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Orfini come Macbeth

14 Mag

Di fronte all’allucinante e demenziale affermazione di Orfini sui sindaci di Roma che accosta incautamente Ignazio Marino ad Alemanno e Raggi, l’indignazione supera lo stupore. Per descrivere sinteticamente  l’uomo si potrebbero citare Dostojewsky o, meglio ancora, Bertolucci, ma preferisco Shakespeare (anche se il Bardo parlava della vita):  “…non è che un’ombra che cammina, un povero commediante che si pavoneggia e si agita sulla scena per la sua ora, e poi non se ne parla più; è una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla”.

Esagero, ovviamente, Orfini non è uno qualunque.  Da sempre nel Pd, è stato segretario del circolo Mazzini a Roma e conosce bene – dovrebbe conoscere – la realtà cittadina e in particolare quella delle periferie, vivendo a Tor Bella Monaca. Stranamente però, non ha colto il disagio, la crecente protesta e l’allontanamento degli elettori  dal Pd di quelle zone: ma non è stata l’unica sua disattenzione. Non si accorse, per esempio, che mafia e corruzione politica si stavano impadronendo di Roma, nonostante il corposo e preoccupante Libro bianco sulla criminalità organizzata a Roma commissionato da Marco Miccoli, segretario del Pd romano nel 2012, l’avesse anticipato. Scriveva Miccoli:

“…il libro spiega con molta chiarezza non solo l’origine della criminalità organizzata a Roma, smentendo tutti quei luoghi comuni che per decenni hanno affermato che la mafia a Roma non esisteva, ma anche il sistema economico messo in piedi negli ultimi anni dagli emissari della mafia, fatto di politica e occhi chiusi, di società vuote e prestanome, di riciclaggio di denaro e investimenti.”

Si fanno cifre e riferimenti a fatti, ma Orfini non commenta. Non so neppure se l’abbia letto, ma sarebbe grave.
Non passano due anni, scoppia Mafia Capitale e Orfini cade dalle nuvole. Non solo, chiama a correi i militanti che non avevano tempestivamente denunciato il malaffare: l’ha ripetuto più volte e l’ho sentito con le mie orecchie al circolo di Ponte Milvio. Dopo di che, viene nominato commissario del Pd romano (un assurdo) e comincia subito a massacrarlo. Anticipa che nei conti della Federazione romana c’è una voragine (interrogato sui bilanci tacerà e non li mostrerà mai) e sottrae ai circoli ogni capacità economica e quindi di attività sul territorio, costringendoli a versare i proventi del tesseramento ai circoli municipali inventati per l’occasione e affidati ai suoi fedelissimi, come Esposito (che più tardi farà inserire nelle Giunta Marino per affilare il coltello che poi verrà piantato nella schiena del sindaco). Invece di chiamare iscritti e militanti a denunciare le infiltrazioni e i circoli di comodo gestiti dai padroni delle tessere incarica i ragazzi della sua corrente, i Giovani turchi, ad un’estenuante maratona telefonica sulle tessere false di cui non si saprà mai nulla. Anticipa pomposamente una indagine sui circoli commissionata a Fabrizio Barca, il quale produce un rapporto sconvolgente, Mappa il Pd, da cui emerge che 27 circoli su 110 “sono dannosi, pensano solo al potere”. Risultato? Nulla di fatto. Oggi Barca – immagino deluso dal Pd – si occupa di disuguaglianze con la Fondazione Basso.

Foto di SKYtg24

Orfini, invece, sempre obbediente e prono alle disposizioni di Renzi, condivide le misteriose (ma non tanto) antipatie del segretario per Marino e a ottobre del 2015 dichiara che “ È finita perchè si è rotto il rapporto con la città”. Dimenticando che il sindaco è stato eletto da una maggioranza schiacciante di votanti e quel che è grave ignorando il solenne monito dell’art. 1 della Costituzione: “La sovranità appartiene al popolo” (che per uno che si dice ‘democratico’ è imperdonabile). Quello stesso popolo romano lo smentì subito clamorosamente dimostrando nella piazza del Campidoglio strapiena e debordante che non aveva delegato nessuno a decidere al suo posto, ma Orfini, ormai scendiletto confesso di Renzi, non ne tenne conto e condusse dal notaio 19 consiglieri del Pd che insieme a quelli dell’opposizione (!) votarono la sfiducia al sindaco Marino. Il Pd romano si avviò così mestamente e celermente all’estinzione:  alle elezioni dopo il commissariamento del Comune trionfano – come era stato previsto anche dai sampietrini – i 5 stelle e Virgina Raggi. Non solo: dei 15 municipi (tutti) conquistati dal Pd con Marino ne restano solo due: quelli centrali abitati dai ceti più alti e quindi certificando la perdita di ogni contatto del Pd con quelli minori, quelli dei dimenticati. E ancora Orfini si meraviglia e addebita la sua catastrofe elettorale alla politica speculativa dei 5 stelle se non ai 28 mesi (in totale) della giunta Marino. 

