Tag Archives: Berlusconi

A proposito di Alitalia

25 Apr

A proposito di Alitalia, vale la pena di ricordare come e perché nel 2008 un governo dotato di ampi poteri fece di tutto (nel senso più ampio dell’espressione) per condurre la compagnia verso il baratro, respingendo sdegnosamente – per puro calcolo politico – l’offerta di Air France e KLM.
Il presidente del consiglio di quel governo (si fa sempre per dire, eh) si chiamava Silvio Berlusconi.

Qui trovate una breve storia dei fatti e qui la cronaca del passaggio a Etihad nel 2014 con le prospettive del nuovo management.

 

 

 

 

 

 

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I racconti, le storie brevi, sono come quegli sguardi lanciati da una finestra aperta che permettono di vivere quanto accade giù nella strada, nella vita di tutti i giorni, di immaginare i pensieri dell’ignoto passante o il dialogo dell’altrettanto ignota coppia mentre vengono percorsi i pochi metri che la visuale consente.
In questi dieci racconti c’è quasi sempre Roma, come sfondo o protagonista, ma i personaggi, con le loro personalità, le manie, le loro storie personali, potrebbero esistere ovunque: per conoscerli, e conoscere le loro storie, basta affacciarsi a questa finestra.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/racconti/322551/la-finestra-aperta-3/

 

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Una gran cippa

21 Gen

Nel suo blog sul l’Espresso oggi Luigi Bruschi pone una innocente domanda (quella che trovate subito qui sotto) cui io, da quel maleducato, sovversivo, fazioso, eccetera che sono, ho risposto nel titolo. Ma non mi pare proprio che i democratici (o autodefinitisi tali) abbiano vinto qualcosa di più. Anzi, per essere ancora più diretto e preciso hanno vinto ‘sto cazzo.
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Vincere cosa, esattamente?

Abbiate pazienza eh, ma giunti a questo punto, dopo le vicende delle ultime ore che rilanciano il Patto del Nazareno e tutto il resto, mi coglie un irrefrenabile bisogno di porre un quesito.

E vorrei porlo a tutti coloro – ed erano in tanti, lo ricordo bene – che a suo tempo decisero di puntare su Renzi perché “comunque si deve pur vincere“.

A costoro chiederei oggi: scusate eh, ma decidere le sorti del paese con la finta destra populista di Berlusconi da un lato e la Forza Italia sotto mentite spoglie di Alfano dall’altro, ottenendo allo stesso tempo il risultato di contribuire indirettamente al rafforzamento della nuova destra populista di Salvini (unica a restare ‘non compromessa’ dalla triplice alleanza, per dir così), e ancora cambiare verso al PD, spostandolo al centro e dandogli esattamente la forma del partito-padrone tanto avversato per 20 anni, imbarcando per di più quelli che fino al giorno prima dovevano essere da rottamare e ghettizzando quel poco di sinistra rimasta nel PD al punto da costringerla a sloggiare…

No dico per voi democratici, pensateci bene per un momento, tutto questo significa vincere cosa, esattamente?

 

Di politica, fantapolitica e legge elettorale

4 Set

Ringrazio Nando Cancedda per questa nota e per la segnalazione
dell’articolo di  Daniela Ranieri  su Il Fatto, riportando entrambi
integralmente (un filo rosso).

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sordi_berlusconi-510Il mio parere è che la legge elettorale approvata alla Camera e prossima all’esame del Senato è una legge tanto incostituzionale quanto quella in vigore. Se approvata definitivamente senza sostanziali modifiche, è destinata comunque a favorire una svolta antidemocratica. Indipendentemente da chi potrebbe esserne il beneficiario. I senatori democratici di qualunque forza politica dovrebbero comportarsi di conseguenza. Se nel novembre 2015 (ma Renzi non punta al 2018?) le cose dovessero andare come nel racconto fantapolitico del Fatto ma anche se i risultati favorissero invece la sinistra, questo non dovrebbe spostare nulla nella determinazione del Parlamento e dell’opinione pubblica. Lo dico perché dobbiamo a questi calcoli se da decenni non riusciamo ad avere una legge elettorale decente (nandocan).

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***di Daniela Ranieri, da Il Fatto quotidiano, 2 settembre 2014 –

Ore 23 del 15 novembre 2015. In studio dicono che ha votato la metà degli italiani. “Bene” sussurra Gianni Letta a B., a Palazzo Grazioli. “Bene” sussurra Luca Lotti a Renzi, a Montecitorio.

