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Addio al re, viva il re

15 Gen

Mi era sfuggito questo commento di Andrea Colombo su il manifesto, ma rimedio subito, poiché ne condivido totalmente il senso.
Non ho mai nascosto i miei dubbi e le mie critiche circa l’interpretazione che Napolitano ha dato alla figura del Presidente, passeggiando con eccessiva disinvoltura sui limiti previsti e disposti dalla nostra Costituzione: ora il timore (o addirittura il pericolo) è che si sia creato un precedente che sarà difficile far dimenticare.

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Addio al re, viva il re

Quirinale. Ultimo giorno nel palazzo, «contento di tornare a casa». Ma continuando ad avere parecchia voce in capitolo nella politica italiana. Da oggi Giorgio Napolitano sarà l’ex capo dello Stato. Il prossimo «sarà un arbitro, non un giocatore», dice Renzi. Ma 9 anni difficilmente potranno essere messi tra parentesi, a meno di spogliare il presidente di quasi tutti i suoi poteri

Cala il sipa­rio sul pre­si­dente Gior­gio Napo­li­tano. Quello che oggi stesso sarà l’ex capo dello Stato ade­rirà al gruppo misto del Senato, avrà il suo uffi­cio e lo fre­quen­terà spesso, nelle occa­sioni impor­tanti, a par­tire dalla nomina del suo suc­ces­sore, inter­verrà in aula e sarà ascol­tato non solo con il rispetto che si deve a un pre­si­dente eme­rito ma con l’attenzione che spetta a chi con­ti­nuerà ad avere parec­chia voce in capi­tolo nella poli­tica ita­liana. L’uomo è cer­ta­mente «con­tento di tor­nare a casa», come ha dichia­rato ieri, ed è facile che alla fine abbia visto il Colle dav­vero «un po’ come una pri­gione». Non signi­fica che intenda riti­rarsi a vita com­ple­ta­mente pri­vata. Forse non ci riu­sci­rebbe nep­pure se ci pro­vasse. Troppo pro­fondo è il segno che lascia nella poli­tica italiana.

Gior­gio Napo­li­tano ha dimo­rato al Qui­ri­nale più a lungo di chiun­que altro nella sto­ria repub­bli­cana, e ha inter­pre­tato il pro­prio ruolo in modo molto vicino a quello di coloro che lo abi­ta­vano prima della Repub­blica: i sovrani. Quando Mat­teo Renzi afferma che il pros­simo pre­si­dente «sarà un arbi­tro, non un gio­ca­tore» intende dire che non sarà un nuovo re Gior­gio. Il toto-presidente diven­terà nei pros­simi giorni una tem­pe­sta. In realtà la sola idea di con­ti­nuare con i lavori par­la­men­tari come se nulla fosse è un po’ assurda e avrà ragione, se ci sarà, chi chie­derà di con­ge­lare tutto sino a nuovo pre­si­dente. Eppure, molto più del nome del pros­simo capo dello Stato, ci si dovrebbe inter­ro­gare sull’opportunità, e sulla pos­si­bi­lità stessa, di tor­nare indie­tro, di ripor­tare le lan­cette a prima del presidente-monarca. Que­sta è la vera par­tita che si sta già gio­cando die­tro la fac­ciata fatta di nomi, trat­ta­tive e conto dei fran­chi tiratori.

A elen­care le occa­sioni in cui il primo pre­si­dente ex comu­ni­sta ha spinto il suo ruolo fino al limite estremo, e secondo alcuni anche oltre, si per­de­rebbe il conto. Gior­gio Napo­li­tano è il pre­si­dente che nel 2010, di fronte a una mozione di sfi­du­cia nei con­fronti del governo Ber­lu­sconi con tante firme in calce da pre­fi­gu­rare con cer­tezza la caduta di quel governo, insi­stette per posti­ci­pare il voto, pur sapendo (e come avrebbe potuto igno­rarlo?) che così facendo offriva a un uomo molto potente la pos­si­bi­lità di acqui­stare come in un’orgia di saldi. E’ il pre­si­dente che, dimes­sosi Ber­lu­sconi nel 2011, non con­si­derò nep­pure alla lon­tana l’ipotesi di veri­fi­care come inten­desse pro­ce­dere il Par­la­mento «sovrano»: aveva già in tasca, e da parec­chio, la sua solu­zione di ricam­bio. Mario Monti era gra­dito a lui e all’Europa: tanto aveva da bastare, tanto bastò.

Quando, tra qual­che anno, com­men­ta­tori e gior­na­li­sti cor­ti­giani si sen­ti­ranno abba­stanza al sicuro da per­met­tersi di valu­tare con obiet­ti­vità la lunga età di re Gior­gio, non man­che­ranno di ricor­dare che si è trat­tato del primo, non­ché unico, caso di un pre­si­dente che inter­preta le sue fun­zioni tanto esten­si­va­mente da man­dare il Paese in guerra, nei deserti e intorno ai pozzi di petro­lio libici, senza pren­dersi il disturbo di far trarre il dado al governo o alle camere. E da sot­trarre al mede­simo Par­la­mento il diritto di deci­dere sulla scelta di spen­dere o no decine di miliardi, nel cuore di una reces­sione feroce, per rifor­nire il Paese degli aerei da guerra più costosi e peg­gio fun­zio­nanti del mondo.
Pas­sata la paura di pas­sare per gril­lino, qual­cuno tro­verà anche meno ovvio di quanto non sia apparso sinora che un arbi­tro e un «pre­si­dente di tutti» occupi sostan­ziosa por­zione del suo tempo per attac­care, denun­ciare e met­tere quo­ti­dia­na­mente all’indice il par­tito a torto o a ragione più votato dagli ita­liani nel 2011.

