Archivio | Mi piace RSS feed for this section

Senza le Primarie, nel 2021 il centro-sinistra a Roma rischia molto. Anzi, moltissimo.

25 Giu

Per quanto se ne può sapere ad oggi, alle prossime elezioni per il sindaco di Roma i romani si troveranno come principali contendenti il candidato del centro-sinistra, quello della destra, la sindaca Raggi (forse con una sua lista civica se non verrà superato l’ostacolo del doppio mandato vigente nei 5stelle) e qualcun altro (Magi? Calenda?).
Sempre seguendo le voci del momento, il vertice del Pd vorrebbe proporre David Sassoli, il cui mandato di presidente del Parlamento europeo scadrà nel dicembre del 2021; dalla destra non sono ancora pervenute anticipazioni (salvo quella, poco credibile, di Giorgia Meloni in persona).

Non sono un analista politico, ma come semplice cittadino intravedo due diversi possibili scenari, entrambi la sera degli scrutini del primo turno, a seggi chiusi.
Primo scenario. Da subito ci si rende conto che nessuno dei candidati raggiungerà la maggioranza e quindi il ballottaggio sarà inevitabile tra i primi due. Chi saranno?

Secondo l’ultimo sondaggio de la7, le attuali posizioni sono queste: il centro-destra, comprendendo Forza Italia, raggiunge il 47%, mentre il centro sinistra, raccogliendo anche le virgole non supera il 34%. Ora, è ragionevole pensare che press’a poco gli stessi valori si rifletteranno nel voto romano e che quindi per il candidato scelto dal centro-sinistra al ballottaggio si profila un confronto durissimo con serie probabilità di una bruciante sconfitta anche se i 5stelle (Raggi o non Raggi) offrissero il loro contributo di circa il 15% che hanno mantenuto. Ma il dato più impressionante sarà quello delle astensioni: più del 50%.
Intendiamoci: non è una novità. Nel 2016, al ballottaggio Raggi-Giachetti fu del 49,8%, principalmente dovuto al disamore degli elettori Pd dopo la nota e mai digerita deposizione del sindaco Marino.
Si potrebbe quindi concludere che ancora una volta (ricordate Rutelli contro Alemanno?) la candidatura calata dall’alto e non sondivisa è stata respinta dall’area degli elettori del centro-sinistra.

Veniamo al secondo scenario. Nei mesi precedenti la tornata elettorale è andata via via crescendo un’onda popolare che chiedeva all’intero centro-sinistra l’adozione delle primarie per individuare il candidato da insediare in Campidoglio. Associazioni, comitati, gruppi di cittadini, anche singoli elettori, hanno cominciato a costituire un’inattesa forza di pressione. In un libro di qualche anno fa Gianfranco Pasquino così definiva le primarie (il neretto è mio):

“La scelta dei candidati alle cariche elettive monocratiche – sindaci, presidenti di province e regioni, capi di governo – può avvenire attraverso elezioni primarie. Spesso misconosciute, altrettanto spesso contrastate da coloro che le conoscono poco oppure hanno motivo di temerle, le primarie sono l’unica, vera, significativa innovazione politica dell’incompiuta transizione italiana. Cittadini interessati e informati hanno la grande opportunità di esercitare una piccola quota di potere politico, opportunità che hanno spesso saputo sfruttare.” 

È così avvenuto che alla fine i partiti hanno dovuto cedere e il candidato del centro-sinistra è stato individuato con le primarie in base ad una decisione dal basso, godendo anticipatamente di una grande popolarità oltre che del convinto consenso degli elettori. In altre parole, è arrivato all’appuntamento elettorale ‘lanciato’. E infatti questo vantaggio si riscontra nei voti: la percentuale supera sensibilmente quella attesa e inaspettatamente il dato delle astensioni si riduce; molti delusi hanno ripreso fiducia e si sono mobilitati in una sorta di nuova resistenza.
Si andrà al ballottaggio contro il candidato della destra, dunque, ma con ben altre prospettive.

Fantapolitica? Sconsiderato ottimismo? Può darsi. Ma non vedo altra via d’uscita e soprattutto non vedo come il Pd romano – sfibrato dalle lotte intestine e dal mai giustificato misfatto compiuto contro il sindaco Marino, democraticamente eletto – e le altre forze progressiste possano ripresentarsi agli elettori invocando la loro fiducia. Al contrario, il centro-sinistra potrà rinvigorirsi e reagire adeguatamente solo coinvolgendoli e chiamandoli alle responsabilità di cittadini che amano la loro città, la Capitale, consapevoli dei loro diritti e dei loro doveri.

