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Orfini come Macbeth

14 Mag

Di fronte all’allucinante e demenziale affermazione di Orfini sui sindaci di Roma che accosta incautamente Ignazio Marino ad Alemanno e Raggi, l’indignazione supera lo stupore. Per descrivere sinteticamente  l’uomo si potrebbero citare Dostojewsky o, meglio ancora, Bertolucci, ma preferisco Shakespeare (anche se il Bardo parlava della vita):  “…non è che un’ombra che cammina, un povero commediante che si pavoneggia e si agita sulla scena per la sua ora, e poi non se ne parla più; è una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla”.

Esagero, ovviamente, Orfini non è uno qualunque.  Da sempre nel Pd, è stato segretario del circolo Mazzini a Roma e conosce bene – dovrebbe conoscere – la realtà cittadina e in particolare quella delle periferie, vivendo a Tor Bella Monaca. Stranamente però, non ha colto il disagio, la crecente protesta e l’allontanamento degli elettori  dal Pd di quelle zone: ma non è stata l’unica sua disattenzione. Non si accorse, per esempio, che mafia e corruzione politica si stavano impadronendo di Roma, nonostante il corposo e preoccupante Libro bianco sulla criminalità organizzata a Roma commissionato da Marco Miccoli, segretario del Pd romano nel 2012, l’avesse anticipato. Scriveva Miccoli:

“…il libro spiega con molta chiarezza non solo l’origine della criminalità organizzata a Roma, smentendo tutti quei luoghi comuni che per decenni hanno affermato che la mafia a Roma non esisteva, ma anche il sistema economico messo in piedi negli ultimi anni dagli emissari della mafia, fatto di politica e occhi chiusi, di società vuote e prestanome, di riciclaggio di denaro e investimenti.”

Si fanno cifre e riferimenti a fatti, ma Orfini non commenta. Non so neppure se l’abbia letto, ma sarebbe grave.
Non passano due anni, scoppia Mafia Capitale e Orfini cade dalle nuvole. Non solo, chiama a correi i militanti che non avevano tempestivamente denunciato il malaffare: l’ha ripetuto più volte e l’ho sentito con le mie orecchie al circolo di Ponte Milvio. Dopo di che, viene nominato commissario del Pd romano (un assurdo) e comincia subito a massacrarlo. Anticipa che nei conti della Federazione romana c’è una voragine (interrogato sui bilanci tacerà e non li mostrerà mai) e sottrae ai circoli ogni capacità economica e quindi di attività sul territorio, costringendoli a versare i proventi del tesseramento ai circoli municipali inventati per l’occasione e affidati ai suoi fedelissimi, come Esposito (che più tardi farà inserire nelle Giunta Marino per affilare il coltello che poi verrà piantato nella schiena del sindaco). Invece di chiamare iscritti e militanti a denunciare le infiltrazioni e i circoli di comodo gestiti dai padroni delle tessere incarica i ragazzi della sua corrente, i Giovani turchi, ad un’estenuante maratona telefonica sulle tessere false di cui non si saprà mai nulla. Anticipa pomposamente una indagine sui circoli commissionata a Fabrizio Barca, il quale produce un rapporto sconvolgente, Mappa il Pd, da cui emerge che 27 circoli su 110 “sono dannosi, pensano solo al potere”. Risultato? Nulla di fatto. Oggi Barca – immagino deluso dal Pd – si occupa di disuguaglianze con la Fondazione Basso.

Foto di SKYtg24

Orfini, invece, sempre obbediente e prono alle disposizioni di Renzi, condivide le misteriose (ma non tanto) antipatie del segretario per Marino e a ottobre del 2015 dichiara che “ È finita perchè si è rotto il rapporto con la città”. Dimenticando che il sindaco è stato eletto da una maggioranza schiacciante di votanti e quel che è grave ignorando il solenne monito dell’art. 1 della Costituzione: “La sovranità appartiene al popolo” (che per uno che si dice ‘democratico’ è imperdonabile). Quello stesso popolo romano lo smentì subito clamorosamente dimostrando nella piazza del Campidoglio strapiena e debordante che non aveva delegato nessuno a decidere al suo posto, ma Orfini, ormai scendiletto confesso di Renzi, non ne tenne conto e condusse dal notaio 19 consiglieri del Pd che insieme a quelli dell’opposizione (!) votarono la sfiducia al sindaco Marino. Il Pd romano si avviò così mestamente e celermente all’estinzione:  alle elezioni dopo il commissariamento del Comune trionfano – come era stato previsto anche dai sampietrini – i 5 stelle e Virgina Raggi. Non solo: dei 15 municipi (tutti) conquistati dal Pd con Marino ne restano solo due: quelli centrali abitati dai ceti più alti e quindi certificando la perdita di ogni contatto del Pd con quelli minori, quelli dei dimenticati. E ancora Orfini si meraviglia e addebita la sua catastrofe elettorale alla politica speculativa dei 5 stelle se non ai 28 mesi (in totale) della giunta Marino. 

Per come la vedo io, il massimo delle potenzialità politiche di Orfini consiste nel giocare alla Playstation e far vincere sempre  il capo, plaudendo entusiasta alla sua abilità. Le sue fortune politiche, peraltro, consistono nell’essere così insignificante e servile da essere stato facilmente individuato da Renzi come il miglior candidato alla presidenza del partito.  Non gli avrebbe mai fatto ombra e al minimo aggrottar di ciglia del segretario si sarebbe subitamente precipitato a fare i caffè. E quindi a me viene da chiedere alle persone che stimo rimaste ostinatamente nel Pd: come fate a tollerarlo come presidente?

