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Un borghese piccolo piccolo

17 Set

È il titolo di un film del 1977 di Mario Monicelli, molto applaudito e premiato, tratto da un libro di Vincenzo Cerami. Narra la storia di un modesto impiegato – uno straordinario Alberto Sordi – e della sua feroce vendetta contro il colpevole della morte del figlio. Come scrisse la critica dell’epoca, il film rappresentò «una pietra tombale sulla commedia all’italiana», «una commedia incarognita dal fatto di dover fare i conti con tempi in cui è sempre più difficile vivere».

Mi pare ci sia un parallelo con l’oggi: sulla scena c’è un altro borghese piccolo piccolo, meschino quanto cinico, arrogante quanto ambizioso.
Renzi ha cercato nella scissione dal Partito democratico la sua vendetta contro gli eventi che l’hanno condotto a un ruolo di comprimario, dimenticando che sono stati i suoi errori a ridurlo a rottamatore di sè stesso. La sua bulimia di protagonismo gli ha fatto intravedere un nuovo ruolo: quello di ago della bilancia del governo Conte, anteponendo il suo personale interesse al bene di quell’Italia che tanto spesso – a parole – ha detto di amare. E, dichiarando sfrontatamente che la scissione è fatta ‘per combattere Salvini’, cerca infantilmente un alibi; ma la verità è che anche lui ha cercato pieni poteri con una riscrittura della Costituzione che avrebbe condotto a una disastrosa deformazione della Carta e dello Stato democratico.

Renzi è vittima inconsapevole di tempi e momenti molto più grandi di lui. Se, invece di lasciarsi trascinare dal suo gigantesco ego, avesse l’umiltà di fermarsi un attimo a ragionare, capirebbe che questo è il momento dell’unità, della raccolta delle forze e delle intelligenze, di stare tutti spalla a spalla per respingere l’attacco brutale di una destra incolta, violenta, pericolosa. Ma non ne è capace e questo è il suo limite, quello che non ne fa un politico ma un politicante, solo un po’ più furbo di molti altri.

Mantenere un impegno

17 Set

Bisogna riconoscere che – sia pure in ritardo – con l’annunciata scissione Renzi ha mantenuto la parola.
Adesso cura i propri interessi.

Paragoni

6 Set

Del nuovo governo Conte – il bisConte, come lo chiamo io – si è detto tutto, o quasi. Resta solo da vederlo all’opera e, per il bene dell’Italia tutta, augurargli il meglio possibile.
Per quel che mi riguarda, rinvio a questa foto che ho trovato in Rete e che mi pare rappresenti bene il mio attuale stato d’animo.

La Raggi e i rifiuti a Roma

1 Lug

A proposito del drammatico problema dei rifiuti a Roma e della capacità di gestirlo: oggi, con un articolo sul Corriere, Ignazio Marino fa chiarezza, elencando fatti, circostanze, date e dati. Perché c’è chi sa come affrontare i problemi e trovare soluzioni.
Poi c’è la Raggi.

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Rifiuti, Marino: chiusi Malagrotta e feci il piano Ama, era tutto pronto per creare ricchezza

L’ex sindaco Marino: «Non è vero che la mia giunta non avesse una proposta alternativa. C’era una visione. E il piano rifiuti non solo venne elaborato insieme al presidente dell’Ama Daniele Fortini ma anche approvato il 26 settembre 2015 dall’Aula»