Il Pd, forte del 40,8% alle Europee di un anno e mezzo fa, si è presentato quasi da solo. Civatiani e opposizione interna di Mineo e Chiti si sono auto-neutralizzati, per ora, in un gelido 4%. Sel, Verdi, altre frattaglie della sinistra che fu, corrono soli, restando ben al di sotto di quell’8% che permetterebbe loro l’accesso alla Camera.

Forza Italia, benché i sondaggi la dessero in crescita dopo che B. ha ottenuto la grazia da Napolitano pochi giorni prima delle sue dimissioni, corre in coalizione con altri 5 partiti: Ncd (“per l’appartenenza alla famiglia del PPE”), Fratelli d’Italia, Lega, No Equitalia, guidata da Lele Mora, e Forza Milan, guidata da Barbara Berlusconi. Alle 23.30, FI è data al 19%, gli altri al 3.

A mezzanotte Mentana legge i primi risultati: il Pd stacca tutti con uno stupendo 36%. FI e M5S arrancano al 20.

Al Nazareno l’atmosfera si scalda. “Bene” fa Filippo Taddei, subito incenerito da uno sguardo di Renzi. Il capo si aspettava di più, è chiaro. L’Italicum del patto del Nazareno, scritto con Verdini, non più ritoccato grazie al ghigliottinamento o canguramento di migliaia di emendamenti alla Camera, dovrebbe consegnargli più della metà dei seggi alla Camera e consentirgli una serie di altre mandrakate su presidenza della Repubblica, Senato, Csm. Non è per questo che i gufi e i rosiconi gli hanno fatto la guerra? Che si sono agitati spettri di insidie e macchinazioni autoritarie? La Picierno vuole stappare una bottiglia di spumante. La Boschi, ministra delle Riforme, dei Rapporti col Parlamento, degli Esteri e degli Interni, tira fuori la calcolatrice: “Col 37% andiamo al ballottaggio, vero?”.

Il Pd, analizzano in studio, sconta le politiche di Renzi, che ha perso tempo su legge elettorale e riforma del Senato invece di occuparsi di lavoro, sanità, politiche per la casa. La recessione è ai massimi storici. La deflazione non è stata compensata da un aumento della domanda. Gli 80 euro sono stati restituiti o spesi con gli interessi in tasse, cure mediche e psichiatriche, aumenti di ticket per parcheggi e biglietti di bus e treni. L’Europa non ha creduto alla crescita fittizia del Pil dopo che nel suo conteggio sono finiti spaccio, prostituzione, corruzione , proventi della mafia e, in extremis, evasione fiscale. Il primo messaggio di B. da uomo libero, trasmesso in estate a reti Mediaset unificate, ha restituito speranza agli italiani: quando c’ero io andavate in pizzeria tutti i sabati; quando c’ero io mangiavate davanti ai telequiz; quando c’ero io la patonza girava. Alle 2 il Pd è al 38%, FI al 20.

B. guarda Letta. Renzi guarda Lotti. Mentana sbianca: FI, con i 5 partiti civetta al 4%, starebbe al 40%.
“Bene” fa Letta. “Ops” fa Lotti. “Non si agitino spettri” fa Napolitano da Castel Porziano.
All’alba, Mentana, stremato, legge il risultato definitivo: Pd primo partito, col 36%. FI secondo, col 20. “Bene, no?” fa la Madia. “Diciamo”, fa D’Alema. FI, coi 5 partiti nessuno dei quali supera il 4,5%, ha vinto le elezioni al primo turno, e col 20% dei voti del 50% degli italiani con diritto di voto, cioè col 10% sul totale, si aggiudica il 55% dei seggi alla Camera.

In mattinata, l’Italia apprende cosa succederà: il premier Silvio Berlusconi potrà contare su oltre la metà dei deputati da lui nominati alla Camera per eleggere il nuovo capo dello Stato, mentre al Senato gli bastano 33 tra sindaci e consiglieri regionali, sempre da lui nominati e tutti incensurati grazie all’immunità che il Pd gli ha regalato, per eleggere un suo uomo già dopo il terzo scrutinio. Il presidente della Repubblica sarà Gianni Letta, il cui primo atto sarà graziare Marcello Dell’Utri, ingiustamente detenuto cofondatore del partito che la nazione ha di nuovo premiato.

