Archivio | aprile, 2019

25 aprile: la storia siamo noi, ma dobbiamo meritarcela

26 Apr

Sono brutti momenti per l’Italia. L’incertezza economica e politica, il futuro problematico, gli errori passati che si riflettono drammaticamente sull’oggi, gli avversari all’interno come all’esterno. Senza andar molto lontano, soprattutto quelli interni: la corruzione, l’evasione fiscale, l’impreparazione di certi vertici, un populismo becero e sguaiato, la brutale negazione di principi basilari che hanno da sempre fatto grande l’Italia, come la tolleranza e l’accoglienza. E poi, recente, lo scellerato tentativo di riaffermazione di una destra violenta e facinorosa che non si rassegna ad essere stata sconfitta per sempre il 25 aprile del 1945.

Ecco perché diventa improvvisamente importante, addirittura vitale, la memoria. Che non è solo ricordo ma è patrimonio di tutti noi, è la nostra storia di cui dobbiamo essere tutti testimoni orgogliosi. La nostra storia afferma che il 25 aprile non è un derby, come ha volgarmente dichiarato qualcuno che così non onora certo il suo doppio ruolo di rappresentante dello Stato e uomo di governo che ha giurato sulla Costituzione.

Il 25 aprile è la memoria reverente della Liberazione dell’Italia da un regime tirannico e odioso che promulgò le leggi razziali, soffocò la democrazia e con una decisione criminale ci condusse in una guerra insensata e sanguinosa che portò, alla fine, a uno scontro fratricida.
Da quel 25 aprile ci fu donata la Costituzione, la Repubblica, la libertà di pensiero. E per questo molti, troppi, pagarono con la loro vita.

Di questa memoria dobbiamo essere grati e rispettosi. Perché, come ricordò Vittorio Foa a un fascista che concionava di una ‘parità’ tra i morti dell’una e dell’altra parte, “se aveste vinto voi io sarei oggi in galera, ma abbiamo vinto noi, e lei può dire quello che vuole”. Infatti. I tristi epigoni del fascismo possono dire quello che vogliono proprio grazie alla democrazia e alla Costituzione repubblicana, ma non possono permettersi di infangare quello che è forse il momento più alto della nostra storia, quando fu possibile riscattare l’onore e la dignità che sembravano persi per sempre.

A porta s. Paolo, ieri, ho visto qualcosa che mi ha davvero rincuorato. Non è stato solo lo spettacolo delle bandiere, il medagliere dell’ANPI, i cartelli, la gente seria e commossa, l’incredibile folla partecipe non solo fisicamente. Quello che mi ha aperto il cuore è stato ammirare le decine, le centinaia di giovani entusiasti e certi dei loro ideali, che affollavano il corteo e poi la piazza e con i loro slogan goliardici (uno per tutti “Lega, Salvini, e lascialo legato”) hanno strappato anche un sorriso. E giovani così hanno sfilato in tutta Italia, allegri, consapevoli e presenti nonostante a scuola questa nostra storia recente non venga insegnata come si dovrebbe.
Sono loro i testimoni che da oggi sarà il 25 aprile tutti i giorni. Ma per tenerlo sempre a mente, anche noi – come ci suggerisce questo breve filmato accompagnato dalla canzone di De Gregori (guardatelo, è emozionante) – dovremo ogni volta fermarci a leggere le targhe che ricordano stragi, esecuzioni, episodi, martiri, combattenti,

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donne e uomini che hanno fatto questa nostra storia gloriosa e meditare sul prezzo doloroso che pagarono perché fossimo liberi.
La storia siamo noi, ma dobbiamo meritarcela.

Ignazio Marino, i Torquemada da strapazzo e gli ipocriti per vocazione

16 Apr

Nonostante l’assoluzione “per non aver commesso il fatto”,  gli oppositori dell’epoca del sindaco Marino si rifanno vivi affannandosi a sostenere – nel generale ludibrio – la correttezza della sua brutale e ingiusitificata (e ingiustificabile) deposizione. Segretario e presidente-commissario romano del Pd di allora – Renzi e Orfini – ripetono, rendendosi vieppiù ridicoli, che si trattò di “decisione politica”, mentre i detrattori per partito preso – o per interessi personali – sostengono una sua non meglio identificata ‘inadeguatezza’,  puntando il dito sugli errori commessi. Che certo ci sono stati (c’è qualcuno infallibile tra noi umani?) ma non giustificheranno mai la brutale deposizione di un sindaco democraticamente eletto.

Ma vediamoli ‘sti errori. Fu sicuramente un errore non dare le dimissioni il giorno dopo lo scoppio dello scandalo di Mafia Capitale. Marino avrebbe messo in difficoltà I suoi oppositori, quelli esterni e soprattutto quelli interni del Pd, e in una nuova tornata elettorale avrebbe potuto addirittura  guadagnare una maggioranza in Consiglio comunale indipendentemente dal Pd. Perché non volle? Tempo dopo dichiarò che non aveva voluto mettere la città in una situazione ancora più difficile di quella che stave vivendo. Fu generoso da parte sua. Così come è stato un errore la gestione della comunicazione, pressochè inesistente: c’è un lungo elenco di cose fatte ignoto ai più (ma ben noto, invece, ai suoi critici, che ovviamente tacciono) e che affidato a veri professionisti avrebbe costruito una solida muraglia di contenimento agli attacchi  interessati . Ed è stato un errore chiudersi in un cerchio magico di fedelissimi non sempre all’altezza dei compiti e aver dichiarato da subito guerra aperta a quella oscura rete di potentati che hanno devastato Roma per decenni: palazzinari, faccendieri, politici falliti, corrotti e corruttori, traffichini all’ombra del Campidoglio, tutti preoccupati se non angosciati dalla vicina prospettiva che il bengodi degli affari, degli appalti, del consociativismo, delle cariche ben pagate, dei favori reciproci fosse bruscamente interrotto. Marino era estraneo a tutto ciò ed essendo profondamente onesto rappresentava per costoro un pericolo reale.