di Ignazio R. Marino, ex sindaco di Roma


Al momento della mia elezione, nel 2013, Roma gestiva i rifiuti attraverso Malagrotta, per la quale l’Ue aveva chiesto la chiusura entro il 2007. Sei anni dopo era ancora attiva: la chiusi nei primi 100 giorni, avviando contemporaneamente un piano rifiuti. L’esistenza della discarica determinò anche il ritardo nello studiare metodi diversi per trattare i rifiuti, 5.000 tonnellate al giorno. Basta pensare che solo dalla frazione organica, il 35% dei rifiuti, con la biodigestione si può produrre energia ben più pulita di quella derivante dalle fonti tradizionali, come le fossili. Non è vero che la mia giunta non avesse un piano alternativo. C’era una visione. E il piano rifiuti non solo venne elaborato insieme al presidente dell’Ama Daniele Fortini ma anche approvato il 26 settembre 2015 dall’Aula.
Con quell’atto Roma decise di affidare all’Ama il servizio di gestione dei rifiuti urbani ed i servizi di igiene urbana fino al 2029, ma a condizioni diverse dal passato. Condizioni che furono ostacolate dai partiti al punto che sino all’ultimo non fui certo dell’approvazione. Era un piano industriale e finanziario concreto. Dotammo Ama delle risorse necessarie ma, al tempo stesso, le imponemmo un profondo cambiamento nell’efficacia dei servizi, indicando come verificarli e con la possibilità di affidamenti privati ove il pubblico non fosse stato all’altezza. Per la prima volta si realizzava nella nostra Capitale la «democrazia dei rifiuti», superando la dipendenza da un monopolio privato e restituendo a Roma la ricchezza che finiva a Malagrotta, con una riduzione della tariffa.
E questo attraverso la crescita della raccolta differenziata, al 70% già nel 2018 (nel 2015 portammo Roma oltre il 41% partendo dal 23% dell’inizio 2013 e, purtroppo, la città è ancora ferma al nostro traguardo), e costruendo gli Ecodistretti, per la trasformazione in «prodotto industriale» di tutti i rifiuti raccolti, con oltre 300 milioni di investimenti. Si realizzava la chiusura del ciclo dei rifiuti nel territorio della Capitale e si massimizzava l’autosufficienza degli impianti industriali Ama, in un’ottica di sostenibilità ambientale ed economica. Il piano approvato dall”Assemblea capitolina partiva dalla realtà di un cambiamento già in atto in Ama dai primi mesi di lavoro della giunta. Un lavoro non facile per tutte le resistenze che trovai, ancora una volta, nella partitocrazia quando volli sostituire il gruppo dirigente con manager scelti non sulla base delle tessere bensì con il mio tanto criticato metodo della competenza.
Così conseguimmo nel 2015 una contrazione dei costi operativi di circa 40 milioni, riappropriandoci di autonomia gestionale ed operativa, riavviando impianti fermi da anni (come quello per il trattamento del multimateriale a Rocca Cencia) e presentando le autorizzazioni necessarie per quelli nuovi (compostaggio di Rocca Cencia). Tutto questo si è fermato così come l’inerzia nel superare Malagrotta non aveva consentito di pianificare e attuare un sistema che consentisse di mettere in sicurezza attraverso una rete di impianti pubblici la gestione dei rifiuti della Regione Lazio e della Capitale d’Italia. Eppure tutto questo è possibile attraverso sinergie e possibilità di garantire efficienza ed economicità gestionali, evitando la migrazione dei rifiuti fuori dalla regione. Nei miei 28 mesi di governo ho insistito affinché il sistema impiantistico di proprietà regionale venisse riparato e reso più efficiente con un investimento Acea che non gravasse sulle tasse. Acea si era resa disponibile ma dal 2013 al 2015 ogni tentativo si è arenato sulle scrivanie della burocrazia regionale. Quindi la soluzione per i rifiuti esiste, da tempo. Ogni giorno perso per realizzarla può giovare ad alcuni, ma non ai romani.

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Nota: questo il Piano Strategico Operativo 2015 – Piano Industriale Pluriennale 2015-2018 di AMA di cui parla Marino.
http://www.amaroma.it/public/files/gare/1109/pip-2015-2018.pdf

Una sentenza che non parla soltanto al Partito Democratico

13 Giu

È una storia senza precedenti ma poco conosciuta quella che ha visto il PD citato in Tribunale dai suoi stessi iscritti e condannato per violazione delle norme che ne regolano la vita interna. Vale la pena di ricapitolare il più brevemente possibile lo svolgersi della vicenda, durata oltre quattro anni, perché può contribuire validamente alle scelte di oggi, nell’attuale situazione politica.

Tutto ha inizio il 3 dicembre 2014, quando esplode l’inchiesta Mafia Capitale che coinvolge anche alcuni esponenti del Partito Democratico

romano. Il segretario cittadino Lionello Cosentino, pur eletto da pochi mesi, viene indotto alle dimissioni e il leader del PD, Matteo Renzi, decide di commissariare il partito cittadino e di affidarne la gestione a Matteo Orfini, in quel momento Presidente nazionale.

Non sono pochi quelli che si meravigliano della nomina: Orfini è uno dei notabili locali, capo della corrente dei Giovani turchi, e si teme che l’occasione sia favorevole per consentirgli di impadronirsi del partito romano. Diverse sono le voci che si levano per manifestare quanto meno perplessità per la decisione, tanto che un gruppo di iscritti e membri della Direzione e dell’Assemblea interpella la Commissione nazionale di Garanzia (CNG) perché venga fornito un autorevole parere sulle caratteristiche del mandato commissariale.

