Tag Archives: Pd

De Masi su Il Manifesto: il giorno più nero della sinistra

14 Mag

Su il Manifesto dell’11 maggio è uscita questa intervista di Daniela Preziosi a Domenico De Masi. Condivido e la pubblico integralmente.
N.B. Il neretto nelle risposte è mio.
======================

L’altolà del sociologo: «La Lega si mangerà i 5 stelle. Serve un’opposizione militante, Pd ed ex la smettano di litigare. I soldi per le promesse non ci sono. Faranno scelte simboliche a costo zero: liberalizzazione delle armi, stretta su immigrati e richiedenti asilo. Cambieranno la nostra antropologia»

«È il giorno più nero per la sinistra italiana. In Italia inizia il governo di destra più a destra dal ’46. E io ho ottant’anni: sono nato sotto il fascismo nel ’38 e morirò in un’Italia di destra, ma “destra destra”». Domenico De Masi sorride, ma è serio. Sociologo del lavoro, è stato uno degli studiosi più ’aperturisti’ verso i 5 stelle, per i quali ha condotto anche una ricerca. Oggi però la musica cambia, spiega. Virano a destra. «Marx distingueva la classe in sé e la classe per sé. I 5 stelle hanno una doppia composizione, sociologicamente omogenea ma ideologicamente molto divisa. La loro base sociale è stata analizzata dall’Istituto Cattaneo: il 45 per cento è di di sinistra, il 25 di destra, il 30 fluttuante. Ha votato per loro il 37 per cento degli insegnanti, il 37 degli operai, il 38 dei disoccupati e il 41 dei dipendenti della pubblica amministrazione. Li ha votati un iscritto della Cgil su tre e 2milioni di ex elettori del Pd».

Insomma una base sociale di sinistra.

Attenzione a quello che dice Marx. Era la base della sinistra a cui però i partiti pedagogicamente insegnavano ad avere una coscienza di sinistra, un’anima e una coscienza di sinistra. Ma ora i partiti la pedagogia non la fanno più. I 5 stelle hanno la base più vicina a quella che aveva il Pci di Berlinguer. Ma manca Berlinguer. E Gramsci.

C’è Renzi.

Se il Pd avesse accettato il governo con loro gli sarebbe stato facile riconquistare la propria base. Oggi Salvini può fare l’opposto: attrarre gli elettori di destra dei 5 stelle. Nel 2013 la base sociale del Pd era ancora simile. L’operazione di Renzi è stata quella di cambiare la base sociale del suo partito. Un’operazione riuscita, ma suicida.

Ma se ci sono tutti questi elettori di sinistra nei 5 stelle, perché si sono rivoltati all’idea di accordo con il Pd?

Non si sono rivoltati loro, si sono rivoltati quegli altri.

Adesso questi elettori come reagiranno all’accordo con la Lega?

Ora questo gruppo è sconcertato, sperava in una democratizzazione dei 5 stelle, non in una destrizzazione. Non credo che M5S abbia la forza di traghettarli a destra. Questi due milioni di voti sono usciti dal Pd da sinistra del Pd. Ora sono in libera uscita. Ma non c’è una sinistra in cui rientrare.

Può succedere invece che il governo giallo-verde faccia dei provvedimenti popolari, come investire soldi sulle pensioni. La sinistra sarebbe costretta ad apprezzare.

Il problema sono i soldi.Le priorità di Salvini e quelle di Di Maio sono diverse. A Di Maio al sud serve un generoso reddito di cittadinanza. Salvini sarà disposto a una via di mezzo. Ma di una cosa sono certo: prima faranno provvedimenti a costo zero ma altamente simbolici. Liberalizzeranno il porto d’armi per la legittima difesa, un provvedimento che violenta la cultura italiana. Aumenteranno i controlli sugli immigrati, ridurranno gli aiuti ai richiedenti asilo, che già oggi stanno in campi di concentramento orribili. Insomma con cose così rischiano di modificare la nostra struttura antropologica.

Crede che non troveranno le risorse per cambiare la legge Fornero?

Potrebbe essere che fanno un ritocco alla legge ma nel frattempo cambiano tutti i quadri Rai, e questo piccolo ritocco diventa una grande conquista.

C’è stata una luna di miele fra 5Stelle e sinistra radicale. Anche lei ha dato loro molto credito. Sebbene non poche cose, per esempio l’uso della piattaforma Rousseau consigliavano prudenza. Ora lei ha cambiato idea?

Faccio una premessa. Sono stato a Ivrea, invitato da loro (alla kermesse in ricordo di Gianroberto Casaleggio, ndr). In quell’occasione ho potuto capire bene questa piattaforma, che mi hanno fatto studiare per due giorni. La piattaforma ha otto filoni e uno di questo, per esempio, serve ai consiglieri comunali come formazione e-learning per sapere, di un dato argomento, quali leggi esistono a che punto sono gli altri comuni eccetera. Una cosa da pionieri che tutti gli copieranno presto. Comunque il grande elettore dei 5 stelle è stato Renzi, e lo dico io che avevo nel Pd il mio partito di riferimento. Liberisti non siamo, e invece ci siamo ritrovati un Pd neoliberista. Un Pd che ha maltrattato per esempio gran parte del costituzionalismo italiano. Il mio contatto con i 5 stelle è stato di natura professionale, ma comunque mi consentiva di intrufolarmi in questo movimento: un sociologo non può non essere intrigato da un fenomeno così. Ho visto che nel M5S c’è un’anima di sinistra e una di destra. Di qui il tentativo di aiutare, nel mio piccolo, quest’incontro fra 5 stelle e Pd. Poteva nascere la più bella socialdemocrazia del Mediterraneo, una colonizzazione intellettuale dei 5 stelle. Oppure si può creare il governo più di destra della storia dell’Italia repubblicana e quello più a destra della Ue. In due anni Salvini si mangerà i 5 stelle.

Lei crede che si apra un ciclo lungo della destra?

Ma certo. Intanto è un governo che avrà un sacco di aiuti. Parliamoci chiaro: a tifare Lega-5 stelle sono stati quasi tutti, il Corriere, Repubblica, la Confindustria diceva «fate presto», le centrali mediatiche hanno dato ordine alle tv di dire che comunque ci voleva subito un governo, e cioè quel governo, visto che il Pd era indisponibile.

Qual è il destino dei 5 stelle dopo questa svolta?

La Lega se li mangerà. Gli elettori più a destra passeranno con Salvini. Quelli di sinistra tenderanno alla fuga. Da oggi serve un’opposizione militante. Lo dico chiaro, nessuno pensi neanche lontanamente che voglio una delle duecento cariche che ora verranno distribuite da loro. No, serve un’opposizione vera. Ma senza riferimenti è impossibile. Poco fa ero in una trasmissione. In una giornata come questa, il giorno più nero della sinistra, mentre nasce il governo più a destra d’Europa, l’esponente del Pd e quello di Mdp che facevano? Litigavano fra loro.

 

SCARICA IN:

Annunci

Il centrosinistra è morto, viva la Sinistra

8 Nov

www.image-size.comIl 18 giugno c’ero anch’io al Brancaccio ad ascoltare l’appello di Anna Falcone e Tomaso Montanari. E ricordo il palpabile entusiasmo che si percepiva, dalla platea fino ai loggioni, si avvertiva la speranza che qualcosa di nuovo stesse prendendo piede. Oggi quell’appello è un progetto che sta assumendo forma e dimensioni, raccoglie sempre più consensi, accomuna giovani e anziani legati da quegli stessi ideali che si volevano superati, se non inutili, scomodi, addirittura divisivi. Invece non c’è nulla di divisivo nel Manifesto pubblicato ieri, tutt’altro. E siamo solo all’inizio.

