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L’Italia e la questione morale.

4 Feb

 

Nel 2010 fondai, con alcuni amici, l’associazione ‘La questione morale’. Questo era il video di presentazione. Da allora – amareggia doverlo constatare – la situazione non è cambiata, se non in peggio. Ma io non mi rassegno, non mi rassegnerò mai e so che siamo in tanti. 

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COME UNA CASA SENZA FINESTRE
In un piccolo borgo di montagna del nostro nord-est, un mondo chiuso e apparentemente quasi ostile, il giovane carabiniere Paternò si trova di fronte al duplice omicidio di due cacciatori. Paternò non è un carabiniere comune: nonostante la giovane età ha una storia alle spalle che pesa sulla sua esistenza, con angoli bui che non conosce o forse non vuole esplorare e le indagini cui si dedica senza il permesso dei suoi superiori conducono in diverse direzioni. Incontra così vari personaggi che rappresentano tutti insieme un conciso panorama delle due realtà di una certa Italia: retriva per un lato ma dall’altro generosa, ottusa per un verso ma per un altro aspetto aperta alle istanze sociali.

La storia si sviluppa su due piani paralleli scritti uno al passato e l’altro al presente, come la personalità di Paternò che si è evoluta su due dimensioni: quella della tragedia familiare e quella intima e personale, che si sono intrecciate fino a costruire un insieme complesso che parlando di sé descrive come ‘una casa senza finestre’. Accade così che accanto all’indagine ne origini inconsapevolmente una seconda in cuicopertina-cucsf
Paternò insegue soprattutto due cose che non ha avuto dalla vita: giustizia e amore. Le incontrerà entrambe un poco alla volta attraverso piccole conquiste e sconfitte e alla fine riuscirà, dando un contributo fondamentale, a risolvere il caso e contemporaneamente a scoprire quel sentimento che ha rappresentato la chiave nascosta della sua ricerca.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/296575/come-una-casa-senza-finestre/

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Un anniversario inutile? 35 anni fa la questione morale

28 Lug

La questione morale venne ufficialmente alla luce in tutta la sua spietata realtà 35 anni fa, in questa storica denuncia di Enrico Berlinguer nell’intervista a Eugenio Scalfari. Apparirà banale, ma la domanda è sempre la stessa: cosa è cambiato da allora?
Per tutti coloro che sono ancora in attesa e non si rassegnano e soprattutto per chi non c’era, affinché non si perdano le speranze e non si affievolisca mai l’impegno di ciascuno per un’Italia migliore.             

Berlinguer1“La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche.”

Un sentito grazie al sito dedicato a Enrico Berlinguer  che conserva il testo originale dell’intervista.

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I Partiti sono diventati macchine di potere

di Eugenio Scalfari
La Repubblica, 28 luglio 1981                                


“I partiti non fanno più politica“, mi dice Enrico Berlinguer, ed ha una piega amara sulla bocca e, nella voce, come un velo di rimpianto.
“Politica si faceva nel ‘ 45, nel ‘ 48 e ancora negli anni Cinquanta e sin verso la fine degli anni Sessanta. Grandi dibattiti, grandi scontri di idee, certo, scontri di interessi corposi, ma illuminati da prospettive chiare, anche se diverse, e dal proposito di assicurare il bene comune. Che passione c’era allora, quanto entusiasmo, quante rabbie sacrosante! Soprattutto c’era lo sforzo di capire la realtà del paese e di interpretarla. E tra avversari ci si stimava. De Gasperi stimava Togliatti e Nenni e, al di là delle asprezze polemiche, ne era ricambiato.”

Oggi non è più così?
Direi proprio di no: i partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia.

 

La passione è finita? La stima reciproca è caduta?
Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”. La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora…

Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.
È quello che io penso.

Per quale motivo?
I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.

Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.
E secondo lei non corrisponde alla situazione?

Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo. Allora delle due l’una: o gli italiani hanno, come si suol dire, la classe dirigente che si meritano, oppure preferiscono questo stato di cose degradato all’ipotesi di vedere un partito comunista insediato al governo e ai vertici del potere. Che cosa è dunque che vi rende così estranei o temibili agli occhi della maggioranza degli italiani?
La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel ’74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell’81 per l’aborto, gli italiani hanno fornito l’immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane. Non nego che, alla lunga, gli effetti del voto referendario sulla legge 194 si potranno avvertire anche alle elezioni politiche. Ma è un processo assai più lento, proprio per le ragioni strutturali che ho indicato prima.                                        

C’è dunque una sorta di schizofrenia nell’elettore.
Se vuole la chiami così. In Sicilia, per l’aborto, quasi il 70 per cento ha votato “no”: ma, poche settimane dopo, il 42 per cento ha votato Dc. Del resto, prendiamo il caso della legge sull’aborto: in quell’occasione, a parte le dichiarazioni ufficiali dei vari partiti, chi si è veramente impegnato nella battaglia e chi ha più lavorato per il “no” sono state le donne, tutte le donne, e i comunisti. Dall’altra parte della barricata, il Movimento per la vita e certe parti della gerarchia ecclesiastica. Gli altri partiti hanno dato, sì, le loro indicazioni di voto, ma durante la campagna referendaria non li abbiamo neppure visti, a cominciare dalla Dc. E la spiegazione sta in quello che dicevo prima: sono macchine di potere che si muovono soltanto quando è in gioco il potere: seggi in comune, seggi in parlamento, governo centrale e governi locali, ministeri, sotto-segretariati, assessorati, banche, enti. se no, non si muovono. Quand’anche lo volessero, così come i partiti sono diventati oggi, non ne avrebbero più la capacità.

Veniamo all’altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.
In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l’andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito “diverso” dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità. 

Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d’infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C’è da averne paura?
Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all’equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l’operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?

Mi pare che incuta paura a chi ha degenerato. Ma vi si può obiettare: voi non avete avuto l’occasione di provare la vostra onestà politica, perché al potere non ci siete mai arrivati. Chi ci dice che, in condizioni analoghe a quelle degli altri, non vi comportereste allo stesso modo?
Lei vuol dirmi che l’occasione fa l’uomo ladro. Ma c’è un fatto sul quale l’invito a riflettere: a noi hanno fatto ponti d’oro, la Dc e gli altri partiti, perché abbandonassimo questa posizione d’intransigenza e di coerenza morale e politica. Ai tempi della maggioranza di solidarietà nazionale ci hanno scongiurato in tutti i modi di fornire i nostri uomini per banche, enti, poltrone di sottogoverno, per partecipare anche noi al banchetto. Abbiamo sempre risposto di no. Se l’occasione fa l’uomo ladro, debbo dirle che le nostre occasioni le abbiamo avute anche noi, ma ladri non siamo diventati. Se avessimo voluto venderci, se avessimo voluto integrarci nel sistema di potere imperniato sulla Dc e al quale partecipano gli altri partiti della pregiudiziale anticomunista, avremmo potuto farlo; ma la nostra risposta è stata no. E ad un certo punto ce ne siamo andati sbattendo la porta, quando abbiamo capito che rimanere, anche senza compromissioni nostre, poteva significare tener bordone alle malefatte altrui, e concorrere anche noi a far danno al Paese.                                                                             

Veniamo alla seconda diversità.
Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.

Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti.
Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant’anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi. 

Non voi soltanto.
È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell’economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l’iniziativa individuale sia insostituibile, che l’impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell’attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?

Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un’offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.
Beh, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s’intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l’occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.
Noi abbiamo messo al centro della nostra politica non solo gli interessi della classe operaia propriamente detta e delle masse lavoratrici in generale, ma anche quelli degli strati emarginati della società, a cominciare dalle donne, dai giovani, dagli anziani. Per risolvere tali problemi non bastano più il riformismo e l’assistenzialismo: ci vuole un profondo rinnovamento di indirizzi e di assetto del sistema. Questa è la linea oggettiva di tendenza e questa è la nostra politica, il nostro impegno. Del resto, la socialdemocrazia svedese si muove anch’essa su questa linea: e quasi metà della socialdemocrazia tedesca (soprattutto le donne e i giovani) è anch’essa ormai dello stesso avviso. Mitterrand ha vinto su un programma per certi aspetti analogo.
                                                  

Vede che non ha ragione di alterarsi se dico che tra voi e un serio partito socialista non ci sono grandi differenze.
Non mi altero affatto. basta intendersi sull’aggettivo serio, che per noi significa comprendere e approfondire le ragioni storiche, ideali e politiche per le quali siamo giunti a elaborare e a perseguire la strategia dell’eurocomunismo (o terza via, come la chiamano anche i socialisti francesi), che è il terreno sul quale può aversi un avvicinamento e una collaborazione tra le posizioni dei socialisti e dei comunisti.