Per come la vedo io, il massimo delle potenzialità politiche di Orfini consiste nel giocare alla Playstation e far vincere sempre  il capo, plaudendo entusiasta alla sua abilità. Le sue fortune politiche, peraltro, consistono nell’essere così insignificante e servile da essere stato facilmente individuato da Renzi come il miglior candidato alla presidenza del partito.  Non gli avrebbe mai fatto ombra e al minimo aggrottar di ciglia del segretario si sarebbe subitamente precipitato a fare i caffè. E quindi a me viene da chiedere alle persone che stimo rimaste ostinatamente nel Pd: come fate a tollerarlo come presidente?

Oggi, nel pieno della bagarre per la ricerca di un governo da cui il Pd si è autoescluso, Orfini non trova di meglio che esprimersi sui sindaci della sua città, per cui ha fatto solo disastri. Ovvio: alla prossima assemblea si prevede che il reggente Martina venga disarcionato e quindi la guida del partito fino al congresso passerà a lui, il presidente.
Povero Pd.

 

 

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A Roma, a partire da lunedì.

18 Giu

Domani si vota e io ancora non ho deciso cosa fare, ma mi è ben chiaro che non voterò certo per Giachetti: questo sì che sarebbe tradire i miei principi e soprattutto quel Pd per cui mi sono battuto ben prima che nascesse, di cui sono stato fondatore e dal quale, con infinita amarezza, mi sono allontanato dopo anni di quotidiana militanza. Tutto lascia pensare che si confermerà l’impressionante travaso di voti  del primo turno a fronte del quale le  obiezioni più valide del Pd sono state il banale “salto nel buio” e che  i 5 stelle hanno fatto del loro meglio per collaborare alla chiusura anticipata della sindacatura Marino e non  non meriterebbero quindi quel voto. Già, perché il Pd cosa ha fatto?

I 5 stelle hanno l’obbiettivo di sostituirsi all’attuale sistema di partiti: dal loro punto di vista, e dei tanti che gli danno fiducia, è l’unico modo per liberarsi dalla latrina dei compromessi, degli accordi consociativi, dei cinici giochi correntizi, degli interessi personali, della dilagante corruttela  nella politica italiana. Per loro, anche chi fa bene – ma è legato a un partito – è un avversario e va demolito. Questo è un dato di fatto.

Occorre poi aggiungere che, paradossalmente, sono stati gli inconfessabili interessi che si muovono all’interno del Pd ad aiutarli: la ridicola faccenda della Panda rossa non l’hanno inventata loro, ma i media sollecitati proprio da quella parte del Pd che aveva manifestato la sua insofferenza per Marino fin da pochi giorni dopo il suo insediamento; ricordo – tanto per dirne una – l’assurdo sondaggio nell’ottobre del 2014 commissionato da tale D’Ausilio, capogruppo Pd  (!)  nel Consiglio comunale, che registrava un presunto crollo dei consensi del sindaco; ricordo ancora che circa un mese dopo, in una riunione della Direzione romana del Pd, la consigliera De Biase (meglio nota come lady Franceschini e come l’unica candidata che alle attuali elezioni abbia aumentato i consensi) invocava a gran voce la sfiducia per il sindaco Marino, ignara che pochi giorni dopo sarebbe esploso in tutta la sua virulenza il verminaio di Mafia capitale in cui erano infognati (è il caso di dirlo) importanti esponenti del Pd romano, alcuni dei quali operanti al Comune.

Di tutto questo i 5 stelle hanno sempre immediatamente approfittato: ogni volta hanno colto l’occasione. E il Pd gli ha dato ben più di una mano quando ha semplicemente finto di appoggiare (per la prima volta dall’elezione) il suo sindaco, mentre il segretario nazionale nominava il commissario che da un lato si sperticava in lodi ufficiali, dall’altro tesseva sottotraccia le sue trame per logorare la Giunta inserendovi i suoi accoliti per giungere alla fine all’assurdo, indecente e suicida accordo con le opposizioni certificato da un notaio che ha portato al tradimento della volontà popolare espressa nell’elezione di Marino.