B. nominerà 5 giudici su 15 della Corte costituzionale. Altri 5 li nominerà Gianni Letta.
Alcuni tra i più indomabili esponenti dell’opposizione saranno silenziati, o fatti direttamente arrestare con voto a maggioranza semplice alla Camera e al Senato. Renzi mangerà del maiale davanti al Nazareno, per prendere per il culo i giornali stranieri che ci prendono per il culo. I piddini andranno nei talk show a dire che sono il primo partito, e che, come s’è visto, Renzi non aveva mire autoritarie.

I cittadini invecchieranno, o espatrieranno. Proveranno a raccogliere 800 mila firme per referendum che abroghino qualcosa. Alcuni verranno bloccati dalla Consulta. Per quelli che passeranno, B. si procurerà di mandare Razzi davanti alla Cassazione, con una busta di 5.000 euro da dare sull’unghia a chi toglierà il proprio nome dall’elenco. E così per sempre, per tutte le altre raccolte firme, che saranno sempre, al massimo, 799 mila.

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P.S. E con questo fanno 500. Chi l’avrebbe mai detto. 🙂

Solo quattro anni sprecati? Magari

20 Ago

Oggi su Repubblica, Luciano Gallino analizza gli ultimi quattro anni di governo dell’Italia e i risultati raggiunti dai Presidenti del Consiglio che si sono succeduti, Berlusconi, Monti, Letta. La sintesi è penosa. Tuttavia, potrebbe insegnare qualcosa all’attuale guida del Governo, Renzi, e cioè quanto sia non più rinviabile un serio e completo piano di rilancio dell’economia. Quindi basta con le riforme costituzionali che non portano da nessuna parte, create solo per dare maggior potere dell’esecutivo (del momento, non dimentichiamolo) e si pensi a creare nuovi posti di lavoro, a sostenere le imprese con indicazioni e progetti, a rilanciare la scuola e la ricerca: come dice Mariana Mazzuccato, lo Stato diventi innovatore e imprenditore. L’alternativa la conosciamo già, anzi siamo già dentro la sua anticamera: la recessione.

 

QUATTRO ANNI SPRECATI

di Luciano Gallino

QUALCOSA come 160 miliardi sottratti ogni anno all’economia. L’industria ha perso un quarto della sua capacità produttiva. La produzione di autovetture sul territorio nazionale è diminuita del 65 per cento. L’indicatore più scandaloso dello stato dell’economia, quello della disoccupazione, insieme con quelli relativi alla immensa diffusione del lavoro precario, ha raggiunto livelli mai visti. La scuola e l’università sono in condizioni vergognose. Sei milioni di italiani vivono sotto la soglia della povertà assoluta, il che significa che non sono in grado di acquistare nemmeno i beni e i servizi di base necessari per una vita dignitosa. Il rapporto debito pubblico-Pil sta viaggiando verso il 140 per cento, visto che il primo ha superato i 2100 miliardi. Questo fa apparire i ministri che si rallegrano perché nel corso dell’anno saranno di sicuro trovati tre o quattro miliardi per ridurre il debito dei tristi buontemponi. Ultimo tocco per completare il quadro del disastro, l’Italia sarà l’unico Paese al mondo in cui la compagnia di bandiera ha i colori nazionali dipinti sulle ali, ma chi la comanda è un partner straniero.

Si possono formulare varie ipotesi circa le origini del disastro. La più nota è quella avanzata da centinaia di economisti europei e americani sin dai primi anni del decennio. È un grave errore, essi insistono, prescrivere al cavallo maggiori dosi della stessa medicina quando è evidente che ad ogni dose il cavallo peggiora. La medicina è quella che si compendia nelle politiche di austerità, richieste da Bruxelles e praticate con particolare ottusità dai governi italiani. Essa richiede che si debba tagliare anzitutto la spesa pubblica: in fondo, a che cosa servono le maestre d’asilo, i pompieri, le infermiere, i ricercatori universitari? In secondo luogo bisogna privatizzare il maggior numero possibile di beni pubblici. Il privato, dicono i medici dell’austerità, è sempre in grado di gestire qualsiasi attività con superiore efficienza: vedi, per dire, i casi Ilva, Alitalia, Telecom. Infine è necessario comprimere all’osso il costo del lavoro, rendendo licenziabile su due piedi qualunque tipo di lavoratore. I disoccupati in fila ai cancelli sono molto più disposti ad accettare qualsiasi lavoro, a qualsiasi condizione, se sanno che al minimo sgarro dalla disciplina aziendale saranno buttati fuori come stracci. Altro che articolo 18.