«E’ ora di tor­nare alla nor­ma­lità», que­sto è l’umore che si respira nei palazzi e cor­ri­doi dell’età ren­ziana. Alla nor­ma­lità, cioè a quando il capo dello Stato era un arbi­tro con fun­zioni di mera rap­pre­sen­tanza. Ma quel «prima» è una favola. Il primo cit­ta­dino, in Ita­lia, ha sem­pre avuto poteri enormi, e spesso li ha usati, a volte anche facendo tin­tin­nare scia­bole o spal­leg­giando ribal­toni. Il bivio non è tra un nuovo presidente-sovrano e il ritorno ai bei vec­chi tempi. Pro­prio per­ché la rivo­lu­zione intro­dotta da Gior­gio Napo­li­tano passa non per una modi­fica dei poteri del pre­si­dente ma per una loro inter­pre­ta­zione tanto ine­dita quanto allar­gata, que­sti nove anni non pos­sono essere messi tra paren­tesi. Un pre­si­dente che pro­vasse a «fare come prima», dopo Napo­li­tano, fini­rebbe di nuovo nei panni del sovrano.

Il bivio è dun­que tra ren­dere dav­vero la pre­si­denza della Repub­blica ita­liana una fun­zione for­male e di rap­pre­sen­tanza, come non è mai stata anche se molti hanno fatto cre­dere che lo fosse, o allar­gare ancora la brec­cia aperta da Napo­li­tano, e cer­ti­fi­care così defi­ni­ti­va­mente un ruolo del pre­si­dente tutt’altro che «arbi­trale».
Con i numeri di cui dispone la mag­gio­ranza, allar­gata a Fi, indi­vi­duare un pre­si­dente non sarebbe in sé dif­fi­cile. Quasi tutti i nomi che cir­co­lano potreb­bero andare bene. Arduo è invece deci­dere se imboc­care la strada di un pre­si­dente spo­gliato di quasi tutti i poteri oppure quella di un pre­si­dente nella migliore delle ipo­tesi diarca, e spesso sem­pli­ce­mente monarca. Come è stato Gior­gio Napolitano.

Una notizia buona e una cattiva.

1 Dic

E’ una vecchia storiella. In un’azienda i due ai massimi vertici s’incontrano e uno dice all’altro:
– “Ho due notizie per te, una buona e una cattiva. Quale vuoi per prima?”
-“Occristo, dammi quella cattiva, dai”.
-“Siamo nella merda”.
-“Porcavacca. E la notizia buona?”
-“Ce n’è tanta”.

Ecco, mi è venuta in mente leggendo poco fa questa lucida e impietosa analisi di Alessandro Gilioli.
Se queste sono le premesse – e mi pare proprio che lo siano – quale che sia la direzione che prenderanno i fatti non mi pare che ci sia da esserne felici e giubilanti. Ce n’è tanta, è vero.

Oh, se la vedete diversamente fatemelo sapere, non fate i soliti.

Presidenza della Repubblica: cos’altro nasconde il patto del Nazareno?

4 Ott

Nella nostra breve storia repubblicana ci sono stati Presidenti che sono stati molto amati, come Pertini, ammirati come Ciampi, stimati come Einaudi e Scalfaro. Poi c’è stato Napolitano e con lui la svolta.

Non è un mistero – per quei pochi che mi seguono – che sono stato e sono piuttosto critico con l’attuale Presidente. Non mi è piaciuto il suo silenzio sul caso Alfano-Kazakistan, non mi è piaciuta la tregua di un mese che concesse a Berlusconi dopo l’uscita di Fini, dandogli modo di recuperare – abbiamo saputo poi come – i parlamentari fuggitivi; non ho apprezzato il suo atteggiamento in alcuni momenti critici in cui la Magistratura si è trovata sotto accusa, non mi è parso esemplare che lui, custode e garante della Costituzione, abbia sottoscritto leggi definite poi incostituzionali dalla Consulta e soprattutto non capisco e non condivido la sua ostinazione nel sostenere i governi di ‘larghe intese’, per non parlare, infine, di alcuni aspetti del suo passato politico (vedi qui e qui). Quindi, riconoscendo di non poter essere obbiettivo lascio ad altri il giudizio.

Scusate la digressione. Ora si comincia a parlare del futuro presidente. Napolitano lo disse chiaramente a suo tempo: non intende concludere il suo mandato. In verità non ho sentito finora fare molti nomi, per la precisione solo due: uno, Prodi, interrogato da Giannini a Ballarò ha dato per scontato che non verrà proposto. Dell’altro candidato – e questo già mi insospettisce – non si sente parlare da un po’.

LettaCostui, abituato a essere sempre presente al fianco del suo leader, sembra sparito, dileguato: quasi a voler ribadire che con la politica attiva ha chiuso e quindi aver assunto una posizione al di fuori delle parti, maturo per andare al Quirinale e per proteggere la Repubblica e gli italiani. Preparatevi, anzi prepariamoci: il nome che ho sentito è quello del grande tessitore che ha assistito Berlusconi per più di vent’anni. Avete capito bene: è Gianni Letta.

D’altra parte, perché meravigliarsi? E’ una vecchia idea del suo capo, che già nel 2006 lo candidò alla Presidenza della Repubblica e solo un paio d’anni fa – quasi un’investitura anticipata – Napolitano ebbe a dire di lui “Desidero rivolgere uno speciale ringraziamento a Gianni Letta per la continua e sempre scrupolosa collaborazione istituzionale, per la sensibilità, la competenza e lo spirito di servizio con cui ha contribuito a tenere vivo e limpido il rapporto tra il Presidente della Repubblica e il governo nell’interesse generale del Paese e della coesione nazionale e sociale“. Altro che raccomandazione.

Zagrebelsky al ‘Fatto’: “La democrazia resiste come forma, ma svuotata di sostanza”.

9 Mar

L’intervista di Silvia Truzzi al presidente emerito apparsa su ‘Il Fatto’ di oggi mi ha colpito per il tono – celato sotto il solito elegante eloquio – che è suonato particolarmente preoccupato e molto diretto, non  risparmiando nessuno. A me è parsa la prima volta che Zagrebelsky, solitamente misurato nelle espressioni, si sia lasciato andare a dichiarazioni  così lapidarie, senza mezzi termini.