Da qui il disorientamento, il disgusto, il disagio, l’allontanamento di tanti elettori del Pd, la sua disgregazione e la naturale protesta tramutatasi in un voto per i 5stelle. Che apparirà pure un voto emotivo e poco razionale, ma appare oggi l’unico modo per liberarsi di una dirigenza del Pd irresponsabile e incapace, per non dire di peggio. Non posso dimenticare l’indignazione che mi ha travolto davanti al falso candido stupore di Orfini di fronte al vaso di Pandora scoperchiato dalla Procura romana e la sua indecente chiamata di correità verso i militanti che secondo lui non si erano accorti di quanto accadeva o avevano taciuto, mentre invece innumerevoli erano state le loro proteste e le loro denuncie. E lui dov’era stato in tutti quegli anni?

Ecco perché guardo con comprensione, se non con simpatia,  all’elettore del Pd che,  dopo avergli dato fiducia per anni, si sta arrovellando intorno alla decisione se votare o no per la Raggi, pur turandosi il naso e maledicendo chi l’ha costretto a questo passo. Di fiducia non ce n’è più: andrà come deve andare. Pensiamo piuttosto a cosa faremo, noi cittadini romani: a partire da lunedì, dovremo controllare l’operato della nuova Giunta: sarà nostro dovere sollecitarla e stimolarla con ogni mezzo a proseguire nell’opera di risanamento del bilancio comunale, nella ristrutturazione delle aziende municipalizzate, nel recupero di efficienza della macchina del Comune, nello smantellare il sistema occulto di interessi che si regge intorno al Campidoglio. Ma avremo anche un nuovo compito, forse più importante ancora. Mi spiego. 
Quanto potrà durare la nuova sindacatura? La sensazione, non solo mia, è che non avrà vita facile e per varie ragioni, ma prima di tutto perché mancherà l’appoggio del governo per motivi più che ovvi e in particolare per l’opposizione alle Olimpiade espressa dai 5 stelle: esso non sarà certo generoso nel mettere a disposizione i fondi per gli urgenti e necessari investimenti, per dire la prima che mi viene in mente. Ecco perché dovremo pensare a costruire una nuova forza civica che possa davvero rappresentare noi cittadini romani in quell’opera di controllo e di confronto di cui dicevo più sopra, ma soprattutto qualora si dovesse tornare a breve nuovamente ai seggi elettorali. Stavolta toccherà a noi.

Il Pd Roma: da Mafia Capitale al metodo democratico

1 Ott

art. 49 cornice

Mafia Capitale ha imposto la bonifica del Pd romano. Ma le iniziative finora intraprese non sembrano condurre verso una soluzione assolutamente rispettosa del metodo democratico.

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Per avere un’idea di cosa stia succedendo nel e al Pd Roma bisogna risalire almeno alle primarie del 2013, quando in diversi seggi si presentarono improvvisamente elettori e candidati mai conosciuti prima, distorcendo l’esito delle votazioni. Il fatto fu denunciato da molti iscritti, anche con ricorsi alla Commissione di garanzia regionale, che furono disinvoltamente e sbrigativamente archiviati.  Ne parlarono Cristiana Alicata che fu oltraggiata e derisa da molti – tra cui un membro della CGR oggi incriminato per i fatti di Mafia Capitale, Nacamulli – e Marianna Madia  che denunciò esplicitamente “vere e proprie associazioni a delinquere sul territorio”). Naturalmente senza esito alcuno e senza che nessuno dei leader locali – tantomeno l’attuale presidente del Pd Matteo Orfini che all’epoca era già da tempo testimone, attore e protagonista della politica romana – aggrottassero appena il ciglio. Andava tutto bene. Fatto sta che coi risultati di quelle primarie fu successivamente eletta l’Assemblea e poi nominata la Direzione, rappresentando così il trionfo dei capibastone e delle correnti che imperversavano nel Pd romano, senza che nessuno, ripeto, nessuno dei vertici avesse qualcosa da obiettare. Per tutti loro era tutto assolutamente regolare.

