Archivio | dicembre, 2013

Primarie PD (2) | Renzi e il rendiconto spese molto light

30 Dic

Yes, political!

Leggi la prima parte – http://yespolitical.com/2013/12/27/primarie-pd-alcune-curiosita-nei-rendiconti-spese/

Vi dicevo ieri che il rendiconto spese del Comitato Matteo Renzi meriterebbe una più ampia e attenta analisi. Perché? Per una serie di ragioni, la prima delle quali è che il totale spese dichiarato è appena al di sotto del limite, imposto per regolamento, stabilito a 200000 euro, ma è indicato Iva esclusa – almeno per le spese di “Comunicazione, Web e Servizi” di cui all’Allegato E. Ora, il Comitato Renzi non è soggetto giuridico che fiscalmente può scaricare l’Iva essendo esso stesso il terminale dell’interazione economica quindi non se ne comprende la omissione dal resoconto finale. Solo aggiungendo l’imposta prevista dalle prestazioni elencate in fattura nell’allegato suddetto (pari a 12000 euro), il totale spese supera già il tetto regolamentare.

Preciso un aspetto, onde evitare fraintendimenti: la vittoria di Renzi è netta e regolare. Non si vuol qui dire che Renzi abbia vinto violando…

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Quale legge elettorale? Spunti di riflessione

29 Dic

Su Sbilanciamoci.info leggo questo interessante articolo di Maria Luisa Pesante, professore associato di storia moderna nella Facoltà di scienze politiche di Torino. Mi pare un contributo più che degno di nota.

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legge elettorale

Il governo della minoranza

27/12/2013

L’attuale governo, se si contano i voti dei partiti che lo sostengono (e si accredita a Ncd un 8 per cento) rappresenta il 42,6 per cento dei votanti, e dunque non è un governo della maggioranza, ma della minoranza. Se poi si calcola, come sarebbe più corretto, quale percentuale degli aventi diritto al voto esso rappresenti, si scende al 32 per cento. Anche il precedente governo di larghe intese, pur rappresentando il 58,5 dei voti espressi, rappresentava solo il 43,8 per cento degli aventi diritto, ossia dei cittadini a cui un governo dovrebbe rispondere. Queste cifre mettono in chiaro i caratteri di fondo di uno spazio politico che è ormai tripolare e al tempo stesso disertato dal 25 per cento degli aventi diritto. Manca in questo momento nel paese la possibilità di una maggioranza naturale. Di conseguenza il problema principe di tutti coloro che competono – che pensano di competere in un non lontano futuro – per conquistare il governo del paese è quale sistema possa consentire di trasformare una minoranza dei voti alle elezioni in una maggioranza di seggi nel parlamento, e una maggioranza abbastanza coesa da consentire una navigazione del futuro governo in condizioni di stabilità, a quanto pare la stella polare di un paese in stagnazione. Naturalmente le diverse forze politiche hanno preferenze diverse a seconda delle caratteristiche dei propri elettorati, e soprattutto della loro distribuzione territoriale. Ma il principio – bisogna trovare, sotto spoglie democratiche, il modo di consegnare il governo a una minoranza – è condiviso.

Questa configurazione può spiegare perché le proposte dei partiti che arrivano al pubblico siano così incredibilmente vaghe, e quello che dovrebbe essere un dibattito tra opinionisti è anch’esso interamente dominato dal problema della governabilità, ossia della consegna del governo a una qualsiasi minoranza, con l’oscuramento pressoché totale del problema della rappresentatività, che pure nell’attuale situazione di sfiducia dei cittadini nelle istituzioni elettive e soprattutto in chi ne è parte dovrebbe apparire almeno altrettanto grave. Il problema della rappresentatività viene invece aggirato con un facile trucco verbale circa l’invocato maggioritario che dovrebbe salvarci dai guai del proporzionale. È quindi opportuno ricordare alcune banali verità circa i sistemi elettorali cosiddetti maggioritari, che sono appunto di varia natura, ma di per sé non possono garantire nessuna maggioranza parlamentare se non in presenza di due condizioni: in primo luogo che la competizione sia rigorosamente a due; e in secondo luogo che siano sempre gli stessi due partiti in tutti i collegi oppure che ci sia un collegio unico nazionale. Ad esempio, il sistema uninominale inglese (competizione di collegio in cui vince chi arriva primo, qualunque sia la percentuale di voti che ha preso), il quale pure già ha prodotto nella storia quasi sempre governi di minoranza (ad esempio, per tutto il periodo 1945-1990 i governi inglesi hanno rappresentato in media poco più del 41,4 per cento dei voti espressi) non la garantisce affatto. Di conseguenza, chi pensa alla possibilità di tornare alla legge Mattarella, con il suo 75 per cento dei saggi assegnati con l’uninominale all’inglese, già avverte che bisognerebbe aggiungerci anche un premio di maggioranza: un’ulteriore sproporzione dei seggi rispetto ai voti aggiunta al carattere sproporzionale della rappresentanza insito in questo tipo di uninominale. La cosiddetta proposta Violante, di cui abbiamo già parlato su Sbilanciamoci!, segue il percorso di ridurre a due soli i contendenti al secondo turno in un collegio unico nazionale. Dunque non è un qualsiasi sistema elettorale maggioritario di per sé che nella situazione presente può garantire la desiderata governabilità, ma solo un maggioritario ulteriormente manipolato al fine di consegnare il governo a una minoranza.

L’invocazione di un maggioritario è tuttavia parte essenziale dell’inganno nei confronti dei cittadini, che forse sono desiderosi solo di essere governati purchessia, ma forse desiderano anche che le loro scelte contino qualche cosa nella formazione del parlamento e del governo. A questo si risponde sventolando il maggioritario in un altro senso, ossia come principio di maggioranza – decide la metà più uno. Renzi si è distinto, senza peraltro essere l’unico, nel far balenare un magnifico obiettivo democratico: un sistema elettorale che il giorno dopo le elezioni dica ai cittadini qual è il governo che il popolo ha scelto – governo il quale, s’intende, essendo stato così chiaramente votato, potrà procedere senza indugi e lungaggini a realizzare il programma che era stato proposto. Come se il legislativo avesse l’unico compito di tenere in carica un governo, il quale poi si incarica del “fare”, secondo la retorica di Letta. Siccome il principio di maggioranza è un fondamento della democrazia, ecco che con l’abbaglio di questa decisiva semplicità si nasconde che quel governo sarebbe il governo della minoranza di una minoranza, perché nell’attuale configurazione dello spazio politico italiano solo un sistema elettorale che produca enorme sproporzione tra voti e seggi potrebbe garantire quel risultato netto.

