Archivio | marzo, 2015

Voteremo con una legge elettorale incostituzionale?

29 Mar

Pare di sì: se il governo non decide di porre i necessari e indispensabili correttivi avremo il Porcellinum.
Sul sito del Coordinamento per la Democrazia costituzionale  è segnalato un interessante articolo del prof. Mauro Volpi su Questione giustizia, trimestrale di Magistratura Democratica, dal titolo illuminante: “Italicum due: una legge elettorale abnorme”

In verità gli articoli sulla legge elettorale – e la contemporanea revisione costituzionale che riguarda principalmente il Senato per condurci come è noto ad un sistema monocamerale – sono due e l’altro è del prof.  Gino Scaccia (“La legge elettorale “Italicum” fra vincoli sistemici ed equilibri costituzionali), con introduzione ad entrambi di Marco Bignami, un magistrato attualmente Assistente di studio nella Corte Costituzionale. Li riporto tutti con i link per chi volesse approfondire e qui mi limito a riportare i brani che  mi sono parsi più significativi (il neretto è mio).

Nella sua introduzione ai due articoli dal titolo “La legge elettorale in corso di approvazione. Profili di costituzionalità” il dr. Bignami afferma, tra l’altro:

Volpi non ha esitazioni nel denunciare la palese incostituzionalità della nuova normativa per plurimi aspetti: tra questi, la compressione della rappresentanza indotta da un premio di maggioranza eccessivamente generoso; l’elusione della volontà del corpo elettorale di non conferire il premio, determinata dalla fase del ballottaggio; l’introduzione di una soglia di sbarramento al 3%, che non si giustifica con uno scopo di governabilità, posto che esso è in ogni caso posto al sicuro dal meccanismo elettorale. Scaccia è più prudente, ma non meno severo nel segnalare punti di grave problematicità: il premio di maggioranza resiste al test matematico elaborato per “pesare” la diseguaglianza dei voti in uscita, in modo che essa non superi il grado massimamente tollerabile, ma l’effetto ulteriormente distorsivo introdotto attraverso la soglia di accesso alla ripartizione dei seggi rende precario anche questo approdo iniziale; il ballottaggio, inserendosi in un sistema politico altamente frammentato come l’attuale, rischia di avvantaggiare liste che hanno ottenuto al primo turno un consenso ben lontano dal 40%, in tal modo sviluppando all’ennesima potenza l’effetto di alterazione della rappresentatività; le pluricandidature dei capolista consentono una opzione del tutto discrezionale tra un collegio e l’altro, e di conseguenza l’investitura diretta, da parte dei leader del partito, del candidato che otterrà in loro vece il seggio nel collegio cui i primi hanno rinunciato.

E in effetti Volpi è chiarissimo:

Il sistema elettorale approvato presenta varie criticità che lo rendono abnorme in sé e anomalo rispetto a quelli esistenti nelle altre democrazie. Tali criticità riguardano il metodo adottato per la presentazione e la discussione del disegno di legge, i vizi di legittimità costituzionale in esso riscontrabili, l’incompatibilità con la forma di governo parlamentare prevista dalla Costituzione.

Ma anche il prof. Scaccia mi pare piuttosto critico. Questa la sua conclusione:

 

Che la logica del “partito pigliatutto” basti a far rifiorire il sistema istituzionale italiano è, però, dubbio. L’esperienza degli ultimi vent’anni non induce infatti all’ottimismo. Inseguire il mito della stabilità e dell’efficacia del Governo attraverso la ricerca della perfetta identità politica con la maggioranza parlamentare ha condotto alla mortificazione delle Assemblee elettive e della rappresentanza, che pure della stabilità degli esecutivi è il presupposto legittimante, e al loro assoggettamento completo all’esecutivo. Si è così giunti, ad esempio a livello regionale (dove opera il simul simul), a una centralizzazione del potere di governo simile a quella delle forme presidenziali, ma senza il contrappeso di un Parlamento slegato dal laccio “mortale” della fiducia e posto quindi in condizione di esercitare con il massimo di incisività la funzione di indirizzo e controllo politico, e in definitiva, di conservare un significativo potere di codeterminazione decisionale. Una riforma che vuole mutuare dal “presidenzialismo” (inteso come investitura popolare diretta del governo) capacità decisionale, stabilità ed efficienza, ma non ne riproduce i contrappesi e i bilanciamenti, finisce così per sancire il primato assoluto del Governo sull’unica Camera politica, destinandola allo svolgimento di un «compito censorio (…) modesto (e ad incidenza assai ridotta nel settore della legislazione)». Tanto da rendere legittimo l’interrogativo – solo in apparenza paradossale – se, nelle condizioni storico-politiche attuali, non occorra la fuoriuscita dalla forma di governo parlamentare per restituire davvero al Parlamento la sua funzione più tipica di legislazione e sindacato politico sul potere esecutivo.

Accetterà il Presidente del Consiglio questi moniti e suggerimenti che si aggiungono agli altri numerosi e più che autorevoli già presentati? Si renderà conto che andare a votare con una legge siffatta equivale a commettere lo stesso spregio alla norma e all’intelligenza che si verificò col Porcellum, censurato abbondantemente (purtroppo i suoi guasti li aveva già compiuti) dalla Corte Costituzionale? Vorrà prendere atto che così com’è, la sua legge può solo essere chiama Porcellinum?
Boh.

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Il meglio deve ancora venire

29 Mar

Landini alla fine del suo discorso e piazza del Popolo rossa e strapiena

Landini alla fine del suo discorso e piazza del Popolo rossa e strapiena

“Non credo – come dice Landini – che Renzi sia peggiore di Berlusconi, ma credo che sia molto più pericoloso. Perché quello attaccava da destra i diritti ed era un nemico riconoscibile, mentre Renzi li svuota da sinistra e a molti questa sua collocazione basta per fidarsi e lasciarlo fare.”

Un grazie di cuore a Nando Cancedda che sul suo blog pubblica queste riflessioni di Massimo Marnetto.
Le condivido.

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Il giorno dopo le cose sono più chiare.