Facciamo un passo avanti. Alla fine del 2014 esplode Mafia Capitale, buona parte del Pd romano che conta risulta inquisito e Renzi nomina Orfini commissario dopo le dimissioni del segretario Cosentino. Qui è la prima, colossale stortura: il commissario non avrebbe mai dovuto essere un romano, perché in un modo o nell’altro lambìto se non coinvolto in quella torbida rete di interessi e intrecci per cui in quegli anni non era stata presa alcuna posizione contro il malaffare interno al partito e tutto era stato tollerato, perfino la vergognosa faccenda dei fondi del gruppo consiliare Pd alla regione Lazio nel 2011.  Ma pare che a Renzi questo aspetto fondamentale sfugga o non interessi. Vabbe’.
Comunque sia Orfini accetta l’incarico e prende alcune iniziative, tra cui l’incarico a Barca di Orfinimappare i circoli per individuare quelli sani e quelli costituiti ad uso personale e la verifica degli elenchi degli iscritti del 2013 per identificare quelli fasulli: di quest’ultima se ne occupano i GD, fedeli centurioni di Orfini, e va avanti per mesi a causa della scarsità di risorse (perché non siano stati reclutati anche militanti di provata fede, anche non-GD, non è dato sapere ma si può, neppure tanto maliziosamente, immaginare). Il 9 marzo riunisce l’assemblea romana per fare il punto e, tanto per non sbagliare, proprio in apertura si rivolge a tutti gli iscritti con quella che suona come un’assurda chiamata di correità (‘Mafia Capitale non avrebbe dovuto sorprenderci, leggiamo tutti i giornali’, eccetera). (*)

Dopo di che passano i mesi senza che nulla accada e nei circoli cresce l’attesa, oltre al disagio e all’impazienza. Insomma: c’era un PD dei politicanti di mestiere e delle loro cordate, e un PD dei sinceri militanti volontari e dei circoli. Il cancro di Mafia capitale è nato e si è sviluppato nel partito delle cordate infettando poi alcuni circoli e generandone altri. La sgradevole sensazione che si percepisce è che il commissario, invece di bonificare il partito dei politicanti – cui appartiene – eliminando corrotti e collusi, prenda a pretesto l’ emergenza per normalizzare il partito dei circoli, portandolo sotto il suo controllo. E’ così che a metà maggio un gruppo di membri dell’Assemblea ne chiede al presidente Giuntella, a norma di Regolamento, la convocazione per discutere anche del congresso che Orfini ha più volte dichiarato di voler tenere entro l’anno. Assai poco ritualmente,  il commissario risponde piccato e irridente su Facebook, mentre  Giuntella – cui spetta il compito di convocarla ogni tre mesi – svicola. Insomma, comincia a delinearsi un percorso del genere ‘si fa come dico io e le regole contano se e quando mi servono’, nonostante la Commissione nazionale di garanzia, interpellata dallo stesso Orfini sulla possibilità di azzerare l’Assemblea, gli abbia chiarito per iscritto che non gli è consentito. Si fanno sempre più concrete quelle che parevano solo voci di corridoio: le iscrizioni 2013 e 2014 verranno annullate, nasceranno i circoli territoriali (15, uno per Municipio, virtuali) presidiati da altrettanti sub-commissari, i circoli esistenti – in attesa di venire chiusi o accorpati – diventeranno ‘sezioni’ senza alcuna autonomia e privati dei fondi provenienti dal tesseramento, che avverrà tramite il circolo di municipio.

La temuta occupazione viene certificata e definita con la delibera che Orfini fa approvare dalla Direzione (che non ha competenza in materia) l’11 giugno. In sintesi, come commentò all’epoca un iscritto, “somiglia tanto a un colpo di stato fatto da una corrente a discapito delle altre”, mentre un altro, più lungimirante, dichiarò che “il congresso del PD romano si è svolto ieri e lo ha vinto Orfini. Saranno lui e i suoi soci a organizzare i circoli municipali, a decidere chi li dirigerà, saranno lui e i suoi soci che maneggeranno i soldi delle tessere e che faranno le liste delle prossime elezioni. Scordiamoci l’assemblea e scordiamoci la possibilità di un congresso vero e democratico”.
Perché un vicecommissario per ogni Municipio non rappresenta, di per sé, una garanzia contro i pacchetti di tessere, anzi. Perché non sarà né un magistrato né un ufficiale dei carabinieri, ma verrà scelto nei giochi tra le cordate dei professionisti della politica per garantire gli equilibri e le pratiche di queste, la gestione delle “primarie“, i rapporti con gli eletti e così via. Più lontano dal controllo diffuso dei militanti associati nei circoli, sul territorio. E sarà grato e fedele al capo per garantirsi la rielezione o future promozioni.

