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Renzi e Verdini

4 Ott

Fatti l’uno per l’altro. Lo si sapeva, ma oggi Serra lo spiega meglio di chiunque altro. Povera Italia.

Serra Verdini

La lettera che non avrei mai voluto scrivere

24 Giu

Non l’ho scritta io ma un mio caro e valoroso amico, Filippo Messineo, che ha deciso di lasciare il Pd di cui è stato fondatore e informa il direttivo del suo circolo. Ci siamo sentiti più volte, in quest’ultimo periodo, interrogandoci a vicenda sull’incrociarsi delle contraddizioni, delle palesi violazioni delle regole, sulle posizioni inaccettabili assunte dai maggiorenti del partito e altro ancora. Sentivo, però, che si era incamminato su un percorso che aveva solo un traguardo.
Non è l’unico, peraltro, che non ha resistito al disagio e alle amarezze che il Pd dispensa generosamente – da qualche tempo in qua – a molti dei suoi  più sinceri sostenitori.
Le ragioni che Filippo spiega sono le mie: lui lo fa con maggiore eleganza di quanto avrei fatto io (che con testardaggine degna di miglior causa continuo a sperare – forse irragionevolmente – in un ravvedimento del vertice).  Ma tant’è. L’esperienza e il buon senso mi dicono di non essere ottimista (Gramsci aveva ragione): resta la volontà di battersi fino in fondo. Ma quanto durerà?

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Car* direttiv*,

questa è la mail che non avrei mai voluto scrivere: ho deciso di non rinnovare quest’anno la tessera del PD e penso sia doveroso da parte mia darvene, anche se sinteticamente, le motivazioni, innanzi tutto per rispetto verso quanto è stato fatto assieme in questi 7 anni.

Grande , infatti, era l’entusiasmo, alla nascita del partito, ma poi le cose non sono andate come in tanti abbiamo sperato.

Da parte mia la discontinuità “dolorosa” si è realizzata, soprattutto, in questi ultimi due anni. Prima con l’episodio del siluramento della “candidatura Prodi”, che ha rappresentato drammaticamente la situazione  di un partito in cui per troppi suoi rappresentanti è prioritaria una cinica gestione del potere personale rispetto alla realizzazione del progetto politico scritto sul programma. Un episodio su cui non c’è mai stata uno straccio di elaborazione pubblica e riconoscimento di responsabilità.

Poi il governo Letta che inaugura la triste stagione delle “larghe intese”.

Poi l’”uomo solo al comando” con le “riforme” annunciate a gran voce con slogan e twitter , in gran parte frutto di scelte che tradiscono il programma della nostra coalizione (ricordate “Italia Bene Comune” per cui abbiamo votato?) . Il decisionismo venduto come “bene in sé”, indipendentemente dal merito e dal metodo delle decisioni. Il confronto politico sostituito dall’evocazione, di volta in volta, dei gufi/nemici di turno ( sindacati, professori, magistrati, insegnanti, ….).

Le anticostituzionali riforme costituzionali.

Una legge elettorale frutto di presunta furbizia più che di competenza e rispetto dei principi di democrazia (e infatti adesso magari verrà ricambiata…)

Le leggi ispirate da Confindustria, come il Jobs Act : più precariato sostanziale, più defiscalizzazione per le imprese, il che non sarebbe di per sé un male se non fosse , così come concepito, un regalo senza contropartita in reali aumenti netti di posti di lavoro.

O lo SbloccaItalia, libertà di colpire l’ambiente, deroghe al codice degli appalti ed alle procedure realizzative, a fronte di  regali per vecchie lobby, come i gestori delle autostrade e le multinazionali dei settori gas e idrocarburi

La riforma della scuola :  http://waltertocci.blogspot.it/2015/06/uno-nessuno-e-centomila.html  e poi http://waltertocci.blogspot.it/2015/06/non-si-puo-bloccare-il-dialogo-sulla.html.  Il  ricatto “o mi approvi la legge o niente assunzioni” ( 150.000 precari !), cioè la concussione come metodo per il governo della cosa pubblica.

In tutto questo la drammatica assenza di una visione capace di indirizzare la battaglia dell’economia, di gran lunga la più importante, perché condiziona la possibilità stessa di combattere con successo tutte le altre. Una azione, peraltro, da indirizzare non solo sul piano nazionale, ma anche in Europa, dove, dopo le promesse del “semestre italiano”, non risultano pervenuti risultati particolari derivanti dalle iniziative dei nostri rappresentanti. Al contrario tanta subordinazione passiva, come, ad esempio, l’ “accordo totale ed incondizionato del governo italiano al TTIP”.

La gestione degli organi locali del partito. Poco rispetto per le regole statutarie e molti accordi tra le filiere .

E poi gli errori alle ultime regionali. l’aver spesso imbarcato nelle liste elementi dal chiaro passato nella destra italiana. Un modo di fare politica che sembra annullare qualsiasi differenza tra destra e sinistra . Le sprezzanti dichiarazioni sulle percentuali di votanti. L’aver imbarcato troppi personaggi politicamente non spendibili, per i loro noti problemi giudiziari

E infatti su tutto l’incapacità di esprimere e far comprendere una posizione chiara del partito sui temi della legalità e della “questione morale”, che invece hanno avuto sempre grande importanza nel profilo identitario dei suoi elettori.