Saper guardare al futuro di Roma: ROMA 20-25

23 Giu

 Cinque anni fa, nel gennaio 2016, si tenne al MAXXI di Roma una bellissima mostra dal titolo significativo: ROMA 20-25 – Nuovi cicli di vita per la metropoli.

Era nata dalla sentita esigenza di guardare finalmente al futuro della città, immaginare i modelli cui ispirarsi per indirizzare lo sviluppo della Capitale nei successivi dieci anni, Un appuntamento che sarebbe poi culminato in un evento vitale e impegnativo per la città come il Giubileo del 2025.

Nella mostra vennero esposti i progetti di 25 università italiane e straniere. Una mappa estesa dell’area metropolitana di Roma di 50 km. di lato era stata divisa  secondo una griglia ideale in 25 quadrati, con al centro la pianta rettangolare del Palatino:  ognuno era poi stato affidato ad una delle università partecipanti perché  elaborasse un progetto  con l’attenzione a studiare il tessuto economico e sociale dell’area per non calare dall’alto soluzioni astratte ma proposte rispettose della storia e del carattere del luogo e dei suoi abitanti.
L’intera  iniziativa era stata pensata e realizzata dall’Assessorato alla Trasformazione urbana, retto allora dal prof. Giovanni Caudo, docente di Urbanistica all’Università di Roma Tre (oggi Presidente del III Municipio), che così commentò la presentazione:  

Il workshop Roma20-25 è un’occasione per riflettere sui fenomeni di metropolizzazione che non interessano la sola città di Roma. Può diventare un luogo privilegiato di produzione di nuovi sguardi, con cui interpretare e progettare i territori contemporanei. ROMA 20-25, laboratorio di ricerca e progettazione, potrà riconoscere e portare all’attenzione degli amministratori di questa città fenomeni, dinamiche e realtà che spesso rimangono sottotraccia, nella permanenza di un cronico ritardo da parte di chi gestisce la città nel rilevare potenzialità ed elementi di interesse o innovazione nei territori che si trova a governare

La manutenzione stradale, la rigenerazione di edifici o le nuove costruzioni, la cura del verde, sono tutti interventi immediatamente percepiti dai cittadini che vivono in un territorio come segnali di buona amministrazione. E, se fatti bene e nel rispetto delle regole, lo sono. Ma non sono gli interventi isolati quelli che disegnano il futuro della città. La crescita di Roma guidata per tanti anni  dagli interessi dei costruttori ha portato ad una espansione incontrollata, alla costruzione di interi quartieri dormitorio senza un piano sui trasporti, al degrado di ampie zone centrali.

Elaborare una visione del futuro, con lo sguardo sollevato dalla gestione delle quotidiane emergenze, è quello che deve fare chi governa una città: progetti di ampio respiro che guardino alla vivibilità nel tempo, alla rigenerazione degli edifici dismessi, che mettano un freno al consumo di suolo. Roma ha assoluto bisogno di qualcuno che abbia una nuova visione e le capacità per realizzarla.

Una bella storia italiana

4 Giu

La racconta Riccardo Luna oggi su Repubblica ed è una storia di perseveranza, impegno, ottimismo, fantasia e generosità. È la storia di un giovane ingegnere bresciano che guarda al futuro ma sa stare con i piedi ben piantati per terra e che è stato nominato cavaliere del lavoro dal Presidente Mattarella per il suo contributo nella lotta contro il Covid-19 senza essere un medico. È un’altra di quelle storie che in questi drammatici mesi mi ha fatto sentire orgoglioso di essere italiano. Merita di essere riportata integralmente.

Cristian Fracassi, l’ingegnere che ha trasformato una maschera da sub in un respiratore anti covid

di RICCARDO LUNA

Questa storia è stata scritta per il numero di giugno della rivista Aspenia

L’hanno chiamato “l’angelo con la stampante 3D”, “il maker samaritano”, “l’eroe inventore”. Ma sono tutte definizioni retoriche che non raccontano davvero la formidabile storia di Cristian Fracassi. Eccola. 
 
“Sono nato a Manerbio il 27 marzo 1983, una domenica. Era il giorno di Pasqua ma non mi chiamo Cristian per questa coincidenza, il nome era già stato scelto. I miei genitori, Renato e Letizia, erano due piccoli imprenditori del bresciano. Si erano conosciuti una sera in discoteca, si erano innamorati, sposati e avevano aperto una azienda a testa, una davanti all’altra. Nel settore tessile. Una faceva cucito, l’altra stiro. Abitavamo a Massano Bresciano, millecinquecento abitanti, operosi di natura e per tradizione. In quella zona c’erano tantissime piccole aziende tessili che lavoravano per la Marzotto. Io sono cresciuto nelle piccole fabbriche dei miei genitori. LERA Confezioni quella di mamma, si chiamava così per le iniziali del suo nome e delle tre sorelle Elisabetta, Rosa e Assunta: si occupava di creare gonne, vestiti, maglie, partendo da tessuto, lampo e bottoni. Quella di papà era Erika Confezioni, il nome della mia sorellina, a papà non gliel’ho mai perdonato… e si occupava di stiro, arrivavano i vestiti fatti da mamma e lui li stirava, impacchettava e li metteva sulle grucce, pronti per essere venduti”.