La delibera, infatti, prevede non solo una modalità accentrata per il tesseramento 2015, ma una ristrutturazione permanente dell’ organizzazione territoriale che va nella direzione di una verticalizzazione, spostando poteri organizzativi e risorse dai circoli esistenti, ridefiniti come ‘sezioni’,  verso i nuovi circoli territoriali, uno per Municipio. Verso l’ alto. Mentre tutto il dibattito aperto dopo il documento di Barca dell’ aprile 2013 sullo sperimentalismo democratico, la mobilitazione cognitiva, la democrazia deliberativa, va nella direzione opposta, verso “un partito di sinistra saldamente radicato nel territorio …. animato dalla partecipazione e dal volontariato di chi ha altrove il proprio lavoro“. Ma la cosa grave e è che la delibera del commissario infrange, nelle modalità e nella sostanza, il Regolamento del Pd romano e lo Statuto nazionale. Tra le violazioni più clamorose:
– la convocazione della Direzione (che può essere fatta solo dal Presidente dell’Assemblea);
– l’aver fatto approvare una delibera non di sua competenza: la Direzione “è l’organo di esecuzione degli indirizzi espressi dall’Assemblea ed è organo di indirizzo delle politiche territoriali” mentre è  l’Assemblea che “ha competenza in materia di indirizzo della politica territoriale del Partito Democratico di Roma città, di organizzazione e funzionamento degli organi dirigenti, di definizione dei principi essenziali per l’esercizio dell’autonomia da parte dei Circoli territoriali, ambientali e on line” (articoli  5.2 e 6.1 del Regolamento di funzionamento della Città di Roma);
– l’introduzione delle cosiddette ‘sezioni’, organismi assolutamente nuovi e non previsti: lo Statuto nazionale all’Art. 14 comma 1 prevede che “I Circoli costituiscono le unità organizzative di base attraverso cui gli iscritti partecipano alla vita del partito...”;
– sempre a proposito delle nuove ‘sezioni’, lo Statuto nazionale afferma all’art. 14, comma 4 che “dovrà essere previsto almeno un Circolo territoriale di base per ogni comune superiore a cinquemila abitanti e, nei comuni con più di centomila abitanti, almeno un circolo per ogni cinquantamila abitanti.”  E come la mettiamo con le ipotizzate ‘sezioni’? Il risultato è che nei circoli e tra i militanti cresce lo sconcerto, il disagio, l’amarezza. Resta ancora la flebile speranza che l’atteso rapporto di Barca sullo stato dei circoli – che a rigor di logica avrebbe dovuto precedere e non seguire la delibera – dia un’opportunità nuova, possa costituire l’occasione per intervenire, estirpare il marcio e dimostrare, finalmente, che si può dare un deciso colpo di timone. Ma non succede nulla di tutto questo.

Accade così che alla fine di luglio due ben conosciuti e rispettati democratici, Giancarlo Ricci e Antonio Zucaro, decidano che la misura è colma: citano in giudizio (qui i dettagli) la Federazione romana e la prima udienza viene fissata per lunedì 28 settembre. Che ci sia ben più di qualcosa che non va nel partito romano è testimoniato anche dal disastro registrato nel rinnovo delle tessere: a settembre se ne contano, pare, circa 3.000 contro le 8.000 registrate l’anno precedente. E’ l’effetto di Mafia Capitale, certo, ma l’opera del commissario ha assestato un duro colpo alla collaudata rete dei circoli e alla passione di tanti sinceri e un tempo entusiasti militanti che stanno abbandonando in massa il partito. Ma non è finita qui.
Domenica 27, il giorno prima dell’udienza, in una “giornata di studio” riservata a eletti, coordinatori e altri invitati Orfini informa i partecipanti di una nuova delibera, questa, che annulla la precedente evidentemente invalida (quella per cui è stato citato in  giudizio) con la quale supera di colpo – o pensa di aver superato – tutte le osservazioni e le critiche. Perché?

Perché glielo consentono le modifiche allo Statuto nazionale approvate dall’Assemblea nazionale del 18 luglio, proposte dalla commissione di cui lo stesso Orfini fa parte e che nell’ordine del giorno assembleare apparivano così: “modifiche statutarie in adeguamento alla L. 13 del 21/2/2014” (cioè la legge sull’abolizione del finanziamento pubblico diretto). Solo che tra queste erano state introdotte anche quelle relative all’art. 17, che disciplina Commissariamenti, scioglimenti e poteri sostitutivi.
Per esempio, il comma 1 della nuova stesura prevede che invece della Direzione Nazionale sia  il Segretario nazionale stesso a poter “intervenire nei confronti delle strutture regionali e territoriali adottando, sentito il parere della Commissione nazionale di Garanzia, i provvedimenti di sospensione o revoca. Tali provvedimenti possono riguardare sia organismi assembleari sia organi esecutivi, e possono includere l’eventuale nomina di un organo commissariale”. Quindi arrivederci ad Assemblea e Direzione del Pd Roma. Il comma 3, a sua volta, prevede che “i provvedimenti di scioglimento e chiusura dei Circoli, per violazioni dello Statuto o del Codice Etico e per grave dissesto finanziario, possono essere assunti anche in deroga all’art. 14 comma 4 dello Statuto”. Pertanto, stante l’enorme debito di almeno 1,2 milioni accumulato dalla Federazione – e su cui si tace alla faccia della sbandierata trasparenza e nonostante il pieno diritto degli iscritti di sapere come sia stato accumulato – viene superato  l’obbligo di avere “nei comuni con più di centomila abitanti, almeno un circolo per ogni cinquantamila abitanti” ed automaticamente l’invenzione delle sezioni da illecita diventa lecita. “Fatta la legge, trovato l’inganno” recita un vecchio proverbio. Orfini ora può fare davvero da solo, saluti a trasparenza, partecipazione, metodo democratico.