Nell’attuale situazione politica quale legge elettorale può augurarsi il cittadino preoccupato per la democrazia costituzionale e privo di illusioni circa la disponibilità dei tre maggiori partiti a trovare una soluzione ragionevolmente equilibrata tra l’esigenza della rappresentatività e quella della governabilità? A mio avviso ci sono buone ragioni per pensare che la copiatura pura e semplice della legge elettorale francese sia il meglio che ci possa capitare. L’elezione uninominale a doppio turno di collegio adottata in Francia (non solo nella V Repubblica, ma anche dal 1870 al 1940, con qualche variante) ha alcune caratteristiche importanti di cui poco si parla. In primo luogo per l’elezione al primo turno si richiede non solo la maggioranza assoluta dei voti espressi, ma anche il 25 per cento degli aventi diritto, proprio per evitare che venga eletto troppo facilmente chi rappresenta solo una minoranza. Nelle elezioni del 2012 quattro candidati non furono eletti al primo turno perché avevano raggiunto il primo requisito, ma non il secondo (traggo questi dati da un ottimo rapporto del Servizio studi del Senato, settembre 2013, sui sistemi elettorali). In secondo luogo, al secondo turno non accedono solo i due candidati con il miglior risultato, ma tutti quelli che abbiano raggiunto un numero di voti pari almeno al 12,5 per cento degli elettori iscritti; al secondo turno si è avuta quindi quasi un cinquantina di potenziali competizioni triangolari. Con un tasso di astensionismo dell’ordine di quello italiano questo vuol dire dover raggiungere una percentuale di voti espressi intorno al 16-17%.

La legge francese comprende quindi almeno due dispositivi che mirano sia a evitare elezioni con minoranze troppo esigue sia a non scoraggiare potenziali elettori di raggruppamenti minori, che non possono sperare di essere tra i primi due, ma possono puntare ad arrivare al secondo turno. Tra il primo e il secondo turno si apre quindi un processo politico. In un sistema che di per sé premia la concentrazione territoriale di alcune forze politiche minori, un altro vantaggio va alla capacità di fare accordi e di stringere alleanze che portano a desistenze. Questo spiega perché il Front national, nonostante i suoi tre milioni e mezzo di voti al primo turno abbia solo due eletti al secondo turno, di fronte a una rappresentanza molto maggiore di altre forze di destra con un numero molto inferiore di voti: nessuno si allea con il Front national, e questa è un’assunzione di responsabilità dei partiti che non abbiamo visto, ad esempio, da parte di Forza Italia in elezioni fatte con la legge Mattarella.

Alle elezioni francesi del 2012 questo complesso di norme ha dato quasi la maggioranza assoluta dell’Assemblée al Ps, ma non gli ha consentito di raggiungere la soglia agognata dai politici italiani, e dunque il partito vincitore si trova a patteggiare con qualcuno. Anche se si tratta di un governo di minoranza la sproporzione dei seggi rispetto al numero di voti ottenuti è limitata: dei 541 seggi in palio al secondo turno il Ps ha ottenuto il 47.7 con una percentuale di voti del 40.9 (più i 22 ottenuti al primo turno con maggioranza assoluta). Al tempo stesso la composizione complessiva del legislativo, non in termini di forza, ma di presenza, è risultata sufficientemente articolata rispetto alla configurazione dei gruppi politici nel paese. Non si tratta di pensare che tutte le forze politiche minori in Italia, che secondo i progetti elettorali che circolano sarebbero impietosamente lasciate fuori dal parlamento, siano particolarmente meritevoli; ma di scegliere un sistema elettorale che non ponga una soglia insuperabile alla presenza, oggi o domani, di tutti coloro che non fanno parte dei due partiti o coalizioni maggiori, che non richieda un eccezionale scoppio di rabbia, come è avvenuto nel 2013. S’intende che non bisogna illudersi che una legge come quella francese produca automaticamente risultati altrettanto equilibrati in un sistema politico disfunzionale come quello italiano: ma sicuramente meglio che non il governo della metà della metà.

 

 

 

Primarie Pd | Alcune curiosità nei rendiconti spese

28 Dic

La trasparenza, ricordate? Io aspetto, fiducioso.

Yes, political!

Leggi la seconda parte: http://yespolitical.com/2013/12/28/primarie-pd-renzi-e-il-rendiconto-spese-molto-light/

Una curiosità che è passata pressoché inosservata. Le primarie, è vero, sono finite da un pezzo, e forse non è neanche interessante quel che vado dicendovi. Ma spulciando i rendiconti delle spese, obbligatori secondo la norma regolamentare (art. 16) che il Pd si è dato, ci si accorge che sia il primo classificato che il secondo hanno chiuso la campagna ufficialmente ‘in rosso’.

Tutta la documentazione è consultabile a questo link: Partito Democratico Rendiconto Primarie.

Veniamo a Cuperlo. Ha ottenuto contributi per 93509 euro ma ne ha spesi 100590. Ne consegue che è in debito di circa settemila euro.

Civati – c’è bisogno di dirvelo? – ha chiuso con 41 centesimi di attivo. Ha ricavato 93430, ne ha spesi 93429,59. In pratica, un ‘no profit’.

Ultimo Renzi. Forse il suo rendiconto merita una trattazione a parte. E’ complesso, ha smosso cifre doppie rispetto agli…

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Se il Pd tace sui valori etici (auguri per il nuovo anno)

28 Dic

Poi ci si meraviglia che gli elettori perdano la pazienza (la spiegazione  in calce a questo articolo).

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Se il Pd tace sui valori etici

Uno studioso americano, Richard Florida, sostiene, cifre alla mano, che tecnologia, talento e tolleranza (le tre T) sono fattori di sviluppo egualmente importanti. Le città più tolleranti, quelle più aperte alle diversità familiari e sessuali, sarebbero secondo le ricerche dello studioso americano, non solo le più dinamiche, ma anche quelle più «family-friendly» e «child-friendly».