Qui di seguito trovate l’articolo di Tomaso Montanari sull’Huff Post di oggi. Confesso: non ho potuto resistere e ho  copiato il suo titolo. Ma è troppo bello.

Il centrosinistra è morto, viva la Sinistra

Con la franta, confusa, ombelicale cronaca politica delle ultime ore – e particolarmente con la lettura degli editoriali di stamane – è apparso via via più chiaramente un fatto: tutti si sono accorti che a sinistra c’è qualcosa di nuovo. Un’aggregazione di forze che pensa se stessa come alternativa a un Partito Democratico ormai alla deriva, e irrimediabilmente a destra.

La notizia è che è saltato il cosiddetto “centrosinistra”. Si andrà alle elezioni con quattro poli alternativi: la Destra, i 5 stelle, il Pd e – finalmente – la Sinistra.

la Sicilia dimostra che l’argomento del voto utile è spuntato, in mano a Renzi: perché è chiaro che per fermare la Destra bisognerebbe semmai che la Sinistra sommasse i propri voti a quelli dei 5 Stelle. Ed è di questa difficile somma che, con ogni evidenza, bisognerà discutere.

Ma ritorniamo per un attimo a qualche mese fa, all’inizio dell’estate.

Il 18 giugno, al Teatro Brancaccio di Roma, partiva un percorso politico senza padroni, senza media alleati, senza mezzi. Un percorso da outsider. Ne facevano parte singoli cittadini senza tessera (come me e Anna Falcone), ma anche partiti: Sinistra Italiana, Possibile, Rifondazione Comunista l’Altra Europa e altri. Tutti insieme quel giorno abbiamo detto: occorre una lista unica che rompa con il centrosinistra e con il Pd. Per parlare un’altra lingua. 

Pochi giorni dopo, il primo luglio a Piazza Santi Apostoli, si riuniva uno schieramento ben più possente, almeno mediaticamente. Imperniato su Mdp e “guidato” dall’oracolare Giuliano Pisapia. Con tutti gli insider giusti. La linea, lì, era l’opposta: ci vuole un nuovo centrosinistra, che si allei con il Pd per condizionarlo.

Ebbene, oggi tutti insieme (forse persino Pisapia, e ne sarei felice) diciamo le cose che furono dette al Brancaccio: il centrosinistra è morto ed esiste una Sinistra con un suo progetto di Paese.

Dunque, va tutto bene? Naturalmente no: diffidenze reciproche, profonde e oggettive diversità, le eredità di storie lontane non spariscono in un giorno. I nodi che andranno sciolti sono moltissimi. Ne elenco cinque.

Il primo nodo: non sono state coinvolte tutte le forze disponibili, a partire da Rifondazione e Altra Europa. È stato un errore: bisogna rimediare subito. Il progetto deve essere aperto a tutti coloro che lo condividono.

Il secondo nodo: bisogna scrivere un programma comune. Ieri è filtrato un testo su cui – faticosamente – si era appena raggiunto un accordo. Non è un programma: il Brancaccio varerà il suo (costruito dal basso, in cento piazze d’Italia) nell’assemblea del 18, Mdp lo ha presentato ieri in coda a quel testo comune, Possibile ha da tempo un bel Manifesto, Sinistra Italiana una fitta rete di idee e progetti.

Bisogna trovare i modi per costruire e approvare insieme un programma comune che parta da tutti questi progetti, e li tenga insieme. E non sarà un percorso facile. Ma se ne faremo un confronto di idee, aperto e trasparente, sarà una grande occasione per mostrare una altra idea di Italia. Dobbiamo riuscirci, decidendo subito come fare.

Oggi, comunque, vorrei rivendicare alcuni tratti davvero innovativi del piccolo manifesto trapelato ieri: cinque cartelle esatte, diecimila battute. Un testo pieno di limiti, certo.

Ma anche non privo di forza: perché io credo che dire un no radicale al Jobs Act, alla Buona Scuola, allo Sblocca Italia; dire no alle Grandi Opere (a partire dal Tav) e sì al consumo di suolo zero; dire no alla cultura mercificata, siano affermazioni assai forti e chiare. Affermazioni incompatibili non solo la politica di destra di Renzi, ma anche con quella di un Pd senza Renzi, o del centrosinistra degli ultimi vent’anni e perfino con la politica attuale di alcuni esponenti di partiti che pure sottoscrivono quello stesso manifesto (per essere chiari, con un singolo esempio: da ieri è evidente che l’obbrobrio del nuovo aeroporto di Firenze è fuori da questa linea politica). E ora bisognerà essere coerenti: fino in fondo.

Gli addetti ai lavori, i militanti appassionati – e io tra loro – avrebbero preferito leggerci, in chiaro: “Si rompe con il centrosinistra, nasce una sinistra alternativa”. Ma è proprio questa la morale ineludibile di quel testo, per chiunque sia intellettualmente onesto: una morale compresa fino in fondo (e per questo duramente attaccata) sui giornali di oggi.

Il terzo nodo: il percorso. Bisogna decidere – insieme, trasparentemente e in fretta – quale percorso intraprendere per prendere le decisioni. Un’assemblea, certo. Ma composta come? Per delegati eletti, o aperta a tutti coloro che sottoscrivono il manifesto? Bisogna decidere, puntando sul massimo di partecipazione. E deve essere chiaro che l’assemblea sarà sovrana sul programma, sui criteri per fare le liste, sulla leadership.

Il quarto nodo: la leadership, appunto. Che non può essere calata dall’alto. Né può essere maschile singolare. Deve essere plurale, capace di tenere insieme i generi e le generazioni. La maledetta legge elettorale voluta da tutte le destre obbliga a indicare un “capo”, letteralmente. E dunque ci dovrà essere anche un nome singolo: condiviso, autorevole, capace di coordinare senza comandare. Ma dentro una struttura plurale.

Il quinto: le liste. Esse dovranno dimostrare con plastica evidenza il rinnovamento. Nessuno pensi ad una operazione per rimpiazzare a Palazzo l’attuale ceto politico. Personalmente chiederò in ogni sede che almeno il 50% delle liste sia composto da persone che non hanno mai fatto politica attiva (e qua devo ricordare che io non mi candiderò!). Certo, poi, bisognerà trattare, confrontarsi, accettare una mediazione: è la logica di una lista comune tra diversi: ma se il risultato non sarà innovativo, non lo legittimeremo, e anzi scenderemo dall’autobus, anche fragorosamente.

Dunque, i nodi sono tanti e sono davvero intrecciati. Non so come finirà. Ma dobbiamo provarci.

Molti amici e compagni mi scrivono che non se la sentono di andare avanti su questa strada stretta. Lo capisco: le cicatrici accumulate in anni di tentativi generosi sono tante. Tante da impedire ormai quasi qualunque movimento in avanti. Per ragioni generazionali e per la mia storia personale, non ho vissuto molte di queste storie. È certo un limite: mi manca un lucido pessimismo. Vorrei, però, provarci: fino in fondo, insieme a tante e a tanti che non si rassegnano all’astensione.

E ricordando che, nella battaglia referendaria, abbiamo difeso un modello parlamentare: cioè di mediazione e di compromesso (che non è l’inciucio). Se non crediamo al leaderismo e all’imposizione, non possiamo poi rifiutarci di trattare. Ovviamente chiarendo bene i limiti di ciò che si può e di ciò che non si può trattare. E ricordando che gli elettori che aspettano di votare qualcosa di sinistra sono molti, molti di più dei militanti stanchi, diffidenti, sfiduciati.

