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25 aprile: la storia siamo noi, ma dobbiamo meritarcela

26 Apr

Sono brutti momenti per l’Italia. L’incertezza economica e politica, il futuro problematico, gli errori passati che si riflettono drammaticamente sull’oggi, gli avversari all’interno come all’esterno. Senza andar molto lontano, soprattutto quelli interni: la corruzione, l’evasione fiscale, l’impreparazione di certi vertici, un populismo becero e sguaiato, la brutale negazione di principi basilari che hanno da sempre fatto grande l’Italia, come la tolleranza e l’accoglienza. E poi, recente, lo scellerato tentativo di riaffermazione di una destra violenta e facinorosa che non si rassegna ad essere stata sconfitta per sempre il 25 aprile del 1945.

Ecco perché diventa improvvisamente importante, addirittura vitale, la memoria. Che non è solo ricordo ma è patrimonio di tutti noi, è la nostra storia di cui dobbiamo essere tutti testimoni orgogliosi. La nostra storia afferma che il 25 aprile non è un derby, come ha volgarmente dichiarato qualcuno che così non onora certo il suo doppio ruolo di rappresentante dello Stato e uomo di governo che ha giurato sulla Costituzione.

Il 25 aprile è la memoria reverente della Liberazione dell’Italia da un regime tirannico e odioso che promulgò le leggi razziali, soffocò la democrazia e con una decisione criminale ci condusse in una guerra insensata e sanguinosa che portò, alla fine, a uno scontro fratricida.
Da quel 25 aprile ci fu donata la Costituzione, la Repubblica, la libertà di pensiero. E per questo molti, troppi, pagarono con la loro vita.

Di questa memoria dobbiamo essere grati e rispettosi. Perché, come ricordò Vittorio Foa a un fascista che concionava di una ‘parità’ tra i morti dell’una e dell’altra parte, “se aveste vinto voi io sarei oggi in galera, ma abbiamo vinto noi, e lei può dire quello che vuole”. Infatti. I tristi epigoni del fascismo possono dire quello che vogliono proprio grazie alla democrazia e alla Costituzione repubblicana, ma non possono permettersi di infangare quello che è forse il momento più alto della nostra storia, quando fu possibile riscattare l’onore e la dignità che sembravano persi per sempre.

A porta s. Paolo, ieri, ho visto qualcosa che mi ha davvero rincuorato. Non è stato solo lo spettacolo delle bandiere, il medagliere dell’ANPI, i cartelli, la gente seria e commossa, l’incredibile folla partecipe non solo fisicamente. Quello che mi ha aperto il cuore è stato ammirare le decine, le centinaia di giovani entusiasti e certi dei loro ideali, che affollavano il corteo e poi la piazza e con i loro slogan goliardici (uno per tutti “Lega, Salvini, e lascialo legato”) hanno strappato anche un sorriso. E giovani così hanno sfilato in tutta Italia, allegri, consapevoli e presenti nonostante a scuola questa nostra storia recente non venga insegnata come si dovrebbe.
Sono loro i testimoni che da oggi sarà il 25 aprile tutti i giorni. Ma per tenerlo sempre a mente, anche noi – come ci suggerisce questo breve filmato accompagnato dalla canzone di De Gregori (guardatelo, è emozionante) – dovremo ogni volta fermarci a leggere le targhe che ricordano stragi, esecuzioni, episodi, martiri, combattenti,

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donne e uomini che hanno fatto questa nostra storia gloriosa e meditare sul prezzo doloroso che pagarono perché fossimo liberi.
La storia siamo noi, ma dobbiamo meritarcela.

Ignazio Marino, i Torquemada da strapazzo e gli ipocriti per vocazione

16 Apr

Nonostante l’assoluzione “per non aver commesso il fatto”,  gli oppositori dell’epoca del sindaco Marino si rifanno vivi affannandosi a sostenere – nel generale ludibrio – la correttezza della sua brutale e ingiusitificata (e ingiustificabile) deposizione. Segretario e presidente-commissario romano del Pd di allora – Renzi e Orfini – ripetono, rendendosi vieppiù ridicoli, che si trattò di “decisione politica”, mentre i detrattori per partito preso – o per interessi personali – sostengono una sua non meglio identificata ‘inadeguatezza’,  puntando il dito sugli errori commessi. Che certo ci sono stati (c’è qualcuno infallibile tra noi umani?) ma non giustificheranno mai la brutale deposizione di un sindaco democraticamente eletto.