Oggi, nel pieno della bagarre per la ricerca di un governo da cui il Pd si è autoescluso, Orfini non trova di meglio che esprimersi sui sindaci della sua città, per cui ha fatto solo disastri. Ovvio: alla prossima assemblea si prevede che il reggente Martina venga disarcionato e quindi la guida del partito fino al congresso passerà a lui, il presidente.
Povero Pd.

 

 

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Renzi  e l’interpretazione della democrazia

3 Ott

Una sera alla festa del Pd a Testaccio, a Roma.

Se un sindaco non è capace va a casa“.
E chi lo decide? Il segretario o gli elettori?

Renzi non ha ancora capito, proprio non ci arriva, che la democrazia non si può interpretare ma si rispetta sempre, non  solo quando è lui ad avere i voti, e si rifiuta di riconoscere il clamoroso errore di Roma: il disastro romano del Pd, i 5 stelle e la Raggi in Campidoglio sono solo una sua responsabilità.

A tenergli compagnia possiamo aggiungerci lo spicciafeccende Orfini, un paio di cortigiani messi in Giunta, il gregge che si lasciò docilmente condurre dal notaio e prima ancora i dirigenti del Pd romano che fecero opposizione a Marino dal momento che salì al Campidoglio. Per esempio, D’Ausilio che commissionò un sondaggio artefatto contro Marino pagato coi soldi del gruppo consiliare Pd, Michela De Biase che lanciava anatemi contro il sindaco in una Direzione romana del partito solo pochi giorni prima di Mafia Capitale, Coratti che come presidente dell’assemblea capitolina spostava gli ordini del giorno per ostacolare l’attività della Giunta. Una bella congrega di picconatori – di cui Orfini ovviamente non si avvedeva – che dobbiamo ringraziare unitamente ai media scatenati sulla Panda rossa e sugli scontrini.

Su tutto questa primeggia la vergogna di un segretario del partito che si dichiara ‘democratico’ e che alla democrazia – cioè la sacrosanta volontà degli elettori – antepone disinvoltamente  (chissà poi perché: ma dovrà uscire prima o poi) quello che vuole lui.

http://youmedia.fanpage.it/video/al/Wbuq1OSwLgt7Gixo/u1/

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In un piccolo borgo di montagna del nostro nord-est, un mondo chiuso e apparentemente quasi ostile, il giovane carabiniere Paternò si trova di fronte al duplice omicidio di due cacciatori. Paternò non è un carabiniere comune: nonostante la giovane età ha una storia alle spalle, con angoli bui che non conosce o forse non vuole esplorare. La storia si sviluppa su due piani paralleli, come la personalità di Paternò che si è evoluta su due dimensioni: quella della tragedia familiare e quella intima e personale, che si sono intrecciate fino a costruire un insieme complesso. Accade così che accanto all’indagine ne progredisca inconsapevolmente una seconda in cui Paternò insegue soprattutto due cose che non ha avuto dalla vita: giustizia e amore. Le incontrerà entrambe un poco alla volta attraverso piccole conquiste e sconfitte e alla fine riuscirà a risolvere il caso e contemporaneamente a trovare ciò che ha rappresentato la chiave nascosta della sua ricerca.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/296575/come-una-casa-senza-finestre/

 

Renzi e la zappa sui piedi.

28 Mar

Non solo continua a darsela, ma se ne compiace pure. E’ quello che mi viene in mente leggendo il suo “pensierino”  nella sua E-news 465. Eccolo:

Pensierino della sera. In questi giorni ripartono le polemiche sul sindaco di Roma. Le (presunte) firme false sono l’ultima goccia. E la settimana bianca, e l’abuso d’ufficio, e l’avviso di garanzia, e la funivia. Continuo a pensare che noi dobbiamo rifiutare questa linea di battaglia. È vero, lo sappiamo tutti: se la Raggi avesse avuto la tessera del PD, il blog di Beppe Grillo l’avrebbe disintegrata ogni giorno con post virali e accuse infamanti. Ma siccome lei appartiene al movimento, loro la difendono. Bene, ma allora non facciamo noi i grillini. Non inseguiamoli nel loro terreno finto moralista e molto doppiogiochista. Parliamo di cose concrete, incalziamoli sul fatto che i loro progetti sono irrealizzabili, raccontiamo la nostra idea di Italia. Ma non inseguiamoli nel loro atteggiamento di scontro. Se ci sono firme false, lo dirà la magistratura, non una trasmissione televisiva. Fino a quel momento, massimo rispetto per il Sindaco che i romani hanno scelto. E buon lavoro. E se loro usano un altro metodo, peggio per loro: gli italiani sapranno valutare e decidere.

Mi hanno colpito, ancora una volta, la disinvoltura, la contraddizione e la memoria corta di
quest’uomo. Evidentemente ha rimosso, o pensa che gli italiani (e i romani in particolare) si siano
 dimenticati di cosa è stato capace di combinare lui – appoggiato dal suo sodale e complice Orfini – ai danni del sindaco Ignazio Marino, di Roma e dello stesso Pd cittadino.

Si meraviglia, questo pseudo-campione della democrazia, che gli elettori e i militanti cinquestelle siano solidali con chi hanno eletto, invece di contrastarlo come fecero i consiglieri Pd con Marino. Invoca massimo rispetto per il Sindaco che i romani hanno scelto, lui che per primo (e per ragioni ancora ignote, ma che mi auguro non per molto) puntò il dito contro un sindaco eletto dal 67% dei votanti, con una solida maggioranza in Giunta e con tutti i 15 municipi presidiati dal Pd, dando  così il via ad una ignobile manovra di corridoio che condusse a quel disastro elettorale di cui oggi a Roma subiamo le conseguenze.

