Tag Archives: Costituzione

“Elimina Saviano!”

21 Gen

In altri tempi un ministro dell’interno che avesse sentito quel grido si sarebbe quantomeno indignato. Forse avrebbe anche ordinato alle forze dell’ordine di individuare l’imbecille autore per redarguirlo o l’avrebbe addirittura fatto lui di persona. In altri tempi.

Oggi invece il ministro dell’interno sorride e risponde augurando “lunga vita” allo scrittore minacciato dalla criminalità, magari pensando perfino di essere stato magnanimo. È invece uno sciagurato segno dei tempi. Che ha più facce. Da un lato, il popolo becero e incoraggiato a esternare i suoi più bassi istinti, dall’altro un alto esponente delle istituzioni che non fa una piega e avalla, da un altro ancora nessuno, tra gli astanti, che si dissoci dall’infame espressione, e poi nessuno, tra le forze dell’ordine presenti che senta il bisogno di intervenire. Mi viene da pensare che se non ci fosse stata la ferma ed esemplare risposta di Saviano forse l’episodio non avrebbe avuto maggior rilievo. Viene da chiedersi quanto sia lontano il giorno in cui la folla bestialmente eccitata invocherà il linciaggio fisico.

Eppure c’è stato qualcuno che in altri casi ha sentito il bisogno intervenire. L’8 dicembre, a Roma a piazza del Popolo, durante un comizio dello stesso ministro dell’interno. A Propaganda live Diego Bianchi ha mostrato il video di un giovane che quel giorno è stato affrontato da alcuni energumeni (sostenitori del ministro, gorilla, guardaspalle, non è dato sapere. Qui li ho paragonati ai ‘bravi’ del Manzoni) appena ha cominciato a camminare con un cartello con su scritto “Ama il prossimo tuo”. Gli sconosciuti lo hanno strattonato e trascinato fino al posto di polizia, dove è stato ovviamente rilasciato.

Mi sia consentito affermare che c’è un parallelo tra i due episodi. E che entrambi indicano una tendenza che si sta facendo preoccupantemente reale: la libertà di pensiero di chi si oppone al potere si riduce rapidamente mentre quella di chi lo sostiene si dilata fino a sopravanzare il lecito e sconfinare nella bestialità del fascismo.

Mala tempora currunt. E il futuro non promette nulla di buono. C’è un eloquente cartello, in un film che ho visto tempo fa, che riporta una frase: “L’ingiustizia deve farti infuriare. Non abbattere.” Ecco il motivo per cui i cittadini che hanno a cuore la democrazia e la Costituzione devono mobilitarsi, non assistere rassegnati al crecscere della violenza e della prevaricazione.

#facciamorete


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Ancora una volta grazie, Presidente

1 Gen

Palazzo del Quirinale 31/12/2018
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella
durante il discorso di fine anno

È la seconda volta in due giorni – e confesso che sono quasi commosso – che sento il dovere di ringraziare Sergio Mattarella. L’altro giorno per aver insignito di alte onorificenze 33 italiani, alcuni non di nascita, ognuno con la sua storia esemplare di cittadino con un alto senso del dovere. Con ogni nomina c’era però, dietro la motivazione ufficiale, come una sua dichiarazione, una scelta di campo, e tutte insieme rispecchiavano il profondo rispetto per la nostra Costituzione.

Oggi lo ringrazio per il suo messaggio di fine anno. Ma mi pare riduttivo chiamarlo così: a me è parso più un discorso alla Nazione. Com’è suo costume, è stato un discorso breve, franco e sereno. Ha parlato come il padre di tutti gli italiani, invitando al confronto dialettico il governo, il Parlamento e i gruppi politici, ha ricordato diritti e doveri, ha esaltato il senso di comunità che nasce sì dalla sicurezza, ma solo dopo che sia stato assicurato il rispetto “del vivere comune”.

Non so come dirlo meglio, ma in tempi così grigi per il nostro futuro, in un Paese dove così tanti e così in alto sembra abbiano smarrito (se mai l’hanno avuto) il senso delle istituzioni e pare non conoscano il peso delle responsabilità che gli derivano dal dover guidare lo Stato, Mattarella mi fa stare più sereno.

Buon anno Presidente. E si riguardi, ne avrà da fare.

Qui il video integrale del discorso del Presidente.

Grazie, Presidente.

30 Dic



Ho letto il comunicato ufficiale de Quirinale con  le motivazioni con cui il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha insignito 33 italiani che si sono distinti per atti di particolare valore morale e civile.  Non è un semplice  elenco. Al contrario, ha una straordinaria eloquenza, è un documento che illustra perfettamente l’Italia che riconosciamo, l’Italia generosa e ospitale, solidale e altruista, rispettosa dei diritti degli altri. É l’Italia della Costituzione.

Il Presidente Sergio Mattarella a Ciampino accoglie la salma di Antonio Megalizzi
(foto di Francesco Ammendola – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

In questo inatteso gesto del Presidente ho letto una straordinaria volontà rivoluzionaria, quasi  eversiva. È come se – alla vigilia del suo messaggio di fine anno – Mattarella avesse detto agli italiani che non si rassegnano, resistono e respingono l’onda nera del razzismo, dell’incompetenza, dell’egoismo “io sono con voi, tenete duro. L’Italia che vogliamo tutti non è quella dei tweet e dei selfie, dei vuoti proclami, delle rozze dichiarazioni, degli atteggiamenti volgari, della disintegrazione del senso di convivenza. L’Italia vera degli italiani è questa che ho premiato.”  

 

Dinanzi al misero esempio che ci offrono ogni giorno Governo e Parlamento, le istituzioni che dovrebbero rappresentarci e non ne hanno più le capacità, le donne e gli uomini insigniti da Mattarella rappresentano un messaggio di speranza per tutti i cittadini che hanno come stella polare il senso del dovere. Come afferma il comunicato, sono “cittadine e cittadini che si sono distinti per atti di eroismo, per l’impegno nella solidarietà, nel soccorso, per l’attività in favore dell’inclusione sociale, nella cooperazione internazionale, nella tutela dei minori, nella promozione della cultura e della legalità.”