 
“La mia culla era nei tessuti, i miei primi giochi erano i bottoni, sono vissuto col rumore delle macchine che cucivano, ero iper innamorato delle aziende…. Giocavo e vivevo in azienda. Con mia sorella quando siamo cresciuti ci muovevamo sui pattini tra le macchine che filavano e cucivano. Era il mio paradiso. I miei cucivano abiti da 4 o 5 mila lire che venivano venduti in negozio a 100 mila: mi sembra assurdo oggi che per risparmiare pochi centesimi in Cina, tutte queste aziende siano andate perdute. Non è successo all’improvviso, come con il coronavirus, ma comunque è stato un processo piuttosto rapido. E’ iniziato a mancare il lavoro, papà è stato bravo, ha provato a resistere, andava a cercare clienti in province diverse, viaggiava tanto per cercare nuove opportunità. Ma non ce l’ha fatta. Non era colpa sua: a un certo punto è fallito persino il Gruppo Manerbiesi che era un colosso che fatturava miliardi. Quando Lera ed Erica hanno chiuso, mamma si è messa a fare la casalinga, papà si è trovato un impiego come guardia in una azienda. Per me è stato un colpo, era il 1997. O il 1998”.
 
“Io andavo alle medie allora. Ero un ragazzino iper timido e per questo ne prendevo un sacco. Sì, di botte. Già alle elementari mi picchiavano e io stavo zitto, non ero un ribelle. Cercavo di sopravvivere. Vivevo in un mio mondo che era più grande e più interessante dei bulli di classe. Ero curiosissimo, volevo sapere tutto, imparare tutto. Mia nonna Lina mi chiamava Mike Bongiorno perché facevo a tutti mille domande, all’epoca non c’era Google dove trovare le risposte, e io ero un tormento, lei diventava matta. A scuola sono sempre stato bravo, soprattutto in matematica. I miei genitori avevano scelto un istituto di suore, non perché fossero così religiosi, ma perché loro lavoravano, c’era il lungo orario e così uscivo nel pomeriggio con i compiti già fatti. Ma a quel punto per me iniziava il divertimento: c’erano l’orto e le galline con cui giocare, mi divertivo con ogni cosa, persino a raccogliere i pomodori”.  
 
“Quando ero piccolo il mio sogno era lavorare nelle aziende miei genitori. Lì nasce la mia passione per i macchinari. Papà era super tirchio. E visto che si era stancato di pagare tanti soldi a quelli che venivano a fare manutenzione in fabbrica, ma anche i lavoretti in casa, si metteva accanto a loro per imparare quello che facevano, e dopo un po’ era in grado di ripararle da solo. Quando lo faceva mi diceva sempre: ‘Vieni a darmi una mano!’. E’ stata quella la mia scuola più grande: ho imparato come funzionano le macchine, ma anche a levigare i mobili, o restaurarli. Fare le cose, costruirle, aggiustarle è stato il vero terreno di contatto con mio padre: negli anni abbiamo creato insieme oltre cento bonsai. I veri bonsai non si comprano, si fanno. Ci vogliono da 5 a 20 anni per ottenerne uno. E’ un’arte, qualunque pianta può essere un bonsai, tenendola in un vaso piccolo, si ridimensiona, produce foglie e frutti piccoli, invecchia piccola. Io temevo di essere un bonsai. Fino a 18 anni ero alto un metro e mezzo, ero il nanetto della classe. Poi in una estate, quella di quinta, sono cresciuto di 28 centimetri. Oggi sono alto un metro e 78: non ho fatto nessuna cura particolare, semplicemente sono a scoppio ritardato”.
 
“Gli anni del liceo mi avevano portato per la prima volta fuori dal mio paesino natale: andavo allo scientifico di Manerbio, che ha 13 mila abitanti ma mi sembrava una metropoli. Avevo dei prof cattivissimi ma sono quelli che mi hanno fatto innamorare delle loro materie: in particolare mi ricordo Cominelli, che insegnava arte e architettura, e la Gobetti che mi bastonava in matematica. Faceva bene però. Infatti a 18 anni sono diventato campione italiano di matematica. E’ accaduto per caso, o quasi. Insomma la storia è questa. Nonostante la timidezza, amo le sfide e le competizioni. E’  il mio modo per superarla”.