Vorrei essere Giachetti per potergli dire come ha la faccia. Ma sono una persona educata.

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I racconti, le storie brevi, sono come quegli sguardi lanciati da una finestra aperta che permettono di vivere quanto accade giù nella strada, nella vita di tutti i giorni, di immaginare i pensieri dell’ignoto passante o il dialogo dell’altrettanto ignota coppia mentre vengono percorsi i pochi metri che la visuale consente.
In questi dieci racconti c’è quasi sempre Roma, come sfondo o protagonista, ma i personaggi, con le loro personalità, le manie, le loro storie personali, potrebbero esistere ovunque: per conoscerli, e conoscere le loro storie, basta affacciarsi a questa finestra.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/racconti/322551/la-finestra-aperta-3/

Il bue che dice ‘cornuto’ all’asino.

21 Mar

Nel paragrafo denominato C’è chi è democratico e chi no: il congresso e le comunarie nell’e-news  464 di Matteo Renzi, si può  leggere quel che segue:

Ora io sento di poter dire che i politici mi hanno abituato a sentire di tutto e quindi che non mi stupisco più di nulla. Mi corre però l’obbligo, da cittadino ed elettore (non dei 5 stelle, ci tengo a sottolinearlo) di ristabilire la verità, fin quando possibile. E la verità è che nel caso dei candidati sindaci 5 stelle Renzi non può permettersi di fare lo spiritoso sulla democrazia praticata da Grillo.
Non può perchè lui e il suo braccio armato Orfini hanno fatto ben di peggio. Hanno ordito la manovra per ottenere la decadenza del sindaco Ignazio Marino, un sindaco democraticamente eletto dai romani con 664.490 voti, pari al 63,93 per cento. Hanno disinvoltamente (e stupidamente, visto il seguito) ignorato il primo bene di una democrazia: la sovranità popolare, sancita dalla nostra Costituzione.
Cosa, peraltro, i due sodali ci abbiano guadagnato non lo si è ancora saputo, ma io sono ottimista: vedrete che alla fine uscirà fuori. Intanto, i romani subiscono ogni giorno le conseguenze del misfatto.  

Sempre a proposito di democrazia e di regole, oggi è stata resa nota una sentenza da cui si può dedurre che il l’ex-commissario Orfini, nonché Presidente del Pd nazionale, nonché segretario ad interim/reggente della segreteria dello stesso, non conosce le norme che regolano la vita del suo partito o che, se le conosce, non le tiene in alcuna considerazione.

Riporto dal post di Giancarlo Ricci su Facebook: “La terza sezione del Tribunale civile di Roma, nella persona del giudice Buonocore, ha infatti annullato la delibera della Direzione del PD Roma dell’11 giugno 2015 con cui veniva gravemente colpita l’autonomia organizzativa, patrimoniale e politica dei Circoli territoriali, dei Circoli del lavoro e di quelli tematici riducendoli al rango di sezioni di 15 Circoli municipali diretti da sub commissari nominati dallo stesso Orfini. Il giudice ha riconosciuto, come da noi sostenuto, che tale decisione poteva essere assunta soltanto dall’Assemblea cittadina, e che inoltre il merito della delibera violava in più punti lo Statuto nazionale e regionale del PD, con conseguente lesione dei diritti degli iscritti. Di più, il giudice ha affermato nelle sue argomentazioni che anche la delibera del 27 settembre 2015 – la cui efficacia peraltro è già stata sospesa con decisione di un altro giudice in un distinto procedimento – debba ritenersi non valida perché riproduce sostanzialmente gli stessi vizi e le stesse violazioni della delibera precedente.

E per un partito che si definisce ‘democratico’ mi pare ce ne sia abbastanza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La tragedia di un uomo ridicolo

8 Ott

Questo è il titolo di un film minore di Bertolucci con Ugo Tognazzi.  
Questo  che segue è invece il post di Matteo Orfini su Facebook che commenta l’assoluzione di Ignazio Marino.  Può essere interessante leggere i sentiti commenti che seguono: più di 700 fino a poco fa.

orfinifbQuesto, infine, il pensiero di Makkox stasera su Gazebo.

orfinigazeboSì, questa è davvero la tragedia di un uomo ridicolo. E piccolo.

 

