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Montanari: “tenere insieme la politica e la vita”.

8 Dic

 

Pochi giorni fa a Firenze, al seminario di Libertà e Giustizia, il suo presidente Tomaso Montanari ha concluso con questo  discorso.
Credo sia inutile dire che condivido tutto: dalla lotta contro il professionismo parlamentare a quella contro la corruzione, dalla vitale esigenza di trasparenza nella politica alla difesa della nostra Costituzione, prima, e  alla ferma richiesta, poi, della sua attuazione. 

Sono gli stessi temi che hanno animato ed entusiasmato chi ha seguito Tomaso Montanari e Anna Falcone nel progetto del Brancaccio e che non si è di certo concluso. Fin che ci saranno cittadini che resistono alla delusione, all’amarezza, alla rassegnazione ci sarà la possibilità di recuperare passione e partecipazione in coloro che oggi si sono rifugiati nell’astensione o nel populismo. Ma occore risvegliare quella fiducia spenta e per questo la politica deve tornare al suo compito originario: servizio e non privilegio.

N.B. Mi sono permesso di evidenziare alcuni passaggi particolarmente interessanti come le citazioni. Anche il neretto è mio.

 

LA NOSTRA VIA

Qual è dunque il compito di un’associazione come Libertà e Giustizia?

Vorrei rileggere l’ultima parte del messaggio di Gustavo Zagrebelsky:

«Il futuro richiederà impegno rinnovato e non solo per dire di no. LeG è e deve restare una associazione di cultura politica che non pratica alcun collateralismo rispetto a partiti o movimenti. I suoi associati devono essere liberi di operare in politica secondo i propri orientamenti pratici, pur in conformità con gli ideali dell’Associazione alla quale aderiscono. LeG deve fornire idee ed elaborazioni e non limitarsi a protestare, a denunciare».

Provo a tradurre: LeG deve sforzarsi, ancora di più, di forgiare e mettere a disposizione di tutti, strumenti per esercitare la sovranità. Attraverso le nostre scuole: ma anche, come ha proposto Sandra [Bonsanti, ndr], attraverso tanti seminari come questo, seppure in forma più piccola e diffusi in tutti i circoli.

Concludendo questa bella domenica, e prima di lasciare spazio alla festa per la Costituzione organizzata insieme ai nostri amici del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, vorrei indicare i quattro punti fondamentali intorno ai quali dovrà concentrarsi il nostro lavoro.

1.

Il primo è: alimentare la cultura del dissenso. La critica come fondamento del metodo democratico.

Non è facile in un Paese conformista come l’Italia fare come lo scrivano Bartleby di Melville, e rispondere al potere, piccolo o grande che sia, «preferirei di no».

Riflettiamoci: è esattamente questo ciò che è avvenuto il 4 dicembre.

Costruire e mettere in circolo anticorpi contro il conformismo, contro la mentalità dell’appartenenza, contro la malintesa ‘fedeltà’: ecco il nostro primo dovere.

E qua la lotta alla corruzione (che è uno dei compiti che LeG si è fin dall’inizio assunta) e la lotta per un nuovo modo di fare politica coincidono perfettamente.

Piercamillo Davigo ha raccontato che quando era all’inizio della sua carriera di conoscitore della corruzione si imbatté in un caso che lo fece soffrire, e lo sconcertò. Si trattava di un giovane impiegato, non bisognoso, che lavorava in un ufficio pubblico. E che era stato sorpreso a farsi corrompere con una mazzetta dalla cifra irrisoria. Di fronte a Davigo che gli chiedeva perché mai si fosse rovinato la vita per 250.000 lire, quel ragazzo gli rispose: «ma lei, dottore, non ha capito: il punto non sono i soldi, il punto è il sistema. Se io avessi detto no, sarei stato un lebbroso, un escluso, un morto». Già, perché in quell’ufficio come nella politica italiana, tutto si basava sulla fedeltà, sull’appartenenza, sulla complicità, sulla comune partecipazione al sistema. Sulla ricattabilità – come ha teorizzato con il consueto, plaudente, cinismo Giuliano Ferrara: se non sei ricattabile, non sei ‘affidabile’. Chi mai potrà impedirti di dire di no, al momento giusto?

Allora, il primo compito di Libertà e Giustizia e contribuire a formare italiane e italiani capaci di dire di no. Di non essere ‘affidabili’, di non essere ricattabili: capaci di essere fedeli, sì, ma solo alla Costituzione.

Diciamocelo chiaro: tutto questo significa tentare di scardinare il professionismo parlamentare. Nelle ultime settimane mi sono reso conto direttamente di quanto sia fondamentale conservare la libertà di dire di no: dire di no alle pressioni, alle promesse alle lusinghe del potere. Avrei potuto farlo con eguale forza e chiarezza, mi sono chiesto, se non avessi avuto un lavoro?

E se queste riflessioni vi paiono troppo strettamente legate alla situazione contingente, ebbene permettetemi di rispondere con alcune parole scritte da Piero Calamandrei nel luglio del 1956: 

«deputati e senatori sono diventati a poco a poco, anche senza volerlo, professionisti della politica: la politica, da munus publicum è diventata una professione privata, un impiego. Questo cambiamento ha segnato una svolta di tutto il sistema, lo ha snaturato, e rischia di distruggerlo: essere eletti deputati vuol dire trovare un impiego, l’attivismo politico diventa una carriera, non essere rieletti vuol dire perdere il pane. E le campagne elettorali diventano per molti candidati lotte contro la (propria) disoccupazione. I partiti da libere associazioni di volontari credenti si sono trasformati in eserciti inquadrati da uno stato maggiore di ufficiali e sottufficiali in servizio attivo permanente, nei quali a poco poco si intimidisce lo spirito dell’apostolo e si crea l’animo del subordinato, che aspira a entrare nelle grazie del superiore. L’elezione dipende dalla scelta dei candidati: la qual è fatta non dagli elettori, ma dai funzionari di partito. Ai parlamentari d’oggi per essere coerenti indipendenti, occorre una forza d’animo vicina all’eroismo: sanno che se non saranno riletti, si riaprirà per loro, in età matura, il problema dell’esistenza. Se è proprio vero che ormai il sistema parlamentare non può più fare a meno di questa sempre più invadente classe di professionisti della politica senza i quali partiti si sfasciano e le aule parlamentari restano deserte, vien fatto di domandarci se a questa mutazione di sostanza non sia necessario far corrispondere qualche ritocco giuridico del sistema».

Fin qui Calamandrei. Ora, io non so quale possa essere un rimedio istituzionale. Ma credo che il compito di LeG sia quello di formare cittadini che vogliano, caparbiamente e non importa quanto ingenuamente, disturbare i manovratori con un impegno pressante, tenace, fecondo.

Fare politica senza appartenere alla politica. Portare il punto di vista dei cittadini dentro il cuore del professionismo politico. Perché lottare contro la corruzione non vuol dire solo, cito Enrico Berlinguer, «porre fine al finanziamento occulto e alle ruberie, ma anche al sistematico sacrificio degli interessi pubblici più sacrosanti (la salute, la difesa del paesaggio e del patrimonio artistico, l’ordinato sviluppo urbanistico, l’onesto rispetto della legge e dell’equità) agli interessi privati, di parte, di corrente, di gruppi e uomini nella lotta per il potere».

La questione è molto semplice: un futuro diverso dalla continuazione di questo presente non potrà che essere costruito da una «politica diversa». Non dobbiamo mai dimenticare che – sono parole di Benedetto Croce – «ciascuno di noi può contribuire, quotidianamente, nei più vari modi, a restaurare a rinsaldare a rendere più operoso e combattente l’amore della libertà, e senza pretendere, o attendere, l’assurdo – ossia che la politica cambi la natura sua – contrapporle una forza non politica che essa non può sopprimere mai radicalmente, perché rigermina sempre nuova nel petto dell’uomo, e con la quale dovrà sempre, per buona politica, fare i conti».

2.

Un secondo punto, strettamente legato al primo, è l’impegno costante per la trasparenza della politica. Per l’informazione, dunque: innanzitutto. Contro ogni monopolio, ogni conflitto di interesse, ogni censura. Ogni autocensura conformistica. Contro il giornalismo amico del potere.

Uno dei massimi problemi, uno dei sintomi e insieme delle cause, di questo male è infatti non solo la divisione, ma anche l’opposizione del discorso pubblico e del discorso privato. In un grottesco machiavellismo di maniera, nulla di ciò che si dice nel Palazzo è dicibile in pubblico: e viceversa.

Ripetere nelle chiuse stanze della politica professionistica ciò in cui gli stessi professionisti dicono di credere quando sono in televisione viene considerato una imperdonabile ingenuità. Ed è, simmetricamente, ritenuta una imperdonabile slealtà permettersi di dibattere in pubblico ciò che davvero agita il discorso dei potenti. Guai, insomma, a chi alza il sipario sul vero teatro della politica italiana.