Mi permetto, infine, di ricordare quanto scrivevo in apertura: oggi, pur tra mille difficoltà, la notizia è che il progetto del Brancaccio ha prevalso: ha vinto, se vogliamo usare un lessico antipaticamente marziale.

La notizia è che è finita la stagione del centrosinistra, ora è possibile un progetto di Sinistra.

Il manifesto comune uscito ieri dice che:

“Il cambiamento e l’alternativa rispetto alle politiche degli ultimi anni sono la cifra fondamentale di questo progetto, il cui obiettivo è dare sostanza ai valori di eguaglianza, inclusione, giustizia sociale”.

Bene: io mi riconosco in questa strada, fino in fondo.

È del tutto evidente che questa lista unica (o questa coalizione tra due liste, lo vedremo) non è quella forza politica nuova, capace di rovesciare il tavolo delle diseguaglianze, che abbiamo provato a tratteggiare dal 18 giugno in poi. Quella verrà poi: dovrà venire. E non potrà che venire da un lungo lavoro capillare sul territorio (quello che fa Casa Pound, e che la Sinistra ha smesso di fare). Ma l’appello del Brancaccio era, intanto, per una lista unica a sinistra del Pd (un appello senza subordinate, e senza “piano b”): e la strada per provarci è oggi solo questa.

Personalmente proverò a percorrerla senza smettere di dire, impoliticamente, la verità.

Per capire perché questo è vitale (anche se magari inopportuno), bisogna rileggere un libro del passato straordinariamente capace di spiegare il presente, l’Orologio di Carlo Levi. In una sua meravigliosa pagina si legge una profetica descrizione di ciò che succede oggi (o meglio, una lucida constatazione di ciò che succede sempre, da allora ad oggi; e quell’ ‘allora’ si riferisce alla caduta del governo Parri, alla fine del 1945):

“… era uno di quei momenti in cui i destini di ciascuno pendono incerti; in cui gli abilissimi politici meditano sulle forze in campo e preparano mosse astute in un loro complicato gioco di scacchi, che essi sono destinati, in ogni modo, a perdere – perché il solo modo di vincere sarebbe di trovare quella parola che, suscitando forze nuove, buttasse all’aria la scacchiera e trasformasse il gioco in una cosa viva. Sarebbe stata detta, questa parola?”.

Ecco, credo che il compito di chi si riconosce nel percorso del Brancaccio sia proprio quello: provare a dire – con umiltà e amore – quella parola.

Il manifesto della sinistra unita

7 Nov

Oggi l’Huffington Post pubblica quella che è la proposta della sinistra unita. La potete leggere più avanti.

All’indomani del responso siciliano con la vittoria delle destre e la sconfitta del Pd, artefice delle proprie disgrazie, le forze di sinistra accelerano quindi sul processo unitario.  Sulla situazione oggi si è espresso anche Ezio Mauro su Repubblica. Condivido molto ma non la sua critica alla sinistra nella parte finale: 

“All’inizio e alla fine di tutto, il problema irrisolto che raccoglie in sé tutti questi problemi e spiega gli errori: cos’è oggi la sinistra e qual è la sua idea di Paese.
In tutto l’Occidente, la divisione classica è tra la sinistra di governo, riformista, e quella di opposizione, radicale. Da noi l’eccezione: le sinistre riformiste sono almeno due, forse tre, anche se rischia di mancar loro il governo. Pisapia che si era proposto come ponte o rimorchiatore sembra aver ripiegato su un’idea di forza-cuscinetto insieme con Emma Bonino, caschi blu con buone intenzioni e pochi strumenti d’intervento. Sul campo restano le due parti rotte del Pd, incapaci di proporre una visione d’insieme e un vero progetto riformista, in cui si possano ritrovare le forze disperse che chiedono un progetto di cambiamento con una politica responsabile, europea, occidentale e moderna, accontentandosi di molto meno: Renzi di costruire un partito personale come macchina ubbidiente di conquista del potere (quasi che un secolo di storia della sinistra potesse ridursi a un obiettivo così misero) e Mdp di ostacolare tutto questo, proponendosi come organismo di puro veto al progetto renziano, come se la politica si esaurisse sulla piazza toscana di Rignano.”

La posizione di Mdp, SI, Possibile e dei promotori del Brancaccio, Falcone e Montanari non  era e non è solo un ostacolo al progetto renziano di un partito personale. È molto, molto di più.  È quello che in tanti aspettavamo, una proposta unitaria, solida e coerente con gli ideali e il patrimonio di esperienze della sinistra nel nostro Paese, che conferma “lattualità e la modernità del modello sociale ed economico disegnato dalla nostra Carta Costituzionale. Eccola.

Ci impegniamo a partecipare insieme alle prossime elezioni politiche, con una proposta che punti a cambiare la vita delle persone e restituire speranza a milioni di cittadine e cittadini che oggi non si sentono più rappresentati.

Intendiamo costruire un progetto credibile solido e autonomo, che punti a riconnettere sinistra e società, per ribaltare rapporti di forza sempre più favorevoli alla destra in tutte le sue articolazioni.

Ci rivolgiamo a tutte le esperienze del civismo, a chi lavora quotidianamente nell’associazionismo, alle forze organizzate del mondo del lavoro, ma soprattutto a tutte le donne e gli uomini trascinati in basso dalla crisi, che hanno bisogno di una politica diversa per risollevarsi; ai tanti portatori di competenze che non trovano occasione per metterla in pratica, a coloro che ce l’hanno fatta ma non si rassegnano a una condizione diversa di tanti.

La nostra sfida ha un’ambizione alta: partire da un contesto sociale disgregato e diviso e proporci, attraverso le linee del nostro programma, un chiaro indirizzo di governo, coerente, trasparente e credibile. Sta qui il senso dell’utilità per il Paese del voto che chiediamo contro ogni trasformismo e ogni alleanza innaturale.

L’avanzata di forze regressive e xenofobe in molti Paesi europei può essere arrestata non da piccole o grandi coalizioni a difesa dell’establishment e di un ordine sociale ormai insostenibile, ma solo da una grande alleanza civica e di sinistra, che ristabilisca la centralità del valore universale dell’eguaglianza.

La crescita delle diseguaglianze è oggi principale fattore di crisi dei sistemi democratici.

La lunga crisi, prodotta dai guasti del capitalismo finanziario e acuita in Europa da un processo di integrazione egemonizzato dal neoliberismo, ha enormemente accresciuto le diseguaglianze, ha svalutato il lavoro e compresso i suoi diritti, ha costretto alla chiusura di tante aziende e tante piccole e medie attività, ha condannato i giovani a una disoccupazione di massa e una precarietà endemica, ha piegato e svuotato l’istruzione, la sanità e la previdenza pubbliche, ha colpito il ceto medio e ha allargato l’area di povertà e insicurezza sociale.

Il progetto politico a cui vogliamo dar vita nasce per contrastare queste tendenze, riaffermando l’attualità e la modernità del modello sociale ed economico disegnato dalla nostra Carta Costituzionale.

Non regge più il modello di sviluppo basato su alti livelli di inquinamento, su uno spreco insostenibile di materie prime e di consumo del territorio. Vogliamo con la nostra lista essere parte integrante di quel movimento ambientalista che in tutto il mondo si batte per avviare un’ambiziosa transizione verso una ”economia circolare”, per fermare i cambiamenti climatici riconvertire ecologicamente l’economia, liberarsi dalla dipendenza dei combustibili fossili, affermare nuovi modelli di consumo, raggiungere l’obiettivo di rifiuti zero, garantire la sicurezza alimentare e gli approvvigionamenti idrici.

Vogliamo riportare il lavoro e la sua dignità al centro della società.