Tu chiamale se vuoi, omissioni*

7 Set

Spiace dover rilevare ancora una volta, da parte di Repubblica, la costante attitudine a sminuire – nel migliore dei casi – l’opera del sindaco Marino. Parrebbe che ci sia una disposizione di delenda  memoria. Oggi, in un suo documentato articolo dall’eloquente titolo
La battaglia di Muraro per riconquistare AMA/un affare da 60 milioni” (purtroppo non ancora accessibile on line), Carlo Bonini riconosce l’eccellente boniniamaopera di risanamento dell’AMA avviata da Alessandro Filippi durante la sua permanenza nell’azienda cone direttore generale al fianco dell’amministratore delegato Fortini. E qui sta la prima omissione. Seguitemi.
Bonini riconosce a Filippi il merito di aver scoperchiato il vaso di Pandora del megacontratto (60 milioni all’anno) stipulato dal suo predecessore Fiscon (come noto oggi imputato nel processo Mafia Capitale) con Cerroni, il ‘dominus’ dei rifiuti a Roma. Non solo: Filippi ha anche scoperto come rendere “AMA autosufficiente”, facendo lavorare a pieno regime i quattro impianti TMB disponibili e rinunciando all’inefficiente e costoso tritovagliatore di Rocca Cencia oggetto dello scandaloso contratto e aveva anticipato alla Muraro – allora consulente dell’AMA con un oneroso contratto e ampie responsabilità – la chiusura del rapporto professionale. Filippi, come noto, è stato poi allontanato, così come Fortini, mentre la neo assessora Muraro ha da subito cercato in tutti i modi di riattivare l’impianto di Cerroni. Bonini però dimentica, in tutto questo (ed altro) di dire che Filippi (come Fortini) è stato incaricato dal sindaco Ignazio Marino nel gennaio 2014. Come chiamarla, se non “omissione”?
Ed ecco la seconda. Bonini conclude l’articolo scrivendo

“…per chiudere il cerchio è necessario che si compia lo scempio della verità con cui nella narrazione della Raggi e della Muraro, i numeri dell’ultimo biennio dell’AMA vengono nascosti all’opinione pubblica. I due utili di bilancio nel 2014 (278mila euro) e 2015 (893mila euro), la riduzione dell’indebitamento finanziario, la riduzione dell’evasione e della morosità, l’incremento dei mezzi (+15 per cento), la riduzione dell’assenteismo del personale (dal 20 al 15 per cento), l’aumento della raccolta differenziata ((+11 per cento).”

Stranamente (ma non tanto), viene nuovamente taciuto il fatto che tutto questo è avvenuto per merito di due manager capaci e competenti individuati e incaricati dal sindaco Ignazio Marino.  Tutte combinazioni? Od omissioni?

*Secondo il dizionario Sabatini – Coletti:

Omissione [o-mis-sió-ne] s.f.

  • Atto o comportamento di chi trascura, tralascia qlco. che è necessario, doveroso fare; la cosa stessa omessa, la lacuna provocata, lasciata: o. di un particolare; un testo pieno di omissioni || o. di soccorso, reato compiuto da chi non presta aiuto a chi è rimasto coinvolto in un incidente, spec. quando ne è causa.

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P.s. Le mie scuse a Lucio Battisti per l’accostamento a una delle sue più belle canzoni, Emozioni.

Roma: coi rifiuti sempre peggio.

27 Lug

Domanda: che c’è di peggio di una montagna di rifiuti che ogni giorno viene prodotta da una città come Roma? Risposta: non sapere come disfarsene. Oppure, disfarsene in un modo che non appare certo il migliore. Anzi.
Breve premessa. Il problema dell’immondizia a Roma è antico. Per decenni è stata preferita la via – sbagliata – del buco da riempire (Malagrotta), arricchendo il proprietario della discarica, Cerroni, senza provvedere a realizzare alternative industriali, cioè impianti per il trattamento dei rifiuti che possano anche produrre ricchezza. Di questo sono responsabili i sindaci che si sono succeduti negli anni, Rutelli, Veltroni, Alemanno. Poi un giorno Bruxelles – che giustamente considera Malagrotta un insulto al buon senso e una minaccia alla salute dei cittadini –  comminò dopo vari avvisi una multa salata
al Comune; per fortuna nel 2013 arriva un nuovo sindaco, Marino, che pensaRifiutiRoma sia ora di smontare il sistema di interessi e di indifferenza, e in ottobre chiude la discarica, dirottando i rifiuti altrove in attesa di un piano industriale che liberi finalmente Roma da questa schiavitù.
Oggi, la nuova sindaca Raggi si ritrova improvvisamente tonnellate di rifiuti che troneggiano nelle strade. Mistero? No, è che i camion che li trasportano all’impianto di trattamento (non alla discarica) di Malagrotta (di proprietà di un’azienda del noto Cerroni) trovano da settimane impreviste difficoltà logistiche (leggi orari di apertura): si rallentano così le consegne, saltano i turni, l’immondizia si accumula e i cittadini s’incavolano. Era già successo nel recente passato, ma il sindaco Marino si era rivolto al prefetto e magicamente i problemi logistici si erano dissolti.
La sindaca incarica la neo-assessora allì’Ambiente Paola Muraro di risolvere la questione (se si vuol sapere qualcosa di più su di lei, ecco qui un breve ma corposo ritratto dell’interessata fornito recentemente dal sito formiche.it); aggiungo per dovere di cronaca che è anche nota per la contesa con l’AMA di cui era consulente e di cui si è parlato poco.
La Muraro è quindi una che se ne intende, si può stare tranquilli. Infatti. Come prima cosa l’assessora affronta l’a.d. di AMA, Fortini, imponendogli di dirottare i rifiuti apparentemente in eccesso su un altro impianto (per cui, però, obietta giustamente Fortini, occorre una regolare gara), guarda caso sempre di proprietà di Cerroni.  Stranamente, non sembra più semplice ed efficace imporre il superamento dei nebulosi vincoli “logistici”, come già fatto a suo tempo da Ignazio Marino.
Ma c’è di più. E di peggio. Primo: la Muraro trasmette in streaming l’incontro con Fortini, senza averlo prima avvertito. Secondo: lo streaming avviene non su un sito istituzionale ma su quello di un noto movimento politico (indovinate). Terzo:  pochi giorni prima del suo incarico la Muraro si era incontrata non ufficialmente col vertice dell’azienda di Cerroni accompagnata dall’on. Vignaroli del M5s, vice presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, ma non si sa di cosa si sia parlato.
Ce n’è per porsi qualche domanda o no?