Questo diaframma, questa parete invisibile, separa in modo drammatico e decisivo le aspettative del popolo e le decisioni dei potenti. Il discorso sul ‘programma’, sul progetto, sull’idea di Paese è una sorta di diversivo offerto dalla politica ai cittadini. Ma poi ciò che conta davvero è la tattica, la geometria delle posizioni. La lotta per il potere di gruppi che non sono i partiti: ormai esangui, debolissimi, incapaci financo di chiamarsi appunto ‘partiti’, e camuffati da movimenti con nomi fantasiosi e suggestivi. Nomi che coprono una distanza siderale dalle aspettative di coloro a cui ci si rivolge.

Pensiamoci un attimo: l’astensionismo di massa è la drammatica risposta di un Paese che non ha più voglia di parlare con la politica. I cittadini non credono più al discorso pubblico: perché sanno che poi a contare davvero è un discorso privato, per loro inascoltabile, irraggiungibile.

Il No del 4 dicembre è stato largamente motivato dalla presa di coscienza di massa della mendacità di Renzi: «noi non ti crediamo», abbiamo detto in venti milioni. Ma, siamo onesti, quel «non ti crediamo» non era rivolto solo contro Renzi: ma contro tutta la politica professionistica, chiusa in un linguaggio autoreferenziale che è espressamente pensato per nascondere, non per rivelare.

Allora, uno dei compiti fondamentali di Libertà e Giustizia deve essere quello di operare perché discorso pubblico e discorso privato tornino a coincidere.

Fare politica, fuori del Palazzo e dal basso: parlando un linguaggio diverso. Non un linguaggio di odio, e non un linguaggio di parole d’ordine facili: ma un discorso onesto, chiaro, pulito, trasparente.

Diciamo anche una cosa meno popolare. La non credibilità della politica conduce inevitabilmente i cittadini attivi, i militanti di base, alla paranoia del tradimento e dell’inciucio. In questi mesi – preso tra il cinismo spregiudicato degli apparati di partito e il sospetto distruttivo di molti militanti –   vi confesso che ho capito l’ingenuo ricorso al famoso ‘streaming’ degli albori dei 5 Stelle. Probabilmente non è quella la soluzione, ma non c’è dubbio che se vogliamo tornare a costruire, a proporre, anche solo a votare per qualcosa, è necessario ricostruire la possibilità di una fiducia. Anche di una fiducia nel compromesso: perché il compromesso non è l’inciucio. Abbiamo difeso con i denti una repubblica parlamentare, ci siamo opposti all’idea del capo e del vincitore che prende tutto. Abbiamo denunciato la retorica della governabilità ad ogni costo. Ebbene: in una repubblica parlamentare si deve saper costruire un accordo, anche tra diversi. A condizione che il discorso sia onesto, chiaro, senza trappole e senza inganni: e che qualcuno sia disposto a crederci, a fidarsi, a cedere sovranità.

Dobbiamo dire che siamo molto lontani da entrambi questi traguardi: alla cinica doppiezza di chi sta in alto corrisponde la mortifera disillusione di chi sta in basso.

Se, come ci invita a fare Zagrebelsky, dobbiamo non solo parlare ‘contro’, ma esporci ‘per’ è da qua che dobbiamo partire: dalla ricucitura tra discorso pubblico e discorso privato.

3.

 Il terzo punto al quale dobbiamo lavorare è cruciale: le regole.  Le regole del gioco.

Anche qua la mia esperienza politica per così dire diretta – in un progetto, quello del Brancaccio, che non aveva nulla a che fare con LeG se non, almeno lo spero, per lo ‘spirito’ di disinteressato servizio alla comunità – è stata molto istruttiva.

Non si riporteranno i cittadini italiani a votare alle politiche finché questi cittadini non capiranno che il loro voto conta davvero qualcosa.

Il 4 dicembre siamo andati a votare in tanti perché sapevamo che il nostro voto sarebbe stato decisivo.

Ma finché un Parlamento di nominati costruisce leggi elettorali che mettono tutto nelle mani dei capi dei partiti chi può davvero aver voglia di giocare?

E questa peste ha infettato in egual misura tutti i singoli partiti. Partiti-azienda, partiti del giglio magico, movimenti a controllo familiare con diritto di successione, coalizioni di partiti che organizzano cerimonie di investitura del capo e le chiamano assemblee sovrane… Ebbene quale spazio è, non dico offerto o costruito, ma almeno concesso ad una partecipazione dei cittadini che non si risolva in una plaudente acclamazione?

Se davvero vogliamo riuscire a riconciliare con l’idea stessa della rappresentanza parlamentare quel vasto mondo della cittadinanza attiva che ogni giorno rende migliore questo Paese, e che poi però non va nemmeno a votare, il punto cruciale è costruire regole trasparenti. E poi rispettarle.

Lo diciamo a tutti gli amici riuniti oggi a Roma nell’assemblea del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale: noi ci siamo. Per Libertà e Giustizia la battaglia sulla legge elettorale è una battaglia fondamentale.

Così come sono fondamentali la battaglia per le regole della partecipazione dei cittadini alla vita politica, e la grande questione della democrazia nei partiti e nei movimenti.

Naturalmente, in cima ai nostri pensieri sta la regola delle regole: la nostra amata Costituzione. È fin troppo evidente che all’orizzonte del dopo voto si affaccia un nuovo Patto del Nazareno finalizzato a ‘riformare’, cioè a deformare, la Carta.

Pochi giorni fa, qua alla Stazione Leopolda, il segretario del Pd è tornato a difendere le ragioni del Sì, dicendo che bisognerà ripartire dalle riforme costituzionali: ed è chiaro che si cercherà di imputare proprio alle regole lo stallo creato dall’incapacità e dalla disonestà degli attori della politica.

Libertà e Giustizia non ha mai dato indicazioni di voto, né mai le darà: ma è chiaro che nessuno di noi si sognerà di votare per i partiti che intendono usare il prossimo Parlamento di nominati per cambiare a maggioranza la Carta, magari sperando di aver i due terzi necessari per imbavagliare, stavolta, il popolo sovrano.

E credo che noi prossimi mesi dovremo avere la forza di indurre ogni partito a pronunciarsi sulle proprie intenzioni. Chi ha l’intenzione di utilizzare l’ennesimo Parlamento illegittimo per cambiare la Costituzione, dovrà essere indotto a dirlo mentre chiede i voti: e non dopo.

4.

Il quarto e ultimo punto riguarda proprio la Costituzione.

Non ci basta difenderla: vogliamo attuarla.

Io credo che Libertà e Giustizia dovrà concretamente impegnarsi per proporre, in concreto, come farlo.

Dovremo essere capaci di produrre idee, progetti, proposte di legge se necessario, capaci di attuare il progetto della Costituzione: che si tratti dei principi fondamentali (per esempio il 10, sull’accoglienza dei migranti), del diritto fondamentale alla salute dell’articolo 32 o della progressività fiscale dell’articolo 53.

Libertà e Giustizia si impegna a costruire questa proposta, e a metterla a disposizione di tutte le forze politiche: così che non si possa dire che questa «polemica contro lo stato delle cose» (così Calamandrei chiamava la Costituzione) è inattuabile!

Dobbiamo essere assidui, tenaci: financo importuni. Perché se la lasciamo, inerte, sui nostri tavoli la Costituzione è solo un pezzo di carta.

Dunque: la costruzione della critica e del dissenso; la riconciliazione tra discorso pubblico e discorso privato; la battaglia per le regole; l’attuazione della Costituzione.

Ecco, è questa la nostra via: una via che punta a un solo obiettivo: riconciliare la politica con realtà. Per cambiare la realtà.

Vorrei concludere leggendovi una pagina di uno dei fondatori di Giustizia e Libertà, uno dei grandi scrittori italiani del Novecento. Quando uscì il suo Cristo si è fermato a Eboli – scritto qua a Firenze, in Piazza Pitti, e anticipato sul “Ponte” di Calamandrei ­– tutta Montecitorio non parlò d’altro, per giorni. Quando la politica, ancora impastata della Resistenza, era una cosa sola con la cultura, e vibrava in sintonia con l’anima del Paese.

Ebbene, in un altro libro – l’Orologio – dedicato alla crisi del governo Parri, il governo della Resistenza, Carlo Levi sa descrivere la differenza che corre tra la politica autoreferenziale della tattica e dei giochi astratti ed equilibristici di Palazzo e una politica che rifaccia scorrere il sangue nelle vene.