Dopo la manifestazione a Piazza del Popolo, la Coalizione sociale si fa “massa critica” (Rodotà) per chiedere ai partiti di ripensare alla dignità del lavoro attaccata dal Jobs Act. Al di là della  truffa delle parole, che nascondono la fine della tutela dall’ingiusto licenziamento, con le suadenti “tutele crescenti”.
“E’ come se – mi dice un metalmeccanico mentre marciamo – ci togliessero la libertà di parola in azienda. Se sai che ti possono licenziare quando vogliono, stai zitto e incassi le ingiustizie tue e ti giri dall’altra parte se vedi quelle che fanno agli altri“.
I lavoratori si riprendono la parola in piazza perché scoprono con rabbia e dolore di non essere più difesi dal PD in Parlamento e dal suo Governo. Un lutto di rappresentanza che sembrava impossibile potesse accadere.
“Con Renzi si è tutto incasinato – fa una lavoratrice che tiene lo striscione della sua fabbrica in liquidazione – e il PD che viene dal partito dei lavoratori, adesso a noi lavoratori non ci caga più. E sbaglia chi pensa di stare all’asciutto, solo perché non ha il contratto nuovo del Jobs Act, perché tra un po’ toccherà pure a lui. Perché appena cambi lavoro, diventi Jobs Act, anche se prima eri art. 18″.
Il sindacato della Fiom scopre così che deve farsi carico di questa domanda di tutela e ampliare il suo ruolo, per ascoltare associazioni e movimenti, e intraprendere insieme un  pericoloso  percorso di “mobilitazione delle debolezze” per superare un  “vuoto di democrazia” (Zagrebelsky).
Ecco, questo è il punto.
Non credo – come dice Landini – che Renzi sia peggiore di Berlusconi, ma credo che sia molto più pericoloso. Perché quello attaccava da destra i diritti ed era un nemico riconoscibile, mentre Renzi li svuota da sinistra e a molti questa sua collocazione basta per fidarsi e lasciarlo fare.
Il giorno dopo è tutto più chiaro e più duro.
Ma c’è speranza, perché si sente la forza di una coalizione. Sociale.

Il PD impresentabile che respingo

28 Mar

Eccolo qui, lo disegna con l’usuale eleganza Francesco Merlo oggi su Repubblica. E so che non sono il solo.
Mi piacerebbe sapere dal  presidente Orfini, che ha parlato sì di un PD ‘respingente’ ma prendendosela coi militanti romani anziché coi vertici locali e del nazionale che tutto sapevano e tutto hanno tollerato, quanto consideri invece ‘attraente’ questo Pd napoletano, ligure, siciliano, laziale, campano, genovese, sardo, eccetera, eccetera, eccetera..

Candidabili e no. Le morali del Pd

di FRANCESCO MERLO

O LE DIMISSIONI del ministro Lupi diventano codice d’acciaio, oppure finiranno per essere archiviate come la punizione del perdente, l’amputazione della parte politica più esposta. E possiamo permetterci di dirlo noi che abbiamo alzato la voce in nome della politica e non del codice penale. E infatti Lupi, che non era indagato, è stato costretto a dimettersi. C’è invece nel Partito democratico una combriccola di indagati e di condannati che resiste. E c’è una tribù di mascalzoni politici che Renzi finge di subire ma che in realtà premia con la strategia gommosa della dissimulazione onesta.

Se consentiamo di stabilire un nesso tra avviso di garanzia e dimissioni  –  dice Renzi  –  diamo per buono il principio per cui qualsiasi giudice può iniziare un’indagine e decidere sul potere esecutivo”. Ma l’idea opposta, e cioè che la politica possa annullare le ragioni della giustizia, non è garantismo. È impunità. Come se il partito avesse il potere medievale di rendere innocente un colpevole e viceversa. Insomma più che al Montesquieu illuminista di Renzi questa schiuma rimanda al dosaggio dei veleni, al potere come saga dei Borgia e ai fabbricatori di dossier: “Riservato per il Duce”. Mussolini archiviava le informative sui nemici e soprattutto sugli amici che tanto più gli erano fedeli quanto più erano ricattabili. Erano, per dire, insospettabili i toscani Wladimiro Fiammenghi e Alfredo Peri e il modenese Graziano Pattuzzi coinvolti nel sistema Incalza.

E però ci sono i crani di Lombroso nel Pd romano contagiato da Mafia capitale sino ad Ostia Antica. “È pericoloso e dannoso” ha scritto Fabrizio Barca. Ma come sempre è il sole allo zenit che meglio rovescia i luoghi comuni. Leggete cosa ha scritto ieri su Facebook Claudio Fava che, della lotta alla mafia è il testimone più limpido e fiero: “Perché il Pd non candida a sindaco di Enna Mirello Crisafulli (prosciolto) e candida a presidente della Campania Vincenzo De Luca (condannato)? Perché ritiene impresentabile Crisafulli e si tiene al governo quattro sottosegretari indagati?”. I quattro sono Francesca Barracciu e Davide Faraone, e poi Filippo Bubbico e Vito De Filippo. Nella mancanza di regole anche la buona notizia del proscioglimento del quinto, Basso De Caro, aggroviglia il nodo. La domanda chiave rimane infatti quella di Fava su Crisafulli, al quale sarebbe stata inflitta “una porcata”. E certo Fava può permetterselo perché contro Crisafulli ha speso metà della sua vita politica: “Gli si rinfaccia questa sua esuberanza gogoliana, la panza e l’effervescenza del temperamento… Lo si considera adatto a fare il segretario provinciale del partito ma inadatto a candidarsi a sindaco”.

Per la verità nessuno ci obbliga a scegliere tra Crisafulli e De Luca. E l’indecenza politica, anche se assolta penalmente, rimane indecenza. Anzi, dal punto di vista amministrativo, De Luca ha fatto di Salerno una delle più vitali e solari città del Sud. Come Fava mi insegna, il notabile De Luca è la versione salernitana del siciliano Crisafulli, e anche dei notabili Tosi e Bitonci, e Formigoni e Lupi. La differenza? È in nome della sinistra che De Luca e Crisafulli mettono se stessi al di sopra di tutto, anche loro unti del Signore. Scrive ancora Fava introducendo l’argomento trans gender: “Posso dirvi che mi sembra cento volte più impresentabile e pernicioso un campione dell’antimafia dei pennacchi come Crocetta, col suo circo di turibolanti che lo protegge?”. E si capisce qui che solo nel cerchio dannato della Sicilia, dove un’antimafia indaga su un’altra antimafia, si poteva arrivare all’incappucciato di Forza Italia, Silvio Alessi, che ad Agrigento ha vinto a man bassa le primarie del Pd, con visita di rispetto a Berlusconi ad Arcore del presidente regionale dello stesso Pd Marco Zambuto.