Matteo Orfini

La risposta della CNG è chiara e inequivoca: la decisione assunta riguarda unicamente il commissariamento della segreteria cittadina, e non interviene sugli organismi assembleari – i cui componenti non sono stati neppure sfiorati dall’inchiesta – che mantengono pertanto inalterate tutte le  prerogative previste dallo Statuto nazionale e dal Regolamento della Federazione romana. Il parere venne ulteriormente ribadito dal Presidente della CNG, on. Gianni Dal Moro, che l’11 maggio 2015 dichiara che “l’art. 17 dello Statuto non appare consentire l’attribuzione, anche al fine del compimento di un singolo atto, di poteri commissariali che esautorino organi politici-assembleari non aventi funzioni esecutive”. In altre parole, non è possibile evitare di passare dall’Assemblea cittadina per modificare le norme interne vigenti.

Nonostante ciò, tuttavia, Orfini interpretò a suo modo  il ruolo e i poteri di Commissario. L’11 giugno 2015, con una propria delibera sottratta alla discussione e all’approvazione dell’Assemblea cittadina, come già detto unico organismo titolato ad esprimersi in merito, procedette a modificare radicalmente l’organizzazione territoriale del Partito romano. Per di più, tenendo in nessun conto la sua stessa figura di Presidente del Partito, fatto che avrebbe dovuto indurlo a un comportamento pienamente rispettoso delle norme interne del PD.

La delibera invece le infrangeva clamorosamente: ad esempio, la nomina di subcommissari municipali (che esautoravano i Circoli esistenti nei rispettivi territori e assumevano il controllo totale dell’attività del Partito nel municipio di competenza) violava  quanto disposto dal Regolamento cittadino, dallo Statuto regionale e dallo Statuto nazionale secondo cui ogni modifica del ruolo dei Circoli deve avvenire nel rispetto della loro autonomia organizzativa, politica e patrimoniale. Inoltre, veniva del tutto ignorata la norma dello Statuto nazionale che dispone che nelle città con oltre 100.000 abitanti debba essere costituito almeno un circolo ogni 50.000 abitanti.

Le reazioni dei Circoli e degli iscritti furono anche vibranti ma lasciarono indifferente Orfini, cui della legittimità o meno delle proprie decisioni non importava evidentemente nulla, e altrettanto di cosa pensavano e proponevano gli iscritti avendolo affermato esplicitamente in più occasioni e giungendo perfino a chiamarli sfrontatamente in causa quasi fossero corresponsabili della situazione svelata dall’inchiesta giudiziaria.
D’altra parte, la cronaca dei modi con cui più avanti provvide disinvoltamente a gestire la deposizione del sindaco Marino, calpestando la volontà sovrana degli elettori, lo dimostra abbondantemente.

A questo punto non rimaneva che soggiacere alla prepotenza o reagire, e il gruppo iniziale, che nel frattempo si era ingrossato, decise per la resistenza. Con il conforto del parere degli avvocati  Anna Falcone e Antonio Pellegrino Lise fu avviata una vertenza presso il Tribunale civile per ottenere l’annullamento della delibera, considerando quanto questa incidesse profondamente e negativamente sul ruolo dei circoli e sui diritti degli iscritti. Davide contro Golia.

Fu una decisione presa nella piena consapevolezza che rivolgersi alla magistratura per ottenere il rispetto delle regole interne di un partito è cosa quantomeno inusuale, ma anche che ne ricorressero tutte le ragioni. C’era la profonda convinzione che fosse politicamente giusto farlo per contrastare chi approfitta di una posizione di potere occupata pro tempore per esercitarla con arroganza, incurante della legittimità delle sue azioni. Un’organizzazione politica, qualunque essa sia, che non pratica la democrazia al suo interno e non rispetta le sue norme statutarie non ha titolo a presentarsi di fronte ai cittadini come strumento di allargamento degli spazi di partecipazione democratica e di miglioramento delle condizioni civili e sociali del Paese.