Eccone un passo: i due giovani politici, dice il protagonista, «mi esponevano i loro progetti, i passi che avevano fatto, le manovre a cui ci si doveva opporre, le intenzioni nascoste dei capi, gli interessi che si celavano sotto le manovre: e tutto questo mi pareva che si svolgesse in quel cielo nel quale anch’io forse talvolta mi illudevo di trovarmi, popolato di strani uccelli, in lotta tra loro, nell’atmosfera solitaria … Da quell’altezza essi non vedevano la terra che come un fumo lontano: e come avrebbero potuto distinguere in quel fumo, a quella distanza, i visi degli uomini e delle donne che si muovevano nelle città, che zappavano i campi, che lavoravano negli uffici e nelle fabbriche, che si disputavano il denaro, che mangiavano, che facevano all’amore? Come avrebbero potuto, di lassù, vedere la faccia di Teresa, dietro il suo banco, sull’angolo della strada; e i geloni della sue mani al primo freddo dell’inverno?

Il presidente, invece, il presidente caduto non volava in quel cielo: non voltava neppure gli occhi a guardarlo, ma camminava sulla piccola terra. E non sapeva né voleva vedere altro che i geloni di Teresa, il viso di Teresa. E le facce le mani di tutti quelli che incontrava sulla sua strada. E si fermava a parlare con loro, dimenticando ogni altra cosa, piangendo le loro lacrime. Che cosa si poteva fare? Come si potevano mettere insieme cose così disparate: gli uccelli, il presidente e Teresa? Come si sarebbe potuto risolvere quella crisi, che era assai più che un cambiamento di ministero ma il segno della presenza di cose senza comunicazione, di tempi diversi e reciprocamente incomprensibili. Mi veniva in mente il libro di aritmetica delle scuole elementari che affermava (ma questa affermazione né allora quando ero bambino né poi mi riuscì mai del tutto persuasiva) che non si possono sommare beni di diversa natura, che non si può dire per esempio cinque pagnotte di pane più tre rose fanno che cosa? Non fanno niente, secondo questo venerabile testo. Eppure c’era stato un momento in cui gli uomini si erano sentiti tutti uniti fra di loro, e col mondo. Quel momento non era finito del tutto: continuava nella gente che imparava a vivere negli errori e nei dolori, e che frugava tra le macerie sapendo di esistere».

Nel piccolissimo della nostra generazione, la battaglia referendaria per la Costituzione ha saputo rimettere insieme la politica con le cose. La politica con le persone e con la loro vita. L’ha fatta scendere dal cielo delle manovre di palazzo e l’ha rimessa per qualche mese sulle strade in cui camminano i cittadini di questo Paese.

Ecco, noi di Libertà e Giustizia vogliamo tenerle insieme, la politica e la vita. E ce la metteremo davvero tutta.

(Intervento conclusivo del presidente, Tomaso Montanari, al seminario di Libertà e Giustizia a Firenze, 3 dicembre 2017)

 

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4 dicembre. Un anno dopo.

4 Dic

Trovo che il modo migliore per commemorare la vittoria del NO al referendum costituzionale di un anno fa sia stato questo video de Il Fatto.

Con tanti saluti dall’accozzaglia, eh.

 

Auguri sinceri alla sinistra che nascerà domani. Di migliorare.

2 Dic

Mi piacerebbe che domani qualcuno dei delegati all’assemblea popolare all”Atlantico Live a Roma si ponesse una domanda.

Se, cioè, sia possibile migliorare qualcosa nel percorso e nella procedura da approvare. Per esempio, adottando un sistema di composizione delle liste elettorali democratico, in stretta obbedienza ai principi costituzionali, dissociandosi apertamente dallo spirito di quella indecente legge elettorale chiamata Rosatellum.

Ad esempio, si potrebbero costituire delle assemblee di collegio responsabili della selezione delle candidature, aperte a tutti i membri del nuovo Albo degli elettori. Le assemblee potrebbero poi eleggere i componenti delle liste con voto di preferenza a scrutinio segreto. Ovviamente, ogni avente diritto al voto avrebbe diritto ad esprimere una doppia preferenza, una per genere, e la posizione dei candidati nelle liste dipenderebbe dal numero di preferenze raccolte. Infine, anche se consentito dall’attuale legge, non sarebbero ammesse le pluricandidature. 

Se c’è qualcuno che pensa che non ci sia nulla di male in questa proposta e anzi sia da condividere, quel qualcuno potrebbe presentare domani un ordine del giorno in questo senso. Ovviamente ringraziando Tana de Zulueta che l’aveva già proposta il 25 novembre all’assemblea di Roma. Purtroppo senza successo.

I partiti, la sinistra, la partecipazione, il buon senso

27 Nov

 

È un post un po’ lungo, abbiate pazienza, ma ho un sacco di cose in testa.
Seguo da anni e con passione, alternando entusiasmo e delusione, le discussioni in ogni ambito sulla politica italiana.

In particolare, da quando ho lasciato il Pd dedico molto del mio tempo alla ri-costruzione di una vera sinistra nel nostro Paese che possa riprendere i temi e il patrimonio ideale che negli ultimi vent’anni sono andati via via impallidendo. Le cause sono principalmente gli anni del berlusconismo e poi quelli del Pd disposto ad anteporre il potere ai propri valori fondativi con il risultato che oggi in Italia assistiamo a una rapida e inevitabile disgregazione del sistema dei partiti. E questo lo considero uno sbaglio imperdonabile.

Non tanto per la contraddizione con l’art. 49 della Costituzione, quanto per la disaffezione verso la politica attiva dei cittadini che ciò ha determinato. Ne è la dimostrazione solare la metà dell’elettorato che mostra rassegnazione e indifferenza mediante l’astensione – cui si aggiungono coloro che arrabbiati o delusi e quindi per pura e cieca protesta si rivolgono a formazioni senza alcun sostrato ideale. 

Ecco perché il progetto di riunione di partiti e movimenti di sinistra che si dichiarano pronti a una netta inversione di rotta nella politica del nostro Paese mi ha appassionato. Ho seguito, il 18 giugno, l’incontro al teatro Brancaccio di Roma voluto da Anna Falcone e Tomaso Montanari e ho partecipato con emozione agli sviluppi che ne sono seguiti. Mi pareva che tutto fosse in linea con le mie aspettative: da un lato i partiti che riconoscono ineludibile e indifferibile riportare al primo posto i temi e gli ideali della sinistra, dall’altro i cittadini che ritrovano entusiasmo e motivazione in un appello che finalmente li coinvolge direttamente, diversamente da quanto avvenuto negli ultimi anni nel Partito democratico.

Poi, improvvisa, la doccia fredda. All’antivigilia della riunione di “quelli del Brancaccio” si viene a sapere che i  partiti non rinunciano al loro potere decisionale e hanno già stabilito le regole: i delegati delle assemblee provinciali verranno eletti sulla base di una lista predisposta anticipatamente secondo i presunti pesi che ognuno di loro rappresenta. Non è quindi cambiato nulla e si segue il solito modo di ripartire il potere: i 1.500 delegati dell’assemblea nazionale rappresenteranno per il 99% o quasi il popolo di “quei” partiti e conseguentemente la lista da presentare alle elezioni non sarà composta in modo dissimile.

Nulla di quanto proponevano Falcone e Montanari per richiamare alla partecipazione e alle urne chi si è rifugiato nell’astensione e nella protesta fine a sé stessa viene, non dico discusso, ma neppure preso in considerazione. Lo ricordo qui: la presenza nei posti concretamente eleggibili della lista proporzionale di un 50% di donne; di un 30 % di under 40; di un 50% di candidati mai stati in Parlamento; e infine la non candidabilità di chi ha avuto ruoli di governo.

Proposte rivoluzionarie, vero? Inaccettabili, dal punto di vista di un sistema pietrificato che al di là delle belle parole difende sé stesso, contraddicendosi. Il brano che segue è tratto dal documento politico “Una nuova proposta” (il neretto è mio):

Per fare tutto questo e molto altro crediamo si debba aprire una stagione di DISCUSSIONE e di PARTECIPAZIONE DAL BASSO, a cui affidare il progetto, il percorso e la scelta delle persone. Per questo è il momento di COSTRUIRE UN GRANDE SPAZIO PUBBLICO, aperto, trasparente, plurale e inclusivo; un luogo che non sia il terreno di contesa tra progetti ambigui e incompatibili tra loro, ma il LABORATORIO DI UNA PROPOSTA DAVVERO INNOVATIVA E CORAGGIOSA. Il CAMBIAMENTO e l’ALTERNATIVA rispetto alle politiche degli ultimi anni sono la cifra fondamentale di questo progetto, il cui obiettivo è dare sostanza ai valori di EGUAGLIANZA, INCLUSIONE, GIUSTIZIA SOCIALE.