Come dire che non c’ è contraddizione tra politiche a sostegno delle famiglie tradizionali e il riconoscimento dei diritti delle unioni omosessuali. Ho trovato questa citazione delle ricerche di Richard Florida in una lettera con la quale Walter Veltroni rispondeva a Paola Concia e Andrea Benedino, due esponenti del Gayleft che gli chiedevano di precisare gli impegni del Partito democratico nei confronti del loro movimento. Lo scambio di lettere, che risale a poche settimane fa, conferma la posizione già espressa da Veltroni nel discorso al Lingotto, a favore del «pieno riconoscimento, come in tutte le altre grandi democrazie, dei diritti delle persone che si amano e convivono».

E tuttavia, nel corso della campagna per le primarie che ha contrassegnato le passate settimane e che ha portato allo straordinario esito di domenica scorsa, si è parlato assai poco di quelle questioni che ormai vengono definite «eticamente sensibili». Si è avuta, anzi, l’ impressione che questi venissero considerati problemi troppo controversi, pericolosi e dunque da evitare. Ora, tuttavia, a primarie concluse e alla vigilia dell’ Assemblea Costituente prevista per sabato prossimo a Milano non sarà più possibile seguire questa linea di prudenza o reticenza. La stessa Assemblea, per quanto ne sappiamo, sarà chiamata, nelle forme che lì saranno decise, a elaborare uno Statuto del nuovo partito e a preparare una sua Carta dei Valori.

Non sarà possibile, in quella sede, ignorare o sottovalutare i nuovi diritti civili, e dunque i problemi generalmente definiti «eticamente sensibili». È ancora aperta, ad esempio, di fronte al Senato, la regolamentazione delle convivenze tra coppie etero ed omosessuali, (giunta con i cosiddetti Dico ad un primo anche se controverso approdo). Di fronte al Senato è altrettanto aperta la questione del cosiddetto «testamento biologico», riproposto dalla recente sentenza della Corte di Cassazione con la quale si invita il tribunale di merito a riesaminare la dolorosa questione di Eluana Englaro, la giovane che giace da quindici anni in coma irreversibile. Ma altri problemi «eticamente sensibili» si proporranno nei prossimi mesi al dibattito della pubblica opinione e ai nostri parlamentari (sempre che l’ attuale legislatura non conosca una fine prematura). Citiamo tra quelli ancora aperti, la necessaria revisione della legge 40 sulla fecondazione assistita, già richiesta nel marzo di quest’ anno anche da un gruppo di senatori della Casa delle Libertà e contraddetta da una limpida sentenza del Tribunale di Cagliari che ha consentito a una coppia il ricorso alla diagnosi preimpianto degli embrioni.

Alla prudenza di cui finora hanno dato prova i contraenti del patto che ha portato alla formazione del Partito democratico, corrisponde un crescente interesse e puntuale intervento delle autorità ecclesiastiche su problemi di grande spessore politico e sociale. Ultimo in ordine di tempo il messaggio che Papa Ratzinger ha inviato venerdì scorso ai partecipanti alle Settimane sociali di Pisa, per denunciare lo scandalo del lavoro precario, che impedisce ai giovani, di crearsi un futuro e costruirsi una loro famiglia. Il messaggio è stato salutato con entusiasmo dagli esponenti della cosiddetta «sinistra radicale» che hanno promosso la importante manifestazione di Roma contro il precariato e contro il cosiddetto «protocollo sul welfare», già concordato dal governo e dai sindacati e approvato da un referendum al quale avevano partecipato più di 5 milioni di lavoratori. Il Pontefice, che evidentemente può ignorare le cosiddette «compatibilità» che ossessionano il presidente del Consiglio e il suo ministro delle Finanze chiede di più. E gli organizzatori della manifestazione di sabato hanno salutato con legittimo entusiasmo il messaggio. «Con questo Papa» commentava Franco Giordano, segretario di Rifondazione Comunista «ci può essere un terreno unitario perché la sua è una critica al capitalismo»

Il presidente della Cei, monsignor Bagnasco, ha voluto tuttavia specificare che il messaggio del Pontefice va inteso e assunto nella sua totalità. Con quel messaggio, ha affermato, «la Chiesa ribadisce il diritto al lavoro stabile sicuro e dignitoso, come premessa alla formazione di una famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. Vita e matrimonio» ha insistito il presidente della Cei «sono valori non negoziabili, ovvero non riconducibili al processo di secolarizzazione e relativizzazione. Su questo la parola dei pastori sarà sempre una parola chiara, ferma e rispettosa».

Vita e matrimonio valori «non negoziabili»: non si parli più dunque, di regolarizzazione delle convivenze tra omosessuali, non si parli più della possibilità di rivedere la legge sulla fecondazione assistita, non si parli più del destino della povera Eluana Englaro e del diritto di ognuno di noi di disporre della propria «fine vita». Ancora una volta Papa Ratzinger ci ricorda che la Chiesa e solo la Chiesa è la depositaria della verità e dell’ etica.

A ben vedere dunque il Pontefice, con il suo messaggio sulla dignità del lavoro e contro il lavoro precario propone uno scambio: la Chiesa è disponibile a sostenere i diritti sociali dei lavoratori, a schierarsi dalla loro parte a condizione che questi rinuncino a battersi per il riconoscimento e l’ allargamento dei cosiddetti diritti civili. Un silenzioso, mai codificato scambio di questo tipo ebbe luogo nel nostro paese per un lungo periodo del secolo scorso. Ma quella fase si è chiusa molto tempo fa, con l’ approvazione della legge sul divorzio, l’ esplodere del movimento femminista, e, insieme, il venir meno della vecchia organizzazione del lavoro in fabbrica. Siamo entrati da tempo anche nel nostro paese in una nuova fase, contrassegnata dall’ emergere di nuovi bisogni non più riconducibili alla propria condizione sociale. Per questo, ormai diritti civili e diritti sociali non possono essere considerati in contrapposizione né classificati in ordine di priorità. Né può essere accettato lo scambio che ci propongono Papa Ratzinger e il cardinal Bagnasco.