È così avvenuto che il Tribunale civile di Roma, con una sentenza che molto probabilmente farà scuola, ha accolto le argomentazioni circa le violazioni regolamentari e statutarie e, riconoscendo le menomazioni che ne conseguivano per i diritti di tutti gli iscritti, ha dichiarato l’illegittimità del comportamento del commissario Orfini, disponendo l’annullamento della delibera commissariale e condannando il PD Roma al pagamento delle spese processuali. Stesso esito ha avuto l’appello richiesto dal Pd, per giunta rigettato per irregolarità formali.

Fin qui la cronaca. Ma ci sono ancora tre considerazioni: la prima riguarda la magistratura che non guarda in faccia a nessuno e ancora una volta onora il suo ruolo. In momenti come l’attuale è un conforto non da poco.

La seconda riguarda la sentenza, che parla a tutte le forze politiche e al Parlamento intero.  In realtà nei partiti è ancora del tutto presente, e largamente preponderante, una concezione del processo decisionale unicamente orientato dall’alto verso il basso, una concezione secondo cui, a tutti i livelli dell’organizzazione, ai vertici spetta il potere di decidere e agli iscritti resta soltanto di eseguire e finanziare.
Questa modalità contrasta con l’art. 49 della Costituzione, dove è disposto che “Tutti i cittadini hanno diritto ad associarsi liberamente in partiti per concorrere, con metodo democratico, a determinare la politica nazionale”. I partiti sono quindi uno strumento al servizio dei cittadini che hanno diritto a partecipare da protagonisti alla vita politica del Paese.


In base a tutto ciò, si sta costituendo il “Comitato per l’articolo 49”, formato da giuristi, politici e cittadini, che intende proseguire nel percorso tracciato da questa storica sentenza e conseguentemente esigere che le forze politiche si diano finalmente un metodo democratico e compiano quelle scelte organizzative che rendano effettivo, trasparente e facilmente esercitabile questo diritto fondamentale.

L’ultima considerazione riguarda  il PD: se il nuovo segretario Nicola Zingaretti vuole davvero aprire “una fase costituente per rinnovare  e riformare il Partito Democratico” con un’organizzazione che rimetta al centro le persone, che dia loro il potere di decidere, se vuole davvero “costruire una forma-partito radicalmente democratica, capace di conciliare una forte leadership collegiale e decisioni dal basso” allora dovrà tenere conto, e molto prima degli altri, del valore e del significato di questa sentenza.

P.S. Se il Pd fosse un’azienda, questa potrebbe procedere con un’azione di responsabilità verso l’ex-commissario Orfini per rivalersi del danno economico e di immagine subito.


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Dovrete essere forti – Piero Filotico

Una plateale e strumentale esibizione di fede

20 Mag

Non è certo la prima volta che qualcuno invoca la religione o i suoi simboli in funzione dei propri obbiettivi o interessi. Basterebbe ricordare il Deus lo volt di Pietro l’Eremita che predicava la prima Crociata (e che divenne più tardi il motto dell’Ordine dei cavalieri del Santo sepolcro) oppure il Gott mit uns sulle fibbie dei soldati della Wehrmacht nella seconda guerra mondiale.

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Per venire ai giorni nostri, e senza giungere agli estremismi dei fanatici dell’ISIS, in questa arbitraria acquisizione è evidente il maldestro tentativo di dare un’impronta divina alla propria impresa. Come dice il cardinale Parolin, “Io credo che la politica partitica divida, Dio invece è di tutti. Invocare Dio per se stessi è sempre molto pericoloso“.

Lo stesso elementare principio è sostenuto da padre Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica, all’indomani della manifestazione dei sovranisti in cui Matteo Salvini ha chiuso il suo intervento stringendo nelle mani un rosario. 

Oltre che come salvatore della patria e dell’intera Europa. esibendo vangeli e rosari e professando la sua cristiana devozione Salvini intende quindi proporsi anche come difensore del cattolicesimo, minacciato dall’invasione di buddisti, maomettani, induisti e quant’altro.
Una patetica pagliacciata per di più offensiva verso i veri credenti, che siano sostenitori od oppositori, e che gli costerà cara.

Telemarketing persecutorio: il Regolamento non difende i cittadini

14 Mag

Il solito pasticcio. C’è la legge, ma il Regolamento proposto la contraddice e non difende I cittadini che, come il sottoscritto, vengono perseguitati ogni giorno anche più volte.

Il quotidiano Il Tirreno ha intrapreso da tempo una meritoria battaglia a difesa di tutti noi e oggi spiega perché il nuovo Regolamento – che si spera venga presto modificato – contrasta con lo spirito e gli obbiettivi della legge. Lo riporto integralmente più avanti.