Ovviamente sono state cancellate queste prime primarie transgeniche, un vero mostro di verità che, come sempre dalla Sicilia, illumina il labirinto-Italia. E infatti si capiscono meglio anche le primarie annullate a Napoli e quelle impiastricciate ma confermate a Genova nonostante la denunzia di Cofferati e la forza delle prove. Raffaella Paita, moglie del presidente dell’autorità portuale (meglio non farsi mancare nulla in famiglia) è rimasta in sella, ma il suo avversario Luca Pastorino non ha riconosciuto la vittoria e si è candidato anche lui a governare la Liguria. Un pasticcio? Nulla esprime meglio il “pasticcio Pd” di quel prosciolto Crisafulli condannato dal partito e di quel condannato De Luca prosciolto dal partito perché controlla tantissimi voti con l’aria guappa del boss del Mediterraneo. Ecco: più grave della protervia del condannato c’è la complicità del Pd con il reo: “È il nostro candidato. Tocca a lui sconfiggere il centrodestra”, ha detto ieri Luca Lotti. Ma tutti sanno che, appena eletto, De Luca dovrebbe subito dimettersi per poi sperare in un ricorso e in un reintegro. Diceva Giuseppe Tatarella: “‘Mbroglio aiutami tu”. E va bene che Napoli rende possibile anche l’impossibile e solo al sud la sinistra non è più obbligata a somigliare alla sinistra, ma la doppia resistenza alla legge, quella del sindaco De Magistris, che pure fu uomo di legge, e quella del futuro governatore De Luca, che almeno uomo di legge non è stato mai, potrebbe ben presto fare della Campania il laboratorio del lazzaronismo di sinistra, una sorta di Venezuela d’Italia, la fortezza dei descamisados. Insomma, tutto il contrario della rivoluzione renziana, l’opposto della Leopolda. Altro che tablet, twitter e iPhone. Qui è il Pd che torna al gettone telefonico e ai cannoli.

La corruzione e 5 cose da fare subito.

24 Mar

Due avvocati, Sergio Erede e Alessandro Musella, hanno scritto una lettera a Repubblica che appare oggi a pag. 29
In verità è più un prontuario, un manuale rapido di istruzioni per combattere la corruzione efficacemente. Nulla di straordinario: come commenta Giorgio Dall’Arti, “servono le nuove norme penali che l’Europa ci chiede da tempo e occorre il coraggio di adottare, in un colpo solo, tutte le regole che — anche a livello internazionale — sono considerate indispensabili. Serve coraggio, ecco.  E soprattutto la volontà. Chissà se il nostro governo – non avendoci pensato – ne sarà capace: io me lo auguro di tutto cuore, ma un filo di scetticismo mi rimane. E mi rimane quindi anche la mia idea un pò giacobina (e forse anche brutale, lo ammetto) del Tribunale Speciale. Abbiate pazienza, ma sono certo che sarebbe più efficace e rapido.
N.b. Nel testo che segue, il neretto è mio.