Ma vediamoli ‘sti errori. Fu sicuramente un errore non dare le dimissioni il giorno dopo lo scoppio dello scandalo di Mafia Capitale. Marino avrebbe messo in difficoltà I suoi oppositori, quelli esterni e soprattutto quelli interni del Pd, e in una nuova tornata elettorale avrebbe potuto addirittura  guadagnare una maggioranza in Consiglio comunale indipendentemente dal Pd. Perché non volle? Tempo dopo dichiarò che non aveva voluto mettere la città in una situazione ancora più difficile di quella che stave vivendo. Fu generoso da parte sua. Così come è stato un errore la gestione della comunicazione, pressochè inesistente: c’è un lungo elenco di cose fatte ignoto ai più (ma ben noto, invece, ai suoi critici, che ovviamente tacciono) e che affidato a veri professionisti avrebbe costruito una solida muraglia di contenimento agli attacchi  interessati . Ed è stato un errore chiudersi in un cerchio magico di fedelissimi non sempre all’altezza dei compiti e aver dichiarato da subito guerra aperta a quella oscura rete di potentati che hanno devastato Roma per decenni: palazzinari, faccendieri, politici falliti, corrotti e corruttori, traffichini all’ombra del Campidoglio, tutti preoccupati se non angosciati dalla vicina prospettiva che il bengodi degli affari, degli appalti, del consociativismo, delle cariche ben pagate, dei favori reciproci fosse bruscamente interrotto. Marino era estraneo a tutto ciò ed essendo profondamente onesto rappresentava per costoro un pericolo reale.

 

Si coalizzarono contro di lui i proprietari dei camion bar, gli ‘urtisti’ (i venditori di souvenir) e i gladiatori sfrattati dai luoghi storici e magnifici di Roma, dal Colosseo a Fontana di Trevi, cui Marino voleva restiture dignità e bellezza. Si aggiunsero quindi i vertici delle decine di partecipate del Comune (spesso inutili), che Marino cominciò a mettere sotto stretta osservazione se non in liquidazione, il sistema burocratico del Comune che si sentì sotto frusta e di fronte alle proprie responsabilità, i funzionari e gli impiegati  che godevano di incomprensibili integrazioni dello stipendio mai legate alla produttività, I vigili urbani (per cui era stata definita una rotazione nei municipi e negli incarichi), la lobby degli impianti pubblicitari (i ricavi di questo settore erano inferiori a quelli di Milano, con una superficie molto minore), i costruttori che si videro tagliati milioni di metri cubi che avrebbero finito di devastare l’agro romano, gli affaristi che premevano per gestire in libertà le Olimpiadi, l’intero apparato politico non solo dell’opposizione – il ‘suo’ Pd era giunto a diffondere un indecente sondaggio taroccato – e ancora tutti coloro che in un modo o nell’altro si sentirono  coinvolti  dalla chiusura di Malagrotta (un obbligo dimenticato per sette anni, dopo la sentenza della Corte europea di giustizia), la greppia cui avevano attinto per decenni. Questo circo di interessi personali organizzò una controffensiva che aveva come perno centrale i maggiori quotidiani romani: spiace constatare quanti giornalisti si divertirono allora – a modo loro – dedicando pagine alla Panda rossa, agli scontrini, alle vacanze del sindaco, invece di obbedire all’etica del mestiere e investigare sul come, da chi e perché quei presunti scandali fossero gonfiati ad arte e oltre ogni logica misura.

 

Oggi, messi nell’angolo da una sentenza inequivocabile e definitiva, i Torquemada da strapazzo, inquisitori falliti,  tentano fragili repliche ululando col ditino puntato alla chiusura dei Fori Imperiali, alla asserita scarsa simpatia del sindaco e altre baggianate del genere, mentre gli ipocriti per vocazione insistono disperatamente a sostenere che la brutale deposizione del sindaco Marino era dovuta, oltre che per un atto ‘politico’ perché ‘si era interrotto il rapporto con la città’: ma se n’erano accorti solo loro. E solo loro commisero l’irripetibile sfregio all’art. 1 della Costituzione  (“la sovranità appartiene al popolo”) sostituendolo spregiudicatamente con un notaio.
Ma quello stesso popolo tradito dopo aver  massicciamente scelto il suo sindaco li ha bocciati condannandoli tutti alla nullità perpetua.