Dunque, siete un partito socialista serio…
…nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo…

Però, alle elezioni del 21 giugno, i socialisti di Craxi sono andati parecchio meglio di voi. Come se lo spiega?
I socialisti hanno certamente colto alcune esigenze nuove che affiorano nel paese. In modi non sempre chiari, ma comunque percettibili, stanno mandando segnali a strati di borghesia e anche di alta borghesia. La crisi profonda che ha investito la Dc non è senza riflessi sull’incremento del Psi, nonché dei socialdemocratici, dei liberali, dei repubblicani. C’è stanchezza verso la Dc e il desiderio diffuso di cambiamento. Il 21 giugno, il grosso dei voti che sono defluiti dalla Dc si è trasferito nell’area laica e socialista. Per ora è stato così.

Lo giudica un fenomeno positivo?
Complessivamente, sì, dato che si accompagna ad un calo dei fascisti del Msi e a una conferma della nostra ripresa rispetto al ’79.

Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società?
No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c’è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese.

Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c’è o no?
Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c’è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e senza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta.                                          

Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?
La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche.               

Le cause politiche che hanno provocato questo sfascio morale: me ne dica una.
Le dico quella che, secondo me, è la causa prima e decisiva: la discriminazione contro di noi.

Non le sembra eccessivo Signor Segretario? Tutto nasce dal fatto che non siete stati ammessi al governo del Paese?
Vorrei essere capito bene. Non dico che tutto nasca dal fatto che noi non siamo stati ammessi nel governo, quasi che, col nostro ingresso, di colpo si entrerebbe nell’Età dell’ Oro (del resto noi non abbiamo mai chiesto l’elemosina d’esser “ammessi”). Dico che col nostro ingresso si pone fine ad una stortura e una amputazione della nostra democrazia, della vita dello Stato; dico che verrebbe a cessare il fatto che per trentacinque anni un terzo degli italiani è stato discriminato per ragioni politiche, che non è mai stato rappresentato nel governo, che il sistema politico è stato bloccato, che non c’ è stato alcun ricambio della classe dirigente, alcuna alternativa di metodi e di programmi. Il gioco è stato artificialmente ristretto al 60 per cento degli elettori; ma è chiaro che, con un gioco limitato al 60 per cento della rappresentanza parlamentare, i socialisti si vengono a trovare in una posizione chiave.

Questo le dispiace?
Mi sembra un gioco truccato, oltre al fatto che bisogna vedere come il Psi sta usando questa posizione chiave di cui gode anche grazie alla nostra esclusione. Per esempio, potrebbe usarla proprio per rimuovere la pregiudiziale contro di noi. A quel punto le possibilità di ricambio, cioè di una reale alternativa (e nel suo ambito, anche di un’alternanza) sarebbero possibili, sarebbero a vantaggio generale e, a me sembra, a vantaggio dello stesso Psi, in quanto partito che ha anch’esso una sua insostituibile nel rinnovamento del Paese. Oppure i socialisti possono seguitare a usare la loro posizione per accrescere il potere del loro partito nella spartizione e nella lottizzazione dello Stato. E allora la situazione italiana non può che degradare sempre di più. 

Dica la verità, signor segretario: lei ritiene che i socialisti stiano seguendo piuttosto questa seconda via, non la prima.
Ebbene, non sono io che la penso così, sono i fatti a dircelo. Nel ’77 i socialisti si impegnarono a rimuovere la pregiudiziale democristiana contro di noi. Nel ’78 ripeterono l’impegno, ma al primo veto della Dc l’accettarono come un dato immutabile. Badi bene: non dico che dovevano farlo per i nostri begli occhi. Ma se il problema di fondo della democrazia italiana è, come anche essi riconoscono, la mancanza di un ricambio di classe dirigente, capace di avviare un rinnovamento reale e profondo, dovevano farlo per se stessi e per il Paese. Nell’ 80, poi, hanno addirittura capovolto la loro linea e, da una timida richiesta di far cadere le pregiudiziali anticomuniste, sono passati all’ alleanza con la destra democristiana, quella del ‘ preambolo’ cioè della più ottusa discriminazione contro di noi e della divisione del movimento operaio. I socialisti pensano di crescere in fretta al riparo di una linea come quella del “preambolo”. Io non credo che sarà così. Ma poi quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.

 Craxi sostiene che il problema, prima ancora del ricambio della classe dirigente e di governo, è quello di un mutamento dei rapporti di forza a sinistra, tra socialisti e comunisti. Craxi dice: datemi forza, più forza; fate arrivare il Psi al 18, al 20 per cento. Allora, insieme ai socialdemocratici, l’area socialista e quella comunista saranno più o meno equivalenti, e allora sarà possibile anche allearsi con il Pci, perché allora saremmo noi socialisti a condurre il gioco e a garantirne le regole. Craxi si richiama all’esempio di Mitterrand, che ha vinto perché è diventato più forte dei comunisti. Credo sia questo il suo obiettivo. A quel punto sarà pronto ad allearsi con voi, ma non prima.
Sì, lo so che nel partito socialista c’è chi pensa in questo modo. ma, poiché è stato tirato in ballo Mitterrand, voglio farle osservare che mitterrand entrò nella Sfio, il vecchio partito socialdemocratico francese, quando la Sfio era ridotta al 6 per cento di voti, mentre il partito comunista francese stava sopra al 20. Ebbene, Mitterrand trasformò la Sfio, spazzò via la vecchia burocrazia d’apparato, aprì ai club, al sindacato, ai cattolici; ma soprattutto, cercò subito una linea unitaria a sinistra col partito comunista francese, sebbene il Pcf fosse un partito, diciamolo, alquanto diverso dal nostro.
Mitterrand non ha aspettato d’essere più forte del Pcf per ricercarne l’alleanza. In queste ultime elezioni presidenziali, durante il dibattito televisivo con Giscard, Mitterrand disse: io non escluderò mai dal governo la classe operaia francese e un partito, come il Pcf, che ne rappresenta una parte. L’ha detto e l’ha anche fatto. E ha risposto agli americani con la dignità che conosciamo. Io dico che forse proprio per questo la forza socialista francese è cresciuta fino a diventare maggioritaria nella sinistra.
    

La posizione di Mitterrand è stata anche una posizione obbligata. Obbligata dal sistema costituzionale ed elettorale francese.
Ma no, non è affatto vero. C’è stato Rocard che ancora poco tempo fa proponeva una linea del tutto diversa: proponeva una specie di centro-sinistra, l’alleanza con una parte dei centristi giscardiani. Il partito socialista francese ha vinto sulla linea di Mitterrand, non su quella di Rocard.

Onorevole Berlinguer, vorrei che adesso lei mi parlasse dello stato del suo partito. C’è una perdita di velocità? Una perdita di influenza?
Direi che abbiamo girato la boa e siamo di nuovo in ripresa. Sinceramente: dopo le politiche del ’79 rischiammo una sconfitta che poteva metterci in ginocchio. Non tanto per la perdita di voti, che pure fu grave,  quanto per un altro fatto: durante i governi di unità nazionale noi avevamo perso il rapporto diretto e continuo con le masse. Quei governi feceero anche cose pregevoli, che non rinneghiamo. Contennero l’inflazione, in politica estera presero qualche buona iniziativa, la lotta contro il terrorismo fu condotta con fermezza e dette anche risultati. Poi ci fu un’inversione di tendenza e gli accordi con noi furono violati. Ma sta di fatto che noi, anche per nostri errori di verticismo, di burocratismo e di opportunismo, vedemmo indebolirsi il nostro rapporto con le masse nel corso dell’esperienza delle larghe maggioranze di solidarietà. Ce ne siamo resi conto in tempo. Posso assicurarle che un’esperienza del genere noi non la ripeteremo mai più.