Il lungo ciclo della precarizzazione, contrariamente alle promesse liberiste, ha bloccato la crescita della produttività, ha compresso i salari, ha accresciuto la disoccupazione, ha dequalificato una parte importante del nostro apparato produttivo. Oggi siamo il Paese con il lavoro più precario d’Europa, e con il più alto tasso di disoccupazione giovanile.

Per questo crediamo si debba cominciare restituendo ai lavoratori i diritti sottratti, con la legge sul Jobs Act, che va cancellata, e un’età di accesso al pensionamento in linea con quella dei paesi europei. E diversa secondo il grado di gravosità dei lavori.

La più grande ingiustizia che vogliamo debellare è la condizione di precarietà e di infelicità nella quale sono costretti a vivere milioni di nostri giovani. Non c’è un grande futuro per l’Italia se non si garantisce a loro una prospettiva radicalmente diversa di vita.

Non sono più tollerabili discriminazioni salariali che violano gravemente leggi e principi costituzionali. Ci batteremo per riaffermare un fondamentale principio di giustizia sociale negato in tante parti d’Italia: allo stesso lavoro deve corrispondere la stessa contribuzione tra uomini e donne.

L’attacco all’autonomia e alla qualità della scuola e dell’università pubblica è parte dello stesso disegno di disgregazione delle condizioni di uguaglianza.

L’indebolimento dell’istruzione quale presidio dello spirito critico e fattore di mobilità sociale è stato infatti il corollario indispensabile delle ‘riforme’ volte a rendere il lavoro più precario, ricattabile e sottopagato, minandone la funzione costituzionale di fondamento della cittadinanza democratica.

Vogliamo mettere in campo una diversa idea di scuola, cominciando da un piano di rifinanziamento dell’istruzione pubblica che la porti finalmente ad avere risorse pari a quelle previste nei paesi più avanzati.

Lo stesso deve essere fatto per Universitá e ricerca, umiliate da anni di tagli insostenibili.

Bisogna ricostruire il sistema di tutela del patrimonio culturale smantellato dalle ultime riforme, puntando sulla produzione e la redistribuzione della conoscenza. Vogliamo una cultura che formi cittadini sovrani e non consumatori o clienti.

Ci battiamo per il rilancio del welfare pubblico universalistico, a partire dalla sanità, che deve essere garantita contro processi striscianti di privatizzazione e messa in condizione di rispondere alle sfide aperte dai nuovi farmaci e dalle biotecnologie, da rendere accessibili per tutti.

Vogliamo lanciare un grande piano di lavoro e investimenti pubblici, da cui far passare il rilancio del welfare e la messa in sicurezza del territorio, delle scuole, delle case. Bisogna superare la logica delle Grandi Opere, del consumo di suolo e dello Sblocca Italia: l’unica grande opera utile è la messa in sicurezza del territorio.

Senza gli investimenti pubblici che l’Italia non è in grado di crescere più rapidamente e di creare occupazione stabile e di qualità.

E’ nel Sud che bisogna concentrare una quota nettamente più rilevante di investimenti pubblici e privati per fare ripartire l’Italia, conducendo una lotta senza quartiere a mafia e camorra.

L’obiettivo imprescindibile della piena occupazione dipende infatti anche dalla riattivazione di forme di intervento pubblico nell’economia, che mettano finalmente l’ambiente e il clima al centro della politica e del modello di sviluppo del Paese.

Tutto questo sarà possibile se sapremo ripristinare un sistema di reale equità e progressività fiscale (come previsto dall’articolo 53 della Costituzione), capace di spostare il prelievo dal lavoro alle rendite e ai grandi patrimoni, nonché avviare una lotta senza quartiere all’evasione di chi ha di più, a partire dalle grandi multinazionali ai paradisi fiscali: la custodia dell’ambiente diventa infatti il vero tratto distintivo di una rinnovata visione progressista.

La riaffermazione di diritti sociali primari va di pari passo con una nuova stagione di avanzamenti sul terreno dei diritti civili e di libertà che partano dallo jus soli, il testamento biologico e poi si estendano agli altri diritti .

Sentiamo il dovere imprescindibile di garantire un’accoglienza degna a chi cerca in Europa una vita migliore, sfuggendo a regimi sanguinari o alla disperazione della fame.

Il ripudio della guerra, il rilancio del multilateralismo e della cooperazione internazionale sono l’altro lato della medaglia e la bussola di un nuovo ruolo dell’Europa nel mondo globale, in un quadro ancora drammaticamente segnato da conflitti, terrorismo e grandi fenomeni migratori. Senza l’Europa i singoli stati nazionali sarebbero condannati ad una crescente irrilevanza nel nuovo scenario mondiale. L’Europa può svolgere un ruolo importante nel mondo e tornare ad essere fattore di sviluppo e benessere, solo se cambia radicalmente mettendo in soffitta odiose politiche di austerità, sorrette da una miope governance intergovernativa. Serve un’Europa pienamente in sintonia con i principi fondamentali della nostra Costituzione, più democratica, più sociale e meno condizionata dagli egoismi nazionali.

La piena affermazione a tutti i livelli della pari dignità individuale e sociale delle donne è un pilastro del nostro progetto di attuazione integrale della Costituzione repubblicana e del suo cuore pulsante, l’articolo 3.

Va combattuta senza tregua ogni forma di violenza sulle donne.

Vogliamo, in definitiva, ricostruire lo Stato, avvicinare istituzioni e cittadini, restituire i comuni alla pienezza delle proprie funzioni di primo raccordo tra i bisogni delle comunità e i doveri di chi amministra il bene pubblico. Raccogliamo il grido d’allarme dei sindaci italiani che chiedono una svolta nelle politiche verso le città. Dobbiamo garantire sicurezza a tutti senza erigere muri. Occorre ritrovare una politica più responsabile, più progettuale, più sobria nei comportamenti e onesta anche intellettualmente.

Per fare tutto questo e molto altro crediamo si debba aprire una stagione discussione e di partecipazione dal basso, a cui affidare il progetto, il percorso e la scelta delle persone.

Per questo è il momento di costruire un grande spazio pubblico, aperto, trasparente plurale e inclusivo; un luogo che non sia il terreno di contesa tra progetti ambigui e incompatibili tra loro, ma il laboratorio di una proposta davvero innovativa e coraggiosa.

Il cambiamento e l’alternativa rispetto alle politiche degli ultimi anni sono la cifra fondamentale di questo progetto, il cui obiettivo è dare sostanza ai valori di eguaglianza, inclusione, giustizia sociale.

Con questo spirito ci impegniamo a costruire una lista comune alle prossime elezioni politiche: una lista che appartenga a tutte e tutti quelli che vorranno partecipare, insieme e nessuno escluso, e che si riconoscano nelle proposte e valori del nostro programma.

Come e quanto è cambiato il Pd?

29 Ott

Piero Ignazi su Repubblica risponde a questa domanda – che a molti apparirà banale se non retorica – con una chiarezza esemplare. Ovviamente lo fa con la consueta eleganza, a cominciare dal titolo. Inutile dire che concordo in pieno e, purtroppo, più di tutto con la (triste) conclusione. 

N.B. Il neretto è mio.

====0====

PD, LA MUTAZIONE ANTROPOLOGICA

È IN corso una mutazione “antropologica ” nel Pd? Il partito erede delle maggiori tradizioni politiche del Novecento ha innovato molto negli ultimi anni soprattutto — ma non solo — grazie al dinamismo del suo attuale segretario, Matteo Renzi. Ma un conto sono i cambiamenti di scelte politiche, alleanze, strategie; altro conto è quello stravolgimento dei connotati fondanti di un partito che comporta un vero e proprio cambio di identità. La definizione della “linea politica” rientra nella normalità della dialettica interna ai partiti, mentre l’interrogativo che grava sul Pd riguarda qualcosa di molto più profondo. Il partito democratico, come è stato scritto tante volte, non è nato con un profilo netto e preciso. Era un pastiche di varie componenti, una fusione a freddo di ex democristiani ed ex comunisti, e poco altro. Si è barcamenato per anni in questa indeterminatezza evitando di approfondire le ragioni del suo “esistere”.