Miriam Mafai – 24 0ttobre 2007 – La Repubblica

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Dunque sono passati più di sei anni da quando la mai abbastanza compianta Miriam Mafai dava per urgenti queste innovazioni nella vita degli italiani. I matrimoni omposessuali, la fecondazione assistita, il testamento biologico, la regolamentazione del precariato, cui si sono aggiunte altre questioni di non minore importanza come l’omogenitorialità e la legge elettorale, per non parlare poi di una legge veramente efficace contro la corruzione e di tutte le altre vitali necessità di cui questo Paese abbisogna per definirsi una ‘democrazia avanzata’: su tutto questo siamo in ritardo (e lo eravamo già allora) di almeno sei anni.
Oggi, per di più, abbiamo anche la presenza di un Papa che ha ben altro atteggiamento rispetto al suo predecessore e manca quindi quella scusa che ha consentito a un Parlamento invischiato nei propri interessi e incapacità di ritardare ogni intervento
in tal senso.
Alla vigilia del nuovo anno, l’augurio è che il Pd sappia ritrovare quella strada che aveva indicato nel discorso del Lingotto e affascinato i suoi elettori.

1940: non è cambiato nulla. O troppo poco.

23 Dic

DISCORSO ALL’UMANITA’

Mi dispiace. Ma io non voglio fare l’imperatore. No, non è il mio mestiere.
Non voglio governare, né conquistare nessuno; vorrei aiutare tutti se è possibile: ebrei, ariani, uomini neri e bianchi. Tutti noi, esseri umani, dovremmo aiutarci sempre; dovremmo godere soltanto della felicità del prossimo. Non odiarci e disprezzarci l’un l’altro.

In questo mondo c’è posto per tutti: la natura è ricca, è sufficiente per tutti noi; la vita può essere felice e magnifica.
Ma noi lo abbiamo dimenticato.
L’avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha precipitato il mondo nell’odio, ci ha condotto a passo d’oca a far le cose più abiette. Abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi in noi stessi; la macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà; la scienza ci ha trasformato in cinici; l’abilità ci ha resi duri e cattivi.
Pensiamo troppo e sentiamo poco.
Più che macchinari, ci serve umanità.
Più che abilità, ci serve bontà e gentilezza.
Senza queste qualità, la vita è violenza, e tutto è perduto. L’aviazione e la radio hanno riavvicinato le genti. La natura stessa di queste invenzioni reclama la bontà dell’uomo, reclama la fratellanza universale, l’unione dell’umanità. Perfino ora la mia voce raggiunge milioni di persone nel mondo, milioni di uomini, donne , bambini disperati.
Vittime di un sistema che impone agli uomini di torturare e imprigionare gente innocente.
A coloro che mi odono, io dico: non disperate, l’avidità che ci comanda è solamente un male passeggero. L’amarezza di uomini che temono le vie del progresso umano, l’odio degli uomini scompare insieme ai dittatori. E il potere che hanno tolto al popolo, ritornerà al popolo.
E qualsiasi mezzo usino, la libertà non può essere soppressa.
Soldati! Non cedete a dei bruti! Uomini che vi sfruttano! Che vi dicono come vivere! Cosa fare! Cosa dire! Cosa pensare! Che vi irreggimentano! Vi condizionano! Vi trattano come bestie! Non vi consegnate a questa gente senza un’anima!
Uomini macchina, con macchine al posto del cervello e del cuore.
Voi non siete macchine, voi non siete bestie, siete uomini!
Voi avete l’amore dell’umanità nel cuore. Voi non odiate coloro che odiano solo quelli che non hanno l’amore altrui.
Soldati! Non difendete la schiavitù! Ma la libertà!
Ricordate: promettendovi queste cose dei bruti sono andati al potere; mentivano, non hanno mantenuto quelle promesse e mai lo faranno. I dittatori forse son liberi perché rendono schiavo il popolo. Allora combattiamo per mantenere quelle promesse! Combattiamo per liberare il mondo, eliminando confini e barriere! Eliminando l’avidità, l’odio e l’intolleranza! Combattiamo per un mondo ragionevole; un mondo in cui la scienza e il progresso, diano a tutti gli uomini il benessere.
Soldati! Nel nome della democrazia siate tutti uniti!

Da Wikipedia:
Il grande dittatore
(The Great Dictator)
è un film del 1940 diretto, prodotto e interpretato da Charlie Chaplin.
La sua prima edizione risale al 15 ottobre del 1940, nel pieno della seconda guerra mondiale. Rappresenta una forte satira del nazismo e prende di mira direttamente Adolf Hitler e il movimento nazista tedesco.
Il grande dittatore, per alcune sue peculiarità, è considerato un evento straordinario. Nel 1941 ottenne cinque candidature al premio Oscar, inclusi miglior film e miglior attore allo stesso Chaplin.

Aggiornamento: una piccola buona notizia. Forse (forse) si risparmia qualcosa

23 Dic

Giorni fa avevo informato del bizzarro (per non dir di peggio) no del Governo alla proposta dell’on. Irene Tinagli. Potete rileggere il post più in basso.
La piccola buona notizia di oggi è che la combattiva Irene ha ottenuto una significativa vittoria e quindi è lecito sperare in un ravvedimento. Ecco il seguito del suo diario.

21 dicembre

Vittoria! Dopo aver rotto le scatole a mezza Camera con la storia dei prepensionamenti a 50 anni ai militari (con Pietro Ichino che ha fatto altrettanto al Senato), la commissione Difesa della Camera ha dato parere negativo al comma dello schema di decreto che prevedeva, appunto, “l’esenzione dal servizio” a 50 anni con l’85% dello stipendio. Sono veramente molto contenta. È bello vedere che tanto lavoro, tanta energia non è andata sprecata. Adesso il ministero non potrà non tenere conto di questo parere.