Oggi Sergio Rizzo sul Corriere ci fornisce il suo interessante commento sul recente operato dell’assessore Paola Muraro.  E diverse cose mi sono apparse più chiare.

Rifiuti, la consulente Muraro e il suo smemorato «videoblitz» contro l’Ama

Ha incolpato il presidente Daniele Fortini in diretta streaming e a sua insaputa, della sporcizia in città. Ma lei ha lavorato 12 anni per la stessa azienda con responsabilità elevatissime: era infatti il vero dominus degli impianti

Una cosa va riconosciuta a Paola Muraro: la rapidità con cui si è adeguata al linguaggio del nuovo potere cittadino. Semplicemente magistrale il blitz su facebook con visibilio dei meet-up grillini, per inchiodare il presidente dell’Azienda municipale ambiente Daniele Fortini incolpandolo, a sua insaputa in diretta streaming, della sporcizia in città. Una cannonata sulla Croce rossa.

 In tutto questo, però, c’è una cosa che non capiamo: come ha fatto l’assessora all’Ambiente ad accorgersi di tutto questo solo ora. La Paola Muraro che oggi accusa l’Ama di non saper fare il proprio lavoro, non è forse la stessa Paola Muraro che per 12 (dodici) anni è stata a libro paga dell’Ama stessa? E non con un incarico qualsiasi: pur essendo un consulente esterno, era infatti il vero dominus degli impianti. In tutto e per tutto assimilabile a un dirigente interno con responsabilità elevatissime.

Un fatto piuttosto singolare, considerando che non esiste altra azienda dove una funzione del genere sia affidata a un esterno. Di più: lo stesso consulente da oltre un decennio. Durante il quale non si può sostenere che la pulizia della capitale sia andata straordinariamente migliorando. Chissà se la pensava così anche Alessandro Filippi, che aveva rilevato alla direzione generale dell’Ama quel Giovanni Fiscon che era stato coinvolto nell’inchiesta di Mafia capitale. Sappiamo però di sicuro che Filippi aveva nominato un altro consulente di propria fiducia e si stava apprestando ad affidare il compito di sovrintendere gli impianti a un interno.

E il contratto di Paola Muraro, in scadenza a giugno 2016, non era stato rinnovato. Dopo dodici anni, con Fortini presidente l’attuale assessora che lunedì l’ha messo alla berlina aveva perso l’incarico. Questo è un fatto. Fortini uscirà di scena il 4 agosto. E Filippi non c’è più da mesi, quando è stato fatto fuori grazie alle pressioni della destra. La sua colpa? Aver licenziato 41 assunti di Parentopoli. Paola Muraro invece è tornata in campo, e molto più potente di prima. Se poi sono vere le cose udite in quella diretta streaming, tornerà in auge con i suoi impianti anche il novantenne Manlio Cerroni, che per mezzo secolo ha gestito la spazzatura romana e adesso è in lite con il Comune.

Ora aspettiamo di conoscere la strategia della giunta Raggi per risolvere il problema dei rifiuti, anche se non scorgiamo all’orizzonte il minimo segnale. Per la serie «il nuovo che avanza», a dispetto delle dichiarazioni, non mancherebbe che la riapertura della discarica di Malagrotta, chiusa da Ignazio Marino. In diretta streaming, naturalmente.

 

Che fare?

21 Giu

“Che fare?” è il titolo dell’opera di Lenin che dette il via alla costruzione del partito comunista come movimento rivoluzionario ed ha per sottotitolo ‘questioni urgenti del nostro movimento’. L’accostamento potrà sembrare irrispettoso e anche presuntuoso, ma mi è parso che esprima perfettamente uno stato d’animo che non è certo solo mio. Penso infatti che questa domanda cerchi una risposta nelle menti della moltitudine di elettori del Pd che si sono trovati improvvisamente davanti lo straordinario successo del M5s da un lato – che assume un particolare significato a Roma con l’elezione  di Virginia Raggi – e dall’altro alla catastrofe che ha travolto il Pd cittadino. Non è questa solo una sconfitta elettorale: è una dichiarazione di aperta sfiducia, è la condanna senza appello di una dirigenza incapace di ascoltare la sua gente, di guardare al bene comune – del partito come della città –  tesa solo ad affermare il proprio potere e i propri interessiLeninDiscorso