Nell’insieme la diagnosi appare convincente. Le politiche di austerità sono un distillato delle teorie economiche neoliberali, una macchina concettuale tecnicamente agguerrita quanto politicamente misera, elaborata dagli anni 80 in poi per dimostrare che la democrazia non è che una funzione dell’economia. La prima deve essere limitata onde assicurare la massima espansione della libertà di mercato (prima di Draghi, lo hanno detto senza batter ciglio Lagarde, Merkel e perfino una grande banca, J. P. Morgan). La mente e la prassi di tutto il personale che ha concorso a governare l’economia italiana negli ultimi anni è dominata sino al midollo da questa sofisticata quanto grossolana ideologia; non c’è quindi da stupirsi che essa abbia condotto il Paese al disastro. Domanda: come mai, posto che tutti i governanti europei decantano e praticano i vantaggi delle politiche dell’austerità, molti dei loro Paesi se la passano meglio dell’Italia? La risposta è semplice: perché al di sotto delle coperture ideologiche che adottano in pubblico, le iniziative che essi prendono derivano piuttosto da una analisi spregiudicata delle reali origini della crisi nella Ue. In Italia, non si è mai sentito un membro dei quattro “governi del disastro” proporre qualcosa di simile ad una tale analisi, con la conseguenza che oltre a praticare ciecamente le politiche neoliberali, i nostri governanti ci credono pure. Facendo di loro il personale politico più incompetente della Ue.

Si prenda il caso Germania; non a caso, perché la Germania è al tempo stesso il maggior peccatore economico d’Europa (copyright Flassbeck), e quello cui è meglio riuscito a far apparire virtuoso se stesso e peccatori tutti gli altri. Il motivo del successo tedesco è noto: un’eccedenza dell’export sull’import che col tempo ha toccato i 200 miliardi l’anno. Poco meno di due terzi di tale somma è dovuta ad acquisti da parte di altri paese Ue. Prodigio della tecnologia tedesca? Nemmeno per sogno. Prodigio, piuttosto, della formula “vai in malora te e il tuo vicino” (copyright Lapavitsas) ferreamente applicata dalla Germania a tutti i Paesi Ue. Grazie alle “riforme” dell’Agenda 2010, dalla fine degli anni 90 i lavoratori tedeschi non hanno visto un euro in più affluire ai loro salari; il considerevole aumento complessivo della produttività verificatosi nello stesso periodo si è tradotto per intero nella riduzione dei prezzi all’esportazione. In un regime di cambi fissi come quello imposto dall’euro, questo meccanismo ha trasformato la Germania in un Paese a forte surplus delle partite correnti e tutti gli altri Paesi dell’Eurozona in Paesi deficitari. Ha voglia la Cancelliera Merkel di decantare le virtù della “casalinga dello Schlewig-Holstein”, che spende soltanto quel che incassa e non fa mai debiti. La virtù vera dei tedeschi è consistita, comprimendo i salari interni per favorire le esportazioni, nel diventare l’altezzoso creditore d’Europa, mettendo in fila tutti gli altri Paesi come debitori spreconi. È vero che negli incontri ufficiali è giocoforza che ognuno parli la neolingua del regime neoliberale che domina la Ue. Invece negli incontri dove si decidono le cose serie bisognerebbe chiedere ai governanti tedeschi che anziché della favola della casalinga si discuta magari delle politiche del lavoro — quelle tedesche — che hanno disastrato la Ue. Potrebbe essere utile quanto meno per condurre trattative per noi meno jugulatorie. Tuttavia per fare ciò bisogna avere una nozione realistica della crisi, e non è chiaro se esiste un solo governante italiano che la possegga.

Nei discorsi con cui verso metà agosto Matteo Renzi ha occupato gran parte delle reti tv, si è profuso in richiami alla necessità di guardare con coraggio alla crisi, di non lasciarsi prendere dalla sfiducia, di contare sulle risorse profonde del paese. Sarà un caso, o uno spin doctor un po’ più colto, ma questi accorati richiami alla fibra morale dei cittadini ricordano il discorso inaugurale con cui Franklin D. Roosevelt inaugurò la sua presidenza nel marzo 1933. In Usa le conseguenze furono straordinarie. Ma non soltanto perché i cittadini furono rianimati di colpo dalle parole del presidente. Bensì perché nel giro di poche settimane Roosevelt creò tre agenzie per l’occupazione che in pochi mesi diedero un lavoro a quattro milioni di disoccupati, e attuò la più grande ed efficace riforma del sistema bancario che si sia mai vista in Occidente, la legge Glass-Steagall. Ci faccia vedere qualcosa di simile, Matteo Renzi, in tempi analoghi, e cominceremo a pensare che il suo governo potrebbe anche risultare meno disastroso di quanto oggi non sembri.