Ancora una volta mi chiedo, tuttavia, come sia possible che i tecnoburocrati incaricati di emettere un provvedimento che renda possibile l’attuazione di una legge le vadano spensieratamente contro.
Non riesco a credere, per quanti sforzi faccia, a un errore in buona fede di tecnici di provata esperienza: sarà la malizia, ma c’è qualcosa che mi porta a pensare che non siano estranee pressioni più o meno dirette, che tendano a difendere gli interessi delle aziende coin volte, in questo caso quelle di telemarketing.  

Telefonate moleste, il regolamento svuota la legge: ecco perché in 7 punti

Il ministero dello Sviluppo economico vieta la “revoca a tappeto” del consenso all’uso commerciale dei numeri di telefono. Allarme del Garante per la protezione dei dati personali

Ilaria Bonuccelli 13 MAGGIO 2019

Roma. Non rispetta la legge. Così come è scritto, non consente ai cittadini di difendersi dalle telefonate moleste. Il regolamento del ministero dello Sviluppo economico che dovrebbe attuare la legge contro il telemarketing aggressivo non solo è in ritardo di un anno, ma rende inefficace lo scudo contro le chiamate commerciali indesiderate. Lo dice il parere del Garante della Privacy che reclama la modifica del testo. Vari i pericoli segnalati in questo testo di 14 articoli e 1 allegato, secondo il parere che il presidente dell’Autorità, Antonello Soro, e il segretario generale, Giuseppe Busia, firmano il 30 aprile. Riguardano il modo in cui gli utenti dovrebbero esercitare il diritto di opposizione alle chiamate moleste. E hanno a che fare con l’allegato delle “categorie merceologiche” di cui non c’è traccia nella legge ma che è stato creato per rendere (quasi) impossibile – «residuale» – il diritto a dire no al telemarketing aggressivo.

La legge, infatti, dice che basta iscriversi al Registro delle Opposizioni per revocare anche i vecchi consensi a usare i nostri dati (e numeri) per scopi commerciali con una sola eccezione: quelli in mano a gestori di servizi (acqua, luce, gas) per i quali sia in atto un contratto non ancora scaduto.


I trucchi. Il regolamento, invece, subordina la revoca del consenso a due condizioni: 1) il cittadino deve precisare le “categorie merceologiche” per le quali non vuole ricevere telefonate moleste, (inserite nell’allegato che può essere modificato dal Mise); 2) la revoca del consenso non scatta per «le numerazioni legittimamente raccolte dall’operatore». La legge, però, non dice questo. Soprattutto riguardo alla “revoca universale” del consenso all’utilizzo dei propri dati. Perciò il Garante chiede al ministero di cambiare il regolamento.

No alle Categorie merceologiche. Deve «essere precisato con opportuna chiarezza espositiva che l’iscrizione al Registro comporta automaticamente l’opposizione a tutti i trattamenti a fini promozionali da chiunque effettuati, con revoca pure dei consensi precedentemente manifestati».Di conseguenza, è «improprio invocare qualunque categoria merceologica della quale la legge di riforma del Registro delle Opposizioni non fa riferimento». E diventa obbligatorio «ovunque espungere ogni riferimento alle categorie merceologiche dagli articoli sulle modalità di esercizio del diritto di opposizione» la cui introduzione «può comportare problemi applicativi con il rischio di un elevato contenzioso».

Revoca a tappeto. Deve essere soppressa (all’articolo 7) la frase che limita la “revoca a tappeto” dei consensi. Quindi anche se i consensi sono stati legittimamente raccolti, l’iscrizione al Registro li deve azzerare. «Altrimenti si vanifica l’obiettivo della revoca universale” contenuto nella legge».

Le altre modifiche. Deve essere precisata la questione della revoca dell’opposizione a tempo «perché potrebbe essere riferita perfino solo ad alcune fasce orarie o determinati giorni della settimana». L’articolo sulla presentazione dei numeri usati per chiamare scarica le responsabilità solo sui call center e non anche sui committenti. Infine deve essere rivisto l’articolo sulle sanzioni, perché sono previste quelle vecchie e non aggiornate con la nuova normativa. —

Foto da Il Tirreno



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SETTE MOTIVI PER CUI IL REGOLAMENTO SEMBRA SVUOTARE LA LEGGE SULLE TELEFONATE MOLESTE


1)    INVENZIONE DELLE CATEGORIE MERCEOLOGICHE

Il regolamento (articolo 3) introduce l’obbligo per gli abbonati di indicare le categorie merceologiche (i prodotti) per le quali non vogliono ricevere telefonate commerciali. Gli utenti devono indicare le categorie merceologiche nei confronti delle quali “esprimere opposizione al trattamento dei dati personali” ai fini di invio di materiale pubblicitario o vendita. Nella legge questa condizione non è posta.