La rottura della maggioranza di unità nazionale provocò contrasti nel gruppo dirigente del partito?
Ci furono diverse opinioni e il dibattito durò a lungo.

Più tardi, pochi mesi fa, avete lanciato la linea dell’alternativa democratica. Posso ricordarle, signor segretario, che lei e il gruppo dirigente del suo partito eravate stati tenacemente contrari ad ogni discorso di alternativa, fino a quando non vi siete improvvisamente “convertiti”. Come mai?
C’è stato forse un certo ritardo. Ma ricordo che già da tempo noi definivamo l’obiettivo dell’alternativa come alternativa democratica per distinguerlo da quello di una secca alternativa di sinistra, per la quale non esistono tuttora le condizioni. Posso aggiungerle che avevamo anche puntato sulla possibilità che la Dc potesse davvero rinnovarsi e modificarsi, cambiare metodi e politica, decidersi a porsi all’altezza dei problemi veri del paese. Non ho difficoltà a dire che su questo punto abbiamo sbagliato, o meglio che i mezzi usati non conseguivano lo scopo. Quando ce ne siamo resi conto, abbiamo messo la Dc con le spalle al muro, cioè abbiamo detto che una simile Dc era incapace di dirigere l’opera di risanamento e di rinnovamento necessaria, e che si facesse da parte. L’alternativa democratica è per noi uno strumento che può servire anche a rinnovare i partiti, compresa la Dc. 

Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d’accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l’inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell’obiettivo. È anche lei del medesimo parere?
Risponderò nello stesso modo di Mitterand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L’inflazione è -se vogliamo- l’altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l’una e contro l’altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l’inflazione si debba pagare il prezzo d’una recessione massiccia e d’una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.

Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell’ “austerità”. Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito…
Noi sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi industrializzati -di fronte all’aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all’avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la “civiltà dei consumi”, con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell’austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell’economia, ma che l’insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l’avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell’austerità e della contemporanea lotta all’inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati.

E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare?
Il costo del lavoro va anch’esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell’aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l’operazione non può riuscire.

ComizioBerlinguer

 

L’Italia e la legalità

2 Gen


Con tutto il rispetto, signor Presidente, a tutto questo dovrebbe pensare il Governo e il Parlamento. Temo che Lei dovrà vigilare: non li vedo molto attenti.

Dal discorso di fine anno del Presidente Mattarella.

“Negli ultimi anni è cresciuta la sensibilità per il valore della legalità.

Soprattutto i più giovani esprimono il loro rifiuto per comportamenti contrari alla legge perché capiscono che malaffare e corruzione negano diritti, indeboliscono la libertà e rubano il loro futuro.
Contro le mafie stiamo conducendo una lotta senza esitazioni, e va espressa riconoscenza ai magistrati e alle forze dell’ordine che ottengono risultati molto importanti.
Vi è, poi, l’illegalità di chi corrompe e di chi si fa corrompere.

Di chi ruba, di chi inquina, di chi sfrutta, di chi in nome del profitto calpesta i diritti più elementari, come accade purtroppo spesso dove si trascura la sicurezza e la salute dei lavoratori.

La quasi totalità dei nostri concittadini crede nell’onestà. Pretende correttezza.

La esige da chi governa, ad ogni livello; e chiede trasparenza e sobrietà. Chiede rispetto dei diritti e dei doveri.

Sono numerosi gli esempi di chi reagisce contro la corruzione, di chi si ribella di fronte alla prepotenza e all’arbitrio.

Rispettare le regole vuol dire attuare la Costituzione, che non è soltanto un insieme di norme ma una realtà viva di principi e valori.

Tengo a ribadirlo all’inizio del 2016, durante il quale celebreremo i settant’anni della Repubblica.

Tutti siamo chiamati ad avere cura della Repubblica.

Cosa vuol dire questo per i cittadini? Vuol dire anzitutto farne vivere i principi nella vita quotidiana sociale e civile.”

Oggi peggio di ieri

18 Giu

1. “Bisognerà però che l’Italia cominci col persuadersi che v’è nel seno della nazione stessa un nemico più potente dell’Austria, ed è la nostra colossale ignoranza, sono le moltitudini analfabete, i burocrati macchina, i professori ignoranti, i politici bambini, i diplomatici impossibili, i generali incapaci, l’operaio inesperto, l’agricoltore patriarcale e la rettorica che ci rode le ossa.”

Pasquale Villari, “Di chi è la colpa?“, 1866 (successivamente in “Lettere meridionali“)


2. “La nostra indifferenza nel lasciar correre il male, e dire che non c’è rimedio, invece di unirci tutti a combatterlo dovunque si trovi, è segno della nostra corruzione, è la causa che più aiuta a diffonderla. L’italiano di provincia, quando nota con calma il male che germoglia in un’altra e, soddisfatto che ne sia immune il suo luogo nativo, non crede di dover pensare ad altro, quasi abbia messo al sicuro la propria coscienza, non s’accorge che pronunzia la sua condanna, e dimostra di non avere la moralità politica  che è necessaria a far parte di un popolo libero.”

Pasquale Villari, “Lettere meridionali“, 1878


3. “Ogni sforzo sarà vano, se nel tempo istesso in cui si cerca di estirpare il male con mezzi repressivi, non si adoperano efficacemente i mezzi preventivi. Io non mi stancherò mai di ripeterlo: finché dura lo stato presente di cose, la camorra è la forma naturale e necessaria della società che ho descritta.”

Pasquale Villari, “Lettere meridionali“, 1878)
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Pasquale Villari  Dal sito del Senato della Repubblica,  Senatori dell'Italia liberale (dal 01/04/1861 al 16/10/1922)

Pasquale Villari
Dal sito del Senato della Repubblica,
Senatori dell’Italia liberale
(dal 01/04/1861 al 16/10/1922)

 

Pasquale Villari , patriota, storico. accademico e uomo di stato, nacque a Napoli il 3 ottobre 1827 e morì a Firenze il 7 dicembre 1917.

 

Al Comune di Roma corruzione nella burocrazia

7 Apr

Dall’intervista all’assessore alla Legalità del comune di Roma apparsa oggi su La Stampa, Alfonso Sabella,  emerge finalmente che quelli che potevano essere solo sospetti non provati rappresentano invece una realtà diffusa e concreta. Dice testualmente Sabella di aver trovato una patologia, “una burocrazia comunale in grado di amministrare, decidere, scegliere senza che nessuno possa ostacolarla.” E aggiunge: “anche la politica sana di un’amministrazione come quella Marino ha avuto difficoltà a controllare questa burocrazia”. La quale,  temendo tuttavia di essere insidiata nelle sue pratiche e nei suoi interessi ha reagito per difendersi: la giunta Marino ha destabilizzato gli equilibri, gli accordi, i compromessi con una certa politica locale, interrompendo o rendendo difficoltoso il flusso dei favori e delle mazzette.

burocrazia

Il sistema ha così di certo contribuito a scatenare  lo scorso autunno l’ostilità e la guerra al sindaco, culminata nel ridicolo processo alla Panda rossa e alimentata perfino all’interno dello stesso Pd, quando eminenti figure della Direzione romana (Ciarla, Di Biase) chiesero disaccortamente di sfiduciare il sindaco e addirittura nuove elezioni. E può anche spiegare l’assurda opposizione dei sindacati al nuovo contratto per i dipendenti comunali che, senza nulla togliere al monte emolumenti, elimina privilegi e premi bizzarri in nome di una maggiore produttività ed efficienza.
Colpita nei suoi interessi, la parte marcia della burocrazia tenta tutte le carte.
Qui di seguito l’intervista integrale. Il neretto è mio.