 

 

 

 

 

 

 

 

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PUBBLICITÀ

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Strappare il cuore alla Costituzione

12 Feb

 

Nella quasi totale indifferenza dei media e dei commentatori politici sta per consumarsi un delitto che avrà per vittime la Costituzione e l’unità nazionale.  

Dalla petizione No alla secessione dei ricchi

Il  15 febbraio il sottosegretario leghista Erika Stefani procederà alla firma di intese che conferiranno una maggiore autonomia ad alcune Regioni. Autonomia  che per il Veneto e la Lombardia, che l’hanno chiesta con un referendum popolare (in Lombardia hanno votato il 38% degli aventi diritto), ha un contenuto prevalentemente economico: trattenere il cosiddetto residuo fiscale nella misura di 9/10 dei tributi riscossi. Solo per la Lombardia si tratta di 27 miliardi di euro che verranno trattenuti e sottratti al bilancio statale.  

Una decisione che non  riguarda solo i cittadini di quelle regioni, ma che è una grande questione politica e sociale che riguarda tutti gli italiani. Che può portare ad una vera e propria “secessione dei ricchi”: spezzettare la scuola pubblica italiana, creare cittadini con diritti di cittadinanza di serie A e di serie B a seconda della regione in cui vivono. In pratica, i diritti (quanta e quale istruzione, quanta e quale protezione civile, quanta e quale tutela della salute) saranno come beni di cui le Regioni potranno disporre a seconda del reddito dei loro residenti. Quindi, per averne tanti e di qualità, non basterà essere cittadini italiani, ma occorrerà esserlo in una regione ricca.

Come ha detto il giornalista Marcello Paolozza in un recente convegno su questo argomento, “Se ciò avverrà non riguarderà solo i cittadini delle tre regioni, bensì tutto il Paese. Infatti si avvierà un processo politico decisivo per il suo futuro, che rischia di trasformarlo profondamente, prima di tutto nella sua Costituzione  materiale, inarrestabile nella direzione della sua  definitiva disgregazione economico, sociale, culturale e politica.”

Tutto ciò è in aperta violazione con i principi di uguaglianza scolpiti nella Costituzione. Una riforma   che deriva da quella del Titolo V che regola il rapporto tra stato centrale e autonomie locali, voluta nel 2001 da un governo di centro sinistra, e che ha avuto come “apripista” il Governo Gentiloni, nella persona del sottosegretario Gianclaudio Bressa – allora del Partito Democratico – che nel febbraio 2018  ha firmato a Palazzo Chigi una pre-intesa sulla cosiddetta “autonomia differenziata” tra il Governo e le Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Oggi quella autonomia  arriva a dama con la Lega di Salvini e la possibile complicità dei 5stelle.  E una  volta approvata sarà senza ritorno. Perché?

Lo spiega bene Gianfranco Viesti, professore ordinario di economia all’Università di  Bari,  che ha lanciato un grido d’allarme con  il  saggio “Verso la secessione dei ricchi?” scaricabile gratuitamente sul sito Editori Laterza: “Se le intese sono approvate dal Parlamento, tutto il potere di definizione degli specifici contenuti normativi e finanziari del trasferimento di competenze e risorse è demandato a Commissioni paritetiche Stato-Regione, sottratte a qualsiasi controllo parlamentare. Non è possibile tornare indietro, per dieci anni. Queste decisioni non possono essere oggetto di referendum abrogativo. Parlamento e Governo non possono modificarle se non con il consenso delle regioni interessate; ed è assai difficile immaginare che esse, una volta ottenute competenze, risorse, personale, accettino di tornare indietro.(…)”

Ulteriori informazioni, documenti e dettagli si possono trovare sul sito dell’associazione Carte in regola, che sta seguendo con particolare attenzione e trepidazione questa vicenda, e nella petizione appena lanciata dallo stesso prof. Viesti.

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“Elimina Saviano!”

21 Gen

In altri tempi un ministro dell’interno che avesse sentito quel grido si sarebbe quantomeno indignato. Forse avrebbe anche ordinato alle forze dell’ordine di individuare l’imbecille autore per redarguirlo o l’avrebbe addirittura fatto lui di persona. In altri tempi.