Queste alcune delle ragioni profonde che mi portano oggi a non ritrovarmi più nella maggior parte delle scelte, nel merito e nel metodo, di quello che è diventato il PD.  Troppo lontano ormai, a mio avviso, dai principi fondativi di 8 anni fa.

Ma a tutto questo si sono aggiunte, quasi come detonatore per un esplosivo già accumulato, le vicende romane di questi mesi. Abbiamo discusso più volte sulle dinamiche che hanno generato e caratterizzato questa storia.  Ma aggiungo altro ancora, con riferimento a questi ultimi giorni.

Il comportamento di Orfini (commissario nato e cresciuto politicamente nello stesso ambiente che deve gestire?) che ha subito accusato tutti gli iscritti in modo indiscriminato. Ad una assemblea con Barca l’ho sentito dichiarare : “La responsabilità per Mafia Capitale è anche di tutti coloro che hanno protestato, perché evidentemente non hanno alzato la voce abbastanza”. Capito ?

Orfini ha voluto lavorare da solo senza coinvolgere gli organismi che a norma degli statuti sono ancora pienamente legittimati a lavorare, in primis l’assemblea romana. Assemblea che avrebbe dovuto essere convocata, tra l’altro, perché richiesta da più del dieci per cento dei suoi componenti. Ma Giuntella ed Orfini hanno irriso e denigrato sui social i richiedenti, dicendo che erano espressione del correntismo. Cioè l’Assemblea non si convoca perché frutto del passato inquinato, mentre la Direzione si può tenere, anche se eletta proprio dalla stessa Assemblea. E quindi frutto anch’essa – Direzione – del tesseramento inquinato.

Ma la Direzione viene chiamata a decidere su modifiche per le quali non ha l’autorità ( vedi quesiti alla Commissione Nazionale di Garanzia e il [già precedentemente espresso. ndr] parere della CNG). E decisioni non da poco : la riorganizzazione con i subcommissari municipali , ad es., va contro lo Statuto , e dà luogo ad un accentramento (tesseramento e gestione economica in particolare) mai visto nelle mani di pochissimi. Del resto la giurisprudenza sulle associazioni prevede che le modifiche statutarie e regolamentali le approva l’assemblea, e si intende l’assemblea degli iscritti ! Allora quale credibilità può avere un commissario che da una parte dovrebbe far rispettare la legalità, ma dall’altra è il primo a compiere atti contrari alle norme esistenti ?

Quanto sopra è basato, si è detto, sull’analisi della mappatura di Barca ( che però è stata resa nota venerdì  scorso) . Un lavoro interessante, per molti aspetti. Ma le domande cruciale a cui non trovo risposta sono : ma chi saranno stati i responsabili “politici” di questo stato di cose ? I Circoli  Potere per il potere”, ad es., da chi erano gestiti e come? E chi sono i consiglieri comunali e regionali, i deputati e senatori cresciuti sulla forza di queste “anomalie” ? E i capibastone nemici della Giunta Marino? di quali protezioni ed alleanze , dentro e fuori l’amministrazione, godono? Saranno messi fuori del partito, oppure si faranno uscire solo i loro tesserati fasulli?  In questo stato di cose pensare di rifondare il Pd romano solamente con un nuovo tesseramento raccolto con i banchetti per strada o via email è o un’illusione o una presa in giro.

E infatti nessuno ritiene importante condividere  uno straccio di riflessione critica e autocritica sulle motivazioni e sui processi politici e culturali che hanno portato il partito a questa disfatta morale prima ancora che politica.

Dopo quanto detto, dovrebbe essere chiaro che non è Renzi il solo responsabile della “mutazione genetica” di quel partito che aveva iniziato la sua storia con grandi ambizioni ed aspettative da parte dei suoi iscritti e militanti (non devo ricordare qui i “tassi di abbandono” di questi anni). Comunque sino a poco tempo fa ho immaginato e fortemente sperato che un’alternativa politica a questa mutazione non potesse che essere espressa all’interno del PD. Purtroppo le vicende nazionali e anche romane mi hanno portato a ritenere che non esistono in questo partito ( a parte poche eccezioni ) forze con visione e capacità politica adeguate per costruire un’alternativa progettuale valida. E quindi , oggi, mi paiono ormai inutili gli sforzi per costruire il “PD che vogliamo”. Del resto si è poco credibili quando, ogni volta,  si alza la voce contro ciò che non va, ma poi si abbassa la testa perché è doveroso seguire la logica della “ditta”. Questa è una cultura politica del passato che, personalmente, non ritengo tollerabile.

Essenzialmente da qui, dopo la mancata condivisione  della linea politica , lo svanire di ogni senso, per me, di una  tessera del PD.

Scusate la lunghezza: del resto i problemi sono tanti e, se non fossero stati tanti non sarei stato qui a scrivervi.

Penso agli anni passati insieme, alle iniziative, ai congressi, alle elezioni. Sono orgoglioso , in particolare, dei candidati – dal circolo al Parlamento – che ho sostenuto, perché comunque quei nomi hanno sempre rappresentato per me la concreta speranza per il PD che vorrei. Prime, tra questi, le “mie” candidate ai congressi di Circolo, Delizia e Fabrizia.