 

 

L’assessore ex magistrato: “A Roma la burocrazia è più corrotta dei politici”

Parla Alfonso Sabella, entrato in giunta dopo Mafia Capitale: “Da tre mesi annullo gare e invio segnalazioni in Procura”

di Guido Ruotolo

 Va direttamente al cuore del problema, Alfonso Sabella: «Ho trovato un sistema alterato di assegnazione delle commesse pubbliche con profonde e antiche radici». Quando è arrivato a Roma come assessore alla Legalità, il 23 dicembre scorso, il ciclone di Mafia capitale era già passato per il Campidoglio facendo morti e feriti. Grande fiuto investigativo quand’era magistrato negli anni delle stragi mafiose a Palermo, nel palmarès le catture di Luchino Bagarella, Giovanni Brusca, Pietro Aglieri e la bassa macelleria delle stragi dei Corleonesi, Sabella è stato scelto dal sindaco Marino per un compito delicato.

Assessore, cosa ha trovato al Campidoglio?

«Una macchina amministrativa totalmente fuori controllo. Paradossalmente ai miei tempi a Palermo le carte erano tutte al loro posto, voglio dire veniva garantita una loro regolarità formale. A Roma no. Da tre mesi e passa sto firmando una serie di richieste di annullamento di gare in autotutela. Quando mi sono insediato, ho trovato un paio di decine di gare con procedure a evidenza pubblica, cioè quelle gare che prevedono il bando pubblico, la commissione giudicatrice, la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale. Un paio di decine a fronte di almeno diecimila procedure negoziate, cottimi fiduciari, affidamenti diretti, somme urgenze».

Questo cosa significa?

«Sia chiaro, volendo si può truccare anche la gara pubblica però questo dato dimostra l’esistenza di una patologia e occorre intervenire. La patologia è quella che di fronte a un ceto politico locale scarsamente preparato c’è una burocrazia comunale in grado di amministrare, decidere, scegliere senza che nessuno possa ostacolarla. Aggiungo che anche la politica sana di un’amministrazione come quella Marino ha avuto difficoltà a controllare questa burocrazia».

Se dovesse qualificare questa patologia, insomma analizzare quello che non va, come sintetizzerebbe la situazione?  

«La maxitangente Enimont fu un maxi finanziamento illegale della politica. Oggi dobbiamo parlare di microtangenti ai burocrati e di briciole ai politici. E preciso che il ceto politico amministrativo potrebbe anche non essere oliato con le tangenti perché in realtà le sue scelte e decisioni si fermano alla politica di indirizzo. Chi decide tutto sono i burocrati, i dirigenti comunali».

Lei come si sta muovendo?

«Con una direttiva di giunta, ho azzerato la possibilità di attivare le somme urgenze e gli affidamenti diretti. E ho dettato le regole per le procedure negoziate per ridurle all’osso e in ogni caso renderle trasparenti come una casa di vetro».

Lei è arrivato al Campidoglio dopo la retata del procuratore Pignatone su Mafia capitale. Cosa ha trovato, al di là delle macerie?  

«Una mafia che come la lama calda di un coltello aveva tagliato in due del burro senza trovare la minima resistenza. Una mafia che, nel periodo della giunta Alemanno, aveva occupato i settori delle politiche sociali e dell’ambiente del Campidoglio, Insomma, rifiuti e immigrazione».

Dunque un cancro circoscritto?  

«No. Non è che gli altri settori fossero sani, i fenomeni corruttivi purtroppo sono diffusi. Ho la prova della distorsione della procedura a favore di determinate ditte, non delle mazzette».

Ma girano mazzette al Comune di Roma?

«Spetta alla Procura di Roma accertarlo, per quanto mi riguarda ho già segnalato e continuo quasi ogni giorno a inviare denunce alla Procura su queste “distorsioni” diffuse».

Da palermitano, qual è la differenza tra la mafia siciliana, Cosa nostra, e Mafia capitale?

«Questa romana non usa i kalashnikov come i Corleonesi ma la mazzetta e non controlla il territorio di Roma strada per strada, quartiere per quartiere. Ha occupato alcuni spazi delle istituzioni. Quando sono arrivato in Campidoglio, i mafiosi erano scappati o comunque si erano clandestinizzati. Le fragilità del sistema sono rimaste intatte».

Tutto questo che ricadute ha sulla cittadinanza?  

«La corruzione e la distorsione delle procedure hanno un costo in termini di qualità e quantità di servizi garantiti ai cittadini».  

La corruzione e 5 cose da fare subito.

24 Mar

Due avvocati, Sergio Erede e Alessandro Musella, hanno scritto una lettera a Repubblica che appare oggi a pag. 29
In verità è più un prontuario, un manuale rapido di istruzioni per combattere la corruzione efficacemente. Nulla di straordinario: come commenta Giorgio Dall’Arti, “servono le nuove norme penali che l’Europa ci chiede da tempo e occorre il coraggio di adottare, in un colpo solo, tutte le regole che — anche a livello internazionale — sono considerate indispensabili. Serve coraggio, ecco.  E soprattutto la volontà. Chissà se il nostro governo – non avendoci pensato – ne sarà capace: io me lo auguro di tutto cuore, ma un filo di scetticismo mi rimane. E mi rimane quindi anche la mia idea un pò giacobina (e forse anche brutale, lo ammetto) del Tribunale Speciale. Abbiate pazienza, ma sono certo che sarebbe più efficace e rapido.
N.b. Nel testo che segue, il neretto è mio.