Oggi invece il ministro dell’interno sorride e risponde augurando “lunga vita” allo scrittore minacciato dalla criminalità, magari pensando perfino di essere stato magnanimo. È invece uno sciagurato segno dei tempi. Che ha più facce. Da un lato, il popolo becero e incoraggiato a esternare i suoi più bassi istinti, dall’altro un alto esponente delle istituzioni che non fa una piega e avalla, da un altro ancora nessuno, tra gli astanti, che si dissoci dall’infame espressione, e poi nessuno, tra le forze dell’ordine presenti che senta il bisogno di intervenire. Mi viene da pensare che se non ci fosse stata la ferma ed esemplare risposta di Saviano forse l’episodio non avrebbe avuto maggior rilievo. Viene da chiedersi quanto sia lontano il giorno in cui la folla bestialmente eccitata invocherà il linciaggio fisico.

Eppure c’è stato qualcuno che in altri casi ha sentito il bisogno intervenire. L’8 dicembre, a Roma a piazza del Popolo, durante un comizio dello stesso ministro dell’interno. A Propaganda live Diego Bianchi ha mostrato il video di un giovane che quel giorno è stato affrontato da alcuni energumeni (sostenitori del ministro, gorilla, guardaspalle, non è dato sapere. Qui li ho paragonati ai ‘bravi’ del Manzoni) appena ha cominciato a camminare con un cartello con su scritto “Ama il prossimo tuo”. Gli sconosciuti lo hanno strattonato e trascinato fino al posto di polizia, dove è stato ovviamente rilasciato.

Mi sia consentito affermare che c’è un parallelo tra i due episodi. E che entrambi indicano una tendenza che si sta facendo preoccupantemente reale: la libertà di pensiero di chi si oppone al potere si riduce rapidamente mentre quella di chi lo sostiene si dilata fino a sopravanzare il lecito e sconfinare nella bestialità del fascismo.

Mala tempora currunt. E il futuro non promette nulla di buono. C’è un eloquente cartello, in un film che ho visto tempo fa, che riporta una frase: “L’ingiustizia deve farti infuriare. Non abbattere.” Ecco il motivo per cui i cittadini che hanno a cuore la democrazia e la Costituzione devono mobilitarsi, non assistere rassegnati al crecscere della violenza e della prevaricazione.

#facciamorete


Ancora una volta grazie, Presidente

1 Gen

Palazzo del Quirinale 31/12/2018
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella
durante il discorso di fine anno

È la seconda volta in due giorni – e confesso che sono quasi commosso – che sento il dovere di ringraziare Sergio Mattarella. L’altro giorno per aver insignito di alte onorificenze 33 italiani, alcuni non di nascita, ognuno con la sua storia esemplare di cittadino con un alto senso del dovere. Con ogni nomina c’era però, dietro la motivazione ufficiale, come una sua dichiarazione, una scelta di campo, e tutte insieme rispecchiavano il profondo rispetto per la nostra Costituzione.

Oggi lo ringrazio per il suo messaggio di fine anno. Ma mi pare riduttivo chiamarlo così: a me è parso più un discorso alla Nazione. Com’è suo costume, è stato un discorso breve, franco e sereno. Ha parlato come il padre di tutti gli italiani, invitando al confronto dialettico il governo, il Parlamento e i gruppi politici, ha ricordato diritti e doveri, ha esaltato il senso di comunità che nasce sì dalla sicurezza, ma solo dopo che sia stato assicurato il rispetto “del vivere comune”.

Non so come dirlo meglio, ma in tempi così grigi per il nostro futuro, in un Paese dove così tanti e così in alto sembra abbiano smarrito (se mai l’hanno avuto) il senso delle istituzioni e pare non conoscano il peso delle responsabilità che gli derivano dal dover guidare lo Stato, Mattarella mi fa stare più sereno.

Buon anno Presidente. E si riguardi, ne avrà da fare.

Qui il video integrale del discorso del Presidente.

Grazie, Presidente.

30 Dic



Ho letto il comunicato ufficiale de Quirinale con  le motivazioni con cui il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha insignito 33 italiani che si sono distinti per atti di particolare valore morale e civile.  Non è un semplice  elenco. Al contrario, ha una straordinaria eloquenza, è un documento che illustra perfettamente l’Italia che riconosciamo, l’Italia generosa e ospitale, solidale e altruista, rispettosa dei diritti degli altri. É l’Italia della Costituzione.