ZagrebelskyDalla “vanificazione dei risultati elettorali” allo smarrimanto della dignità della politica “che non attrae più i migliori“: “La politica si riduce alla gestione dei problemi del giorno per giorno, a fini di autoconservazione del sistema di potere e dei suoi equilibri“. Ne ha per la legge elettorale come “accordi di intese intercorse invece che delle ragioni della democrazia“: il sistema elettorale “Dovrebbe garantire che la base della vita politica stia presso i cittadini elettori. La logica della legge che abbiamo avuto fino a ora e, con ogni probabilità, di quella che avremo se la riforma andrà in porto, è invece quella della nomina dall’alto (delle segreterie dei partiti), con ratifica degli elettori. Uno dei principi del Fascismo era: ‘il potere procede dall’alto ed è acconsentito dal basso’.
Ne ha per Il premier Renzi (“In attesa di smentite, mi par di vedere, dietro una girandola di parole, il blocco d’una politica che gira a vuoto, funzionale al mantenimento dello status quo” e per la classe dirigente: “La classe dirigente – intendo coloro che stanno nelle istituzioni, a tutti i livelli – è decaduta a un livello culturale imbarazzante. La ragione è semplice: di cultura politica, la gestione del potere per il potere non ha bisogno. Sarebbe non solo superflua, ma addirittura incompatibile, contraddittoria“) e per la formula di governo:
Le larghe intese sono la negazione della dimensione politica. Sono il regime della paralisi, della stasi” .

Insomma, mi è apparso come uno sfogo di Zagrebelsky senza neppur tentare di nascondere le ansie che alimentano la sua visione  dell’attuale scenario e delle conseguenze che si potrebbero avere. Per una miglior comprensione di cosa intendo, ma soprattutto per consentire a chi lo voglia di saperne di più, riporto più avanti l’integrale. Aggiungo solo una nota, per segnalare la differenza nei due titoli dati all’intervista: il primo (con relativo occhiello) è apparso nell’edizione cartacea; il secondo in quella on line.

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Dall’edizione in carta:

IL QUIRINALE HA PRESO IL POSTO DEL PARLAMENTO

Dopo l’interferenza sulla legge elettorale, sempre più evidente lo strapotere di Napolitano Il presidente emerito Zagrebelsky al “FATTO”: “Ormai parliamo di una Repubblica presidienziale che ha sostituito il sistema parlamentare. Il renzismo? Girandola di parole a vuoto”

Dall’edizione on line:

Zagrebelsky: ‘Renzismo? Maquillage della Casta. E il Colle favorisce la conservazione’

Intorno al neopremier “una girandola di parole a vuoto”. E nell’attivismo di Napolitano “prevale la paura del nuovo”. Intervistato dal Fatto, il costituzionalista svolge un’analisi impietosa del quadro politico in Italia. La nuova legge elettorale “dettata dall’arroganza e dagli interessi personali”. Le larghe intese “la paralisi”. E i Cinque Stelle?: “Tabula rasa non è un programma”. Il Paese al bivio tra arroccamento del potere e apertura alla partecipazione, “per rianimare la politica”

Può succedere che, nella pausa di una lunga intervista, ti ritrovi in una cucina affacciata su un terrazzo precocemente fiorito, a far merenda con tè al gelsomino. E capita pure che l’intervistato t’interroghi all’improvviso sui romanzi dostoevskijani, l’Idiota in particolare. “A un certo punto, ricorderà, Ippolít dice a Myskin: ‘Principe, lei un giorno ha detto che il mondo sarà salvato dalla bellezza’. In russo la parola mir vuol dire mondo e, allo stesso tempo, pace”. Per fortuna partecipa anche la figlia del professor Zagrebelsky, Giulia, studentessa di Lettere. “Abbiamo presente, per esempio, l’orrore in cui vivevano gl’immigrati di Rosarno? È pensabile che fossero in pace con i propri simili? Chi a Taranto è costretto tra le polveri dell’Ilva, non è nelle condizioni di spirito di chi respira aria di montagna. Chiediamoci se viviamo in un mondo bello o sempre più brutto, in ambienti disumani, dominati dalla violenza, dalla sopraffazione, dallo sfruttamento. Altro che bellezza! Che salvi il mondo, questo nostro mondo, è una frase da cioccolatino. Infatti, l’hanno ripetuta in molti, autocompiacendosi, in occasione dell’Oscar a La grande bellezza, come se fosse quella di Myskin. Oggi si parla per non dire nulla. E si è ascoltati proprio per questo. Il vuoto non disturba e, se è detto in certo modo, è anche seducente. In un “Miss Italia” di qualche anno fa, una ragazza, per presentarsi, ha pronunciato una frase memorabile: ‘Credo nei valori e mi sento vincente’. Una sintesi perfetta del grottesco che c’è nel tempo presente”.

Professore, che impressione le hanno fatto i discorsi del neo premier?
Mah! Non tutto piace a tutti allo stesso modo. In attesa di smentite, mi par di vedere, dietro una girandola di parole, il blocco d’una politica che gira a vuoto, funzionale al mantenimento dello status quo. Una volta Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani definirono ‘razza padrona’ un certo equilibrio oligarchico del potere. Oggi, piuttosto riduttivamente, la chiamiamo ‘casta’. Un’interpretazione è che un sistema di potere incartapecorito e costretto sulla difensiva, avesse bisogno di rifarsi il maquillage. Se questo è vero, è chiaro che occorrevano accessori, riverniciature: il renzismo mi pare un epifenomeno. Vorrei dire agli uomini (e alle donne) nuovi del governo: attenzione, voi stessi, a non prendere troppo sul serio la vostra novità.