“Ricordo che alle finali provinciali mi accompagnò papà: dopo il test, in attesa dei risultati, mi disse: andiamo a trovare il nonno. Facemmo tardi ed era ora di tornare a casa ma gli chiesi di andare lo stesso a vedere come ero arrivato. Tutti stavano uscendo ormai, noi ci presentammo al banco della giuria, dove c’era rimasto un tale, al ché chiedo: come sono arrivato? Mi chiamo Fracassi, Cristian Fracassi. E quello urla: abbiamo trovato il primo classificato!!! Avevo vinto. Il primo premio era un personal computer, ma visto che non mi ero presentato lo aveva già ritirato il secondo classificato. Ne ho dette un sacco al mio papà che però ha reagito in modo strano: non mi ha neanche regalato l’orologio che mi aveva promesso in caso di vittoria”.

“Tre settimane dopo c’erano le finali regionali a Milano: andammo tutti in pullman, io ero l’unico senza genitori: dove vuoi andare, tanto non puoi vincere, mi aveva detto papà. Ma devo spiegarlo meglio: papà è sempre stato orgogliosissimo di me, ma non me lo voleva dire. Ai tempi per questo lo detestavo, e questa è stata la grande molla per migliorarmi sempre e dimostrargli che si sbagliava; solo adesso capisco che lo faceva apposta per spronarmi, per farmi tirare fuori il mio talento. Per accendere il mio orgoglio. Ha fatto bene. Infatti quell’anno ho vinto le regionali a Milano e le finali nazionali a Cesenatico. Da solo. 
 
“Ero indeciso fra ingegneria e architettura e optai per una laurea doppia, a Brescia. Tutto cambia durante l’ultimo anno di università. Era il 2009 e c’era stato il terremoto dell’Aquila. Ricordo quel pranzo in casa con la tv accesa a guardare le case demolite con il groppo in gola. Pensavo: è colpa nostra, abbiamo sbagliato i calcoli per rendere quelle case sicure. Mi faceva rabbia vedere la gente disperata e non poter aiutare: non saprei fare altro che spostare macerie, pensavo. Il giorno dopo all’università vedo un camioncino che porta casse d’acqua, di plastica. E mi viene l’idea di creare mattoni di plastica che si incastrano facilmente. Era una follia, non avevo nemmeno le competenze. Allora decisi di farci la mia tesi di laurea. Scoprii così che in Germania, dopo la guerra, molti avevano fatto case di plastica. Erano case di forme strane, una moda che durò poco, ma quella tecnica era poi servita per costruire componenti dell’industria delle automobili e in particolare i camper. Così mi imbattei nel progetto della “casa non costruita” di Mies van De Rohe, un progetto del 1951 per una edilizia di massa che però non stava in piedi: pensai di ricostruirla in mattoni di plastica. I calcoli mi davano ragione: si poteva fare!”
 
“Dovete capire che per fare mattoni in plastica non esistono neanche le norme tecniche. Allora decisi di impiegare i mie tre anni di dottorato in ingegneria dei materiali per studiare i polimeri. Volevo sapere tutto sulle plastiche. Li ho trovato un ottimo maestro: Giorgio Ramorino. Come studio di dottorato presentai un progetto per l’utilizzo strutturale dei polimeri mentre di notte studiavo come fare il mio mattoncino: dopo tre anni era bello e finito. Il mio mattone. A Brescia ci sono tante aziende che stampano plastica, non è una roba strana, così ho pensato di cercare un imprenditore che finanziasse il progetto. Ma cadevo sempre sulla seconda domanda: la prima era, quanti soldi ti servono? La seconda: quando me li ridai? Non lo sapevo, non sapevo nulla di economia. Ero una capra. Lì ho capito che avrei dovuto studiare. L’associazione imprenditori bresciani organizzava un master, gratuito per i primi dieci: sono arrivato primo, ho preso la borsa di studio e così ho imparato come si sviluppa il business di una idea”.
 
“Abitavo ancora a casa dai miei genitori. Papà era severissimo. Prendeva i soldi delle mie borse di studio e me li decurtava perché diceva che abitavo da loro. D’estate per guadagnare qualcosa facevo il giardiniere, le piante mi sono sempre piaciute. Ma tutto stava per cambiare. Partecipo ad un concorso di idee della Camera di commercio di Milano: mi ero inventato una pallina di plastica dentro un cubetto di ghiaccio, per capire se un alimento era stato scongelato nel tragitto fino al negozio. Vinco il primo premio, cinquemila euro: volevo finalmente comprarmi la mia prima automobile, visto che avevo 29 anni, ma decido invece di usare quei soldi per depositare il mio primo brevetto. Due giorni dopo mi chiama un imprenditore locale e me lo ricompra per 14 mila euro. Si chiama Alvise Mori, diventerà il mio testimone di nozze ed è la persona che mi ha cambiato la vita: assieme fondiamo Isinnova, Inventa Sviluppa e Innova, la nostra azienda per sviluppare idee nuove. E’ l’ottobre del 2014. Sei anni dopo sarà Isinnova a salvare la vita a migliaia di pazienti di Covid-19″. 
 