Il Presidente Sergio Mattarella a Ciampino accoglie la salma di Antonio Megalizzi
(foto di Francesco Ammendola – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

In questo inatteso gesto del Presidente ho letto una straordinaria volontà rivoluzionaria, quasi  eversiva. È come se – alla vigilia del suo messaggio di fine anno – Mattarella avesse detto agli italiani che non si rassegnano, resistono e respingono l’onda nera del razzismo, dell’incompetenza, dell’egoismo “io sono con voi, tenete duro. L’Italia che vogliamo tutti non è quella dei tweet e dei selfie, dei vuoti proclami, delle rozze dichiarazioni, degli atteggiamenti volgari, della disintegrazione del senso di convivenza. L’Italia vera degli italiani è questa che ho premiato.”  

 

Dinanzi al misero esempio che ci offrono ogni giorno Governo e Parlamento, le istituzioni che dovrebbero rappresentarci e non ne hanno più le capacità, le donne e gli uomini insigniti da Mattarella rappresentano un messaggio di speranza per tutti i cittadini che hanno come stella polare il senso del dovere. Come afferma il comunicato, sono “cittadine e cittadini che si sono distinti per atti di eroismo, per l’impegno nella solidarietà, nel soccorso, per l’attività in favore dell’inclusione sociale, nella cooperazione internazionale, nella tutela dei minori, nella promozione della cultura e della legalità.”

Buon anno, Presidente e grazie ancora.

Resistenza. Civile.

29 Nov

Due parole che già da sole vogliono dire molto, moltissimo, per chi ha a cuore la storia del nostro Paese e coscienza dei doveri – che vengono prima dei diritti – di ogni cittadino. Due parole che unite acquistano maggior forza e indicano una strada: quella della Resistenza civile. E mi rincuora che l’ANPI  abbia fatto suo questo principio [“È ora di una straordinaria assunzione di responsabilità. Di organizzare una resistenza civile e culturale larga, diffusa, unitaria.” ha detto la Presidente Carla Nespolo] . Perché la Resistenza, quella storica che fu il nostro riscatto agli occhi del mondo, oggi si misura con l’impegno dei cittadini a rispettare e difendere la Costituzione e i principi di umanità e solidarietà cui si ispira.

Chiunque abbia la sensibilità per avvertire quale momento difficile  stiamo vivendo e quali prospettive oscure si stiano delineando non immaginava, io credo, che si potesse arrivare a tanto: non bastava – per esempio –  l’incitamento agli italiani a difendersi da soli, come se non avessimo le forze dell’ordine a proteggerci e non ci fossero solide leggi a tutelarci. Non bastava, secondo la prospettiva muscolare e violenta che hanno assunto gli attuali protagonisti della vita politica nel nostro Paese. Come non bastava l’attacco brutale alla stampa che non plaude supina ad ogni starnuto del potere. Questo lo squallido quadro cui assistiamo oggi, ma non bastava.

Ieri il cosiddetto ‘Decreto sicurezza e immigrazione’ è stato approvato alla Camera: manca ora solo la firma del Capo dello Stato, dopo di che diverrebbe una legge, ma una legge apertamente in violazione della legalità costituzionale. L’art. 10 della nostra Carta recita così:

“L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.
La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.
Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.
Non è ammessa l’estradizionedello straniero per reati politici.”

Quando il decreto fu rinviato alle Camere per la sua discussione, il 4 ottobre scorso, il Presidente Mattarella fu assai sollecito nell’accompagnarlo con una sua lettera al Presidente del Consiglio (1) da cui  traspariva la sua preoccupazione per il rispetto degli “obblighi costituzionali e internazionali dello Stato“. (2) Una preoccupazione di cui non pare il Parlamento abbia voluto tener conto, genuflesso com’è dinanzi a un governo che sta conducendo l’Italia verso un destino che storicamente e culturalmente non ci appartiene. Il diritto d’asilo, l’accoglienza, la protezione dei deboli, il soccorso a chi è in pericolo rappresentano un nostro patrimonio che l’attuale maggioranza parlamentare vorrebbe cancellare con l’aperto ricorso a misure razziste e antidemocratiche.