La segreteria di Renzi ha portato alla ribalta una generazione di “nativi Pd”, liberi dalle scorie del passato e proiettati verso il futuro, senza zavorre ideologiche. Forte del sostegno di questa nuova componente, la leadership ha introdotto cambiamenti radicali. Il punto non riguarda però specifiche scelte di policy, come il Jobs Act o la Buona scuola, che possono essere indigeste per una componente socialdemocratica ma rimangono pur sempre all’interno di un perimetro riformista: semmai si tratta di un blairismo tardivo che rientra, pur con qualche forzatura, nella tradizione della sinistra e non intacca l’identità del partito. L’ elemento inedito, e distorsivo, emerso in tutta la sua forza negli ultimi mesi, riguarda piuttosto la connotazione sempre più populista e sempre meno istituzionale del Pd. Proprio su questo aspetto si misura una potenziale mutazione antropologica che può portare a una deflagrazione del partito percorso com’è da posizioni sempre più inconciliabili.

I segnali più recenti della torsione antipolitica della segreteria sono inequivoci: si va dalla campagna referendaria fondata sulla riduzione delle poltrone, al pasticcio della riforma/eliminazione dei vitalizi, dalle posture proto-nazionaliste in campo europeo alla disinvoltura istituzionale della mozione anti-Visco, laddove il parlamento non doveva intromettersi nella procedura di nomina di quella autorità indipendente. Il partito di Renzi non è più schierato sempre e comunque a sostegno e a difesa delle istituzioni; non è più quel partito serio, e al limite serioso, con un solido senso dello Stato, affidabile nei momenti critici e disposto a sacrificarsi per un bene collettivo; è trasmutato in un partito che punta a massimizzare i consensi a qualunque costo, anche picconando le proprie migliori tradizioni e svilendo la propria storia. Questo scivolamento verso un populismo meno becero nello stile rispetto ai 5 Stelle ma simile nelle posizioni assunte deriva da una visione plebiscitaria della politica ormai consustanziale al Pd, una visione dove il leader si appella al popolo, alla gente, persino alla nazione (sic) senza dover passare da filtri e mediazioni, pesi e contrappesi. L’irruzione renziana voleva spazzar via procedure complesse e, al limite, farraginose, per far entrare aria fresca nelle “grigie stanze” del potere, interno ed esterno al partito. Ottima intenzione. Solo che quell’aria era inquinata dal populismo. Il mito delle primarie ha portato con sé una cultura politica divisiva e plebiscitaria con il rischio, da un lato, di esasperare la conflittualità interna fino a un punto di non ritorno e, dall’altro, di far deperire il senso delle istituzioni e di piegarle alla lotta politica contingente. La logica della contrapposizione tra amici e nemici e l’appello alla legittimazione popolare diretta sono debordate dalle dinamiche interne per rovesciarsi sul sistema. Ed ora il Pd affianca i 5 Stelle in una competizione al rialzo su chi dissacra con maggior veemenza istituzioni, prassi e regole. Nell’inseguire le pulsioni peggiori dell’antipolitica il partito democratico abbandona la sua tradizione di affidabilità e serietà. Diventa una controfigura solo un po’ più civilizzata del grillismo. È questa perdita del senso dello Stato che attesta la mutazione antropologica in atto nel Pd.

Una questione di principio

12 Ott

Giancarlo Ricci è un vero democratico con la schiena dritta, uno stimato  anche da chi non la pensa come lui.  Con altri militanti della stessa pasta l’anno scorso citò in giudizio il Pd romano – nella persona dell’allora commissario Matteo Orfini – per le arroganti delibere che calpestavano disinvoltamente regolamenti e statuto. Davide contro Golia.

Il Tribunale (c’è sempre un giudice a Berlino) ha dato ragione a Giancarlo e ai suoi, ma  Orfini è ricorso in appello contro la sentenza.  
Di qui l’appassionata lettera che Giancarlo ha scritto ad alcuni amici e compagni e che io riporto qui di seguito. La faccio breve: Giancarlo merita tutto il nostro rispetto e sostegno. Si è coraggiosamente battuto per tutti noi che crediamo nella democrazia e nel rispetto delle regole.
Se vi riconoscete i tra questi,  raccogliete la sua richiesta d’aiuto (bisogna trovare circa 2.500€) e contribuite, indipendentemente da tessere e credo politico. È, come si suol dire, per il principio. Della legalità.

========

Carissime, carissimi,

come sapete il PD Roma, mentre era ancora commissario Orfini, ha deciso di ricorrere in appello avverso la sentenza di primo grado che aveva riconosciuto le nostre ragioni e condannato il PD al pagamento delle spese. Di conseguenza, doverosamente, anche noi dobbiamo costituirci in appello per riaffermare i principi di democrazia che ci hanno spinto ad avviare la vertenza e per chiedere la conferma del primo giudizio a noi favorevole.

Come ho già avuto modo di considerare, purtroppo i tempi della giustizia civile sono così lunghi da superare ampiamente l’evoluzione delle vicende politiche e i cambiamenti di fase della situazione politica cittadina e nazionale. Tuttavia le nostre motivazioni mantengono intatto il loro valore e trascendono la sfera del contingente e del personale.

Dobbiamo quindi perseverare, con la tenacia e la convinzione che abbiamo finora dimostrato, e che spero continueremo a dimostrare collettivamente. Vi chiedo quindi un ulteriore contributo economico, il massimo che potete ragionevolmente sostenere, sapendo che alla conclusione del giudizio tutte le somme corrisposte, di cui ho tenuto minuziosamente conto, vi saranno interamente restituite.

Di seguito potrete leggere la nota che è stata inviata dai nostri legali in cui verificare il dettaglio delle spese da sostenere e la somma che dobbiamo raccogliere. Come in precedenza vi chiedo di versare il vostro contributo con un bonifico sul conto corrente IBAN  IT20Z0301503200000004040305 a me intestato. E’ il metodo più trasparente e più pratico, e consente in qualsiasi momento a ciascuno di voi di chieder conto di quanto versato in precedenza, e a me di dar sempre conto di quanto ricevuto e di quanto versato allo studio legale. 

Come di consueto, sono sempre a vostra disposizione per ogni ulteriore informazione e per ogni chiarimento, e non appena avrò il testo con cui ci costituiremo in appello ve lo trasmetterò,

Un sentito grazie per la vostra collaborazione, e un affettuoso abbraccio.

Giancarlo Ricci

Il Pd e il “fattore di instabilità”

7 Apr

Mesi fa, come ha ricordato anche Cuperlo in un’intervista, Orlando dichiarò che il Pd rischiava di passare da fattore di stabilità politica a fattore di instabilità. Tutto era legato alla metabolizzazione o meno della sconfitta referendaria. Oggi, all’indomani dell’elezione di Torrisi alla presidenza della commissione Affari costituzionali del Senato, l’ipotesi di Orlando pare materializzarsi.

Sta a dimostrarlo l’incredibile richiesta del presidente del Pd (e attuale reggente della segreteria), cioè il sempre servizievole Orfini, di un incontro col presidente Mattarella, per valutare gli effetti della bocciatura del candidato Pd sulla tenuta della maggioranza. Cioè la ricerca di una scusa (risibile) per far precipitare la situazione e far tornare all’ordine del giorno l’ipotesi di elezioni anticipate. Che non sono altro che il pallino di Renzi, non avendola mai abbandonata: subito dopo il 4 dicembre parlò di elezioni a marzo, poi andando avanti di giugno, ora si vocifera di ottobre. Tutto questo senza un minimo di senso di responsabilità vero il Paese e gli appuntamenti che l’attendono, dal Def  al G7.