Parto quindi da Roma. Questa è la base da cui muoversi per capire, per analizzare la situazione e cercare soluzioni, idee, progetti. Qui c’era un sindaco inviso a un Pd incrostato di risaputi interessi, personali e consociativi, incrociati con quelli di certi ambienti imprenditoriali,  di un certo potere insomma, venuti alla luce con Mafia Capitale. Che Marino fosse stato eletto da due votanti su tre e avesse conquistato tutti e quindici Municipi romani venne vissuto come una sciagura di cui liberarsi il prima possibile, soprattutto da chi, nel partito romano, si muoveva nell’ambito delle correnti che tuttora lo infettano. Ma a costoro Renzi ha dato ascolto, preferendo il consenso dei capicorrente a quello della base e degli elettori. E questo è stato il primo errore. Il secondo è stato nominare un commissario, Orfini, che ha badato – ed era facile immaginare che l’avrebbe fatto – solo a liberarsi di chi avrebbe potuto fargli ombra (Marino in primis) e a rafforzarsi, muovendosi in spregio allo statuto e alle norme del partito con l’appoggio anche di insospettabili (a proposito: che dice Barca?). Tralascio le rozze modalità con cui Orfini ha gestito l’estromissione di Marino, calpestando la sovranità popolare con la grottesca commedia dell’atto notarile e rifiutando di prestare attenzione alla vibrata protesta che è seguita (sbagliata per definizione, secondo lui). Insomma, ciò che è stato fatto a Roma ha rappresentato il detonatore per un’ondata di indignazione generale che si è diffusa rapidamente ovunque e che Renzi non ha tenuto in nessun conto. Terzo errore: provocare la caduta di Marino senza avere un candidato pronto, preparato e gradito all’elettorato, senza insomma l’alternativa vincente. L’arroganza e l’inettitudine avranno fatto pensare che non ce n’era bisogno? A Giachetti, poveraccio, è stata imposta all’ultimo momento (nessun altro aveva voglia di massacrarsi) una prova disumana: chissà quale peccato aveva da scontare. Quarto errore: le liste delle candidature zeppe di “traditori”, come li ha chiamati Marino, prova indiscutibile di un mercato boario svoltosi impudentemente alla luce del sole, calate dall’alto, senza il processo di selezione necessario, auspicato e richiesto dalla base. Il quinto errore Renzi l’ha fatto con la nomina di Tronca, un commissario algido ed estraneo alla città, ed è stata la ciliegina amara su una torta immangiabile. E ora ci si meraviglia del disastro?

Quindi, che fare a Roma? Opposizione in Campidoglio? A leggere i nomi dei 9 che rappresenteranno il Pd nel Consiglio comunale lo sconforto aumenta: oltre a Giachetti, abbiamo Antongiulio Pelonzi, Michela De Biase (l’unica che abbia aumentato i voti rispetto alla scorsa elezione: che ciò sia dovuto al fatto che venga chiamata ‘lady Franceschini’ è solo cattiveria) Valeria Baglio, Orlando Corsetti, Marco Palumbo, Ilaria Piccolo, Giulia Tempesta e Svetlana Celli della lista civica. Gli ultimi 7 sono tra quelli noti per la nauseante vicenda del notaio. Quale opposizione potranno mettere in atto costoro lo sanno solo gli dei della politica e quale fiducia e supporto potranno avere dai furiosi rimanenti iscritti del Pd idem. Le pennellate finali al capolavoro al contrario di Orfini sono queste.  Non illudiamoci, quindi: il Pd romano, ancorché popolato tuttora da sinceri militanti (gli opportunisti che l’hanno infestato faranno presto a riciclarsi altrove), ce ne metterà per riprendersi.

La strada dev’essere un’altra e ci coinvolge tutti: spetta a noi cittadini vigilare sull’operato della nuova Giunta e occorre farlo con obbiettiva severità, senza preconcetti, in nome del bene comune, senza far sconti ma senza  condanne anticipate. Per questo, le forze della società civile e quelle politiche, ancorché disperse e deluse, dovranno trovare un terreno comune, anzi, un tavolo comune intorno al quale sedersi e pianificare il prossimo futuro. La sinistra tradita ha tutte le carte per ricostruire un domani: dai mariniani di ParteCivile a Possibile, dai militanti di SeL ai vari movimenti per l’acqua o contro il TTIP, dai centri sociali ai sindacati di base, dalle associazioni civiche fino agli stessi tanti iscritti del Pd delusi e demotivati, c’è tutto un popolo che non si arrende e non si accontenta dei sondaggi on line e dei proclami del leader maximo. Quello che non mi convincerà mai del M5s è il populismo esasperato e fine a sé stesso, è la finta democrazia della Rete, è l’assenza di trasparenza dei vertici, sono certe inaccettabili e avventurose prese di posizione (l’incontro con Farage, tanto per dirne una, è per me una macchia indelebile, una vergogna scolpita nella pietra). Tocca a noi, ripeto, a chi continua a credere in quella che io continuo, forse   nostalgicamente, a chiamare “sinistra” e che non ha mai dimenticato la solidarietà, la lotta alle disuguaglianze, la difesa di tutti i diritti di tutti e prima ancora di quelli degli ultimi.