CORRUZIONE: CHE COSA SI PUO’ FARE SUBITO

Sergio Erede e Alessandro Musella*

Caro direttore,
la lotta alla corruzione è più che mai una priorità per l’Italia. Non soltanto per l’emergere dell’ennesimo nuovo filone di indagini, ma soprattutto perché la riduzione del fenomeno corruttivo è essenziale per sostenere i segnali positivi di ripresa economica (Roubini nell’intervista a Repubblica del 15 marzo).
Quest’ultima si consolida solamente con un aumento significativo degli investimenti e al momento in Europa manca una propensione agli investimenti del capitale privato sufficiente a sostenere, da sola, la ripresa. Ci vogliono dunque nuovi e significativi investimenti pubblici (Mariana Mazzucato su Repubblica del 16 marzo), i quali però sono di dubbia efficacia in presenza di elevati livelli di corruzione (Centro Studi Confindustria, dicembre 2014).
Per consolidare la ripresa economica è quindi necessario quello che Roubini ha efficacemente chiamato un “attacco frontale” alla corruzione. Questa offensiva è peraltro necessaria anche per combattere le mafie e la criminalità organizzata (Procuratore antimafia Scarpinato).
Per questi obiettivi servono senza dubbio le nuove norme penali che ci raccomandano da tempo le principali organizzazioni internazionali (Onu, Consiglio d’Europa e Ocse) e delle quali tanto si parla e poco si è realizzato. Occorre il coraggio di adottare, in un colpo solo, tutte le regole che – anche a livello internazionale – sono considerate indispensabili, con riguardo almeno ai seguenti punti: 1) estensione della durata e interruzione/sospensione della prescrizione; 2) pene e sanzioni economiche efficaci e dissuasive (inclusa l’estensione ai reati di corruzione delle misure di sequestro/confisca previste dal Codice Antimafia); 3) reintroduzione del falso in bilancio; 4) non-punibilità per chi si auto-denuncia e collabora con la giustizia; 5) procedibilità d’ufficio per la “corruzione tra privati”; 6) estensione dell’ambito di ammissibilità delle intercettazioni per i reati contro la pubblica amministrazione. Il ddl Grasso in parte andava in queste direzioni, ma nel suo lungo e ancora incompiuto iter parlamentare è stato progressivamente svuotato e gravemente indebolito.
Ma ancor più urgentemente serve un piano governativo di azioni concrete che, in tempi brevi, riduca il “prelievo” di 60 miliardi l’anno gravante sul nostro Pil a causa della corruzione (stime Commissione europea e Corte dei Conti). È quasi superfluo sottolineare l’effetto positivo che tale piano potrebbe avere sulla fiducia degli investitori esteri, inducendoli a considerare nuovi investimenti in Italia, anche in associazione con investimenti pubblici.
Un piano governativo anticorruzione si può fare subito, perché non richiede un iter parlamentare, se non in misura limitata. Il piano può essere insomma la vera cartina di tornasole della effettiva volontà del Paese di segnare rapidamente una svolta decisiva contro la corruzione.
Oggi in Italia esiste un “piano anticorruzione” emanato dall’Anac (l’Autorità per la prevenzione della corruzione nella pubblica amministrazione, presieduta dal Dott. Cantone): si tratta di uno strumento importante, che però è focalizzato sulla prevenzione, è limitato al settore delle pubbliche amministrazioni (anche se – come anticipato da Repubblica il 23 marzo – verrà esteso alle società a partecipazione pubblica) e richiede tempi lunghi per dare risultati tangibili.
La lotta alla corruzione impone azioni concrete a 360 gradi, anche in tema di repressione, prevenzione verso le imprese private, riorganizzazione amministrativa e comunicazione. Per tutto ciò serve quindi un piano di azioni più ampio, che vada oltre le ristrette competenze dell’Anac e che provenga direttamente dal Governo.
Un buon esempio pratico cui ispirarsi è il piano anticorruzione recentemente adottato dal governo inglese, che consta di 66 azioni specifiche, tutte ispirate alla best practice internazionale e articolate sulle aree fondamentali di contrasto alla corruzione. Ciò che colpisce molto positivamente di questo piano è la sua concretezza e la ferma volontà, che esprime in modo convincente, di combattere la corruzione attraverso l’assunzione di un impegno incondizionato proveniente direttamente dal governo.
Nessun governo italiano ha mai fatto nulla di paragonabile, ma un piano di questo tipo potrebbe davvero segnare una svolta di grande impatto.
Un piano anticorruzione italiano, sulla base dell’esempio inglese, dovrebbe agire almeno sulle seguenti aree:
1) Scoperta e repressione: potenziamento dell’attività di “intelligence”, mediante creazione anche in Italia di un’unità investigativa dedicata all’anticorruzione e al sequestro/confisca dei patrimoni di corrotti e corruttori; impiego di banche dati e dei sistemi informatici di fraud detection ormai disponibili sul mercato (sistemi in grado di scoprire “Red Flags” di possibili condotte illecite su cui investigare); impiego di agenti infiltrati; rafforzamento del whistleblowing, mediante un ufficio pubblico dedicato a raccogliere le denunce di corruzione anche via internet (come l’“Office of Whistleblower” degli Stati Uniti), che garantisca ai denuncianti protezione, anonimato e una ricompensa economica commisurata al beneficio ottenuto dallo Stato.
2) Prevenzione: ulteriori azioni per dare concretezza ed effettività al piano di prevenzione varato dall’Anac (in particolare favorendo l’implementazione effettiva e rapida dei principali presidi previsti da tale piano, in tema di nomina dei responsabili della prevenzione, trasparenza, “Whistleblowing” e formazione); azioni specifiche di prevenzione per singoli settori “a rischio”, come “grandi opere”, sanità, previdenza, fisco, giustizia, ecc., prendendo a base i vari studi che già esistono.
3) Collaborazione delle imprese: incentivare le imprese private ad adottare programmi di compliance anticorruzione e ad aderire a “iniziative collettive” contro la corruzione, per esempio condizionando all’adozione di tali misure l’accesso ad appalti, concessioni e finanziamenti pubblici; i programmi anticorruzione sono volti a prevenire e, in ogni caso, a scoprire tempestivamente e neutralizzare eventuali condotte corruttive di esponenti di un’impresa. A livello internazionale tutte le maggiori imprese adottano e attuano seriamente questi programmi ed esistono ormai numerose guide emesse dalle maggiori organizzazioni (Onu, Ocse, Icc, World Bank, Transparency, ecc.) che spiegano come i programmi devono essere strutturati, attuati e anche monitorati per verificarne la serietà; le “iniziative collettive” consistono in un patto tra un gruppo di imprese con cui ciascuna di esse si impegna ad astenersi da qualsiasi pratica corruttiva e accetta di subire sanzioni in caso di violazione di questo obbligo; la diffusione delle “iniziative collettive”, insieme con l’adozione dei programmi di compliance anticorruzione, può ridurre in modo drastico le dimensioni del fenomeno corruttivo, poiché riduce la platea delle imprese inclini alla corruzione e le emargina dal mercato.
4) Riorganizzazione amministrativa: rafforzare il sistema dei controlli (troppo depotenziato fin dalla riforma del 1994); ridurre i tempi dei procedimenti decisionali delle amministrazioni; ampliare gli istituti di interlocuzione dell’amministrazione con i privati, rendendo più trasparente ogni rapporto; razionalizzare e ridurre i centri decisionali, in modo particolare nei settori più a rischio di corruzione.
5) Comunicazione: campagna di informazione e sensibilizzazione, per segnare una svolta culturale nel Paese e per incentivare l’adesione dei cittadini e delle imprese alle azioni previste dal piano; sradicare dalla cultura italiana la indulgenza e auto-indulgenza verso la corruzione che sono tra le cause della situazione attuale; stimolare il ricorso dei cittadini al whistleblowing, facendo comprendere che la corruzione non va tollerata, ma anzi va denunciata a tutti i livelli.
Insomma, è giunto il momento di uscire dagli equivoci. Non è più credibile dire di voler combattere la corruzione e limitarsi a varare nuove norme penali a macchia di leopardo, che nascono già deboli a causa dei compromessi politici che le precedono. Le norme che ancora servono vanno tutte adottate, senza limitazioni e in tempi rapidi. Ma ancor più rapidamente, deve essere varato un piano di azioni concrete contro la corruzione, un piano su cui il Governo deve “mettere la faccia” per dare un messaggio inequivocabile di svolta. Un tale piano può essere decisivo non solo perché capace di produrre effetti di prevenzione e dissuasivi in tempi molto più brevi delle norme penali, ma anche e, soprattutto, perché in grado di produrre un impatto immediato sull’opinione degli investitori e della comunità internazionali e sulla loro propensione a investire nel nostro paese, così sostenendone la ripresa economica.
*Avvocati