Auguro a tutti buon lavoro di cuore: mi piace pensare che, comunque, nelle battaglie per l’affermazione dei valori della democrazia ci ritroveremo dalla stessa parte

Filippo

Tranquillo Scalfari, Renzi non ci deluderà (purtroppo)

17 Ago

Nel suo editoriale di oggi su Repubblica (“Roosevelt  non ci riuscì, ora ci prova lo scout italiano“), Scalfari conclude così:

“Nel frattempo temo che il governo impieghi una parte preziosa del suo tempo alla riforma della legge elettorale che così come la stanno pensando servirà soltanto a rafforzare il potere esecutivo. Ma di questo ho già parlato e ormai me ne è passata la voglia. Un esecutivo forte è quanto ci vuole per farci uscire dalla depressione; se invece il suo principale miraggio è quello di rafforzarsi sempre di più, allora bisognerà ridiscutere non solo di depressione e di deflazione ma anche di democrazia individuale e sovranità popolare fittizia, una strada che rischiamo d’aver già imboccato riducendo il Senato a un’istituzione che prima sarà del tutto abolita e meglio sarà.”

Mi permetto di dissentire vigorosamente dal fondatore di Repubblica: il governo ha già dilapidato una buona parte del poco tempo  a disposizione nell’inutile riforma della Costituzione e del Senato. E quindi Renzi farà lo stesso con la legge elettorale (peraltro pessima, oltre che concordata con Forza Italia) mettendo in secondo piano l’economia. Intanto il Paese langue e si avvicina pericolosamente al baratro.

Una buona notizia: Renzi si occuperà della nostra economia (pare)

13 Ago

Tre notizie oggi che mi paiono in qualche modo interconnesse tra loro. La prima è il rischio di deflazione che aleggia sull’Italia. La seconda riguarda la nostra cronica incapacità a spendere (e bene) i fondi UE, per cui è concreto il pericolo di perdere contributi per oltre 14 miliardi di euro.
La terza, infine, è l’improvvisa e segreta (per non dire misteriosa) visita che ieri il Presidente del Consiglio Renzi ha reso al Presidente della BCE, Draghi, nella villa di quest’ultimo a Città della Pieve. Renzi è piombato in elicottero sulla cittadina umbra e l’incontro è durato un’oretta, ma nulla è trapelato sul colloquio, nè pare che i media si siano molto interessati alla cosa. Sarà stato un seguito chiarificatore alle dichiarazioni di Draghi di qualche giorno fa e a quelle successive di Renzi? Si sarà parlato della situazione italiana? Oppure di tutto questo (e altro ancora)? Lo sapremo presto.

La cosa positiva, nel frattempo, è che pare (pare) che Renzi si stia rendendo conto che l’economia del nostro Paese non stia proprio in buona salute. Purtroppo ciò accade – posto che sia vero – dopo mesi ed energie sprecati in riforme costituzionali che nulla hanno a che vedere con lo stato dei nostri conti, cioè la prima, assoluta, vera e drammatica priorità. E quindi la speranza è che si metta mano finalmente  a un serio e solido piano di ripresa, prima che sia troppo tardi. Spero che Draghi l’abbia convinto.

“La verità la conoscete meglio di me. Non è questa la riforma costituzionale che serve al Paese.”

11 Ago

Un anno fa alla professoressa Elena Cattaneo,  insieme a Renzo Piano, Carlo Rubbia e Claudio Abbado, è stata conferita  dal Presidente Napolitano la carica di senatore a vita. Che ieri ha onorato con un discorso che è giusto riportare integralmente, anche per sottolineare quanto l’esistenza del Senato – nonostante quel che si cerca di far credere – abbia una funzione insostituibile.

Il neretto è mio.
Senato voto

«Signor Presidente, colleghi, ho partecipato alla discussione su questa auspicata riforma senza una posizione precostituita e con un interesse per i contenuti e per il metodo. Ho compreso l’impegno dei relatori e dei senatori. Ma sono rimasta delusa nel vedere che valutazioni e idee ineccepibili, in quanto a logica e pertinenza politica e civile, non abbiano trovato ascolto. Le risorse umane, professionali ed intellettuali per fare meglio c’erano tutte, qui dentro e nel Paese. Ma non ho visto il coraggio di volare alto, spiegando ai cittadini e al Governo ciò che serve per riqualificare le componenti e le funzioni delle Camere nel quadro di un ordinamento nuovo e ben coordinato.

La verità la conoscete meglio di me. Non è questa la riforma costituzionale che serve al Paese. E il mio voto sul testo di oggi è dettato da questo disagio e da tre considerazioni.

La prima riguarda il contesto generale in cui si sono svolti i lavori: di scarso ascolto e di linguaggio inadatto a un momento tanto importante. Si è parlato di “allucinazioni” e “professoroni”, con un sentimento “di sufficienza verso accademici ed esperti politicamente impegnati”. Il linguaggio deriva dal pensiero e gli illustri studiosi di storia politica presenti in quest’Aula mi insegnano che l’anti-intellettualismo è un indicatore di crisi culturale e civile per un sistema liberaldemocratico.