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Cronaca di uno  spreco annunciato: 30.000 esuberi in pensione a 50 anni con l’85% dello stipendio

Letta dice che non vuol essere Babbo Natale ma poi si contraddice clamorosamente. Irene Tinagli, una deputata di Scelta Civica, fa su Facebook la cronaca della ingloriosa fine di una sua ragionevole e motivata proposta che tende(va) da un lato a un consistente risparmio e dall’altro a un incremento delle forze di sicurezza. Il tutto senza spendere un centesimo.
Bene (anzi, male): il governo Letta l’ha bocciata senza un filo di spiegazione e a me (come ad altri) sorgono alcune  domande: perché quei trentamila avranno diritto a tutele particolari? Perché non tenerli in servizio seguendo il suggerimento della Tinagli? Perché nessuna spiegazione a una decisione apparentemente cervellotica e contraddittoria con la logica del risparmio? Perché questo indiretto sfregio ai diritti di tutti quei lavoratori – esodati in primis – sottoposti a tagli indiscriminati e feroci? Perché il Pd ha votato compattamente contro la proposta?
Leggetevi la cronaca che Irene Tinagli ha pubblicato sulla sua pagina Facebook, indignatevi pure e poi, se potete, aiutatemi a capire.
Perché l‘unica cosa che finora ho capito è la conferma che questo governo se ne deve andare il prima possibile e meglio sarà per tutti.

14 dicembre
Ho presentato anche un emendamento sul trasferimento dei militari in esubero alle forze di sicurezza, discusso oggi in Commissione Bilancio. Nonostante le resistenze di alcuni pezzi della maggioranza, noi non molliamo! Ecco contenuto e motivazioni dell’emendamento:
Il comma 309 della legge di stabilità stabilisce nuove assunzioni nel comparto della sicurezza, in deroga alle norme vigenti. Ciò comporterà notevoli spese Nel frattempo però, noi abbiamo quasi trentamila militari in esubero, che dovremo in qualche modo sistemare nei prossimi anni. Il Ministero della Difesa ha proposto di prepensionare questi militari a 50 anni, con l’85% dello stipendio. Con questo emendamento invece propongo di utilizzare questi esuberi, previa opportuna formazione ove necessaria, per coprire le necessità del comparto sicurezza.
Motivazioni e approfondimento:
In Italia il 70% del budget della difesa è dedicato al personale contro una media UE del 51%. Il ruolo dei militari prevede attualmente circa 190.000 persone. In realtà, gli effettivi sono oggi 177.300. Secondo la legge n. 244/2012, entro il gennaio 2025 essi dovranno ridursi a 150.000.
L’obiettivo è dunque di ridurre questo organico in dodici anni di circa 27.300 unità.
Questo significa che nei prossimi 6 anni dovremmo gestire quasi 30 mila persone. Allo stesso tempo però prevediamo assunzioni in un comparto come quello della sicurezza dive il personale militare potrebbe essere utilmente impiegato. Già questo dovrebbe farci riflettere. Ma la situazione è ancora più grottesca se guardiamo a cosa accadrà a questi 30 mila esuberi..
Gli schemi di decreto prodotti dal Ministero della Difesa, attualmente al vaglio delle commissioni difesa del Parlamento, propongono una sorta di “prepensionamento” a 50 anni ricevendo l’85% dello stipendio e avendo per gunta la possibilità di fare altri lavori e consulenze senza cumuli di reddito ai fini IRPEF.
Questo non può essere accettabile, così come non può essere accettabile aprire assunzioni in un comparto della Pubblica Amministrazione quando in un altro ci siano migliaia esuberi di personale qualificato:
– è contrario alle logiche di mobilità del lavoro interne alla PA (mai attuate veramente!),
– è contrario alle logiche della spending review che pure amiamo citare ad ogni piè sospinto,
– ed è contrario alle logiche dell’allungamento dell’età pensionabile che abbiamo applicato ai cittadini
Con quale coraggio andiamo a garantire questi esuberi con delle tutele che non hanno eguali nella società italiana per nessuna categoria (i militari erano già stati esentati dalla Fornero), imponendo misure che comporteranno COSTI DOPPI alla società: milioni di euro per tenere a casa personale qualificato, ancora giovane e operativo, e d’altro lato milioni di euro per assumere nuovo personale nel comparto sicurezza dove il personale militare potrebbe utilmente essere impiegato – anche se magari con un pò di formazione.
Ecco, con questo emendamento noi vogliamo applicare sul serio, le logiche della mobilità del personale, della spending review, dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla crisi e ai trattamenti previdenziali e di sostegno al reddito.
Cogliendo gli esuberi militari come opportunità per rafforzare a costo zero il comparto della sicurezza.

17 dicembre
Il governo ha dato parere negativo al mio emendamento sul l’utilizzo del personale militare in esubero per coprire le necessità delle forze di sicurezza. Nessuna motivazione particolare. Parere negativo e basta. Non dico niente, spero solo che almeno l’altro emendamento, quello sulle politiche attive del lavoro e sul contratto di ricollocazione, possa essere accolto e approvato. Aspettiamo gli ultimi sviluppi (la commissione e’ ancora in corso), aggiornamenti a domattina. Goodnight…and goodluck 🙂

20 dicembre
Aggiornamento sulla questione dell’uso dei militari in esubero per coprire necessità forze di sicurezza:

Non potendo ripresentare l’emendamento in aula, l’ho trasformato in un “ordine del giorno” (odg) ovvero un atto che, se accolto dal governo, lo impegna (dovrebbe) a prendere misure per dare attuazione a quanto richiesto.

Essendo meno vincolanti di un emendamento, In genere il governo accetta oppure propone una riformulazione dell’impegno e conseguentemente accetta. In altri casi, ma piu raramente, da’ parere contrario.

Il deputato proponente a quel punto può accettare il “verdetto” oppure chiedere il voto dell’aula: se l’aula approva, allora l’odg e’ vincolante anche se il governo ha dato parere contrario.

Ebbene, sul mio odg ha dato parere contrario. Non mi hanno neanche chiesto una riformulazione che magari ammorbidisse la richiesta ma facesse salvo il principio, ovvero quello della mobilità interna della pubblica amministrazione in ottica di risparmio e spending review. Solo parere contrario. A quel punto ho chiesto che venisse messo ai voti, per vedere l’orientamento dei colleghi (molti dei quali amano citare la riorganizzazione della PA e la spending review..).