E dove sarebbero la “partecipazione dal basso” e il “cambiamento“? Nell’elezione dei delegati  predisposta dalle segreterie dei partiti? Nella creazione delle liste elettorali che seguiranno le stesse modalità? Quanta amarezza.  Ma bisogna tener conto del pericolo delle destre che avanzano, mi vien obiettato. Mi torna in mente quello che diceva Montanelli anni fa, per contrastare l’avanzata del PCI: “turatevi il naso e votate DC.” E così ce la siamo tenuta per decenni, la Dc che portò poi le sinistre al consociativismo e ai compromessi di cui subiamo ancor oggi le conseguenze.

No, non lo vedo il cambiamento. Neppure l’ordine del giorno (tra i vari presentati) proposto da Tana de Zulueta e pieno di solido buon senso è stato minimamente discusso. La trovate più sotto: ditemi voi se non ha tutta la dignità e la fondamentale importanza che dovrebbe riconoscergli quella che si propone oggi come la nuova sinistra che intende “ricostruire lo Stato”.
Vi si chiede di mantener fede all’impegno di presentare una lista che “appartenga realmente a tutti i partecipanti alla nuova proposta politica“; di dissociarsi dallo spirito dell’aborrito Rosatellum costituendo le liste con metodo democratico, che le candidature per le stesse siano aperte, che i loro componenti siano eletti con voto di preferenza e segreto in assemblee di collegio. E infine  che  “anche se la legge lo consente, non verranno ammesse le pluricandidature“.

 

Non vi pare una proposta rivoluzionaria, trasparente, degna di una sinistra che davvero intende rompere col passato degli accordi sottobanco, che possa richiamare l’attenzione di tanti, anche dello stesso Pd, stanchi e delusi ma che per malintesa fedeltà gli sono ancora legati?
Il 3 dicembre è vicino: vedremo presto se davvero è stato intrapreso il percorso che porti al promesso cambiamento o se noi cittadini elettori dovremo purtroppo limitarci ad assistere, ancora una volta impotenti ed esclusi.  Stavolta non sono ottimista, ma mai come stavolta spero di sbagliare.

 

Il centrosinistra è morto, viva la Sinistra

8 Nov

www.image-size.comIl 18 giugno c’ero anch’io al Brancaccio ad ascoltare l’appello di Anna Falcone e Tomaso Montanari. E ricordo il palpabile entusiasmo che si percepiva, dalla platea fino ai loggioni, si avvertiva la speranza che qualcosa di nuovo stesse prendendo piede. Oggi quell’appello è un progetto che sta assumendo forma e dimensioni, raccoglie sempre più consensi, accomuna giovani e anziani legati da quegli stessi ideali che si volevano superati, se non inutili, scomodi, addirittura divisivi. Invece non c’è nulla di divisivo nel Manifesto pubblicato ieri, tutt’altro. E siamo solo all’inizio.

Qui di seguito trovate l’articolo di Tomaso Montanari sull’Huff Post di oggi. Confesso: non ho potuto resistere e ho  copiato il suo titolo. Ma è troppo bello.

Il centrosinistra è morto, viva la Sinistra

Con la franta, confusa, ombelicale cronaca politica delle ultime ore – e particolarmente con la lettura degli editoriali di stamane – è apparso via via più chiaramente un fatto: tutti si sono accorti che a sinistra c’è qualcosa di nuovo. Un’aggregazione di forze che pensa se stessa come alternativa a un Partito Democratico ormai alla deriva, e irrimediabilmente a destra.

La notizia è che è saltato il cosiddetto “centrosinistra”. Si andrà alle elezioni con quattro poli alternativi: la Destra, i 5 stelle, il Pd e – finalmente – la Sinistra.

la Sicilia dimostra che l’argomento del voto utile è spuntato, in mano a Renzi: perché è chiaro che per fermare la Destra bisognerebbe semmai che la Sinistra sommasse i propri voti a quelli dei 5 Stelle. Ed è di questa difficile somma che, con ogni evidenza, bisognerà discutere.

Ma ritorniamo per un attimo a qualche mese fa, all’inizio dell’estate.

Il 18 giugno, al Teatro Brancaccio di Roma, partiva un percorso politico senza padroni, senza media alleati, senza mezzi. Un percorso da outsider. Ne facevano parte singoli cittadini senza tessera (come me e Anna Falcone), ma anche partiti: Sinistra Italiana, Possibile, Rifondazione Comunista l’Altra Europa e altri. Tutti insieme quel giorno abbiamo detto: occorre una lista unica che rompa con il centrosinistra e con il Pd. Per parlare un’altra lingua. 

Pochi giorni dopo, il primo luglio a Piazza Santi Apostoli, si riuniva uno schieramento ben più possente, almeno mediaticamente. Imperniato su Mdp e “guidato” dall’oracolare Giuliano Pisapia. Con tutti gli insider giusti. La linea, lì, era l’opposta: ci vuole un nuovo centrosinistra, che si allei con il Pd per condizionarlo.

Ebbene, oggi tutti insieme (forse persino Pisapia, e ne sarei felice) diciamo le cose che furono dette al Brancaccio: il centrosinistra è morto ed esiste una Sinistra con un suo progetto di Paese.

Dunque, va tutto bene? Naturalmente no: diffidenze reciproche, profonde e oggettive diversità, le eredità di storie lontane non spariscono in un giorno. I nodi che andranno sciolti sono moltissimi. Ne elenco cinque.

Il primo nodo: non sono state coinvolte tutte le forze disponibili, a partire da Rifondazione e Altra Europa. È stato un errore: bisogna rimediare subito. Il progetto deve essere aperto a tutti coloro che lo condividono.

Il secondo nodo: bisogna scrivere un programma comune. Ieri è filtrato un testo su cui – faticosamente – si era appena raggiunto un accordo. Non è un programma: il Brancaccio varerà il suo (costruito dal basso, in cento piazze d’Italia) nell’assemblea del 18, Mdp lo ha presentato ieri in coda a quel testo comune, Possibile ha da tempo un bel Manifesto, Sinistra Italiana una fitta rete di idee e progetti.

Bisogna trovare i modi per costruire e approvare insieme un programma comune che parta da tutti questi progetti, e li tenga insieme. E non sarà un percorso facile. Ma se ne faremo un confronto di idee, aperto e trasparente, sarà una grande occasione per mostrare una altra idea di Italia. Dobbiamo riuscirci, decidendo subito come fare.

Oggi, comunque, vorrei rivendicare alcuni tratti davvero innovativi del piccolo manifesto trapelato ieri: cinque cartelle esatte, diecimila battute. Un testo pieno di limiti, certo.

Ma anche non privo di forza: perché io credo che dire un no radicale al Jobs Act, alla Buona Scuola, allo Sblocca Italia; dire no alle Grandi Opere (a partire dal Tav) e sì al consumo di suolo zero; dire no alla cultura mercificata, siano affermazioni assai forti e chiare. Affermazioni incompatibili non solo la politica di destra di Renzi, ma anche con quella di un Pd senza Renzi, o del centrosinistra degli ultimi vent’anni e perfino con la politica attuale di alcuni esponenti di partiti che pure sottoscrivono quello stesso manifesto (per essere chiari, con un singolo esempio: da ieri è evidente che l’obbrobrio del nuovo aeroporto di Firenze è fuori da questa linea politica). E ora bisognerà essere coerenti: fino in fondo.

Gli addetti ai lavori, i militanti appassionati – e io tra loro – avrebbero preferito leggerci, in chiaro: “Si rompe con il centrosinistra, nasce una sinistra alternativa”. Ma è proprio questa la morale ineludibile di quel testo, per chiunque sia intellettualmente onesto: una morale compresa fino in fondo (e per questo duramente attaccata) sui giornali di oggi.

Il terzo nodo: il percorso. Bisogna decidere – insieme, trasparentemente e in fretta – quale percorso intraprendere per prendere le decisioni. Un’assemblea, certo. Ma composta come? Per delegati eletti, o aperta a tutti coloro che sottoscrivono il manifesto? Bisogna decidere, puntando sul massimo di partecipazione. E deve essere chiaro che l’assemblea sarà sovrana sul programma, sui criteri per fare le liste, sulla leadership.

Il quarto nodo: la leadership, appunto. Che non può essere calata dall’alto. Né può essere maschile singolare. Deve essere plurale, capace di tenere insieme i generi e le generazioni. La maledetta legge elettorale voluta da tutte le destre obbliga a indicare un “capo”, letteralmente. E dunque ci dovrà essere anche un nome singolo: condiviso, autorevole, capace di coordinare senza comandare. Ma dentro una struttura plurale.