CORRUZIONE: CHE COSA SI PUO’ FARE SUBITO

Sergio Erede e Alessandro Musella*

Caro direttore,
la lotta alla corruzione è più che mai una priorità per l’Italia. Non soltanto per l’emergere dell’ennesimo nuovo filone di indagini, ma soprattutto perché la riduzione del fenomeno corruttivo è essenziale per sostenere i segnali positivi di ripresa economica (Roubini nell’intervista a Repubblica del 15 marzo).
Quest’ultima si consolida solamente con un aumento significativo degli investimenti e al momento in Europa manca una propensione agli investimenti del capitale privato sufficiente a sostenere, da sola, la ripresa. Ci vogliono dunque nuovi e significativi investimenti pubblici (Mariana Mazzucato su Repubblica del 16 marzo), i quali però sono di dubbia efficacia in presenza di elevati livelli di corruzione (Centro Studi Confindustria, dicembre 2014).
Per consolidare la ripresa economica è quindi necessario quello che Roubini ha efficacemente chiamato un “attacco frontale” alla corruzione. Questa offensiva è peraltro necessaria anche per combattere le mafie e la criminalità organizzata (Procuratore antimafia Scarpinato).
Per questi obiettivi servono senza dubbio le nuove norme penali che ci raccomandano da tempo le principali organizzazioni internazionali (Onu, Consiglio d’Europa e Ocse) e delle quali tanto si parla e poco si è realizzato. Occorre il coraggio di adottare, in un colpo solo, tutte le regole che – anche a livello internazionale – sono considerate indispensabili, con riguardo almeno ai seguenti punti: 1) estensione della durata e interruzione/sospensione della prescrizione; 2) pene e sanzioni economiche efficaci e dissuasive (inclusa l’estensione ai reati di corruzione delle misure di sequestro/confisca previste dal Codice Antimafia); 3) reintroduzione del falso in bilancio; 4) non-punibilità per chi si auto-denuncia e collabora con la giustizia; 5) procedibilità d’ufficio per la “corruzione tra privati”; 6) estensione dell’ambito di ammissibilità delle intercettazioni per i reati contro la pubblica amministrazione. Il ddl Grasso in parte andava in queste direzioni, ma nel suo lungo e ancora incompiuto iter parlamentare è stato progressivamente svuotato e gravemente indebolito.
Ma ancor più urgentemente serve un piano governativo di azioni concrete che, in tempi brevi, riduca il “prelievo” di 60 miliardi l’anno gravante sul nostro Pil a causa della corruzione (stime Commissione europea e Corte dei Conti). È quasi superfluo sottolineare l’effetto positivo che tale piano potrebbe avere sulla fiducia degli investitori esteri, inducendoli a considerare nuovi investimenti in Italia, anche in associazione con investimenti pubblici.
Un piano governativo anticorruzione si può fare subito, perché non richiede un iter parlamentare, se non in misura limitata. Il piano può essere insomma la vera cartina di tornasole della effettiva volontà del Paese di segnare rapidamente una svolta decisiva contro la corruzione.
Oggi in Italia esiste un “piano anticorruzione” emanato dall’Anac (l’Autorità per la prevenzione della corruzione nella pubblica amministrazione, presieduta dal Dott. Cantone): si tratta di uno strumento importante, che però è focalizzato sulla prevenzione, è limitato al settore delle pubbliche amministrazioni (anche se – come anticipato da Repubblica il 23 marzo – verrà esteso alle società a partecipazione pubblica) e richiede tempi lunghi per dare risultati tangibili.
La lotta alla corruzione impone azioni concrete a 360 gradi, anche in tema di repressione, prevenzione verso le imprese private, riorganizzazione amministrativa e comunicazione. Per tutto ciò serve quindi un piano di azioni più ampio, che vada oltre le ristrette competenze dell’Anac e che provenga direttamente dal Governo.
Un buon esempio pratico cui ispirarsi è il piano anticorruzione recentemente adottato dal governo inglese, che consta di 66 azioni specifiche, tutte ispirate alla best practice internazionale e articolate sulle aree fondamentali di contrasto alla corruzione. Ciò che colpisce molto positivamente di questo piano è la sua concretezza e la ferma volontà, che esprime in modo convincente, di combattere la corruzione attraverso l’assunzione di un impegno incondizionato proveniente direttamente dal governo.
Nessun governo italiano ha mai fatto nulla di paragonabile, ma un piano di questo tipo potrebbe davvero segnare una svolta di grande impatto.
Un piano anticorruzione italiano, sulla base dell’esempio inglese, dovrebbe agire almeno sulle seguenti aree:
1) Scoperta e repressione: potenziamento dell’attività di “intelligence”, mediante creazione anche in Italia di un’unità investigativa dedicata all’anticorruzione e al sequestro/confisca dei patrimoni di corrotti e corruttori; impiego di banche dati e dei sistemi informatici di fraud detection ormai disponibili sul mercato (sistemi in grado di scoprire “Red Flags” di possibili condotte illecite su cui investigare); impiego di agenti infiltrati; rafforzamento del whistleblowing, mediante un ufficio pubblico dedicato a raccogliere le denunce di corruzione anche via internet (come l’“Office of Whistleblower” degli Stati Uniti), che garantisca ai denuncianti protezione, anonimato e una ricompensa economica commisurata al beneficio ottenuto dallo Stato.
2) Prevenzione: ulteriori azioni per dare concretezza ed effettività al piano di prevenzione varato dall’Anac (in particolare favorendo l’implementazione effettiva e rapida dei principali presidi previsti da tale piano, in tema di nomina dei responsabili della prevenzione, trasparenza, “Whistleblowing” e formazione); azioni specifiche di prevenzione per singoli settori “a rischio”, come “grandi opere”, sanità, previdenza, fisco, giustizia, ecc., prendendo a base i vari studi che già esistono.
3) Collaborazione delle imprese: incentivare le imprese private ad adottare programmi di compliance anticorruzione e ad aderire a “iniziative collettive” contro la corruzione, per esempio condizionando all’adozione di tali misure l’accesso ad appalti, concessioni e finanziamenti pubblici; i programmi anticorruzione sono volti a prevenire e, in ogni caso, a scoprire tempestivamente e neutralizzare eventuali condotte corruttive di esponenti di un’impresa. A livello internazionale tutte le maggiori imprese adottano e attuano seriamente questi programmi ed esistono ormai numerose guide emesse dalle maggiori organizzazioni (Onu, Ocse, Icc, World Bank, Transparency, ecc.) che spiegano come i programmi devono essere strutturati, attuati e anche monitorati per verificarne la serietà; le “iniziative collettive” consistono in un patto tra un gruppo di imprese con cui ciascuna di esse si impegna ad astenersi da qualsiasi pratica corruttiva e accetta di subire sanzioni in caso di violazione di questo obbligo; la diffusione delle “iniziative collettive”, insieme con l’adozione dei programmi di compliance anticorruzione, può ridurre in modo drastico le dimensioni del fenomeno corruttivo, poiché riduce la platea delle imprese inclini alla corruzione e le emargina dal mercato.
4) Riorganizzazione amministrativa: rafforzare il sistema dei controlli (troppo depotenziato fin dalla riforma del 1994); ridurre i tempi dei procedimenti decisionali delle amministrazioni; ampliare gli istituti di interlocuzione dell’amministrazione con i privati, rendendo più trasparente ogni rapporto; razionalizzare e ridurre i centri decisionali, in modo particolare nei settori più a rischio di corruzione.
5) Comunicazione: campagna di informazione e sensibilizzazione, per segnare una svolta culturale nel Paese e per incentivare l’adesione dei cittadini e delle imprese alle azioni previste dal piano; sradicare dalla cultura italiana la indulgenza e auto-indulgenza verso la corruzione che sono tra le cause della situazione attuale; stimolare il ricorso dei cittadini al whistleblowing, facendo comprendere che la corruzione non va tollerata, ma anzi va denunciata a tutti i livelli.
Insomma, è giunto il momento di uscire dagli equivoci. Non è più credibile dire di voler combattere la corruzione e limitarsi a varare nuove norme penali a macchia di leopardo, che nascono già deboli a causa dei compromessi politici che le precedono. Le norme che ancora servono vanno tutte adottate, senza limitazioni e in tempi rapidi. Ma ancor più rapidamente, deve essere varato un piano di azioni concrete contro la corruzione, un piano su cui il Governo deve “mettere la faccia” per dare un messaggio inequivocabile di svolta. Un tale piano può essere decisivo non solo perché capace di produrre effetti di prevenzione e dissuasivi in tempi molto più brevi delle norme penali, ma anche e, soprattutto, perché in grado di produrre un impatto immediato sull’opinione degli investitori e della comunità internazionali e sulla loro propensione a investire nel nostro paese, così sostenendone la ripresa economica.
*Avvocati

Sulla TAV io sto con Erri De Luca

22 Mar

La mia personale opinione è che con il processo a Erri De Luca si voglia distrarre l’opinione pubblica dall’inutilità di quest’opera faraonica della TAV  in Val di Susa che lavoce.info (ma non solo: vedi per esempio anche qui e qui) ha ben documentato e che lo scorso novembre ha sollecitato perfino l’attenzione del Presidente del Consiglio Renzi, a causa della lievitazione dei costi saliti in soli due anni da 8,3 a 11,9 miliardi di euro complessivi.  Successivi aggiornamenti dei calcoli hanno fatto rientrare in parte l’allarme, ma il fatto è che ad oggi non si conosce ancora l’entità della spesa, mentre è esploso l’ennesimo caso di corruzione nel nostro Paese, legato stavolta legato alle Grandi Opere e alla TAV.  Quei sospetti – dall’inutilità di un’opera cominciata a progettare nel 1991 agli enormi interessi legati alla sua realizzazione – cominciano a concretizzarsi e tutt’altro aspetto assume la vicenda legata allo scrittore. Erri De Luca è stato accusato di istigazione a delinquere per le sue espressioni in alcune interviste sulla TAV  in Val di Susa; rinviato a giudizio dalla Procura di Torino il processo è iniziato lo scorso 28 gennaio. “La Tav va sabotata. tweet Erri De LucaLe cesoie sono utili perché servono a tagliare le reti“, erano state le parole dello scrittore contestate dai pm torinesi Andrea Padalino e Antonio Rinaudo. “Sono orgoglioso di essere accusato di un reato di opinione” lo scrittore aveva commentato dopo aver ricevuto l’avviso di garanzia: invece deve rispondere di istigazione a delinquere perché “le parole di De Luca non rappresentano una semplice opinione, un fatto stati insomma – secondo il pm Andrea Padalino – ma hanno avuto un effetto dinamico, in quanto hanno scatenato dirette conseguenze sugli avvenimenti che le hanno seguite“. I giornali italiani scoprono solo oggi con meraviglia che c’è un vastissimo movimento d’opinione mondiale a favore di Erri De Luca e della libertà d’opinione. Non è un caso che si stupiscano. Ormai – lo affermo da lettore attento e insoddisfatto –  il degrado del giornalismo nel nostro Paese, che si manifesta attraverso la scarsa qualità dell’informazione e l’assenza dell’indipendenza del pensiero, è un dato reale. Pochi i superstiti, i non rassegnati. E a nulla vale che ogni anno a Perugia si tenga il più grande convegno mondiale sulla professione, il Festival Internazionale del Giornalismo, cui gli italiani partecipano in massa ma pare (purtroppo) con scarsi risultati. [Per inciso, Erri De Luca è stato invitato al Festival a presentare il suo libro sulla vicenda]. Prono e succube del potere, politico o imprenditoriale, il giornalismo italiano si limita a riportare pappagallescamente le frasi degli opinion leader (o presunti tali), a rincorrere i comunicati stampa o i tweet, a ricalcare le posizioni dei potenti. Così è stato nel caso della denuncia allo scrittore. Poche le voci fuori dal coro, come questa bella intervista di Francesco Merlo dove si sottolinea  come lo scrittore abbia rifiutato il rito abbreviato perché il processo sarebbe stato a porte chiuse, rivendicando la sua apologia del sabotaggio in Val di Susa (“ma io andrò alla sbarra per attaccare, non difendermi”) o quella di Oscar Nicodemo sull’Huffington Post:

Alla luce di quanto sta avvenendo in Europa e nel mondo, in considerazione della gravità di una involuzione politica e morale devastante, il processo ad un poeta dalle caratteristiche e i risvolti umani di Erri, a prescindere dalla posizione che occupa nel gradimento dei critici, appare comunque un atto tanto innaturale da far pensare ad un gesto inconsulto, come un’aggressione ingiustificabile e violenta, come un tentativo arbitrario di limitare l’altrui libertà, come il divieto assurdo del pensiero non allineato alla volontà dominante. Viviamo in un paese dove autentici traditori dello stato, delle leggi e del popolo sono dediti ad una attività “politica” per saccheggiare quanto più è possibile il denaro pubblico, senza che i miserabili di una tale sconvenienza, una volta scoperti con le mani nel sacco, perdano il diritto di cittadinanza, di voto e di libertà. Si preferisce, invece, mettere sotto torchio l’idea e l’azione di un onesto e bravo forgiatore di parole, a testimonianza di una linea di regime che non predilige il dissenso, la diversità, la protesta……Sorge il dubbio che uno come Erri De Luca, semplicemente e magnificamente lineare nella sua cristallina lealtà, lo si processa per dare un esempio, sì che non ci si metta in testa di poter esprimere sempre e comunque ciò che si pensa e si ritiene giusto. Intanto, resta da chiedersi cosa penserà il popolo italiano, che in seguito ai fatti sanguinosi di Parigi ha scritto dappertutto e in solidale passione “Je suis Charlie”, mostrando un interesse sintomatico per la libertà di espressione, di uno stato che processa i poeti.

Per nostra fortuna De Luca non indietreggia. Dopo l’udienza del 28 gennaio ha dichiarato: “Io sostengo che la Tav vada sabotata. Anche un ostruzionismo parlamentare è un sabotaggio rispetto a un disegno di legge. Ma quello che riconoscono a me, non lo riconoscono a Bossi o Berlusconi. Eppure io valgo per uno. Non ho un partito. Non ho una sezione in cui andare a sobillare. Non sono aderente a nulla. Io sono un cittadino della Val di Susa.” E io sono con lui e per il diritto di tutti a manifestare il proprio pensiero: a maggior ragione ancora quando si tratti di questioni che riguardino la collettività e scatenino l’onda dell’indignazione.     je suis Erri

TSA. Tribunale Speciale Anticorruzione

19 Mar

Chiamatemi pure ‘giustizialista’, non m’offendo: al punto in cui siamo arrivati non vedo altra soluzione. Un Tribunale Speciale, con mezzi e leggi che gli consentano efficienza e rapidità, tra cui, prima di tutto, un provvedimento

Bucchi-corruzione2che preveda l’imprescrittibilità del reati di corruzione. Nella discussione in Parlamento sulla legge anticorruzione proposta da Grasso, Alfano e NCD si sono invece opposti alla proposta di portare la prescrizione a vent’anni e la stanno tirando per le lunghe, figuriamoci.
Di corruzione e possibili rimedi ne ho scritto spesso, qui per esempio, e sono certo uno dei tanti e tra i meno competenti che ne parla ma di certo uno dei più incazzati. Perché sono fissato? Forse, ma soprattutto perché credo che ci stiamo avviando sulla strada di non ritorno, che la corruzione stia diventando endemica, un’attività connaturata ad ogni altra, sia pure su gradi diversi che vanno dal grande manager che corrompe per ottenere la commessa al professore universitario che vende gli esami (notizia di oggi), dall’uomo politico che intasca la tangente al geometra comunale che falsifica la pratica e via cantando. Si corrompe e si è corrotti per pochi spiccioli o per ALTAN Corruzione
milioni, nella rassegnazione della gente per bene che fa sempre più spazio allo sdegno.
Ecco perché mi auguro che il governo Renzi rompa al più presto gli indugi con i suoi alleati e  si decida a presentare subito un progetto articolato che faccia perno sulla velocità dei processi. E’ il decisionismo una delle caratteristiche del nostro attuale Presidente del Consiglio: che la usi. Oggi la legge prevede sette anni e mezzo per la prescrizione quando il tempo medio necessario per arrivare al  processo d’appello è di otto e mezzo. Il risultato è che su 60.000 carcerati ce ne sono solo 11 per questo reato, uno tra i più odiosi perché colpisce la comunità e la gente onesta. Il corruttore conta sui tempi lunghi per farla franca, oltre che sulla possibilità di non essere individuato o di corrompere ancora per non essere denunciato. E quindi la catena si allunga, si gonfia, coinvolge sempre più, diventa metastasi sociale. Insomma, spiace ripetermi ma è quello che dicevo qui:

Nel mio piccolo, non posso che tornare su una proposta che avevo avanzato nel post di cui dicevo all’inizio. Cioè l’emanazione di un provvedimento strutturato che ponga uno stop blindato all’emergenza in cui ci troviamo: non basta più nominare il bravo giudice Cantore a capo dell’Autorità contro la corruzione. Non basta più dargli i poteri (che ancora non ha) per indagare e  intervenire. Occorre qualcosa di più sostanziale, come un farmaco salvavita per il malato ormai agli estremi. Occorre che la corruzione venga individuata come un morbo criminoso, come avvenne anni fa per la mafia, e definire, urgentemente, subito, procedure certe ed agili per processare i responsabili, sanzioni pesanti, confische dei beni, il loro allontanamento dalla vita pubblica per sempre. Isolarli, meglio se in galera con un 41 bis ad hoc, come se fossero (e lo sono) pericolosi criminali. Il nodo sarebbe il corso della giustizia. Il nostro sistema ipergarantista, coniugato con l’inefficienza delle strutture, produce tempi biblici: è anche su questo (oltre che sull’avidità) che si basa la facilità con cui si corrompe e si viene corrotti. E’ allora qui che va spezzata la catena: bisogna lavorare sulla velocità con cui istruire i processi nei tre gradi previsti, per arrivare a condanne definitive nel più breve tempo possibile. Occorrono esempi di condannati da esibire pubblicamente come deterrente per chi fosse ancora tentato: al punto in cui siamo arrivati, solo la paura di venir pescato con le mani nel sacco e buttati subito in cella può arrestare il diffondersi dell’epidemìa.  Quindi una corsìa preferenziale per i processi di fatti di corruzione, un gruppo di  giudici dedicati solo a questo: insomma, un Tribunale Speciale Anticorruzione.
Con tutt’altro scopo (la pacificazione) Nelson Mandela aprì la sua presidenza con l’istituzione della Commissione per la verità e la riconciliazione: in pratica, a chi avesse confessato i delitti commessi durante l’apartheid sarebbe stata concessa, quando possibile, l’amnistia. All’identico modo, l’istituzione del Tribunale anticorruzione dovrebbe essere avviata contemporaneamente a una legge che preveda lo stesso – o quantomeno una congrua riduzione di pena – per i rei confessi (i beni frutto della corruzione verrebbero comunque confiscati). Questo darebbe davvero un senso completo all’intera azione, determinando un nuovo corso da parte dello Stato contro questo fenomeno che, sta divorando poco a poco il nostro Paese. Sarebbe il segnale di una svolta a 180°: dalla (presunta) incapacità a prevenire ad una guerra senza quartiere; dall’atteggiamento rassegnato all’azione incisiva. E si potrebbe ricominciare, in un’Italia nuova.