Buon anno, Presidente e grazie ancora.

Resistenza. Civile.

29 Nov

Due parole che già da sole vogliono dire molto, moltissimo, per chi ha a cuore la storia del nostro Paese e coscienza dei doveri – che vengono prima dei diritti – di ogni cittadino. Due parole che unite acquistano maggior forza e indicano una strada: quella della Resistenza civile. E mi rincuora che l’ANPI  abbia fatto suo questo principio [“È ora di una straordinaria assunzione di responsabilità. Di organizzare una resistenza civile e culturale larga, diffusa, unitaria.” ha detto la Presidente Carla Nespolo] . Perché la Resistenza, quella storica che fu il nostro riscatto agli occhi del mondo, oggi si misura con l’impegno dei cittadini a rispettare e difendere la Costituzione e i principi di umanità e solidarietà cui si ispira.

Chiunque abbia la sensibilità per avvertire quale momento difficile  stiamo vivendo e quali prospettive oscure si stiano delineando non immaginava, io credo, che si potesse arrivare a tanto: non bastava – per esempio –  l’incitamento agli italiani a difendersi da soli, come se non avessimo le forze dell’ordine a proteggerci e non ci fossero solide leggi a tutelarci. Non bastava, secondo la prospettiva muscolare e violenta che hanno assunto gli attuali protagonisti della vita politica nel nostro Paese. Come non bastava l’attacco brutale alla stampa che non plaude supina ad ogni starnuto del potere. Questo lo squallido quadro cui assistiamo oggi, ma non bastava.

Ieri il cosiddetto ‘Decreto sicurezza e immigrazione’ è stato approvato alla Camera: manca ora solo la firma del Capo dello Stato, dopo di che diverrebbe una legge, ma una legge apertamente in violazione della legalità costituzionale. L’art. 10 della nostra Carta recita così:

“L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.
La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.
Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.
Non è ammessa l’estradizionedello straniero per reati politici.”

Quando il decreto fu rinviato alle Camere per la sua discussione, il 4 ottobre scorso, il Presidente Mattarella fu assai sollecito nell’accompagnarlo con una sua lettera al Presidente del Consiglio (1) da cui  traspariva la sua preoccupazione per il rispetto degli “obblighi costituzionali e internazionali dello Stato“. (2) Una preoccupazione di cui non pare il Parlamento abbia voluto tener conto, genuflesso com’è dinanzi a un governo che sta conducendo l’Italia verso un destino che storicamente e culturalmente non ci appartiene. Il diritto d’asilo, l’accoglienza, la protezione dei deboli, il soccorso a chi è in pericolo rappresentano un nostro patrimonio che l’attuale maggioranza parlamentare vorrebbe cancellare con l’aperto ricorso a misure razziste e antidemocratiche.

Se questo governo avesse il coraggio delle sue azioni chiamerebbe le cose col proprio nome: questo è il ‘decreto anti-migranti’: cioè un decreto razzista che non si perita di predisporre misure meschine come la tassa sui trasferimenti di denaro all’estero (che potrà al massimo produrre volumi infimi), ma che allo stesso tempo favorirà lo sviluppo di forme alternative sul filo, se non oltre, della legalità. Che è, molto probabilmente, con la quasi chiusura degli SPRAR (e la persecuzione del sindaco di Riace e delle ONG, non dimentichiamolo) uno degli scopi del decreto: stringere i migranti nella morsa dei divieti, ridurli in condizioni inumane, costringerli a commettere un reato pur di sopravvivere ed avere così mano libera per perseguirli. Ma quanto potrà reggere questa tragica farsa dell’immigrazione come causa del degrado morale, sociale, industriale, economico del nostro Paese? Quando – molto presto – il sipario crollerà miseramente sarà chiaro anche ai più intossicati da questa infame propaganda che era tutto falso, era solo fumo negli occhi per nascondere la pochezza di chi crede di essere profeta e leader, ma non è che “un povero guitto che si agita per la sua ora sul palcoscenico.”

Resistenza civile. Ora e sempre.

(1) Nota del Quirinale
(2) Principi fondamentali della Costituzione (Brocardi) 
Sul piano internazionale, è indispensabile richiamare la Convenzione sullo status dei rifugiati, siglata a Ginevra il 28 luglio 1951 e ratificata dall’Italia con L. 24 luglio 1954, n. 722, e il Protocollo relativo allo status di rifugiati, adottato a New York il 31 gennaio 1967 e ratificato dall’Italia con L. 14 febbraio 1970, n. 95. La partecipazione del nostro Paese ad entrambi gli atti, lo rende destinatario del sistema di garanzia e tutela dei rifugiati in essi contenuto. Sia la Convenzione che il Protocollo sono richiamati nell’art. 18 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, a conferma dell’importanza che il diritto di asilo riveste a livello nazionale, comunitario e internazionale.



Rispetto per il Capo dello Stato

30 Mag

Nel susseguirsi di reazioni più o meno sguaiate e di più o meno dotte elucubrazioni nella vicenda che sta dilaniando l’Italia in questi giorni, pare a me che sia mancato un elemento fondante della democrazia: il rispetto.
È mancato, peraltro, nei confronti della massima istituzione dello Stato, la Presidenza della Repubblica, accusata di aver perfidamente manovrato per far fallire la proposta di governo presentatagli : quando invece è compito precipuo del Presidente assicurare una guida al Paese nel rispetto dei principi costituzionali, di cui egli è garante verso tutti gli italiani.
Mi è venuto in mente, allora, di rinfrescare un po’ la memoria, andando a vedere come intendessero il ruolo del Presidente i Padri costituenti e come fossero pervenuti alla stesura del primo comma dell’art. 87 della Costituzione.

Costituzione della Repubblica Italiana
Articolo 87
Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale.

“Rappresenta l’unità nazionale”: vi par poco? Il Presidente non ha un colore politico, non è e non può essere di parte, costituisce il punto supremo di riferimento. E come si arrivò a questa splendida sintesi?

