Il Pd di Roma, le primarie e la sindrome dell’Okavango

12 Set

L’anno prossimo, come è noto, i romani saranno chiamati a eleggere chi succederà all’attuale sindaca Virginia Raggi, che ha già provveduto a ricandidarsi.
Finora, nessuna delle forze politiche si è espressa con i rispettivi candidati: per la precisione, non sono neppure state formalizzate le eventuali coalizioni. Sembrerebbe di stare ancora in alto mare, quindi.

Ma non è esattamente così. Anche se il momento vede tutti i partiti concentrati sull’esito delle imminenti elezioni regionali e del referendum, sottotraccia, nei corridoi o davanti a un caminetto, ovunque l’argomento dà luogo a ipotesi e discussioni, si abbozzano trattative. È sempre stato così, non c’è da scandalizzarsi più di tanto.

Cosa faranno le destre? Lega e Fratelli d’Italia esprimeranno un candidate comune? E Forza Italia? E cosa faranno le sinistre? Sapranno esprimere una coalizione che dia luogo a primarie con degne candidature per strappare il Campidoglio ai 5 stelle o contenderlo alla destra? Questi e molti altri interrogativi cominceranno ad avere qualche risposta all’indomani del 21 settembre, quando i risultati della duplice tornata elettorale saranno ufficiali e il Pd, che dovrebbe guidare l’auspicata coalizione di centro sinistra dovrà uscire dal suo poco comprensibile mutismo.

Poco comprensibile perché, come affermato nello Statuto del Partito democratico di Roma:
Art. 16. 1. Il Partito Democratico di Roma assume le primarie come elemento costitutivo della propria rappresentanza e della propria proposta politica affinché le stesse traggano legittimazione e vitalità dal rapporto diretto con i cittadini elettori.
Lo stesso identico articolo, pari pari, viene ribadito dall’art. 16, comma 1, dello  Statuto del PD – Unione regionale del Lazio, mentre l’art. 24 dello Statuto del PD nazionale dichiara che:
1. I candidati alla carica di Sindaco e Presidente di Regione vengono scelti attraverso il ricorso alle primarie di coalizione.

 Va anche precisato che lo Statuto nazionale prevede che qualora non ci sia una coalizione o la coalizione non concordi sullo svolgimento di Primarie subentrino soluzioni alternative.
Ma il punto focale è rappresentato proprio dalla necessità vitale di realizzare la coalizione per potersi confrontare adeguatamente con la grande sfida che presenta l’attuale situazione: occorre una mobilitazione generale dell’elettorato di centro sinistra, serve offrire ai romani un progetto  che guardi al futuro, proporre un programma credibile di riscatto della città, credere nell’imperativo categorico di recuperare la dignità di Capitale offesa da anni di governo imbelle. E per questo occorrono figure in grado di poter garantire gli obbiettivi per le accertate capacità, le competenze, le esperienze, le intime motivazioni. Non servono i grandi nomi di facciata che non si sa quanto possano attrarre effettivamente, servono persone che abbiano dato prova di saper fare, che abbiano la visione dei problemi della città, primo fra tutti il decentramento amministrativo.

Una buona parte di responsabilità di tutto questo ricade, va detto, sul Pd romano. Se non riuscirà ad essere protagonista nella decisione delle primarie, oppure se sarà subalterno a logiche che non appartengono alla città, se non riuscirà a rivitalizzare il suo elettorato – mortificato dall’indecente vicenda notarile – se non avrà uno scatto di orgoglio, se non saprà superare sè stesso e dare una prova d’amore per Roma, se subirà ancora una volta i meschini giochi di potere delle correnti e dei signori delle tessere, la partita si presenterà difficile (per usare un eufemismo).
Le primarie di coalizione aperte a tutto il potenziale elettorato potranno essere la dimostrazione solare che il Pd romano ha cambiato rotta di 180° e che si rivolge ai cittadini con fiducia, restituendo loro il diritto di scegliere e rispettando la loro volontà.

Foto del dr. Thomas Wagner

Sta al Pd decidere. Può tornare ad essere a Roma un grande partito protagonista o ridursi a  ricordare malinconicamente i tempi migliori restando nel piattume dei comprimari e negandosi colpevolmente la missione di guida che si era data.

Come l’Okavango, il grande fiume africano che scorre per 1600 km dall’Angola al Botswana e sfocia nel deserto del Kalahari creando una palude: unico tra tutti gli altri fiumi, non raggiunge mai il mare.

2 Risposte a “Il Pd di Roma, le primarie e la sindrome dell’Okavango”

  1. Massimo Prasca 13/09/2020 a 4:26 PM #

    His rebus stantibus, dopo aver letto tutto e di più, dopo aver esaminato i vari suggerimenti, da quelli “sussurrati” a quelli espliciti, dopo aver preso visione di alcune autocandidature (Cirinnà docet) desidero anch’io dare il mio contributo che deriva da una attenta riflessione. Io indirei un “novenario” da recitarsi in San Marcello al Corso peer sollecitare dall’Altissimo un segno che possa essere interpretato chiaramente(non come quelli della Pizia) La novena dovrebbe essere preceduta dal canto corale “Veni Creator Spiritus, mentes tuorum visita, imple superna gratia, quae tu creasti pectora……” Poichè la Raggi sarà pure incapace (in buona compagnia regionale) di risolvere il problema d’a munnezza che fete, ma scema non è, toma toma cacchio cacchio vuoi vedere che potrebbe essere rieletta ? Con meno dsperazione e più convinzione. Naturalmente, se continua così, prepariamo a forti astensioni. Con simpatia. Ci tengo al vostro giudizio !

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    • pierofil 15/09/2020 a 9:26 am #

      Se ho capito bene, stai auspicando un secondo mandato alla Raggi.
      Non te la prendere, ma auspico con tutte le mie forze che ciò non avvenga.

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