Risultato: odg bocciato con 164 voti favorevoli, 274 contrari, 17 astenuti.
Hanno votato a favore: Scelta Civica, Sel, M5S, Forza Italia, due del gruppo misto.
Il Pd ha votato compattamente contro, tranne 3 deputati: Ivan Scalfarotto, Francesco Ribaudo e Giovanna Martelli.

Considerato che in genere chi va alla votazione ottiene solo i voti del proprio gruppo (a volte manco quelli!), il fatto di essere comunque riuscita ad avere il supporto di buona parte del parlamento mi pare un risultato politico interessante. Peccato che gli alleati di governo abbiano assunto, su questo punto, una posizione di muro totale (tranne i tre colleghi PD che ringrazio per l’appoggio).

L’affitto dei palazzi della Camera (12 milioni l’anno) e il masochismo del PD

22 Dic

Sergio Rizzo sul Corriere riepiloga egregiamente la faccenda dell’affare che fece il costruttore Scarpellini una ventina d’anni fa, raccontando al contempo la bocciatura di un emendamento presentato dal M5S che potrebbe far risparmiare allo Stato qualche miliardo.  Ora, io non nutro certo molte simpatie per Grillo & c, ma se fanno una proposta intelligente (può capitare) non c’è una sola ragione al mondo per non accoglierla. E bocciarla senza remissione è masochismo politico. O peggio.

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Il caso – Soppresso in soli sei giorni l’emendamento del deputato del M5S Fraccaro.

Gli affitti intoccabili dei palazzi del potere
Il Senato cancella il recesso a tempo di record

Quindici anni fa la Camera stipulò senza gara una serie di contratti con la società Milano 90, che metteva a disposizione di Montecitorio quattro immobili

ROMA – «L’articolo 2-bis del decreto legge 15 ottobre 2013, n. 120, convertito, con modificazioni, dalla legge 13 dicembre 2013, n. 137, è soppresso». Chi ancora ha il coraggio di sostenere che il nostro sistema legislativo è lento e macchinoso si dovrà ricredere davanti a questo capolavoro di Palazzo Madama. Dove è stata cancellata al volo una norma che lo stesso Senato aveva approvato sorprendentemente soltanto sei giorni prima. La cosa era passata nel silenzio generale fra le pieghe di un provvedimento battezzato «manovrina», grazie a un emendamento presentato alla Camera dal deputato del Movimento 5 Stelle Riccardo Fraccaro. Testuale: «Le amministrazioni dello Stato, le Regioni e gli enti locali, nonché gli organi costituzionali nell’ambito della propria autonomia, hanno facoltà di recedere, entro il 31 dicembre 2014, dai contratti di locazione di immobili in corso alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto. Il termine di preavviso per l’esercizio del diritto di recesso è stabilito in trenta giorni, anche in deroga a eventuali clausole difformi previste dal contratto».
Una bomba. Con un bersaglio preciso, come dimostra il passaggio sugli «organi costituzionali»: i palazzi Marini, quegli stabili che ospitano gli uffici dei deputati, presi in affitto con il meccanismo del «global service» dall’immobiliarista e grande allevatore di cavalli Sergio Scarpellini, munifico elargitore di contributi liberali ai partiti di destra e sinistra. È un’operazione che ha origine alla fine degli anni Novanta quando la Camera, d’accordo centrosinistra e centrodestra, decise di stipulare senza gara una serie di contratti con la società Milano 90, che metteva a disposizione di Montecitorio quattro immobili e relativi servizi. A un prezzo, oltre 500 euro annui al metro quadrato, tale da ripagare abbondantemente i mutui bancari contratti dal privato per acquistare le mura. Fatto sta che la Camera avrebbe speso in 18 anni ben 444 milioni solo per i canoni d’affitto, senza ritrovarsi in tasca un solo mattone. Una vicenda divenuta ben presto l’emblema degli sprechi del Palazzo, contro cui si erano scagliati a ripetizione con interrogazioni e denunce pubbliche i radicali. Ma inutilmente. Come inutili si erano rivelati i mal di pancia avvertiti da molti parlamentari consapevoli dell’abnormità della storia. A tutti era stato risposto che non c’era niente da fare: i contratti andavano rispettati e amen. Dopo molti sforzi si era riusciti a disdettarne almeno uno.

E l’emendamento Fraccaro, divenuto legge il 13 dicembre scorso a Palazzo Madama con l’approvazione senza modifiche della «manovrina» uscita da Montecitorio, avrebbe fatto cadere tutti gli ostacoli per la rescissione degli altri tre, che pesano sulle casse pubbliche 26 milioni per i soli canoni. Se però il giovedì seguente non fosse stato recapitato in Senato nella leggina di conversione di un decreto sulle «misure finanziarie urgenti in favore di regioni ed enti locali», un provvidenziale emendamento che sopprime quella disposizione passata sempre al Senato il venerdì precedente. Modifica prontamente approvata dalla maggioranza senza battere ciglio: con qualche voto in più, sembra, rispetto a quelli prevedibili. La battaglia si sposta adesso alla Camera, dove Fraccaro riproporrà tale e quale la norma bocciata. Ma intanto il segnale arrivato dalle Larghe intese, per paradosso proprio mentre Matteo Renzi, il nuovo segretario del Pd loro principale azionista dichiara pubblicamente guerra ai costi della politica, si può interpretare in modo inequivocabile: gli affitti dei palazzi del potere non si toccano. Altra motivazione non ci sarebbe. E l’impronta digitale della maggioranza, del resto, è facilmente riconoscibile.

L’emendamento porta la firma della relatrice del provvedimento, circostanza che qualifica l’emendamento come iniziativa non personale. Ma essendo la senatrice del Pd Magda Zanoni esperta di contabilità statale, visto che il suo curriculum la qualifica come «consulente di bilanci pubblici», certo non ne può ignorare le conseguenze. E cioè che oltre a mettere in pericolo i contratti blindati e dorati dei palazzi Marini, quella perfida norma grillina consentirebbe a molte amministrazioni di liberarsi di onerosi contratti incautamente sottoscritti senza clausola di recesso: è appena il caso di ricordare che spendiamo circa 12 miliardi l’anno per gli affitti degli uffici pubblici. Chissà perché nessuno ci aveva pensato prima.