Sulla TAV io sto con Erri De Luca

22 Mar

La mia personale opinione è che con il processo a Erri De Luca si voglia distrarre l’opinione pubblica dall’inutilità di quest’opera faraonica della TAV  in Val di Susa che lavoce.info (ma non solo: vedi per esempio anche qui e qui) ha ben documentato e che lo scorso novembre ha sollecitato perfino l’attenzione del Presidente del Consiglio Renzi, a causa della lievitazione dei costi saliti in soli due anni da 8,3 a 11,9 miliardi di euro complessivi.  Successivi aggiornamenti dei calcoli hanno fatto rientrare in parte l’allarme, ma il fatto è che ad oggi non si conosce ancora l’entità della spesa, mentre è esploso l’ennesimo caso di corruzione nel nostro Paese, legato stavolta legato alle Grandi Opere e alla TAV.  Quei sospetti – dall’inutilità di un’opera cominciata a progettare nel 1991 agli enormi interessi legati alla sua realizzazione – cominciano a concretizzarsi e tutt’altro aspetto assume la vicenda legata allo scrittore. Erri De Luca è stato accusato di istigazione a delinquere per le sue espressioni in alcune interviste sulla TAV  in Val di Susa; rinviato a giudizio dalla Procura di Torino il processo è iniziato lo scorso 28 gennaio. “La Tav va sabotata. tweet Erri De LucaLe cesoie sono utili perché servono a tagliare le reti“, erano state le parole dello scrittore contestate dai pm torinesi Andrea Padalino e Antonio Rinaudo. “Sono orgoglioso di essere accusato di un reato di opinione” lo scrittore aveva commentato dopo aver ricevuto l’avviso di garanzia: invece deve rispondere di istigazione a delinquere perché “le parole di De Luca non rappresentano una semplice opinione, un fatto stati insomma – secondo il pm Andrea Padalino – ma hanno avuto un effetto dinamico, in quanto hanno scatenato dirette conseguenze sugli avvenimenti che le hanno seguite“. I giornali italiani scoprono solo oggi con meraviglia che c’è un vastissimo movimento d’opinione mondiale a favore di Erri De Luca e della libertà d’opinione. Non è un caso che si stupiscano. Ormai – lo affermo da lettore attento e insoddisfatto –  il degrado del giornalismo nel nostro Paese, che si manifesta attraverso la scarsa qualità dell’informazione e l’assenza dell’indipendenza del pensiero, è un dato reale. Pochi i superstiti, i non rassegnati. E a nulla vale che ogni anno a Perugia si tenga il più grande convegno mondiale sulla professione, il Festival Internazionale del Giornalismo, cui gli italiani partecipano in massa ma pare (purtroppo) con scarsi risultati. [Per inciso, Erri De Luca è stato invitato al Festival a presentare il suo libro sulla vicenda]. Prono e succube del potere, politico o imprenditoriale, il giornalismo italiano si limita a riportare pappagallescamente le frasi degli opinion leader (o presunti tali), a rincorrere i comunicati stampa o i tweet, a ricalcare le posizioni dei potenti. Così è stato nel caso della denuncia allo scrittore. Poche le voci fuori dal coro, come questa bella intervista di Francesco Merlo dove si sottolinea  come lo scrittore abbia rifiutato il rito abbreviato perché il processo sarebbe stato a porte chiuse, rivendicando la sua apologia del sabotaggio in Val di Susa (“ma io andrò alla sbarra per attaccare, non difendermi”) o quella di Oscar Nicodemo sull’Huffington Post:

Alla luce di quanto sta avvenendo in Europa e nel mondo, in considerazione della gravità di una involuzione politica e morale devastante, il processo ad un poeta dalle caratteristiche e i risvolti umani di Erri, a prescindere dalla posizione che occupa nel gradimento dei critici, appare comunque un atto tanto innaturale da far pensare ad un gesto inconsulto, come un’aggressione ingiustificabile e violenta, come un tentativo arbitrario di limitare l’altrui libertà, come il divieto assurdo del pensiero non allineato alla volontà dominante. Viviamo in un paese dove autentici traditori dello stato, delle leggi e del popolo sono dediti ad una attività “politica” per saccheggiare quanto più è possibile il denaro pubblico, senza che i miserabili di una tale sconvenienza, una volta scoperti con le mani nel sacco, perdano il diritto di cittadinanza, di voto e di libertà. Si preferisce, invece, mettere sotto torchio l’idea e l’azione di un onesto e bravo forgiatore di parole, a testimonianza di una linea di regime che non predilige il dissenso, la diversità, la protesta……Sorge il dubbio che uno come Erri De Luca, semplicemente e magnificamente lineare nella sua cristallina lealtà, lo si processa per dare un esempio, sì che non ci si metta in testa di poter esprimere sempre e comunque ciò che si pensa e si ritiene giusto. Intanto, resta da chiedersi cosa penserà il popolo italiano, che in seguito ai fatti sanguinosi di Parigi ha scritto dappertutto e in solidale passione “Je suis Charlie”, mostrando un interesse sintomatico per la libertà di espressione, di uno stato che processa i poeti.

Per nostra fortuna De Luca non indietreggia. Dopo l’udienza del 28 gennaio ha dichiarato: “Io sostengo che la Tav vada sabotata. Anche un ostruzionismo parlamentare è un sabotaggio rispetto a un disegno di legge. Ma quello che riconoscono a me, non lo riconoscono a Bossi o Berlusconi. Eppure io valgo per uno. Non ho un partito. Non ho una sezione in cui andare a sobillare. Non sono aderente a nulla. Io sono un cittadino della Val di Susa.” E io sono con lui e per il diritto di tutti a manifestare il proprio pensiero: a maggior ragione ancora quando si tratti di questioni che riguardino la collettività e scatenino l’onda dell’indignazione.     je suis Erri

TSA. Tribunale Speciale Anticorruzione

19 Mar

Chiamatemi pure ‘giustizialista’, non m’offendo: al punto in cui siamo arrivati non vedo altra soluzione. Un Tribunale Speciale, con mezzi e leggi che gli consentano efficienza e rapidità, tra cui, prima di tutto, un provvedimento

Bucchi-corruzione2che preveda l’imprescrittibilità del reati di corruzione. Nella discussione in Parlamento sulla legge anticorruzione proposta da Grasso, Alfano e NCD si sono invece opposti alla proposta di portare la prescrizione a vent’anni e la stanno tirando per le lunghe, figuriamoci.
Di corruzione e possibili rimedi ne ho scritto spesso, qui per esempio, e sono certo uno dei tanti e tra i meno competenti che ne parla ma di certo uno dei più incazzati. Perché sono fissato? Forse, ma soprattutto perché credo che ci stiamo avviando sulla strada di non ritorno, che la corruzione stia diventando endemica, un’attività connaturata ad ogni altra, sia pure su gradi diversi che vanno dal grande manager che corrompe per ottenere la commessa al professore universitario che vende gli esami (notizia di oggi), dall’uomo politico che intasca la tangente al geometra comunale che falsifica la pratica e via cantando. Si corrompe e si è corrotti per pochi spiccioli o per ALTAN Corruzione
milioni, nella rassegnazione della gente per bene che fa sempre più spazio allo sdegno.
Ecco perché mi auguro che il governo Renzi rompa al più presto gli indugi con i suoi alleati e  si decida a presentare subito un progetto articolato che faccia perno sulla velocità dei processi. E’ il decisionismo una delle caratteristiche del nostro attuale Presidente del Consiglio: che la usi. Oggi la legge prevede sette anni e mezzo per la prescrizione quando il tempo medio necessario per arrivare al  processo d’appello è di otto e mezzo. Il risultato è che su 60.000 carcerati ce ne sono solo 11 per questo reato, uno tra i più odiosi perché colpisce la comunità e la gente onesta. Il corruttore conta sui tempi lunghi per farla franca, oltre che sulla possibilità di non essere individuato o di corrompere ancora per non essere denunciato. E quindi la catena si allunga, si gonfia, coinvolge sempre più, diventa metastasi sociale. Insomma, spiace ripetermi ma è quello che dicevo qui:

Nel mio piccolo, non posso che tornare su una proposta che avevo avanzato nel post di cui dicevo all’inizio. Cioè l’emanazione di un provvedimento strutturato che ponga uno stop blindato all’emergenza in cui ci troviamo: non basta più nominare il bravo giudice Cantore a capo dell’Autorità contro la corruzione. Non basta più dargli i poteri (che ancora non ha) per indagare e  intervenire. Occorre qualcosa di più sostanziale, come un farmaco salvavita per il malato ormai agli estremi. Occorre che la corruzione venga individuata come un morbo criminoso, come avvenne anni fa per la mafia, e definire, urgentemente, subito, procedure certe ed agili per processare i responsabili, sanzioni pesanti, confische dei beni, il loro allontanamento dalla vita pubblica per sempre. Isolarli, meglio se in galera con un 41 bis ad hoc, come se fossero (e lo sono) pericolosi criminali. Il nodo sarebbe il corso della giustizia. Il nostro sistema ipergarantista, coniugato con l’inefficienza delle strutture, produce tempi biblici: è anche su questo (oltre che sull’avidità) che si basa la facilità con cui si corrompe e si viene corrotti. E’ allora qui che va spezzata la catena: bisogna lavorare sulla velocità con cui istruire i processi nei tre gradi previsti, per arrivare a condanne definitive nel più breve tempo possibile. Occorrono esempi di condannati da esibire pubblicamente come deterrente per chi fosse ancora tentato: al punto in cui siamo arrivati, solo la paura di venir pescato con le mani nel sacco e buttati subito in cella può arrestare il diffondersi dell’epidemìa.  Quindi una corsìa preferenziale per i processi di fatti di corruzione, un gruppo di  giudici dedicati solo a questo: insomma, un Tribunale Speciale Anticorruzione.
Con tutt’altro scopo (la pacificazione) Nelson Mandela aprì la sua presidenza con l’istituzione della Commissione per la verità e la riconciliazione: in pratica, a chi avesse confessato i delitti commessi durante l’apartheid sarebbe stata concessa, quando possibile, l’amnistia. All’identico modo, l’istituzione del Tribunale anticorruzione dovrebbe essere avviata contemporaneamente a una legge che preveda lo stesso – o quantomeno una congrua riduzione di pena – per i rei confessi (i beni frutto della corruzione verrebbero comunque confiscati). Questo darebbe davvero un senso completo all’intera azione, determinando un nuovo corso da parte dello Stato contro questo fenomeno che, sta divorando poco a poco il nostro Paese. Sarebbe il segnale di una svolta a 180°: dalla (presunta) incapacità a prevenire ad una guerra senza quartiere; dall’atteggiamento rassegnato all’azione incisiva. E si potrebbe ricominciare, in un’Italia nuova.

Come prossimo ministro, Renzi ha bisogno di un ostetrico.

14 Mar

L’insuperabile editoriale di oggi sul Corriere  di Michele Ainis.  Lo riporto integralmente, lo merita, per cui non c’è neppure bisogno di ringraziarmi.

 

Il testo seguirà (con calma)

 di Michele Ainis

 La madre dei cretini è sempre incinta, diceva Longanesi. In Italia, anche la madre delle leggi. Perché ne abbiamo troppe in circolo, e per lo più sconclusionate. Solo che da un po’ di tempo in qua il parto dura più della stessa gravidanza. Ciclicamente il governo annunzia il lieto evento, appende un fiocco rosa sull’uscio di Palazzo Chigi, convoca parenti e conoscenti. Tu corri, tendendo l’orecchio per ascoltare i primi vagiti dell’infante. Invece risuona un’evocazione, un presagio, un desiderio. La legge non c’è, non c’è ancora un testo. C’è soltanto un pretesto.

Le prove? Sono conservate nei verbali del Consiglio dei ministri. Scuola: annunci al quadrato e al cubo durante i geli dell’inverno, finché il 3 marzo sbuca la notizia: il governo ha approvato le slide, evidentemente una nuova fonte del diritto. In compenso 9 giorni dopo approva pure un testo, che però è più misterioso del segreto di Fatima.O della spending review : difatti i report di Cottarelli non sono mai stati resi pubblici. Riforma della Rai: batti e ribatti, poi il 12 marzo via libera alle linee guida, altra nuova fonte del diritto. Falso in bilancio: sul Parlamento incombe da settimane l’emendamento del ministro Orlando. Nessuno l’ha letto, forse perché lui non lo ha mai scritto. Jobs act: il 20 febbraio il Consiglio dei ministri timbra due schemi di decreto, le commissioni parlamentari competenti non li hanno ancora ricevuti . E via via, dal Fisco (il 24 dicembre venne approvato un comunicato, non un testo) alla legge di Stabilità (che si materializzò una settimana dopo la sua deliberazione, peraltro senza la bollinatura della Ragioneria generale).

 A leggere la Costituzione (documento non ancora secretato), due sono gli strumenti con cui il governo ci governa. Con i disegni di legge, che però sono diventati più imperscrutabili dei disegni divini. Con i decreti legge, sempre che ne ricorra l’urgenza. Tuttavia quest’ultima viene a sua volta contraddetta dalle doglie interminabili con cui nasce ogni provvedimento. Per esempio i due decreti (quello sulla giustizia e lo sblocca Italia) decisi lo scorso 29 agosto, ma ricevuti dal Quirinale il 12 settembre. O il decreto Madia sulla Pubblica amministrazione, deliberato il 13 giugno e poi tenuto per altri 11 giorni in naftalina. Nel frattempo accade che i ministri radunati nel Consiglio votino non su un testo bensì su un titolo, approvato «salvo intese» (fra chi?). Che altri ministri annuncino modifiche a norme inesistenti, perché non ancora emanate dal capo dello Stato (Orlando il 6 settembre, a proposito del decreto sulla giustizia). Che gli studenti scendano in piazza contro la Buona scuola, pur essendo una riforma ancora senza forma.