“A Isinnova usiamo il digitale, ma per fabbricare oggetti. Non facciamo siti o app, con le stampanti 3D e con altre strumenti di fabbricazione digitale, arriviamo a realizzare prodotti finiti. In un certo senso io resto un meccanico, faccio cose da toccare. Realizzo invenzioni. E veniamo al motivo per cui siamo qui a parlare di me. Era un venerdì 13, venerdì 13 marzo e l’Italia intera era in lockdown da qualche giorno. I miei dipendenti erano a casa in smart working e io ero nel nuovo ufficio di Isinnova, ero lì che pulivo e pitturavo le pareti. Mi chiama la direttrice del Giornale di Brescia, Nunzia Vallini: dice che la situazione è drammatica, all’ospedale di Chiari servono valvole respiratorie, “hai una stampante 3D?”. Io ne ho 6. Ma per stampare serve il progetto della valvola, per poter impostare i comandi. Quella valvola in particolare la produce una multinazionale, li chiamo, mi rimbalzano da un responsabile all’altro, fino al Lussemburgo. Capisco che se vado in ospedale a prenderne una faccio prima”.

“Scopro così che non si tratta di un oggetto semplice, e in più ha un foro da 0,6 millimetri, poco più grande di un capello, dove passa l’ossigeno. La disegniamo in 3D, decidiamo di non stampare il foro e lo facciamo a mano, con una micro fresa, roba da orologiai. Il giorno dopo, era sabato portiamo le prime 4 valvole in ospedale per un test; dopo un po’ un medico esce dal reparto e ci dice: funziona, portatemene altre 100. La mattina seguente l’ospedale aveva le valvole richieste, rifinite a mano. Sembra un miracolo ma non lo è: la storia fa il giro del mondo, qualcuno scrive che la multinazionale vuole farci causa ma non è vero, anzi ci ha chiamato per ringraziarci; e non è neanche vero che abbiamo rifatto delle valvole da 10 mila euro con 1 euro di materiali ciascuna, nel prezzo di un oggetto non ci sono solo i materiali, c’è il lavoro, l’idea, la distribuzione… L’ho imparato al master”.
 
“Torno a casa felice: adesso quarantena per tutti, dico ai miei collaboratori. Ma nel pomeriggio ricevo un’altra telefonata dal Giornale di Brescia: c’è un medico in pensione che vorrebbe parlarti, mi dicono. Si chiama Renato Favero. Ci incontriamo lunedì mattina. Mi dice: bravo per le valvole, secondo me a breve mancheranno anche la maschere respiratorie. La sua idea è convertire una maschera da snorkeling. Mi fa tre ore di lezione sul funzionamento dei polmoni. Ha ragione, si può fare. Ma dove trovare le maschere in grandi quantità? Chiamo Massimo Temporelli, un esperto di innovazione, che contatta Decathlon. La risposta è incoraggiante: in magazzino ne hanno 100 mila, solo in Italia, per la stagione estiva. Ci forniscono la scheda tecnica del prodotto e ci mettiamo a modificarne una: i test stavolta sono durati un paio di giorni, non solo a Chiari ma anche a Brescia. Ricordo il medico che esce con il responso. Dice: Cazzo!, e io penso al peggio, mi sento crollare, ma poi aggiunge, ‘Funziona!'”.

“Con Favero siamo corsi a registrare il brevetto, non per guadagnarci, ma per proteggerlo: lo possono usare tutti, ma non per profitto. La maschera modificata l’abbiamo chiamata Charlotte, in onore di mia moglie Carlotta: ci siamo conosciuti 5 anni fa, è stato un colpo di fulmine, lei mi ha sempre spalleggiato, anche se la sera quando tornavo a casa durante la quarantena mi faceva spogliare fuori di casa per timore di contagi”.

“Decathlon ha regalato migliaia di maschere in tutto il mondo ma si può ottenere lo stesso risultato anche con maschere di altri produttori. Nel mondo in tantissimi hanno scaricato il nostro file di progetto e hanno fatto lo stesso. Ricordo un messaggio che mi è arrivato da un dottore in Brasile: oggi cento persone respirano grazie a te. Ci hanno chiamati eroi ma siamo eroi passeggeri, fra poco in prima pagina torneranno i calciatori. Non importa, sono contento così, ho fatto quello che avrebbe fatto chiunque. Ho fatto quello che so fare”. 
 