La seconda considerazione è sul metodo utilizzato, troppo condizionato da strategie di Governo e da discipline di partito con cui si sono dettati contenuti, paletti e tempi, decisi fuori da quest’Aula. È un metodo sbagliato perché non si può condurre un esperimento che presuppone libera condivisione democratica senza la disponibilità a esaminare davvero e analiticamente i risultati che questo esperimento è destinato a produrre. Se si sbaglia il metodo nel fare un esperimento, i risultati saranno inutilizzabili. Se va bene.

La terza considerazione riguarda il progetto. Gli interventi da più parti e i miei colloqui con i colleghi di tutto l’emiciclo mi fanno concludere che si tratta di un progetto tecnicamente pasticciato e frettoloso, attualmente decontestualizzato rispetto ad altre riforme. È un progetto che non è in grado ora di indicare l’esito, l’assetto, l’equilibrio, la visione del nuovo assetto costituzionale che stiamo costruendo.

Non mi convincono le motivazioni a sostegno di un Senato non elettivo, le scelte sulle funzioni assegnate a questa Camera, la mancata riduzione del numero dei parlamentari dell’altra Camera, l’incertezza circa le garanzie di bilanciamento dei poteri e circa l’effettività del pluralismo della futura rappresentanza parlamentare.

Non mi convince come è stata affrontata la questione dell’elezione dei Presidente della Repubblica e la mancata ricerca di un metodo per acquisire al nuovo Senato “personalità abituate a disegnare le frontiere del mondo”, che sarebbero utilissime in queste contingenze economiche.

Per questo, e concludo, il mio voto sarà di astensione (che so equivalere ad un voto contrario in quest’Aula), che vuole essere, nel suo piccolo, un segnale per i cittadini e per i colleghi dell’altro ramo del Parlamento, affinché i loro lavori possano essere più sereni ed in tutta indipendenza positivi e attenti».

No, non è autoritarismo, vero?

7 Ago

Zagrebelsky lo spiega chiaramente oggi nel suo articolo su Repubblica, “La Costituzione e il governo stile executive“. C’è un progetto:

“Latente, c’è un conflitto profondo che si manifesta per ora su singoli punti, importanti ma secondari. Il declassamento del Senato è uno di questi. Il disegno generale che unifica i punti sparsi s’è mostrato, inaspettatamente, durante il dibattito sulla riforma, quando una senatrice della maggioranza, per invitare l’opposizione a “volare alto” e a non perdersi nei dettagli, ha chiarito il punto: si tratta, secondo noi (noi, i riformatori), di un passo necessario per giungere a rovesciare il rapporto tra il Parlamento e il Governo e fare del primo l’esecutore fedele delle decisioni del secondo.”

Nel frattempo, l’ISTAT ci conferma che siamo in recessione, ma cosa vuoi che sia. Ci sarebbe un disperato bisogno di un gigantesco piano organico per la ripresa economica, ma nessuno ci pensa: tutte le energie siano concentrate per costruire – tra riforme costituzionali e legge elettorale – una situazione dove il governo è arbitro di sè stesso. Spero ardentemente di sbagliare, ma temo che il peggio debba ancora venire.

Rodotà: Non si fa una riforma tagliando a fette la Costituzione.

30 Lug

La struttura e le competenze del futuro Senato non possono essere legate a un effetto annuncio che fa leva sull’antipolitica, sulla sbrigativa affermazione che si taglieranno spese e si manderanno a casa dei fannulloni. Dipendono strettamente dal modo in cui sarà concretamente configurata la Camera dei deputati. Se questo sarà il luogo dove si manifesterà soltanto una esasperata logica maggioritaria, dovrebbe essere ovvio ritenere che saranno necessari contrappesi, da cercare anche nella configurazione di un Senato comunque uscito dalla logica del bicameralismo paritario. Non si fa una riforma tagliando a fette la Costituzione.

Oggi, su Repubblica, Stefano Rodotà ha analizzato lucidamente la penosa situazione cui ci ha condotti il duro confronto tra maggioranza e minoranza voluto dal governo. La sintesi è questa: “La realtà è che sono sempre più nettamente emersi, nelle proposte e nei comportamenti, atteggiamenti sostanzialmente conservatori dal punto di vista culturale e aggressivi dal punto di vista politico, che hanno ritenuto praticabile solo la vecchia strada dell’accentramento del potere e della sua liberazione da controlli effettivi“.
A mio modesto avviso non c’è affatto da stare allegri, comunque vada.

N.B. Il  grassetto nel testo è mio.

QUELLA BAGARRE SULLE RIFORME

STIAMO vivendo il periodo forse più difficile e complicato della nostra storia politica e istituzionale. Giunge alla conclusione un tempo abusivamente chiamato “Seconda Repubblica”, e che altro non è stato se non una lunga transizione verso il nulla di un berlusconismo che ha dissolto società e cultura e di larghe intese che hanno certificato l’assenza di iniziativa e fantasia politica, sostituite con un assemblaggio di materiali ormai logori.