Ma non ci si può fermare a Roma, anche se è da qui che è partito il segnale che poi ha provocato il corto circuito. Torino, Trieste, Napoli, perfino Sesto Fiorentino, il limitato successo di Sala a Milano sono tutti segnali ben visibili, non solo campanelli d’allarme. Ha voglia di dire Renzi che non è un voto di protesta ma una richiesta di cambiamento: è tutt’e due, incontestabilmente. E’ da Roma quindi che si deve ripartire per una nuova stagione e il primo passo è dato dai referendum. Ne abbiamo due: quello contro l’Italicum e quello contro le modifiche alla Costituzione. Se io fossi Renzi cercherei di modificare la legge elettorale, perché se è vero che le elezioni nazionali ci saranno nel 2018, il trend vittorioso innescato dai 5 stelle è di là da esaurirsi: l’elettore ha annusato la possibilità di eliminare la parte marcia del sistema dei partiti e neppure un miracolo potrà fargli cambiare idea. Non sto a ripetere qui i difetti macroscopici dell’Italicum: sta di fatto che si corre il rischio grave e concreto – col combinato disposto delle modifiche costituzionali – di consegnare l’Italia a un soggetto politico che non offre tutte le necessarie garanzie per governare il Paese, a cominciare dalla sua struttura politica. Il referendum di ottobre sulle modifiche alla Costituzione sarà quindi il nuovo banco di prova del Pd di Renzi e non è difficile pronosticare che l’entusiasmo montante dei 5 stelle sarà l’onda lunga che getterà un’ombra pesante sul futuro del presidente del Consiglio.  In queste condizioni Renzi dovrebbe quindi paradossalmente sperare che i referendum smantellino tutta l’architettura  messa in piedi e ricominciare daccapo. Farà qualcosa per accelerare o favorire questa marcia indietro? Non ho molte speranze. L’uomo è cocciuto e anche arrogante, come gli ha recentemente rinfacciato Cuperlo, e difficilmente ammetterà di aver sbagliato. “Non cambio certo idea perché abbiamo perso” pare abbia dichiarato ieri sera di fronte allo tsunami elettorale. Quindi il primo passo è unirsi per smontare la macchina disegnata dalla Boschi e dal cerchio magico fiorentino quando tutto sembrava andasse nella direzione da loro auspicata. Oggi lo scenario si è capovolto e abbiamo a portata di mano una preziosa occasione per la prima prova di quell’unione di forze che mi sono immaginato e augurato per Roma, ma con una proiezione nazionale che ne è la naturale evoluzione.
E quindi non rassegnatevi. Non siate indifferenti. La sinistra ha le forze, le persone, i talenti, le capacità per riprendere in mano i fili di una tela strappata e ricucire i rapporti, risvegliare le coscienze. Soprattutto, ne ha la responsabilità.

A Roma, a partire da lunedì.

18 Giu

Domani si vota e io ancora non ho deciso cosa fare, ma mi è ben chiaro che non voterò certo per Giachetti: questo sì che sarebbe tradire i miei principi e soprattutto quel Pd per cui mi sono battuto ben prima che nascesse, di cui sono stato fondatore e dal quale, con infinita amarezza, mi sono allontanato dopo anni di quotidiana militanza. Tutto lascia pensare che si confermerà l’impressionante travaso di voti  del primo turno a fronte del quale le  obiezioni più valide del Pd sono state il banale “salto nel buio” e che  i 5 stelle hanno fatto del loro meglio per collaborare alla chiusura anticipata della sindacatura Marino e non  non meriterebbero quindi quel voto. Già, perché il Pd cosa ha fatto?

I 5 stelle hanno l’obbiettivo di sostituirsi all’attuale sistema di partiti: dal loro punto di vista, e dei tanti che gli danno fiducia, è l’unico modo per liberarsi dalla latrina dei compromessi, degli accordi consociativi, dei cinici giochi correntizi, degli interessi personali, della dilagante corruttela  nella politica italiana. Per loro, anche chi fa bene – ma è legato a un partito – è un avversario e va demolito. Questo è un dato di fatto.

Occorre poi aggiungere che, paradossalmente, sono stati gli inconfessabili interessi che si muovono all’interno del Pd ad aiutarli: la ridicola faccenda della Panda rossa non l’hanno inventata loro, ma i media sollecitati proprio da quella parte del Pd che aveva manifestato la sua insofferenza per Marino fin da pochi giorni dopo il suo insediamento; ricordo – tanto per dirne una – l’assurdo sondaggio nell’ottobre del 2014 commissionato da tale D’Ausilio, capogruppo Pd  (!)  nel Consiglio comunale, che registrava un presunto crollo dei consensi del sindaco; ricordo ancora che circa un mese dopo, in una riunione della Direzione romana del Pd, la consigliera De Biase (meglio nota come lady Franceschini e come l’unica candidata che alle attuali elezioni abbia aumentato i consensi) invocava a gran voce la sfiducia per il sindaco Marino, ignara che pochi giorni dopo sarebbe esploso in tutta la sua virulenza il verminaio di Mafia capitale in cui erano infognati (è il caso di dirlo) importanti esponenti del Pd romano, alcuni dei quali operanti al Comune.

Di tutto questo i 5 stelle hanno sempre immediatamente approfittato: ogni volta hanno colto l’occasione. E il Pd gli ha dato ben più di una mano quando ha semplicemente finto di appoggiare (per la prima volta dall’elezione) il suo sindaco, mentre il segretario nazionale nominava il commissario che da un lato si sperticava in lodi ufficiali, dall’altro tesseva sottotraccia le sue trame per logorare la Giunta inserendovi i suoi accoliti per giungere alla fine all’assurdo, indecente e suicida accordo con le opposizioni certificato da un notaio che ha portato al tradimento della volontà popolare espressa nell’elezione di Marino.

Da qui il disorientamento, il disgusto, il disagio, l’allontanamento di tanti elettori del Pd, la sua disgregazione e la naturale protesta tramutatasi in un voto per i 5stelle. Che apparirà pure un voto emotivo e poco razionale, ma appare oggi l’unico modo per liberarsi di una dirigenza del Pd irresponsabile e incapace, per non dire di peggio. Non posso dimenticare l’indignazione che mi ha travolto davanti al falso candido stupore di Orfini di fronte al vaso di Pandora scoperchiato dalla Procura romana e la sua indecente chiamata di correità verso i militanti che secondo lui non si erano accorti di quanto accadeva o avevano taciuto, mentre invece innumerevoli erano state le loro proteste e le loro denuncie. E lui dov’era stato in tutti quegli anni?