Renzi intende far sentire la sua presenza in ogni modo, con le nomine sulle aziende statali, con la rimozione della bruciante sconfitta al referendum sostituita da queste primarie che l’elettorato (Pd e non) sta osservando con stanchezza se non con noia, la fa sentire incaricando il fido Orfini di una commissione al Quirinale. Il povero Orfini pensava di replicare l’iniziativa del notaio con cui fece cadere Marino, il sindaco di Roma, facendosi beffe della sovranità popolare che l’aveva eletto con una maggioranza schiacciante, ma Mattarella non è un notaio a parcella e ignorandolo ha fatto capire quanto lo valuti. 

Non sembra capire, l’ex-segretario del Pd, che l’unica strada per riconquistare una credibilità politica non è rilanciare sfide, non nuovi appelli al “con me o contro di me”, non le manovre dietro le quinte per ritardare la legge elettorale e via cantando. L’unica strada sarebbe presentare all’Italia un serio programma di politica economica, con l’addio agli interventi a pioggia, ai bonus erga omnes, con un piano che riduca le disuguaglianze, combatta l’evasione e la corruzione, risollevi l’occupazione, prima di tutto quella giovanile, eccetera eccetera. 

Al momento, sembra che a tutto questo ci stia pensando Gentiloni e sorge il sospetto che a Renzi questo non garbi: hai visto mai che qualcuno noti la differenza nella concretezza dell’agire (e magari anche nello stile)? Ecco, così si potrebbero spiegare certe intromissioni (sui progetti di Padoan, ad esempio); certe reazioni un po’ scomposte, certe irrazionali accelerazioni verso il voto. L’uomo è fatto così, non conosce mezze misure, non vede alternative oltre quelle in cui lui crede, cerca la vittoria smagliante come alibi anche degli errori passati. Ma una cosa è la vittoria nel suo partito, ben altra quella nel Paese. E quindi il rischio, se Renzi non dovesse rendersene conto, di un Pd protagonista sì, ma di instabilità. Il tweet è pronto: “Paolo, stai sereno”.
Ma Mattarella, per nostra fortuna, non è Napolitano.

AGGIORNAMENTO
Leggo solo ora, con colpevole ritardo, questo pezzo di De Marchis su Repubblica, che mi conferma le sensazioni esplicitate qui sopra.

 

=================
>Pubblicità

I racconti, le storie brevi, sono come quegli sguardi lanciati da una finestra aperta che permettono di vivere quanto accade giù nella strada, nella vita di tutti i giorni, di immaginare i pensieri dell’ignoto passante o il dialogo dell’altrettanto ignota coppia mentre vengono percorsi i pochi metri che la visuale consente.
In questi dieci racconti c’è quasi sempre Roma, come sfondo o protagonista, ma i personaggi, con le loro personalità, le manie, le loro storie personali, potrebbero esistere ovunque: per conoscerli, e conoscere le loro storie, basta affacciarsi a questa finestra.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/racconti/322551/la-finestra-aperta-3/

 

Il testamento di Alfredo Reichlin

22 Mar

Giusto una settimana prima di morire Alfredo Reichlin affidava questi pensieri, che a me paiono il suo testamento politico,  a l’Unità. E’ con rimpianto e affetto per il vecchio leone che le riporto più avanti. Reichlin è stato sempre coerente con sé stesso e le sue idee: la sua storia di partigiano, la sua posizione nel PCI,  le sue riflessioni sulla crisi della politica sono un tutt’uno. E il contributo sostanziale che dette nell’estensione del “Manifesto dei valori del PD” – che i dirigenti del partito farebbero bene a rileggersi e mandare a memoria – lo sta a dimostrare.

=======================

Chi esce dal Pd difenda le sue ragioni, che sono grandi, con uno spirito inclusivo e un intento ricostruttivo

 Sono afflitto da mesi da una malattia che mi rende faticoso perfino scrivere queste righe. Mi sento di dover dire che è necessario un vero e proprio cambio di passo per la sinistra e per l’intero campo democratico. Se non lo faremo non saremo credibili nell’indicare una strada nuova al paese.

Non ci sono più rendite di posizione da sfruttare in una politica così screditata la quale si rivela impotente quando deve affrontare non i giochi di potere ma la cruda realtà delle ingiustizie sociali, quando deve garantire diritti, quando deve vigilare sul mercato affinché non prevalga la legge del più forte. Stiamo spazzando via una intera generazione.

Sono quindi arrivato alla conclusione che è arrivato il momento di ripensare gli equilibri fondamentali del paese, la sua architettura dopo l’unità, quando l’Italia non era una nazione. Fare in sostanza ciò che bene o male fece la destra storica e fece l’antifascismo con le grandi riforme come quella agraria o lo statuto dei lavoratori. Dedicammo metà della nostra vita al Mezzogiorno. Non bastarono le cosiddette riforme economiche. È l’Italia nel mondo con tutta la sua civiltà che va ripensata. Noi non facemmo questo al Lingotto. Con un magnifico discorso ci allineammo al liberismo allora imperante senza prevedere la grande crisi catastrofica mondiale cominciata solo qualche mese dopo.

Anch’io avverto il rischio di Weimar. Ma non do la colpa alla legge elettorale, né cerco la soluzione nell’ennesima ingegneria istituzionale: è ora di liberarsi dalle gabbie ideologiche della cosiddetta seconda Repubblica. Crisi sociale e crisi democratica si alimentano a vicenda e sono le fratture profonde nella società italiana a delegittimare le istituzioni rappresentative. Per spezzare questa spirale perversa occorre generare un nuovo equilibrio tra costituzione e popolo, tra etica ed economia, tra capacità diffuse e competitività del sistema.

Non sarà una logica oligarchica a salvare l’Italia. È il popolo che dirà la parola decisiva. Questa è la riforma delle riforme che Renzi non sa fare. La sinistra rischia di restare sotto le macerie. Non possiamo consentirlo. Non si tratta di un interesse di parte ma della tenuta del sistema democratico e della possibilità che questo resti aperto, agibile dalle nuove generazioni. Quando parlai del Pd come di un «Partito della nazione» intendevo proprio questo, ma le mie parole sono state piegate nel loro contrario: il «Partito della nazione» è diventato uno strumento per l’occupazione del potere, un ombrello per trasformismi di ogni genere. Derubato del significato di ciò che dicevo, ho preferito tacere.

Tuttavia oggi mi pare ancora più evidente il nesso tra la ricostruzione di un’idea di comunità e di paese e la costruzione di una soggettività politica in grado di accogliere, di organizzare la partecipazione popolare e insieme di dialogare, di comporre alleanze, di lottare per obiettivi concreti e ideali, rafforzando il patto costituzionale, quello cioè di una Repubblica fondata sul lavoro. Sono convinto che questi sentimenti, questa cultura siano ancora vivi nel popolo del centrosinistra e mi pare che questi sentimenti non sono negati dal percorso nuovo avviato da chi ha invece deciso di uscire dal Pd. Costoro devono difendere le loro ragioni che sono grandi (la giustizia sociale) ma devono farlo con un intento ricostruttivo e in uno spirito inclusivo. Solo a questa condizione i miei vecchi compagni hanno come sempre la mia solidarietà.

Alfredo Reichlin – 14 marzo 2017

Il Pd: “altro che palude”.