Naturalmente nessun dettaglio viene reso noto. Anche l’esito della lunga indagine svolta sull’anagrafe degli iscritti del 2013 – come l’origine del mostruoso buco del bilancio federale – resta riservata, perché gli iscritti non hanno alcun diritto, gli è consentito solo di pagare la tessera.
Non so immaginare, francamente,  dove Orfini pensi di condurre il Pd romano. E’ abbastanza evidente che intenda dargli un’impronta esasperatamente verticistica – in questo concorde con la visione del segretario nazionale – ma poi? Tra un anno, quando cesserà la gestione commissariale, quale partito pensa si troverà, dopo aver disperso un patrimonio di cultura, esperienze, passioni? Davvero pensa di poterlo rimpiazzare con i Giovani Democratici? E come crede di poter affrontare le eventuali elezioni comunali? O pensa di mettersi in gioco lui stesso, candidandosi a sindaco? Oppure ancora ha già pronto il sostituto di Marino, un suo fedele, magari l’assessore Esposito? Bah.

Qui di seguito troverete il comunicato stampa (il neretto è mio) rilasciato da Ricci e Zucaro all’uscita dall’udienza del 28 settembre. Il giudice vuol vederci chiaro e questo è già molto. E comunque siamo solo agli inizi.

“La frettolosa approvazione, nelle scorse ore, di una nuova delibera di riorganizzazione del PD Roma, sostanzialmente identica a quella già impugnata da alcuni iscritti, non è servita a neutralizzare il procedimento giurisdizionale contro la Federazione romana – sottoposta da quasi un anno al commissariamento del Presidente Orfini – e ad eludere il giudizio cautelare promosso dai ricorrenti, Giancarlo Ricci e Antonio Zucaro.
Accogliendo le eccezioni sollevate dagli avvocati Anna Falcone e Antonio Pellegrino Lise, il giudice procedente ha, infatti, chiesto una integrazione di memorie e si è riservato in merito alla decisione di sospensiva dell’atto impugnato. Alla luce della proroga del Commissariamento e della reiterazione delle violazioni denunciate a danno dei diritti degli iscritti, nonché in dispregio delle norme statutarie e di democrazia interna, i ricorrenti non escludono di rilanciare l’azione giudiziaria estendendo l’impugnativa alle ulteriori violazioni che dovessero emergere dalle nuove decisioni commissariali. A tal fine, annunciano la costituzione di un comitato di sostegno all’azione giudiziaria e per il rispetto dello Statuto del PD e delle sue regole di democrazia interna”.

Firmato: i ricorrenti, Giancarlo Ricci e Antonio Zucaro

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(*) – Aggiornamento: mi viene opportunamente fatto ricordare il libro bianco presentato alla Festa dell’Unità nel luglio 2012  su “La criminalità organizzata a Roma”, realizzato e pubblicato dal PD Roma.

La regola Orfini.

15 Giu

 

Cinque regole – quelle che Concita De Gregorio illustra oggi – che debbo pensare il commissario Orfini non conoscesse. Altrimenti sarebbe di certo intervenuto anni prima, avrebbe fatto fuoco e fiamme, denunciato il malaffare (come hanno fatto la Madia o l’Alicata, per esempio), si sarebbe indignato, fatto un casino, non è così? Invece, zitto. Non sapeva.
Ecco perché ha fatto un passo in avanti e ha creato una  regola tutta sua: ignorare lo Statuto nazionale, il Regolamento del Pd Roma, la Commissione di garanzia, la partecipazione di iscritti ed elettori, la trasparenza del bilancio (oops, del debito astronomico) e quindi smantellare la rete dei circoli, buoni o cattivi non importa, fregandosene di iscritti ed elettori. Fare piazza pulita insomma. Tabula rasa. 
Evviva.