Il quinto: le liste. Esse dovranno dimostrare con plastica evidenza il rinnovamento. Nessuno pensi ad una operazione per rimpiazzare a Palazzo l’attuale ceto politico. Personalmente chiederò in ogni sede che almeno il 50% delle liste sia composto da persone che non hanno mai fatto politica attiva (e qua devo ricordare che io non mi candiderò!). Certo, poi, bisognerà trattare, confrontarsi, accettare una mediazione: è la logica di una lista comune tra diversi: ma se il risultato non sarà innovativo, non lo legittimeremo, e anzi scenderemo dall’autobus, anche fragorosamente.

Dunque, i nodi sono tanti e sono davvero intrecciati. Non so come finirà. Ma dobbiamo provarci.

Molti amici e compagni mi scrivono che non se la sentono di andare avanti su questa strada stretta. Lo capisco: le cicatrici accumulate in anni di tentativi generosi sono tante. Tante da impedire ormai quasi qualunque movimento in avanti. Per ragioni generazionali e per la mia storia personale, non ho vissuto molte di queste storie. È certo un limite: mi manca un lucido pessimismo. Vorrei, però, provarci: fino in fondo, insieme a tante e a tanti che non si rassegnano all’astensione.

E ricordando che, nella battaglia referendaria, abbiamo difeso un modello parlamentare: cioè di mediazione e di compromesso (che non è l’inciucio). Se non crediamo al leaderismo e all’imposizione, non possiamo poi rifiutarci di trattare. Ovviamente chiarendo bene i limiti di ciò che si può e di ciò che non si può trattare. E ricordando che gli elettori che aspettano di votare qualcosa di sinistra sono molti, molti di più dei militanti stanchi, diffidenti, sfiduciati.

Mi permetto, infine, di ricordare quanto scrivevo in apertura: oggi, pur tra mille difficoltà, la notizia è che il progetto del Brancaccio ha prevalso: ha vinto, se vogliamo usare un lessico antipaticamente marziale.

La notizia è che è finita la stagione del centrosinistra, ora è possibile un progetto di Sinistra.

Il manifesto comune uscito ieri dice che:

“Il cambiamento e l’alternativa rispetto alle politiche degli ultimi anni sono la cifra fondamentale di questo progetto, il cui obiettivo è dare sostanza ai valori di eguaglianza, inclusione, giustizia sociale”.

Bene: io mi riconosco in questa strada, fino in fondo.

È del tutto evidente che questa lista unica (o questa coalizione tra due liste, lo vedremo) non è quella forza politica nuova, capace di rovesciare il tavolo delle diseguaglianze, che abbiamo provato a tratteggiare dal 18 giugno in poi. Quella verrà poi: dovrà venire. E non potrà che venire da un lungo lavoro capillare sul territorio (quello che fa Casa Pound, e che la Sinistra ha smesso di fare). Ma l’appello del Brancaccio era, intanto, per una lista unica a sinistra del Pd (un appello senza subordinate, e senza “piano b”): e la strada per provarci è oggi solo questa.

Personalmente proverò a percorrerla senza smettere di dire, impoliticamente, la verità.

Per capire perché questo è vitale (anche se magari inopportuno), bisogna rileggere un libro del passato straordinariamente capace di spiegare il presente, l’Orologio di Carlo Levi. In una sua meravigliosa pagina si legge una profetica descrizione di ciò che succede oggi (o meglio, una lucida constatazione di ciò che succede sempre, da allora ad oggi; e quell’ ‘allora’ si riferisce alla caduta del governo Parri, alla fine del 1945):

“… era uno di quei momenti in cui i destini di ciascuno pendono incerti; in cui gli abilissimi politici meditano sulle forze in campo e preparano mosse astute in un loro complicato gioco di scacchi, che essi sono destinati, in ogni modo, a perdere – perché il solo modo di vincere sarebbe di trovare quella parola che, suscitando forze nuove, buttasse all’aria la scacchiera e trasformasse il gioco in una cosa viva. Sarebbe stata detta, questa parola?”.

Ecco, credo che il compito di chi si riconosce nel percorso del Brancaccio sia proprio quello: provare a dire – con umiltà e amore – quella parola.

La schiena dritta

8 Nov

Ecco, se penso a giornalisti con la schiena dritta mi viene subito in mente Milena Gabanelli. Grazie di tutto, Milena.

Questa l’intervista rilasciata a Micromega dopo le sue dimissioni dalla Rai.

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Milena Gabanelli: “La Rai? Sarà sempre in mano alla politica

intervista a Milena Gabanelli di Giacomo Russo Spena

In questi giorni non è stata contattata da nessun leader politico, nessuno le ha espresso vicinanza e solidarietà. Eppure Milena Gabanelli non si sente una giornalista “scomoda”. Ma – dopo aver deciso di abbandonare la Rai perché non messa in condizioni di lavorare e ottenere dei risultati apprezzabili – si toglie qualche sassolino dalla scarpa: “Una cosa che la politica sa fare benissimo è quella di strumentalizzare l’informazione; renderla indipendente non ha mai interessato nessun partito”. Non si sbottona, invece, sul suo futuro. Assicura solo che non scenderà in politica.

Matteo Renzi, da ex premier, aveva annunciato “fuori i partiti dalla Rai”. Possiamo dire, invece, che non è cambiato nulla rispetto all’era berlusconiana e che la Rai è rimasta un’azienda lottizzata e in mano alla politica?

La Rai è sempre stata in mano alla politica e sempre lo sarà. La differenza sta nella qualità delle persone che la governano, indipendentemente dal partito di riferimento. Un manager capace sceglierà una filiera gerarchica competente, in modo da rendere sempre l’azienda quantomeno competitiva e all’altezza della sua mission. La “competenza” è un requisito purtroppo non più richiesto, né in Rai né in altri settori della vita pubblica. Su questo occorre battersi, ovvero pretendere dalla politica che indichi dirigenti con capacità dimostrate sul campo, e non sulla carta. Il resto sono chiacchiere demagogiche.

Mario Orfeo verrà ricordato come il direttore generale che ha portato al definitivo fallimento la tv pubblica?

Mi auguro proprio di no! Bisogna però considerare che deve fare i conti con un Cda che probabilmente sarà ricordato per aver bloccato qualunque innovazione strutturale.

Ha dichiarato di non sentirsi una “giornalista scomoda”, allora perché non è stata messa in condizione di lavorare? Siamo sicuri che il suo giornalismo d’inchiesta non sia “scomodo” per qualcuno?

Non mi sento “scomoda” perché nessuno è per definizione “comodo”, c’è sempre qualcuno a cui dai fastidio, è nell’ordine delle cose. Io ho solo cercato di fare un lavoro onesto.

E’ vero che il M5S le ha fatto sentire il suo sostegno politico? E’ l’unica forza che in Rai sta provando a rilanciare un’informazione più libera ed indipendente?

Se per sostegno si intende qualche dichiarazione scandalizzata, forse sì. Fino a qualche anno fa le stesse dichiarazioni le faceva il Pd quando il centrodestra attaccava i miei servizi. Una cosa che la politica sa fare benissimo è quella di strumentalizzare l’informazione. Renderla indipendente non ha mai interessato nessun partito. Mi ha stupito invece l’assenza di interesse da parte del Cda e della Commissione di vigilanza per il lavoro svolto alla costruzione del portale unico di news. Come è organizzato? E’ realmente possibile coordinare il contributo di 1600 giornalisti? Come si garantisce il pluralismo attraverso una unica testata web? Tutti pagano il canone, ma quella grande fetta di popolazione che non si informa più sui mezzi tradizionali, è esclusa. A quali utili potenziali sta rinunciando? Io sono stata pagata per fare questo, mi sarei aspettata di dover rendere conto, anche per loro conoscenza, e indipendentemente dalla mia collocazione dentro al progetto.

Al di là della Rai, e a parte poche eccezioni virtuose, l’informazione italiana non è sempre più distante dall’essere il cane da guardia del potere ed è ormai parte integrante dell’establishment? Come uscirne?

Il cane da guardia dipende dalle necessità del padrone del cane, ma anche dalla natura stessa del cane. Se trova più comodo non abbaiare, non si può dare sempre la colpa a qualcun altro.

Ora c’è un grande dibattito sulle fake news. Secondo lei, i media filo-governativi non partoriscono più bufale della Rete? Non è ipocrita attaccare il web quando il problema coinvolge, in primis, la nostra stampa mainstream?

Abbiamo fatto una guerra su una notizia falsa, ovvero le armi chimiche di Saddam Hussein. Ciò detto il problema del web esiste e non è banale. La stampa mainstream attinge dall’enorme serbatoio dei social media, che a loro volta sono più interessati a fare “traffico” o a “orientare” elezioni che non a verificare l’attendibilità di una notizia. In sostanza le notizie false si combattono con quelle vere, e la miglior garanzia la fornisce la firma o l’autorevolezza della testata. Questo però ha un prezzo; se vuoi avere tutto gratis, ti prendi il buono e il falso. Il risultato è una confusione che non mette il cittadino in grado di fare scelte consapevoli. Quindi il danno è per tutti, ad esclusione dei falsari, che ne ricavano solo vantaggi.