Nei lavori preparatori della Commissione dei 75, incaricata nel 1946 di redigere il testo della Costituzione, il Presidente Meuccio Ruini così descriveva il ruolo del Capo dello Stato: 


“…sta, ad ogni modo, che nel nostro progetto il Presidente della Repubblica non è l’evanescente personaggio, il motivo di pura decorazione, il maestro di cerimonie che si volle vedere in altre costituzioni. Mentre il primo ministro è il capo della maggioranza e dell’esecutivo, il Presidente della Repubblica ha funzioni diverse, che si prestano meno ad una definizione giuridica di poteri. Egli rappresenta ed impersona l’unità e la continuità nazionale, la forza permanente dello Stato, al di sopra delle fuggevoli maggioranze. E il grande consigliere, il magistrato di persuasione e di influenza, il coordinatore dì attività, il capo spirituale, più ancora che temporale, della Repubblica. Ma perché possa adempiere a queste essenziali funzioni deve avere consistenza e solidità di posizione nel sistema costituzionale…il capo dello Stato non governa, la responsabilità dei suoi atti è assunta dal primo ministro e dai ministri che li controfirmano; ma le attribuzioni che gli sono specificamente conferite dalla Costituzione e tutte le altre che rientrano nei suoi compiti generali, gli danno infinite occasioni di esercitare la missione di equilibrio e di coordinamento che gli è propria.”

Una “missione di equilibrio e coordinamento“. Capito? 
Ora, se nella politica italiana ancora esistesse un senso della misura, il senso del dovere, in una parola il rispetto,  i massimi esponenti dei partiti che oggi si agitano scompostamente si sarebbero ben guardati dall’avanzare dubbi, esternare sospetti, proporre  perfino la messa in stato d’accusa del Presidente.
Invece è notte fonda. Nulla pare esser cambiato dai tempi di Dante:

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!

 

La parte migliore dell’Italia.

11 Feb

Lo affermo con assoluta convinzione: a Macerata e con Macerata c’era la parte migliore del Paese.
E chi si è nascosto dietro scuse indecenti o pavidi distinguo si è disonorato da solo.

Perfetto  Christian Raimo

Macerata, non esserci andati è stato un errore gigantesco.

Un freddo becco, quasi zero gradi, un corteo boicottato in ogni modo, fatto sfilare in modo punitivo ai margini di una città in cui era stato di fatto decretato il coprifuoco, scuole chiuse, negozi chiusi, bar quasi tutti chiusi, bagni pubblici chiusi, chiese chiuse, e nonostante tutto questo, tanta gente, tra le 20mila e le 30mila persone, venuta da tutta Italia. Nessuna manifestazione dei tempi recenti fa dei numeri simili, nessuna manifestazione in tempi recenti organizzata senza l’aiuto (anzi con il sabotaggio delle organizzazioni grandi, come i grandi partiti e i sindacati confederali), riesce a radunare tutta questa gente in una piccola città di provincia mal collegata.

Nemmeno il cinismo elettorale ha fatto cambiare idea al partito della sicurezza, del nonègiustofarsigiustiziadasoli, del fascismoèmorto: il Pd, per come è stato finora, un partito in cui si potevano riconoscere gli antifascisti democratici, è morto a Macerata. Gli elettori lo dimenticheranno, i militanti già ridanno la tessera. Era facile oggi vedere in piazza gente che ha votato e voterebbe Pd, tra cui molti militanti dell’Anpi, dell’Arci, di Libera, che si sono rivoltati contro la dirigenza.

Femminista, antirazzista, antifascista, solidale, allegro, e in piazza, apertamente: esiste un’altra visione politica rispetto alla politica della paura. Se i giornali non la raccontano, la colpa è dei giornali. Se date la colpa ai giornali, che parlano di inesistenti polemiche sulle foibe, leggete altri giornali. 
Persino la definizione “giovani dei centri sociali” fa ridere chiunque fosse oggi a Macerata. C’erano molti ragazzi certo, ma la manifestazione era davvero intergenerazionale, e interclassista. C’erano persone come la partigiana Lidia Menapace che di anni ne ha 93, e ragazze di 16 anni di Nonunadimeno. Sfilavano affiancate, è la parte migliore del paese: e se non la riconoscete, se non la ringraziate che ha dedicato un giorno del suo tempo anche per ribadire i vostri diritti, per combattere le vostre lotte, per dare il sostegno che meritavano ai sei ragazzi neri feriti da un fascista esaltato, beh è un problema vostro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un cartello che invita a partecipare alla manifestazione, 10 febbraio 2018 (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

 

 

 

 

 

 

 

 

Un gruppo di manifestanti, il 10 febbraio a Macerata (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

Un gruppo di manifestanti, il 10 febbraio a Macerata (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una manifestante, il 10 febbraio a Macerata (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

 

 

 

 

 

 

 

Un manifestante, il 10 febbraio a Macerata (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

>>>Le altre foto da Il Resto del Carlino e Il Post. Grazie.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Liberi di pensare

30 Dic

Il pensatore di Auguste Rodin – 1902 – Musée Rodin, Parigi

Il bell’editoriale di Simona Maggiorelli su Left in edicola così s’intitola. Ed è singolare ed allo stesso tempo grottesco riflettere sul fatto che a settant’anni dalla nascita della Costituzione e dalla Liberazione dal fascismo ci tocchi ancora augurarci di poter essere liberi di pensare e agire per il bene del Paese. Siamo invece intrappolati tra gli interessi elettorali e di bottega di un partitismo che da motore dell’evoluzione politica e intellettuale della Nazione si è ridotto a mera e insulsa fabbrica di consensi, costino quel che costino.

Tuttavia l’ottimismo della ragione induce a sperare ancora. A persistere pervicacemente a batterci affinché la Costituzione sia attuata completamente. E quindi continuare laicamente a essere liberi di pensare.  