“Quando il mio nome era sui giornali di tutto il mondo mi è arrivato un messaggio Whatsapp che aspettavo da tutta la vita. ‘Sei un genio’ c’era scritto. Dal mio papà. Era il secondo messaggio che mi scriveva in tutta la mia vita. Il primo quando mi sono laureato: su un biglietto di carta, ci ha scritto ‘ti voglio bene’. E’ ancora nel mio portafoglio. Visto che è orgoglioso di me?”.

 

 

Pandemia, immigrati e lavoro

4 Mag

Quale correlazione logica tra questi tre punti? La risposta del Guardian in un commovente appello 

Nel 1968, in Inghilterra, il governo laburista presentò una proposta di legge, il Race Relations Act, che avrebbe vietato rifiutare di fornire una casa, un impiego o i servizi pubblici a una persona sulla base del colore della sua pelle o della sua appartenenza etnica o nazionale. Nello stesso periodo si verificò un’ondata di immigrati da paesi del Commonwealth, in particolare West Indies e Kenia.
Tutto ciò condusse un uomo politico di raffinata e vasta cultura come Enoch Powell a profetizzare per il suo paese un futuro di problemi razziali e rivolte urbane simili a quelle che stavano avvenendo negli Stati Uniti che avrebbero condotto alla prevalenza di una maggioranza di colore e alla perdita dell’identità nazionale.
I suoi ribollenti discorsi contribuirono non poco alla rinascita di gruppi di ispirazione neonazista e alla diffusione di un razzismo più o meno pronunciato che faceva perno su un sentimento oscuro quanto irrazionale: il timore dello straniero. Che toglie il lavoro, delinque, ruba, fa paura.
Sono passati cinquant’anni. Chi frequenta oggi l’isola britannica può testimoniare come l’integrazione sia un fatto. Stanno a dimostrarlo, a parte alcune eminenti figure come quella del sindaco di Londra, Sadiq Khan, gli innumerevoli esempi che popolano la vita quotidiana: sono impiegati, dirigenti, medici, operai, infermieri, addetti ai servizi, senza i quali l’intera economia britannica soffrirebbe. Si può quindi affermare che per la grandissima parte degli inglesi si tratta di un timore pressochè scomparso, salvo che per un vago sentimento di sospetto, sempre e comunque pronto a riemergere alla prima occasione.

In Italia non abbiamo un Powell (paradossalmente ci sarebbe quasi da dolersene, considerando il deplorevole livello di preparazione e cultura dei leader dell’attuale opposizione), ma un certo razzismo sopravvive. Forse non raggiunge l’asprezza manifestata in altre parti del mondo, tuttavia si realizza in modi altrettanto odiosi.
Per esempio, nel lavoro. Badanti, domestici, braccianti, manovali, fattorini, stallieri, muratori: tutti i lavori più umili rifiutati dagli italiani sono di pertinenza degli immigrati. Nel Rapporto 2019 Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia prodotto dal Ministero del Lavoro leggiamo (pag.17) che: In tutti i paesi OCSE la ripartizione professionale dei lavoratori immigrati è molto diversa da quella dei lavoratori nativi. Nel 2017 questa differenza è rimasta elevata soprattutto nei paesi del Sud dell’Europa (Figura 10). L’indicatore di dissomiglianza indica quanti immigrati dovrebbero cambiare lavoro per determinare la stessa distribuzione occupazionale dei nativi. In Italia e in Grecia un lavoratore immigrato su tre dovrebbe cambiare professione per avere un lavoro simile a quello dei lavoratori autoctoni. La media Ocse è del 17,3%. Se la dissimilarità occupazionale è leggermente migliorata tra il 2012 e il 2017 in molti paesi – per esempio, in Grecia, Svizzera e Portogallo – è invece rimasta inalterata in Italia nello stesso periodo.
Nei paesi OCSE il 18% dei lavoratori immigrati svolge lavori considerati di bassa qualifica (“occupazioni elementari”), contro l’11% delle persone autoctone (Figura 11). Nell’UE le proporzioni sono rispettivamente 20% e 8%. Nella quasi totalità dei paesi OCSE i lavoratori immigrati si concentrano su professioni poco qualificate. In Italia, come in altri paesi del Sud dell’Europa, il tasso di concentrazione è ancora più elevato: il 30% degli immigrati in Italia svolge occupazioni elementari, contro l’8% dei lavoratori nati in Italia.