Ora l’avvento di Matteo Renzi e del suo governo, con il larghissimo consenso che lo ha accompagnato alla prima verifica pubblica, sembrano offrire un approdo stabile, o che viene percepito come tale, con un affidarsi così fiducioso alla sua persona e alle sue iniziative che presso taluni diviene liberazione dall’obbligo stesso di pensare. A questo balenare di una stabilità politica si è voluto accompagnare anche l’avvio, non irragionevole, di una stabilizzazione istituzionale. E proprio le proposte di riforma costituzionale e elettorale hanno occupato la scena, con tratti sempre più marcatamente conflittuali.

Osservo malinconicamente che siamo di fronte ad una occasione perduta. Dopo un’iniziale fiammata polemica, si era assistito ad un germogliare di riflessioni critiche che si trasformavano in proposte variamente interessanti, che avrebbero consentito di traghettare l’impresa di riforma al di là della contingenza e delle strumentalizzazioni, con risultati innovativi, mettendo a punto un modello nel quale le esigenze di rappresentanza e governabilità avrebbero potuto incontrarsi senza la pretesa di sopraffarsi reciprocamente.

È mancata la cultura costituzionale indispensabile per una operazione così ambiziosa? Ha preso il sopravvento un certo politicismo, ha prevalso la volontà di trasformare una operazione così delicata in una prova di forza destinata a mostrare a tutti in quali mani fosse ormai il potere? La realtà è che sono sempre più nettamente emersi, nelle proposte e nei comportamenti, atteggiamenti sostanzialmente conservatori dal punto di vista culturale e aggressivi dal punto di vista politico, che hanno ritenuto praticabile solo la vecchia strada dell’accentramento del potere e della sua liberazione da controlli effettivi.

Il risultato è stato quello, prevedibile, di polemiche senza confini. La discussione pubblica è stata rifiutata dal governo e questo ha portato a ovvie e dure contrapposizioni, che hanno poi aperto la strada a negoziazioni varie. In modo contorto, si è così finito con il riconoscere che molte critiche erano fondate anche perché, con il passare delle settimane, l’area dei critici si è allargata ben al di là di quelli che erano stati considerati oppositori pregiudiziali. Con parole più guardinghe, sono state dette cose assai vicine a quelle di chi, all’origine, aveva cercato di mettere in guardia contro i rischi della strada che si stava imboccando. E questo induce ad un’altra considerazione malinconica. Solo se si alza la voce, si può riuscire per un momento a superare il voluto frastuono mediatico, a destare una qualche attenzione anche presso i distratti o i rassegnati. Per questo si paga un prezzo, che tuttavia non è troppo alto se riesce a richiamare l’attenzione sul fatto che non stiamo parlando di una qualsiasi legge di riforma, ma del cambiamento della Costituzione.

Ora si discute nella bagarre, e i fraintendimenti continuano. Il dibattito sul modo in cui si vuole uscire dal bicameralismo perfetto è inquinato dalla volontà di la riforma del Senato come una partita a sé, un luogo dove piantare la bandierina del vincitore, e non come un tassello del complessivo sistema costituzionale e dei suoi necessari equilibri.

Si gioca con i rinvii, si fa balenare la possibilità di concessioni quando riprenderà l’esame della riforma elettorale, del famigerato Italicum. Di nuovo non si vuole intendere quale sia la sostanza del problema. La struttura e le competenze del futuro Senato non possono essere legate a un effetto annuncio che fa leva sull’antipolitica, sulla sbrigativa affermazione che si taglieranno spese e si manderanno a casa dei fannulloni. Dipendono strettamente dal modo in cui sarà concretamente configurata la Camera dei deputati. Se questo sarà il luogo dove si manifesterà soltanto una esasperata logica maggioritaria, dovrebbe essere ovvio ritenere che saranno necessari contrappesi, da cercare anche nella configurazione di un Senato comunque uscito dalla logica del bicameralismo paritario. Non si fa una riforma tagliando a fette la Costituzione.

Peraltro, le concessioni prospettate per la legge elettorale non sembrano intaccarne la logica profonda. È bene allora, rifare un piccolo promemoria su quale sarebbe la forma di Stato che risulterebbe dall’Italicum. Rimarrebbe sostanzialmente la riduzione della rappresentanza dei cittadini, dunque il punto che ha indotto la Corte costituzionale a dichiarare illegittimo il Porcellum. Di conseguenza, le elezioni sarebbero tutte concentrate sulla sola finalità di individuare il governo, trasformando la democrazia rappresentativa in democrazia d’investitura e, visto l’accumularsi dei meccanismi maggioritari, rendendo la Camera una semplice appendice del governo, al quale verrebbe attribuito anche il potere di porre fine a qualsiasi dibattito scomodo con quella particolare ghigliottina rappresentata dall’imposizione di un termine per l’approvazione di una legge. E questa signoria del governo sulla Camera sarebbe accompagnata dal fatto che la maggioranza può impadronirsi delle massime istituzioni di garanzia, la Presidenza della Repubblica e la Corte costituzionale, dispone dei numeri necessari per le riforme costituzionali e per incidere sui diritti fondamentali.