Liberi di pensare

di Simona Maggiorelli

In questo tribolato fine anno che si conclude senza vedere riconosciuti diritti fondamentali come lo ius soli e senza nemmeno l’ombra di corridoi umanitari per i moltissimi che scappano da guerre, dittature e povertà, che fine ha fatto una prospettiva di sinistra? Qualche fragile segnale di una sinistra che prova a riorganizzarsi dal basso si intravede all’orizzonte, volendo essere molto generosi e ottimisti. Aduggiata dalla 
gigantografia del naufragio del Giglio magico che campeggia su tutti i giornali. Matteo Renzi s’incarta da solo, dopo aver invocato la commissione banche, affidandola a Casini (che udite, udite, potrebbe essere candidato nelle liste del Pd a Bologna). Sempre più difficile per il segretario del Pd ed ex premier nascondere il macroscopico conflitto d’interessi della sottosegretaria Maria Elena Boschi riguardo alla Banca Etruria (solo Matteo Orfini intigna). L’audizione dell’ex amministratore delegato di Unicredit Ghizzoni ha indirettamente confermato ciò che De Bortoli ha scritto nel suo libro. (L’ex ministro Boschi aveva minacciato querela poi ha deciso di procedere per via civile).

Mentre scriviamo, perfino fedelissimi di Renzi, come Lotti e Delrio, vacillano rispetto alla ipotesi di una ricandidatura della Boschi, fosse pure nel collegio più lontano dal distretto dell’oro aretino. Segnali che la sonorissima bocciatura della riforma costituzionale Renzi – Boschi al referendum del 4 dicembre 2016 (ostinatamente negata dai due firmatari) comincia a produrre effetti, seppur con effetto retard?
Certo, ribadiamo, non basterà de-renzizzare il Pd perché diventi un partito di sinistra. Perché la sinistra possa rinascere in quest’Italia che a marzo andrà a votare con la legge truffa detta Rosatellum, occorre un drastico cambio di punto vista, è necessaria una visione politica nuova, laica, moderna, che dia rappresentanza ai gruppi sociali più deboli, che si apra alle donne e ai migranti come soggetti politici… per cominciare.
Negli ultimi vent’anni la sinistra è andata in tutt’altra direzione: quella “radicale” si è persa dietro al pifferaio Bertinotti, che dal Brancaccio del 1991 voleva condurla sul monte Athos, celebrando una rifondazione catto-comunista in salsa radical chic. Quella più moderata era già caduta per terra, rumorosamente come il muro nell’89, mentre inseguiva una non meglio identificata Cosa rossa. Così dopo la svolta della Bolognina si è applicata a imitare il blairismo e si ostina a farlo ancora oggi (inseguendo Macron), non accorgendosi che il neoliberismo figlio della Thatcher ha fallito bellamente e che, anche in Inghilterra dove è nato, è stato rottamato da un vecchio signore di nome Corbyn che dialoga con le nuove generazioni. Il vuoto totale di idee in cui, purtroppo, si dibatte la sinistra oggi è reso evidente dal suo continuo invocare papa Bergoglio come leader. Non vedendo (o facendo finta di non vedere) l’assoluto conservatorismo della dottrina, che condanna le donne a fare figli come conigli, che le addita come assassine se decidono di abortire.

Quali e quanti danni faccia la politica italiana genuflessa lo vediamo con chiarezza anche in questo fine anno: all’indomani dell’approvazione della legge sul biotestamento, il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, dichiara di voler garantire l’esercizio dell’obiezione di coscienza sulle Dat (dichiarazioni anticipate di trattamento) a medici e strutture cattoliche. Anche se la legge appena approvata non prevede l’obiezione di coscienza. Anche se il diritto costituzionale al rifiuto e all’interruzione delle cure viene riaffermato nell’art. 1 della recente legge (sesto comma). È inaccettabile il violento paternalismo cattolico che annulla le esigenze, il sentire, il dolore della persona riducendola a mero corpo, mera biologia, da conservare ad ogni costo. Come si fa a non vedere quanto sia tutt’altro che misericordioso difendere la vita biologica come un valore inviolabile perché di proprietà divina? La laicità, al contrario, permette di fare leggi che tutelano i diritti di tutti, lasciando a chi crede la libertà di non sottoscrivere le Dat. Laicità è la parola chiave per la nuova sinistra. Ancor più ateismo. Un nuovo pensiero di sinistra non può essere fondato sulla trascendenza. Una nuova prassi di trasformazione non può essere basata sulla religione che nega ogni idea di trasformazione umana. Così alla fine di un anno molto duro e difficile l’augurio che facciamo ai nostri lettori e a noi stessi per il 2018 è che sia un anno all’insegna della ricerca, liberi di pensare e di non credere.

 

Le intelligenze dei Padri costituenti

29 Dic

Paolo Maddalena, giurista, magistrato ed ex-vicepresidente della Corte costituzionale, ha scritto questo articolo per Il Fatto quotidiano nell’anniversario della promulgazione della Costituzione. Mi ha colpito particolarmente l’aver puntualizzato che “senza ‘eguaglianza’ e ‘solidarietà’ la ‘libertà’ non basta alla democrazia“. Di qui l’esigenza di attuare finalmente la Costituzione.

 