Ora dove vedremo Milena Gabanelli? Come altri big Rai, la vedremo presto su La7?

Fino al 15 Novembre sono una dipendete Rai, dopo vedremo.

E alla politica ci pensa mai in un prossimo futuro?

È un mestiere che richiede competenza, e io non ce l’ho.

(7 novembre 2017)

Il manifesto della sinistra unita

7 Nov

Oggi l’Huffington Post pubblica quella che è la proposta della sinistra unita. La potete leggere più avanti.

All’indomani del responso siciliano con la vittoria delle destre e la sconfitta del Pd, artefice delle proprie disgrazie, le forze di sinistra accelerano quindi sul processo unitario.  Sulla situazione oggi si è espresso anche Ezio Mauro su Repubblica. Condivido molto ma non la sua critica alla sinistra nella parte finale: 

“All’inizio e alla fine di tutto, il problema irrisolto che raccoglie in sé tutti questi problemi e spiega gli errori: cos’è oggi la sinistra e qual è la sua idea di Paese.
In tutto l’Occidente, la divisione classica è tra la sinistra di governo, riformista, e quella di opposizione, radicale. Da noi l’eccezione: le sinistre riformiste sono almeno due, forse tre, anche se rischia di mancar loro il governo. Pisapia che si era proposto come ponte o rimorchiatore sembra aver ripiegato su un’idea di forza-cuscinetto insieme con Emma Bonino, caschi blu con buone intenzioni e pochi strumenti d’intervento. Sul campo restano le due parti rotte del Pd, incapaci di proporre una visione d’insieme e un vero progetto riformista, in cui si possano ritrovare le forze disperse che chiedono un progetto di cambiamento con una politica responsabile, europea, occidentale e moderna, accontentandosi di molto meno: Renzi di costruire un partito personale come macchina ubbidiente di conquista del potere (quasi che un secolo di storia della sinistra potesse ridursi a un obiettivo così misero) e Mdp di ostacolare tutto questo, proponendosi come organismo di puro veto al progetto renziano, come se la politica si esaurisse sulla piazza toscana di Rignano.”

La posizione di Mdp, SI, Possibile e dei promotori del Brancaccio, Falcone e Montanari non  era e non è solo un ostacolo al progetto renziano di un partito personale. È molto, molto di più.  È quello che in tanti aspettavamo, una proposta unitaria, solida e coerente con gli ideali e il patrimonio di esperienze della sinistra nel nostro Paese, che conferma “lattualità e la modernità del modello sociale ed economico disegnato dalla nostra Carta Costituzionale. Eccola.

Ci impegniamo a partecipare insieme alle prossime elezioni politiche, con una proposta che punti a cambiare la vita delle persone e restituire speranza a milioni di cittadine e cittadini che oggi non si sentono più rappresentati.

Intendiamo costruire un progetto credibile solido e autonomo, che punti a riconnettere sinistra e società, per ribaltare rapporti di forza sempre più favorevoli alla destra in tutte le sue articolazioni.

Ci rivolgiamo a tutte le esperienze del civismo, a chi lavora quotidianamente nell’associazionismo, alle forze organizzate del mondo del lavoro, ma soprattutto a tutte le donne e gli uomini trascinati in basso dalla crisi, che hanno bisogno di una politica diversa per risollevarsi; ai tanti portatori di competenze che non trovano occasione per metterla in pratica, a coloro che ce l’hanno fatta ma non si rassegnano a una condizione diversa di tanti.

La nostra sfida ha un’ambizione alta: partire da un contesto sociale disgregato e diviso e proporci, attraverso le linee del nostro programma, un chiaro indirizzo di governo, coerente, trasparente e credibile. Sta qui il senso dell’utilità per il Paese del voto che chiediamo contro ogni trasformismo e ogni alleanza innaturale.

L’avanzata di forze regressive e xenofobe in molti Paesi europei può essere arrestata non da piccole o grandi coalizioni a difesa dell’establishment e di un ordine sociale ormai insostenibile, ma solo da una grande alleanza civica e di sinistra, che ristabilisca la centralità del valore universale dell’eguaglianza.

La crescita delle diseguaglianze è oggi principale fattore di crisi dei sistemi democratici.

La lunga crisi, prodotta dai guasti del capitalismo finanziario e acuita in Europa da un processo di integrazione egemonizzato dal neoliberismo, ha enormemente accresciuto le diseguaglianze, ha svalutato il lavoro e compresso i suoi diritti, ha costretto alla chiusura di tante aziende e tante piccole e medie attività, ha condannato i giovani a una disoccupazione di massa e una precarietà endemica, ha piegato e svuotato l’istruzione, la sanità e la previdenza pubbliche, ha colpito il ceto medio e ha allargato l’area di povertà e insicurezza sociale.

Il progetto politico a cui vogliamo dar vita nasce per contrastare queste tendenze, riaffermando l’attualità e la modernità del modello sociale ed economico disegnato dalla nostra Carta Costituzionale.

Non regge più il modello di sviluppo basato su alti livelli di inquinamento, su uno spreco insostenibile di materie prime e di consumo del territorio. Vogliamo con la nostra lista essere parte integrante di quel movimento ambientalista che in tutto il mondo si batte per avviare un’ambiziosa transizione verso una ”economia circolare”, per fermare i cambiamenti climatici riconvertire ecologicamente l’economia, liberarsi dalla dipendenza dei combustibili fossili, affermare nuovi modelli di consumo, raggiungere l’obiettivo di rifiuti zero, garantire la sicurezza alimentare e gli approvvigionamenti idrici.

Vogliamo riportare il lavoro e la sua dignità al centro della società.

Il lungo ciclo della precarizzazione, contrariamente alle promesse liberiste, ha bloccato la crescita della produttività, ha compresso i salari, ha accresciuto la disoccupazione, ha dequalificato una parte importante del nostro apparato produttivo. Oggi siamo il Paese con il lavoro più precario d’Europa, e con il più alto tasso di disoccupazione giovanile.

Per questo crediamo si debba cominciare restituendo ai lavoratori i diritti sottratti, con la legge sul Jobs Act, che va cancellata, e un’età di accesso al pensionamento in linea con quella dei paesi europei. E diversa secondo il grado di gravosità dei lavori.

La più grande ingiustizia che vogliamo debellare è la condizione di precarietà e di infelicità nella quale sono costretti a vivere milioni di nostri giovani. Non c’è un grande futuro per l’Italia se non si garantisce a loro una prospettiva radicalmente diversa di vita.

Non sono più tollerabili discriminazioni salariali che violano gravemente leggi e principi costituzionali. Ci batteremo per riaffermare un fondamentale principio di giustizia sociale negato in tante parti d’Italia: allo stesso lavoro deve corrispondere la stessa contribuzione tra uomini e donne.

L’attacco all’autonomia e alla qualità della scuola e dell’università pubblica è parte dello stesso disegno di disgregazione delle condizioni di uguaglianza.

L’indebolimento dell’istruzione quale presidio dello spirito critico e fattore di mobilità sociale è stato infatti il corollario indispensabile delle ‘riforme’ volte a rendere il lavoro più precario, ricattabile e sottopagato, minandone la funzione costituzionale di fondamento della cittadinanza democratica.

Vogliamo mettere in campo una diversa idea di scuola, cominciando da un piano di rifinanziamento dell’istruzione pubblica che la porti finalmente ad avere risorse pari a quelle previste nei paesi più avanzati.

Lo stesso deve essere fatto per Universitá e ricerca, umiliate da anni di tagli insostenibili.

Bisogna ricostruire il sistema di tutela del patrimonio culturale smantellato dalle ultime riforme, puntando sulla produzione e la redistribuzione della conoscenza. Vogliamo una cultura che formi cittadini sovrani e non consumatori o clienti.

Ci battiamo per il rilancio del welfare pubblico universalistico, a partire dalla sanità, che deve essere garantita contro processi striscianti di privatizzazione e messa in condizione di rispondere alle sfide aperte dai nuovi farmaci e dalle biotecnologie, da rendere accessibili per tutti.

Vogliamo lanciare un grande piano di lavoro e investimenti pubblici, da cui far passare il rilancio del welfare e la messa in sicurezza del territorio, delle scuole, delle case. Bisogna superare la logica delle Grandi Opere, del consumo di suolo e dello Sblocca Italia: l’unica grande opera utile è la messa in sicurezza del territorio.