Questo per quanto riguarda la qualità dell’occupazione. Ma c’è una discriminante in più: la retribuzione di un immigrato è significativamente inferiore a quelle di un italiano di nascita. Scriveva non molto tempo fa il magazine Vita: “Ma c’è una bella differenza tra il lavoro degli italiani e quello degli stranieri. Mentre la retribuzione media mensile dichiarata dagli occupati italiani è di 1.356 euro, quella degli stranieri scende a 965 euro, pari al 30% in meno (-371 euro). Eppure gli immigrati producono quasi il 9% del Pil nazionale, pari a 127 miliardi di euro (prendendo in considerazione l’anno 2015). Lavoro pagato poco e alta produttività. Ecco perché, secondo diversi commentatori, i migranti hanno salvato dal fallimento centinaia di imprese italiane.”

Nella Premessa del citato Rapporto queste aspetti vengono ribaditi: “preoccupano evidenze come la concentrazione in profili esecutivi e quindi in livelli salariali più bassi, i ritardi dell’occupazione femminile o l’incidenza degli infortuni. Sfuggono, poi, alla certezza di queste statistiche, ma non certo all’attenzione di questo Ministero, le piaghe dell’irregolarità e dello sfruttamento. Sono criticità sulle quali bisogna intervenire, nell’interesse di tutti. Lavorare con dignità e diritti, in sicurezza, qualificarsi ed esprimere a pieno le proprie potenzialità, guadagnare di più, conciliare vita privata e professionale… Tutti presupposti irrinunciabili per la realizzazione personale come per la crescita del Paese, quel “progresso materiale o spirituale” al quale la nostra Costituzione chiama a concorrere tutti i cittadini, anche i nuovi.C’è ancora molto fare, quindi, per una completa integrazione, per contrastare la disparità di retribuzioni e diritti degli immigrati e soprattutto per combattere il persistente quanto strisciante razzismo nostrano.

Ben consapevole dello stesso fenomeno nel Regno Unito, il quotidiano inglese The Guardian ha realizzato questo magnifico e commovente video (*) che ha il grande merito di far riemergere la questione nella giusta prospettiva: è un appello al riconoscimento degli innegabili meriti di questa parte della popolazione nella drammatica evenienza della pandemia. Nè più, nè meno che in Italia. Senza il lavoro, l’impegno e il sacrificio di tanti immigrati, sarebbe stato ben più arduo fronteggiarla. Badanti, domestici, braccianti, manovali, operai, addetti ai servizi, sono stati – e sono tuttora – tra gli oscuri protagonisti che hanno consentito lo svolgersi della nostra vita quotidiana mentre in prima linea combattevano infermieri, medici, assistenti sanitari.
E continueranno a farlo, silenziosamente quanto responsabilmente.


(*) Versione con sottotitoli in italiano:

Videopoesia di The Guardian su immigrazione e pandemia

Cosa vuol dire onorare il 25 aprile

21 Apr

A quelli che non conoscono il valore della memoria di una  nazione, a quelli che mistificano un anniversario per i loro bassi fini, a quelli che cercano di ridurre il significato di questa data o di modificarne il senso, dico di andare a rileggersi questa lapide.

Il 25 aprile gli italiani onorano il giorno in cui fu sancito il riscatto dal ventennio oscuro e tragico in cui in Italia fu cancellata la democrazia, fu calpestata la libertà di pensiero, la violenza verso l’opposizione arrivò a perseguitare, torturare e uccidere. Vent’anni di una dittatura al fianco di una ideologia criminale che condivise fino all’ultimo e che ci portò gli orrori di una guerra assurda che ridusse l’Italia in rovine.

Il 25 aprile ricordiamo che abbiamo recuperato la nostra dignità liberandoci dalla schiavitù di quella dittatura bieca e ottusa grazie al sacrificio di tanti.
E tra questi, tanti italiani che non piegarono la testa e offrirono a tutti noi la libertà a prezzo delle loro sofferenze e della vita.

Rileggendo il testo di qusta lapide e soffermandoci su ogni frase, riflettendo sul senso di ogni parola, appare chiaro perché nel calendario degli anniversari che l’Italia celebra ogni anno il 25 aprile occupi il posto più luminoso.
Non permetteremo mai a nessuno di intaccarne il profondo significato.