“Lo rifarebbe?” (o della corruzione)

5 Mar

No alla corruzione

No alla corruzione

“Assolutamente sì” è la risposta immediata, ferma, decisa di Santi Palazzolo, uno  come noi che ha saputo e voluto opporsi alla richiesta della tangente che gli era stata chiesta da Roberto Helg, il presidente della Camera di Commercio di Palermo. Ascoltatelo mentre risponde all’intervista di SKY tg 24: un uomo consapevole dei suoi doveri prima ancora che dei suoi diritti. “Non ho avuto dubbi fin dal primo momento su quello che dovevo fare” ha detto Palazzolo “era l’unica strada, se vogliamo costruire un futuro migliore per i nostri figli. Si parla tanto dello Stato che non c’è, ma lo Stato siamo noi, i cittadini.

Ora si sprecheranno gli inni all’eroismo del pasticciere siciliano: troppo spesso ormai i media non sanno misurare le parole. Ma Palazzolo non è un eroe: è solo un cittadino che ha obbedito al dovere morale di rivolgersi alla giustizia per denunciare un reato. Quello che dovremmo/dovrebbero fare tutti, la normalità. Eppure fa notizia. Perché? Semplice, perché in questa Italia la corruzione sta divenendo un’abitudine, un modo di vivere (o di sopravvivere). Si accetta il perverso gioco tra corruttori e corrotti come un fatto inevitabile, necessario per la vita quotidiana dell’imprenditore come del semplice cittadino.

Resistere alla corruzione dilagante nel nostro Paese diventa così un fatto straordinario, degno della prima pagine e delle riprese tv.  Così come straordinario – ma negativamente –  è lo squallido spettacolo che ci offre il Parlamento sullo stesso tema: dopo due anni di attesa, il ddl anticorruzione slitta ancora di due settimane.
Io mi domando se, quando sentirà le parole di Palazzolo, l’ex-ministro (!) Nunzia Di Girolamo,   proverà vergogna per le sue balbettate e inconcludenti affermazioni sull’ulteriore ritardo che il suo partito ha provocato prendendo a pretesto l’allungamento a vent’anni della prescrizione. Con gli attuali tempi del nostro sistema giudiziario è anche in questo modo – prorogando i termini prescrittivi – che si può contribuire a combattere la corruzione.
Ma la Di Girolamo non lo capisce. O lo ha capito?

Davigo: cos’è che davvero non va nella giustizia italiana

4 Mar

Sono anni che ripete, inascoltato, lo stesso concetto: “la nostra giustizia è una macchina gigantesca che gira a vuoto”. E i numeri che fornisce sono – in effetti – strabilianti. Per Piercamillo Davigo la crisi della giustizia non risiede nelle ferie dei magistrati (“anche i marescialli dei carabinieri hanno 45 giorni di ferie all’anno”, commenta ironicamente), ma nella struttura stessa dell’intero comparto, a cominciare dal numero di avvocati e dei processi.

DavigoPiercamillo Davigo è uno dei più stimati magistrati italiani. Piemontese, memoria di acciaio e humour britannico, da 38 anni in servizio, da sostituto procuratore a Milano fece parte del pool di Mani pulite con Francesco Saverio Borrelli, Gerardo D’Ambrosio, Ilda Boccassini, Gherardo Colombo, Francesco Greco, Antonio Di Pietro, Tiziana Parenti e Armando Spataro. E’ uno dei massimi esperti di corruzione, su cui ha scritto due libri fondamentali: La Giubba del Re – Intervista sulla corruzione, in collaborazione con Davide Pinardi, e La corruzione in Italia – Percezione sociale e controllo penale, con Grazia Mannozzi.

Nella prima parte di questa intervista a Lorenzo Lamperti per Affaritaliani.it emerge la sua limpida visione della figura e dei doveri del giudice anche nelle questioni legate alla dialettica interna dell’Associazione Nazionale Magistrati. Nella seconda illustra invece chiaramente quali sono i veri mali della giustizia italiana: in primo luogo l’eccesso di contenzioso “un problema che nessuno vuole affrontare perché è più semplice gettare fumo negli occhi. I magistrati italiani lavorano il doppio dei magistrati francesi ed il quadruplo dei magistrati tedeschi. Ci sono magistrati che prendono le ferie per scrivere delle sentenze e non accumulare troppo arretrato. Personalmente non ho passato un giorno di ferie senza aver scritto una sentenza”.
Passando poi a parlare della responsabilità civile voluta dal governo , sintetizzata nello slogan “chi sbaglia paga” Davigo va giù duro: “è uno slogan cretino” e aggiunge che per come è stato scritto il provvedimento è anche incostituzionale, mancando il necessario filtro sui ricorsi.
I problemi risiedono altrove e principalmente nel numero abnorme di processi e sulla loro durata: “nessun sistema giudiziario può reggere l’urto di un contenzioso di queste dimensioni” conclude. E la soluzione, “tecnicamente facile” appare politicamente impercorribile perché è difficile pensare che “una politica che non è stata in grado di venire a capo della debole lobby dei tassisti si possa mettere a sfidare la ben più potente lobby degli avvocati”.
Qui di seguito l’intervista integrale.

Davigo ad Affari: “Responsabilità civile? Così è incostituzionale”

INTERVISTA/ Piercamillo Davigo, giudice supremo di Cassazione e già magistrato del pool Mani Pulite, parla del nuovo gruppo Autonomia e indipendenza e interviene sulla responsabilità civile dei magistrati, la polemica ferie e il sistema giustizia in un’intervista ad Affaritaliani.it

Di Lorenzo Lamperti
Martedì, 24 febbraio 2015 – 16:17:00

“La responsabilità civile per come è scritta adesso è incostituzionale. Ma lo sciopero non serve, ci vogliono azioni molto più incisive”. Piercamillo Davigo, giudice della Corte Suprema di Cassazione e già magistrato del pool Mani Pulite, racconta come è maturata la decisione di lasciare Magistratura indipendente per formare il nuovo gruppo Autonomia e indipendenza e interviene sulla responsabilità civile dei magistrati, la polemica ferie e il sistema giustizia in un’intervista ad Affaritaliani.it.
Piercamillo Davigo, come si è arrivati alla spaccatura in Magistratura indipendente e alla formazione del nuovo gruppo Autonomia e indipendenza?

La storia risale nel tempo. Ci sono stati dei dissidi sulle candidature al Csm perché alcuni di coloro che avevano avuto una forte indicazione alle primarie non erano stati candidati, come Sergio Amato. Dopo di che ho accettato la candidatura, proposta dal distretto di Torino, alla presidenza di Magistratura indipendente nella speranza di eviare una scissione ma mi è stata opposta un’altra candidatura. A quel punto ho deciso di ritirare la mia perché mi ero mosso per spirito unitario e i fatti dimostravano che questa unità non c’era. È stata detta una cosa francamente inaccettabile, cioè che la mia candidatura era “contaminata” dalle adesioni della minoranza. A quel punto ho deciso di uscire perché non è questa l’idea che ho di dialogo e dialettica interna.

Che cosa non condivideva delle posizioni di Magistratura indipendente?