Se questo governo avesse il coraggio delle sue azioni chiamerebbe le cose col proprio nome: questo è il ‘decreto anti-migranti’: cioè un decreto razzista che non si perita di predisporre misure meschine come la tassa sui trasferimenti di denaro all’estero (che potrà al massimo produrre volumi infimi), ma che allo stesso tempo favorirà lo sviluppo di forme alternative sul filo, se non oltre, della legalità. Che è, molto probabilmente, con la quasi chiusura degli SPRAR (e la persecuzione del sindaco di Riace e delle ONG, non dimentichiamolo) uno degli scopi del decreto: stringere i migranti nella morsa dei divieti, ridurli in condizioni inumane, costringerli a commettere un reato pur di sopravvivere ed avere così mano libera per perseguirli. Ma quanto potrà reggere questa tragica farsa dell’immigrazione come causa del degrado morale, sociale, industriale, economico del nostro Paese? Quando – molto presto – il sipario crollerà miseramente sarà chiaro anche ai più intossicati da questa infame propaganda che era tutto falso, era solo fumo negli occhi per nascondere la pochezza di chi crede di essere profeta e leader, ma non è che “un povero guitto che si agita per la sua ora sul palcoscenico.”

Resistenza civile. Ora e sempre.

(1) Nota del Quirinale
(2) Principi fondamentali della Costituzione (Brocardi) 
Sul piano internazionale, è indispensabile richiamare la Convenzione sullo status dei rifugiati, siglata a Ginevra il 28 luglio 1951 e ratificata dall’Italia con L. 24 luglio 1954, n. 722, e il Protocollo relativo allo status di rifugiati, adottato a New York il 31 gennaio 1967 e ratificato dall’Italia con L. 14 febbraio 1970, n. 95. La partecipazione del nostro Paese ad entrambi gli atti, lo rende destinatario del sistema di garanzia e tutela dei rifugiati in essi contenuto. Sia la Convenzione che il Protocollo sono richiamati nell’art. 18 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, a conferma dell’importanza che il diritto di asilo riveste a livello nazionale, comunitario e internazionale.



Rispetto per il Capo dello Stato

30 Mag

Nel susseguirsi di reazioni più o meno sguaiate e di più o meno dotte elucubrazioni nella vicenda che sta dilaniando l’Italia in questi giorni, pare a me che sia mancato un elemento fondante della democrazia: il rispetto.
È mancato, peraltro, nei confronti della massima istituzione dello Stato, la Presidenza della Repubblica, accusata di aver perfidamente manovrato per far fallire la proposta di governo presentatagli : quando invece è compito precipuo del Presidente assicurare una guida al Paese nel rispetto dei principi costituzionali, di cui egli è garante verso tutti gli italiani.
Mi è venuto in mente, allora, di rinfrescare un po’ la memoria, andando a vedere come intendessero il ruolo del Presidente i Padri costituenti e come fossero pervenuti alla stesura del primo comma dell’art. 87 della Costituzione.

Costituzione della Repubblica Italiana
Articolo 87
Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale.

“Rappresenta l’unità nazionale”: vi par poco? Il Presidente non ha un colore politico, non è e non può essere di parte, costituisce il punto supremo di riferimento. E come si arrivò a questa splendida sintesi?

Nei lavori preparatori della Commissione dei 75, incaricata nel 1946 di redigere il testo della Costituzione, il Presidente Meuccio Ruini così descriveva il ruolo del Capo dello Stato: 


“…sta, ad ogni modo, che nel nostro progetto il Presidente della Repubblica non è l’evanescente personaggio, il motivo di pura decorazione, il maestro di cerimonie che si volle vedere in altre costituzioni. Mentre il primo ministro è il capo della maggioranza e dell’esecutivo, il Presidente della Repubblica ha funzioni diverse, che si prestano meno ad una definizione giuridica di poteri. Egli rappresenta ed impersona l’unità e la continuità nazionale, la forza permanente dello Stato, al di sopra delle fuggevoli maggioranze. E il grande consigliere, il magistrato di persuasione e di influenza, il coordinatore dì attività, il capo spirituale, più ancora che temporale, della Repubblica. Ma perché possa adempiere a queste essenziali funzioni deve avere consistenza e solidità di posizione nel sistema costituzionale…il capo dello Stato non governa, la responsabilità dei suoi atti è assunta dal primo ministro e dai ministri che li controfirmano; ma le attribuzioni che gli sono specificamente conferite dalla Costituzione e tutte le altre che rientrano nei suoi compiti generali, gli danno infinite occasioni di esercitare la missione di equilibrio e di coordinamento che gli è propria.”

Una “missione di equilibrio e coordinamento“. Capito? 
Ora, se nella politica italiana ancora esistesse un senso della misura, il senso del dovere, in una parola il rispetto,  i massimi esponenti dei partiti che oggi si agitano scompostamente si sarebbero ben guardati dall’avanzare dubbi, esternare sospetti, proporre  perfino la messa in stato d’accusa del Presidente.
Invece è notte fonda. Nulla pare esser cambiato dai tempi di Dante:

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!