Senza gli investimenti pubblici che l’Italia non è in grado di crescere più rapidamente e di creare occupazione stabile e di qualità.

E’ nel Sud che bisogna concentrare una quota nettamente più rilevante di investimenti pubblici e privati per fare ripartire l’Italia, conducendo una lotta senza quartiere a mafia e camorra.

L’obiettivo imprescindibile della piena occupazione dipende infatti anche dalla riattivazione di forme di intervento pubblico nell’economia, che mettano finalmente l’ambiente e il clima al centro della politica e del modello di sviluppo del Paese.

Tutto questo sarà possibile se sapremo ripristinare un sistema di reale equità e progressività fiscale (come previsto dall’articolo 53 della Costituzione), capace di spostare il prelievo dal lavoro alle rendite e ai grandi patrimoni, nonché avviare una lotta senza quartiere all’evasione di chi ha di più, a partire dalle grandi multinazionali ai paradisi fiscali: la custodia dell’ambiente diventa infatti il vero tratto distintivo di una rinnovata visione progressista.

La riaffermazione di diritti sociali primari va di pari passo con una nuova stagione di avanzamenti sul terreno dei diritti civili e di libertà che partano dallo jus soli, il testamento biologico e poi si estendano agli altri diritti .

Sentiamo il dovere imprescindibile di garantire un’accoglienza degna a chi cerca in Europa una vita migliore, sfuggendo a regimi sanguinari o alla disperazione della fame.

Il ripudio della guerra, il rilancio del multilateralismo e della cooperazione internazionale sono l’altro lato della medaglia e la bussola di un nuovo ruolo dell’Europa nel mondo globale, in un quadro ancora drammaticamente segnato da conflitti, terrorismo e grandi fenomeni migratori. Senza l’Europa i singoli stati nazionali sarebbero condannati ad una crescente irrilevanza nel nuovo scenario mondiale. L’Europa può svolgere un ruolo importante nel mondo e tornare ad essere fattore di sviluppo e benessere, solo se cambia radicalmente mettendo in soffitta odiose politiche di austerità, sorrette da una miope governance intergovernativa. Serve un’Europa pienamente in sintonia con i principi fondamentali della nostra Costituzione, più democratica, più sociale e meno condizionata dagli egoismi nazionali.

La piena affermazione a tutti i livelli della pari dignità individuale e sociale delle donne è un pilastro del nostro progetto di attuazione integrale della Costituzione repubblicana e del suo cuore pulsante, l’articolo 3.

Va combattuta senza tregua ogni forma di violenza sulle donne.

Vogliamo, in definitiva, ricostruire lo Stato, avvicinare istituzioni e cittadini, restituire i comuni alla pienezza delle proprie funzioni di primo raccordo tra i bisogni delle comunità e i doveri di chi amministra il bene pubblico. Raccogliamo il grido d’allarme dei sindaci italiani che chiedono una svolta nelle politiche verso le città. Dobbiamo garantire sicurezza a tutti senza erigere muri. Occorre ritrovare una politica più responsabile, più progettuale, più sobria nei comportamenti e onesta anche intellettualmente.

Per fare tutto questo e molto altro crediamo si debba aprire una stagione discussione e di partecipazione dal basso, a cui affidare il progetto, il percorso e la scelta delle persone.

Per questo è il momento di costruire un grande spazio pubblico, aperto, trasparente plurale e inclusivo; un luogo che non sia il terreno di contesa tra progetti ambigui e incompatibili tra loro, ma il laboratorio di una proposta davvero innovativa e coraggiosa.

Il cambiamento e l’alternativa rispetto alle politiche degli ultimi anni sono la cifra fondamentale di questo progetto, il cui obiettivo è dare sostanza ai valori di eguaglianza, inclusione, giustizia sociale.

Con questo spirito ci impegniamo a costruire una lista comune alle prossime elezioni politiche: una lista che appartenga a tutte e tutti quelli che vorranno partecipare, insieme e nessuno escluso, e che si riconoscano nelle proposte e valori del nostro programma.

Come e quanto è cambiato il Pd?

29 Ott

Piero Ignazi su Repubblica risponde a questa domanda – che a molti apparirà banale se non retorica – con una chiarezza esemplare. Ovviamente lo fa con la consueta eleganza, a cominciare dal titolo. Inutile dire che concordo in pieno e, purtroppo, più di tutto con la (triste) conclusione. 

N.B. Il neretto è mio.

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PD, LA MUTAZIONE ANTROPOLOGICA

È IN corso una mutazione “antropologica ” nel Pd? Il partito erede delle maggiori tradizioni politiche del Novecento ha innovato molto negli ultimi anni soprattutto — ma non solo — grazie al dinamismo del suo attuale segretario, Matteo Renzi. Ma un conto sono i cambiamenti di scelte politiche, alleanze, strategie; altro conto è quello stravolgimento dei connotati fondanti di un partito che comporta un vero e proprio cambio di identità. La definizione della “linea politica” rientra nella normalità della dialettica interna ai partiti, mentre l’interrogativo che grava sul Pd riguarda qualcosa di molto più profondo. Il partito democratico, come è stato scritto tante volte, non è nato con un profilo netto e preciso. Era un pastiche di varie componenti, una fusione a freddo di ex democristiani ed ex comunisti, e poco altro. Si è barcamenato per anni in questa indeterminatezza evitando di approfondire le ragioni del suo “esistere”.

La segreteria di Renzi ha portato alla ribalta una generazione di “nativi Pd”, liberi dalle scorie del passato e proiettati verso il futuro, senza zavorre ideologiche. Forte del sostegno di questa nuova componente, la leadership ha introdotto cambiamenti radicali. Il punto non riguarda però specifiche scelte di policy, come il Jobs Act o la Buona scuola, che possono essere indigeste per una componente socialdemocratica ma rimangono pur sempre all’interno di un perimetro riformista: semmai si tratta di un blairismo tardivo che rientra, pur con qualche forzatura, nella tradizione della sinistra e non intacca l’identità del partito. L’ elemento inedito, e distorsivo, emerso in tutta la sua forza negli ultimi mesi, riguarda piuttosto la connotazione sempre più populista e sempre meno istituzionale del Pd. Proprio su questo aspetto si misura una potenziale mutazione antropologica che può portare a una deflagrazione del partito percorso com’è da posizioni sempre più inconciliabili.

I segnali più recenti della torsione antipolitica della segreteria sono inequivoci: si va dalla campagna referendaria fondata sulla riduzione delle poltrone, al pasticcio della riforma/eliminazione dei vitalizi, dalle posture proto-nazionaliste in campo europeo alla disinvoltura istituzionale della mozione anti-Visco, laddove il parlamento non doveva intromettersi nella procedura di nomina di quella autorità indipendente. Il partito di Renzi non è più schierato sempre e comunque a sostegno e a difesa delle istituzioni; non è più quel partito serio, e al limite serioso, con un solido senso dello Stato, affidabile nei momenti critici e disposto a sacrificarsi per un bene collettivo; è trasmutato in un partito che punta a massimizzare i consensi a qualunque costo, anche picconando le proprie migliori tradizioni e svilendo la propria storia. Questo scivolamento verso un populismo meno becero nello stile rispetto ai 5 Stelle ma simile nelle posizioni assunte deriva da una visione plebiscitaria della politica ormai consustanziale al Pd, una visione dove il leader si appella al popolo, alla gente, persino alla nazione (sic) senza dover passare da filtri e mediazioni, pesi e contrappesi. L’irruzione renziana voleva spazzar via procedure complesse e, al limite, farraginose, per far entrare aria fresca nelle “grigie stanze” del potere, interno ed esterno al partito. Ottima intenzione. Solo che quell’aria era inquinata dal populismo. Il mito delle primarie ha portato con sé una cultura politica divisiva e plebiscitaria con il rischio, da un lato, di esasperare la conflittualità interna fino a un punto di non ritorno e, dall’altro, di far deperire il senso delle istituzioni e di piegarle alla lotta politica contingente. La logica della contrapposizione tra amici e nemici e l’appello alla legittimazione popolare diretta sono debordate dalle dinamiche interne per rovesciarsi sul sistema. Ed ora il Pd affianca i 5 Stelle in una competizione al rialzo su chi dissacra con maggior veemenza istituzioni, prassi e regole. Nell’inseguire le pulsioni peggiori dell’antipolitica il partito democratico abbandona la sua tradizione di affidabilità e serietà. Diventa una controfigura solo un po’ più civilizzata del grillismo. È questa perdita del senso dello Stato che attesta la mutazione antropologica in atto nel Pd.