4 Mar

Oggi, su Nuova Atlantide un lucido commento di Alfredo Morganti  che mi sento di condividere. In questa brutta storia Consip – al di là delle responsabilità e dei responsabili: ci penseranno i giudici – ritrovo i vecchi vizi italici della scorciatoia, della raccomandazione, del favore da chiedere (e da restituire), dell’opacità, dello scarso o nullo senso del dovere, e via cantando. Tutti vizi che conducono, presto o tardi, a un solo traguardo: la corruzione. Ne usciremo mai? 
Al testo di Morganti, che riporto qui di seguito, mi sono permesso di aggiungere – per vostra comodità – i link ai due commenti citati di Stefano Folli e Claudio Tito. Il neretto è mio.
==============

‘Repubblica’ di lotta e di governo

di Alfredo Morganti, 3 marzo 2017

‘Repubblica’ di lotta e di governo. Dopo Folli, oggi Claudio Tito

È in corso una specie di escalation. E riguarda l’informazione italiana, presso cui il caso Consip prende piede e produce smottamenti. Ieri su ‘Repubblica’ Stefano Folli aveva detto di sentirsi ‘sconvolto’, dinanzi al “reticolo di un sistema di potere forse ancora artigianale […] ma senza dubbio famelico”. “Quel che conta, da oggi in poi – aveva aggiunto – sarà la capacità del segretario del PD di dissipare ogni dubbio”. Claudio Tito oggi fa un passo in più, e sostiene che “l’ex presidente del Consiglio ha il dovere di spiegare o almeno di sottoporre ai suoi elettori e ai militanti del PD un chiarimento”. Non basta insomma ‘aver fiducia nella magistratura’: per un ex premier è il minimo sindacale.

Se ci arriva ‘Repubblica’ a questi esiti, vuol dire che nel Paese stiamo già un pezzo avanti, ben più avanti degli editorialisti del quotidiano mainstream. Qualcuno comincia a capire che il 4 dicembre non fu un venticello, ma una tempesta. Che non si trattò dei ‘soliti’ populisti e della ‘solita’ protesta antisistema, che non si trattò di uno smottamento globalizzato che colpiva residualmente il nostro Paese, ma di un’onda politica, di un giudizio che andava maturando sui tre anni di governo renziani, sul suo stile di governo, sui problemi che si riproponevano nonostante la propaganda di regime caduta a fiotti. Un vero e proprio giudizio politico che anche i giornali iniziano a vedere nei suoi contorni reali. Che ha prodotto anche una scissione. E che emerge con più forza e più consistenza sull’onda dell’inchiesta Consip.

‘Repubblica’ muove, insomma. Si ‘riposiziona’ lentamente ma decisamente. E così l’informazione in genere. Segnali che lasciano intravedere un riassetto di potere in corso, una ricollocazione delle forze in campo e anche un mutamento dei rapporti e delle relazioni oggi in auge. Basta questo a dire che Renzi è più debole e dunque lo si può battere alle primarie? E che dunque era meglio star dentro che fuori? Io dico di no. Il punto non è la debolezza di Renzi: qui c’è ancora un visione tatticista, di cortissimo respiro, post renziana. Il punto è: il PD è la cosa che è. Ossia uno pseudo partito, senza una strategia e con una classe dirigente logora oppure inesperta o peggio fuori contesto.

Un partito ‘mutato’, svuotato, dove si dà dello ‘sciacallo’ a un suo dirigente, solo perché pronuncia un’opinione in tv in merito alle responsabilità di chi sta al governo, un’opinione pure sin troppo pacata. Un partito che non ha futuro, dove è difficile avere spazio, dove anche la ‘base’ è mutata, riplasmata antropologicamente dagli anni di renzismo. E dunque bene hanno fatto coloro che hanno deciso di riprendere il progetto fuori da quel recinto, magari facendo tesoro di errori e inciampi precedenti. Una nuova fase costituente, non una ‘scissione’. Perché la sinistra è nella melma, lo vedete tutti. Altro che palude. Per uscirne serve un nuovo atto fondativo, mica bazzeccole. Dal PD non aspettatevi più nulla. Adesso è ancora più evidente a tutti.

Non foss’altro che per coerenza.

17 Ott

Qualcuno informi il segretario del PD  che,  non foss’altro che per coerenza, dovrebbe rispettosamente attenersi a quanto segue.

“La sicurezza dei diritti e delle libertà di ognuno risiede nella stabilità della Costituzione, nella certezza che essa non è alla mercè della maggioranza del momento, e resta la fonte di legittimazione e di limitazione di tutti i poteri. Il Partito Democratico si impegna perciò a ristabilire la supremazia della Costituzione e a difenderne la stabilità, a metter fine alla stagione delle riforme costituzionali imposte a colpi di maggioranza, anche promuovendo le necessarie modifiche al procedimento di revisione costituzionale. La Costituzione può e deve essere aggiornata, nel solco dell’esperienza delle grandi democrazie europee, con riforme condivise, coerenti con i princìpi e i valori della Carta del 1948, confermati a larga maggioranza dal referendum del 2006.”

Dal paragrafo 3  del Manifesto dei Valori del Partito Democratico, approvato il 16 febbraio 2008 dalla sua Assemblea Costituente.
manifestovaloripdvotano

Che fare?

21 Giu

“Che fare?” è il titolo dell’opera di Lenin che dette il via alla costruzione del partito comunista come movimento rivoluzionario ed ha per sottotitolo ‘questioni urgenti del nostro movimento’. L’accostamento potrà sembrare irrispettoso e anche presuntuoso, ma mi è parso che esprima perfettamente uno stato d’animo che non è certo solo mio. Penso infatti che questa domanda cerchi una risposta nelle menti della moltitudine di elettori del Pd che si sono trovati improvvisamente davanti lo straordinario successo del M5s da un lato – che assume un particolare significato a Roma con l’elezione  di Virginia Raggi – e dall’altro alla catastrofe che ha travolto il Pd cittadino. Non è questa solo una sconfitta elettorale: è una dichiarazione di aperta sfiducia, è la condanna senza appello di una dirigenza incapace di ascoltare la sua gente, di guardare al bene comune – del partito come della città –  tesa solo ad affermare il proprio potere e i propri interessiLeninDiscorso

Parto quindi da Roma. Questa è la base da cui muoversi per capire, per analizzare la situazione e cercare soluzioni, idee, progetti. Qui c’era un sindaco inviso a un Pd incrostato di risaputi interessi, personali e consociativi, incrociati con quelli di certi ambienti imprenditoriali,  di un certo potere insomma, venuti alla luce con Mafia Capitale. Che Marino fosse stato eletto da due votanti su tre e avesse conquistato tutti e quindici Municipi romani venne vissuto come una sciagura di cui liberarsi il prima possibile, soprattutto da chi, nel partito romano, si muoveva nell’ambito delle correnti che tuttora lo infettano. Ma a costoro Renzi ha dato ascolto, preferendo il consenso dei capicorrente a quello della base e degli elettori. E questo è stato il primo errore. Il secondo è stato nominare un commissario, Orfini, che ha badato – ed era facile immaginare che l’avrebbe fatto – solo a liberarsi di chi avrebbe potuto fargli ombra (Marino in primis) e a rafforzarsi, muovendosi in spregio allo statuto e alle norme del partito con l’appoggio anche di insospettabili (a proposito: che dice Barca?). Tralascio le rozze modalità con cui Orfini ha gestito l’estromissione di Marino, calpestando la sovranità popolare con la grottesca commedia dell’atto notarile e rifiutando di prestare attenzione alla vibrata protesta che è seguita (sbagliata per definizione, secondo lui). Insomma, ciò che è stato fatto a Roma ha rappresentato il detonatore per un’ondata di indignazione generale che si è diffusa rapidamente ovunque e che Renzi non ha tenuto in nessun conto. Terzo errore: provocare la caduta di Marino senza avere un candidato pronto, preparato e gradito all’elettorato, senza insomma l’alternativa vincente. L’arroganza e l’inettitudine avranno fatto pensare che non ce n’era bisogno? A Giachetti, poveraccio, è stata imposta all’ultimo momento (nessun altro aveva voglia di massacrarsi) una prova disumana: chissà quale peccato aveva da scontare. Quarto errore: le liste delle candidature zeppe di “traditori”, come li ha chiamati Marino, prova indiscutibile di un mercato boario svoltosi impudentemente alla luce del sole, calate dall’alto, senza il processo di selezione necessario, auspicato e richiesto dalla base. Il quinto errore Renzi l’ha fatto con la nomina di Tronca, un commissario algido ed estraneo alla città, ed è stata la ciliegina amara su una torta immangiabile. E ora ci si meraviglia del disastro?