Una spaventosa responsabilità

16 Lug

Alessandro Gilioli, uno dei più attenti osservatori della nostra quotidiana realtà, ha scritto questo post (riportato integralmente più sotto) con cui concordo pienamente. E’ la sintesi cui ci hanno portato gli ultimi vent’anni ma dove non sono comunque racchiuse tutte le responsabilità: gli anni del Berlusconi trionfante affondano le radici fin dai ’60, quando la classe politica si beava del florido sviluppo cui stava assistendo e di cui aveva ben pochi meriti,  non pensando – per pura incapacità – a costruire il futuro economico, politico, sociale e culturale del Paese.

Tra la fine di quel decennio e quello successivo si vivono gli anni di piombo: e neppure allora la classe dirigente, nonostante i segnali del ’68 fossero chiari, si preoccupò di individuare le origini del disagio e del malessere, porvi rimedio, studiare come lanciare i ponti per un futuro fatto di responsabilità e consapevolezza.  Era forse una delle ultime occasioni per ricostruire la scuola e l’istruzione, dare una coscienza civica al Paese, investire nel sociale; in altre parole, puntare all’obbiettivo vitale delle giovani generazioni come i nuovi italiani liberati dalle scorie del passato: politici preparati e integerrimi, imprenditori lungimiranti, cittadini con un profondo e innato senso del dovere.

Il vaso di Pandora esplose con Tangentopoli e nacque ancora una volta la speranza che la piccola Italia della collusione, della corruzione, dei furbi inetti ma potenti, sarebbe stata spazzata via. Invece arrivò  – terribile ironìa della sorte nelle parole – Forza Italia.  E da allora cominciò la discesa inarrestabile che ci ha portati fin qui e alle parole di Zavoli che riporta Gilioli.

Ecco quindi la spaventosa responsabilità: per il passato, di quelli che cinquant’anni fa non furono capaci – pur avendo tutto, ma proprio tutto, a disposizione – di progettare e realizzare la nuova Italia; di quelli che seguirono ricalcando pigramente o per convenienza personale  il percorso dei predecessori; di Berlusconi e dei suoi elettori, inclusi quelli in buona fede.
Per il presente, – e per il futuro – la spaventosa responsabilità è di chi guida oggi il Paese e punta su riforme che tendono a creare un concentrato di potere mai visto nè immaginato nelle mani di una sola persona, dimenticando o mettendo scientemente da un lato la partecipazione democratica alle scelte. Come ha scritto sul Corriere Mauro Magatti,

“Ma per costruire e cambiare davvero, per rianimare un’intera società, occorre saper decidere delineando il senso di un cambiamento di cui sia possibile condividere con altri le aspirazioni e le ragioni. Che vengono prima e vanno oltre la persona del leader. E di cui egli porta, solo provvisoriamente, la responsabilità.”

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l ricatto e il pugno di mosche

di Alessandro Gilioli

«Siamo tutti sotto ricatto. Stiamo approvando una riforma spaventosa ma, se casca questo governo, è la barbarie. Se Renzi fallisce si apre una voragine pericolosa». Così Sergio Zavoli, che a 90 anni ha l’età in cui, diciamo, non si temono conseguenze.

È proprio così, in questo Paese.

Dove nessuno vede un’alternativa realistica all’esecutivo in carica: non solo i poteri economici e mediatici – conformisti come non erano mai stati – ma neppure milioni di cittadini comuni, siano partite Iva o dipendenti preoccupati per la sorte della propria azienda, pensionati o Cocopro. Tutti renziani? In un certo senso sì, ma più per necessità che per amore, insomma soprattutto per mancanza d’altro alle viste.

Colpa di tutti, s’intende.

Colpa di una destra che per vent’anni si è schierata dietro Berlusconi, e oggi esiste solo come corrente renziana. Colpa di una sinistra che non ha saputo sostituire la vecchia oligarchia piddina con una generazione preparata e consapevole: ammannendoci ai posti di comando incapaci arroganti come Boschi o Serracchiani. Colpa di un Movimento 5 Stelle che non ha capito la responsabilità ciclopica di essere diventato l’unica opposizione e non ha quindi saputo proporsi come credibile alternativa di governo.

Quindi ci resta in mano un pugno di mosche. Il niente. E il ricatto di cui parla Zavoli: “una riforma spaventosa”, a cui tuttavia pochissimi hanno il coraggio di opporsi nei suoi pessimi contenuti, in nome di una real politik che è la sconfitta di tutti.