Insomma troppe grida, da una parte e dall’altra. Nel 1979 il Rapporto Giannini denunziò le «grida in forma di legge», ossia il pessimo costume di confezionare norme inapplicabili. Oggi denunzierebbe le grida in forma di prelegge. Però un rimedio c’è, basta volerlo. Come prossimo ministro, Renzi ha bisogno di un ostetrico.

Galleria

La Costituzione nata dalla Resistenza è un bene comune

10 Mar

Grazie alla collaborazione di Radio Radicale è possibile ascoltare la registrazione integrale dell’iniziativa e/o i singoli interventi CLICCANDO QUI.

Coordinamento Democrazia Costituzionale

Si è svolta con successo ieri 9 marzo 2015 la prima assemblea pubblica del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale. L’assemblea è stata aperta da Domenico Gallo presidente dell’Associazione per la Democrazia Costituzionale, seguito da Alfiero Grandi presidente dell’Associazione per il Rinnovamento della Sinistra, Massimo Villone ordinario di diritto costituzionale presso l’Università degli studi di Napoli “Federico II”,  Alessandro Pace presidente dell’Associazione italiana dei costituzionalisti, Vannino Chiti Senatore e presidente della Commissione Politiche dell’Unione europea del Senato, Danilo Barbi segretario confederale della CGIL, Carlo Smuraglia presidente nazionale dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia),  Raniero La Valle presidente dei Comitati Dossetti per la Costituzione, Felice Besostri Avvocato, Direzione nazionale del PSI, Gaetano Azzariti docente di diritto costituzionale all’Università La Sapienza di Roma, Loredana De Petris Senatrice epresidente del Gruppo Misto, Pietro Adami Avvocato, associazione giuristi Democratici, Gim Cassano componente di Associazione Iniziativa 21 Giugno, Giuseppe De Marzo attivista di Associazione Libera, Francesco Baicchi,

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Appello ai cittadini, unici titolari della sovranità popolare

10 Mar

Costituzione GUToglieteci tutto, ma non la democrazia!

Introduzione  di Domenico Gallo, presidente del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, all’Assemblea  pubblica del CDC  “Costituzione bene comune”.
Camera dei Deputati, sala della Regina, il 9 marzo 2015

“Per liquidare i popoli si comincia con il privarli della memoria. Si distruggono i loro libri, la loro cultura, la loro storia. E qualcun altro scrive loro altri libri, li fornisce di un’altra cultura, inventa per loro un’altra storia. Dopo di che il popolo s’incomincia lentamente a dimenticare quello che è e quello che è stato. E il mondo intorno a lui lo dimentica ancora più in fretta!”.

Queste parole dello scrittore ceco Milan Kundera si attagliano in modo particolare al nostro Paese, dove da oltre 20 anni è in corso un processo di liquidazione della memoria che in questo tempo contorto si è trasformato in un vero e proprio uragano e si appresta a cogliere la sua vittoria definitiva attraverso una incisiva controriforma della democrazia costituzionale attuata mediante l’interazione fra la riforma elettorale e la revisione della Costituzione.

Nelle Costituzioni c’è la memoria storica dei popoli. Nella Costituzione italiana c’è la memoria del risorgimento e della Repubblica romana, c’è la memoria delle conquiste liberali, c’è la memoria delle contraddizioni e dei limiti dello Stato monarchico che portarono all’avvento del fascismo, c’è la memoria delle nefandezze del fascismo, che sono state ripudiate, c’è la testimonianza viva della passione e delle speranze della lotta di liberazione, che incarnano il lascito della Resistenza.
Dietro ogni articolo di questa Costituzione, – diceva Calamandrei nel famoso discorso agli studenti il 25/1/1955 – o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, cha hanno dato la vita perché libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta.
Mettere mano alla Costituzione significa confrontarsi con quel patrimonio di beni pubblici repubblicani che ci è stato tramandato dalle generazioni passate, come testamento di centomila morti, perchè noi lo curassimo, lo mettessimo a frutto e lo consegnassimo, a nostra volta, alle generazioni future. Ebbene, in quel patrimonio, la giustizia, l’eguaglianza, la dignità umana non sono solo rivendicate, ma sono istituite e garantite attraverso una trama istituzionale che le rende resistenti alle insidie e alle sfide del tempo.

Se i principi fondamentali della Costituzione sono antitetici rispetto a quelli proclamati o praticati dal fascismo, tuttavia è l’architettura del sistema istituzionale che fa la differenza ed impedisce che, ove mai giungano al governo forze politiche caratterizzate da cultura o aspirazioni antidemocratiche (è proprio quello che si è verificato nel corso degli ultimi vent’anni in Italia), queste forze possano realizzare una trasformazione autoritaria delle istituzioni, aggredendo il pluralismo istituzionale o l’eguaglianza e i diritti fondamentali.

La Costituzione ha insediato la libertà che ci è stata donata dalla Resistenza, rendendo impossibile ogni forma di “dittatura della maggioranza”. Proprio per questo negli ultimi venti anni da un vasto arco di forze politiche la Costituzione è stata vissuta come un impaccio, come una serie di fastidiosi vincoli, di cui sbarazzarsi per restaurare l’onnipotenza della politica. Quale sia il modello di ordinamento a cui puntano le forze politiche che ormai da un ventennio si avvicendano al Governo del Paese, ce l’ha detto Silvio Berlusconi con la consueta franchezza che lo contraddistingue. Qualche anno fa, nel corso di un dibattito pubblico alla presentazione di un libro di Bruno Vespa sui precedenti Presidenti del Consiglio, Berlusconi dichiarò testualmente: “Tra tutti gli uomini di cui si parla in questo libro, c’è un solo uomo di potere, ed è Mussolini. Tutti gli altri, poteri, non ne hanno, hanno solo guai. Credo che se non cambiamo l’architettura della Repubblica non avremo mai un premier in grado di decidere, di dare modernità e sviluppo al Paese” (Corriere della Sera, 12 dicembre 2007).

Col tramonto di Berlusconi non è tramontata la sua concezione delle istituzioni e la politica ha continuato a perseguire l’obiettivo di demolire l’architettura dei poteri pubblici come configurata dalla Costituzione, cioè il pluralismo istituzionale ed il sistema dei pesi e contrappesi, per concentrare i poteri supremi di direzione della politica nazionale nelle mani di un unico decisore politico. Oggi si è messa in moto una grande macchina mediatica che vuole farci accettare l’idea che l’abolizione del Senato o la sua trasformazione in una sorta di Conferenza Stato-Regioni sia un grande risultato per la democrazia italiana e che le elezioni siano una sorta di lotteria popolare che serve per investire un capo politico del potere di governare e legiferare senza limite alcuno.