Il filo rosso di queste conversazioni è come sta l’Italia. Le risposte non sono quasi mai state incoraggianti: ci siamo chiesti quali responsabilità abbia la classe dirigente.
La classe dirigente – intendo coloro che stanno nelle istituzioni, a tutti i livelli – è decaduta a un livello culturale imbarazzante. La ragione è semplice: di cultura politica, la gestione del potere per il potere non ha bisogno. Sarebbe non solo superflua, ma addirittura incompatibile, contraddittoria. Potremmo usare un’immagine: c’è una lastra di ghiaccio, sopra cui accadono le cose che contano, sulle quali però s’è persa la presa; cose rispetto a cui siamo variabili dipendenti: la concentrazione del potere economico e gli andamenti della finanza mondiale, l’impoverimento e il degrado del pianeta, le migrazioni di popolazioni, per esempio. Ne subiamo le conseguenze, senza poter agire sulle cause. Tutto ciò, sopra la lastra. Sotto sta la nostra ‘classe dirigente’ che dirige un bel niente. Non tenta di mettere la testa fuori. Per far questo, occorrerebbe avere idee politiche e almeno tentare di metterle in pratica. Che cosa resta sotto la crosta? Resta il formicolio della lotta per occupare i posti migliori nella rete dei piccoli poteri oligarchici, un formicolio che interessa i pochi che sono in quella rete, che si rinnova per cooptazione, che allontana e disgusta la gran parte che ne è fuori. La politica si riduce alla gestione dei problemi del giorno per giorno, a fini di autoconservazione del sistema di potere e dei suoi equilibri. Pensiamo a chi erano gli uomini che hanno guidato la ricostruzione dell’Italia dopo la guerra: Parri, Nenni, De Gasperi, Einaudi, Togliatti, per esempio. Se li mettiamo insieme, non è perché avessero le stesse idee ma perché ne avevano, e le idee davano un senso politico alla loro azione. Le cose che, oggi, vengono dette e fatte sono pezze, sono rattoppi d’emergenza, necessari per resistere, non per esistere. Non è politica. Nella migliore delle ipotesi, se non è puro ‘potere per il potere’, è gestione tecnica. La tecnica guarda indietro; la politica dovrebbe guardare avanti.

Il governo Monti qualche disastro tecnico l’ha fatto.
La tecnica come surrogato della politica è un’illusione. Se lei chiama un idraulico perché ha il lavandino otturato, si aspetta che, a lavoro ultimato, lo scarico del lavandino funzioni. Non chiede all’idraulico di cambiarle la cucina. Così, anche i tecnici in politica. Gestiscono i guasti nei dettagli. I governi tecnici per loro natura sono conservatori, devono mantenere l’esistente facendolo funzionare . Dovrebbe essere la politica a immaginare la cucina nuova. E, fuor di metafora, dovrebbe avere di fronte a sé idee di società, programmi, proposte di vita collettiva e, soprattutto nei momenti di crisi come quello che attraversiamo, perfino modelli di società.

Giovani parlamentari e governanti dovrebbero avere un’idea del mondo.
Basta essere nuovi e giovani? No. Quello che conta è la struttura dei poteri cui si fa riferimento e di cui si è espressione. Una volta si parlava di blocco sociale, pensando alle ‘masse’ organizzate in partiti di appartenenza, in sindacati d’interessi consolidati. Si pensava alle classi sociali. Oggi, siamo lontani da tutto questo, in attesa della ricomposizione di qualche struttura sociale che possa esprimere esigenze, richieste e forze propriamente politiche. In questo vuoto politico-sociale che cosa esiste e prospera? La rete degli interessi più forti. È questa rete che esprime i dirigenti attraverso cooptazioni. La democrazia resiste come forma, ma svuotata di sostanza. Se la si volesse rinvigorire, occorrerebbe una società capace di auto-organizzazione politica, ciò che una volta sapevano fare i partiti. Oggi, invece, sono diventati per l’appunto, canali di cooptazione, per di più secondo logiche di clan e di spartizione dei posti. Così, non si promuove il tanto necessario e sbandierato rinnovamento, ma si “allevano” giovani uguali ai vecchi. Ecco la parola: il rinnovamento sembra molto spesso un ‘allevamento’. Il resto è apparenza: velocità, fattività, decisionismo, giovanilismo, futurismo, creativismo ecc. Tutte cose ben note e di spiegabile successo, soprattutto in rapporto con l’arteriosclerosi politica che dominava. Ma, la novità di sostanza dov’è? La ‘rottamazione’ a che cosa si riduce? Tanto più che nelle posizioni-chiave del ‘nuovo’ troviamo continuità anche personali che provengono dal ‘vecchio’ e la soluzione di nodi che ci trasciniamo dal passato è continuamente accantonata, come il cosiddetto conflitto d’interessi.

L’impellente necessità di modificare l’assetto costituzionale è un refrain che abbiamo ascoltato da più parti, negli ultimi anni.
Sì. Le istituzioni possono sempre essere migliorate, rese più efficienti, eccetera. Ma, a me pare che esse siano diventate il capro espiatorio di colpe che stanno altrove, precisamente nelle difficoltà che incontra un aggregato di potere che sempre più difficoltosamente riesce a mediare e tenere insieme il quadro delle compatibilità, in presenza di risorse pubbliche da distribuire sempre più scarse, e in presenza per di più d’una contestazione diffusa. Anche in passato, al tempo di Berlusconi al governo, è accaduto qualcosa di simile, ma non di uguale. L’insofferenza nei confronti della Costituzione a me pare derivasse allora dalle esigenze di un potere aggressivo. Oggi, l’atteggiamento è piuttosto difensivo. I fautori delle ‘ineludibili’ modifiche costituzionali dicono: c’è bisogno di cambiamenti per governare meglio, con più efficienza. Ma lo scopo dominante sembra l’autodifesa. Si tratta di ‘blindarsi’, per usare una parola odiosa molto in voga. Il terrore delle elezioni, la vanificazione dei risultati elettorali, i ‘congelamenti’ istituzionali in funzione di salvaguardia vanno nella stessa direzione.

“Vanificazione dei risultati elettorali”: una cosuccia non da poco in una democrazia.
La grande maggioranza degli elettori si è espressa a favore della fine del berlusconismo. Invece è stato ricreato un assetto governativo-parlamentare nel quale un cemento tiene insieme tutto quel che avrebbe dovuto essere separato. Il Parlamento attuale, sebbene non possa considerarsi decaduto per effetto della legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Consulta, dovrebbe considerarsi gravemente privato di legittimazione democratica . Ma si fa ormai finta di niente. Non bisognerebbe far di tutto per rimettere le cose a posto?