2)    SALTA L’AZZERAMENTO DEI VECCHI CONSENSI

La legge prevede che l’iscrizione al Registro delle Opposizioni comporti la cancellazione di tutti i consensi precedenti (all’iscrizione) dati l’uso dei numeri telefonici e per fini commerciali, “salvi i consensi per contratti in essere o cessati da non più di 30 giorni per la fornitura di beni o servizi (acqua, luce, gas, ndr) per i quali  è comunque assicurata la facoltà di revoca con procedure semplificate”.

Il regolamento (articolo 7) invece prevede che l’iscrizione comporti la cancellazione di tutti i consensi precedenti  all’inserimento nel Registro delle Opposizioni “fatti salvi i consensi al trattamento delle numerazioni telefoniche da parte dell’operatore che li ha legittimamente raccolti”. Così si annulla la revoca a tappeto dei consensi pregressi, con un’operazione di “scavalco” giuridico che a un regolamento non è consentito rispetto a una legge.

3)    REVOCA A TEMPO DEL CONSENSO

Il regolamento (articolo 7 comma 3)  prevede – come anche la legge – che il cittadino possa revocare “a tempo”  il consenso all’utilizzo dei propri dati per fini commerciali. Non viene, però, precisato il “tempo”: quindi può essere anche alcune fasce orarie o per alcuni giorni della settimana. L’indeterminatezza complica l’applicazione della norma.

4)    EQUIVOCO DEL RINNOVO

L’iscrizione al Registro delle Opposizioni, per legge, è gratuito e per sempre (salvo revoca).
Il regolamento (art. 7, comma 1-lettera b e art. 9) prevede che il cittadino possa “rinnovare” l’iscrizione al Registro delle Opposizioni.

Non è precisato con chiarezza, però, che il rinnovo è previsto dopo la revoca (anche a tempo) del proprio consenso ai titolari del trattamento dei dati e che tale revoca si esercita dopo l’iscrizione al Registro.

5)    PRESENTAZIONE DELLA LINEA CHIAMANTE

La legge impone che il numero che chiama gli utenti sia immediatamente riconoscibile (con prefisso) o sia richiamabile. E mette questa responsabilità in capo sia a call center sia ai committenti.

Il regolamento (art. 9 comma 1) sembra attribuire la responsabilità di questo obbligo solo ai call center.

6)    INFORMAZIONI SUI PROPRI NUMERI AGLI ABBONATI

Impreciso l’articolo 10 del regolamento sulle informazioni che l’operatore “titolare del trattamento dei dati” deve rendere al contraente (il cittadino) sul trattamento dei dati che lo riguardano relativi ai numeri telefonici.
I dati devono essere forniti dal titolare del trattamento (non dal responsabili né dall’incaricato) “al momento della prima comunicazione all’interessato”.  Anche se il titolare (il committente) può delegare il responsabile del trattamento (il call center) a riferire le informazioni al cliente al momento del contatto telefonico

7)    SANZIONI ERRATE

Il regolamento non disciplina il trattamento dei dati via mail (tramite comunicazioni elettroniche) malgrado quanto riportato nell’articolo 12

La sanzione prevista (art 12 comma 3) per la responsabilità solidale fra titolare e responsabile del trattamento dei dati fa riferimento alla legge 5/2018 (riforma del registro delle opposizioni) invece che al regolamento.
 

25 aprile: la storia siamo noi, ma dobbiamo meritarcela

26 Apr

Sono brutti momenti per l’Italia. L’incertezza economica e politica, il futuro problematico, gli errori passati che si riflettono drammaticamente sull’oggi, gli avversari all’interno come all’esterno. Senza andar molto lontano, soprattutto quelli interni: la corruzione, l’evasione fiscale, l’impreparazione di certi vertici, un populismo becero e sguaiato, la brutale negazione di principi basilari che hanno da sempre fatto grande l’Italia, come la tolleranza e l’accoglienza. E poi, recente, lo scellerato tentativo di riaffermazione di una destra violenta e facinorosa che non si rassegna ad essere stata sconfitta per sempre il 25 aprile del 1945.