Forse cadrà l’inammissibile soglia dell’8% come condizione per l’accesso alla Camera di un singolo partito e v’è da augurarsi che dalla riforma del Senato scompaia l’innalzamento del numero delle firme per i referendum e le leggi d’iniziativa popolare. Tutte proposte, però, assai indicative dell’ispirazione del governo, evidentemente conservatrice, visto che si vuole precludere l’innovazione politica affidata a partiti nuovi e all’iniziativa diretta dei cittadini. E che tradiscono, piaccia o non piaccia la parola, una curvatura autoritaria che, come sanno quelli che maneggiano con qualche consapevolezza le categorie della scienza politica, non è l’evocazione delle dittature, ma il tratto che caratterizza una forma di Governo nella quale deperiscono i controlli istituzionali e si restringono gli spazi per azioni dirette dei cittadini non affidate a logiche plebiscitarie.

Ripeto queste cose nella speranza che le discussioni in corso riescano ad attenuare alcuni di questi effetti negativi. So bene che più d’uno si dichiara stanco di queste discussioni, in cui ritrova echi già noti. Non v’è nulla di più vecchio dell’ostinazione nel difendere una difficile idea di democrazia, che peraltro oggi non gode di buona salute. Ma qualcuno deve pur farlo.

Stefano Rodotà

Referendum e leggi di iniziativa popolare: ne sentiremo la mancanza

15 Lug

E così, salutiamo gli ultimi strumenti democrazia diretta ancora in vita nel nostro Paese.
Il perché e il percome lo spiega con la consueta chiarezza il professor Ainis qui.

A me resta solo da aggiungere un commento: con questa mossa (che mi ha francamente stupito, apparendomi più in linea col modo d’agire di un Berlusconi che di un democratico) Renzi e il suo governo fanno un altro rapido passo verso quell’autoritarismo che i suoi più strenui difensori continuano, contro ogni evidenza, a negare.  D’altra parte, non manca molto. Quando il Senato sarà reso del tutto inoffensivo e la legge elettorale consentirà una Camera composta in maggioranza di disciplinati nominati, il cerchio si chiuderà. Con tanti saluti alla democrazia partecipativa.

 

Aggiornamento.

Davide Serafin ha scritto questo post sullo stesso argomento molto meglio.

Aggiornamento del 17 luglio

Sempre Davide Serafin:

Riforma Senato | Mineo: “referendum Segni mai più possibile”
by davidesera

Oggi Corradino Mineo è intervenuto al Senato. Nel suo intervento, di critica alla riforma del Senato proposta dal governo con il DdL costituzionale Boschi, è presente un cenno alla questione del cosiddetto referendum manipolativo che un emendamento, approvato dalla 1a Commissione Affari Costituzionali al Senato, renderebbe non più ammissibile. Come scrivevo l’altro giorno, se da un lato già la Consulta ha da alcuni anni adottato l’orientamento di escludere quei quesiti che intervenissero in maniera manipolativa, su singole parole o porzioni di frasi, specie in quei casi in cui l’abrogazione rendesse la norma irrazionale o incompleta, dall’altro i referendum in materia elettorale non possono che essere parziali e manipolativi, dato che la legge elettorale è una legge costituzionalmente necessaria alla corretta formazione degli organi dello Stato.
Così Mineo, stamane, in aula al Senato: spero si rifletta sulle norme che riguardano i referendum, che al di là delle intenzioni sicuramente buone – conosco e stimo la senatrice Finocchiaro – hanno un sapore amaro. Non sarebbe oggi possibile il referendum Segni da cui è nata – bello o brutta che sia – la Seconda Repubblica, perché quel referendum era manipolativo. L’innalzamento delle firme sembra voler punire un istituto di democrazia diretta, mentre si torna non alla democrazia delegata com’era in Costituzione, ma ad una democrazia delegata in cui i partiti hanno troppo potere (Resoconto stenografico Seduta n. 280 de 17/07/14).
Lo cito qui, anche perché è l’unico ad averne parlato.

 

 

 

Le riforma del Senato e lo yoghurt

23 Apr

A leggere l’intervista al ministro delle Riforme Maria Elena Boschi mi è venuto in mente questo paragone, forse irrispettoso ma coerente con le sue dichiarazioni. Dice il ministro:  “La riforma va approvata entro il 25 maggio per essere credibili negli incontri europei fissati subito dopo“. Una scadenza molto più rigida delle scritte che si trovano sui prodotti alimentari dove in genere si ‘consiglia’ di consumarli entro una certa data. Qui no: la scadenza è a breve e improrogabile.
Per di più, che la ‘credibilità’ del nostro Paese di fronte all’Europa dipendesse dall’abolizione del bicameralismo entro e non oltre una certa data è per me un fatto assolutamente nuovo. Pensavo (e penso, come la stragrande maggioranza degli italiani) che siano di altre dimensioni i problemi su cui si basa la caduta di prestigio dell’Italia e mi permetto di dubitare che le nostre sorti a Bruxelles siano legate all’abolizione del bicameralismo. Sai che gliene frega, all’alta finanza internazionale e tedesca in particolare, del nostro Senato.