Dobbiamo dirlo chiaro e forte!
Se finora abbiamo conservato la libertà, se il percorso politico verso la dittatura della maggioranza non è riuscito a quelle forze politiche che avevano come modello l’architettura istituzionale realizzata da Mussolini, questo è avvenuto perchè hanno resistito le garanzie che saggiamente i Padri costituenti hanno posto a presidio della libertà.
Ha resistito la Corte Costituzionale, ha resistito, salvo che negli ultimi anni, la garanzia politica incarnata dal ruolo del Presidente della Repubblica, ha resistito il sistema dell’indipendenza della magistratura che ha svolto una funzione di argine agli abusi dei leaders politici, ha resistito, malgrado le distorsioni a cui è stato sottoposto, il pluralismo nell’informazione, mentre il sistema del bicameralismo, pur in presenza di un Parlamento nel quale è stata annichilita la rappresentanza, ha consentito di rallentare e rendere più meditata la decisione politica, dando la possibilità alla società civile di interloquire con i suoi rappresentanti istituzionali per correggere le scelte più inaccettabili. Proprio l’esperienza storica di questi ultimi anni ci ha insegnato che, se non vi fosse stato il bicameralismo, sarebbero divenuti legge progetti folli, approvati da un ramo del Parlamento, come l’espulsione di migliaia di fanciulli dalle scuole italiane, come il c.d. “processo breve” che consegnava la resa dello Stato alla mafia, o la c.d. legge bavaglio, che disarmava la polizia e la magistratura dei mezzi di investigazione moderni, aprendo la strada all’impunità.

Dopo che la Corte Costituzionale ha dato il massimo contributo possibile alla difesa della democrazia nel nostro paese, cancellando gli istituti più ingiuriosi (per i diritti politici dei cittadini) del porcellum, viene riproposta nuova legge elettorale che va in direzione ostinatamente contraria alla Costituzione italiana e alla coraggiosa sentenza della Corte Costituzionale ed è perfino peggiorativa del porcellum perchè recupera una innovazione introdotta da una legge del 1923, il premio di maggioranza alla lista più votata, che consentì ad un unico partito di controllare insieme il Parlamento ed il Governo, realizzando il massimo della governabilità con i risultati che tutti noi conosciamo.

L’impostazione antitotalitaria della Costituzione del 1948 nasce dalle dure lezioni della storia ed è dissennato considerarla obsoleta, sol perche le esperienze totalitarie del 900 sono tramontate. Consegnare il controllo del parlamento e del governo nelle mani di un unico partito o di un unico capo politico, ci consente di conservare la libertà solo a patto che sia virtuoso il soggetto politico a cui conferiamo tali prerogative. Ma l’esperienza della nostra storia recente dovrebbe farci dubitare della virtuosità dei soggetti politici in campo. Abbiamo dimenticato che soltanto qualche anno fa a un ministro della difesa, intervenendo alla cerimonia dell’8 settembre in ricordo dei caduti per la difesa della città di Roma, gli scappò di fare l’elegio dei combattenti della Repubblica di Salò? Abbiamo dimenticato che soltanto pochi giorni fa un leader politico che, come avveniva in Germania negli anni 30 del secolo scorso, ha trovato negli stranieri il capro espiatorio della crisi, ha riunito le sue truppe, fra un tripudio di croci celtiche e di saluti romani?
Per quale motivo noi dobbiamo rimuovere le valvole di sicurezza che tutelano l’edificio della democrazia e consegnare le chiavi nostra libertà nelle mani del soggetto politico minoritario che riceverà l’investitura popolare?

Come ha scritto Gustavo Zagrebelsky, noi: “sommessamente ma tenacemente continuiamo a pensare, con i nostri Costituenti, che la buona politica richieda più, non meno, democrazia, cioè più partecipazione e meno oligarchia, più aperture e meno chiusure ai bisogni sociali: i bisogni di chi meno conta nella società e perciò più ha diritto di contare nelle istituzioni”.
Toglieteci tutto, ma non la democrazia!

Roma, 9 marzo 2015

“Lo rifarebbe?” (o della corruzione)

5 Mar

No alla corruzione

No alla corruzione

“Assolutamente sì” è la risposta immediata, ferma, decisa di Santi Palazzolo, uno  come noi che ha saputo e voluto opporsi alla richiesta della tangente che gli era stata chiesta da Roberto Helg, il presidente della Camera di Commercio di Palermo. Ascoltatelo mentre risponde all’intervista di SKY tg 24: un uomo consapevole dei suoi doveri prima ancora che dei suoi diritti. “Non ho avuto dubbi fin dal primo momento su quello che dovevo fare” ha detto Palazzolo “era l’unica strada, se vogliamo costruire un futuro migliore per i nostri figli. Si parla tanto dello Stato che non c’è, ma lo Stato siamo noi, i cittadini.

Ora si sprecheranno gli inni all’eroismo del pasticciere siciliano: troppo spesso ormai i media non sanno misurare le parole. Ma Palazzolo non è un eroe: è solo un cittadino che ha obbedito al dovere morale di rivolgersi alla giustizia per denunciare un reato. Quello che dovremmo/dovrebbero fare tutti, la normalità. Eppure fa notizia. Perché? Semplice, perché in questa Italia la corruzione sta divenendo un’abitudine, un modo di vivere (o di sopravvivere). Si accetta il perverso gioco tra corruttori e corrotti come un fatto inevitabile, necessario per la vita quotidiana dell’imprenditore come del semplice cittadino.

Resistere alla corruzione dilagante nel nostro Paese diventa così un fatto straordinario, degno della prima pagine e delle riprese tv.  Così come straordinario – ma negativamente –  è lo squallido spettacolo che ci offre il Parlamento sullo stesso tema: dopo due anni di attesa, il ddl anticorruzione slitta ancora di due settimane.
Io mi domando se, quando sentirà le parole di Palazzolo, l’ex-ministro (!) Nunzia Di Girolamo,   proverà vergogna per le sue balbettate e inconcludenti affermazioni sull’ulteriore ritardo che il suo partito ha provocato prendendo a pretesto l’allungamento a vent’anni della prescrizione. Con gli attuali tempi del nostro sistema giudiziario è anche in questo modo – prorogando i termini prescrittivi – che si può contribuire a combattere la corruzione.
Ma la Di Girolamo non lo capisce. O lo ha capito?

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