Archivio | maggio, 2015

Pietro Citati ti impara l’omosessualità

27 Mag

Matteo Pascoletti in forma come non mai. 🙂

Nel mio mestiere o arte scontrosa

Oscar Wilde is very amused Il “gay pride” secondo Pietro Citati (immagine via)

La recente vittoria in Irlanda dei “Sì” al referendum che introduce nella Costituzione i matrimoni tra persone dello stesso sesso ha posto l’Italia di fronte a quello che, agli occhi dell’Europa, assume ormai i connotati di un ritardo legislativo. Se però siete Diego Fusaro, è più corretto dire che in Irlanda la propaganda omosessualista, alleata del Capitale neoliberista e sorta dalle ceneri della sinistra edonista post-sessantottina, ha segnato una vittoria nella disgregazione della famiglia tradizionale, innalzando in Irlanda il vessillo della teoria gender [prego inserire citazione alla cazzo di Karl Marx].

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ITALICUM INCOSTITUZIONALE: AVVIO AI RICORSI PER ARRESTARE L’ENTRATA IN VIGORE DELLA LEGGE ELETTORALE

26 Mag

Ecco, non so quanti avvocati ci siano qui che mi stiano leggendo. So solo, però, che se lo fossi non avrei esitazioni.

Coordinamento Democrazia Costituzionale

ricorsoIl Coordinamento per la Democrazia Costituzionale giudica l’approvazione il 4 maggio scorso della legge elettorale “Italicum” un gravissimo danno all’assetto democratico della Repubblica… (Leggi comunicato…) Pertanto ha deciso di promuovere ed organizzare, con il supporto di Avvocati disponibili pro bono(Vedi Elenco), a far parte del collegio della Corte d’Appello e coordinati dall’Avv. Felice Besostri, i ricorsi contro la legge n. 52/2015 “Italicum” da presentare in modo coordinato presso ogni distretto di Corte. In altre parole un Azione giudiziaria, come quella che ha portato al giudizio negativo della Corte Costituzionale sul “Porcellum”. Chiediamo agli aderenti al Coordinamento e a tutte le persone interessate ad esperire azioni giudiziarie contro l’Italicum di individuare tramite il nostro elenco (Vedi Elenco) lo studio legale di un Avvocato, disponibile a presentare il ricorso dinanzi al Tribunale sito nel capoluogo di Distretto di riferimento alla propria residenza e di richiedere di fungere da procuratore del proprio ricorso…

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Promesse non mantenute e debito pubblico

25 Mag

Questo chiarissimo e ben documentato articolo a firma Torquato Cardilli appare sul sito  L’Italiano.it . Forse a qualcuno risulterà eccessivamente aspro nelle critiche, ma la sostanza è quella: siamo in una situazione critica e sarebbe meglio farne prendere atto agli italiani, intervenendo soprattutto con maggiore fermezza e  decisione sull’evasione, sui grandi patrimoni, sugli emolumenti stellari di parlamentari, amministratori locali, superburocrati, sulle pensioni davvero d’oro di questi ultimi, cioè dove  i soldi ci sono realmente: insomma, in quel 20% della popolazione in cui si concentra quasi il 62% della ricchezza nazionale (dati OCSE). Prima che sia troppo tardi.

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Promesse non mantenute e debito pubblico