Fiumi e laghi prosciugati dai profitti dei privati

27 Ott

Questo è il titolo del comunicato stampa, che viene qui pubblicato integralmente, emesso dal  Coordinamento romano acqua pubblica al termine del Summit internazionale su Acqua e Clima. Non c’è bisogno di aggiungere altro: a Roma – come in tante altre parti d’Italia – si sfiora l’emergenza ma pare che chi abbia le responsabilità della gestione dell’acqua non ne sia consapevole, così come non sembra che le istituzioni abbiano tenuto gran conto della volontà popolare espressa nel referendum del 2011.

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COMUNICATO STAMPA

ROMA – Mentre oggi andava in scena la cerimonia di chiusura del summit internazionale su Acqua e Clima alla Protomoteca del Campidoglio, associazioni e movimenti hanno chiesto con un flash mob alle istituzioni locali e nazionali misure concrete per la gestione comune e sostenibile delle risorse idriche, il rispetto della giustizia climatica e del diritto universale all’acqua.

“Fiumi e laghi prosciugati dai profitti dei privati – Fuori l’acqua dal mercato” recitava lo striscione srotolato.

Gli attivisti hanno inoltre colto l’occasione per lanciare la campagna #RiallacciaIlNasone (http://bit.ly/RiallacciaIlNasone), con la richiesta alla Sindaca Virginia Raggi di riaprire le fontanelle pubbliche chiuse dall’Acea durante l’estate.

La speranza è che dal summit sia il Ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, sia la Sindaca di Roma, Virginia Raggi, abbiano imparato qualcosa per invertire la rotta di politiche insostenibili. Grazie a un suggerimento del primo e al silenzio assordante della seconda, è passato a luglio il piano dell’Acea per la chiusura di quasi tutti i 2.800 nasoni di Roma, sull’onda di una emergenza siccità smentita dai rapporti dell’Ispra, mentre oltre il 40% dell’acqua di Roma si perde a causa dei mancati investimenti. Non c’è stato il rispetto del principio di giustizia climatica, che di fronte alle crisi ambientali imporrebbe la tutela dei soggetti più fragili. Chiudendo le fontanelle romane si è deciso di negare l’accesso all’acqua a circa 10 mila persone tra senza fissa dimora, rom, migranti e indigenti, che non hanno altro modo di lavarsi o dissetarsi. E dire che l’accesso all’acqua è un principio chiave della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo dal 2010, mentre nel 2015 una storica risoluzione del Parlamento europeo ha proposto di inserirlo nella legislazione dell’Ue, di escludere l’acqua dai negoziati per accordi commerciali come il CETA e il TTIP, di bloccare le privatizzazioni.

Il Governo italiano finora ha clamorosamente mancato questi importanti obiettivi, aggirando il referendum del 2011 tramite la legge Madia e sostenendo la firma del CETA, l’accordo di libero scambio Ue-Canada che apre a ulteriori privatizzazioni dei servizi pubblici.

Il Comune di Roma ha fatto altrettanto con il silenzio assenso sul piano di chiusura delle fontanelle pubbliche, pur essendo primo azionista di Acea. Il giudizio sulla gestione privata dell’acqua nella capitale è fortemente negativo, come sottolineano i dati: la rete idrica è afflitta da una tale carenza di manutenzione da registrare perdite del 40% e mentre nel 2016 gli oltre 60 milioni di euro di utili dell’azienda sono finiti in tasca agli azionisti, per rispondere a una presunta siccità si è preferito chiudere i “nasoni”, da cui passa appena l’1% dell’acquache ogni secondo arriva a Roma.

Nemmeno a livello regionale per ora sono stati fatti passi avanti: eppure la Regione Lazio nel 2014 fu pioniera nell’approvare la prima legge che pone le basi per rendere nuovamente pubblico il servizio idrico. A pochi mesi dalle nuove elezioni, tuttavia, manca ancora l’ultima delibera dell’Assessore Fabio Refrigeri, che permetterebbe di attuare questo storico provvedimento. Allo stesso modo non si sono trovati i 2.500 euro annui sufficienti alla manutenzione degli idrometri del lago di Bracciano, ancora in crisi dopo gli allarmi di questa estate. Un’emergenza che, grazie a tre relazioni tecniche dell’Ispra pubblicate la settimana scorsa, sappiamo essere frutto non tanto della siccità, quanto delle captazioni sconsiderate per l’uso umano, soprattutto da parte di Acea.

Unendo i puntini siamo in grado di costruire una mappa delle responsabilità e delle carenze istituzionali che hanno generato uno stato di emergenza del tutto evitabile a Roma e nel Lazio. I prelievi idrici non controllati da enti indipendenti hanno causato il disastro ambientale di Bracciano, ma quegli stessi prelievi sembrano indispensabili a causa di enormi perdite nella rete idrica romana, su cui l’Acea non interviene da anni perché preferisce distribuire dividendi da capogiro agli azionisti. Il tutto a scapito delle comunità locali e dei cittadini romani, vittime della beffa di una misura ingiusta e vana come la chiusura dei nasoni.

Pensiamo che le passerelle ai summit internazionali non bastino a costruire il futuro dei territori. Per questo chiediamo a tutti i rappresentanti istituzionali – dalla Sindaca di Roma al Presidente della Regione Lazio, fino al Ministro dell’Ambiente – di assumersi le proprie responsabilità politiche: l’approccio attuale, ad ogni livello, è contrario ad una gestione partecipata, trasparente e sostenibile dell’acqua. E questo non è soltanto inaccettabile, ma rappresenta un pericolo concreto per chi vive e lavora sul territorio, sempre più esposto agli effetti dei cambiamenti climatici. Chiediamo una serie di misure urgenti alla Sindaca Raggi: faccia pressioni su Acea per la riapertura dei nasoni e imponga la riparazione della rete colabrodo impiegando gli utili aziendali, pubblichi i dati sulle risorse impiegate finora nelle riparazioni delle tubature e la lista degli interventi già conclusi. Al Presidente Zingaretti chiediamo di attuare la legge 5 del 2014, per realizzare il volere di milioni di cittadini e tutelare i bacini idrografici. Al Ministro Galletti va invece la richiesta di portare alla COP 23 una parola chiara sulla gestione dell’acqua: qualunque risposta ai cambiamenti climatici che tuteli la risorsa idrica deve rigettare le regole di mercato. Non può esistere attenzione ad un bene comune e scarso se l’obiettivo del gestore è fare profitti. Tutto il resto rischia di essere solo una favola vuota, probabilmente non a lieto fine.

Coordinamento romano acqua pubblica

Si ringrazia Cristina Leali per la foto

Un Parlamento senza vergogna

26 Ott

A chi tenta di giustificare l’aver posto la fiducia sulla legge elettorale ricordando il precedente di De Gasperi, sfugge – posto che lo sappia – che quando il 23 marzo 1953 la questione fu posta al Senato l’allora presidente, Giuseppe Paratore,  si dimise, indignato e sconcertato per il colpo di mano dei democristiani.
Da Wikipedia

“il passaggio parlamentare della legge [la cosiddetta “legge-truffa”, la nota è mia] vide un lungo dibattito alla Camera dei deputati, dove la maratona oratoria dell’ostruzionismo delle opposizioni[3] si concluse il 21 gennaio 1953 con l’approvazione della questione di fiducia[4]. Dopo l’esame in sede referente della Commissione, la lettura d’Assemblea al Senato della Repubblica fu più celere: l’8 marzo 1953 De Gasperi pose la questione di fiducia…”

Giuseppe Paratore era – come ha ricordato il senatore Tocci nel suo discorso di ieri al Senato –  un vecchio liberale di solidi principi. Eletto alla Camera nel 1909 vi rimase fino al 1929, quando con l’avvento del fascismo abbandonò la politica attiva. Rientrò in Parlamento nel ’46, eletto all’Assemblea Costituente, e poi al Senato, di cui divenne Presidente nel 1952. Nel 1957 fu nominato senatore a vita.

A seguito delle dimissioni di Paratore doveva succedergli il vice presidente, Luigi Gasparotto. Deputato dal 1913 al 1928, con l’avvento del fascismo si era ritirato dalla vita politica. Vi rientrò nel 1945 col Partito democratico del lavoro di ispirazione democratico-progressista. Eletto alla Costituente e poi al Senato nella prima legislatura, dopo le dimissioni di Paratore fu candidato alla presidenza del Senato, ma rifiutò, per  le stesse ragioni.

Erano uomini che intendevano servire la Nazione con dignità e rispetto delle istituzioni, uomini di cui oggi è difficile trovare traccia nel Parlamento di schiacciabottoni a comando che ha dato a noi cittadini una legge elettorale incostituzionale e che quello stesso Parlamento oggi intende replicare, in plateale contrasto con il dettato costituzionale che dichiara che “la sovranità appartiene al popolo”.

Senza pudore, come ha detto Tocci. E senza vergogna.

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