Sergio Rizzo

21 dicembre 2013

Cronaca di uno spreco annunciato: 30.000 esuberi in pensione a 50 anni con l’85% dello stipendio

21 Dic

Letta dice che non vuol essere Babbo Natale ma poi si contraddice clamorosamente. Irene Tinagli, una deputata di Scelta Civica, fa su Facebook la cronaca della ingloriosa fine di una sua ragionevole e motivata proposta che tende(va) da un lato a un consistente risparmio e dall’altro a un incremento delle forze di sicurezza. Il tutto senza spendere un centesimo.
Bene (anzi, male): il governo Letta l’ha bocciata senza un filo di spiegazione e a me (come ad altri) sorgono alcune  domande: perché quei trentamila avranno diritto a tutele particolari? Perché non tenerli in servizio seguendo il suggerimento della Tinagli? Perché nessuna spiegazione a una decisione apparentemente cervellotica e contraddittoria con la logica del risparmio? Perché questo indiretto sfregio ai diritti di tutti quei lavoratori – esodati in primis – sottoposti a tagli indiscriminati e feroci? Perché il Pd ha votato compattamente contro la proposta?
Leggetevi la cronaca che Irene Tinagli ha pubblicato sulla sua pagina Facebook, indignatevi pure e poi, se potete, aiutatemi a capire.
Perché l‘unica cosa che finora ho capito è la conferma che questo governo se ne deve andare il prima possibile e meglio sarà per tutti.

14 dicembre
Ho presentato anche un emendamento sul trasferimento dei militari in esubero alle forze di sicurezza, discusso oggi in Commissione Bilancio. Nonostante le resistenze di alcuni pezzi della maggioranza, noi non molliamo! Ecco contenuto e motivazioni dell’emendamento:
Il comma 309 della legge di stabilità stabilisce nuove assunzioni nel comparto della sicurezza, in deroga alle norme vigenti. Ciò comporterà notevoli spese Nel frattempo però, noi abbiamo quasi trentamila militari in esubero, che dovremo in qualche modo sistemare nei prossimi anni. Il Ministero della Difesa ha proposto di prepensionare questi militari a 50 anni, con l’85% dello stipendio. Con questo emendamento invece propongo di utilizzare questi esuberi, previa opportuna formazione ove necessaria, per coprire le necessità del comparto sicurezza.
Motivazioni e approfondimento:
In Italia il 70% del budget della difesa è dedicato al personale contro una media UE del 51%. Il ruolo dei militari prevede attualmente circa 190.000 persone. In realtà, gli effettivi sono oggi 177.300. Secondo la legge n. 244/2012, entro il gennaio 2025 essi dovranno ridursi a 150.000.
L’obiettivo è dunque di ridurre questo organico in dodici anni di circa 27.300 unità.
Questo significa che nei prossimi 6 anni dovremmo gestire quasi 30 mila persone. Allo stesso tempo però prevediamo assunzioni in un comparto come quello della sicurezza dive il personale militare potrebbe essere utilmente impiegato. Già questo dovrebbe farci riflettere. Ma la situazione è ancora più grottesca se guardiamo a cosa accadrà a questi 30 mila esuberi..
Gli schemi di decreto prodotti dal Ministero della Difesa, attualmente al vaglio delle commissioni difesa del Parlamento, propongono una sorta di “prepensionamento” a 50 anni ricevendo l’85% dello stipendio e avendo per gunta la possibilità di fare altri lavori e consulenze senza cumuli di reddito ai fini IRPEF.
Questo non può essere accettabile, così come non può essere accettabile aprire assunzioni in un comparto della Pubblica Amministrazione quando in un altro ci siano migliaia esuberi di personale qualificato:
– è contrario alle logiche di mobilità del lavoro interne alla PA (mai attuate veramente!),
– è contrario alle logiche della spending review che pure amiamo citare ad ogni piè sospinto,
– ed è contrario alle logiche dell’allungamento dell’età pensionabile che abbiamo applicato ai cittadini
Con quale coraggio andiamo a garantire questi esuberi con delle tutele che non hanno eguali nella società italiana per nessuna categoria (i militari erano già stati esentati dalla Fornero), imponendo misure che comporteranno COSTI DOPPI alla società: milioni di euro per tenere a casa personale qualificato, ancora giovane e operativo, e d’altro lato milioni di euro per assumere nuovo personale nel comparto sicurezza dove il personale militare potrebbe utilmente essere impiegato – anche se magari con un pò di formazione.
Ecco, con questo emendamento noi vogliamo applicare sul serio, le logiche della mobilità del personale, della spending review, dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla crisi e ai trattamenti previdenziali e di sostegno al reddito.
Cogliendo gli esuberi militari come opportunità per rafforzare a costo zero il comparto della sicurezza.

17 dicembre
Il governo ha dato parere negativo al mio emendamento sul l’utilizzo del personale militare in esubero per coprire le necessità delle forze di sicurezza. Nessuna motivazione particolare. Parere negativo e basta. Non dico niente, spero solo che almeno l’altro emendamento, quello sulle politiche attive del lavoro e sul contratto di ricollocazione, possa essere accolto e approvato. Aspettiamo gli ultimi sviluppi (la commissione e’ ancora in corso), aggiornamenti a domattina. Goodnight…and goodluck 🙂

20 dicembre
Aggiornamento sulla questione dell’uso dei militari in esubero per coprire necessità forze di sicurezza:

Non potendo ripresentare l’emendamento in aula, l’ho trasformato in un “ordine del giorno” (odg) ovvero un atto che, se accolto dal governo, lo impegna (dovrebbe) a prendere misure per dare attuazione a quanto richiesto.

Essendo meno vincolanti di un emendamento, In genere il governo accetta oppure propone una riformulazione dell’impegno e conseguentemente accetta. In altri casi, ma piu raramente, da’ parere contrario.

Il deputato proponente a quel punto può accettare il “verdetto” oppure chiedere il voto dell’aula: se l’aula approva, allora l’odg e’ vincolante anche se il governo ha dato parere contrario.