Per sostenere la tesi della necessità di un Senato non elettivo, il ministro ricorda poi che già l’Ulivo (quasi vent’anni fa) proponeva la medesima formula. Vero. Dimentica però, purtroppo per lei, che all’idea si manifestò – come oggi – una notevole contrarietà, che esisteva tutt’altro contesto e soprattutto che all’epoca vigeva una legge elettorale ancora degna di questo nome.  Mentre il progetto della nuova legge presenta tante di quelle falle da risultare quasi peggiore della precedente, il porcellum di triste memoria.  Sempre alla ricerca di argomenti e per controbattere la riforma contenuta nella proposta Chiti (che ribatte qui), la Boschi ritira poi fuori la storia del “rispetto per i cittadini che si sono espressi su questo a larga maggioranza“: ma chi? Quelli delle primarie che hanno eletto Renzi come segretario del Pd? E che c’entra questo con i progetti del governo? Il programma che gli elettori del Pd approvarono col loro voto nel 2013 è quello che fu presentato da Bersani e non prevedeva alcuna ‘riforma’ del Senato.

Ma non basta. L’obbediente e disciplinata ministro se la prende, piccata, con gli autorevoli e numerosi costituzionalisti contrari: “Loro fanno i professori, noi abbiamo la responsabilità delle scelte. Anche istituzionali“. L’irritazione per chi non condivide progetti e programmi del leader è palese, ma l’interpretazione della ‘responsabilità’ è, a dir poco, inesatta.  Non spetta al Governo proporre riforme costituzionali. E infatti perfino l’ANPI ha preso posizione su questo punto, lanciando un monito allarmato in cui, tra l’altro, dichiara  che “si continua nel cammino – anomalo – già intrapreso da tempo, per cui è il Governo che assume l’iniziativa in tema di riforme costituzionali e pretende di dettare indirizzi e tempi al Parlamento”. Vale la pena di leggerlo tutto, ve l’assicuro: sono cittadini come noi e notano le stesse cose di cui si è parlato abbondantemente (anche qui, per esempio) e quindi risparmierò generosamente i miei pochi fedeli lettori.

Al 25 maggio manca un mese circa. E mi viene da pensare a quella commissione dei 75  che il 15 luglio del 1945 ricevette l’incarico di scrivere il progetto di Costituzione. Erano previsti tre mesi di lavoro, ma ce ne vollero quasi trenta, per la definitiva approvazione il 22 dicembre del 1947. In quella commissione c’erano personalità del calibro di Ruini, Aldo Moro, Giuseppe Dossetti, La Pira, Calamandrei, Costantino Mortati, Antonio Giolitti, Nilde Jotti, Concetto Marchesi, Lelio Basso, Paolo Rossi, Aldo Bozzi e tante altre intelligenze che si dedicarono al compito con scrupolo, talento, dedizione.
Oggi abbiamo Renzi e la Boschi.

Renzi Boschi

 

 

 

 

 

La cazzata perfetta

13 Apr

Renzi: “Entro il 25 maggio fine del bicameralismo perfetto”. Intendiamoci: con il titolo non mi riferisco qui all’annunciata e discussa riforma del Senato (ne parlerò più avanti), bensì alle modalità cui il Presidente del Consiglio vorrebbe abituarci quando annuncia i suoi progetti. Suonano come ultimatum: ‘prendere o lasciare’, ‘non c’è spazio per modifiche’, entro il … faremo questo’. Eliminare ogni spazio di discussione, imporre esclusivamente la propria visione, non accettare osservazioni, critiche, consigli, non pare a me un modo corretto di condurre un Paese e soprattutto preoccupa non poco.

Nel periodo tra i ’50 e i ’70 l’interesse e la speculazione nel settore edile spadroneggiarono in Italia. Coste e montagne, pianure e colline furono cementificate senza pietà. Nei centri abitati sopraelevazioni abusive, muri maestri abbattuti, ampliamenti non autorizzati erano all’ordine del giorno. Nel tempo, però, si aprivano lesioni nelle pareti, si manifestavano preoccupanti crepe nei solai, cedeva un pilastro e non raramente si dovevano registrare crolli e anche – purtroppo – vittime. Paesaggi che avevano incantato viaggiatori da ogni parte della Terra sparivano, sepolti sotto costruzioni non di rado orrende. Le cause erano da trovare anche nella superficialità o addirittura nell’assenza di controlli, ma prima ancora nella fretta con cui le opere venivano effettuate per mettere tutti di fronte al fatto compiuto. Costruttori improvvisati e geometri senza scrupoli ne hanno fatte di ogni colore.
Ecco, nell’inspiegabile rapidità con cui il Governo intende muoversi e nel raffazzonato progetto di riforma del Senato a me pare si possa vedere la metafora dell’avventurismo edilizio – fatti, ovviamente, i debiti distinguo.

Costituzione GULa Costituzione è il mio santuario di cittadino, il mio riferimento etico. Essa è un sistema equilibrato e delicato, realizzato dalle oltre 500 migliori personalità che alla fine della guerra misero insieme disinteressatamente passioni, talenti, competenze, intelligenze per dare un nuovo futuro all’Italia e dopo ben quasi tre anni di studi e discussioni. Solo per questo la nostra Carta meriterebbe più rispetto e ci si dovrebbe avvicinare con la dovuta devozione e cautamente, come si fa con un oggetto prezioso.
E’ questo che mi sconcerta e mi fa anche un po’ indignare: la facilità con cui al giorno d’oggi si pretende di decidere e definire le modifiche della Costituzione. Riforme tanto affrettate, non sufficientemente meditate, proposte da gente molto meno preparata e non animata dallo stesso spirito dei padri costituenti possono solo fare danni, anche enormi, non misurabili oggi. Come quella fatta dal centrosinistra nel 2005.

