi politica non curata è degenerata nel discredito del ceto politico e le riforme istituzionali sono sempre fallite. Sono state numerose – basta con la storiella delle occasioni mancate! – ma si sono rivelate sbagliate perché motivate solo da interessi politici contingenti, non da progetti costituzionali: il Titolo V della sinistra per rincorrere la Lega; la riforma del 2005 per frenare la crisi di Berlusconi; lo jus sanguinis del voto all’estero per legittimare Fini; il pareggio di bilancio per celebrare Monti. Oggi si ripete l’errore con maggiore impeto: si riscrive la Carta per legittimare un governo privo di un programma presentato agli elettori e per prolungare il Parlamento addirittura come Assemblea Costituente, pur essendo costituito con legge elettorale illegittima.

Che vinca il Si o il No, comunque è una revisione costituzionale senza futuro. Non può durare nel tempo perché è scritta solo dal governo attuale, non è frutto di un’intesa, anzi alimenta la discordia nazionale. Lo so bene che alcuni si sono sfilati per misere ragioni, ma dalla nostra parte non si è cercato sempre uno spirito costituzionale. Anzi, è prevalsa l’illusione che “spianare gli avversari” – come si dice oggi con lessico desolante – potesse rafforzare la leadership del PD.

Provo un senso di pena per chiunque motivi la revisione della Carta con la lotta alla Casta del Parlamento. La riduzione dei costi degli eletti c’è già stata e si può fare di più con le leggi ordinarie. Se invece si scomoda la Costituzione è solo per impressionare l’opinione pubblica. Il populismo di governo è tanto sguaiato quanto inefficace, perché non batte neppure l’originale grillino, come si è visto alle elezioni.
E racconta mezze verità. La riduzione del numero dei parlamentari c’è solo nel Senato che perde rango, ma non nella Camera che aumenta il potere. Eppure proprio il numero dei deputati, in rapporto alla popolazione, è tra i più alti in Europa. I “rottamatori” non hanno avuto il coraggio di deliberare per una Camera più piccola, come invece seppero fare la destra nel 2005 e la sinistra nel 2007.

L’illusione della decisione imperativa

Con la scusa di riformare il bicameralismo, e con l’aggiunta dell’Italicum, in realtà si cambia la forma di governo, senza neppure dirlo. È il “premierato assoluto” tanto temuto da Leopoldo Elia: un leader in partenza minoritario può vincere il ballottaggio e conquistare il banco, non solo per governare il paese, ma per modificare a suo piacimento le regole e le istituzioni di tutti. Ormai se ne è accorto anche il presidente Napolitano del pericolo di “lasciare la direzione del Paese a una forza politica di troppo ristretta legittimazione nel voto del primo turno”.

Il paradosso più grande è che da trent’anni i governi ricevono maggiori poteri, ma ottengono consensi sempre minori. La concentrazione del potere non solo non ha portato benefici al Paese, ma viene da pensare che ne abbia assecondato la crisi. Invece di “cambiare verso”, si realizzano i vecchi propositi con maggiore lena: l’esecutivo domina il legislativo, la Camera prevale sul Senato, il premio di maggioranza non è compensato dai diritti della minoranza, i capilista si allontanano dal controllo degli elettori, i voti di chi vince valgono il doppio di quelli di chi perde, il capo di governo o comanda sulla Camera o ne chiede lo scioglimento, facendo pesare la legittimazione ottenuta nel ballottaggio. Infine, ritorna la supremazia dello Stato sulle Regioni. Dopo l’ubriacatura del federalismo si torna indietro al centralismo statale, di cui ci eravamo liberati con entusiasmo. Si passa da un eccesso all’altro, senza mai cercare la misura in una cooperazione tra nazionale e locale. Un vero salto di qualità del regionalismo italiano si avrebbe solo con la riduzione del numero delle Regioni, alcune sono grandi quanto un municipio romano. Sarebbe anche l’occasione per superare gli Statuti speciali nati ai tempi della guerra fredda e divenuti ormai relitti storici. Purtroppo proprio le decisioni più importanti sono rinviate sine die. Nelle partite difficili i riformatori muscolari gettano la palla in tribuna.

Da che cosa viene la voglia smodata di concentrare il potere? Nei momenti di crisi è più facile cadere nelle illusioni. La più ingannatrice è che la complessità italiana possa essere risolta dalla decisione imperativa. Eppure essa è innaturale per il carattere italiano, è antistorica per la Repubblica costituzionale, ed è anche inefficace per un’Amministrazione debole come la nostra.
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La ricerca affannosa della reductio ad unum sembra una terapia e invece è la malattia. La fortuna del Paese è quando molti si danno la mano. Dal centralismo sono venute solo dissipazioni di risorse, ritardi storici e anche lutti e rovine. Le buone leggi si scrivono quando la politica non fa tutto da sola, ma aiuta la generatività sociale, ha fiducia nel Paese e ne viene ricambiata. I frutti migliori dello spirito italiano sono sempre venuti dalla molteplicità.

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Il piccolo mondo antico di Aldo Bozzi
Vorrei che i giovani politici ci chiamassero a realizzare nuove ambizioni. Mi rattrista vederli cincischiare con il piccolo mondo antico di Aldo Bozzi, un vero signore, dall’aspetto ottocentesco, che calcava la scena quando molti di loro non erano ancora nati. Dopo il fallimento della sua prima Bicamerale, molti ci rimasero male, ma li tranquillizzòNorberto Bobbio: le riforme istituzionali – secondo lui – erano solo fanfaluche utilizzate per eludere i veri problemi della democrazia italiana. Eppure, il programma di allora è proseguito fino a oggi, sempre la stesso, con piccole varianti. A forza di raccontarlo come il nuovo è invecchiato prima di essere attuato, perché erano sbagliati i problemi da cui partiva. Per trent’anni i politici hanno ripetuto che la governabilità era più importante della rappresentanza. Quasi la metà del popolo li ha presi in parola disertando le urne.

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Le consunte ricette della politologia sono state bruciate dagli eventi. Siamo corsi dietro il modello Westminster, ma il bipolarismo non esiste più neppure in quel paese. Invece di convincere gli elettori astensionisti, si è tentato di sostituirli con i premi di maggioranza. Invece di confrontarsi sui programmi di governo, i partiti si distinguono sulle leggi elettorali.

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Ha dominato da noi un imperativo quasi inesistente in Europa: la sera delle elezioni al telegiornale si deve sapere chi governa. Però nella Seconda Repubblica nessun governo è poi riuscito a vincere le elezioni successive, nonostante la prosopopea della stabilità.
Forse quell’imperativo è sbagliato, perché orienta la politica solo alla sera delle elezioni, non alla duratura guida del Paese. Spinge i partiti a diventare mere macchine elettorali, senza progetto culturale e senza radicamento sociale. Le classi politiche perdono il contatto sia con l’invenzione progettuale sia con la realtà popolare e si abbarbicano alle macchine amministrative. Un altro paradosso del nostro tempo è che voleva privatizzare ogni cosa e invece ha finito per statalizzare la politica. I politici statalizzati non maneggiano gli strumenti sociali e culturali necessari a governare il cambiamento, sanno solo scrivere leggi e ne approvano tantissime. Ma la bulimia legislativa è un segno di impotenza del governo.
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Occupiamoci del futuro e lasciamo agli storici la spiegazione della lunga vacanza dalla realtà che la politica si è presa giocando con l’orsacchiotto di pezza delle riforme istituzionali. La Carta si può anche modificare, ma occorre l’umiltàper fare meglio dei padri e la lungimiranza per lasciare un’eredità ai figli. Entrambi i compiti sono stati mancati dalla mia generazione e dalla successiva. Vorrà dire qualcosa se da venti anni tutte le revisioni sono fallite.
Un giorno verrà una classe politica capace di guidare il Paese e ce ne accorgeremo proprio dalla bontà dei miglioramenti che apporterà alla Costituzione. Nel frattempo non siamo così disperati da applicare anche alla Carta l’ordinario “riformismo purchessia” che accetta tutto anche se poco va bene. Il bicameralismo è certamente un difetto da correggere, non lo nego, ma in una graduatoria di importanza sarà forse il centesimo; con la vittoria del NO la classe politica dovrà occuparsi dei 99 problemi più importanti dell’Italia.
Cambiare il PD è una riforma costituzionale
Nel paese del melodramma si mettono in scena le tragedie anche su problemi inesistenti. Se il NO vince non è l’apocalisse. Chi ha alimentato il panico saprà anche sgonfiarlo. Ammiro gli inglesi almeno per la forma, certo non per il contenuto della sciagurata Brexit, quella si una scelta davvero dirimente per il Paese. Il partito conservatore ha bruciato il suo leader e i due probabili successori, ma in poche settimane ha trovato un quarto leader, una donna, e ha ripreso il cammino del governo. Ecco a cosa servono i partiti, a risolvere le crisi, da noi invece si utilizzano le crisi per annichilire i partiti.
Si dirà che il PD non è solido come i Tories, ma se non ci pensiamo normali non lo diventeremo mai. Si teme che non regga una smentita al referendum, forse perché a differenza dei partiti europei dipende esclusivamente dalla persona che lo rappresenta. Non solo oggi, da quando lo abbiamo fondato – sono ormai dieci anni – il PD si è occupato solo della leadership, tutto il resto è andato in secondo piano: il progetto Paese, la cultura, l’organizzazione, la selezione dei dirigenti. Ma è proprio di queste carenze che poi rimangono vittime i leader. Dopo lo slancio iniziale smarriscono le promesse perché non hanno lo strumento per realizzarle. È successo con Veltroni e con Bersani, e rischia di ripetersi con Renzi.
La Costituzione è difettosa soprattutto nell’articolo 49, poiché oggi mancano i partiti per “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Non basta la nuova legge sui partiti se non si riforma la sostanza della politica. Cominciamo almeno dalla nostra parte. Cambiare il PD è già una riforma costituzionale.

Postilla
Care democratiche e cari democratici, voterò NO al referendum utilizzando la libertà di voto che il nostro Statuto consente in materia costituzionale. Il dissenso è una bevanda amara da prendere in piccole dosi, quindi cerco di esprimerlo nelle forme strettamente necessarie. Non ho aderito al comitato per il NO, pur condividendone il compito, partecipando alle iniziative e stimando tanti cari maestri che lo rappresentano. Qui ho espresso le mie personali motivazioni, ma credo ci siano nel PD tanti militanti ed elettori che con argomentazioni diverse condividono la scelta per il NO.
Sarebbe utile ritrovarsi in una dichiarazione comune e promuovere momenti di confronto e di approfondimento; ancora lo Statuto consente di esprimere in forma collettiva una scelta diversa da quella della maggioranza. Potremmo contribuire al dibattito referendario con una motivazione critica, ma rispettosa della posizione ufficiale. Sarebbe un altro buon esempio di democrazia del PD, e aiuterebbe a superare le personalizzazioni e le drammatizzazioni che si sono rivelate inutili e dannose. I democratici per il No possono contribuire a una discussione di merito sul significato del referendum.

Walter Tocci: le mie dimissioni

9 Ott

La coerenza: una dote preziosa, sempre più rara nell’Italia di oggi. Introvabile quasi, nel nostro Parlamento.
“A me rimane il problema di conciliare due principi opposti: la coerenza con le mie idee e la responsabilità verso il mio partito e il governo. Ho trovato solo una via d’uscita dal dilemma: voterò la fiducia al governo, ma subito dopo prenderò atto dell’impossibilità di seguire le mie idee e mi dimetterò da Senatore della Repubblica. 
È una decisione presa di fronte alla mia coscienza, senza alcun disegno politico per il futuro. Però continuerò come militante in tutte le forme possibili il mio impegno politico. È stato e sarà ancora la passione della mia vita”.