Larghe intese versus Grillo.
Le larghe intese sono la negazione della dimensione politica. Sono il regime della paralisi, della stasi. Platone paragona il buon politico al buon tessitore, al buon nocchiero, al buon medico. Nei suoi dialoghi, non è mai detto che il politico è colui che s’immagina come debba essere la convivenza nella polis: non si aveva nell’antichità l’idea che la politica fosse fatta di contrapposizione di modelli. L’idea della politica come scelta è una novità moderna. Oggi sembra che si viva in un eterno presente, in cui una posta di natura politica non esiste. Se non ci sono scelte, non c’è politica, e se non c’è politica non c’è democrazia, ma solo conflitti personali, di gruppo o di clan per posti, favori e, nel caso peggiore, garanzie d’immunità.

Quindi siamo senza futuro.
Finché la palude non viene smossa. Perché i cittadini vanno sempre meno a votare? Una volta si diceva ‘son tutti uguali’, intendendo ‘sono tutti corrotti’. Ma oggi è peggio, si pensa: ‘tanto non cambia nulla’. È un effetto della stasi politica. Il Movimento 5 Stelle è nato col dichiarato intento di smuovere la palude, addirittura di investirla con una burrasca che rovesci tutto. Una negazione, dunque. Ma, la politica deve contenere anche un intento costruttivo. Questo, finora, non è visibile o, almeno, non è percepito. Non che sia molto diverso, presso gli altri partiti, solo che questi sono già radicati e godono perciò del plusvalore che viene dall’insediamento istituzionale. Per chi si affaccia, un’idea chiara e forte del ‘chi siamo’ e ‘per cosa ci siamo’ è indispensabile. La tabula rasa e la rete non sono programmi. Non lo è nemmeno la lotta alla corruzione che, di per sé, rischia d’essere solo una competizione per la sostituzione d’una oligarchia nuova a una vecchia. Oltretutto, la storia e la stessa ‘materia del potere’ mostrano che nella politica la lotta contro la corruzione è senza prospettiva. Contro la corruzione devono valere le istituzioni di controllo e l’intransigenza dei cittadini. La politica è intrinsecamente debole. La ragione sta in quella che, all’inizio del secolo scorso, è stata definita la ‘ferrea legge delle oligarchie’, il che significa che i grandi numeri, per essere governati, hanno bisogno dei piccoli. I piccoli – e l’osservazione vale per tutti, anche per i 5 Stelle – prima o poi si chiudono in se stessi e si alimentano con la corruzione, alimentandola a propria volta. In difetto di politica, alla corruzione non c’è limite perché essa, nei regimi autoreferenziali, non è la patologia, ma la fisiologia del potere. Se si vuole: è la fisiologia dentro una patologia.

Senza speranza, dunque?
Siamo di fronte a un bivio. Da una parte c’è il progressivo arroccamento che, prima di implodere, passerebbe attraverso misure, dirette o indirette, contro la democrazia e la Costituzione. Dall’altra, la rianimazione della politica e la riapertura dei canali della partecipazione, che dovrebbe portare al rafforzamento della democrazia e della Costituzione. La prima strada è pericolosa anche per chi volesse percorrerla, perché l’inquietudine sociale, prima o poi, esploderebbe con esiti che non vorremmo nemmeno immaginare. La seconda è difficile perché la politica non s’inventa a tavolino scrivendo documenti, ma si costruisce quotidianamente nel rapporto con i bisogni, le aspirazioni, le difficoltà e i dolori dei cittadini.

Cosa pensa della decisione di non chiedere un passo indietro ai sottosegretari indagati?
La giovane ministra per i rapporti col Parlamento ha detto che non si chiede a qualcuno di dimettersi solo perché inquisito. Giusto. Altrimenti, la politica sarebbe in balia non solo, o non tanto, della discrezionalità dei giudici, ma soprattutto di denunce pretestuose o calunniose, alle quali il magistrato deve dare corso. La questione però sta in quel “solo”. Politica e giustizia hanno logiche diverse. Nulla vieta al governo di difendere – fino a un certo punto – i suoi inquisiti con le ragioni che gli sono proprie, cioè con ragioni politiche. Ma deve spiegare perché lo fa, pur in presenza di motivi di sospetto; deve assumersene la responsabilità; deve giustificare perché abbandona uno e protegge un altro. Non basta dire che si tratta ‘solo’ di procedimenti penali avviati e non conclusi (con una condanna). La presunzione d’innocenza non c’entra nulla con la dignità della politica.

Lei è mai stato tentato dalla politica?
Ciò cui mi sento più adatto è l’insegnamento. Per la politica, soprattutto per la politica, occorrerebbe una vera vocazione. Ricorda la conferenza di Max Weber intitolata, per l’appunto, la politica come professione-vocazione? Ecco: non sento la vocazione. C’è poi una considerazione che riguarda un potenziale conflitto d’interesse. Chi si occupa di attività intellettuali deve essere disinteressato personalmente. Ancora citando Weber: non deve cedere alla tentazione di mettere se stesso, e i suoi interessi, davanti all’oggetto dei suoi studi. Potrebbe esserci la tentazione di dire cose e sostenere tesi non per amore della verità (la piccola verità che si può andar cercando), ma per ingraziarsi questo o quel potente che ti può offrire, arruolandoti, una carriera politica.

Perché la politica non attrae più i migliori?
Una volta avere in famiglia un deputato o un senatore era come avere un cardinale. Oggi, talora, ci si vergogna perfino. Ha visto quanti ‘rifiuti eccellenti’, opposti alla seduzione di un posto al governo? Se la politica non ha prospettive ma è semplicemente un girone d’affari, non servono politici, servono affaristi.

Vota?
Ho sempre votato, malgrado tutto. C’è una pagina di ‘Non c’è futuro senza perdono’ del premio Nobel per la Pace e arcivescovo di Città del Capo, Desmond Tutu, in cui si descrive la coda al seggio dei neri del suo Paese che, acquistati i diritti politici dopo l’apartheid, per la prima volta vanno a votare, piangendo. Attenzione a dire che il voto è un orpello.