 

La parte migliore dell’Italia.

11 Feb

Lo affermo con assoluta convinzione: a Macerata e con Macerata c’era la parte migliore del Paese.
E chi si è nascosto dietro scuse indecenti o pavidi distinguo si è disonorato da solo.

Perfetto  Christian Raimo

Macerata, non esserci andati è stato un errore gigantesco.

Un freddo becco, quasi zero gradi, un corteo boicottato in ogni modo, fatto sfilare in modo punitivo ai margini di una città in cui era stato di fatto decretato il coprifuoco, scuole chiuse, negozi chiusi, bar quasi tutti chiusi, bagni pubblici chiusi, chiese chiuse, e nonostante tutto questo, tanta gente, tra le 20mila e le 30mila persone, venuta da tutta Italia. Nessuna manifestazione dei tempi recenti fa dei numeri simili, nessuna manifestazione in tempi recenti organizzata senza l’aiuto (anzi con il sabotaggio delle organizzazioni grandi, come i grandi partiti e i sindacati confederali), riesce a radunare tutta questa gente in una piccola città di provincia mal collegata.

Nemmeno il cinismo elettorale ha fatto cambiare idea al partito della sicurezza, del nonègiustofarsigiustiziadasoli, del fascismoèmorto: il Pd, per come è stato finora, un partito in cui si potevano riconoscere gli antifascisti democratici, è morto a Macerata. Gli elettori lo dimenticheranno, i militanti già ridanno la tessera. Era facile oggi vedere in piazza gente che ha votato e voterebbe Pd, tra cui molti militanti dell’Anpi, dell’Arci, di Libera, che si sono rivoltati contro la dirigenza.

Femminista, antirazzista, antifascista, solidale, allegro, e in piazza, apertamente: esiste un’altra visione politica rispetto alla politica della paura. Se i giornali non la raccontano, la colpa è dei giornali. Se date la colpa ai giornali, che parlano di inesistenti polemiche sulle foibe, leggete altri giornali. 
Persino la definizione “giovani dei centri sociali” fa ridere chiunque fosse oggi a Macerata. C’erano molti ragazzi certo, ma la manifestazione era davvero intergenerazionale, e interclassista. C’erano persone come la partigiana Lidia Menapace che di anni ne ha 93, e ragazze di 16 anni di Nonunadimeno. Sfilavano affiancate, è la parte migliore del paese: e se non la riconoscete, se non la ringraziate che ha dedicato un giorno del suo tempo anche per ribadire i vostri diritti, per combattere le vostre lotte, per dare il sostegno che meritavano ai sei ragazzi neri feriti da un fascista esaltato, beh è un problema vostro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un cartello che invita a partecipare alla manifestazione, 10 febbraio 2018 (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

 

 

 

 

 

 

 

 

Un gruppo di manifestanti, il 10 febbraio a Macerata (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

Un gruppo di manifestanti, il 10 febbraio a Macerata (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una manifestante, il 10 febbraio a Macerata (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

 

 

 

 

 

 

 

Un manifestante, il 10 febbraio a Macerata (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

>>>Le altre foto da Il Resto del Carlino e Il Post. Grazie.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Liberi di pensare

30 Dic

Il pensatore di Auguste Rodin – 1902 – Musée Rodin, Parigi

Il bell’editoriale di Simona Maggiorelli su Left in edicola così s’intitola. Ed è singolare ed allo stesso tempo grottesco riflettere sul fatto che a settant’anni dalla nascita della Costituzione e dalla Liberazione dal fascismo ci tocchi ancora augurarci di poter essere liberi di pensare e agire per il bene del Paese. Siamo invece intrappolati tra gli interessi elettorali e di bottega di un partitismo che da motore dell’evoluzione politica e intellettuale della Nazione si è ridotto a mera e insulsa fabbrica di consensi, costino quel che costino.

Tuttavia l’ottimismo della ragione induce a sperare ancora. A persistere pervicacemente a batterci affinché la Costituzione sia attuata completamente. E quindi continuare laicamente a essere liberi di pensare.  