Splendido intervento di Tocci al Senato sul ddl Lavoro

8 Ott

Dopo averlo letto sono rimasto a lungo in ammirato silenzio.
Grazie Walter.
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Sui diritti del lavoro

La richiesta del voto di fiducia sembra una prova di forza ma è un segno di debolezza. Il governo chiede al Parlamento una delega a legiferare mentre impedisce al Parlamento di precisare i contenuti di quella stessa delega. Il potere esecutivo si impadronisce del potere legislativo per disporne a suo piacimento, senza alcun contrappeso istituzionale. Il Senato delega per sentito dire nelle televisioni, senza quei “principi e criteri direttivi” prescritti dalla Costituzione. È l’anticipazione di un metodo che diventerà normale con la revisione costituzionale in atto.
Si forzano le regole per paura di un libero dibattito parlamentare. Il Presidente del Consiglio non è in grado di presentare gli emendamenti che ha proposto come segretario del suo partito. In questo modo, la legge delega sarà priva non soltanto di alcune garanzie ampiamente condivise, ma perfino della famosa questione della cancellazione dell’articolo 18. Se ne parla sui media, ma non risulta nei testi. D’altronde, a quanto pare, non conta più cosa decide il Parlamento – sarà poi il governo tra qualche mese a scrivere i veri decreti – l’importante è ora creare l’apparenza di una grande riforma.
L’argomento è stato scelto ad arte per inscenare una contrapposizione simbolica. Ce la potevamo risparmiare questa guerra di religione sul diritto del lavoro. Non solo perché il Paese avrebbe bisogno di ritrovare coesione sociale intorno a un chiaro progetto di cambiamento. Non solo perché si dovrebbe evitare di lacerare la ferita già dolorosa della disoccupazione che segna la vita di milioni di italiani. Ma soprattutto perché non c’è alcun motivo pratico per ingaggiare l’ennesimo duello giuslavorista. E il primo ad esserne convinto sembrava proprio Matteo Renzi. Solo qualche mese fa riteneva che ridiscutere dell’articolo 18 fosse una fesseria. Si era addirittura impegnato di fronte al popolo delle primarie ad archiviare la questione. Come mai ha cambiato idea? Sarebbe doverosa una spiegazione. Altrimenti potrebbe alimentare il dubbio che la guerra di religione è ingaggiata per distrarre l’opinione pubblica, per coprire le evidenti difficoltà dell’azione di governo, per occultare gli scarsi risultati ottenuti nella trattativa europea.
Temo che si vada consolidando un metodo di governo basato sulla ricerca continua di un nemico. Può servire a creare un consenso effimero, ma non aiuta il paese a trovare una rotta; asseconda il rancore sociale ma non coagula le passioni civili per il cambiamento.
La furia distruttiva stavolta è indirizzata verso un bersaglio inesistente, un altro ceffone alle mosche. L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non esiste più nella legislazione italiana, è stato cancellato da Monti due anni fa.
Si racconta ancora la bufala secondo cui nell’Italia di oggi un’impresa non può licenziare per motivi economici e disciplinari. Eppure, lo scorso anno ci sono stati circa 800 mila licenziamenti individuali, il 10% portati in tribunale e solo 0.3% annullati. Infatti,Il governo tecnico ha eliminato tutti i vincoli degli anni settanta, venendo incontro alle pressanti richieste degli imprenditori. Il reintegro è rimasto solo nel caso più estremo, quando cioè il magistrato constata la falsità della “giusta causa”. Se ora si cancella questa ultima garanzia un lavoratore potrà essere licenziato con l’accusa di aver rubato oppure con la giustificazione di una crisi aziendale, perfino se un processo dimostrasse che si tratta di falsità. In altre parole, per licenziare una persona diventa legittimo dichiarare il falso in tribunale. Non è flessibilità economica, ma barbarie giuridica che nega un principio generale del diritto: “Quod nullum est nullum effectum producit”. Una soglia mai varcata dal ministro Fornero – o forse dovrei dire dalla “compagna” Fornero, riconoscendo amaramente che il governo tecnico ha certo sbagliato sugli esodati ma ha difeso i diritti dei lavoratori meglio del governo a guida Pd.
In seguito alle nostre critiche è stato riproposto il reintegro nei casi disciplinari fasulli, ma non per le false cause economiche. Questo diventerà il canale privilegiato per ottenere i licenziamenti ingiustificati. D’altronde, per svuotare un secchio d’acqua basta un solo buco, non ne servono due.
In apparenza Renzi attacca la Camusso, ma nella realtà contesta la Fornero. Ed è curioso che l’ex-presidente del Consiglio, Mario Monti, presente in quest’aula come senatore a vita, non senta il bisogno di difendere la sua legge, che pure presentò in tutti i consessi internazionali come strumento per la crescita del Pil.
Solo in Italia può accadere che dopo due anni si scriva un’altra legge sul lavoro, senza neppure analizzare gli effetti della precedente. È un film già visto, da venti anni la legislazione è in continua mutazione senza risolvere alcun problema, aumentando solo la burocrazia. Si attacca la magistratura per la varietà di giudizi su casi similari, a volte davvero troppo ampia, dimenticando che proprio l’eccesso di legislazione ha impedito il consolidarsi della giurisdizione sui casi esemplari. Ciò che allontana davvero gli investitori stranieri è proprio il susseguirsi frenetico di nuove regole.
Se si riflette onestamente su questa anomalia italiana appare ridicola la retorica dei conservatori che hanno bloccato le riforme degli innovatori. È vero esattamente il contrario: sono state approvate troppe riforme, tutte purtroppo sbagliate. E questa proposta di legge persevera negli errori del passato:
– Si continua a far credere che abbassando l’asticella dei diritti riprenda la crescita. L’esperienza dovrebbe averci convinto che la svalutazione del lavoro ha contribuito pesantemente alla crisi della produttività totale dei fattori perché ha ridotto la capacità di innovazione.
– Si continua a contrapporre i garantiti e i non garantiti mentre è evidente che entrambi hanno perso diritti nel ventennio, come certifica ormai anche l’Ocse attribuendo all’Italia uno dei massimi indici di precarizzazione. La contrapposizione è ancora più falsa in questo disegno di legge poiché mantiene il reintegro per i lavoratori occupati e lo toglie ai giovani neoassunti.
– Si continua nella politica dei due tempi – “ora aumentiamo la precarizzazione, e poi verranno gli ammortizzatori sociali”. Fin dalle leggi Treu la promessa non è mai stata mantenuta e anche stavolta il passo indietro nei diritti è certo e immediato mentre il sussidio di disoccupazione è incerto e insufficiente.
– Si continua a denunciare il freno del sindacato, quando è evidente a tutti che non ha mai contato così poco nelle fabbriche. I politici, anche della vecchia guardia, hanno sempre polemizzato con i leader sindacali ma hanno sempre impedito l’approvazione di una legge di rappresentanza che desse voce ai lavoratori.
– Si continua nell’illusione che basti incentivare il tessuto produttivo attuale per creare lavoro. Ma la ripresa non avverrà facendo le stesse cose di prima. Non suscita alcuna riflessione il fallimento dei bonus fiscali per le assunzioni e della Garanzia giovani, né la scarsa risposta alle offerte dei prestiti della Bce. Che altro deve succedere per capire che ormai le norme e gli incentivi sono strumenti inutili se non si innova la struttura produttiva?
Nel primo annuncio del Jobs Act subito dopo le primarie tutte queste leggende sembravano abbandonate, ma ora sono tornate in auge. La forza del passato ha preso il sopravvento, riducendo l’entusiasmo della novità a stanca retorica. Il Grande Rottamatore porta a compimento i programmi dei rottamati di destra e di sinistra.
Ben due generazioni hanno creduto agli annunci di una flessibilità coniugata ai diritti e sono rimaste ferite. La promessa di uscire dal buco nero della precarietà è troppo seria per essere delusa. Stavolta alle parole devono seguire i fatti. Solo da questa preoccupazione muove la mia critica.
Sento dire che il contratto a tutele crescenti dovrebbe eliminare la sacca della precarietà. Qualcuno mi sa indicare il comma che assicura il risultato? Purtroppo non esiste, poiché il nuovo contratto si aggiunge ai precedenti, adottando quindi la soluzione Ichino contro quella Boeri. Le imprese non ricorrono al tempo indeterminato se possono continuare a gestire rapporti di lavoro meno costosi e senza futuro. Anzi, questi sono stati ulteriormente incentivati con il decreto Poletti di luglio che ha abbassato le garanzie dei contratti a tempo determinato e dell’apprendistato, e in questa delega si amplia l’uso del voucher che nega perfino il rapporto tra lavoratore e impresa.
Si è annunciata l’eliminazione del cocopro, ma è molto difficile che da questa figura parasubodinata si approdi a un vero contratto di lavoro. Più facile invece che si regredisca nel sommerso delle partite Iva. D’altro canto, anche i critici di sinistra peccano di normativismo, illudendosi che basti togliere questa o quella figura contrattuale per migliorare la qualità del lavoro.
C’è un lavoro autonomo di seconda generazione che è legato alla trasformazione tecnologica e produttiva del nostro tempo. È una figura anfibia che non si può ingabbiare negli schemi tradizionali dell’imprenditore e del lavoratore, ma va riconosciuta nella sua peculiarità e sostenuta con strumenti non convenzionali. Dovremmo saperlo soprattutto in Italia, avendo sotto gli occhi quei sei milioni di nuclei produttivi con meno di tre dipendenti che ci ostiniamo a chiamare imprese per ragioni ideologiche, mentre costituiscono una mutazione della figura del lavoratore. L’armatura giuslavoristica di questa legge delega non riesce a contenere il fenomeno e anzi rischia di soffocarlo.
Il carattere anfibio del lavoro terziario richiede l’attivazione di tutele di tipo universalistico – pensionistiche, formative, di welfare territoriale – a prescindere dalle forme contrattuali. Perfino il sostegno al reddito deve essere legato allo status di cittadinanza e non può essere limitato solo al passaggio da un’occupazione all’altra, come invece è necessario e assolutamente prioritario per il lavoro dipendente.
La complessa flessibilità è quella del lavoro autonomo, per quello subordinato sarebbe molto più facile ricondurre l’ordinamento a poche e chiare figure contrattuali che prevedano un periodo di prova e di formazione prima dell’assunzione definitiva e forme di impiego temporaneo più costoso e legato a reali esigenze produttive. Questa semplificazione è credibile solo se si attua la riforma più difficile in Italia, cioè l’obbligo di rispettare la legge.
La gran parte della precarietà nel lavoro subordinato si regge su una pratica di illegalità ed elusione. In questa proposta si delega il governo a fare tutto, tranne che a organizzare un efficiente sistema di controlli sulle condizioni di lavoro. Basterebbe rafforzare il corpo degli ispettori del lavoro e incrociare le banche dati con la lotta all’evasione fiscale e previdenziale, con l’obiettivo di sopprimere il lavoro nero e aumentare la vigilanza sulla sicurezza.
Ma a dare il buon esempio dovrebbe essere prima di tutto lo Stato. Nella stragrande maggioranza i contratti precari della pubblica amministrazione sono illegali, perché utilizzano rapporti temporanei per funzioni continuative e in alcuni casi di delicato interesse pubblico. La recente promessa di assumere 150 mila insegnanti che attualmente hanno cattedre annuali va nella giusta direzione e dovrebbe riguardare le tante figure che si trovano in condizioni simili: ricercatori e archeologi, ingegneri e architetti, informatici e operatori sociali. Non solo per rispettare la dignità di quei lavoratori, ma anche perché la valorizzazione delle loro competenze aumenterebbe la qualità delle politiche pubbliche. Anche le gare di appalto a massimo ribasso oggi contribuiscono a diffondere l’illegalità e il precariato selvaggio, mentre la committenza pubblica dovrebbe prendersi cura del rispetto dei diritti del lavoro. È curioso che questa proposta di legge si occupi del mercato privato e ignori completamente le responsabilità dello Stato come datore di lavoro diretto e indiretto.
Tra le righe si legge una sfiducia nel futuro del paese. Si ritiene che l’Italia non possa essere diversa da come è oggi, non sia in grado di modificare la sua struttura economica tradizionale ormai messa fuori gioco dalla competizione internazionale. Si pretende di risolvere il problema eliminando i diritti e riducendo i salari, già oggi i più bassi in Europa, magari utilizzando gli 80 euro e il Tfr per pareggiare il conto.
Sembra una scelta di buon senso ma è una via senza uscita. I paesi emergenti saranno sempre nelle condizioni migliori di costo per vincere la concorrenza. L’unico modo per mantenere il rango di grande paese consiste invece nel migliorare il livello tecnologico, la specializzazione del tessuto produttivo, l’accesso nell’economia della conoscenza. Ma ci vorrebbe un’agenda di governo tutta diversa; bisognerebbe puntare sulla formazione permanente per migliorare le competenze, mentre qui si promuove per legge il demansionamento dei lavoratori; si dovrebbe puntare sulle politiche industriali della green economy mentre il decreto sblocca-Italia rilancia la rendita immobiliare; si dovrebbe puntare sulla ricerca scientifica e tecnologica, che invece subirà altri tagli con la legge di stabilità; si dovrebbe puntare sull’economia digitale non a parole ma con azioni concrete che ancora non si vedono.
Non si è mai cominciato a cambiare verso. Finora si sono visti i passi indietro. Con le riforme istituzionali gli elettori contano meno di prima. Con il Job Act si intaccano le garanzie per i lavoratori. Queste scelte non erano previste nel programma elettorale del 2013 che abbiamo sottoscritto come parlamentari del Pd. Non siamo stati eletti per indebolire i diritti.

È finito l’alibi ventennale delle riforme istituzionali

9 Ago

“Tuttavia, anche nei momenti più negativi bisogna cercare il lato positivo. Almeno l’incantesimo non serve più. Da oggi si torna alla realtà. È finito l’alibi ventennale delle riforme istituzionali. I governi dovranno dimostrare di avere le idee e le capacità di governare”.

Questa la conclusione della dichiarazione di voto di Walter Tocci sulla revisione costituzionale, pronunciata al Senato l’8 agosto 2014. Segue il testo integrale, che suggerisco caldamente di leggere e meditare. Non se ne sentono più molti di interventi così sentiti, competenti, appassionati.

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Tornare alla realtà

Dichiarazione di voto sulla revisione costituzionale dell’8 Agosto 2014.
Speravo di modificare il giudizio negativo espresso nella discussione generale. Invece, sono costretto ad aggravarlo non solo per i contenuti, anche per il metodo. Non parteciperò al voto, ma rimango al mio posto per rispetto dell’aula e del mio partito.
Il governo ha impedito di apportare al testo quei miglioramenti che sarebbero stati ampiamente condivisi. Alcuni senatori di maggioranza sono stati costretti a ritirare gli emendamenti che avevano firmato. L’Assemblea ha mostrato di non apprezzare la revisione costituzionale. Molti colleghi hanno fatto sentire il dissenso solo con il voto segreto. Peccato che non lo abbiano espresso alla luce del sole. D’altro canto, chi ha criticato in modo trasparente e leale non ha ottenuto risposte di merito, ma è stato ricoperto di insulti a livello personale. Quando si tratta della Costituzione, è la qualità del dibattito a decidere in gran parte l’esito.
Non era mai accaduto nella storia repubblicana che il capo del governo imponesse una sorta di voto di fiducia sul cambiamento della Carta.
Aveva cominciato con l’intenzione di raccogliere il malessere dell’opinione pubblica verso le prerogative del ceto politico. Ma poi ci ha ripensato, conservando l’immunità per i consiglieri regionali che diventano senatori. Aveva promesso di tagliare i costi della politica, ma ha deciso di non ridurre il numero dei deputati. Questo cedimento ha creato uno squilibrio. La Camera diventa sei volte più grande del Senato e consente a chi vince le elezioni di utilizzare il premio di maggioranza per impossessarsi del Quirinale. Diciamo la verità: se Berlusconi avesse modificato la Costituzione indebolendo l’indipendenza della Presidenza della Repubblica avremmo riempito le piazze.
Nel ventennio passato, non solo a destra, anche a sinistra si è rafforzato il potere esecutivo a discapito del legislativo. Eppure la Seconda Repubblica non aveva concluso l’opera. Ci voleva un uomo nuovo per attuare il programma della vecchia classe politica.
La crisi italiana non è istituzionale, è politica, perché dipende dalla mancanza di progetti chiari e distinti. La destra non ha realizzato il liberismo che aveva promesso e la sinistra non ha contrastato le diseguaglianze come le competeva. I due poli poli hanno chiesto più poteri di governo senza sapere cosa farne. Tutto ciò ha prodotto tante leggi, ma nessuna vera riforma. Il vuoto è riempito dalle illusioni mediatiche. La cancellazione del Senato elettivo è un incantesimo per far credere ai cittadini che ora le decisioni saranno più spedite e produrranno di milioni di posti di lavoro. Purtroppo la realtà è ben diversa. Questa legge non porterà alcun beneficio ai cittadini.
Bisognava spendere la formidabile vittoria elettorale per ottenere la svolta in Europa. Avevamo tanto atteso il semestre a guida italiana, poteva dare un impulso all’iniziativa diplomatica del vecchio continente, proprio mentre si accendevano i fuochi di guerra a Est e nel Mediterraneo. Invece, si è bloccata la nomina del ministro degli esteri europeo. Se il premier avesse candidato Enrico Letta, prima che altri facessero quel nome, avrebbe dato prova di uomo di Stato che mette l’interesse generale prima delle inimicizie personali.
Torna il rischio di un avvitamento della crisi economica. Erano stati chiesti margini di flessibilità all’Europa, ma sono arrivate risposte negative. Il governo italiano si è rassegnato, passando a occuparsi solo del Senato e oggi raggiunge il suo obiettivo.
Il nostro ordinamento ne uscirà più confuso, gli elettori non sceglieranno gli eletti e si indeboliranno i contrappesi che rendono forti le democrazie europee.
Tuttavia, c’è un lato positivo. L’incantesimo non serve più. Da oggi si torna alla realtà. È finito l’alibi ventennale delle riforme istituzionali. I governi dovranno dimostrare di avere le idee e le capacità di governare.
Walter Tocci

Art. 138: atto II

23 Ott

Il Senato ha approvato con soli quattro voti di maggioranza la modifica dell’art. 138, che passa così alla Camera per l’approvazione definitiva. E soprattutto, avendo comunque raggiunto i due terzi, evita il ricorso al referendum.

E’ un fatto nuovo? Sì e no. No, perché era una delle tre ipotesi illustrate da Civati solo ieri. Sì, perché non ci si attendeva una maggioranza così esile. Questa novità fa subito emergere le due principali obiezioni all’intera manovra di revisione costituzionale: una, che modificare l’art. 138 è una mossa quanto mai azzardata, trattandosi dell’articolo-lucchetto, quello che cioè blinda e mette la sicura all’intera struttura della carta costituzionale; la seconda, emersa inattesa in questa occasione, che per ogni revisione – ancorché minima – della Costituzione, anche solo un sottile filo di buonsenso suggerirebbe maggioranze ampie e concordi.
Invece la situazione, come è ormai palese ed assai facilmente intuibile, anche ai più ottusi, è tutt’altra.

“Siamo in una maggioranza di governo che, non essendo maggioranza tra gli elettori, cerca legittimazione tramite revisione costituzionale” ha commentato con l’usuale correttezza e lucidità Walter Tocci. E Corradino Mineo, un altro dei quattro senatori Pd (gli altri due sono Casson e Amati) che – mi viene da pensare – hanno compreso l’assurdo del tutto, ha detto, tra l’altro, nel suo discorso al Senato: “Ma per cambiare la Costituzione, modificare l’articolo 138, istituire un comitato di 21 senatori e 21 deputati che lavori a un progetto organico, sarebbero necessari un’ispirazione comune in Parlamento e un vasto consenso nel paese. Purtroppo mi sembra che oggi manchi sia l’uno (il consenso), che l’altra (la comune ispirazione). Al no alla riforma da parte del Movimento 5 Stelle, cioè della forza politica che ha fatto registrare il successo più rilevante nelle elezioni di febbraio, si è aggiunta, in questi mesi, l’opposizione radicale da parte di un vasto movimento di opinione, formato da costituzionalisti, sindacalisti e associazioni del volontariato. Un movimento che vede nel processo riformatore un pericolo per la libertà e la democrazia e chiama i cittadini a mobilitarsi in difesa della Costituzione. Nè va ignorata l’esistenza di un dissenso anche di destra, sia pure motivato da scelte opposte e che investono le questioni, delicatissime, della divisione dei poteri e dell’autonomia della magistratura.   Manca dunque il consenso, ma ancora di più manca l’ispirazione comune”.

Manca dunque il consenso, ma ancora di più manca l’ispirazione comune.
Ben detto, Corradino.

Il nuovo libro di Walter Tocci

19 Ott

Libro TocciEsce finalmente il libro di Walter Tocci, Sulle orme del gambero – Ragioni e passioni della sinistra. E’ un’analisi appassionata e senza sconti, ma ragionata,  di questi ultimi anni e di come la sinistra abbia saputo perdere le sue occasioni. Ma c’è sempre una speranza: le nuove generazioni.
Quella che segue è la premessa del libro.
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Premessa generazionale
Se avessi vent’anni, oggi, andrei in piazza. Passerei le mie giornate a organizzare le lotte popolari. Così facevo del resto all’epoca dei miei vent’anni. Poi, insieme a tanti della mia generazione, ci siamo imborghesiti e oggi ci sembrerebbe demodé ripercorrere le gesta giovanili. Eppure non mancherebbero i motivi e le necessità. Il modo in cui il mondo si è trasformato non piace a molti di noi, di certo a chi non ha venduto l’anima; eppure non possiamo dirlo con certezza perché in parte ne portiamo la responsabilità. E lo vediamo negli occhi dei giovani di oggi, in modo ancora più lancinante in quelli dei nostri figli, quando ci guardano con l’animo sospeso di chi vorrebbe almeno una spiegazione dell’insuccesso. Ma spiegarlo è quasi più difficile che viverlo.

Appartengo a una generazione fortunata. Abbiamo fatto in tempo a conoscere la grande politica, e anzi a succhiarne la linfa vitale proprio nel momento della formazione, traendone l’insegnamento che si potesse plasmare contemporaneamente la nostra vita e l’organizzazione sociale. Non è andata proprio così, ma quella volontà di potenza ci è rimasta dentro per sempre. E intorno ai quarant’anni abbiamo avuto la grande occasione per esercitarla. Siamo entrati nella maturità proprio in quel passaggio d’epoca segnato dal crollo del muro di Berlino e dalla promessa di un mondo nuovo. Quelli impegnati nella politica di sinistra hanno avuto la possibilità di cambiare il paese e le sue città. Ancora di più, quelli che erano stati comunisti – da sempre all’opposizione – hanno avuto la fortuna di poter dimostrare, prima di tutto a loro stessi e poi agli altri, che avevano le capacità di governare meglio delle vecchie classi dirigenti. È stata la grande occasione della nostra vita politica e l’abbiamo mancata. Non solo non siamo riusciti a indirizzare il paese in un tornante nuovo della sua storia, ma non abbiamo saputo impedire che un personaggio inaudito ne prendesse la guida e lo portasse fuori strada. A me è toccato il privilegio di contribuire al governo della capitale, ed è stata l’impresa più appassionante della mia vita, a cui ho dedicato ogni energia. Abbiamo tentato davvero di cambiare Roma, ma non possiamo dire di esserci riusciti. Avremmo dovuto introdurre dei cambiamenti impossibili da cancellare per qualsiasi malgoverno successivo. Le vere riforme sono irreversibili.
 
La mia generazione ha dunque l’obbligo di stilare un bilancio. Finora lo ha sempre evitato, senza mai spiegare a se stessa e alle generazioni successive le ragioni dell’insuccesso. Non lo ha fatto perché avrebbe voluto dire mettere in discussione quella funzione di comando che ancora presidia, seppure in modo traballante. Una generazione che è stata capace a suo tempo di conquistare il potere sa bene anche come conservarlo.
 
Con il Sessantotto abbiamo fatto la rivoluzione dei costumi. Per la verità volevamo fare anche la rivoluzione sociale, ma non essendoci riusciti ci siamo accontentati di gestire il potere senza modificarne gli assetti. E abbiamo avuto modo di prolungare il nostro primato anche a causa della debolezza delle generazioni successive. Quella degli anni ottanta persa dietro ai miti del rampantismo; quella degli anni novanta illusa dalla globalizzazione irenica, e quella degli anni duemila, presto intimidita dalla repressione e dai silenzi di Genova. Ma i ventenni di oggi sono la prima forte generazione politica davvero simile a noi. Non nei contenuti, ma nella forma. Non nel modo di pensare, forse ancor più lontano di quanto dica l’anagrafe, ma nella forte condivisione di esperienze collettive. Noi figli del miracolo economico e loro figli della crisi, ci siamo formati durante fasi di transizione, quando viene meno il vecchio mondo e il nuovo non si sa come sarà.
 
Mi incuriosiscono questi ventenni e cerco di capirli. Esprimono una forte intensità generazionale poiché si trovano a vivere cambiamenti quasi antropologici. Intanto sono i primi autentici nativi digitali che hanno conosciuto la rete quasi mentre apprendevano il linguaggio verbale. E poi sono cresciuti in un mondo già pienamente globalizzato. Ma ne hanno conosciuto subito il lato oscuro appena si sono affacciati al mondo del lavoro, senza diritti e spesso senza qualità. Non sono novità: anche i fratelli maggiori, quelli di trenta o quarant’anni che ancora vengono chiamati giovani, hanno vissuto queste esperienze, ma indorate dall’ideologia liberista che le rendeva affascinanti o perlomeno inevitabili. I ventenni sono più disincantati e non credono agli annunciatori di magnifiche sorti. Proprio l’esperienza dei fratelli maggiori li rende più consapevoli che non vale la pena aspettare lo schiudersi del guscio, sono più determinati nel romperlo. Sono una generazione più combattiva, non in forza di un’ideologia, ma proprio perché privi di un’ideologia. In questa carenza c’è il realismo che li salva dalle bugie raccontate dall’establishment.
Spero ardentemente che tra questi ventenni sorga anche una nuova leva di militanti politici. Non so se è una speranza fondata o se è solo un’illusoria proiezione a conclusione della mia lunga esperienza. In ogni caso, in politica la volontà deve essere sempre un passo avanti alla certezza.
 
La nostra è una generazione fortunata, ma – qui bisogna aggiungere – anche massimamente ingenerosa. Molto abbiamo ricevuto dalla generazione precedente, e ben poco abbiamo consegnato a quella successiva. Ci siamo nutriti in gioventù degli insegnamenti di grandi personalità incontrate nei partiti, nei sindacati, nelle organizzazioni culturali. Quando ripenso alla mia esperienza, alla fortuna di aver conosciuto uomini come Berlinguer, Ingrao, Petroselli, Trentin, alle riflessioni provocate dai loro discorsi e alla scuola di rigore che veniva dalla loro autorità, provo un senso di colpa per la sterilità educativa della mia generazione. Ben poco abbiamo saputo restituire del privilegio ricevuto. Certo, si possono addurre molte attenuanti, essendo venuti a mancare i luoghi e le culture adatte ad alimentare una paideia politica, ma c’è stata anche una deliberata rinuncia da parte della mia generazione. La comunicazione ha sopraffatto la formazione. Non c’è da stupirsi, poi, se i criteri di valutazione di un giovane politico che si affaccia al mestiere diventano la bella presenza e la battuta facile. Il Beruf weberiano è stato scarnificato, immiserito e tecnicizzato fino a ridursi a un mero prolungamento della comunicazione con altri mezzi. Se l’obiettivo è il titolo sul giornale di domani, non rimane tempo per formare i giovani.
 
Non pretendo certo di risolvere il problema con le mie forze, ma sento almeno come obbligo di risarcimento quello di dedicare tutto il mio impegno al dialogo con i giovani militanti di sinistra. Penso oltretutto di aver molto da imparare dai ventenni, e anzi proprio dal confronto tra noi e loro possono venire non solo rielaborazioni del passato ma soprattutto invenzioni per il futuro. A questo dialogo immaginario con un giovane militante sono dedicate le pagine che seguono.
 
Esse evitano accuratamente i temi d’attualità. La concretezza degli argomenti viene dall’esperienza militante – sia nei ricordi di ieri sia nei dilemmi di oggi – e si cerca di metterla a confronto diretto con la ricerca teorica. Sono pensieri militanti, ma solo nella postfazione vengono confessati rivelandone l’intima tensione tra la civetta hegeliana che si alza in volo per comprendere ciò che è stato e la sentinella di Isaia che deve ancora annunciare la fine della notte. Sono pensieri che cercano una relazione inattuale tra teoria e pratica. Qui se ne discute, ma le soluzioni si trovano solo nell’esperienza collettiva. Il Politico è il proprio tempo appreso nell’azione. Chi meglio di un militante può saperlo?
 
Nel torrente della storia bisogna andare indietro sulle orme del gambero per scovare sotto le pietre le cause delle sconfitte. Solo così si prendono le decisioni che ribaltano le pietre, che lasciano nella sabbia il lato inciso dalle delusioni e che portano alla luce invece il lato delle ambizioni, perché possano farsi accarezzare dal flusso del cambiamento. C’è un riconoscimento da elaborare, prima di tornare a vincere.
Avendo assunto questa postura, l’andamento del testo è risultato anomalo. Comincia con una storia a ritroso per capire le cause vicine e lontane dell’insuccesso della nostra generazione. Per poi mettere sotto osservazione il suo contributo a quel ciclo politico italiano che ha deluso le aspettative di una seconda Repubblica. E tuttavia non sono stati solo limiti soggettivi, ci si è messo contro un ciclo più ampio della storia mondiale che è generoso chiamare liberista, poiché la crisi lo svela come grande Inganno. Per ripartire bisogna provare a vedere il mondo a rovescio, esercitandosi a ribaltare le politiche dominanti, ad esempio per i paesaggi, i lavori e i saperi. Ma tutto ciò sarà possibile solo riscoprendo la dignità della politica, afferrando le occasioni che il tempo attuale ci offre, con la speranza di superare la penuria di una sinistra senza popolo.
Roma, settembre 2013 

“Sinistra senza popolo” di Walter Tocci

8 Mag

“Come è potuto succedere che una classe dirigente arrivasse così impreparata all’appuntamento cruciale con la crisi della Seconda Repubblica? Perché il Pd non ha percepito i processi che preparavano il collasso? Non aveva gli occhi e le orecchie nella società perché era già consumata la riduzione dei gruppi dirigenti a ceto politico.
A metà degli anni duemila, infatti, Ds e Margherita sono già due partiti spenti. Si uniscono per dare vita ad un partito nuovo e invece portano le rispettive decadenze nel PD. I fondatori diventano subito gli affossatori del progetto che perde rapidamente lo smalto iniziale. Nessuno dei leader riesce a scalfire il primato del ceto politico, pur avendo ricevuto proprio per tale scopo un’ampia investitura dal popolo delle primarie. In molti, compreso il sottoscritto, abbiamo pensato che la partecipazione dei nostri elettori potesse cambiare la logica del Pd. È accaduto il contrario, il ceto politico è riuscito a usare le primarie per conservare se stesso, a dimostrazione che non bastano marchingegni procedurali, ma occorre sostanza culturale e radicamento popolare per cambiare un partito. Questa era la promessa con cui Bersani vinse il congresso nel 2009, ma fu rapidamente accantonata per non modificare lo status quo. Rimase il residuo di una politica debole e non convincente verso l’elettorato, il quale ha manifestato la sua insoddisfazione all’interno col 40% dei voti a Renzi e all’esterno col 25% a Grillo”.
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In questa ponderosa analisi sono molti gli aspetti da condividere. Restano l’amarezza e il disagio per il dissennato comportamento della dirigenza Pd, Bersani in testa, e la cocciuta ricerca di un accordo coi moderati accompagnata dall’ottuso rifiuto di ascoltare base ed elettorato. Infine, una domanda a Tocci in persona: perchè tutti questi bei ragionamenti non sono stati esplicitati anteriormente? Voglio dire, non poteva Tocci rendere pubbliche le sue obiezioni, prima di tutto ai media e quindi coinvolgendo la base, cercando di stabilire una sponda con chi – e non sono pochi – all’interno dell’apparato la pensa come lui e, sopratutto, con le forze esterne al Pd stesso? In altre parole, ci sono momenti in cui è vitale alzare la voce, costi quel che costi: Tocci non l’ha fatto e dispiace.
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Sinistra senza popolo

Ho vissuto in diretta il collasso della classe dirigente del Pd. Una delle esperienze più amare della mia vita da militante. Se ne può discutere su quattro piani diversi:

1. Sul piano personale è una sofferenza parlare e agire contro la propria parte a causa di un grave dissenso. Non si fa a cuor leggero. Nel mondo antico da cui provengo la disciplina non era un vincolo regolamentare ma un atto spirituale: il senso nobile di sacrificare il proprio punto di vista a favore di un pensiero collettivo che si fa azione; anzi di più, una terapia antinarcisistica che regala la forza di trovarsi spalla a spalla coi compagni di lotta. Tutto ciò è irripetibile nel mondo banale di oggi.

2. Sul piano più distaccato dell’analisi forse l’evento diventerà un case-study della teoria politica su come si suicida lo stato maggiore di un partito. Jared Diamond1 ha classificato le forme di Collasso dei popoli nei diversi continenti ed epoche, soffermandosi in particolare sull’analisi della civiltà dell’isola di Pasqua, caratterizzata dallo splendore delle sue grandi sculture, che scomparve improvvisamente dalla storia. Si trattava di una comunità chiusa e divisa dall’inimicizia tra diversi clan. La tensione tra la forza divisiva interna e la forza centripeta che veniva dalla chiusura con l’esterno sprigionò un’energia autodistruttiva. La somiglianza col PD è inquietante, speriamo che l’esito sia diverso.

3. Sul piano politico si è intaccato il legame di rappresentanza del parlamentare con gli elettori. Fare il governissimo avendolo escluso prima e dopo il voto è una frattura che richiederà tempo per essere sanata. Vorrei andare per strada e fermare le persone per chiedere “Ma lei mi ha votato? Ne possiamo parlare per ritrovare la fiducia?”. Mi fa cadere le braccia il neoluddismo, perfino da parte di nostri giovani dirigenti, che attribuisce il dissenso alla frenesia virtuale della rete, scambiando il dito col cielo. Non diciamo sciocchezze, erano i nostri elettori in carne ed ossa che ci chiedevano di non farlo.

4. Sul piano storico, infine, l’evento avrà conseguenze di lungo periodo ancora imprevedibili e si colloca nell’intersezione tra diversi cicli politici in via di esaurimento: il fallimento della Seconda Repubblica, lo sfinimento della generazione postcomunista e cattolico-democratica, la crisi dell’Europa di Maastricht, l’indebolimento del trentennio liberista. Siamo ancora dentro i fatti, ma quando ne avremo conquistata la consapevolezza ci accorgeremo che è stato un evento storico poiché intreccia i fili del passato e proietta interrogativi sul futuro.


Nel presente mette in luce una verità più amara. La sinistra italiana si trova oggi al minimo storico nella capacità di influenza sulla vita nazionale, sulla politica, sugli assetti sociali e sugli orientamenti culturali. Mai nella storia repubblicana la sua rilevanza era stata tanto scarsa, neppure nei momenti più difficili. Si dice spesso che la sinistra è sempre stata minoranza, ma si dimentica di aggiungere che proprio in quanto tale ha saputo condizionare le classi dominanti, soprattutto nell’epoca giolittiana e nella Prima repubblica, attraverso i movimenti sociali, la produzione culturale e la rappresentanza politica. Quando è mancato questo contrappeso il Paese ha sbandato nell’avventura, prima nella tragedia della dittatura fascista e poi, in regime democratico, nel suadente sovversivismo berlusconiano. Senza questa benefica minoranza l’Italia esprime il suo lato oscuro.
Mi torna in mente una vecchia canzone di Aznavour che diceva: “Com’è triste Venezia senza di te”. Così, l’indebolimento dell’altra Italia ha favorito la peggiore Italia. Lo squilibrio ha contribuito alla decadenza della creatività, all’involgarimento dello spirito pubblico, al dilagare dell’illegalità, alla mancanza di futuro. Con questo senso di responsabilità nazionale dobbiamo mettere a tema il rinnovamento della sinistra dopo il collasso della sua classe dirigente.

L’evento

Se l’evento è tanto importante cominciamo col ricostruirne la cronaca. Il Pd entra in campagna elettorale pensando di aver già vinto e puntando ad amministrare il risultato, come la squadra che segna un gol al primo minuto e fa catenaccio per tutta la partita. Il messaggio elettorale è debolissimo, rivolto per lo più verso Monti e le cancellerie europee, senza alcuna consapevolezza della tempesta che viene a sconvolgere le dinamiche elettorali. A urne aperte la sconfitta politica, prima che elettorale, non viene ammessa e si prosegue con lo schema già previsto in caso di vittoria, cioè la candidatura di Bersani alla guida di un governo del Pd e della sua coalizione, come se non fosse successo nulla. È la madre di tutte le successive scelte sbagliate. Mi rimarrà sempre nella memoria il gelo che sento intorno a me nella riunione della direzione post voto mentre dico apertamente al segretario che è un errore. Almeno la metà di quella sala era in disaccordo con il segretario, ma non lo dice, con un’ipocrisia che anticipa già l’esito perverso dei 101. Se si fosse scelto subito il governissimo non lo avrei condiviso, ma sarebbe stata una linea politica chiara, ci saremmo risparmiata la figuraccia successiva e tutto sommato lo avremmo fatto in condizioni di forza.

Il tentativo di costituire un governo di minoranza al Senato si arena di fronte al rifiuto di Napolitano, che interviene già nel merito manifestando la sua preferenza per l’accordo PD-PDL. In quel momento Bersani dovrebbe esplicitare il dissenso col Presidente e candidare un’altra personalità di sinistra, ma purtroppo accetta un’ambigua ricognizione che si risolve in una perdita di tempo. Quando si inverte l’agenda il Pd propone il doppio binario di un’ampia condivisone per la scelta del Quirinale e di un “governo di combattimento”. Ma è una linea politica inconsistente che conferisce un enorme potere contrattuale a Berlusconi, il quale, mostrando una sapienza tattica di gran lunga superiore, dichiara apertamente di accettare l’accordo sul presidente solo se può condizionare il governo. I due binari non esistono, e una volta presa quella direzione si consegna all’avversario la soluzione del problema, pur continuando a infuocare la base contro il governissimo, fino a pochi giorni prima del voto con il comizio di Bersani a Corviale. Si aggiunge l’errore di presentare una rosa di nomi a Berlusconi che sceglie Marini, il quale, dopo l’insuccesso, ha onestamente riconosciuto in un’intervista che la sua elezione avrebbe consentito un’intesa “a bassa densità” col Pdl per il governo, cioè una versione camuffata del governissimo. Nell’assemblea dei Gruppi a bocciare il candidato è quasi la metà dei parlamentari, tra voti contrari, astenuti e altri che lasciano la seduta. Viene risposto picche anche a chi propone una pausa di riflessione e si va avanti in modo irresponsabile verso il primo fallimento.

Presi dal panico i dirigenti ribaltano la linea politica e scelgono la candidatura di Prodi che viene acclamata in assemblea e bocciata nel voto segreto. I 101 non sono parlamentari indisciplinati, ma un pezzo del gruppo dirigente che ha imposto il ritorno all’intesa col Pdl, senza assumersene la responsabilità a viso aperto. L’esito finale della delegazione contrita al Quirinale e del governo organico tra Pd e Pdl per molti esponenti del Pd non è stato un incidente, ma la politica che desideravano sin dall’inizio, come si vede dalla soddisfazione ostentata da molti in questi giorni. La gravità della vicenda non è formale ma sostanziale.

Ora è patetico ridurre l’accaduto all’indisciplina dei parlamentari, che nel caso delle elezioni al Quirinale è costituzionalmente protetta dal voto segreto. I franchi tiratori ci sono sempre stati nelle elezioni presidenziali, con l’unica eccezione di Cossiga, non a caso il peggior presidente. Ma non era mai accaduto che la dirigenza di partito utilizzasse quel momento per imporre alla propria gente il ribaltamento della proposta elettorale, senza avere neppure il coraggio di dichiararlo. Non è una questione di regole, è il collasso della classe dirigente. Non si può guidare un partito senza assumersi la responsabilità delle proprie scelte. È un’abdicazione senza onore.
Si poteva evitare?

Bastava proseguire col metodo vincente usato per l’elezione di Boldrini e Grasso. Bisognava rinunciare a candidare il segretario, aprire ad una personalità di sinistra per il governo e ad una figura di prestigio al Quirinale per restituire fiducia ai cittadini. Si dice che Rodotà non andava votato sotto la pressione della piazza; dovremmo piuttosto chiederci perché non siamo stati capaci di proporlo prima che lo facessero gli agitatori. Avremmo ribaltato la partita, stringendo Grillo in una morsa: portare voti al nostro candidato oppure perdere quelli del suo elettorato. La stessa candidatura di Prodi presentata in anticipo avrebbe potuto ottenere consensi più ampi anche oltre il Pd. Entrambe queste figure avrebbero creato un clima favorevole al governo di cambiamento che per due mesi abbiamo inseguito solo a parole. Per la prima volta nel Parlamento italiano avremmo avuto i numeri per approvare leggi del tipo conflitto d’interessi e reddito di cittadinanza per i giovani. Il Pd sarebbe stato protagonista del superamento della Seconda Repubblica invece della sua ibernazione. Si è persa una occasione storica.

Ho ricevuto due obiezioni a questo ragionamento. La prima riguarda la necessità di una “pacificazione”, tema in voga tra gli editorialisti dell’establishment. I partiti che dovrebbero appacificarsi, oggi, rappresentano meno della metà degli elettori aventi diritto: circa 16 milioni su 46 totali, e le rispettive coalizioni ne hanno persi circa 10 milioni. Più della metà del popolo italiano ha negato la fiducia al sistema politico nel suo complesso. In questo clima, qualsiasi intesa tra Pd e Pdl non solo non garantisce coesione nazionale, ma esaspera ulteriormente la frattura tra i cittadini e la politica.

Dal voto è uscito un sistema tripolare e c’erano quindi non una, ma due vie di “pacificazione”, o verso il passato per chiudere la conflittualità del bipolarismo oppure verso il futuro per riconciliare istituzioni e popolo. La scelta della prima strada viene naturale se si ragiona con lo schema del ceto politico. Per la seconda ci voleva coraggio nello sporgersi sull’abisso del rancore e della protesta per sortirne con la politica. I nostri dirigenti sono rimasti prigionieri del frame imposto dall’avversario e non sono riusciti a Non pensare all’elefante, il titolo del libro di George Lakoff che spiega la subalternità della sinistra.2

La seconda obiezione riguarda l’irresponsabilità di Grillo, come se avessimo già dimenticato quella di Berlusconi. Sento dire da sinistra che il comico sarebbe un reazionario e posso anche consentire. Però, chi come noi viene da una grande scuola non può dimenticare che nei terribili anni trenta nelle Lezioni sul Fascismo Togliatti invita i militanti a prendere contatto con i lavoratori organizzati dai sindacati di regime al fine di sottrarli alla retorica di Mussolini. Molto più agevolmente si può dialogare con milioni di elettori Cinque Stelle che prima votavano per noi. Mi sono fatto l’idea che sarebbe molto facile battere Grillo, metterlo in difficoltà con un’iniziativa incalzante, come non si è mai fatto finora. Non servivano né gli sterili strali né le poco dignitose sedute in streaming. Dovevamo mettere in discussione noi stessi per incuriosire il suo elettorato. Presentarsi con il nostro leader battuto alle elezioni, invece, ha consentito al demagogo di rinserrare il suo popolo.

Le cause dell’evento

Lo studio di Diamond spiega che il collasso è un evento improvviso, ma preceduto da una lenta incubazione. Nel nostro caso, sarebbe lungo cercare a ritroso le ragioni della sconfitta della sinistra. In un libro che cerco di scrivere tra gli affanni di questi mesi le ho ritrovate addirittura negli anni sessanta, sono ancora più evidenti nell’ultimo ventennio, ma qui per brevità mi limito agli anni del PD.

Questo partito era stato pensato come strumento per chiudere la transizione italiana e battere il berlusconismo. Perché ha fallito l’obiettivo? Tanti motivi soggettivi sono evidenti, ma voglio soffermarmi sulle cause più profonde. I referendum hanno spesso segnato le fratture tra politica e società, da quello sul divorzio a quello sulla preferenza unica. Ma è incredibile come siano stati rapidamente dimenticati i più recenti. Nel 2006 e nel 2010 quasi trenta milioni di italiani hanno salvato la Costituzione dallo sfregio di Calderoli e hanno colto l’occasione dell’acqua per affermare il primato dei beni comuni. Al di là del merito tecnico dei due quesiti emergeva una nuova sensibilità popolare che poteva essere mobilitata per liberarsi dall’egemonia della destra. Gli elettori si mobilitarono senza trovare una guida nei dirigenti del Pd, i quali vissero con fastidio quelle vittorie cercando di archiviarle prima possibile. E invece sarebbero state le occasioni per cancellare i falsi miti della Seconda Repubblica.

Il referendum costituzionale archiviava la retorica delle riforme istituzionali, cioè il pupazzo di pezza che tiene impegnato un ceto politico sempre più distratto dai problemi reali del Paese. La priorità nazionale ormai è diventata il superamento del bicameralismo per accelerare l’attività legislativa, mentre bisognerebbe ritardarla per fare meno leggi ed evitare l’alluvione normativa che ormai sommerge la vita pubblica. Si è discusso fino allo sfinimento dell’ingegneria istituzionale, mentre nel frattempo l’amministrazione statale veniva lasciata alla degenerazione burocratica e clientelare, provocando il rigetto da parte dei cittadini. Con un vero transfert il ceto politico ha attribuito alle istituzioni la responsabilità dell’indecisione che invece dipende dalla trasformazione dei partiti in macchine di consenso per i notabili. In quel referendum cominciavano a manifestarsi le domande, crescente negli anni successivi, di una democrazia parlamentare, di una vera riforma dell’amministrazione, di spazi di partecipazione per i cittadini. Averle ignorate ha preparato le fascine per il fuoco grillino.

Il secondo referendum non era una questione di acquedotti, era la manifestazione della saggezza popolare che di fronte alla crisi più grave del secolo e dopo trent’anni di liberismo chiedeva di uscirne con la solidarietà, la dignità del lavoro e con i beni comuni. Di fronte a quella formidabile novità un grande partito di sinistra avrebbe dovuto fare un vero congresso alla Bad Godesberg, proporre una lettura strutturale della crisi mondiale, revisionare le vecchie dottrine per darsi un nuovo programma fondamentale e predisporre una campagna di mobilitazione per ottenere risultati tangibili a favore dei giovani e dei ceti popolari. Al PD dopo una settimana già non si parlava più di referendum. Italia Bene comune è diventato uno slogan privo di proposte concrete.

Quella primavera del 2010 è stato l’ultimo momento utile per uscire a sinistra dalla crisi della Seconda Repubblica. La mobilitazione spontanea dell’elettorato vince per la prima volta contro la destra a Milano, e a Genova, Napoli, Cagliari. Il Pd perde tutti i suoi candidati sindaci ma si intesta il successo e prosegue imperterrito per la propria strada. Non trovando una sponda a sinistra quelle domande hanno cominciato ad ardere le fascine dell’indignazione sotto le uniche bandiere disponibili della lotta alla Casta.

In quei mesi il Pd manca l’unica risposta possibile, cioè intestarsi una lotta coerente ai privilegi della politica per passare alla controffensiva dimostrando che non sono tutti uguali. L’establishment accarezza la protesta con i suoi giornali al fine di produrre un discredito generalizzato dei partiti e quindi evitare che il regime berlusconiano, di cui aveva ampiamente beneficiato, cadesse a favore della sinistra. Non a caso la campagna stampa si accentua dopo la doppia vittoria delle amministrative e del referendum.

In questo modo il Pd arriva indebolito e delegittimato come forza di governo all’appuntamento decisivo della fine della maggioranza di destra ed è costretto ad accettare l’emergenza del governo tecnico. Da quel momento non si riesce più rimettere al popolo la decisione elettorale, come invece si è fatto in una decina di paesi europei, anche quelli in forte difficoltà di bilancio, con risultati che hanno sempre stabilizzato i governi. Il Pd non ha il coraggio di mettere in discussione Monti neppure nel 2012 quando era già evidente il suo logoramento e ancora non era esploso il consenso grillino. Sceglie di fare le primarie in autunno invece di vincere le secondarie. Il coraggio non manca invece a Berlusconi che è riesce a presentarsi come forza di opposizione alle elezioni dopo aver votato tutte le leggi di Monti. La nostra campagna elettorale rivela una paurosa carenza di proposta di governo, come mai era accaduto prima. Ce la caviamo dicendo “un po’ di equità e un po’ di lavoro”, ma non può bastare nel cuore della più grande crisi del secolo. Gli 8 punti sono tardivi e sbrodolati in 80 microproposte tecniche. Berlusconi, invece, cala con chiarezza i suoi assi sul tavolo, che ci piaccia o no, dall’Imu all’attacco all’austerità europea. Si posiziona sui contenuti e non a caso tiene banco anche nei primi passi del governo Letta.

Come è potuto succedere che una classe dirigente arrivasse così impreparata all’appuntamento cruciale con la crisi della Seconda Repubblica? Perché il Pd non ha percepito i processi che preparavano il collasso? Non aveva gli occhi e le orecchie nella società perché era già consumata la riduzione dei gruppi dirigenti a ceto politico.
A metà degli anni duemila, infatti, Ds e Margherita sono già due partiti spenti. Si uniscono per dare vita ad un partito nuovo e invece portano le rispettive decadenze nel PD. I fondatori diventano subito gli affossatori del progetto che perde rapidamente lo smalto iniziale. Nessuno dei leader riesce a scalfire il primato del ceto politico, pur avendo ricevuto proprio per tale scopo un’ampia investitura dal popolo delle primarie. In molti, compreso il sottoscritto, abbiamo pensato che la partecipazione dei nostri elettori potesse cambiare la logica del Pd. È accaduto il contrario, il ceto politico è riuscito a usare le primarie per conservare se stesso, a dimostrazione che non bastano marchingegni procedurali, ma occorre sostanza culturale e radicamento popolare per cambiare un partito. Questa era la promessa con cui Bersani vinse il congresso nel 2009, ma fu rapidamente accantonata per non modificare lo status quo. Rimase il residuo di una politica debole e non convincente verso l’elettorato, il quale ha manifestato la sua insoddisfazione all’interno col 40% dei voti a Renzi e all’esterno col 25% a Grillo.

Rispetto all’Ulivo il Pd costituisce non uno sviluppo ma un passo indietro; è inferiore sia per la capacità di governo sia per l’apertura alle diverse culture riformistiche. Basta ripensare al clima di partecipazione, di entusiasmo e di innovazione che si determinò intorno al primo governo Prodi, senza paragoni in seguito. La sua bocciatura al Quirinale è il segnale di processi più profondi che hanno portato alla fine dell’ulivismo e perfino del cattolicesimo democratico. Con la consueta ruvidezza a Renzi è bastato un articolo su La Repubblica per dichiarare finita la rappresentanza cattolica in politica

.3 E il veto a Stefano Rodotà non è venuto dai cattolici, come si è voluto far credere, bensì proprio da una parte degli ex diessini. Anche questa tradizione, infatti, nel corso degli anni si è sempre più rinchiusa in se stessa. Basta pensare che nel corso di un ventennio la generazione postcomunista ha fondato diversi partiti, ma ha sempre mantenuto il monopolio dei vertici politici, tenendo ai margini altre personalità di sinistra prive di curriculum di partito e con profilo analogo a quello di Rodotà, presidente del Pds nei mesi iniziali. In questi giorni si è esaurita una genealogia che dal vecchio Pci ha finito per assorbire molti difetti e poche virtù. 
Tutto sommato il collasso ha portato chiarezza eliminando i gusci vuoti delle tradizioni. La sinistra italiana adesso è più libera di ripensarsi guardando al futuro.Ripensare il popolo

Con tutto il rispetto spero si possa criticare anche l’indirizzo seguito dal Presidente Napolitano. La continua ricerca delle larghe intese ha contribuito non poco all’attuale ingovernabilità. Il paese sarebbe stato più governabile se si fosse agevolato il confronto elettorale prima dell’ascesa di Grillo: nel 2010 senza regalare due mesi di tempo per comprare Scilipoti, nel 2011 senza rendere obbligatorio il governo Monti, nel 2012 senza prolungarne l’esistenza oltre il dovuto, nel 2013 senza impedire a Bersani di andare a cercare i numeri al Senato. Un Quirinale meno attivo avrebbe aiutato la governabilità. Se da questa vicenda venisse avanti il presidenzialismo, aumenterebbe l’ingovernabilità. Gli uomini soli al comando hanno già combinato guai nel governo, elevarli al rango costituzionale sarebbe come curare l’alcolista con il cognac oppure con il bourbon, come dice Massimo Luciani.4


L’accanimento terapeutico delle larghe intese ha prodotto la resurrezione di Berlusconi e l’ascesa di Grillo. Ora abbiamo due populismi e una sinistra senza popolo. Questa asimmetria impoverisce sia di voti sia di pensieri la politica di sinistra. Da quando ci troviamo in questa morsa, infatti, abbiamo preso il vezzo di classificare come antipolitica e populismo tutto ciò che non rientra nelle nostre categorie di analisi. E non è poco, se tra i consensi raccolti dai due comici, il cavaliere e il vaffaleader, e quelli che non votano si arriva a circa tre quarti dell’elettorato. A noi rimane solo un quarto. Viene da domandarsi se siamo normali noi oppure gli altri. Pensare che noi facciamo politica e il resto è solo antipolitica è come andare sull’autostrada contromarcia dicendo che sono impazziti gli altri automobilisti. No, purtroppo siamo impazziti noi a fare politica perdendo tempo appresso a Casini con il suo 2% di voti, senza 
neppure accorgersi che stava crescendo un nuovo partito del 25%. Chi raccoglie milioni di voti fa politica non antipolitica. 

E anche quando usiamo la parola populismo in senso spregiativo mostriamo una debolezza inconsapevole, cerchiamo di dimenticare che abbiamo perso il contatto col popolo.5 Come la volpe dice che l’uva è acerba quando non riesce a coglierla. Propongo di abolire a far data da oggi le parole antipolitica e populismo dal lessico del CRS. La ricerca di parole diverse ci obbligherà ad assumere nuovi punti di vista sulla realtà, saremo costretti ad affacciarci sull’abisso del distacco di milioni di cittadini dalle istituzioni, saremo costretti ad affrontare la questione elusa da circa trent’anni di una sinistra che perde voti nei ceti popolari e li guadagna nelle classi agiate.
Fino a quando sopporteremo una sinistra senza popolo? Da qui bisogna ripartire con un salto teorico e pratico per intendersi meglio sul concetto di “popolo”. La prima battaglia che deve vincere il concetto è con se stesso, deve liberarsi cioè della tradizione che lo vuole come un insieme organico e senza differenze. Il popolo non esiste in natura. Non è un aggregato sociale e tanto meno una classe. E’ prima di tutto una costruzione politica. Nasce un popolo quando il politico decide una linea di frattura sulla quale attesta la ricomposizione dell’eterogeneità sociale.

Nel pieno della più grave crisi economica il malessere non si è espresso nel conflitto sociale pur essendo ampiamente disponibili i motivi. Il collettivo Wu Ming ha osservato che il movimento Cinque stelle ha neutralizzato il conflitto6 orientando il malessere su un cleavage tra casta e società che ha unificato tutti gli altri: destra e sinistra, lavoro e impresa, qualunquismo e partecipazione. In tal senso Grillo non è affatto antipolitico, anzi ha realizzato un capolavoro politico riuscendo a ridurre l’eterogeneità entro una dicotomia politica che spazza via tutte le altre.

Qualcosa del genere aveva già realizzato Berlusconi nel ventennio precedente creando il mito del “fate come me per diventare ricchi”. Anche quell’invenzione è stata capace di costruire linee di frattura – contro il fisco, l’Europa, i comunisti – che hanno unificato elementi sociali molto eterogenei tra di loro: ricchi e poveri, nord e sud, produttori e profittatori. Anche i partiti della Prima Repubblica avevano la capacità di contenere la complessità sociale dentro le linee di frattura delle ideologie novecentesche. Così hanno creato i grandi aggregati interclassisti, non solo quello democristiano, ma in una certa misura anche quello comunista. Il Pci è stato il partito della classe operaia come costrutto ideologico, ma non completamente nella base sociale. Era di meno perché molti lavoratori votavano per la Dc. Era di più perché sapeva ampliare le alleanze verso ampi settori produttivi, professionali ed intellettuali. Non era l’unità di classe a determinare univocamente la politica, ma era la politica che inventava un popolo capace di unificare l’eterogeneità sociale. Il capolavoro della “funzione nazionale” fu possibile perché c’era stato Gramsci che aveva compensato il vuoto di teoria politica del marxismo introducendo il concetto eterodosso di Egemonia. Non a caso questo revisionismo nasce in Italia, riconnettendosi con la tradizione di Machiavelli e misurandosi col tema storico dell’incongruenza nazionale che è l’asimmetria tra Stato e popolo.

In tutti i paesi europei le due entità sono portate all’equilibrio da legami prepolitici radicati nella cultura e negli stili di vita. Da noi, mancando una cultura statuale, l’equilibrio può essere raggiunto solo per via politica: siamo diventati democratici non per il rispetto delle regole, ma in quanto comunisti o democristiani. Questa compensazione della debolezza statuale comporta però sempre un’eccitazione del lato popolare. Per questo ciò che chiamiamo impropriamente populismo è un carattere permanente tra Prima e Seconda Repubblica. La differenza è solo nelle forme diventate oggi più volgari, irregolari e autoritarie rispetto al passato. La continuità è anche geografica: Bossi e Berlusconi nei feudi democristiani delle valli lombarde, delle pianure del nord-est e delle terre meridionali; Grillo sia nelle regioni più bianche sia nelle regioni più rosse. Bisogna rileggere Gramsci, come suggerisce Ida Dominijanni, se vogliamo capire perché le nostre sono sempre rivoluzioni passive e mai trasformazioni radicali della società, dalla Dc al Pci, da Berlusconi a Grillo.

Ecco il compito teorico: unire la lettura gramsciana del politico come costruttore di egemonia con la radicalità del decostruzionismo postmoderno che coglie l’irriducibile frammentazione.7 Questa è accentuata proprio dalle trasformazioni del lavoro, non solo nei livelli alti della produzione immateriale, ma anche nelle attività manuali che non possono essere automatizzate. Le divaricazioni tra knowledge-workers e poor-workers, tra occupati e inoccupati, tra pubblico e privato sono solo gli aspetti più visibili di una più generale scomposizione dell’organizzazione produttiva. Dopo una dimenticanza di quasi venti anni, a sinistra è tornata la priorità del mondo del lavoro, non senza l’illusione di poterne ripristinare la soggettività a partire da facili sociologismi o da volontarismi di correnti di partito. Proprio il lavoro invece dimostra che la ricomposizione può avvenire solo nell’immaginario politico.

Da un lato bisogna affacciarsi sull’abisso, cogliere il perturbante della forma di vita, vedere la differenziazione della condizione lavorativa, immergersi nell’eterogeneità. Dall’altro lato però non si deve rinunciare al costruttivismo politico capace di inventare linee di frattura che consentano di ridurre la complessità. Proprio perché oggi è più radicale la frammentazione c’è più bisogno della creatività del politico per ricomporla. Viviamo un’epoca fortemente politica, non è vero che ci sia spoliticizzazione. Oggi, l’autonomia del politico ha qualche chance in più rispetto agli anni settanta. Rileggo l’opera del mio maestro Mario Tronti proprio mentre mi trovo in evidente contrasto con lui sulle scelte contingenti.8

L’esodo dei partiti dallo Stato

Nell’incongruenza italiana è accaduto che la destra di Berlusconi e l’ambiguità di Grillo puntassero sull’eccitazione del lato popolare mentre la sinistra si rifugiava nella nicchia dello Stato. Il Pd corrisponde perfettamente al tipo del party in office descritto dalla scienza politica: un partito di amministratori, gestore delle compatibilità economiche, incistato nelle pieghe della spesa pubblica, incapace di parlare ai tormenti della società. Curiosamente nell’epoca della privatizzazione a oltranza si è statalizzata proprio la politica.9 La destra però ha saputo mantenere un rapporto con l’immaginario popolare, noi invece abbiamo interpretato unilateralmente il processo.

La sinistra riformista ha portato alle estreme conseguenze la statalizzazione della forma partito, stigmatizzando come populismo tutte le tendenze che hanno evitato quella trappola. Il finanziamento pubblico è nato negli anni settanta come causa ed effetto di tale assorbimento dei partiti nell’amministrazione statale. Mentre aumentavano i soldi dello Stato diminuivano i voti per la sinistra. La disponibilità di risorse pubbliche – non solo finanziarie, ma nelle nomine e nella dispersione della spesa pubblica – ha incoraggiato i politici di sinistra a fare a meno del radicamento popolare. Questa semplice constatazione storico-empirica dovrebbe convincerci a diventare nemici acerrimi dell’attuale finanziamento diretto dei partiti. Senza mettere in discussione il principio, che pure non abbiamo saputo difendere da almeno trent’anni, ma proponendo oggi una radicale riforma che lo legittimi di nuovo affidando però la scelta ai cittadini. Abbiamo presentato – siamo un gruppo di parlamentari – un disegno di legge che introduce l’unoxmille e forti detrazioni fiscali per le erogazioni liberali, secondo la proposta avanzata da Pellegrino Capaldo. I partiti non potranno più usare lo strumento legislativo per stabilire quanto debbono prelevare dalle casse dello Stato, ma dovranno andare a cercare gli elettori, convincendoli a utilizzare la propria dichiarazione fiscale per contribuire a definire l’entità del sussidio pubblico. Non sarebbe solo una buona legge di finanziamento, indicherebbe ai partiti una via per fare esodo dallo Stato e dirigersi verso la terra promessa del consenso popolare.

Solo questa liberazione può ricondurre quelli che oggi impropriamente chiamiamo partiti nell’alveo costituzionale di associazioni di cittadini finalizzate a “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Qui viene a proposito l’idea di Fabrizio Barca di ricollocare l’organizzazione di sinistra nel vivo della società. Ha riscosso un largo interesse e rimesso in movimento energie, è una novità da incoraggiare e da sviluppare. Ho parlato con Fabrizio e abbiamo deciso di trovare punti di contatto tra il CRS e la sua ricerca. È suggestiva e foriera di preziose sperimentazioni la proposta di mobilitazione cognitiva, che potremmo chiamare anche creatività sociale. La differenza rispetto al vecchio partito di massa è radicale e forse va resa più esplicita. Non essendo più disponibili i blocchi sociali né i programmi ideologici, nell’organizzazione della politica diventano critiche le dimensioni del chi e del che cosa. La prima fa i conti con la frammentazione e richiede un’inedita capacità di riconoscimento delle differenze identitarie e dei conflitti locali e settoriali. La seconda si misura con la società della conoscenza e richiede una forte capacità di innovazione e di pensiero critico della contemporaneità. Questi due salti di qualità sono mancati clamorosamente nei soggetti politici postideologici soprattutto a sinistra. La carenza si è manifestata in una versione o negativa o banale.

Nel primo caso la ricerca del chi invece di aprirsi alle differenze è decaduta nell’autoreferenzialità del ceto politico. La sfida cognitiva del che cosa invece di cogliere le opportunità dei nuovi saperi si è rinserrata nella gestione della macchina statale.

Nella versione banale, invece, la ricerca del chi ha colto la differenziazione sociale, ma riducendosi a dare ragione a tutti, senza alcuna capacità di selezionare né tanto meno di fare sintesi. Il che cosa è diventato un sapere imposto dall’alto secondo quell’illusione tecnocratica che, appena è andata al governo, ha manifestato tutta la sua miseria concettuale e la sterilità riformatrice. 
La terza via è la mobilitazione cognitiva. Il salto da compiere consiste nell’andare oltre la separatezza tra la ricerca del chi e del che cosa. Solo nell’intreccio tra questi due momenti si produce nuova politica. Quando la differenza tra i soggetti interagisce con il necessario salto cognitivo sgorga la creatività sociale come esperienza politica. Come il vecchio partito di massa organizzava la democrazia aprendo le porte dello Stato ai ceti popolari, così oggi un partito che voglia chiamarsi democratico non a parole deve organizzare la creatività sociale.10Se questa è la proposta di Barca non solo la condivido, ma aderisco con entusiasmo. Però si deve sapere che è molto lontana dalla condizione reale dei nostri partiti, i quali hanno assunto la curiosa mescolanza di elementi post e pre-partito di massa. Da un lato leader mediatici e dall’altro notabili territoriali sono tenuti insieme da una sorta di patto di franchising, in cui i primi si occupano della cura del brand e i secondi dell’organizzazione del consenso.11 I partiti in franchising sono adatti ad attrarre clienti, non i cittadini che vogliono partecipare alle scelte; sono concentrati sul mantenimento dello scambio locale e quindi rimangono indifferenti all’elaborazione di programmi di governo nazionali; sono forme notabilari e perciò preposte al mantenimento di un ceto politico, ma non alla selezione di una classe dirigente.

La natura e le finalità di questi aggregati sono completamente diverse dalle associazioni di cittadini previste dall’articolo 49. Se dopo una lunga rimozione dal dibattito pubblico si torna a parlare delle forme politiche bisognerà anche adeguare il linguaggio per evitare fraintendimenti. Forse potrebbe aiutare anche un asterisco scrivendo, ad esempio, partiti* per indicare quelli in franchising da non confondere assolutamente con i partiti intesi come organizzatori di democrazia.

Tra la forma attuale e quella immaginata della creatività sociale non c’è continuità, sono due stati quantici diversi. Come un elettrone per passare da un’orbita all’altra ha bisogno o di acquisire energia o di perderla, così la trasformazione del partito può avvenire o per un salto in avanti o per una radicale destrutturazione dell’esistente. Bisognerà pensare a come organizzare la transizione.

In ogni caso, c’è una sorta di articolo 3 da affermare nelle nostre organizzazioni. Non basta dichiarare in astratto, come si sente spesso, che ci vogliono partiti belli e buoni, ma bisogna rimuovere gli ostacoli che impediscono la bellezza e la bontà.

La mobilitazione cognitiva potrebbe non bastare se si perdesse di vista che in fin dei conti un partito è sempre in una lotta per il potere animata da forti passioni collettive e questa dimensione non va nascosta dietro retoriche ireniche. Per fare popolo la sinistra deve definire una linea di frattura sulla quale ricomporre l’eterogeneità sociale. L’individuo spaesato nei flussi globali ha bisogno più di prima di principi di individuazione. Nello svuotamento della democrazia il cittadino sempre meno sovrano cerca una parte, ma spesso trova solo l’unanimismo dell’establishment. Nel cuore della grande crisi il lavoro frantumato non si agglutina più in una rivendicazione sindacale ma in una proposta politica. Con l’espressione fare popolo si deve intendere un’azione dall’alto e dal basso

Dall’alto, nel senso di “fare società con la politica” – come dicemmo nell’assemblea del CRS dopo un’altra sconfitta, quella del 200812 – cioè affermare nuovi contesti cognitivi, i frame di Lakoff, che aiutino i cittadini a prendere consapevolezza dei problemi e delle soluzioni possibili. Ci piaccia o no Berlusconi e Grillo sanno farlo a modo loro, la sinistra potrebbe farlo meglio mettendoci più cultura e più solidarietà.

Dal basso ritrovando alimento nella linfa popolare da troppo tempo perduta. È un movimento opposto al precedente perché rinuncia a mettere le braghe al mondo e accetta le contraddizioni della forma di vita contemporanea, senza costringerle in un normativismo astratto, ma piegandosi verso l’umiltà del male di cui ci ha parlato Franco Cassano.13 Per una riforma geopolitica dell’Europa

Infine, un’idea di partito è pur sempre un problema storico. Non è mai un modello organizzativo, ma diventa realtà solo se afferra le questioni storiche scoperchiate dalla crisi e riesce a proiettarle nell’avvenire. Non viviamo tempi normali. È davanti a noi la crisi europea.
Si vuole oscurare il fallimento di Maastricht raccontando la storiella popolare dei paesi spreconi del sud che non vogliono rimettere i propri debiti. La doppia semantica della parola Schuld, che significa sia debito sia colpa, spiega lo spessore culturale con cui le elites tedesche coniugano economicismo e populismo, a conferma di quanto poco esplicativa sia questa parola che indica fenomeni moto diversi tra loro. Contro lo sciagurato populismo di casa nostra Monti ha finito per assecondare quello tedesco, che riduce il problema europeo ad un disciplinamento della colpa meridionale, secondo gli stereotipi molto in voga nei giornali popolari tipo Bild.

Invece di richiamare l’attenzione su chi ci guadagna dalla crisi, le classi dirigenti italiane hanno accettato l’argomento antropologico di una carenza soggettiva dei popoli meridionali. La differenza mediterranea diventa un difetto da rimuovere per adeguarsi allo standard nordico, sembra non essere più parte integrante dell’ideale europeo.

È tempo che i paesi mediterranei e in primis l’Italia rivolgano un discorso nuovo al vecchio continente. Non solo per chiedere deroghe alle regole di contabilità, ma per un ripensamento geopolitico del progetto europeo. 

Venti anni fa la transizione postcomunista rese prioritario l’ampliamento verso i paesi dell’est. Quella del dopo muro è stata un’Europa senza Mediterraneo. Le rivoluzioni arabe, o come vogliamo chiamarle, avrebbero meritato la stessa attenzione spingendo il vecchio continente a volgersi verso il suo antico mare, dove si collocheranno le principali questioni del secolo appena cominciato: la questione energetica e ambientale; la creazione di lavoro che può venire solo dalla cooperazione tra le sature economie del nord e la crescita di quelle del sud; la migrazione dei popoli che mette alla prova la civiltà europea tra l’apertura ad un nuovo meticciato o la chiusura nei vecchi recinti; i focolai della guerra permanente e i conflitti religiosi più gravi del nostro tempo.
L’Europa di Maastricht ha la testa altrove, è chiusa a revisionare i conti e si riduce ad una vasta periferia intorno a un unico centro tedesco. L’Italia è il paese più svantaggiato da questa forma geopolitica e sarebbe quello più interessato a riformarla. Dovrebbe essere alla testa di un’alleanza tra i paesi rivieraschi per spostare il baricentro europeo verso il Mediterraneo. Non è un’ipotesi tra le altre, è l’unica possibilità per mantenere unita la nazione italiana nel XXI secolo. La questione settentrionale e la questione meridionale si sono cronicizzate perché lo Stato unitario non è più in grado di contenerle. Possono essere curate solo nel contesto più ampio di una nuova centralità euromediterranea dell’Italia. Questo è il compito di una nuova sinistra italiana che si candida a governare il Paese. Per riuscirci si deve liberare dalla subalternità verso le ideologie dominanti.

Dopo il trentennio dell’Inganno

Sembra volgere alla fine questo trentennio che invece di liberista bisognerebbe chiamare dell’Inganno. Aveva promesso più crescita economica e invece è stata inferiore a quella del trentennio glorioso. Aveva promesso di liberare le forze produttive e invece il lavoro e in parte anche il capitale sono stati dominati dalle rendite finanziarie e immobiliari. Aveva promesso meno Stato e invece ha statalizzato i debiti della finanza privata. Aveva promesso che tutte le barche sarebbero state innalzate dall’acqua alta e invece alcune sono sprofondate e altre sono andate a gonfie vele. Aveva promesso di consentire a tutti di prendersi il futuro e invece per la prima volta i giovani hanno la percezione di tornare indietro rispetto ai propri genitori. Aveva cantato gli inni della democrazia universale e invece è aumentata la disaffezione elettorale dei cittadini specie i più poveri.

C’è un disincanto verso queste ideologie e uno spazio aperto per una ripresa della cultura di sinistra. Lo si vede anche nel fermento di tanti movimenti, di esperienze sociali, di nuovi stili di vita, della ricerca di legami sociali. È tempo che queste tendenze sotterranee incontrino una soggettività politica in grado di rappresentarle. Non c’è solo una sinistra senza popolo; c’è anche un popolo che cerca una sinistra.

Perché dopo cinque anni di crisi non si esce dall’Inganno? Certo, non incanta più la gente, è diffuso il malessere sociale, si accendono qua e là anche i fuochi della protesta, la scienza economica si è svegliata dal lungo sonno dell’ortodossia, lo stile di vita del passato viene sempre più messo in discussione. Ma ancora non si afferma in Occidente alcuna alternativa politica all’egemonia liberista. Forse è troppo presto, in fondo il New Deal impiegò quasi dieci anni a rendere convincente la risposta alla crisi del ’29 e poi ci volle la guerra per attuarla a larga scala.

Se il trentennio fosse stato solo il primato dell’economia sulla politica non avrebbe potuto reggere a tante smentite proprio in campo economico. Resiste ancora perché è stato prima di tutto una forma di dominio politico che, secondo Colin Crouch,14 ha sedimentato strutture di regolazione e di comando capaci di resistere alle smentite della crisi. L’Inganno è una forma politica sfuggente, ma resistente ad ogni burrasca perché capace di presentare le sue decisioni sempre come conseguenze di una razionalità tecnico-economica. Nel contempo la vita reale dei cittadini si allontana sempre di più dai miti che in passato avevano sostenuto quella razionalità. Nella crisi si crea una frattura tra il livello sistemico e la dimensione vitale che si esprime nella dimensione politica come conflitto tra la tendenza tecnocratica e i fenomeni che genericamente chiamiamo populisti.

La contrapposizione lacerante tra il normativismo economico e l’anomia individuale rende sempre più difficile la decisione. Questo è il dato eclatante della crisi politica europea. E l’Italia è un formidabile laboratorio che anticipa e spiega la divergenza di queste tendenze politiche. Solo qui esse hanno avuto compiuta rappresentazione negli eroi del nostro tempo, il comico e il tecnico. In nessun altro paese queste figure sono arrivate al governo, né sono riuscite a condizionare il sistema politico. Anche nell’ultima campagna elettorale solo il vecchio e il nuovo comico hanno saputo interpretare la risposta vitalistica contro la dottrina dell’austerità europea. Questa d’altronde, aveva trovato l’interpretazione più ortodossa proprio nel governo Monti che è stato, ormai è evidente, più realista del re nell’applicare i vincoli di Maastricht a differenza perfino di alcuni governi dei paesi nordici.


Il comico e il tecnico sono le forme politiche di questo tardo liberismo che resiste senza convincere. Pur molto diversi tra loro, sono uomini soli al comando che chiedono ai cittadini di affidarsi a chi ne sa più di loro o a chi dice di essere proprio come loro. Con l’ubbidienza o l’immedesimazione non si esce dall’Inganno. 
Sono invenzioni italiane che, pur non avendo paragoni negli altri paesi, non di meno esprimono caratteri latenti della politica europea e segnalano una più ampia carenza egemonica delle classi dirigenti. Questo, anzi, è il nodo della crisi europea, l’accentuazione della frattura élite-popolo. C’è una doppia incapacità delle élites, in un verso di convincere i popoli e nell’altro di metabolizzarne le energie vitali. L’epifania in Italia di questa apparente divaricazione tra tecnocrazia e populismo anticipa ed esaspera una tendenza europea verso soluzioni unilaterali dell’ingovernabilità. I nostri problemi anticipano quelli europei, per questo nelle cancellerie si preoccupano di noi. 

La sinistra italiana finora è rimasta schiacciata in questa morsa. Ha subito sempre l’egemonia altrui. Prima accettando senza colpo ferire tutti gli errori del governo tecnico, che solo un anno fa era scandaloso criticare, mentre oggi sono proprio i più accaniti difensori di quei provvedimenti a spiegarci che bisogna rivedere l’Imu e il doppio fallimento Fornero sulle pensioni e sul lavoro. In secondo luogo presentandosi in campagna elettorale senza un progetto riformatore capace di convincere gli italiani e di smascherare le illusioni grilline e berlusconiane.
Bisogna lavorare ancora sull’anomalia italiana. In passato si è spesso manifestata in Europa come innovazione maligna. Ma nel Paese dell’invenzione politica si può immaginare anche una via d’uscita per la crisi di egemonia delle classi dirigenti europee. Solo una sinistra che fa popolo può realizzare le riforme con il consenso dei cittadini. L’anomalia italiana deve ancora mostrare il suo lato positivo.



1 J. Diamond, Collasso, Einaudi, Torino, 2005.

2 G. Lakoff, Non pensare all’elefante, Fusi orari, 2006.

M. Renzi, “Non basta la fede per salire al Colle”, in La Repubblica, del 15-4-2013

M. Luciani, “Dopo la Caporetto, può risorgere il Parlamento?”, in L’Unità del 22-4-2013

G. Preterossi, “Chi nega la politica”, nel prossimo numero di Italianieuropei.

Wu Ming, “Il movimento 5 stelle ha difeso il sistema”, in Internazionale del 27-2-2013

E. Laclau, La ragione populista,Laterza, Roma.

M. Tronti, Sull’autonomia del politico, Feltrinelli, Milano, 1977. Per le sue valutazioni sull’attuale situazione politica: “Non si cavalca uno tsunami”, in L’Unità del 4-4-2013.

Per un’analisi di lungo periodo e a scala globale della statalizzazione dei partiti, si veda: A. Mastropaolo, La democrazia è una causa persa?, Bollati Boringhieri, Torino, 2011.

10 W. Tocci, “Dalla formazione all’informazione. Formazione e professione politica ieri e oggi, in Equilibri, Il Mulino, n. 2, 2006.

11 Ho sviluppato l’analisi del partito in franchising in: “L’insostenibile ascesa della rendita urbana” – Democrazia e Diritto, n. 1, 2009

12 http://www.centroriformastato.org/crs2/spip.php?article449. La relazione di Tronti si chiudeva con una frase illuminante anche oggi: “La cosa che lascerei in dubbio è se fare un grande partito della sinistra o un partito della grande sinistra”.

13 F. Cassano, L’umiltà del male, Laterza, Roma.

14 C. Crouch, Il potere dei giganti, Laterza, Roma-Bari, 2012.

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