 TORQUATO CARDILLI – Pur se affetti da smemoratezza cronica,    gli  italiani forse ricorderanno la sfida da gradasso che il premier fece    pubblicamente, promettendo, a pena di essere chiamato buffone, il    pagamento di tutti i debiti arretrati (60  miliardi) della pubblica    amministrazione verso i privati entro luglio 2014, tempo poi dilatato  fino  al 21 settembre (giorno di San Matteo).
La promessa fatta nel salotto di Porta a Porta, sull’onda dell’euforia  per la vittoria alle elezioni europee, non meravigliò più di tanto lo  scettico Vespa che anzi raccolse il guanto di sfida rilanciando con una scommessa, dando per certo il fallimento dell’impegno.
La posta: un pellegrinaggio a piedi fino al Monte Senario.
Come sono andate le cose?
Nessuno dei due ha fatto il pellegrinaggio: entrambi hanno sostenuto di aver vinto la scommessa. Tipica soluzione italiana, come accade dopo le elezioni quando tutti proclamano di aver vinto. Eppure, secondo i calcoli della Cgia di Mestre, che sono poi quelli reali, nelle casse vive delle imprese creditrici sono arrivati appena 30 miliardi sui 60 dovuti.
Per spiegare l’ennesimo caso in cui la politica riesce a far diventare la matematica un’opinione, bisogna leggere le motivazioni date dal premier, come nelle sentenze: Renzi ha chiarito (ma lo ha fatto dopo, quando gli è stato chiamato il bluff) che intendeva riferirsi alle somme che il governo avrebbe messo a disposizione, mentre la Cgia di Mestre a quelle effettivamente incassate dai creditori. Il Ministero del Tesoro in effetti sulla base di vari provvedimenti aveva messo a disposizione per i pagamenti arretrati 56 miliardi, ma, come detto, appena la metà era entrata nel ciclo economico delle imprese. E per ottenere quei denari, corrispondenti a fatture per forniture e servizi erogati negli anni anteriori al 2013, le imprese avevano dovuto sottostare ad un complicato iter procedurale consistente nel farsi prima certificare il credito e poi cederlo con la formula del cosiddetto “pro soluto” alle banche o agli intermediari finanziari convenzionati, che sono diventati i creditori della PA: tutto questo non gratis ma a pagamento da parte dei creditori.
Non siamo alla moltiplicazione dei pani e dei pesci, ma ci troviamo sicuramente di fronte ad un gioco di prestigio perché alla fine le imprese hanno dovuto pagare gli interessi sull’incasso del credito ed il debito pubblico si è accollato il capitale.
Al 30 gennaio 2015 risultavano effettivamente erogati solo 42,8 miliardi di euro (su 60) appena 2,7 miliardi in più rispetto alla rilevazione del 31 ottobre 2014 che era di 40,1 miliardi.
Comunque, come sottolinea sempre la Cgia, pur con questi pagamenti parziali lo Stato italiano rimane il peggiore pagatore d’Europa.
La Direttiva europea 2011/7/UE impone alle PA di pagare le forniture commerciali entro 30 giorni, tranne alcune eccezioni (esempio i servizi sanitari), per le quali il limite massimo è di 60 giorni, ma lo Stato italiano da questo orecchio non ci sente. Secondo Intrum Justitia, la media di attesa europea di 58 giorni è largamente superata: in Italia l’attesa media se tutto va bene è di 165 giorni, ben oltre il limite dei ritardatari cronici come Grecia, Spagna e Portogallo, tutti al di là dei 100 giorni, mentre i migliori pagatori sono la Finlandia con 24 giorni, e l’Estonia con 25, seguite da Islanda, Norvegia, Svezia, Germania e Danimarca (vedi tabella 1).
Ma sul piano dei conti c’è un’altra brutta notizia certificata dall’Istat e dalla Banca d’Italia. Essa riguarda l’indebitamento netto del paese, riferito al periodo 2011-2014.
Come noto, il Protocollo sulla procedura per i deficit eccessivi (PDE) annesso al Trattato di Maastricht, prevede che i Paesi europei comunichino due volte all’anno (entro il 31 Marzo e entro il 30 Settembre) i livelli dell’indebitamento netto, del debito pubblico e di altre grandezze di finanza pubblica relative ai quattro anni precedenti, nonché le previsioni ufficiali degli stessi per l’anno in corso. Questi dati, certificati per noi non dal Governo che sarebbe sempre pronto a truccare i conti, ma dall’Istat e dalla Banca d’Italia, costituiscono le principali grandezze di riferimento per le politiche di convergenza per l’Unione Monetaria Europea (UME) e sono sottoposti al processo di verifica di Eurostat (che è l’Istat europeo).
Andiamo al sodo.
I dati dell’indebitamento dello Stato italiano per gli anni 2011-2014, diffusi on line dallo scorso aprile, ci dicono purtroppo che alla fine del 2014 il debito pubblico era di 2.134.920 milioni di euro (detto in lettere duemila miliardi e 135 milioni di euro) pari al 132,1% del Pil e che nel solo 2014 l’indebitamento netto delle Amministrazioni Pubbliche è stato di 49 miliardi e 56 milioni di euro (pari al 3% del Pil), con un aumento di circa 1,6 miliardi rispetto al 2013 (quando era stato di 47 miliardi e 455 milioni di euro, corrispondente al 2,9% del Pil).
Il saldo primario (cioè l’indebitamento al netto della spesa per gli interessi) è stato dell’1,6% del Pil, con una diminuzione di 0,3 punti percentuali rispetto al 2013, mentre la spesa per gli interessi, seppure in diminuzione di uno striminzito 0,1% è stata pari al 4,7% del Pil.
Chi volesse aprire meglio gli occhi di fronte a questa voragine, che è un vero e proprio disastro di finanza pubblica, non ha che da esaminare la tabella 2, redatta in miliardi di euro, che evidenzia in modo drammatico come il 2014 (anno di governo Renzi) non abbia prodotto i grandi risultati sbandierati.
Dopo l’ubriacatura della finanza allegra cosiddetta creativa e delle cartolarizzazioni di Tremonti (con tutti i guasti della privatizzazione di Energia, Autostrade, Trasporti, Comunicazioni, ecc. e il saccheggio dei nostri gioielli industriali) si è passati alla cura da cavallo di Monti improntata alla vecchia, ottusa, iniqua logica dei tagli lineari di spesa e della tosatura a sangue dei contribuenti onesti, anziché essere indirizzata a colpire l’evasione, ad azzerare gli sprechi, ad abolire i privilegi a cominciare da quelli della classe politica nazionale e locale. Nonostante i duri sacrifici imposti al popolo italiano in fatto di aumento di tasse, di riduzioni di proventi, di blocco delle pensioni, di taglio ai servizi, dal 2012 non si è ottenuta una sostanziale riduzione del debito che invece ha continuato ad accumularsi, tanto che nel 2014 ha superato i livelli del 2012 e del 2013 (rigo 1).
Può uno straccio di uomo politico, di parlamentare, di dirigente di quelli che vomitano in continuazione nei talk show improperi contro questo e quello, dando la colpa del disastro a chi fino ad ora non è mai stato nella stanza dei bottoni, spiegare per favore che cosa hanno fatto con i soldi dei sacrifici degli italiani? Forse che è stata completata la Salerno-Reggio Calabria? Sono migliorati i servizi al cittadino? E’ stata protetta la maternità con asili nido pubblici? E’ stato fatto il ponte sullo Stretto? Sono state risanate le scuole che cadono a pezzi? E’ stato messo in sicurezza dal dissesto idrogeologico il paese? Sono stati indennizzati i terremotati e gli alluvionati abruzzesi, sardi, liguri, emiliani, veneti, piemontesi? E’ stato bonificato il sito dell’ILVA di Taranto o della terra dei fuochi? E’ stato concesso il reddito di cittadinanza? E’ stata ricostruita l’Aquila? E’ stata realizzata la banda larga? E’ stato risolto il problema dell’immigrazione? Nulla di tutto questo. Hanno continuato a gozzovigliare come prima, mentre i sacrifici degli italiani non sono bastati neppure per pagare gli interessi sul debito.
Ciò che più spaventa è l’evidente  incapacità di questa classe dirigente di creare lavoro, di incentivare il ciclo economico, di aggredire il mostro del debito pubblico che non conosce sosta nella voracità di sempre maggiori risorse (rigo 3) come del resto confermato dalla sua incidenza sul Pil (rigo 4).
L’unico marginale elemento positivo lo si riscontra nell’andamento in discesa del montante degli interessi pagati annualmente sul debito (rigo 5) ma questo non è il frutto di una politica economica del governo, di un negoziato ferreo con l’Europa, è bensì la risultante congiunturale di condizioni esterne quali la discesa dei tassi di interesse, l’intervento della BCE, il deprezzamento dell’euro, il drastico calo del costo dell’energia. Tuttavia poiché il Pil è in decrescita (rigo 10) l’incidenza degli interessi passivi su di esso rimane stazionaria (rigo 6) così come la variazione del debito (rigo 7).
Dunque ci si può rallegrare per il saldo primario raddoppiato tra il 2011 e il 2012 e poi avviato in fase discendente (rigo8)? No, non ci si può rallegrare perché questo balzo in avanti nel 2012 ha rappresentato esclusivamente il sangue dei sacrifici italiani la cui incidenza sul Pil (rigo 9) sta a significare che la sbandierata spending review non è stata applicata per cancellare gli sprechi e i privilegi, ma solo per diminuire il welfare e torchiare ancora di più il paese.
Lo terranno presente gli elettori che saranno chiamati a rinnovare tra una settimana le amministrazioni di sette regioni italiane?

TAB. 1 – Tempi di pagamento nei paesi europei da parte dell’amministrazione pubblica

Paese
Giorni di attesa
per il pagamento
Giorni di discostamento
dalla media europea
Italia 165 +107
Grecia 155 +96
Spagna 154 +96
Portogallo 129 +71
Cipro 84 +26
Belgio 68 +10
Croazia 62 +4
Francia 59 +1
Bulgaria 57 -1
Slovacchia 55 -3
Ungheria 54 -4
Lituania 52 -6
Slovenia 51 -7
Romania 46 -12
Repubb. Ceca 44 -14
Irlanda 44 -14
Olanda 44 -14
Austria 40 -18
Svizzera 40 -18
Regno Unito 40 -18
Polonia 38 -20
Lettonia 37 -21
Danimarca 35 -23
Germania 35 -23
Svezia 35 -23
Norvegia 34 -24
Islanda 33 -25
Estonia 25 -33
Finlandia 24 -34
MEDIA EUROPEA 58

TAB. 2 – Debito pubblico italiano certificato dall’ISTAT (aprile 2015)

Voce 2011 2012 2013 2014
  1.Debito netto annuo 57,154 48,310 47,455 49,056
  2. % PIL 3,5 3,0 2,9 3,0
  3. Debito pubblico totale 1.907.479 1.938.901 2.068.722 2.134.920
  4. % sul PIL 116,4 123,1 129,5 132,1
  5. Interessi passivi annuali 74,416 84,086 77,942 75,182
  6. % sul PIL 4,7 5,2 4,8 4,7
  7. Variazione debito sul PIL 3,4 5,0 5,0 4,1
  8. Saldo primario 19,262 35,776 30,487 26,126
  9. % sul PIL 1,2 2,2 1,9 1,6
10. PIL 1.638.857 1.615.131 1.609.462 1.616.048

Uno stile misurato

23 Mag

Mi viene da definire così le reazioni dei nostri maggiori politici all’arresto del giovane tunisino accusato dell’attentato al Bardo. Chiarisco subito: non intendo entrare nel merito del fatto ma valutare i commenti che dal Presidente del Consiglio in giù (ultimo, non a caso, il ministro dell’Interno) si sono frettolosamente succeduti alla notizia.

Con un grazie all'intelligenza di Alessandro Robecchi

Con un grazie all’intelligenza di Alessandro Robecchi

Mi spiego meglio: mi interessa parlare, nel senso che mi impensierisce, di questa straordinaria superficialità. Pochi secondi dopo l’arresto del giovane Abdel Majid Touil da parte delle nostre forze dell’ordine i tweet si sono sprecati, è stata una gara tra potenti a chi  faceva prima. Nessuno, dico nessuno, ha avuto il minimo dubbio, perché in quel momento era necessario, per difendere e riaffermare il proprio status, essere presenti e soprattutto far sapere che si sapeva prima degli altri. La partecipazione ha rappresentato l’esigenza primaria da soddisfare, non c’è stata una breve ricerca di conferme, non la richiesta di qualche dettaglio che confortasse l’arresto. C’era una richiesta di estradizione delle autorità tunisine e vi si è dato corso senza esitazioni, senza verificare, senza cercare o chiedere prove, neppure – a quanto pare – una foto del ricercato.

A sinistra: Touil. La foto a destra è apparsa sui giornali tunisini .

A sinistra: Touil. La foto a destra è apparsa sui giornali tunisini .

Solo dopo si è accertato che nei giorni del fatto l’accusato era a scuola. Il nostro solerte ministro dell’Interno, d’altra parte, non è uomo che si lasci fuorviare dal dubbio: ricordiamo tutti, penso, la disciplinata prontezza con cui dette seguito a una richiesta d’arresto proveniente dal Kazakistan relativa a una donna con la sua bambina  e la celerità con cui appena chiarita l’inconsistenza dell’accusa scaricò ogni responsabilità sul subordinato.

Torniamo a noi. Voglio infine chiarire anche che non ho la minima idea se il giovane sia colpevole e neppure se sia innocente. Io chiedo le prove in entrambi i casi, chiedo almeno una ragionevole certezza.
La politica italiana attraversa una fase in cui le certezze sono molte,  anche troppe e prima di tutte quella per cui chi è al comando ha sempre ragione. Ecco, questo caso dovrebbe far ragionare chi di dovere sull’opportunità di riflettere prima di lasciarsi andare a dichiarazioni quantomeno azzardate. Non foss’altro che per evitare altre figuracce, uno stile più misurato e più consono al ruolo rivestito sarebbe molto apprezzato.

Serve solo buonsenso per il nuovo Senato

19 Mag

L’autore dell’articolo è il prof. Alessandro Pace.
Laureato in giurisprudenza nell’Università “La Sapienza” di Roma nel 1957, con il massimo dei voti, ha insegnato in diverse università italiane. Dal 1990 al 2012 è stato professore ordinario di diritto costituzionale nella Facoltà di giurisprudenza dell’Università La Sapienza di Roma, di cui ora è professore emerito nella stessa disciplina. Nel 1985 è stato tra i fondatori dell’Associazione italiana dei costituzionalisti, di cui è stato Segretario nel primo Consiglio direttivo (1985-1988) e Presidente nel triennio 2006-2009. Sin dal 1999 è direttore della rivista scientifica “Giurisprudenza costituzionale”, di cui è stato condirettore dal 1992.

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Da La Repubblica del 18 maggio 2015

IL REBUS DEL NUOVO SENATO

di Alessandro Pace
NELL’INTERVISTA a Claudio Tito rilasciata pochi giorni fa, il presidente del Consiglio, alla domanda se ritenesse possibile «modificare alcuni punti della riforma costituzionale, soprattutto per quanto riguarda il ruolo del Senato», ha risposto in questi termini: «Siamo disponibili a discuterne nel merito ».

Poiché in altre occasioni, dopo un’affermazione del genere, Renzi ha aggiunto che comunque non avrebbe cambiato opinione, è da sperare che questa volta, non avendo aggiunto nulla, sia disposto a mantenere l’impegno. Il che è nell’interesse della sua riforma. Se infatti è pacifico che anche le leggi di revisione costituzionale devono rispettare i “principi costituzionali supremi”, e che l’esercizio del voto costituisce «il principale strumento di manifestazione della sovranità popolare» (così la Corte costituzionale nella sentenza n. 1 del 2014), ne segue che l’esclusione del suffragio universale nell’elezione del Senato viola la proclamazione della sovranità popolare (articolo 1 della Costituzione) che notoriamente costituisce uno dei “principi costituzionali supremi”.

È bensì vero che la Consulta ha di recente riconosciuto la legittimità delle elezioni indirette — o di secondo grado — con riferimento ai consigli metropolitani e ai consigli provinciali, previsti dalla legge Delrio. Ma qui non si tratta delle elezioni di un ente territoriale minore, ma del Senato della Repubblica al quale compete l’esercizio sia della funzione legislativa sia della funzione di revisione costituzionale (che si pone all’apice dell’esercizio della sovranità). Deve inoltre essere avvertito che la futura elezione dei 95 senatori da parte dei consigli regionali ecc. non identificherebbe un’ipotesi di elezione indiretta (o di secondo grado) come accade in Francia, dove i cittadini votano i “grandi elettori” e questi, a loro volta, eleggono i senatori. I cittadini italiani sarebbero quindi del tutto esclusi dall’elezione del Senato. Parlare di elezione indiretta o di esercizio indiretto della sovranità popolare sarebbe una presa per i fondelli.

Stando così le cose, insistere nell’elezione dei 95 senatori da parte dei consigli regionali e delle province speciali — e non da parte dei cittadini — non costituirebbe una dimostrazione di intelligenza politica. Sarebbe quindi saggio, da parte del premier e del ministro per le Riforme, non insistere sull’art. 2 del ddl Renzi-Boschi, secondo il quale «La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti», ma di preferire il testo approvato dal Senato che invece allude agli «organi delle istituzioni territoriali nei quali sono stati eletti». Il che prefigura il male minore tra le due opzioni tuttora sulla carta.

Alla luce del testo del Senato, spetterebbe quindi alla legge che dovrebbe disciplinare le modalità di attribuzioni dei seggi e di elezione dei membri del Senato della Repubblica «tra i consiglieri e i sindaci», di indicare a quali, tra i candidati al consiglio regionale, provinciale e alle elezioni municipali, i cittadini vorrebbero che venissero demandate le funzioni di senatore e quali tra i candidati sarebbero i sostituti degli eletti al Senato. La necessità del sostituto dell’eletto al Senato si impone. È infatti unanimemente avvertito che eleggere un consigliere regionale, provinciale o un sindaco che nel contempo dovrebbe fare il senatore, urta contro il più elementare buon senso, in quanto svolgerebbe malamente sia le incombenze di senatore che quelle di consigliere regionale, provinciale o sindaco.

 

 

Insomma, la pensione è un diritto acquisito o no?

18 Mag

Da ben più di vent’anni gli interessi dei giovani, di chi lavora, degli imprenditori, dell’intera collettività sono sacrificati dall’inerzia dell’intera classe politica, per non parlare dei favoritismi elettoralistici sparsi a piene mani (chi si ricorda delle pensioni junior?). Altro che “altare dei diritti acquisiti”, come sostiene Alessandro Penati su Repubblica (v. in basso) parlando della sentenza della Consulta sull’illegittimità del provvedimento Fornero sulle pensioni.
INPS pensioni
Egli omette colpevolmente di indicare, come principali cause del disagio e dei problemi che aggravano da tempo la situazione del Paese, la corruzione, l’evasione fiscale, l’assenza di senso civico, lo spreco, l’insieme di prebende, benefici, emolumenti stellari a politici, amministratori pubblici, magistrati, e via cantando. Sono queste situazioni al limite del patologico che hanno condotto l’Italia sull’orlo del precipizio, non il dovere dello Stato di rispettare un patto firmato coi contribuenti. Questo dovere – cui conseguentemente corrisponde il diritto alla pensione – secondo Penati può essere disinvoltamente ignorato essendo tale diritto “una favola”. Infatti egli sostiene che lo Stato già ignora abitualmente i suoi impegni quando aumenta le tasse sulla casa riducendo il tenore di vita del proprietario; lo fa quando l’inflazione cresce e il risparmiatore che ha investito Btp si ritrova danneggiato; oppure quando si aumentano le imposte su un’attività, modificando in peggio le prospettive di ricavo dell’impresa.

La tesi è quantomeno cervellotica. Par quasi che Penati accetti pacificamente uno Stato che non rispetti i suoi doveri: ma soprattutto nei casi indicati manca qualsiasi parallelo con la pensione, il cosiddetto “salario differito”. Sono infatti tutti esempi affatto attinenti e che riguardano forme di investimento – in un modo o nell’altro – legate a uno sperabile incremento del capitale. Nulla a che vedere con la trattenuta mensile sul salario del lavoratore, una parte della quale viene accantonata per essergli restituita quando raggiungerà l’età pensionabile. Qui abbiamo un contratto tra cittadino e Stato, da cui discende un dovere per il secondo e un diritto per il primo. Peraltro e incidentalmente, Penati trascura di ricordare che anche la pensione viene correttamente sottoposta a tassazione e pertanto i pensionati continuano a mantenere il loro ruolo di contribuenti.
Concludendo, se lo Stato italiano troverà altri sostenitori come Penati circa la possibilità (o dovrei chiamarla tesi?) di ignorare doveri e diritti siamo davvero messi male. Auguri a tutti.

Penati

 

 

 

Penati 2

Contro il TTIP anche il Nobel Joseph Stiglitz

14 Mag

Non ha avuto esitazioni nel condannare il TTIP il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz. In una recente audizione al nostro Parlamento la sua invocazione è stata precisa e inequivocabile: “non firmate!”. Ma lo ascolteranno il Presidente del Consiglio, il governo, i nostri rappresentanti a Bruxelles?

Cos’è il TTIP? Detto in parole povere, è un trattato cui le multinazionali tengono moltissimo perché consentirebbe loro di ignorare la legislazione dei singoli Stati firmatari per difendere i loro interessi. Salvo qualche rarissima eccezione, però, i media italiani continuano a ignorare – soli in Europa – la questione. Per quale motivo? Provate a immaginarlo voi.

Oltre a Report che vi dedicò una puntata e a questo filmato molto esauriente, su un noto sito di informazione indipendente, Valigia Blu, si può trovare l’inchiesta di Bruno Saetta, la più completa  che io abbia letto. Anche Sbilanciamoci.info ha dedicato al TTIP diversi articoli dai titoli più che eloquenti  (Libero scambioUSA-UE: un accordo a perdere,  Il trattato intrattabile, Il patto europeo dei capitali). L’ultimo inizia così:  “Un comune decide che le mense scolastiche acquistino prodotti locali a “chilometri zero”. Un paese – l’Italia – vota in un referendum che l’acqua dev’essere pubblica. Un continente – l’Europa – pone restrizioni all’uso di Organismi geneticamente modificati (Ogm) in agricoltura. Tra poco tutto questo potrebbe diventare illegittimo.”

In tutta Europa cittadini consapevoli e informati si stanno mobilitando per fronteggiare e contrastare il TTIP. Questa petizione ha raccolto milioni di firme: chi volesse partecipare alla raccolta può scaricare questo modulo e una volta completato inviarlo  all’indirizzo che si trova sullo stesso, in basso.

 

Masochisti di tutto il mondo, dentro o fuori?

13 Mag

Possibilmente tutti insieme.

SinistraOltre

masochismo-culturale1Il giovane Segretario del PD e Presidente del Consiglio ha stabilito che la sinistra italiana si divide in due: da una parte quella che resta, finalmente vittoriosa, nel PD, per condividerne i fasti, dall’altra i masochisti.
Altri, come me, invece, ritengono che i nostri concittadini di sinistra possano sì essere classificati in due categorie, ma in quest’altro modo: quelli che escono dal PD e i masochisti.
Probabilmente abbiamo tutti ragione: la sinistra è comunque inguaribilmente masochista. 

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Piove, sindacato ladro.

11 Mag

Boschi: “Scuola solo in mano ai sindacati non funziona”. Per Cgil è “disprezzo democrazia”

Ne serve uno bravo, eh. Ma bravo-bravo.

Boschi

Verso la privatizzazione della scuola pubblica.

6 Mag

Dove porterà la “buona scuola”.  Secondo lui.

Urbinati scuola

scuola_milano

 

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