E poi da qualche tempo impera questa moda delle improvvise esigenze che sorgono del tutto inattese e si spengono appena sorge una nuova alba. Non sono passati sei mesi da quando la discussione, con toni anche accesi, verteva sulla revisione dell’articolo chiave della Costituzione, l’art. 138, quello che garantisce la blindatura, la protezione dell’intera Carta. Ricorderete con quale sufficienza e faciloneria si parlava di modificarlo e attraverso quale astrusa serie di passaggi, con l’assistenza di pletoriche commissioni di saggi (che non poterono combinare gran che), vi si legavano i destini dell’Italia. Inutilmente si levarono voci autorevoli contro l’improvvida e suicida iniziativa. Poi d’un tratto tutto è caduto nell’oblìo: di stravolgere il 138 non se ne parla più; improvvisamente – e senza far nulla – quell’esigenza vitale,inevitabile, improprogabile cui era legato il nostro futuro non lo è più.
Oggi ci risiamo, ma il bersaglio è cambiato: è il bicameralismo e di nuovo c’è l’accorato appello di esperti e semplici cittadini giustamente preoccupati
dalla disinvoltura con cui si intende manomettere la Carta.

Non voglio qui entrare nei dettagli di cosa non va nell’ipotesi di abolizione dell’attuale Senato. Non ne ho le competenze e al massimo potrei solo fare un lungo elenco di osservazioni e critiche. Però mi viene da pensare che l’attuale struttura bicamerale ha funzionato (abbastanza, siamo sinceri) fino agli anni ’90, poi come sappiamo la gestione della cosa pubblica e la funzione del Parlamento sono degradati rapidamente. I governi si sono succeduti agendo per decreti legge, le camere si sono riempite di docili esecutori con poche o nulle capacità, il senso del dovere e la morale pubblica sono stati derisi e umiliati.
In questo lasso di tempo si poteva e si doveva invece mettere in piedi un sistema atto a migliorare la funzione del Senato, rendere più agile la struttura, agevolare il passaggio delle leggi tra le due camere: per esempio ponendo limiti temporali alla discussione, stabilendo commissioni bicamerali per risolvere eventuali situazioni di stallo, istituendo corridoi preferenziali per le leggi più urgenti. Mentre il bicameralismo dimostrava che può ancora funzionare, come nel caso della legge sul voto di scambio migliorata proprio nei recenti passaggi tra le due Camere.

Si dice: ma nelle altre democrazie europee vige il monocameralismo. Vero solo fino a un certo punto e soprattutto c’è da eccepire che si tratta di paesi dove è presente un alto senso del dovere e dello Stato, che si basano su sistemi parlamentari, storia, cultura, concezione anche molto diversi. In sintesi, democrazie se non compiute quanto meno molto più avanzate della nostra, che resta purtroppo tuttora giovane e fragile e dove di norma il diritto viene assai prima del dovere (quando c’è).

L'aula del senato della Repubblica vuota dei suoi membri (e delle competenze previste dalla Costituzione).

L’aula del senato della Repubblica vuota dei suoi membri (e delle competenze previste dalla Costituzione).

Porre quindi riparo alle disfunzioni del Senato,si diceva, per migliorarne l’efficienza. Siamo ancora in tempo. Al contrario, nell’epoca in cui appare  (sempre la velocità a comandare!) più rapido e semplice sostituire invece di riparare, che si tratti di un televisore o di una sedia, ecco che la soluzione preferita diventa l’abolizione tout court del Senato. Confesso che avrei potuto perfino condividere, in alternativa, l’ipotesi di partire da una riflessione circa i nuovi compiti che il Senato deve svolgere e da lì intervenire sulla sua composizione, come effetto conseguente, ma neppure questo è stato concesso.
E qui va inserito un altro elemento, dato da un provvedimento che il governo Renzi ha messo in cantiere, ovviamente con le solite imperative scadenze e i medesimi aspetti da diktat: la legge elettorale (che presenta anch’essa vari aspetti critici). Pare sfuggire ai più che alla fine, con una Camera che rischia di avere oltre il 50% di nominati e una maggioranza assoluta, con il Senato che abbia perso ogni funzione di controllo e verifica, il Presidente del Consiglio avrà un potere MAI avuto prima in Italia. Con solo il 25 per cento dei voti (al netto delle astensioni) un partito potrebbe fare fare l’en plein: governo, Camera, Quirinale, Corte costituzionale. Devo condividere Bersani: “Una legge elettorale che da’ un mega premio di maggioranza a parlamentari pur sempre nominati che possono eleggere il presidente della Repubblica e i massimi organi istituzionali è una legge pericolosa”. Il combinato disposto tra legge elettorale e riforma del Senato fornirà insomma una situazione che va assolutamente corretta.

Perché tutto bene – si fa per dire, eh – fin che avremo a capo del governo qualcuno capace, competente e sinceramente dedito al bene dell’Italia: ma se le prossime elezioni dovesse vincerle qualcun altro più cinico, più disinvolto, più spregiudicato? Un capopolo, per capirci. Si troverebbe la tavola apparecchiata senza colpo ferire.
Pensateci, sarebbe la cazzata perfetta.

 

 

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