Ebbene, sul mio odg ha dato parere contrario. Non mi hanno neanche chiesto una riformulazione che magari ammorbidisse la richiesta ma facesse salvo il principio, ovvero quello della mobilità interna della pubblica amministrazione in ottica di risparmio e spending review. Solo parere contrario. A quel punto ho chiesto che venisse messo ai voti, per vedere l’orientamento dei colleghi (molti dei quali amano citare la riorganizzazione della PA e la spending review..).

Risultato: odg bocciato con 164 voti favorevoli, 274 contrari, 17 astenuti.
Hanno votato a favore: Scelta Civica, Sel, M5S, Forza Italia, due del gruppo misto.
Il Pd ha votato compattamente contro, tranne 3 deputati: Ivan Scalfarotto, Francesco Ribaudo e Giovanna Martelli.

Considerato che in genere chi va alla votazione ottiene solo i voti del proprio gruppo (a volte manco quelli!), il fatto di essere comunque riuscita ad avere il supporto di buona parte del parlamento mi pare un risultato politico interessante. Peccato che gli alleati di governo abbiano assunto, su questo punto, una posizione di muro totale (tranne i tre colleghi PD che ringrazio per l’appoggio).

Anche Michele Serra sulla lobby delle slot

20 Dic

Michele Serra deve aver letto l’ultimo mio post.
Inutile dire quanto ne sia lusingato.     🙂

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La lobby del gioco d’azzardo presente in Parlamento si è scoperta

20 Dic

Tempo fa ho pubblicato un post dal titolo “Le slot machines e i santi protettori”. Era originato da alcune bizzarre (ad esser buoni) decisioni prese alla Camera e mi domandavo, in sintesi, quanto quelle forze nient’affatto oscure che  manovrano il gioco d’azzardo in Italia (includendo tutto: le macchinette negli esercizi pubblici, le sale Bingo e quelle delle slot machines, il web poker, le lotterie istantanee, i gratta-e-vinci, eccetera) fossero potenti. 

Non è un mistero – salvo forse per il Governo – che il gioco d’azzardo è ormai una piaga, una moderna pestilenza che avvelena e disgrega la tenuta sociale del Paese colpendo in particolare i segmenti più deboli e fragili della popolazione.
100 miliardi di fatturato, 4% del PIL nazionale, la 3° industria italiana, 8 miliardi di tasse,12% della spesa delle famiglie italiane, 15% del mercato europeo del gioco d’azzardo, 4,4% del mercato mondiale, 400.000 slot-machine, 6.181 locali e agenzie autorizzate.15 milioni di giocatori abituali, 3 milioni a rischio patologico, circa 800.000 i giocatori già patologici.5-6 miliardi l’anno necessari per curare i dipendenti dal gioco patologico: queste le cifre impressionanti che fornisce il “Manifesto dei sindaci per la legalità contro il gioco d’azzardo”. Gli amministratori locali che l’hanno sottoscritto, avendo a cuore il benessere della loro comunità,  agiscono per salvaguardarlo emettendo ordinanze per rendere difficile la vita ai padroni del settore, stabilendo per esempio distanze minime delle sale da gioco dalle scuole o aumentando l’Irap.  Nel frattempo, nessuno dei governi che si sono succeduti dall’istituzione del gioco d’azzardo lecito ad oggi ha mai affrontato il problema. Eppure i costi dell’assistenza sanitaria hanno quasi raggiunto il livello dei proventi fiscali. E allora perché? La risposta è nel sospetto – che sta rendendosi sempre più solido molto rapidamente –  che la lobby che agisce per la tutela degli interessi dei padroni del gioco si sia molto saldamente insediata in Parlamento.

E ieri se n’è avuta un’altra prova. Sindaci e presidenti di regione subiranno le conseguenze di un  emendamento, presentato al Senato dal Nuovo Centro Destra e approvato anche con i voti del Pd, che penalizza Regioni e Comuni che adottano norme per limitare il gioco d’azzardo con la riduzione dei trasferimenti statali. La modifica prevede infatti “che lo Stato decurti i trasferimenti agli enti locali che hanno adottato dei regolamenti per limitare la diffusione di slot machine, videolotterie e simili (è accaduto, solo per citare alcuni esempi, in Lombardia o Toscana), qualora queste disposizioni riducano il gettito erariale o generino contenziosi con gli operatori del settore”, secondo la cronaca di Repubblica.

Ora il testo passerà alla Camera. Il segretario del Pd, Renzi, ha dichiarato: “E’ pazzesco, allucinante. Ho chiamato Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria che ha già parlato con Roberto Speranza e stanno cercando tecnicamente una soluzione: o un ordine del giorno o altro perché è stata votata una cosa inaccettabile”. Speriamo bene. Però voglio ricordare a Renzi che questa è la seconda volta che il Governo Letta fa un favore ai ricchissimi gestori del gioco: la prima è stata ai primi di settembre, quando ha superscontato la multa loro inflitta dalla Corte dei Conti, riducendola da 2,5 miliardi a 600 milioni (di cui pagati neppure la metà).

Riepilogando: il gioco d’azzardo è una sciagura che “sta distruggendo le persone, le famiglie, le comunità. Il gioco d’azzardo sottrae ore al lavoro, alla vita affettiva, al tempo libero e produce sofferenza psicologica, di relazione, educativa, materiale, di aspettativa di futuro. Altera i presupposti morali e sociali degli Italiani sostituendo con l’azzardo i valori fondati sul lavoro, sulla fatica e sui talenti. Sono a rischio la serenità, i legami e la sicurezza di tante famiglie e delle nostre comunità. Spesso intorno ai luoghi del gioco d’azzardo si organizza la microcriminalità dei furti, degli scippi e dell’usura, ma anche la criminalità organizzata“. Pochi coraggiosi amministratori locali vi si oppongono con quel poco che possono fare mentre le forze sociali hanno da tempo avvertito l’importanza del dramma che si è scatenato e si sono mobilitate, Don Ciotti tra i primi. A fronte di tutto questo, il governo Letta agisce solo per favorire i gestori, non presenta progetti correttivi alla  loro espansione e di salvaguardia dei soggetti deboli.
Voglio dare a Renzi anche un consiglio: cerchi di capire come mai Letta è, apparentemente, così indulgente nei confronti dei padroni delle slot. Una ragione ci sarà.

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