Ecco perché diventa improvvisamente importante, addirittura vitale, la memoria. Che non è solo ricordo ma è patrimonio di tutti noi, è la nostra storia di cui dobbiamo essere tutti testimoni orgogliosi. La nostra storia afferma che il 25 aprile non è un derby, come ha volgarmente dichiarato qualcuno che così non onora certo il suo doppio ruolo di rappresentante dello Stato e uomo di governo che ha giurato sulla Costituzione.

Il 25 aprile è la memoria reverente della Liberazione dell’Italia da un regime tirannico e odioso che promulgò le leggi razziali, soffocò la democrazia e con una decisione criminale ci condusse in una guerra insensata e sanguinosa che portò, alla fine, a uno scontro fratricida.
Da quel 25 aprile ci fu donata la Costituzione, la Repubblica, la libertà di pensiero. E per questo molti, troppi, pagarono con la loro vita.

Di questa memoria dobbiamo essere grati e rispettosi. Perché, come ricordò Vittorio Foa a un fascista che concionava di una ‘parità’ tra i morti dell’una e dell’altra parte, “se aveste vinto voi io sarei oggi in galera, ma abbiamo vinto noi, e lei può dire quello che vuole”. Infatti. I tristi epigoni del fascismo possono dire quello che vogliono proprio grazie alla democrazia e alla Costituzione repubblicana, ma non possono permettersi di infangare quello che è forse il momento più alto della nostra storia, quando fu possibile riscattare l’onore e la dignità che sembravano persi per sempre.

A porta s. Paolo, ieri, ho visto qualcosa che mi ha davvero rincuorato. Non è stato solo lo spettacolo delle bandiere, il medagliere dell’ANPI, i cartelli, la gente seria e commossa, l’incredibile folla partecipe non solo fisicamente. Quello che mi ha aperto il cuore è stato ammirare le decine, le centinaia di giovani entusiasti e certi dei loro ideali, che affollavano il corteo e poi la piazza e con i loro slogan goliardici (uno per tutti “Lega, Salvini, e lascialo legato”) hanno strappato anche un sorriso. E giovani così hanno sfilato in tutta Italia, allegri, consapevoli e presenti nonostante a scuola questa nostra storia recente non venga insegnata come si dovrebbe.
Sono loro i testimoni che da oggi sarà il 25 aprile tutti i giorni. Ma per tenerlo sempre a mente, anche noi – come ci suggerisce questo breve filmato accompagnato dalla canzone di De Gregori (guardatelo, è emozionante) – dovremo ogni volta fermarci a leggere le targhe che ricordano stragi, esecuzioni, episodi, martiri, combattenti,

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donne e uomini che hanno fatto questa nostra storia gloriosa e meditare sul prezzo doloroso che pagarono perché fossimo liberi.
La storia siamo noi, ma dobbiamo meritarcela.

Ignazio Marino, i Torquemada da strapazzo e gli ipocriti per vocazione

16 Apr

Nonostante l’assoluzione “per non aver commesso il fatto”,  gli oppositori dell’epoca del sindaco Marino si rifanno vivi affannandosi a sostenere – nel generale ludibrio – la correttezza della sua brutale e ingiusitificata (e ingiustificabile) deposizione. Segretario e presidente-commissario romano del Pd di allora – Renzi e Orfini – ripetono, rendendosi vieppiù ridicoli, che si trattò di “decisione politica”, mentre i detrattori per partito preso – o per interessi personali – sostengono una sua non meglio identificata ‘inadeguatezza’,  puntando il dito sugli errori commessi. Che certo ci sono stati (c’è qualcuno infallibile tra noi umani?) ma non giustificheranno mai la brutale deposizione di un sindaco democraticamente eletto.

Ma vediamoli ‘sti errori. Fu sicuramente un errore non dare le dimissioni il giorno dopo lo scoppio dello scandalo di Mafia Capitale. Marino avrebbe messo in difficoltà I suoi oppositori, quelli esterni e soprattutto quelli interni del Pd, e in una nuova tornata elettorale avrebbe potuto addirittura  guadagnare una maggioranza in Consiglio comunale indipendentemente dal Pd. Perché non volle? Tempo dopo dichiarò che non aveva voluto mettere la città in una situazione ancora più difficile di quella che stave vivendo. Fu generoso da parte sua. Così come è stato un errore la gestione della comunicazione, pressochè inesistente: c’è un lungo elenco di cose fatte ignoto ai più (ma ben noto, invece, ai suoi critici, che ovviamente tacciono) e che affidato a veri professionisti avrebbe costruito una solida muraglia di contenimento agli attacchi  interessati . Ed è stato un errore chiudersi in un cerchio magico di fedelissimi non sempre all’altezza dei compiti e aver dichiarato da subito guerra aperta a quella oscura rete di potentati che hanno devastato Roma per decenni: palazzinari, faccendieri, politici falliti, corrotti e corruttori, traffichini all’ombra del Campidoglio, tutti preoccupati se non angosciati dalla vicina prospettiva che il bengodi degli affari, degli appalti, del consociativismo, delle cariche ben pagate, dei favori reciproci fosse bruscamente interrotto. Marino era estraneo a tutto ciò ed essendo profondamente onesto rappresentava per costoro un pericolo reale.

 

Si coalizzarono contro di lui i proprietari dei camion bar, gli ‘urtisti’ (i venditori di souvenir) e i gladiatori sfrattati dai luoghi storici e magnifici di Roma, dal Colosseo a Fontana di Trevi, cui Marino voleva restiture dignità e bellezza. Si aggiunsero quindi i vertici delle decine di partecipate del Comune (spesso inutili), che Marino cominciò a mettere sotto stretta osservazione se non in liquidazione, il sistema burocratico del Comune che si sentì sotto frusta e di fronte alle proprie responsabilità, i funzionari e gli impiegati  che godevano di incomprensibili integrazioni dello stipendio mai legate alla produttività, I vigili urbani (per cui era stata definita una rotazione nei municipi e negli incarichi), la lobby degli impianti pubblicitari (i ricavi di questo settore erano inferiori a quelli di Milano, con una superficie molto minore), i costruttori che si videro tagliati milioni di metri cubi che avrebbero finito di devastare l’agro romano, gli affaristi che premevano per gestire in libertà le Olimpiadi, l’intero apparato politico non solo dell’opposizione – il ‘suo’ Pd era giunto a diffondere un indecente sondaggio taroccato – e ancora tutti coloro che in un modo o nell’altro si sentirono  coinvolti  dalla chiusura di Malagrotta (un obbligo dimenticato per sette anni, dopo la sentenza della Corte europea di giustizia), la greppia cui avevano attinto per decenni. Questo circo di interessi personali organizzò una controffensiva che aveva come perno centrale i maggiori quotidiani romani: spiace constatare quanti giornalisti si divertirono allora – a modo loro – dedicando pagine alla Panda rossa, agli scontrini, alle vacanze del sindaco, invece di obbedire all’etica del mestiere e investigare sul come, da chi e perché quei presunti scandali fossero gonfiati ad arte e oltre ogni logica misura.

 

Oggi, messi nell’angolo da una sentenza inequivocabile e definitiva, i Torquemada da strapazzo, inquisitori falliti,  tentano fragili repliche ululando col ditino puntato alla chiusura dei Fori Imperiali, alla asserita scarsa simpatia del sindaco e altre baggianate del genere, mentre gli ipocriti per vocazione insistono disperatamente a sostenere che la brutale deposizione del sindaco Marino era dovuta, oltre che per un atto ‘politico’ perché ‘si era interrotto il rapporto con la città’: ma se n’erano accorti solo loro. E solo loro commisero l’irripetibile sfregio all’art. 1 della Costituzione  (“la sovranità appartiene al popolo”) sostituendolo spregiudicatamente con un notaio.
Ma quello stesso popolo tradito dopo aver  massicciamente scelto il suo sindaco li ha bocciati condannandoli tutti alla nullità perpetua.

 

 

 

 

 

 

 

 

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PUBBLICITÀ

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Buon compleanno, unfilorosso!

16 Apr

Oggi unfilorosso compie sei anni.

In questo periodo ha pubblicato 941 post, quasi uno ogni due giorni.
Ma, guardando all’indietro, la soddisfazione maggiore è rappresentata da chi ha seguito, ha commentato, ha polemizzato. Segno che, per caso o per fortuna, gli argomenti trattati non erano fuor di luogo.

Spero che si continui così.
Intanto, i miei più affettuosi (e interessati) auguri a unfilorosso. 😀

N.B. unfilorosso è quello a sinistra.  🙂

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