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Joost van der Westhuizen

7 Feb

Il 6 febbraio Joost ha passato l’ovale, come diciamo noi che amiamo il rugby.
Forse il più grande mediano di mischia di tutti i tempi, è morto a soli 45 anni, schiantato da una micidiale forma di SLA.
Qui potrete trovare la sua storia, con i suoi trionfi e i suoi errori, magistralmente raccontata da Roberto Vanazzi,  mentre qui e qui  alcuni dei momenti per cui è diventato un mito.

joost

Il rugby: il coraggio, l’altruismo, la fantasia.

4 Gen

Da Repubblica, un’altra bella storia del rugby raccontata magistralmente da Massimo Calandri. E ora ditemi quale altro sport può darvi emozioni come questa.

 

Rugby, Robertino e quel tiro della felicità

La storia di Ricci, 27 anni con la sindrome dell’X fragile, ala in B con il Viterbo

di MASSIMO CALANDRI

GENOVA – Un rugbista lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia. Robertino non ha avuto paura, no: allo scadere ha sistemato con calma la palla ovale – lo sguardo alla porta, un respiro profondo, tre passi di rincorsa – poi da quasi trenta metri l’ha calciata proprio in mezzo ai pali. Tiro perfetto. L’Union Viterbo si è comunque arresa al Livorno (17-26), leader del campionato di serie B. Però mai vista tanta felicità in campo, altro che Sei Nazioni.

Perché Robertino Ricci, 27 anni e un grave ritardo mentale (soffre della sindrome dell’X fragile) è un rugbista per davvero, sono quasi vent’anni che gioca con la squadra laziale. Con quel calcio – i primi due punti a referto in una partita ufficiale – ha scritto una pagina importante nella storia dello sport. Del rugby. Che non è una disciplina come le altre, altrimenti non regalerebbe vicende come questa. “Me lo ricordo bambino. Prese il pallone e scappò negli spogliatoi, non voleva più uscire. I genitori erano spaventati. “Ci pensiamo noi”, li abbiamo rassicurati. E qualche mese dopo ha cominciato a passarlo, il pallone. A interagire col gruppo, a fare squadra. Come gli altri”. Antonio Luisi, vicepresidente Fir, è stato il suo primo allenatore. Robertino in mischia c’era finito grazie all’insegnante di sostegno, ex rugbista. “Ha fatto tutte le categorie giovanili, senza sconti”, spiega Marco Lanzi, ds dell’Union Viterbo. “Naturalmente siamo sempre stati attenti alla sua incolumità: non è un pilone, meglio all’ala, dove i contatti fisici sono più controllati. Entra quando mancano un paio di minuti al termine, dà tutto e gli avversari lo rispettano per ciò che è: un avversario con cui condividere il piacere del gioco”. Da vent’anni è sempre il primo all’allenamento, l’ultimo ad andarsene. “È molto più di una mascotte: un esempio per tutti. La squadra partecipa ad un torneo di livello, la B non è roba da ridere: il posto in rosa Robertino se lo merita in settimana, se non s’impegna abbastanza sta fuori”. Robe ovali. Come in un’altra società romana, la Primavera Rugby, coinvolta da tre anni in un progetto che settimanalmente vede in campo 25 ragazzi autistici, un team composto da educatori riconosciuti dalla Fir, una psicologa e i tecnici della onlus L’Emozione della Voce.

Simonetta, sorella di Robertino, racconta che quei placcaggi, e le corse dietro i rimbalzi sghembi della palla “lo hanno sbloccato fin dall’inizio: ha imparato ad integrarsi nel gruppo, a farsi apprezzare per l’impegno. È diventato un uomo”. Quando ha cominciato, anche l’Italrugby muoveva i primi passi. “Robertino stravede per capitan Parisse. Gli piace Castrogiovanni. Ma soprattutto, il suo sogno è la maglia n. 10”. Infatti si esercita sempre a calciare l’ovale. “È bravo. Per questo gli abbiamo dato fiducia, l’altra domenica”, taglia corto Marco Lanzi, burbero. “Robertino è coraggioso, altruista, ha fantasia. È un rugbista, che c’è di strano?”.

(04 gennaio 2015)

Il rugby e le regole. Anche quelle della vita.

1 Dic

Altra lezioncina dal rugby che, come diceva l’indimenticato Giuseppe D’Avanzo, “è lo sport che salverebbe l’Italia” , riferendosi ai valori di rispetto, disciplina, sportività che ne sono il credo.

Nigel-Owens-Heineken-11Nigel Owens è un arbitro internazionale di rugby. Gallese, nel 2007 ha fatto coming out dichiarando la sua omosessualità. E’ oggi uno dei migliori arbitri, noto anche perché, appassionato di calcio, non ne sopporta gli aspetti negativi: “il rugby è rispetto, ha dichiarato tempo  fa, mi rifiuto di seguire la strada del calcio“. E’ rimasta famosa la sua battuta a un giocatore che protestava (nel rugby non è consentito): “L’arbitro sono io, non tu. Tu fai il tuo lavoro e io penso al mio. Questo non è calcio“.
La frase finale è finita su una maglietta.Thi is NOT Un’altra volta, in un match del 6 Nazioni tra Francia e Inghilterra, due giocatori stavano litigando per un pallone uscito e Owens è sbottato: “Avete finito? avete un comportamento infantile, tornate a giocare ora“. Recentemente, a un altro giocatore del Leicester che si era permesso di commentare è toccata una fulminea stoccata: “Lo stadio del calcio è a 500 metri da qui“. Un’altra volta, in un match che stava volgendo verso la rissa ha chiamato tutti i giocatori – al di fuori di ogni tradizione o regola – e gli ha tenuto un sermoncino. Insomma, un mito.

nigel-owens-tells-off-playersMa recentemente è salito alla cronaca per un fatto che una volta tanto non lo ha visto protagonista diretto. Durante l’incontro Inghilterra- Nuova Zelanda alcuni tifosi lo hanno apertamente dileggiato per la sua omosessualità: un indignato spettatore ha scritto al suo giornale e la Rugby Union ha aperto un’inchiesta. Il risultato è stato che due tifosi sono stati individuati e condannati per omofobia ad essere banditi per due anni dagli stadi di rugby. In aggiunta, dovranno pagare 1000 sterline a testa a una fondazione di beneficienza indicata da Owens.

Il portavoce della Rugby Union ha così commentato: “La RFU condanna decisamente ogni forma di discriminazione   e assicura il suo impegno affinché ciascuno, indipendentemente da età,  genere, abilità, razza, religione, origine etnica, colore, nazionalità, stato sociale ed orientamente sessuale, abbia le stesse vere ed eguali opportunità di divertirsi con il rugby in ogni forma, dentro e fuori dal campo, a tutti i livelli ed in ogni ruolo“.

Sto pensando a Tavecchio.

La prima meta.

13 Set

Oggi, sabato 13 settembre 2014, sul campo dell’Unione Rugby Capitolina è nato un  campione. 🙂

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Dedicato a quei magnifici attori che sono certi giocatori di calcio

10 Mag

 

La differenza con i giocatori di rugby è anche qui, in episodi come questo, non solo nel rispetto delle regole, dell’arbitro, dell’avversario, ma prima ancora nel rispetto per sè stessi.
E’ una questione di dignità e di senso del dovere. E non è un confronto fuori luogo perché entrambi sono sport per professionisti: solo che nel rugby lealtà e correttezza sono parte inscindibile dell’insieme. Quell’insieme che ne fa, prima di uno sport, una disciplina.

 

Il rugby e i suoi valori: dal carcere alla serie C

3 Ott

I “Bisonti” parteciperanno al nuovo campionato. Il presidente:  «Come un terzo tempo della loro vita»
Venerdì 4 ottobre alle ore 15.30 a Roma, presso la Sala Presidenti del Coni (Largo De Bosis, 15), Asi e la sua associazione affiliata ’Gruppo Idee’ presentano la squadra dell’alta sicurezza della casa circondariale di Frosinone “Bisonti Rugby”, che parteciperà al campionato di serie C della Fir. Saranno presenti il presidente Asi Claudio Barbaro, il segretario generale Fir Claudio Perruzza, il presidente del comitato Fir Lazio Marco Santa Maria e il provveditore agli Istituti di pena del Lazio Maria Claudia Di Paolo. “Bisonti Rugby” è la squadra dell’alta Sicurezza della casa circondariale di Frosinone, nata da oltre due anni grazie all’impegno e alla volontà del responsabile Asi per la attività sportive in carcere Luigi Ciavardini, del presidente dell’associazione ’Gruppo Idee’ Zarina Chiarenza, del presidente dei ’Bisonti Rugby’ Germana De Angelis e dell’Amministrazione Penitenziaria, assieme a tutti gli operatori della Casa Circondariale di Frosinone.

Lo scorso 30 luglio, grazie al pieno appoggio della Federazione Italiana Rugby e del suo comitato regionale laziale, la squadra ’Bisonti Rugby’ è stata infatti iscritta al campionato di Serie C (inizio previsto per domenica 6 ottobre) e si confronterà con le altre squadre che, mettendo in pratica i valori di solidarietà e altruismo alla base del rugby, hanno accettato di giocare sempre in casa contro questa. “Con questa iniziativa – esordisce il presidente Asi Barbaro – lo sport della sfera ovale si offre come strumento per veicolare un modello di vita sano, basato sul rispetto delle regole e dell’avversario. Per i bisonti sarà un po’ come vivere un terzo tempo della loro vita, e Asi non può che essere contenta di aver contribuito con le istituzioni preposte a renderlo possibile”.

Così commenta Barbaro, convinto che grazie ai sani principi del rugby, la partecipazione al torneo del team della casa circondariale di Frosinone consenta ai detenuti di fare attività fisica, favorendo attraverso questa il recupero dell’autostima e il miglioramento delle condizioni di salute, nonché di rapportarsi all’ambiente esterno nel pieno rispetto delle regole.

Da La Stampa del 1 ottobre 2013

Rugby minore? No, il rugby è unico, cambia solo la maglia.

22 Set

Nel commento parlato e scritto di questo breve filmato c’è tutta la verità del rugby.
Ecco perché è una disciplina, prima ancora di essere uno sport.

A Venezia un film sui valori del rugby

8 Set

De Laurentiis, rugby è rispetto e amicizia, a differenza calcio

di Francesca Pierleoni
Da ANSA Spettacolo – 1 settembre 2013

Il rugby diventa veicolo per la rinascita e il riscatto di un ragazzo difficile nel film Il terzo tempo, l’opera prima di Enrico Maria Artale presentata alla Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Orizzonti. Per l’occasione sono arrivati sul red carpet anche sei campioni della nazionale italiana di rugby. Il film è stato coprodotto dal Centro Sperimentale di Cinematografia (è nato come saggio di diploma) e dalla Filmauro di Aurelio e Luigi De Laurentiis. Un ritorno per loro dopo anni alla produzione di un film che non sia una commedia pura. ”Ho sempre prestato molta attenzione al mondo dei giovani, perché quando lo ero anch’io ho subito la prevaricazione degli adulti” spiega Aurelio de Laurentiis, che alla Mostra promuove il Premio Venezia Opera Prima (Luigi De Laurentiis), a cui Il terzo tempo, per ovvie ragioni, non concorre. Il cinema ”in Italia non funziona, ma sono molto legato al Centro sperimentale perché mio padre ci insegnava. Ho trovato questa sceneggiatura molto ben costruita – dice il produttore – . Il rugby come sport rappresenta il rispetto e l’amicizia a differenza del calcio. L’ho sempre ritenuto molto educativo per i giovani, andrebbe più sostenuto”.

Protagonista della storia è Samuel (Lorenzo Richelmy), ragazzo difficile, con una madre tossica e cresciuto senza padre, che viene inserito nel programma di riabilitazione di un’azienda agricola. Qui il ragazzo inizia a giocare nella quadra locale di rugby, guidata dal suo supervisore, Vincenzo (Stefano Cassetti) e, giorno dopo giorno, trova la prospettiva di un nuovo inizio. Artale, classe 1984, vincitore di un Nastro d’argento per il suo corto Il respiro dell’arco, aveva già diretto un documentario sul rugby, I giganti dell’Aquila (2010), sulla volontà dei rugbisti aquilani, che avevano partecipato alle operazioni di salvataggio dopo il terremoto del 2009, a tenere viva la squadra: ”Quel documentario mi ha dato modo di conoscere uno sport eccezionale, capace di trasmettere valori profondi. Quando dal Centro sperimentale mi hanno proposto di scrivere una storia che parlasse di riscatto e rugby ho subito accettato. Mi ha aiutato anche un articolo di Giuseppe D’Avanzo su questo sport da cui ho imparato come un’azione fisica, possa avere una ripercussione esistenziale”. Il film, aggiunge De Laurentiis, ”uscirà a novembre, in coincidenza di tre importanti partite: fino ad allora faremo crescere l’interesse”. Per lui, Artale ”ha saputo abbinare bene temi sociali, dramma e storia d’amore. L’opera prima deve nascere dall’esigenza di raccontare una storia, sennò diventa un pacco e paccotto ai danni del ministero”. Proprio per questo, ”potremmo trovare il modo di creare con il Centro sperimentale un fondo che finanzi soggetti basati su idee intriganti e che abbiano come riferimento anche il pubblico”.

Da ANSA Spettacolo – 1 settembre 2013

Il rugby, l’anti-calcio che salverebbe l’ Italia

8 Set


Non è mio questo titolo. Appartiene a uno straordinario articolo di Giuseppe D’Avanzo, il grande giornalista famoso  Peppe D'Avanzo per le sue documentate inchieste e giocatore di rugby in gioventù, pubblicato su Repubblica il 4 settembre 2007.
C’é tutto quel che c’è da dire sul rugby.

 

Il rugby, l’anti-calcio che salverebbe l’ Italia

Noi appassionati del rugby – diversi e un po’ sfigati come può esserlo in Italia chi non ama il calcio – abbiamo un sogno: vedere l’8 settembre a Marsiglia, quando l’Italia giocherà con gli All Blacks la partita di esordio dei Mondiali, il premier, il leader dell’ opposizione. Perché no?, il capo dello Stato. In buona sostanza, chi ha sulle spalle la responsabilità di guidare il Paese. Per un motivo elementare: abbiamo la convinzione che l’Italia abbia bisogno del rugby; che i princìpi del rugby consentano di guardare meglio lo «stato presente del costume degli italiani». Siamo persuasi che questo gioco possa migliorare l’Italia. È un mistero inglorioso, per gli italiani, il rugby. Pochi sanno esattamente di che cosa si tratta. È un peccato perché il rugby ha le stesse capacità mitopoietiche del calcio e, come il calcio, permette di interpretare il mondo. Dalla sua, il football può vantare moltissimi scrittori che si sono misurati con quest’impresa. Qui da noi con il rugby si è misurato soltanto, che io sappia, Alessandro Baricco con tre cronache (due su questo giornale) che, per noi del rugby, sono ancora oggi una medaglia da mostrare in giro. Di quelle cronache, negli spogliatoi e sugli spalti semideserti, se ne conoscono le frasi a memoria. Un paio in particolare: «Rugby, gioco da psiche cubista»; «Qualsiasi partita di rugby è una partita di calcio che va fuori di testa». Non si discute la scintillante eleganza della scrittura. Mi sembra, però, che la prova di Baricco confonda quel poco che nel rugby è chiaro. «Psiche cubista». A naso, credo che si possa contestare l’accostamento tra i volumi, i vuoti del cubismo e il rugby. Il rugby è fatto di traiettorie e di pieni, quando è ben organizzato e giocato. Se si apre un vuoto è per sfinitezza o errore tattico. L’omogeneità dello spazio non interrotto, impenetrabile alle cose, di Braque mi appare l’immagine rovesciata del rugby dove i giocatori devono irrompere continuamente nello spazio altrui. Il fatto è che faccio molta fatica a vedere nella leggiadria nuda e molle de Les demoiselles d’Avignon di Picasso l’esplosività di una “linea trequarti”, nella certezza che non si possa trattare di un “pacchetto di mischia” (gli “avanti” hanno troppo da fare là sotto per essere leggiadri). Soprattutto i tempi non tornano. Quando il cubismo nacque tra il 1907 e il 1908 al Salon d’Automne, il rugby era già più che maggiorenne con i suoi ottantaquattro anni, se è vero che uno spiritello anarchico consigliò a quel mattocchio d’irlandese di William Webb Ellis – nel Bigside della “public school” di Rugby – di afferrare la palla con le mani e di non giocarla con i piedi, il 1 novembre del 1823. Qualcosa sulla natura del gioco vorrà, dovrà pure svelarsi se è nato nel terzo decennio dell’Ottocento e non nel primo del Novecento. La differenza – mi pare – è addirittura decisiva per comprendere quale cultura, nella sua fase originaria, sia custodita dal carattere del gioco. A cavallo di quel 1823 in Inghilterra è in corso una rivoluzione. Il Paese – il primo Paese urbanizzato e modernizzato della storia – è “l’officina del mondo”, un vortice impetuoso di scienza, tecnologia, industria, istruzione, cultura, riformismo politico che cancella le antiche demarcazioni sociali tra signori e contadini, fra agricoltori nelle campagne e artigiani nelle città. La forza di quel processo di modernizzazione in movimento in quegli anni divide più che unire. Nella grande Isola, scrive Benjamin Disraeli, ci sono “due Nazioni”: «Non vi è comunità in Inghilterra~ Crediamo di essere una Nazione e siamo due Nazioni sullo stesso territorio, due Nazioni ostili nei ricordi, inconciliabili nei progetti». (Già qui qualche eco della nostra attuale condizione dovrebbe appassionarci). Nella palude di una nazione divisa affiora la necessità di trovare ragioni comuni, l’urgenza di creare un sistema educativo capace di formare giuristi, medici, funzionari dello stato, scienziati che sappiano – sì – lavorare con efficienza, ma siano anche consapevoli dell’interesse pubblico e dotati di “buone maniere”. In questo bisogno prende forma l’idea di Thomas Arnold, preside della Rugby School, l’autentico padre del gioco, al di là del mito fondativo che fa di William Webb Ellis l’eroe. Egli immagina un nuovo modello educativo fondato su una “cristianità energica”, sul servizio alla collettività, sulla disciplina abbinata al senso di responsabilità; una formazione innervata da valori che, senza rallentare “l’officina del mondo”, cancelli la frattura che si è creata tra le “due Nazioni” con il rispetto e la reciproca comprensione, una memoria comune, un progetto non più “inconciliabile”, ma condiviso. (Quanto questo sia necessario – oggi – all’Italia è inutile dire). Thomas Arnold è convinto che lo sport possa avere un ruolo essenziale in questa missione. Il corpo lo si può dire veramente “formato”, conclude, soltanto quando con tutte le sue risorse è al servizio di un ideale morale. Lo sport non è più svago, allora. Diventa un cardine della “formazione morale”. Se ogni ragazzo conosce la vittoria e la sconfitta, si rafforza la sua stabilità emotiva. Lo si prepara al servizio sociale perché si confronta con grande impegno in un quadro di regole reciprocamente accettate. Gli si insegna a rispettare l’avversario pur volendolo sconfiggere. Lo si educa ad accettare serenamente e senza alibi l’esito della competizione. Una partita – soprattutto la brutale franchezza di una partita di rugby – apre il solco entro cui si definisce un ethos, un’idea di gentleman, un modo di stare al mondo e con gli altri. Offre la possibilità di dimostrare forza d’animo, coraggio, capacità di sopportazione, tempra morale, la materia grezza di quella etica del fair play, che trova il suo slogan nell’ esortazione vittoriana Play up and play the man! Gioca e sii uomo. Perdonatemi la tirata. Voglio dire che il rugby è spesso raccontato con una retorica che lo rende irriconoscibile. Ai molti che non ne conoscono le regole appare la sfrenatezza di un regime psichico primitivo segnata dai gesti di ragazzotti saturi di irrequieto testosterone. In questa luce, non se ne intravedono le metamorfosi di comportamento che si consumano nel gioco né quanto quelle metamorfosi siano indotte da un pratica auto-repressiva, governata dal Super-Io. Credo che non sia coerente allora parlare di “follia”, di “caos”, di «una partita di calcio che va fuori di testa». Il rugby è una faccenda per niente caotica o folle. Quindici uomini (o donne) contro quindici, separati con nettezza dalla linea immaginaria creata dalla palla, in gara per conquistare l’area di meta e schiacciarvi l’ ovale. Si conquista insieme il terreno, spanna dopo spanna. Lo si difende insieme. Non esiste Io, se non vuoi andare incontro a guai seri per te e la tua squadra. Esiste soltanto Noi. Il rugby è lineare, addirittura spudorato nella sua essenzialità. È colto perché, nonostante l’ apparenza, è l’ esatto contrario di tutto ciò che è naturale. Nelle sue manifestazioni migliori, mai scava nella cloaca degli istinti o nel gorgo emotivo. Al contrario, impone controllo. Dicono che educhi, ma istruisce. Dicono che dia carattere, invece accultura. Postula una placenta comunitaria; un pensiero ordinato; paradigmi condivisi senza gesuitismi o imposture. Nessun odio e, per riflesso, nessuna paura (l’odio è paura cristallizzata, odiamo ciò che temiamo). Sottende una forza spirituale prima che fisica. Esclude la mossa furbesca, la sottomissione gregaria, l’ arroganza del prepotente. Aborre ogni cinismo immoralistico perché è capace di essere schietto e leale nonostante la violenza o forse proprio grazie a quella. Dite, si può immaginare qualcosa di meno italiano? Ogni passo nel rugby (valori, pratiche, comportamenti, riti) è in scandalosa contraddizione con quella specificità italiana che glorifica l’ingegno talentuoso e non il metodo. La furbizia e non la lealtà. L’inventiva e mai la preparazione. Il “miracolo” e mai l’organizzazione. L’individualità e mai il collettivo. Il caldo piacere autoreferenziale del “gruppo chiuso” e mai il desiderio di farsi stimare da chi al “gruppo” (ceto, famiglia, corporazione) non appartiene: la più grande soddisfazione di un giocatore di rugby, anche se sconfitto, è l’ammirazione che suscita nell’ avversario. Il rugby – la comprensione del gioco, della sua nervatura, del suo spirito e consuetudine – spiegano, come meglio non si potrebbe, il deficit del carattere italiano e le debolezze del nostro stare insieme. Ecco perché a noi del rugby piace pensare che questo gioco così estraneo all’identità nazionale possa offrire, felicemente, un esempio per riformarla. L’appuntamento è al Velodrome di Marsiglia, l’ 8 settembre. Le prenderemo, ma non importa. Play up and play the man!

GIUSEPPE D’ AVANZO

A un campione che ha passato la palla. Rocco Caligiuri.

25 Giu

  C’era un sacco di gente oggi a San Saturnino, la chiesa del quartiere Trieste dove abbiamo salutato per l’ultima volta Rocco Caligiuri. Rocco è stato una delle grandi figure del rugby romano, più volte nazionale.

  Giocavamo nella stessa squadra senza soldi, l’Olimpic, tenuta insieme dalla passione e dai sacrifici personali di Bigonzoni, il presidente-allenatore. La club house allora era una pizzeria a viale Regina Margherita, ‘La Pariola’, proprio sotto casa sua. Era lì che tenevamo le riunioni negli orari in cui non c’era servizio. Poi magari ci si tratteneva per mangiare una pizza tutti insieme.  Erano i tempi del più puro dilettantismo, zero rimborsi (tutt’al più un paio di scarpini nuovi), delle trasferte massacranti (ne ricordo una a Catania, in treno, in cuccetta) e un’altra, chissà dove, che si arrivò in 14 e Bigo si mise lui a estremo.   Rocco Caligiuri 

  E mi ricordo bene l’arrivo di Rocco al campo dell’Acqua Acetosa in un primaverile  pomeriggio di sole (credo fosse il 1966) durante un allenamento: avrà avuto 15/16  anni  ma  già un gran bel fisico e un sorriso sempre aperto. Proveniva dal calcio ed era  una  matricola assolutamente all’oscuro di rugby, capitato lì, come  a molti, solo per  curiosità e per fare qualche giro di campo, ma non ci mise molto a prendere  confidenza  con l’ovale e a essere sempre presente. Ricordo che con Massimo Gini  e  Franco Cioni (altri grandi campioni e nazionali) ci scambiammo negli allenamenti  qualche opinione sul ragazzo: non placcava un gran che (ma poi imparò) però era solido, velocissimo, senza paura e con un calcio esplosivo. Nella squadra dei  ragazzi (allora c’era la coppa Cicogna per il campionato giovani) Bigo gli trovò subito posto all’apertura. Di lì a poco – avevo già 26 anni, lavoravo e stavo per farmi una famiglia – smisi di giocare (ogni tanto una partita nel campionato riserve) e lo persi di vista per qualche mese per scoprirlo improvvisamente e con immenso piacere in nazionale come estremo.         