Concita PD 1

Concita PD 2

 

 

Mondo di mezzo: la II ordinanza

6 Giu

Questa è  l’ordinanza integrale che ha costituito la seconda puntata di Mondo di  mezzo. Ho l’idea che altro seguirà. Preparatevi, voi persone oneste che rispettate la legge e avete comunque subito un torto.
Da parte mia un grazie al Gruppo Antimafia Pio La Torre che l’ha pubblicata.

Ordinanza II Mondo di mezzo

 

L’ordinanza Mondo di mezzo

5 Giu

Con il secondo atto dell’inchiesta della Procura di Roma su Mafia Capitale che ha portato alla nuova ondata di arresti, ho pensato che sarebbe stato utile riproporre l’ordinanza nella stesura integrale.
Ringrazio Giulio Cavalli per averci pensato per primo pubblicandola. Eccola qui.
Buona lettura ma, se volete un consiglio, tenete a portata di mano un antiemetico. Non si sa mai.

 

Ordinanza Mondo di mezzo

Al Comune di Roma corruzione nella burocrazia

7 Apr

Dall’intervista all’assessore alla Legalità del comune di Roma apparsa oggi su La Stampa, Alfonso Sabella,  emerge finalmente che quelli che potevano essere solo sospetti non provati rappresentano invece una realtà diffusa e concreta. Dice testualmente Sabella di aver trovato una patologia, “una burocrazia comunale in grado di amministrare, decidere, scegliere senza che nessuno possa ostacolarla.” E aggiunge: “anche la politica sana di un’amministrazione come quella Marino ha avuto difficoltà a controllare questa burocrazia”. La quale,  temendo tuttavia di essere insidiata nelle sue pratiche e nei suoi interessi ha reagito per difendersi: la giunta Marino ha destabilizzato gli equilibri, gli accordi, i compromessi con una certa politica locale, interrompendo o rendendo difficoltoso il flusso dei favori e delle mazzette.

burocrazia

Il sistema ha così di certo contribuito a scatenare  lo scorso autunno l’ostilità e la guerra al sindaco, culminata nel ridicolo processo alla Panda rossa e alimentata perfino all’interno dello stesso Pd, quando eminenti figure della Direzione romana (Ciarla, Di Biase) chiesero disaccortamente di sfiduciare il sindaco e addirittura nuove elezioni. E può anche spiegare l’assurda opposizione dei sindacati al nuovo contratto per i dipendenti comunali che, senza nulla togliere al monte emolumenti, elimina privilegi e premi bizzarri in nome di una maggiore produttività ed efficienza.
Colpita nei suoi interessi, la parte marcia della burocrazia tenta tutte le carte.
Qui di seguito l’intervista integrale. Il neretto è mio.

 

 

L’assessore ex magistrato: “A Roma la burocrazia è più corrotta dei politici”

Parla Alfonso Sabella, entrato in giunta dopo Mafia Capitale: “Da tre mesi annullo gare e invio segnalazioni in Procura”

di Guido Ruotolo

 Va direttamente al cuore del problema, Alfonso Sabella: «Ho trovato un sistema alterato di assegnazione delle commesse pubbliche con profonde e antiche radici». Quando è arrivato a Roma come assessore alla Legalità, il 23 dicembre scorso, il ciclone di Mafia capitale era già passato per il Campidoglio facendo morti e feriti. Grande fiuto investigativo quand’era magistrato negli anni delle stragi mafiose a Palermo, nel palmarès le catture di Luchino Bagarella, Giovanni Brusca, Pietro Aglieri e la bassa macelleria delle stragi dei Corleonesi, Sabella è stato scelto dal sindaco Marino per un compito delicato.

Assessore, cosa ha trovato al Campidoglio?

«Una macchina amministrativa totalmente fuori controllo. Paradossalmente ai miei tempi a Palermo le carte erano tutte al loro posto, voglio dire veniva garantita una loro regolarità formale. A Roma no. Da tre mesi e passa sto firmando una serie di richieste di annullamento di gare in autotutela. Quando mi sono insediato, ho trovato un paio di decine di gare con procedure a evidenza pubblica, cioè quelle gare che prevedono il bando pubblico, la commissione giudicatrice, la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale. Un paio di decine a fronte di almeno diecimila procedure negoziate, cottimi fiduciari, affidamenti diretti, somme urgenze».

Questo cosa significa?

«Sia chiaro, volendo si può truccare anche la gara pubblica però questo dato dimostra l’esistenza di una patologia e occorre intervenire. La patologia è quella che di fronte a un ceto politico locale scarsamente preparato c’è una burocrazia comunale in grado di amministrare, decidere, scegliere senza che nessuno possa ostacolarla. Aggiungo che anche la politica sana di un’amministrazione come quella Marino ha avuto difficoltà a controllare questa burocrazia».

Se dovesse qualificare questa patologia, insomma analizzare quello che non va, come sintetizzerebbe la situazione?  

«La maxitangente Enimont fu un maxi finanziamento illegale della politica. Oggi dobbiamo parlare di microtangenti ai burocrati e di briciole ai politici. E preciso che il ceto politico amministrativo potrebbe anche non essere oliato con le tangenti perché in realtà le sue scelte e decisioni si fermano alla politica di indirizzo. Chi decide tutto sono i burocrati, i dirigenti comunali».

Lei come si sta muovendo?

«Con una direttiva di giunta, ho azzerato la possibilità di attivare le somme urgenze e gli affidamenti diretti. E ho dettato le regole per le procedure negoziate per ridurle all’osso e in ogni caso renderle trasparenti come una casa di vetro».

Lei è arrivato al Campidoglio dopo la retata del procuratore Pignatone su Mafia capitale. Cosa ha trovato, al di là delle macerie?  

«Una mafia che come la lama calda di un coltello aveva tagliato in due del burro senza trovare la minima resistenza. Una mafia che, nel periodo della giunta Alemanno, aveva occupato i settori delle politiche sociali e dell’ambiente del Campidoglio, Insomma, rifiuti e immigrazione».

Dunque un cancro circoscritto?  

«No. Non è che gli altri settori fossero sani, i fenomeni corruttivi purtroppo sono diffusi. Ho la prova della distorsione della procedura a favore di determinate ditte, non delle mazzette».

Ma girano mazzette al Comune di Roma?

«Spetta alla Procura di Roma accertarlo, per quanto mi riguarda ho già segnalato e continuo quasi ogni giorno a inviare denunce alla Procura su queste “distorsioni” diffuse».

Da palermitano, qual è la differenza tra la mafia siciliana, Cosa nostra, e Mafia capitale?

«Questa romana non usa i kalashnikov come i Corleonesi ma la mazzetta e non controlla il territorio di Roma strada per strada, quartiere per quartiere. Ha occupato alcuni spazi delle istituzioni. Quando sono arrivato in Campidoglio, i mafiosi erano scappati o comunque si erano clandestinizzati. Le fragilità del sistema sono rimaste intatte».

Tutto questo che ricadute ha sulla cittadinanza?  

«La corruzione e la distorsione delle procedure hanno un costo in termini di qualità e quantità di servizi garantiti ai cittadini».  

Il mondo di mezzo e il mondo nuovo

1 Gen

Da Anna Maria Bianchi di Carteinregola un messaggio per l’anno che inizia oggi. E’ un messaggio che riguarda tutti quelli che non si rassegnano e ogni giorno si indignano.

“Il tempo del cambiamento è ora. Se perdiamo questa occasione, non ce ne saranno altre.
Troviamo la forza di reagire e  agire, tutti insieme.”

Il mondo di mezzo e il mondo nuovo.

Mafia Capitale: col senno di prima

9 Dic

Carteinregola: onore al merito.

Mafia Capitale: col senno di prima.
Le perquisizioni, gli arresti, gli avvisi di garanzia sono piombati sulle cronache della Capitale come un “fulmine a ciel sereno”. Ma è veramente così? Noi di Carteinrgeola avevamo visto  da tempo, non la corruzione, ma la diffusa abdicazione della classe politica romana  alla tutela dell’interesse pubblico,  e il progressivo scivolamento di pezzi consistenti di istituzioni e partiti verso il confortevole mondo dei favori ai privati. Ma, prima di noi e come noi, molti giornalisti hanno raccontato quello che stava succedendo, con libri e inchieste  che non sono però usciti dalle “nicchie” di quelli che ancora riuscivano a indignarsi, e  che sono comunque velocemente stati archiviati dalla memoria sempre troppo corta dei lettori (o spettatori).  Se qualcuno  – figure istituzionali, dirigenti di partito e  militanti,  e magari anche capo redattori – avesse usato meglio il “senno di prima”, incidendo  sulla propria scrivania, come diceva Giovanni  Falcone,  “possiamo sempre fare qualcosa”,  forse  non saremmo arrivati a questo punto .  (segue qui)

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gli indomabili di Marconi. Zero sconti.

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(Ovvero Federica e basta)

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(Cit. del Generale Aung San, leader della indipendenza birmana)

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