C’è stata una deriva, che non condivido per niente, di trattare l’Anm come se fosse il nemico. Magistratura indipendente è da molti anni all’opposizione in seno all’Anm ma un conto è essere opposizione un conto è considerare nemica la propria casa, perché l’Anm è la casa di tutti i magistrati. Poi ci sono stati comportamenti che avrebbero richiesto un intervento, che non c’è stato, degli organi direttivi. Mi riferisco a quando il sottosegretario alla giustizia Ferri indicò alcuni “suoi” candidati da votare al Csm. Ho trovato questo fatto un’interferenza inaccettabile. Ci chiamavamo, e loro si chiamano ancora, Magistratura indipendente proprio per rivendicare l’indipendenza della magistratura dagli altri poteri e poi si assiste a una cosa del genere senza dire o fare nulla? Abbiamo a questo punto costituito un nuovo gruppo perché la linea di tendenza degli altri gruppi è quello di occuparsi solo delle istanze istituzionali lasciando da parte quelle corporative. Noi invece abbiamo una specifica vocazione sindacale, bisogna tutelare i diritti di ciascun magistrato. Per esempio, avvieremo una tutela sulla vicenda delle ferie, che è un sopruso.

Perché è un sopruso?

In qualsiasi lavoro è un sopruso se il datore di lavoro ti riduce le ferie senza trattare. È stata una vicenda alquanto irritante anche perché si è fatto credere all’opinione pubblica che lo sfascio della giustizia dipenda dalle ferie dei magistrati. Una cosa assurda. Lo sfascio della giustizia dipende dall’eccesso di contenzioso, un problema che nessuno vuole affrontare perché è più semplice gettare fumo negli occhi. I magistrati italiani lavorano il doppio dei magistrati francesi ed il quadruplo dei magistrati tedeschi. Ci sono magistrati che prendono le ferie per scrivere delle sentenze e non accumulare troppo arretrato. Personalmente non ho passato un giorno di ferie senza aver scritto una sentenza.

Crede possa essere giusto scioperare per protesta verso la responsabilità civile voluta dal governo?

Anche qui siamo in divergenza con altri gruppi. Lo sciopero non serve a niente, non è uno strumento efficace. Bisogna fare cose molto più incisive, mettendo la politica di fronte alle proprie responsabilità. Aumenta la rischiosità del lavoro? Molto bene, allora noi ridiscutiamo i carichi e lavoriamo quanto i tedeschi, che significherebbe ridurre a un quarto la nostra produttività. Ogni Collegio della Corte di Cassazione fa 50 processi al giorno, in VII Sezione ne facciamo 200. Personalmente la responsabilità civile non mi tocca perché sono giudice di ultima istanza e ho ragione per legge, ma per i giudici di merito la situazione diventa seria. Per esempio, in Francia per le direttissime i giudici turnano dopo un determinato numero di ore. Da noi si va avanti a oltranza. Dopo un certo numero di ore, per forza di cose, la soglia di attenzione si abbassa, subentrano fatica e stress anche perché un magistrato decide della libertà delle persone.

Che cosa ne pensa dello slogan del governo, “chi sbaglia paga”?

È uno slogan cretino. Non vuole dire niente. In tutte le professioni il rapporto è fiduciario invece il giudice me lo trovo. Davanti a noi ci sono due parti: una perde e una vince, sempre. E poi se sbaglia un autista dipendente pubblico paga l’assicurazione, ma questa non è pagata dall’autista ma dallo Stato. Come gli autisti guidano una vettura non per divertirsi ma per lavorare, allo stesso modo noi guidiamo i processi per lavoro. E allora lo Stato ci paghi la polizza di assicurazione come fa con gli altri dirigenti.

Ritiene che la responsabilità civile sia incostituzionale?

Così per come è scritta adesso si; vi è già stata una dichiarazione di incostituzionalità dalla Corte costituzionale per la mancanza di un filtro sui ricorsi. Se non esiste un filtro la causa si fa. Poi magari sarà dichiarata inammissibile ma intanto l’avvocatura dello Stato mi chiede le informazioni, gli atti e bisogna scrivere una relazione. Insomma, si perde un sacco di tempo. Senza contare che, soprattutto i magistrati più giovani, si terrorizzano di fronte ad atti di citazione nei quali si chiedono cifre da capogiro che poi, se riconosciuti colpevoli, bisogna pagare di tasca propria allo Stato. Il rischio è lo schiacciamento dei magistrati sulla parte più forte: chi firmerà un decreto di sequestro per milioni di euro per poi essere chiamato a dover rispondere a cause milionarie? Uno rischia di svenire leggendo l’atto di citazione. Serve un filtro, non è la fondatezza della causa che fa paura ma la sua stessa esistenza. E in più si perde un sacco di tempo sottratto al lavoro del magistrato.

Quali sarebbero i temi da affrontare per migliorare la macchina della giustizia? Le sembra che il governo ha la volontà di affrontarli?

Il governo preferisce parlare di responsabilità civile e non ha nessuna volontà di affrontare i problemi veri. Il problema principale è la durata dei procedimenti però nessuno prova mai a spiegare perché i processi durano tanto. Non è colpa di una maledizione divina né dei 45 giorni di ferie dei magistrati (tra l’altro lo stesso numero di giorni di ferie dei marescialli dei carabinieri, ma questo è un altro discorso). Se un processo dura 4 udienze si potrebbe fare in 4 giorni, al netto di perizie, testimonianze eccetera. Ma se un giudice ha 2 mila processi da fare, con udienze a distanza di un anno una dall’altra, il processo dura 4 anni. Il problema è che ci sono troppi processi. Ogni anno in Italia si fanno più cause civili che in Francia, Spagna e Gran Bretagna tutte insieme.

Perché questi numeri spropositati?

Perché in Italia conviene non osservare la legge e così aumenta naturalmente il numero di chi non la osserva. Perché un debitore dovrebbe pagare subito un creditore se tanto può farlo dopo anni alla fine di una causa senza rimetterci nulla di più? Per quanto riguarda il processo penale: la Gran Bretagna ha 300 mila procedimenti all’anno, noi 3 milioni. E i detenuti in Gran Bretagna sono 100 mila, da noi erano 67 mila ora diminuiti. Non è che i processi servano solo a fabbricare detenuti ma è evidente che la nostra giustizia è una macchina gigantesca che gira a vuoto. Lo do un altro dato: ogni anno sui tavoli dei giudici italiani, fra pendenti e sopravvenuti, arrivano 9 milioni di processi tra civile e penale. Ogni processo ha almeno due parti ma alcuni molto di più: per esempio il processo Parmalat aveva 45mila parti civili. Calcolando un nucleo familiare medio di 4 persone significa che ogni famiglia di questo Paese è coinvolta in un processo. Nessun sistema giudiziario può reggere l’urto di un contenzioso di queste dimensioni. Il numero dei procedimenti va riportato al livello degli altri paesi. È una cosa tecnicamente facile ma politicamente impercorribile perché se si dimezzano i processi, a parità delle altre variabili, si dimezza anche il reddito degli avvocati. E lei può credere che una politica che non è stata in grado di venire a capo della debole lobby dei tassisti si possa mettere a sfidare la ben più potente lobby degli avvocati? Per questo il governo preferisce parlare di ferie e di altre cose che non servono a nulla. E poi c’è un altro aspetto serissimo che non si vuole affrontare…

Quale?

C’è una bomba sociale che prima o poi esploderà: in Italia ci sono 250 mila avvocati quando in Francia ce ne sono 47 mila. Un terzo degli avvocati dell’Unione Europea proviene dal nostro Paese. Quando mi sono laureato io il corso di laurea in Giurisprudenza era considerato elastico perché consentiva molta flessibilità di impiego. Ma ora la pubblica amministrazione non assume da 20 anni e banche, imprese e assicurazioni hanno tagliato tutto quello che si poteva tagliare. L’unico sbocco resta quello forense con conseguenze dirompenti. Cercano di frenare l’ingresso dalla fine facendo esami di Stato più duri ma non cambia nulla perché molti si iscrivono in Spagna, tornano in Italia e dopo tre anni si iscrivono all’albo senza aver superato l’esame di Stato. La verità è che la prima vera riforma della giustizia sarebbe una riforma universitaria. Servirebbe il numero chiuso come per Medicina. Da 40 anni a questa parte si parla di problemi della giustizia ma la situazione continua a peggiorare. Abbiamo raddoppiato la produzione e le risorse ma non è servito a niente perché il contenzioso è triplicato. La strada giusta non è quella di aumentare la produzione: più si lavora e meno si può dedicare a ciascun processo. E aumenta il rischio di errori.
@LorenzoLamperti

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