 

Si coalizzarono contro di lui i proprietari dei camion bar, gli ‘urtisti’ (i venditori di souvenir) e i gladiatori sfrattati dai luoghi storici e magnifici di Roma, dal Colosseo a Fontana di Trevi, cui Marino voleva restiture dignità e bellezza. Si aggiunsero quindi i vertici delle decine di partecipate del Comune (spesso inutili), che Marino cominciò a mettere sotto stretta osservazione se non in liquidazione, il sistema burocratico del Comune che si sentì sotto frusta e di fronte alle proprie responsabilità, i funzionari e gli impiegati  che godevano di incomprensibili integrazioni dello stipendio mai legate alla produttività, I vigili urbani (per cui era stata definita una rotazione nei municipi e negli incarichi), la lobby degli impianti pubblicitari (i ricavi di questo settore erano inferiori a quelli di Milano, con una superficie molto minore), i costruttori che si videro tagliati milioni di metri cubi che avrebbero finito di devastare l’agro romano, gli affaristi che premevano per gestire in libertà le Olimpiadi, l’intero apparato politico non solo dell’opposizione – il ‘suo’ Pd era giunto a diffondere un indecente sondaggio taroccato – e ancora tutti coloro che in un modo o nell’altro si sentirono  coinvolti  dalla chiusura di Malagrotta (un obbligo dimenticato per sette anni, dopo la sentenza della Corte europea di giustizia), la greppia cui avevano attinto per decenni. Questo circo di interessi personali organizzò una controffensiva che aveva come perno centrale i maggiori quotidiani romani: spiace constatare quanti giornalisti si divertirono allora – a modo loro – dedicando pagine alla Panda rossa, agli scontrini, alle vacanze del sindaco, invece di obbedire all’etica del mestiere e investigare sul come, da chi e perché quei presunti scandali fossero gonfiati ad arte e oltre ogni logica misura.

 

Oggi, messi nell’angolo da una sentenza inequivocabile e definitiva, i Torquemada da strapazzo, inquisitori falliti,  tentano fragili repliche ululando col ditino puntato alla chiusura dei Fori Imperiali, alla asserita scarsa simpatia del sindaco e altre baggianate del genere, mentre gli ipocriti per vocazione insistono disperatamente a sostenere che la brutale deposizione del sindaco Marino era dovuta, oltre che per un atto ‘politico’ perché ‘si era interrotto il rapporto con la città’: ma se n’erano accorti solo loro. E solo loro commisero l’irripetibile sfregio all’art. 1 della Costituzione  (“la sovranità appartiene al popolo”) sostituendolo spregiudicatamente con un notaio.
Ma quello stesso popolo tradito dopo aver  massicciamente scelto il suo sindaco li ha bocciati condannandoli tutti alla nullità perpetua.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Buon compleanno, unfilorosso!

16 Apr

Oggi unfilorosso compie sei anni.

In questo periodo ha pubblicato 941 post, quasi uno ogni due giorni.
Ma, guardando all’indietro, la soddisfazione maggiore è rappresentata da chi ha seguito, ha commentato, ha polemizzato. Segno che, per caso o per fortuna, gli argomenti trattati non erano fuor di luogo.

Spero che si continui così.
Intanto, i miei più affettuosi (e interessati) auguri a unfilorosso. 😀

N.B. unfilorosso è quello a sinistra.  🙂

Lo sfregio del pane calpestato e il riscatto di Simone.

5 Apr

Nel nostro immaginario, il pane è da sempre un elemento base dell’esistenza di un individuo, come l’acqua, l’aria. ‘Dacci oggi il nostro pane quotidiano’ dice una ben nota preghiera. Quando ho visto le foto della furia bestiale con cui i manifestanti di Torre Maura hanno calpestato quello destinato ai Rom che dovevano essere alloggiati nel quartiere ho avuto un colpo al cuore: ho percepito l’odio quasi solido che trasudava dalla folla verso il ‘diverso’, verso le istituzioni che per anni hanno ignorato le periferie alimentando con le loro incapacità il degrado sociale.

Poi, ieri, è arrivato Simone. Ed è stato come se improvvisamente si accendesse una luce nel buio e la sua voce ha rappresentato il riscatto: “io so’ Torre Maura” ha detto, testimoniando con questa semplice asserzione – ma lo sapevo, aspettavo solo la conferma – che c’è un’altra Italia che ancora crede nella solidarietà, che sostiene i diritti delle minoranze disperate e oppresse, che difende la Costituzione, che la strumentalizzazione della rabbia – legittima – dei dimenticati di Torre Maura ha i suoi responsabili, primo tra tutti un ministro che dovrebbe salvaguardare proprio l’odine pubblico, anziché alimentare I peggiori istinti della folla, un ministro che in questa occasione, tacendo colpevolmente, si è reso complice di chi ha insultato il pane e si è dimostrato indegno del suo ruolo.

Grazie Simone, I tuoi quindici anni sono più di una speranza per questo povero Paese. Sei la Repubblica democratica, solidale, accogliente, che vogliamo. Ascoltatelo e tornate ad ascoltarlo, Simone è tutti noi.

 

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