IL MIRACOLO DELLA COSTITUZIONE E LA NOSTRA DIGNITÀ DI CITTADINI

La Costituzione ha settanta anni. E tutto quello che c’è stato di buono lo si deve a Lei. L’Italia usciva sconfitta dalla seconda guerra mondiale, che aveva distrutto tutto: case, ferrovie, ponti, fabbriche, strade e chi più ne ha più ne metta, con gli spietati bombardamenti a tappeto degli anglo americani (detti “gli alleati”, non nostri, evidentemente, ma tra loro). Ma per fortuna essa non riuscì a distruggere le possenti intelligenze dei nostri Padri costituenti, i quali compirono un vero miracolo (che gli incolti della cultura chiamano “compromesso”), ma che in realtà fu una “fusione” di tre principi che non possono vivere l’uno disgiunto dall’altro: la “libertà” (rappresentata dalle forze liberali), l’ “eguaglianza” (rappresentate dai social comunisti), la “solidarietà” (rappresentata dai democristiani). E fu così che davvero divenne possibile porre le basi di una solida democrazia fondata sul lavoro. L’assurda pretesa di fondare la democrazia sulla “libertà” è un controsenso, poiché una libertà senza “eguaglianza” e senza “solidarietà” sfocia inevitabilmente nella dittatura di pochi e nella schiavitù di tutti. Chi lo nega è semplicemente accecato dalla teoria sopraffattrice del neoliberismo, che fu introdotta in Italia con un libro di un modesto economista della Scuola di Chicago, Milton Friedman, dal titolo “Storia della moneta americana dal 1867 al 1960”, e che ebbe grande successo in Cile, che Pinochet ridusse alla miseria, poi in nell’Inghilterra della Thacher e infine negli Stati Uniti di Reagan e di Clinton. Ora prospera felicemente anche in Cina, dopo che Eltsin ha avuto la dabbenaggine di regalare a una novantina di famiglie borghesi l’intero patrimonio mobiliare e immobiliare del Popolo russo. Questa teoria predica la “diseguaglianza”, la “forte competitività” e il “predominio di pochi su tutti”. Essa non tiene conto del fatto che l’economia non è una scienza esatta, come ad esempio, la fisica, alla quale possono agevolmente applicarsi modelli matematici. L’economia è un sistema ideato dall’uomo e la storia degli ultimi anni ci dice che finché,  ispirandoci alla nostra Costituzione repubblicana, abbiamo seguito la teoria keinesiana, che vuole la redistribuzione della ricchezza, la valutazione del lavoro e l’intervento dello Stato, cioè del Popolo, nell’economia, abbiamo avuto trenta anni di benessere, sfociati nel “miracolo economico italiano”. I guai sono cominciati quando ci siamo ispirati ai Trattati Europei fondati, in gran parte, su principi neoliberisti. Così siamo diventati tutti poveri, mentre pochi ricchi si sono posti al comando dell’intera umanità. Chi ha ancora il lume della ragione sa che non abbiamo altra via da seguire, se non  quella, ben sperimentata, che ci è indicata dalla Carta costituzionale. Oramai lo diciamo in molti: chi vuole la tutela della “dignità” dell’uomo e il suo benessere, deve chiedere una sola cosa: che la Costituzione sia attuata! I Soloni del momento sono avvertiti.

Paolo Maddalena

La Costituzione tradita

22 Dic

Settant’anni fa, pressappoco in queste ore, l’Assembea Costituente si riuniva sotto la presidenza dell’on. Terracini avendo all’ordine del giorno di quella seduta pomeridiana un solo punto: “Votazione finale  a scrutinio segreto della Costituzione della Repubblica Italiana”.

Sono andato a rileggermi il verbale di quel giorno (è qui) e invito a farlo anche voi. È commovente. Perché nelle parole – ancorché scritte – degli intervenuti si percepisce  l’emozione di quegli attimi come se si fosse presenti. E la sincerità degli accenti, il peso dell’impegno morale e materiale che uomini e donne riuniti in quell’aula sentivano. Quel momento era solo l’inizio di un nuovo percorso per il nostro Paese martoriato che aveva ritrovato a prezzo di enormi sacrifici, angosce, dolori e sangue, la democrazia.

Lo ribadiscono in molti, per primo il Presidente Terracini che dopo l’approvazione afferma: “La Costituzione postula, senza equivoci, le riforme che il popolo italiano, in composta fiducia, rivendica. Mancare all’impegno sarebbe nello stesso tempo e compromettere, forse definitivamente, l’avvenire della Nazione Italiana.” Una dichiarazione ribadita dal Presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, che parlò subito dopo: “Il Governo, ora, fatta la Costituzione, ha l’obbligo di attuarla e farla applicare: ne prendiamo solenne impegno.”

Purtroppo non tutti governi che si sono succeduti hanno ricordato quell’impegno. La Costituzione è stata malmenata, accantonata, dimenticata, contrastata. Per buona parte, non è stata attuata. Chi siede oggi nel Parlamento troppo spesso ignora il vincolo che lo lega a quella promessa. A settant’anni dalla sua nascita, ve detto senza mezzi termini che la Costituzione è stata tradita e con essa la fiducia che i cittadini dimostrano con il voto ad ogni tornata elettorale.

 Il 4 dicembre 2016 gli italiani hanno dimostrato ancora una volta la volontà  che la Carta sia rispettata: attuare finalmente e pienamente la Costituzione diventa quindi, per chi andrà a sedere nel prossimo  Parlamento e per chi guiderà il prossimo governo, un ineludibile obbligo morale.

Montanari: “tenere insieme la politica e la vita”.

8 Dic

 

Pochi giorni fa a Firenze, al seminario di Libertà e Giustizia, il suo presidente Tomaso Montanari ha concluso con questo  discorso.
Credo sia inutile dire che condivido tutto: dalla lotta contro il professionismo parlamentare a quella contro la corruzione, dalla vitale esigenza di trasparenza nella politica alla difesa della nostra Costituzione, prima, e  alla ferma richiesta, poi, della sua attuazione. 

Sono gli stessi temi che hanno animato ed entusiasmato chi ha seguito Tomaso Montanari e Anna Falcone nel progetto del Brancaccio e che non si è di certo concluso. Fin che ci saranno cittadini che resistono alla delusione, all’amarezza, alla rassegnazione ci sarà la possibilità di recuperare passione e partecipazione in coloro che oggi si sono rifugiati nell’astensione o nel populismo. Ma occore risvegliare quella fiducia spenta e per questo la politica deve tornare al suo compito originario: servizio e non privilegio.

N.B. Mi sono permesso di evidenziare alcuni passaggi particolarmente interessanti come le citazioni. Anche il neretto è mio.

 

LA NOSTRA VIA

Qual è dunque il compito di un’associazione come Libertà e Giustizia?

Vorrei rileggere l’ultima parte del messaggio di Gustavo Zagrebelsky:

«Il futuro richiederà impegno rinnovato e non solo per dire di no. LeG è e deve restare una associazione di cultura politica che non pratica alcun collateralismo rispetto a partiti o movimenti. I suoi associati devono essere liberi di operare in politica secondo i propri orientamenti pratici, pur in conformità con gli ideali dell’Associazione alla quale aderiscono. LeG deve fornire idee ed elaborazioni e non limitarsi a protestare, a denunciare».

Provo a tradurre: LeG deve sforzarsi, ancora di più, di forgiare e mettere a disposizione di tutti, strumenti per esercitare la sovranità. Attraverso le nostre scuole: ma anche, come ha proposto Sandra [Bonsanti, ndr], attraverso tanti seminari come questo, seppure in forma più piccola e diffusi in tutti i circoli.