 

 

 

 

 

 

 

168 ore = 7 giorni

25 Apr

Non c’avevate pensato, eh?  Meno male che c’è Makkox, l’Eccelso. 🙂

 

 

Non avrà cambiato idea.

16 Apr

«Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perchè sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana».
Dall’intervista a Silvio Berlusconi di Boris Johnson e Nicholas Farrell
per  The Spectator: “Forza Berlusconi!”

Il Sole 24 ore del 4 settembre 2003 (ANSA).

Lo scadente esordio di Renzi – Il nuovo Presidente del Consiglio è largo di promesse ma povero nei dettagli*

2 Mar

Quando un politico con un’inclinazione al populismo assume un incarico, forma un governo e rivela il suo programma, in genere deve avere qualcosa con cui compiacere tutti. Così pare sia a prima vista per il nuovo Presidente del Consiglio, Matteo Renzi.

Otto dei 16 ministri che ha presentato il 21 febbraio erano donne, tra cui il primo ministro donna della Difesa, Roberta Pinotti, e Federica Mogherini, che a 40 anni è il più giovane ministro degli Esteri dal 1936. L’età media del suo gabinetto (47 anni) è perfino più bassa di quella del suo predecessore, Enrico Letta.  E comprende anche decisioni per rassicurare imprenditori e investitori: Pier Carlo Padoan, che è stato capo economista dell’OCSE, è ministro dell’Economia e Federica Guidi, già presidente dei giovani industriali, ministro dello Sviluppo economico. Non manca neppure l’immaginazione: gli Affari regionali sono andati ad un sindaco che ha resistito alla mafia calabrese.

Quando però ha chiesto il voto del Parlamento, al Presidente del Consiglio è capitato qualcosa che impensierirebbe chiunque. Il 25 febbraio ha ricevuto un voto di fiducia alla Camera dove il suo Partito Democratico ha una forte maggioranza. Ma il giorno prima, al Senato, dove la maggioranza è ridotta, ha ricevuto 169 voti a favore e 135 contro, il che non rappresenta una sicurezza nel fragile sistema italiano.

Molti senatori, alcuni del suo stesso partito, sono rimasti sconcertati dai modi in un certo senso arroganti di Renzi. Ha infranto la tradizione parlando a braccio e tenendo per qualche tempo la mano in tasca, poi informando perentoriamente i suoi ascoltatori che sarebbero rimasti disoccupati (il suo progetto è di trasformare il Senato in una Camera delle Regioni, sul modello del Bundesrat tedesco).  Quando un membro dell’opposizione ha obiettato a questi modi, si è sentito rispondere che “probabilmente perché siete sempre più lontani dal modo di parlare della gente là fuori”.

Il problema più grosso, tuttavia, è la mancanza di particolari nel discorso di Renzi.  Ha promesso una riforma al mese da qui a giugno: quella sul lavoro, sulla burocrazia e sul sistema fiscale. Ma non ha messo polpa nella scarna proposta per un nuovo contratto di lavoro, o sull’estensione a tutti del sussidio di disoccupazione. Ha parlato invece di un taglio di 10 miliardi del cuneo fiscale (tasse sul reddito e contributi sociali), di un programma di edilizia scolastica di “diversi miliardi” come del pagamento dei crediti dei privati verso lo Stato, stimato in oltre 100 miliardi. Non c’è stato però nessun reale chiarimento su come Renzi intenda trovare queste risorse.
Impensierito da questi primi impegni di Renzi, Olli Rehn, commissario per gli Affari economici dell’UE, ha già dato un primo altolà. Ma non sarà confortato dal commento del Presidente del consiglio alle Camere che vuole un’Europa “dove l’Italia non va a ricevere istruzioni per sapere cosa deve fare”.

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 * Questa non è una nota mia (come qualche malizioso potrebbe pensare), ma la fedele traduzione di un articolo dell’Economist del 1° marzo. Sì, ricordate bene: quello stesso settimanale inglese che ha criticato ferocemente per anni Berlusconi, definendolo, quando è stato più gentile, “inadatto a governare”.

Economist COVERS

Errata corrige: SULLE PALLE

29 Set

HP Famiglia Cristiana

Dalla home page di Famiglia Cristiana
(cui chiedo scusa per la goliardata, ma è stato più forte di me)

Ultimo atto.

27 Set

Sono rimasti in pochi a non volerlo capire.

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