Liberi di pensare

di Simona Maggiorelli

In questo tribolato fine anno che si conclude senza vedere riconosciuti diritti fondamentali come lo ius soli e senza nemmeno l’ombra di corridoi umanitari per i moltissimi che scappano da guerre, dittature e povertà, che fine ha fatto una prospettiva di sinistra? Qualche fragile segnale di una sinistra che prova a riorganizzarsi dal basso si intravede all’orizzonte, volendo essere molto generosi e ottimisti. Aduggiata dalla 
gigantografia del naufragio del Giglio magico che campeggia su tutti i giornali. Matteo Renzi s’incarta da solo, dopo aver invocato la commissione banche, affidandola a Casini (che udite, udite, potrebbe essere candidato nelle liste del Pd a Bologna). Sempre più difficile per il segretario del Pd ed ex premier nascondere il macroscopico conflitto d’interessi della sottosegretaria Maria Elena Boschi riguardo alla Banca Etruria (solo Matteo Orfini intigna). L’audizione dell’ex amministratore delegato di Unicredit Ghizzoni ha indirettamente confermato ciò che De Bortoli ha scritto nel suo libro. (L’ex ministro Boschi aveva minacciato querela poi ha deciso di procedere per via civile).

Mentre scriviamo, perfino fedelissimi di Renzi, come Lotti e Delrio, vacillano rispetto alla ipotesi di una ricandidatura della Boschi, fosse pure nel collegio più lontano dal distretto dell’oro aretino. Segnali che la sonorissima bocciatura della riforma costituzionale Renzi – Boschi al referendum del 4 dicembre 2016 (ostinatamente negata dai due firmatari) comincia a produrre effetti, seppur con effetto retard?
Certo, ribadiamo, non basterà de-renzizzare il Pd perché diventi un partito di sinistra. Perché la sinistra possa rinascere in quest’Italia che a marzo andrà a votare con la legge truffa detta Rosatellum, occorre un drastico cambio di punto vista, è necessaria una visione politica nuova, laica, moderna, che dia rappresentanza ai gruppi sociali più deboli, che si apra alle donne e ai migranti come soggetti politici… per cominciare.
Negli ultimi vent’anni la sinistra è andata in tutt’altra direzione: quella “radicale” si è persa dietro al pifferaio Bertinotti, che dal Brancaccio del 1991 voleva condurla sul monte Athos, celebrando una rifondazione catto-comunista in salsa radical chic. Quella più moderata era già caduta per terra, rumorosamente come il muro nell’89, mentre inseguiva una non meglio identificata Cosa rossa. Così dopo la svolta della Bolognina si è applicata a imitare il blairismo e si ostina a farlo ancora oggi (inseguendo Macron), non accorgendosi che il neoliberismo figlio della Thatcher ha fallito bellamente e che, anche in Inghilterra dove è nato, è stato rottamato da un vecchio signore di nome Corbyn che dialoga con le nuove generazioni. Il vuoto totale di idee in cui, purtroppo, si dibatte la sinistra oggi è reso evidente dal suo continuo invocare papa Bergoglio come leader. Non vedendo (o facendo finta di non vedere) l’assoluto conservatorismo della dottrina, che condanna le donne a fare figli come conigli, che le addita come assassine se decidono di abortire.

Quali e quanti danni faccia la politica italiana genuflessa lo vediamo con chiarezza anche in questo fine anno: all’indomani dell’approvazione della legge sul biotestamento, il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, dichiara di voler garantire l’esercizio dell’obiezione di coscienza sulle Dat (dichiarazioni anticipate di trattamento) a medici e strutture cattoliche. Anche se la legge appena approvata non prevede l’obiezione di coscienza. Anche se il diritto costituzionale al rifiuto e all’interruzione delle cure viene riaffermato nell’art. 1 della recente legge (sesto comma). È inaccettabile il violento paternalismo cattolico che annulla le esigenze, il sentire, il dolore della persona riducendola a mero corpo, mera biologia, da conservare ad ogni costo. Come si fa a non vedere quanto sia tutt’altro che misericordioso difendere la vita biologica come un valore inviolabile perché di proprietà divina? La laicità, al contrario, permette di fare leggi che tutelano i diritti di tutti, lasciando a chi crede la libertà di non sottoscrivere le Dat. Laicità è la parola chiave per la nuova sinistra. Ancor più ateismo. Un nuovo pensiero di sinistra non può essere fondato sulla trascendenza. Una nuova prassi di trasformazione non può essere basata sulla religione che nega ogni idea di trasformazione umana. Così alla fine di un anno molto duro e difficile l’augurio che facciamo ai nostri lettori e a noi stessi per il 2018 è che sia un anno all’insegna della ricerca, liberi di pensare e di non credere.

 

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