Cosa pensa dell’Italicum nato dall’accordo tra il Pd e Forza Italia?
Non so che cosa ne verrà fuori. Mi colpisce, comunque, che la legge elettorale sia decisa dagli accordi d’interesse di tre persone (Berlusconi, Renzi, Alfano), invece che dalle ragioni della democrazia, cioè dalle ragioni di tutti i cittadini elettori. Mi colpisce tanta arroganza, mentre con un Parlamento delegittimato come l’attuale, si tratterebbe di fare la legge più neutrale possibile. Mi colpisce che si pensi a una legge che, contro un’indicazione precisa della Corte costituzionale, creerebbe una profonda disomogeneità politica tra le due Camere. Mi colpisce che si dica con tanta leggerezza che non importa, perché il Senato sarà abolito. Mi colpisce che nel frattempo, comunque, si sospenderà il diritto alle elezioni, perché la contraddizione tra le due Camere impedirà di scioglierle. Mi colpisce che non ci siano reazioni adeguate a questa passeggiata sulle istituzioni.

E l’idea di “diminuire” il Senato?
Vedremo la proposta. Fin da ora, vorrei dire che piuttosto che un pasticcio – interessi frammentati di politici locali con una spruzzata di cultura –, piuttosto che una cosa indefinita, senza una funzione, una propria ragion d’essere stabile e continuativa, meglio l’abolizione radicale. Meglio il nulla, piuttosto che l’umiliazione. Esistono già commissioni paritetiche, per la bisogna. Si cerchi di non trattare le istituzioni come merce vile che si vende al qualunquismo antiparlamentare al prezzo di qualche piccolo risparmio sul ‘costo della politica’. I Senati, o ‘seconde Camere’, o ‘Camere alte’ hanno profonde ragioni d’esistenza. Le loro funzioni, quali che esse specificamente siano, si giustificano con l’esigenza di introdurre nei tempi brevi della democrazia rappresentativa la considerazione d’interessi di più lunga durata, che riguardano – come si dice – le generazioni future. Sono assemblee moderatrici rispetto all’incalzare del consenso elettorale che deve essere incassato a intervalli brevi dall’altra assemblea. La prima Camera è necessariamente miope; la seconda Camera deve essere presbite. Deve far valere le ragioni della durata su quelle dell’immediatezza. La sua composizione e le sue funzioni dovrebbero tener conto di questa vocazione, essenziale affinché la democrazia rappresentativa non dilapidi in tempo breve le risorse di tutti, nell’interesse elettorale di qualcuno. Mi pare che i discorsi dei nostri riformatori restino molto in superficie, rispetto alla profondità della questione.

Non è un bel momento, anche per le istituzioni di garanzia.
Le istituzioni di garanzia sono la magistratura, dunque anche la corte costituzionale, e il presidente della Repubblica. Poi c’è la libera stampa, che dovrebbe vigilare nell’esercizio della sua funzione al servizio della pubblica opinione. Siccome nelle oligarchie, come si è detto, le segrete cose – trattative, patti non dichiarati e dichiarabili, corruzione delle funzioni pubbliche – sono fisiologiche, le istituzioni di garanzia e libera stampa dovrebbero fare da contraltare quando occorre. In ogni caso, non mescolarsi e non omologarsi.

Il sistema italiano è perfettamente riassunto dal rapporto tra Rai e politica: è una commissione parlamentare che vigila sul servizio pubblico – e sull’informazione che produce – e non il contrario. Ben più che un paradosso.
È uno dei grandi rovesciamenti che ci tocca osservare in questi tempi. Non l’unico. Pensiamo ad esempio al sistema elettorale. Dovrebbe garantire che la base della vita politica stia presso i cittadini elettori. La logica della legge che abbiamo avuto fino a ora e, con ogni probabilità, di quella che avremo se la riforma andrà in porto, è invece quella della nomina dall’alto (delle segreterie dei partiti), con ratifica degli elettori. Uno dei principi del Fascismo era: ‘il potere procede dall’alto ed è acconsentito dal basso’.

Torniamo a Weber: cosa può indurre uno studioso a rinunciare a un bene sommo quale l’autonomia?
Le risposte più banali sono la seduzione del potere, la carriera. C’è però, credo, la tentazione dell’apprendista stregone o della ‘mosca cocchiera’: pensare di guidare la politica. Quando Carl Schmitt è stato processato a Norimberga, ha osato dire: ‘Non sono io a essere stato nazista, era il nazismo a essere schmittiano’.

Il pericolo non è essere costretti a sostenere certe tesi a tutti i costi?
Se si riferisce all’atteggiamento di molti costituzionalisti nei confronti dell’ultima fase della presidenza di Giorgio Napolitano, direi che è prevalsa l’idea che il presidente della Repubblica fosse l’ultimo baluardo, al di là del quale il caos, il disastro, il fallimento. Ciò ha portato a giustificare l’assunzione di compiti e il compimento di atti che nella storia costituzionale repubblicana, non si erano mai incontrati. Al punto che si parla ormai come cosa ovvia, non problematica, d’una repubblica presidenziale che ha preso il posto del sistema parlamentare. Tutto ciò si è manifestato in un attivismo finora sconosciuto. Ma è stato un attivismo orientato a quella che si dice essere la stabilità e la continuità, e che si traduce in conservazione. Mi pare che si possa dire che è prevalsa la paura del nuovo, il pessimismo politico. Solo apparentemente per paradosso, l’attivismo costituzionale è coinciso con il conservatorismo politico. La Costituzione, prevedendo un ruolo neutrale e super partes, del presidente della Repubblica, dà, mi pare, un’indicazione opposta: l’imparzialità costituzionale per consentire le innovazioni politiche, il rinnovamento della vita politica. Ottimismo politico.

Da Il Fatto Quotidiano del 9 marzo 2014

Già, perché il ‘no’ a Gratteri?

23 Feb

Se lo domanda anche Barbara Spinelli, qui: “…il Quirinale firmò la nomina del magistrato di Forza Italia Nitto Palma, vicino al Premier Berlusconi e Cosentino. Evidentemente quel che valeva per Nitto Palma è tabù per Gratteri. Il veto al suo nome è ad personam, e accoglie la richiesta della destra di avere un ministro «garantista» (garantista degli imputati di corruzione, di voto di scambio, di frode fiscale, ecc).”

Io credo che non sia una domanda dappoco. Qualcuno dovrà rispondere. Spero.

Ma che cagata.

31 Gen

Non so come definire altrimenti questo commento.  Ho apprezzato e apprezzo l’impegno di Saverio Lodato nella sua battaglia contro la mafia, ho letto alcuni suoi libri, ammiro sinceramente il suo impegno civico.  Ma l’invettiva di oggi non mi appare che abbia un senso, se non quello di uno sfogo viscerale dove si miscelano cattivi esempi – alcuni ancora da dimostrare – e opinioni personali per tentare di dimostrare una tesi insostenibile.
Non ti senti rappresentato dal Presidente della Repubblica? Fatti tuoi. Ma da qui a presentare una denuncia per attentato alla Costituzione ce ne corre, hai voglia. E infatti andando a leggere il testo appare tutta la vacuità dell’azione proposta dal M5S.
Il risultato è che io stesso, pur non avendo apprezzato alcune mosse del Presidente, mi ritrovo schierato dalla sua parte contro questo attacco pretestuoso e provocatorio. Strano che non si capisca che tale genere di azioni fa svanire in un attimo quella sensazione di simpatia per i Cinquestelle che si può percepire quando venga presentata, inaspettatamente, una critica ragionata e obbiettiva.
Fa quasi pensare che abbia ragione chi afferma che si tratti solo di un atteggiamento nichilista e fine a sè stesso, senza alcuna sostanza. Una protesta ottusa che non porta da nessuna parte.

Dalla parte di Barbara Spinelli

17 Dic

Micromega interviene nella diatriba Scalfari-Spinelli.
Non lo dice chiarissimamente, ma è dalla parte di Barbara ed io ne sono lieto. Non tanto perché Barbara Spinelli abbia bisogno del supporto di alcuno – troppe volte ha dimostrato di sapersi difendere benissimo da sola – ma perché sapere che ha molti autorevoli sostenitori può far bene allo spirito.
—————-

La scomunica di Scalfari a Barbara Spinelli, che lo mette sobriamente all’angolo e ko

Eugenio Scalfari: “Il fuoco dei cannoni da strapazzo si concentra su Napolitano. Spara perfino Barbara Spinelli. Ma conosce poco o nulla la storia d’Italia”. Barbara Spinelli: “Sono stupita dalle parole che Eugenio Scalfari dedica non tanto e non solo alle mie idee sulla crisi italiana ma, direttamente, con una violenza di cui non lo credevo capace, alla mia persona”. Pubblichiamo il botta e risposta tra le due firme di Repubblica e i commenti del Fatto Quotidiano, del Corriere della Sera, di Roberta De Monticelli e Gad Lerner.
(segue qui)

L’amnistia dev’essere la conclusione di un percorso, non un fatto a sè stante

14 Ott

Il dramma delle carceri italiane è contenuto in questa brutale sintesi: quasi 65.000 carcerati (di cui il 40% in attesa di giudizio) contro una capacità di circa 47.000, cui si aggiunge  la questione del ‘come’ vengono trattati i detenuti, circa i luoghi, l’alimentazione, l’attività (o inattività) durante la detenzione e così via.

Lo dico subito: il presidente Napolitano ha il merito, prospettando al Parlamento l’ipotesi di un’amnistia o di un indulto, di aver sollevato la questione. Ma è tutto qui, perché quella indicata non è una soluzione. Sarebbe solo un provvedimento transitorio, valido forse per farci evitare le probabili sanzioni della Corte europea dei diritti dell’uomo, null’altro. Infatti imperversano le polemiche, spesso strumentali, tra favorevoli e contrari: tra quelli che interpretano l’eventuale intervento come un fatto umanitario e pertanto di ‘sinistra’ (lo spiega bene Alessandro Gilioli) cui si aggiunge il PdL che intravede uno spiraglio di salvataggio per Berlusconi, e quelli contrari per ragioni di principio (e forse anche elettorali), come Renzi. In quest’ultimo senso sembrerebbe orientata la stragrande maggioranza (88%) dei rispondenti a questo sondaggio di Repubblica che ha raccolto in poche ore e fino a questo momento circa 40.000 opinioni. Ma in verità l’ipotesi votata (“Nessun intervento, il problema carceri va risolto in altro modo”) indica che la volontà si indirizza in un’altra direzione che nessuna delle due parti ha finora proposto: un intervento organico e ragionato per trovare una soluzione alla radice.

C’è quindi una solida e consapevole posizione intermedia che antepone la concessione dell’amnistia o dell’indulto a una serie di provvedimenti che conducano ad una diversa e migliore configurazione dell’intera questione. Questa mi pare sia la soluzione adeguata  e la condivido con convinzione: infatti anch’io ho votato come l’88% di cui sopra. In altre parole, al provvedimento tampone, che non elimina il problema ma lo sposta solo nel tempo a venire, si chiede di contrapporre un progetto sistematico che, eliminando le principali cause di detenzione (ad esempio, quelle legate a leggi inique o superate come la Bossi-Fini e la Fini-Giovanardi, per prime) ed emanando una serie di altri provvedimenti tutti tendenti ad alleggerire l’attuale sovraffollamento, faccia seguire solo in conclusione il provvedimento di clemenza.

Tutto questo l’ho trovato con piacere in un post di Pippo Civati, la cui parte principale riporto qui per intero.

“Per noi è indispensabile:

a) che i provvedimenti clemenziali (indulto/amnistia) siano adottati a valle di un intervento sistematico che operi sia sui flussi d’ingresso in carcere (riducendoli) sia sulle maglie d’uscita dal circuito penitenziario (allargandole per i detenuti meno pericoli). Bisogna finirla, insomma, di guardare alle misure straordinarie come fossero misure ordinarie: l’indulto e l’amnistia sono misure straordinarie, misure tampone. Non curano la patologia, ma ne alleviano sintomi e manifestazione.

Agire sulla struttura non è utopia. Come ricordato da Napolitano, vi è già un disegno di legge delega approvato dalla Camera e ora in Senato che introduce la possibilità per il giudice di applicare la messa alla prova per reati meno gravi e la detenzione domiciliare come pena principale.

Modifiche piccole, ma importanti. A questo vanno affiancati interventi, anche questi ricordati da Napolitano, sulla custodia cautelare, sul trasferimento dei detenuti stranieri nei loro Paesi d’origine per scontare la pena, oltre ai, troppo spesso solo evocati, interventi di depenalizzazione di reati di minima gravità.

Su questo versante, vi sono, inoltre, due tipi di intervento poco valorizzati ma decisivi per razionalizzare il ricorso alla detenzione carceraria.

Il 40% circa dei detenuti è in attesa di giudizio: è fondamentale agire sulla leva della custodia cautelare elevando la restrizione domiciliare a misura custodiale principale, salvo i casi in cui le esigenze cautelari siano di particolare gravità.

Per selezionare efficacemente la popolazione carceraria bisogna impegnarsi a conoscerla. Il carcere è la casa degli ultimi. Per renderla più vivibile bisogna agire sui reati degli ultimi. Un quarto dei detenuti è in carcere per reati connessi all’utilizzo/spaccio di sostanze stupefacenti. E’ indispensabile superare l’ottuso rigore della legge Fini-Giovanardi e, soprattutto, investire sulle strutture socio-riabilitative come centri dove scontare la maggior parte della pena. I reati in materia di stupefacenti necessitano, in linea di massima, di una risposta in termini di assistenza più che di carcere.

b) a valle degli interventi strutturali può essere adottato un provvedimento clemenziale (amnistia/indulto) purché siano attentamente selezionati:

1.     i reati da includervi (solo reati la cui estinzione/condono abbia effetto sul sovraffollamento perché le relative pene sono tendenzialmente eseguite in carcere – per lo più reati contro il patrimonio e stupefacenti – con esclusione di quelli che hanno impatto sulla detenzione limitato nonostante la gravità – reati contro la pubblica amministrazione -)

2.     i soggetti destinatari (con esclusione dei soggetti gravati dalle più gravi forme di recidiva)

3.     la disciplina: non cumulabilità con precedenti provvedimenti di clemenza (un imputato più importante di altri non ne sarà lieto, ma tant’è); reviviscenza della pena indultata in pena da espiare in caso di nuovo reato.

4.     con particolare riferimento all’indulto: il limite di anni di pena condonata, che andrebbe limitata ad un periodo ben più ridotto di quanto suggerito da Napolitano. Un anno di indulto interesserebbe una platea di oltre 10.000 detenuti sufficiente – insieme agli altri prospettati interventi ad avvicinare notevolmente la soglia di capienza regolamentare senza costi reali sulla recidiva stante l’esiguità del residuo pena.”

Con tutto il rispetto, Presidente, se lo poteva chiedere prima.

28 Set

A Milano, ricordando Luigi Spaventa Napolitano ha usato un tono molto duro nei confronti dei partiti: “Che cosa è rimasto di quel modo di vivere la politica e di convivere in un’istituzione? Le distanze e gli scontri sul piano delle idee e del rapporto tra maggioranza e opposizione, non producevano, come oggi, smarrimento di ogni nozione di confronto civile e di ogni costume di rispetto istituzionale”.

Ce lo domandiamo da tempo anche noi cittadini, Presidente. Però almeno una risposta l’abbiamo: quel modo di vivere la politica che lei rimpiange – e noi con lei – è oggi purtroppo cosa rara, ma di sicuro non c’è MAI stato in quel partito da lei voluto al governo ed il cui capo ha contribuito con azioni, comportamento e dichiarazioni a far precipitare. Quindi non può stupirsi, doveva aspettarselo.

Tuttavia lei può ancora fare qualcosa per il nostro paese. Lei è l’ultimo antidoto, come dice qui Francesco Merlo, agli attacchi sgangherati contro la Repubblica  e le sue istituzioni.  Lei sa bene dove si annidano i veri antagonisti dello stato di diritto e dove resistono le vere risorse democratiche: chiami l’appello e risponderanno.

Maledizione, vuoi vedere che ci ripensano

26 Set

Niente dimissioni in massa dei parlamentari PdL. Un bel sogno durato poco. E’ quel che temo, dopo la dichiarazione di Napolitano. Ritireranno le dimissioni per dimostrare che – loro sì – hanno a cuore l’Italia, hanno consapevolezza del difficile momento, sono sensibili all’appello del Presidente, ecc. ecc la solita sequela di fregnacce per incantare i loro elettori.

Quanto a Napolitano (vedere la sua dichiarazione più sotto), mi domando  se abbia finalmente capito a  a quale compagnia di irresponsabili abbia affidato la missione impossibile delle ‘larghe intese’. Gli italiani stanno cercando di farglielo comprendere in tutti i modi anche con questo sondaggio di SKYtg24 che vale più di un discorso:

SKY tg 26 9 13

Dichiarazione del Presidente Napolitano sull’orientamento assunto dall’Assemblea dei gruppi parlamentari del PdL

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha rilasciato la seguente dichiarazione:

“L’orientamento assunto ieri sera dall’Assemblea dei gruppi parlamentari del PdL non è stato formalizzato in un documento conclusivo reso pubblico e portato a conoscenza dei Presidenti delle Camere e del Presidente della Repubblica. Ma non posso egualmente che definire inquietante l’annuncio di dimissioni in massa dal Parlamento – ovvero di dimissioni individuali, le sole presentabili – di tutti gli eletti nel PdL. Ciò configurerebbe infatti l’intento, o produrrebbe l’effetto, di colpire alla radice la funzionalità delle Camere.
Non meno inquietante sarebbe il proposito di compiere tale gesto al fine di esercitare un’estrema pressione sul Capo dello Stato per il più ravvicinato scioglimento delle Camere. C’è ancora tempo, e mi auguro se ne faccia buon uso, per trovare il modo di esprimere – se è questa la volontà dei parlamentari del PdL – la loro vicinanza politica e umana al Presidente del PdL, senza mettere in causa il pieno svolgimento delle funzioni dei due rami del Parlamento.
Non occorre poi neppure rilevare la gravità e assurdità dell’evocare un “colpo di Stato” o una “operazione eversiva” in atto contro il leader del PdL. L’applicazione di una sentenza di condanna definitiva, inflitta secondo le norme del nostro ordinamento giuridico per fatti specifici di violazione della legge, è dato costitutivo di qualsiasi Stato di diritto in Europa, così come lo è la non interferenza del Capo dello Stato o del Primo Ministro in decisioni indipendenti dell’autorità giudiziaria”.

26 settembre 2013

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