  Così lo ricorda Luciano Ravegnani, la memoria storica del rugby italiano: “Rocco Caligiuri, morto a 63 anni, era un calabrese diventato romano. Il disincanto in persona, il rugby della gioia di esserci, la battuta pronta, il coraggio scavato nel serbatoio di un’innata pigrizia. L’ho visto esordire con una maglia azzurra a 19 anni, contro il Galles a Llanelli, con l’Italia Juniores. Fu l’unico a vincere, conquistando cuori femminili nel terzo tempo. Un personaggio, fin da subito. Poi la Nazionale vera, per 26 volte, tra il 1969 e 1979. Non pochi discutevano la scelta, ma Rocco era sempre disponibile quando lo chiamavano. Ci teneva alla Nazionale, e con lui (e Quaglio) la nazionale era di umore sempre positivo. Era un buon  difensore, non un gran placcatore, ma aveva gambe da n. 15 moderno, e soprattutto un piede, il sinistro, di caratura internazionale. “Piazzava” maluccio, ma nei drop era fantastico. Nell’aria un po’ rarefatta di Johannesburg, al vecchio Ellis Park, centrò tre drop contro un Transvaal XV  di caratura, a conclusione del tour rugoso e abrasivo degli azzurri in Sudafrica nel 1973, giocando 9 partite su nove. Fino a quel momento solo Albaladejo, francese, vantava 3 drop in un match internazionale. Come fosse sfuggito indenne dai placcaggi distruttivi (e in ritardo) dei sudafricani, restò una delle cose più belle del tour. I suoi tempi di inserimento in attacco potrebbero essere ancora portati a esempio. Per i più giovani l’esempio di McLean mi pare il più calzante. Solo che Rocco era veramente personaggio “pieno”, come lo è stato da imprenditore di grande successo. Gli avevano consegnato recentemente il cap n. 224 della Nazionale. La Roma e gli amici delle “rimpatriate” gli avevano conservato  una notorietà  meritatissima”. Dicono ci sia una targa che ricorda i tre drop, lì allo stadio. E un’altra grande firma del rugby, Marco Pastonesi, gli ha dedicato questo bellissimo ritratto.

   Ogni tanto ci si rincontrava. Al bar che aveva aperto con Patassini, altro compagno di squadra, grazie all’aiuto dell’Algida che aveva scoperto lo sport come veicolo di comunicazione. Poi si scoprì un talento da imprenditore (oltre quello, anch’esso naturale, di sciupafemmine) e lanciò una catena di negozi di dolciumi ‘Sweet&sweet’, cui seguirono i ristoranti, la famiglia dei ‘Pomodorino’ e dei ‘Meloncino’.  Poi negli ultimi anni la malattia, che però non gli fece spegnere il buonumore e il sorriso neppure quando il chirurgo gli disse che doveva procedere all’amputazione della gamba. “Dottò, ma proprio la sinistra? Nun me po’ taglià l’altra?” 

   Quest’anno al 6 Nazioni gli fu consegnato il cap, il tradizionale berretto riservato ai giocatori della nazionale. Le foto lo ritraggono in carrozzina sorridente e circondato dagli amici, gli stessi che lo hanno aspettato stamattina sul sagrato della chiesa. Purtroppo ho raggiunto l’età in cui si riconoscono i visi ma non si ricordano più i nomi: ho visto e mi sono abbracciato con Riccardo Tiberi, storico pilone dell’Olimpic, con Angelo, tallonatore della Roma che ha ora una trattoria in Prati, ho salutato Claudio Tinari, Pasquale Vaghi, Bernabò padre e tanti tanti altri; c’erano anche tanti distintivi FIR e tante cravatte di club. Perché noi del rugby manteniamo nella vita il credo del nostro sport, lo spirito del gruppo che resta solido negli anni, la solidarietà, il sostegno reciproco. Non a caso quando un giocatore di rugby ritorna alla terra si usa dire che ha solo “passato la palla”.

 

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