Quindi, che fare a Roma? Opposizione in Campidoglio? A leggere i nomi dei 9 che rappresenteranno il Pd nel Consiglio comunale lo sconforto aumenta: oltre a Giachetti, abbiamo Antongiulio Pelonzi, Michela De Biase (l’unica che abbia aumentato i voti rispetto alla scorsa elezione: che ciò sia dovuto al fatto che venga chiamata ‘lady Franceschini’ è solo cattiveria) Valeria Baglio, Orlando Corsetti, Marco Palumbo, Ilaria Piccolo, Giulia Tempesta e Svetlana Celli della lista civica. Gli ultimi 7 sono tra quelli noti per la nauseante vicenda del notaio. Quale opposizione potranno mettere in atto costoro lo sanno solo gli dei della politica e quale fiducia e supporto potranno avere dai furiosi rimanenti iscritti del Pd idem. Le pennellate finali al capolavoro al contrario di Orfini sono queste.  Non illudiamoci, quindi: il Pd romano, ancorché popolato tuttora da sinceri militanti (gli opportunisti che l’hanno infestato faranno presto a riciclarsi altrove), ce ne metterà per riprendersi.

La strada dev’essere un’altra e ci coinvolge tutti: spetta a noi cittadini vigilare sull’operato della nuova Giunta e occorre farlo con obbiettiva severità, senza preconcetti, in nome del bene comune, senza far sconti ma senza  condanne anticipate. Per questo, le forze della società civile e quelle politiche, ancorché disperse e deluse, dovranno trovare un terreno comune, anzi, un tavolo comune intorno al quale sedersi e pianificare il prossimo futuro. La sinistra tradita ha tutte le carte per ricostruire un domani: dai mariniani di ParteCivile a Possibile, dai militanti di SeL ai vari movimenti per l’acqua o contro il TTIP, dai centri sociali ai sindacati di base, dalle associazioni civiche fino agli stessi tanti iscritti del Pd delusi e demotivati, c’è tutto un popolo che non si arrende e non si accontenta dei sondaggi on line e dei proclami del leader maximo. Quello che non mi convincerà mai del M5s è il populismo esasperato e fine a sé stesso, è la finta democrazia della Rete, è l’assenza di trasparenza dei vertici, sono certe inaccettabili e avventurose prese di posizione (l’incontro con Farage, tanto per dirne una, è per me una macchia indelebile, una vergogna scolpita nella pietra). Tocca a noi, ripeto, a chi continua a credere in quella che io continuo, forse   nostalgicamente, a chiamare “sinistra” e che non ha mai dimenticato la solidarietà, la lotta alle disuguaglianze, la difesa di tutti i diritti di tutti e prima ancora di quelli degli ultimi.

Ma non ci si può fermare a Roma, anche se è da qui che è partito il segnale che poi ha provocato il corto circuito. Torino, Trieste, Napoli, perfino Sesto Fiorentino, il limitato successo di Sala a Milano sono tutti segnali ben visibili, non solo campanelli d’allarme. Ha voglia di dire Renzi che non è un voto di protesta ma una richiesta di cambiamento: è tutt’e due, incontestabilmente. E’ da Roma quindi che si deve ripartire per una nuova stagione e il primo passo è dato dai referendum. Ne abbiamo due: quello contro l’Italicum e quello contro le modifiche alla Costituzione. Se io fossi Renzi cercherei di modificare la legge elettorale, perché se è vero che le elezioni nazionali ci saranno nel 2018, il trend vittorioso innescato dai 5 stelle è di là da esaurirsi: l’elettore ha annusato la possibilità di eliminare la parte marcia del sistema dei partiti e neppure un miracolo potrà fargli cambiare idea. Non sto a ripetere qui i difetti macroscopici dell’Italicum: sta di fatto che si corre il rischio grave e concreto – col combinato disposto delle modifiche costituzionali – di consegnare l’Italia a un soggetto politico che non offre tutte le necessarie garanzie per governare il Paese, a cominciare dalla sua struttura politica. Il referendum di ottobre sulle modifiche alla Costituzione sarà quindi il nuovo banco di prova del Pd di Renzi e non è difficile pronosticare che l’entusiasmo montante dei 5 stelle sarà l’onda lunga che getterà un’ombra pesante sul futuro del presidente del Consiglio.  In queste condizioni Renzi dovrebbe quindi paradossalmente sperare che i referendum smantellino tutta l’architettura  messa in piedi e ricominciare daccapo. Farà qualcosa per accelerare o favorire questa marcia indietro? Non ho molte speranze. L’uomo è cocciuto e anche arrogante, come gli ha recentemente rinfacciato Cuperlo, e difficilmente ammetterà di aver sbagliato. “Non cambio certo idea perché abbiamo perso” pare abbia dichiarato ieri sera di fronte allo tsunami elettorale. Quindi il primo passo è unirsi per smontare la macchina disegnata dalla Boschi e dal cerchio magico fiorentino quando tutto sembrava andasse nella direzione da loro auspicata. Oggi lo scenario si è capovolto e abbiamo a portata di mano una preziosa occasione per la prima prova di quell’unione di forze che mi sono immaginato e augurato per Roma, ma con una proiezione nazionale che ne è la naturale evoluzione.
E quindi non rassegnatevi. Non siate indifferenti. La sinistra ha le forze, le persone, i talenti, le capacità per riprendere in mano i fili di una tela strappata e ricucire i rapporti, risvegliare le coscienze. Soprattutto, ne ha la responsabilità.

un filo rosso

Riflessioni, commenti, divagazioni di un contemporaneo. E altro.

ParteCivile

marziani in movimento

Uguali Amori

Considering the situation, I am reasonably self-possessed

A Roma Si Cambia!

Culture e Competenze per l'Innovazione

nandocan magazine 1

note e proposte di un giornalista

Homo Europeus

L'Europa, la Gran Bretagna, l'Italia, la sinistra e il futuro...

PD MARCONI ROMA11 (ex15)

gli indomabili di Marconi. Zero sconti.

Nel mio mestiere o arte scontrosa

Questo è un blog nonviolento: se non siete d'accordo con i contenuti per favore menatevi da soli

manginobrioches

Il cuore ha più stanze d'un casino

Testi pensanti

Gli uomini sono nani che camminano sulle spalle dei giganti. E dunque, è giusto citare i giganti.

Invece Sempre

(Ovvero Federica e basta)

ASPETTATI IL MEGLIO MENTRE TI PREPARI AL PEGGIO

(Cit. del Generale Aung San, leader della indipendenza birmana)

Valigia Blu

Riflessioni, commenti, divagazioni di un contemporaneo. E altro.

Internazionale

Riflessioni, commenti, divagazioni di un contemporaneo. E altro.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: