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Un piccolo, eterno capolavoro

16 Set

Come nasce un capolavoro? A volte solo da una sensazione, un momento vissuto con un’intensità che colpisce l’artista. Così è stato per quella che è una delle più belle poesie di tutti i tempi (almeno per me).
In una lettera del 1820 indirizzata all’amico Pietro Giordani, Giacomo Leopardi confidava quello stato d’animo che sarà poi uno dei nuclei tematici della Sera del dì di festa:

«Poche sere addietro, prima di coricarmi, aperta la finestra della mia stanza, e vedendo un cielo puro e un bel raggio di luna, e sentendo un’aria tepida e certi cani che abbaiavano da lontano, mi si svegliarono alcune immagini antiche, e mi parve di sentire un moto nel cuore, onde mi posi a gridare come un forsennato, domandando misericordia alla natura, la cui voce mi pareva di udire dopo tanto tempo. E in quel momento dando uno sguardo alla mia condizione passata, alla quale era certo di ritornare subito dopo, com’è seguito, m’agghiacciai dallo spavento, non arrivando a comprendere come si possa tollerare la vita senza illusioni e affetti vivi, e senza immaginazione ed entusiasmo, delle quali cose un anno addietro si componeva tutto il mio tempo, e mi faceano così beato non ostante i miei travagli.»

LA SERA DEL DÌ DI FESTA

Dolce e chiara è la notte e senza vento,
e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
posa la luna, e di lontan rivela
serena ogni montagna. O donna mia,
già tace ogni sentiero, e pei balconi
rara traluce la notturna lampa:
tu dormi, ché t’accolse agevol sonno
nelle tue chete stanze; e non ti morde
cura nessuna; e già non sai né pensi
quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
appare in vista, a salutar m’affaccio,
e l’antica natura onnipossente,
che mi fece all’affanno. A te la speme
nego, mi disse, anche la speme; e d’altro
non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo dì fu solenne: or da’ trastulli
prendi riposo; e forse ti rimembra
in sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
piacquero a te: non io, non già ch’io speri,
al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
quanto a viver mi resti, e qui per terra
mi getto, e grido, e fremo. O giorni orrendi
in cosí verde etate! Ahi! per la via
odo non lunge il solitario canto
dell’artigian, che riede a tarda notte,
dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
e fieramente mi si stringe il core,
a pensar come tutto al mondo passa,
e quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
il dí festivo, ed al festivo il giorno
volgar succede, e se ne porta il tempo
ogni umano accidente. Or dov’è il suono
di que’ popoli antichi? or dov’è il grido
de’ nostri avi famosi, e il grande impero
di quella Roma, e l’armi, e il fragorío
che n’andò per la terra e l’oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s’aspetta
bramosamente il dì festivo, or poscia
ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,
premea le piume; ed alla tarda notte
un canto, che s’udía per li sentieri
lontanando morire a poco a poco,
già similmente mi stringeva il core.

Giacomo Leopardi – I CANTI, xiii – 1825

Buon compleanno, unfilorosso!

16 Apr

Oggi unfilorosso compie sei anni.

In questo periodo ha pubblicato 941 post, quasi uno ogni due giorni.
Ma, guardando all’indietro, la soddisfazione maggiore è rappresentata da chi ha seguito, ha commentato, ha polemizzato. Segno che, per caso o per fortuna, gli argomenti trattati non erano fuor di luogo.

Spero che si continui così.
Intanto, i miei più affettuosi (e interessati) auguri a unfilorosso. 😀

N.B. unfilorosso è quello a sinistra.  🙂

Lo sfregio del pane calpestato e il riscatto di Simone.

5 Apr

Nel nostro immaginario, il pane è da sempre un elemento base dell’esistenza di un individuo, come l’acqua, l’aria. ‘Dacci oggi il nostro pane quotidiano’ dice una ben nota preghiera. Quando ho visto le foto della furia bestiale con cui i manifestanti di Torre Maura hanno calpestato quello destinato ai Rom che dovevano essere alloggiati nel quartiere ho avuto un colpo al cuore: ho percepito l’odio quasi solido che trasudava dalla folla verso il ‘diverso’, verso le istituzioni che per anni hanno ignorato le periferie alimentando con le loro incapacità il degrado sociale.

Poi, ieri, è arrivato Simone. Ed è stato come se improvvisamente si accendesse una luce nel buio e la sua voce ha rappresentato il riscatto: “io so’ Torre Maura” ha detto, testimoniando con questa semplice asserzione – ma lo sapevo, aspettavo solo la conferma – che c’è un’altra Italia che ancora crede nella solidarietà, che sostiene i diritti delle minoranze disperate e oppresse, che difende la Costituzione, che la strumentalizzazione della rabbia – legittima – dei dimenticati di Torre Maura ha i suoi responsabili, primo tra tutti un ministro che dovrebbe salvaguardare proprio l’odine pubblico, anziché alimentare I peggiori istinti della folla, un ministro che in questa occasione, tacendo colpevolmente, si è reso complice di chi ha insultato il pane e si è dimostrato indegno del suo ruolo.

Grazie Simone, I tuoi quindici anni sono più di una speranza per questo povero Paese. Sei la Repubblica democratica, solidale, accogliente, che vogliamo. Ascoltatelo e tornate ad ascoltarlo, Simone è tutti noi.

 

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Una confessione.

28 Gen

Scrivere mi è sempre piaciuto. Dar forma a un pensiero, descrivere uno stato d’animo, raccontare un’esperienza. Perfino nel lavoro, nella corrispondenza come nei documenti ufficiali, ho sempre cercato – per quanto possibile – di dare un’impronta diversa che donasse ai destinatari qualcosa in più, che gli facesse percepire attraverso quelle righe il calore di un dialogo.

E quando, come si diceva una volta,  mi sono ritirato a vita privata, improvvisamente mi è mancata l’opportunità quotidiana di scrivere. Non me ne sono accorto subito, però. Ogni tanto si affacciava la noia, anche se non è che stessi senza far niente: avevo ripreso a leggere come un tempo, visitavo musei e mostre,  frequentavo gruppi di discussione e associazioni di volontariato. Le giornate si riempivano, ma spesso restava la sensazione di aver occupato il tempo in modo artificioso. Ci ho messo un po’ per capire a cosa era dovuto quel vago e inspiegabile senso di privazione che si affacciava di tanto in tanto durante le mie giornate, che nonostante tutto intanto si stavano misteriosamente facendo più lunghe.

Un primo tentativo di accorciarle è stato rappresentato da facebook. Ma non mi è bastato, non poteva bastare. Ed ecco che ho aperto questo blog che va avanti, con alterne fortune, da ormai sei anni. Ma anche questo, alla lunga, si è dimostrato un banale palliativo, come un placebo. Poi un giorno, rimettendo a posto delle carte trovate in fondo a un cassetto chiuso da secoli, mi è capitato tra le mani una vecchia agenda che mi ricordava qualcosa. L’ho aperta ed è tornata alla luce una miniera dimenticata. Per diverso tempo, molti ma molti anni fa, in quell’agenda avevo appuntato pensieri, riflessioni, tentativi di poesie, abbozzi di storie, piccole cronache familiari: uno zibaldone disordinato, scritto con penne o matite diverse, quando capitava.

 È stato così che ho capito di cosa sentivo la mancanza. E subito dopo mi sono chiesto perché non provarci. A scrivere, voglio dire. Senza ambizioni da scrittore vero, ma come un pittore della domenica. Ecco, uno scrittore dilettante. Ed è uscito il primo libro, con un personaggio che mi piaceva fin dall’idea iniziale, il carabiniere Paternò. Un personaggio che un po’ mi assomiglia, per cui la questione morale è dirimente nel senso che prova le mie stesse ansie, si incazza come me per le ingiustizie, spesso antepone i suoi irrinunciabili principi a quel che converrebbe pagandone poi, ovviamente, le conseguenze.

E così, scherzando scherzando, come direbbe qualcuno di mia conoscenza, ho editato tre storie e un libro di racconti. Tutti autopubblicati: non ho idea di come si avvicini un editore (posto che ne esista uno interessato alle mie cose) e non ho neppure la voglia di cercarlo. Se poi, malauguratamente, l’ipotesi dovesse diventare concreta, ecco che scrivere diventerebbe un impegno, un lavoro, con gli inevitabili corollari, la burocrazia, gli obblighi sociali, eccetera. E io non mi divertirei più.

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Una donna barbaramente assassinata, un suicidio sospetto, una vecchia morta a seguito di un furto maldestro, una rapina di quindici anni prima.  E ancora, le ambizioni smodate della nuova politica, servitori dello Stato corrotti e la criminalità organizzata che cerca di espandersi: tutto sullo sfondo di un nord est che porta ancora le cicatrici degli anni di piombo.
Questi gli elementi – a prima vista senza connessioni tra loro – che  ruotano intorno alla figura del carabiniere Rosaria Paternò: suo malgrado, si troverà coinvolta in una storia apparentemente senza soluzioni, ma con l’aiuto di un tenace e brillante giornalista  riuscirà a dare il suo contributo per far luce su un torbido intrico di vicende.






Puoi comprarlo qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/466819/dovrete-essere-forti/



La mia cara amica Lidia.

4 Gen

Il 31 dicembre un maledetto incidente ha sottratto – a me come a tanti altri – una persona straordinaria. E sento ora terribilmente la sua mancanza,
sento ora il vuoto che Lidia ha lasciato, mi mancano i suoi consigli, le considerazioni, gli incoraggiamenti, perfino i rari ma affettuosi rimbrotti.
Forse è per questo che solo oggi ho trovato la forza per scrivere queste righe.

Lidia ha rappresentato per me il vero senso dell’amicizia: altruista, disponibile, sorridente, gentile,  sempre pronta a darsi per una causa, che fosse quella della nostra amata città, delle combattenti curde, dei palestinesi, dei migranti. Una persona, come si usa e si abusa dire, ‘solare’, nel senso reale della parola.

C’eravamo scambiati qualche battuta su facebook nella notte precedente: ‘che fai ancora sveglia?’ le avevo scritto e lei aveva risposto con la consueta allegria. L’ultima volta che ci siamo  sentiti le avevo ricordato l’impegno a incontrarci per un gelato da Fassi, le nostre piccole trasgressioni da irrecuperabili golosi, e avevo sentito ancora una volta, l’ultima ma non lo sapevo, la sua risata contagiosa. Le avevo anche anticipato che stavo per scrivere un altro libro. Come in passato, molto generosamente mi aveva anticipato che era impaziente di leggerlo e allora le avevo detto che le avrei dato la prima bozza. Non la leggerà.

Ho deciso allora di dedicarlo a lei: lo so, è ben piccola cosa, ma è il minimo che possa fare per dimostrarle il mio affetto e ringraziarla per l’amicizia che mi ha dato. E poi cambierò il titolo: adotterò una frase che lei sicuramente ci direbbe, se potesse. Qualcosa che ricordi la sua passione civile, il suo coraggio, la tenacia, l’amore per la democrazia, la sua testarda convinzione che le ingiustizie vanno combattute senza risparmiarsi.

Ciao cara Lidia, cara grande donna, cara amica mia.

Aggiornamento.
Ci avresti detto così, credo: “dovrete essere forti.”

 

Ancora una volta grazie, Presidente

1 Gen

Palazzo del Quirinale 31/12/2018
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella
durante il discorso di fine anno

È la seconda volta in due giorni – e confesso che sono quasi commosso – che sento il dovere di ringraziare Sergio Mattarella. L’altro giorno per aver insignito di alte onorificenze 33 italiani, alcuni non di nascita, ognuno con la sua storia esemplare di cittadino con un alto senso del dovere. Con ogni nomina c’era però, dietro la motivazione ufficiale, come una sua dichiarazione, una scelta di campo, e tutte insieme rispecchiavano il profondo rispetto per la nostra Costituzione.

Oggi lo ringrazio per il suo messaggio di fine anno. Ma mi pare riduttivo chiamarlo così: a me è parso più un discorso alla Nazione. Com’è suo costume, è stato un discorso breve, franco e sereno. Ha parlato come il padre di tutti gli italiani, invitando al confronto dialettico il governo, il Parlamento e i gruppi politici, ha ricordato diritti e doveri, ha esaltato il senso di comunità che nasce sì dalla sicurezza, ma solo dopo che sia stato assicurato il rispetto “del vivere comune”.

Non so come dirlo meglio, ma in tempi così grigi per il nostro futuro, in un Paese dove così tanti e così in alto sembra abbiano smarrito (se mai l’hanno avuto) il senso delle istituzioni e pare non conoscano il peso delle responsabilità che gli derivano dal dover guidare lo Stato, Mattarella mi fa stare più sereno.

Buon anno Presidente. E si riguardi, ne avrà da fare.

Qui il video integrale del discorso del Presidente.

Grazie, Presidente.

30 Dic



Ho letto il comunicato ufficiale de Quirinale con  le motivazioni con cui il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha insignito 33 italiani che si sono distinti per atti di particolare valore morale e civile.  Non è un semplice  elenco. Al contrario, ha una straordinaria eloquenza, è un documento che illustra perfettamente l’Italia che riconosciamo, l’Italia generosa e ospitale, solidale e altruista, rispettosa dei diritti degli altri. É l’Italia della Costituzione.

Il Presidente Sergio Mattarella a Ciampino accoglie la salma di Antonio Megalizzi
(foto di Francesco Ammendola – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

In questo inatteso gesto del Presidente ho letto una straordinaria volontà rivoluzionaria, quasi  eversiva. È come se – alla vigilia del suo messaggio di fine anno – Mattarella avesse detto agli italiani che non si rassegnano, resistono e respingono l’onda nera del razzismo, dell’incompetenza, dell’egoismo “io sono con voi, tenete duro. L’Italia che vogliamo tutti non è quella dei tweet e dei selfie, dei vuoti proclami, delle rozze dichiarazioni, degli atteggiamenti volgari, della disintegrazione del senso di convivenza. L’Italia vera degli italiani è questa che ho premiato.”  

 

Dinanzi al misero esempio che ci offrono ogni giorno Governo e Parlamento, le istituzioni che dovrebbero rappresentarci e non ne hanno più le capacità, le donne e gli uomini insigniti da Mattarella rappresentano un messaggio di speranza per tutti i cittadini che hanno come stella polare il senso del dovere. Come afferma il comunicato, sono “cittadine e cittadini che si sono distinti per atti di eroismo, per l’impegno nella solidarietà, nel soccorso, per l’attività in favore dell’inclusione sociale, nella cooperazione internazionale, nella tutela dei minori, nella promozione della cultura e della legalità.”

Buon anno, Presidente e grazie ancora.

De Masi su Il Manifesto: il giorno più nero della sinistra

14 Mag

Su il Manifesto dell’11 maggio è uscita questa intervista di Daniela Preziosi a Domenico De Masi. Condivido e la pubblico integralmente.
N.B. Il neretto nelle risposte è mio.
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L’altolà del sociologo: «La Lega si mangerà i 5 stelle. Serve un’opposizione militante, Pd ed ex la smettano di litigare. I soldi per le promesse non ci sono. Faranno scelte simboliche a costo zero: liberalizzazione delle armi, stretta su immigrati e richiedenti asilo. Cambieranno la nostra antropologia»

«È il giorno più nero per la sinistra italiana. In Italia inizia il governo di destra più a destra dal ’46. E io ho ottant’anni: sono nato sotto il fascismo nel ’38 e morirò in un’Italia di destra, ma “destra destra”». Domenico De Masi sorride, ma è serio. Sociologo del lavoro, è stato uno degli studiosi più ’aperturisti’ verso i 5 stelle, per i quali ha condotto anche una ricerca. Oggi però la musica cambia, spiega. Virano a destra. «Marx distingueva la classe in sé e la classe per sé. I 5 stelle hanno una doppia composizione, sociologicamente omogenea ma ideologicamente molto divisa. La loro base sociale è stata analizzata dall’Istituto Cattaneo: il 45 per cento è di di sinistra, il 25 di destra, il 30 fluttuante. Ha votato per loro il 37 per cento degli insegnanti, il 37 degli operai, il 38 dei disoccupati e il 41 dei dipendenti della pubblica amministrazione. Li ha votati un iscritto della Cgil su tre e 2milioni di ex elettori del Pd».

Insomma una base sociale di sinistra.

Attenzione a quello che dice Marx. Era la base della sinistra a cui però i partiti pedagogicamente insegnavano ad avere una coscienza di sinistra, un’anima e una coscienza di sinistra. Ma ora i partiti la pedagogia non la fanno più. I 5 stelle hanno la base più vicina a quella che aveva il Pci di Berlinguer. Ma manca Berlinguer. E Gramsci.

C’è Renzi.

Se il Pd avesse accettato il governo con loro gli sarebbe stato facile riconquistare la propria base. Oggi Salvini può fare l’opposto: attrarre gli elettori di destra dei 5 stelle. Nel 2013 la base sociale del Pd era ancora simile. L’operazione di Renzi è stata quella di cambiare la base sociale del suo partito. Un’operazione riuscita, ma suicida.

Ma se ci sono tutti questi elettori di sinistra nei 5 stelle, perché si sono rivoltati all’idea di accordo con il Pd?

Non si sono rivoltati loro, si sono rivoltati quegli altri.

Adesso questi elettori come reagiranno all’accordo con la Lega?

Ora questo gruppo è sconcertato, sperava in una democratizzazione dei 5 stelle, non in una destrizzazione. Non credo che M5S abbia la forza di traghettarli a destra. Questi due milioni di voti sono usciti dal Pd da sinistra del Pd. Ora sono in libera uscita. Ma non c’è una sinistra in cui rientrare.

Può succedere invece che il governo giallo-verde faccia dei provvedimenti popolari, come investire soldi sulle pensioni. La sinistra sarebbe costretta ad apprezzare.

Il problema sono i soldi.Le priorità di Salvini e quelle di Di Maio sono diverse. A Di Maio al sud serve un generoso reddito di cittadinanza. Salvini sarà disposto a una via di mezzo. Ma di una cosa sono certo: prima faranno provvedimenti a costo zero ma altamente simbolici. Liberalizzeranno il porto d’armi per la legittima difesa, un provvedimento che violenta la cultura italiana. Aumenteranno i controlli sugli immigrati, ridurranno gli aiuti ai richiedenti asilo, che già oggi stanno in campi di concentramento orribili. Insomma con cose così rischiano di modificare la nostra struttura antropologica.

Crede che non troveranno le risorse per cambiare la legge Fornero?

Potrebbe essere che fanno un ritocco alla legge ma nel frattempo cambiano tutti i quadri Rai, e questo piccolo ritocco diventa una grande conquista.

C’è stata una luna di miele fra 5Stelle e sinistra radicale. Anche lei ha dato loro molto credito. Sebbene non poche cose, per esempio l’uso della piattaforma Rousseau consigliavano prudenza. Ora lei ha cambiato idea?

Faccio una premessa. Sono stato a Ivrea, invitato da loro (alla kermesse in ricordo di Gianroberto Casaleggio, ndr). In quell’occasione ho potuto capire bene questa piattaforma, che mi hanno fatto studiare per due giorni. La piattaforma ha otto filoni e uno di questo, per esempio, serve ai consiglieri comunali come formazione e-learning per sapere, di un dato argomento, quali leggi esistono a che punto sono gli altri comuni eccetera. Una cosa da pionieri che tutti gli copieranno presto. Comunque il grande elettore dei 5 stelle è stato Renzi, e lo dico io che avevo nel Pd il mio partito di riferimento. Liberisti non siamo, e invece ci siamo ritrovati un Pd neoliberista. Un Pd che ha maltrattato per esempio gran parte del costituzionalismo italiano. Il mio contatto con i 5 stelle è stato di natura professionale, ma comunque mi consentiva di intrufolarmi in questo movimento: un sociologo non può non essere intrigato da un fenomeno così. Ho visto che nel M5S c’è un’anima di sinistra e una di destra. Di qui il tentativo di aiutare, nel mio piccolo, quest’incontro fra 5 stelle e Pd. Poteva nascere la più bella socialdemocrazia del Mediterraneo, una colonizzazione intellettuale dei 5 stelle. Oppure si può creare il governo più di destra della storia dell’Italia repubblicana e quello più a destra della Ue. In due anni Salvini si mangerà i 5 stelle.

Lei crede che si apra un ciclo lungo della destra?

Ma certo. Intanto è un governo che avrà un sacco di aiuti. Parliamoci chiaro: a tifare Lega-5 stelle sono stati quasi tutti, il Corriere, Repubblica, la Confindustria diceva «fate presto», le centrali mediatiche hanno dato ordine alle tv di dire che comunque ci voleva subito un governo, e cioè quel governo, visto che il Pd era indisponibile.

Qual è il destino dei 5 stelle dopo questa svolta?

La Lega se li mangerà. Gli elettori più a destra passeranno con Salvini. Quelli di sinistra tenderanno alla fuga. Da oggi serve un’opposizione militante. Lo dico chiaro, nessuno pensi neanche lontanamente che voglio una delle duecento cariche che ora verranno distribuite da loro. No, serve un’opposizione vera. Ma senza riferimenti è impossibile. Poco fa ero in una trasmissione. In una giornata come questa, il giorno più nero della sinistra, mentre nasce il governo più a destra d’Europa, l’esponente del Pd e quello di Mdp che facevano? Litigavano fra loro.

 

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Bella Ciao. È sempre 25 aprile e in tutto il mondo

25 Apr

 

Grazie, mondo.

 

E grazie, Francia.

 

N.B. Post aggiornato.

Abbiamo bisogno di persone per bene

28 Mar

L’enorme, inaspettato e incontenibile tributo di affetto che la gente comune sta tributando a Fabrizio Frizzi si può sintetizzare nel titolo che ho dato a questo post. Ed è forse la più grande eredità che quest’uomo buono e modesto poteva lasciarci. Non intendo qui aggiungere nulla a quello che personaggi famosi e semplici cittadini hanno testimoniato: non è lo scopo di queste righe e poi non ne avrei le capacità.

Ma non posso che evidenziare il messaggio che la fila di persone a viale Mazzini e i tanti che hanno partecipato col pensiero, il sincero dolore provato da compagni di lavoro e gente che lo conosceva solo per l’immagine vista in televisione continuano a dimostrare. E questo messaggio è di una semplicità sconvolgente: in questa Italia travolta da scandali, incompetenze, ruberie, meschinità, arroganza, ambizioni, la figura di un uomo per bene ha rappresentato quello che tutti vorremmo. Vorremmo che ai vertici dello Stato, tra i personaggi pubblici, tra chi guida il Paese nell’economia, nell’impresa, nella politica, a scuola come sul lavoro, ci fossero più Fabrizi Frizzi. Più persone che pensano agli altri, che lavorano con dedizione e discrezione, vorremmo più generosità e buona educazione, più empatia, più correttezza, più senso del dovere. E più sorrisi. Sinceri.

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