Concludendo questa bella domenica, e prima di lasciare spazio alla festa per la Costituzione organizzata insieme ai nostri amici del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, vorrei indicare i quattro punti fondamentali intorno ai quali dovrà concentrarsi il nostro lavoro.

1.

Il primo è: alimentare la cultura del dissenso. La critica come fondamento del metodo democratico.

Non è facile in un Paese conformista come l’Italia fare come lo scrivano Bartleby di Melville, e rispondere al potere, piccolo o grande che sia, «preferirei di no».

Riflettiamoci: è esattamente questo ciò che è avvenuto il 4 dicembre.

Costruire e mettere in circolo anticorpi contro il conformismo, contro la mentalità dell’appartenenza, contro la malintesa ‘fedeltà’: ecco il nostro primo dovere.

E qua la lotta alla corruzione (che è uno dei compiti che LeG si è fin dall’inizio assunta) e la lotta per un nuovo modo di fare politica coincidono perfettamente.

Piercamillo Davigo ha raccontato che quando era all’inizio della sua carriera di conoscitore della corruzione si imbatté in un caso che lo fece soffrire, e lo sconcertò. Si trattava di un giovane impiegato, non bisognoso, che lavorava in un ufficio pubblico. E che era stato sorpreso a farsi corrompere con una mazzetta dalla cifra irrisoria. Di fronte a Davigo che gli chiedeva perché mai si fosse rovinato la vita per 250.000 lire, quel ragazzo gli rispose: «ma lei, dottore, non ha capito: il punto non sono i soldi, il punto è il sistema. Se io avessi detto no, sarei stato un lebbroso, un escluso, un morto». Già, perché in quell’ufficio come nella politica italiana, tutto si basava sulla fedeltà, sull’appartenenza, sulla complicità, sulla comune partecipazione al sistema. Sulla ricattabilità – come ha teorizzato con il consueto, plaudente, cinismo Giuliano Ferrara: se non sei ricattabile, non sei ‘affidabile’. Chi mai potrà impedirti di dire di no, al momento giusto?

Allora, il primo compito di Libertà e Giustizia e contribuire a formare italiane e italiani capaci di dire di no. Di non essere ‘affidabili’, di non essere ricattabili: capaci di essere fedeli, sì, ma solo alla Costituzione.

Diciamocelo chiaro: tutto questo significa tentare di scardinare il professionismo parlamentare. Nelle ultime settimane mi sono reso conto direttamente di quanto sia fondamentale conservare la libertà di dire di no: dire di no alle pressioni, alle promesse alle lusinghe del potere. Avrei potuto farlo con eguale forza e chiarezza, mi sono chiesto, se non avessi avuto un lavoro?

E se queste riflessioni vi paiono troppo strettamente legate alla situazione contingente, ebbene permettetemi di rispondere con alcune parole scritte da Piero Calamandrei nel luglio del 1956: 

«deputati e senatori sono diventati a poco a poco, anche senza volerlo, professionisti della politica: la politica, da munus publicum è diventata una professione privata, un impiego. Questo cambiamento ha segnato una svolta di tutto il sistema, lo ha snaturato, e rischia di distruggerlo: essere eletti deputati vuol dire trovare un impiego, l’attivismo politico diventa una carriera, non essere rieletti vuol dire perdere il pane. E le campagne elettorali diventano per molti candidati lotte contro la (propria) disoccupazione. I partiti da libere associazioni di volontari credenti si sono trasformati in eserciti inquadrati da uno stato maggiore di ufficiali e sottufficiali in servizio attivo permanente, nei quali a poco poco si intimidisce lo spirito dell’apostolo e si crea l’animo del subordinato, che aspira a entrare nelle grazie del superiore. L’elezione dipende dalla scelta dei candidati: la qual è fatta non dagli elettori, ma dai funzionari di partito. Ai parlamentari d’oggi per essere coerenti indipendenti, occorre una forza d’animo vicina all’eroismo: sanno che se non saranno riletti, si riaprirà per loro, in età matura, il problema dell’esistenza. Se è proprio vero che ormai il sistema parlamentare non può più fare a meno di questa sempre più invadente classe di professionisti della politica senza i quali partiti si sfasciano e le aule parlamentari restano deserte, vien fatto di domandarci se a questa mutazione di sostanza non sia necessario far corrispondere qualche ritocco giuridico del sistema».

Fin qui Calamandrei. Ora, io non so quale possa essere un rimedio istituzionale. Ma credo che il compito di LeG sia quello di formare cittadini che vogliano, caparbiamente e non importa quanto ingenuamente, disturbare i manovratori con un impegno pressante, tenace, fecondo.

Fare politica senza appartenere alla politica. Portare il punto di vista dei cittadini dentro il cuore del professionismo politico. Perché lottare contro la corruzione non vuol dire solo, cito Enrico Berlinguer, «porre fine al finanziamento occulto e alle ruberie, ma anche al sistematico sacrificio degli interessi pubblici più sacrosanti (la salute, la difesa del paesaggio e del patrimonio artistico, l’ordinato sviluppo urbanistico, l’onesto rispetto della legge e dell’equità) agli interessi privati, di parte, di corrente, di gruppi e uomini nella lotta per il potere».

La questione è molto semplice: un futuro diverso dalla continuazione di questo presente non potrà che essere costruito da una «politica diversa». Non dobbiamo mai dimenticare che – sono parole di Benedetto Croce – «ciascuno di noi può contribuire, quotidianamente, nei più vari modi, a restaurare a rinsaldare a rendere più operoso e combattente l’amore della libertà, e senza pretendere, o attendere, l’assurdo – ossia che la politica cambi la natura sua – contrapporle una forza non politica che essa non può sopprimere mai radicalmente, perché rigermina sempre nuova nel petto dell’uomo, e con la quale dovrà sempre, per buona politica, fare i conti».

2.

Un secondo punto, strettamente legato al primo, è l’impegno costante per la trasparenza della politica. Per l’informazione, dunque: innanzitutto. Contro ogni monopolio, ogni conflitto di interesse, ogni censura. Ogni autocensura conformistica. Contro il giornalismo amico del potere.

Uno dei massimi problemi, uno dei sintomi e insieme delle cause, di questo male è infatti non solo la divisione, ma anche l’opposizione del discorso pubblico e del discorso privato. In un grottesco machiavellismo di maniera, nulla di ciò che si dice nel Palazzo è dicibile in pubblico: e viceversa.

Ripetere nelle chiuse stanze della politica professionistica ciò in cui gli stessi professionisti dicono di credere quando sono in televisione viene considerato una imperdonabile ingenuità. Ed è, simmetricamente, ritenuta una imperdonabile slealtà permettersi di dibattere in pubblico ciò che davvero agita il discorso dei potenti. Guai, insomma, a chi alza il sipario sul vero teatro della politica italiana.

Questo diaframma, questa parete invisibile, separa in modo drammatico e decisivo le aspettative del popolo e le decisioni dei potenti. Il discorso sul ‘programma’, sul progetto, sull’idea di Paese è una sorta di diversivo offerto dalla politica ai cittadini. Ma poi ciò che conta davvero è la tattica, la geometria delle posizioni. La lotta per il potere di gruppi che non sono i partiti: ormai esangui, debolissimi, incapaci financo di chiamarsi appunto ‘partiti’, e camuffati da movimenti con nomi fantasiosi e suggestivi. Nomi che coprono una distanza siderale dalle aspettative di coloro a cui ci si rivolge.

Pensiamoci un attimo: l’astensionismo di massa è la drammatica risposta di un Paese che non ha più voglia di parlare con la politica. I cittadini non credono più al discorso pubblico: perché sanno che poi a contare davvero è un discorso privato, per loro inascoltabile, irraggiungibile.

Il No del 4 dicembre è stato largamente motivato dalla presa di coscienza di massa della mendacità di Renzi: «noi non ti crediamo», abbiamo detto in venti milioni. Ma, siamo onesti, quel «non ti crediamo» non era rivolto solo contro Renzi: ma contro tutta la politica professionistica, chiusa in un linguaggio autoreferenziale che è espressamente pensato per nascondere, non per rivelare.

Allora, uno dei compiti fondamentali di Libertà e Giustizia deve essere quello di operare perché discorso pubblico e discorso privato tornino a coincidere.

Fare politica, fuori del Palazzo e dal basso: parlando un linguaggio diverso. Non un linguaggio di odio, e non un linguaggio di parole d’ordine facili: ma un discorso onesto, chiaro, pulito, trasparente.

Diciamo anche una cosa meno popolare. La non credibilità della politica conduce inevitabilmente i cittadini attivi, i militanti di base, alla paranoia del tradimento e dell’inciucio. In questi mesi – preso tra il cinismo spregiudicato degli apparati di partito e il sospetto distruttivo di molti militanti –   vi confesso che ho capito l’ingenuo ricorso al famoso ‘streaming’ degli albori dei 5 Stelle. Probabilmente non è quella la soluzione, ma non c’è dubbio che se vogliamo tornare a costruire, a proporre, anche solo a votare per qualcosa, è necessario ricostruire la possibilità di una fiducia. Anche di una fiducia nel compromesso: perché il compromesso non è l’inciucio. Abbiamo difeso con i denti una repubblica parlamentare, ci siamo opposti all’idea del capo e del vincitore che prende tutto. Abbiamo denunciato la retorica della governabilità ad ogni costo. Ebbene: in una repubblica parlamentare si deve saper costruire un accordo, anche tra diversi. A condizione che il discorso sia onesto, chiaro, senza trappole e senza inganni: e che qualcuno sia disposto a crederci, a fidarsi, a cedere sovranità.

Dobbiamo dire che siamo molto lontani da entrambi questi traguardi: alla cinica doppiezza di chi sta in alto corrisponde la mortifera disillusione di chi sta in basso.

Se, come ci invita a fare Zagrebelsky, dobbiamo non solo parlare ‘contro’, ma esporci ‘per’ è da qua che dobbiamo partire: dalla ricucitura tra discorso pubblico e discorso privato.

3.

 Il terzo punto al quale dobbiamo lavorare è cruciale: le regole.  Le regole del gioco.

Anche qua la mia esperienza politica per così dire diretta – in un progetto, quello del Brancaccio, che non aveva nulla a che fare con LeG se non, almeno lo spero, per lo ‘spirito’ di disinteressato servizio alla comunità – è stata molto istruttiva.

Non si riporteranno i cittadini italiani a votare alle politiche finché questi cittadini non capiranno che il loro voto conta davvero qualcosa.

Il 4 dicembre siamo andati a votare in tanti perché sapevamo che il nostro voto sarebbe stato decisivo.

Ma finché un Parlamento di nominati costruisce leggi elettorali che mettono tutto nelle mani dei capi dei partiti chi può davvero aver voglia di giocare?

E questa peste ha infettato in egual misura tutti i singoli partiti. Partiti-azienda, partiti del giglio magico, movimenti a controllo familiare con diritto di successione, coalizioni di partiti che organizzano cerimonie di investitura del capo e le chiamano assemblee sovrane… Ebbene quale spazio è, non dico offerto o costruito, ma almeno concesso ad una partecipazione dei cittadini che non si risolva in una plaudente acclamazione?

Se davvero vogliamo riuscire a riconciliare con l’idea stessa della rappresentanza parlamentare quel vasto mondo della cittadinanza attiva che ogni giorno rende migliore questo Paese, e che poi però non va nemmeno a votare, il punto cruciale è costruire regole trasparenti. E poi rispettarle.

Lo diciamo a tutti gli amici riuniti oggi a Roma nell’assemblea del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale: noi ci siamo. Per Libertà e Giustizia la battaglia sulla legge elettorale è una battaglia fondamentale.

Così come sono fondamentali la battaglia per le regole della partecipazione dei cittadini alla vita politica, e la grande questione della democrazia nei partiti e nei movimenti.

Naturalmente, in cima ai nostri pensieri sta la regola delle regole: la nostra amata Costituzione. È fin troppo evidente che all’orizzonte del dopo voto si affaccia un nuovo Patto del Nazareno finalizzato a ‘riformare’, cioè a deformare, la Carta.

Pochi giorni fa, qua alla Stazione Leopolda, il segretario del Pd è tornato a difendere le ragioni del Sì, dicendo che bisognerà ripartire dalle riforme costituzionali: ed è chiaro che si cercherà di imputare proprio alle regole lo stallo creato dall’incapacità e dalla disonestà degli attori della politica.

Libertà e Giustizia non ha mai dato indicazioni di voto, né mai le darà: ma è chiaro che nessuno di noi si sognerà di votare per i partiti che intendono usare il prossimo Parlamento di nominati per cambiare a maggioranza la Carta, magari sperando di aver i due terzi necessari per imbavagliare, stavolta, il popolo sovrano.

E credo che noi prossimi mesi dovremo avere la forza di indurre ogni partito a pronunciarsi sulle proprie intenzioni. Chi ha l’intenzione di utilizzare l’ennesimo Parlamento illegittimo per cambiare la Costituzione, dovrà essere indotto a dirlo mentre chiede i voti: e non dopo.

4.

Il quarto e ultimo punto riguarda proprio la Costituzione.

Non ci basta difenderla: vogliamo attuarla.

Io credo che Libertà e Giustizia dovrà concretamente impegnarsi per proporre, in concreto, come farlo.

Dovremo essere capaci di produrre idee, progetti, proposte di legge se necessario, capaci di attuare il progetto della Costituzione: che si tratti dei principi fondamentali (per esempio il 10, sull’accoglienza dei migranti), del diritto fondamentale alla salute dell’articolo 32 o della progressività fiscale dell’articolo 53.

Libertà e Giustizia si impegna a costruire questa proposta, e a metterla a disposizione di tutte le forze politiche: così che non si possa dire che questa «polemica contro lo stato delle cose» (così Calamandrei chiamava la Costituzione) è inattuabile!

Dobbiamo essere assidui, tenaci: financo importuni. Perché se la lasciamo, inerte, sui nostri tavoli la Costituzione è solo un pezzo di carta.

Dunque: la costruzione della critica e del dissenso; la riconciliazione tra discorso pubblico e discorso privato; la battaglia per le regole; l’attuazione della Costituzione.

Ecco, è questa la nostra via: una via che punta a un solo obiettivo: riconciliare la politica con realtà. Per cambiare la realtà.

Vorrei concludere leggendovi una pagina di uno dei fondatori di Giustizia e Libertà, uno dei grandi scrittori italiani del Novecento. Quando uscì il suo Cristo si è fermato a Eboli – scritto qua a Firenze, in Piazza Pitti, e anticipato sul “Ponte” di Calamandrei ­– tutta Montecitorio non parlò d’altro, per giorni. Quando la politica, ancora impastata della Resistenza, era una cosa sola con la cultura, e vibrava in sintonia con l’anima del Paese.

Ebbene, in un altro libro – l’Orologio – dedicato alla crisi del governo Parri, il governo della Resistenza, Carlo Levi sa descrivere la differenza che corre tra la politica autoreferenziale della tattica e dei giochi astratti ed equilibristici di Palazzo e una politica che rifaccia scorrere il sangue nelle vene.

Eccone un passo: i due giovani politici, dice il protagonista, «mi esponevano i loro progetti, i passi che avevano fatto, le manovre a cui ci si doveva opporre, le intenzioni nascoste dei capi, gli interessi che si celavano sotto le manovre: e tutto questo mi pareva che si svolgesse in quel cielo nel quale anch’io forse talvolta mi illudevo di trovarmi, popolato di strani uccelli, in lotta tra loro, nell’atmosfera solitaria … Da quell’altezza essi non vedevano la terra che come un fumo lontano: e come avrebbero potuto distinguere in quel fumo, a quella distanza, i visi degli uomini e delle donne che si muovevano nelle città, che zappavano i campi, che lavoravano negli uffici e nelle fabbriche, che si disputavano il denaro, che mangiavano, che facevano all’amore? Come avrebbero potuto, di lassù, vedere la faccia di Teresa, dietro il suo banco, sull’angolo della strada; e i geloni della sue mani al primo freddo dell’inverno?

Il presidente, invece, il presidente caduto non volava in quel cielo: non voltava neppure gli occhi a guardarlo, ma camminava sulla piccola terra. E non sapeva né voleva vedere altro che i geloni di Teresa, il viso di Teresa. E le facce le mani di tutti quelli che incontrava sulla sua strada. E si fermava a parlare con loro, dimenticando ogni altra cosa, piangendo le loro lacrime. Che cosa si poteva fare? Come si potevano mettere insieme cose così disparate: gli uccelli, il presidente e Teresa? Come si sarebbe potuto risolvere quella crisi, che era assai più che un cambiamento di ministero ma il segno della presenza di cose senza comunicazione, di tempi diversi e reciprocamente incomprensibili. Mi veniva in mente il libro di aritmetica delle scuole elementari che affermava (ma questa affermazione né allora quando ero bambino né poi mi riuscì mai del tutto persuasiva) che non si possono sommare beni di diversa natura, che non si può dire per esempio cinque pagnotte di pane più tre rose fanno che cosa? Non fanno niente, secondo questo venerabile testo. Eppure c’era stato un momento in cui gli uomini si erano sentiti tutti uniti fra di loro, e col mondo. Quel momento non era finito del tutto: continuava nella gente che imparava a vivere negli errori e nei dolori, e che frugava tra le macerie sapendo di esistere».

Nel piccolissimo della nostra generazione, la battaglia referendaria per la Costituzione ha saputo rimettere insieme la politica con le cose. La politica con le persone e con la loro vita. L’ha fatta scendere dal cielo delle manovre di palazzo e l’ha rimessa per qualche mese sulle strade in cui camminano i cittadini di questo Paese.

Ecco, noi di Libertà e Giustizia vogliamo tenerle insieme, la politica e la vita. E ce la metteremo davvero tutta.

(Intervento conclusivo del presidente, Tomaso Montanari, al seminario di Libertà e Giustizia a Firenze, 3 dicembre 2017)

 

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