Ecco perché guardo con comprensione, se non con simpatia,  all’elettore del Pd che,  dopo avergli dato fiducia per anni, si sta arrovellando intorno alla decisione se votare o no per la Raggi, pur turandosi il naso e maledicendo chi l’ha costretto a questo passo. Di fiducia non ce n’è più: andrà come deve andare. Pensiamo piuttosto a cosa faremo, noi cittadini romani: a partire da lunedì, dovremo controllare l’operato della nuova Giunta: sarà nostro dovere sollecitarla e stimolarla con ogni mezzo a proseguire nell’opera di risanamento del bilancio comunale, nella ristrutturazione delle aziende municipalizzate, nel recupero di efficienza della macchina del Comune, nello smantellare il sistema occulto di interessi che si regge intorno al Campidoglio. Ma avremo anche un nuovo compito, forse più importante ancora. Mi spiego. 
Quanto potrà durare la nuova sindacatura? La sensazione, non solo mia, è che non avrà vita facile e per varie ragioni, ma prima di tutto perché mancherà l’appoggio del governo per motivi più che ovvi e in particolare per l’opposizione alle Olimpiade espressa dai 5 stelle: esso non sarà certo generoso nel mettere a disposizione i fondi per gli urgenti e necessari investimenti, per dire la prima che mi viene in mente. Ecco perché dovremo pensare a costruire una nuova forza civica che possa davvero rappresentare noi cittadini romani in quell’opera di controllo e di confronto di cui dicevo più sopra, ma soprattutto qualora si dovesse tornare a breve nuovamente ai seggi elettorali. Stavolta toccherà a noi.

Con questi avversari e questa stampa contro, Marino vincerebbe passeggiando.

23 Mag

Che il solo nome di Ignazio Marino inquieti ancora i sostenitori del Pd renziano è fuori discussione. Basterebbe a dimostrarlo l’articolo della prima pagina di Repubblica Roma del 20 maggio, dal fuorviante titolo “Sette romani su dieci  delusi da Marino”. Ma andiamo con ordine.
Marino, dichiarano ad ogni piè sospinto gli sfiducianti dal notaio, i loro ispiratori e il disciplinato gregge che li segue, appartiene ormai al passato di Roma. E allora che bisogno c’è di evocarlo ad ogni piè sospinto? E perché Mauro Favale, l’autore dell’articolo di cui sopra, si scomoda e si scalda tanto per commentare la ricerca della Demos? Tutto questo non contraddice l’assunto e le disposizioni di delenda memoria che sembra siano state impartite? O tutti costoro sentono ancora il bisogno di rassicurarsi a vicenda, come i complici di una marachella che temono di essere scoperti? Francamente, a me appaiono patetici soprattutto in considerazione della sconfitta del Pd che appare ormai certa e definita. E perdere Roma, i suoi quindici Municipi e la primazia nella Capitale, tutto in un colpo solo, deve apparire ai suoi massimi vertici – un po’ tardivamente, in effetti – preoccupante.

Quello che però dovrebbe preoccupare maggiormente i sopradetti vertici romani e nazionali è la loro incapacità a leggere non solo le situazioni e le tendenze, ma perfino gli inequivocabili numeri dei sondaggi. Non mi riferisco a quelli sui candidati a sindaco, ma proprio a quelli di Demos che hanno ispirato lo sfortunato articolo di Favale.
Il quale si è avventurosamente lanciato in un titolo spavaldo senza riflettere su quanto potesse clamorosamente ribadire esattamente il contrario di quanto intendeva lui. Infatti, se è vero (se) che sette romani su dieci sono “delusi”, è  altrettanto vero che tre su dieci esprimono una valutazione positiva dell’amministrazione del sindaco Marino, alla faccia della sprovveduta dichiarazione che riferiva di un presunto e mai dimostrato rapporto interrotto tra i Campidoglio e la città. E un 30% di consensi basterebbe oggi a contendere la vittoria nelle prossime elezioni: secondo Demos la Raggi ha oggi il 30,5% dei voti. Ma il povero Favale non c’ha pensato e la “sentenza senza appello” dice che neppure lui – passi per  un politico, ma è grave per uno che fa il giornalista – sa leggere i sondaggi.
Ultimosondaggio
Non basta. La rilevazione di Demos si basa su un campione di 1.025 intervistati, rappresentativo del totale degli elettori romani. Dal sito della società non appare la specifica “votanti” ed è quindi evidente che i rilevatori sono andati a pescare nell’universo dell’elettorato, cioè tra i 2.357.376 aventi diritto al voto. Ma quanti di questi andranno a votare?
Favale ipotizza – e lo scrive – “che stavolta già al primo turno, il 5 giugno, la percentuale di votanti possa scendere al di sotto del 50%”, e i valori  di cui sono accreditati i vari  concorrenti si basano, ovviamente, sui votanti, non certo sul totale includendo anche chi si asterrà. Ora facciamo un passo indietro. Nel 2013 andarono a votare al ballottaggio 1.062.892  romani su 2.359.119 (il 45,05%) e Marino ebbe 664.490 voti, pari al 63,93%. Ma se rapportiamo i voti al totale dei potenziali elettori (664.490/2.359.119), la percentuale è del 28%. Cioè Marino fu preferito da tre votanti su dieci, mentre gli altri sette gli erano contrari. Né più, né meno, di quanto confermato oggi da Demos sull’elettorato complessivo. E viene allora da pensare che se Marino si fosse presentato a questa tornata avrebbe con ogni probabilità vinto di nuovo. Con buona pace di tanti interessati suoi avversari e del club dei suoi detrattori ospitato tanto generosamente quanto incomprensibilmente da Repubblica.
Ma il tempo, si sa, è galantuomo e basta saper aspettare.

 

 

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