 

La sintesi perfetta

31 Mar

 

 

Nei pochi minuti di questo video amatoriale, che tuttavia è un piccolo capolavoro d’amore, c’è la perfetta sintesi dell’Italia che resiste e combatte, che fa sentire la sua voce – ma che voce! – e mostra al mondo il suo orgoglio e la sua capacità di risorgere, sempre e nonostante tutto.
In questi pochi minuti c’è quell’Italia bella che amiamo, la musica, l’arte, la storia, la bellezza.
C’è un giovane che, solo, suona magistralmente una famosa e struggente melodia, ma oggi ogni nota è un lamento di angoscia e allo stesso tempo un grido di speranza. E poi una piazza meravigliosa, il tricolore che garrisce al ponentino, ci sono i geni di ieri e quelli di oggi, c’è il rispettoso silenzio di un popolo che soffre ma non si piega e risponde al nemico invisibile con le armi che meglio conosce, la grazia, la vitalità, la volontà di reazione.
E alla fine – ma non subito, ci vuole qualche attimo per riprendersi dalla magìa –  è tutto un lungo, caldo, grande applauso che sembra provenire da lontano, forse fin dall’altra parte del mondo.
Grazie a Jacopo per tutto questo e anche per aver indossato la maglia della nazionale di rugby.

#Italiacheresiste #celafaremo

 

 

Fratelli d’Albania

30 Mar


C’è un’Europa bella, generosa, solidale che si oppone al cinismo e all’egoismo di certi stati del suo nord.
L’abbiamo ritrovata nelle parole del primo ministro d’Albania, Edi Rama.

Al presidente Edi Rama e al popolo Albanese dedico questa poesia di Mario Benedetti, poeta uruguaiano e italiano d’origine.

La gente che mi piace

Mi piace la gente che vibra,
che non devi continuamente sollecitare
e alla quale non c’è bisogno di dire cosa fare
perché sa quello che bisogna fare
e lo fa in meno tempo di quanto sperato.

Mi piace la gente che sa misurare
le conseguenze delle proprie azioni,
la gente che non lascia le soluzioni al caso.

Mi piace la gente giusta e rigorosa,
sia con gli altri che con se stessa,
purché non perda di vista che siamo umani
e che possiamo sbagliare.

Mi piace la gente che pensa
che il lavoro in equipe, fra amici,
è più produttivo dei caotici sforzi individuali.

Mi piace la gente che conosce
l’importanza dell’allegria.

Mi piace la gente sincera e franca,
capace di opporsi con argomenti sereni e ragionevoli.

Mi piace la gente di buon senso,
quella che non manda giù tutto,
quella che non si vergogna di riconoscere
che non sa qualcosa o si è sbagliata.

Mi piace la gente che, nell’accettare i suoi errori,
si sforza genuinamente di non ripeterli.

Mi piace la gente capace di criticarmi
costruttivamente e a viso aperto:
questi li chiamo “i miei amici”.

Mi piace la gente fedele e caparbia,
che non si scoraggia quando si tratta
di perseguire traguardi e idee.

Mi piace la gente che lavora per dei risultati.

Con gente come questa mi impegno a qualsiasi impresa,
giacché per il solo fatto di averla al mio fianco
mi considero ben ricompensato.

*****

La gente que me gusta
di Mario Benedetti,
(Mario Orlando Hamlet Hardy Brenno Benedetti-Farugia) 

poeta, saggista, scrittore e drammaturgo uruguaiano

(Paso de los Toros, 14 settembre 1920 – Montevideo, 17 maggio 2009)

 

Sorella Acqua

22 Mar

“Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta”. Dal Cantico delle creature di san Francesco d’Assisi, 1224 

******

Oggi, 22 marzo, è la “Giornata mondiale dell’acqua“. L’acqua è, insieme all’aria,  il bene più prezioso di cui disponiamo. Eppure l’uomo insulta la Natura che gli dà entrambi, sprecando e avvelenando la prima e inquinando la seconda.

Strano popolo noi italiani. Il referendum del 2011 sulla privatizzazione dell’acqua registrò il 95% dei consensi contrari. Eppure oggi la nostra rete idrica disperde il 42% dell’acqua fornita contro il 15% registrato in media in Europa, mentre ci sono ancora paesi del Sud dove l’acqua corrente è una chimera. Dal Venerdì di Repubblica apprendo che consumiamo ogni anno 160 metri cubi di acqua a testa, contro i 90 della Germania e i 60 della Germania. Però ne beviamo poca: siamo i primi consumatori in Europa (e secondi nel mondo) per consumo di acqua minerale in bottiglia (di plastica) con 118 litri a testa, il 60% in più rispetto alla media europea. Misteri d’Italia.
Chissà se la crisi che ci attende ci insegnerà qualcosa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cronache liete in tempi di COVID-19

9 Mar

C’è bisogno di buone notizie, qualcosa che distragga dalla tetraggine del momento, dall’incessante irrompere dei media nel nostro quotidiano.
Ecco perché vi posto questo cartello che ho trovato nel bar che frequento abitualmente la mattina, il Delfo bar di piazza dei Giochi delfici.

Il titolare, Gianni, dopo aver diligentemente riportato le direttive sanitarie a cui tutti devono attenersi, ha aggiunto qualcosa di suo: un pensiero affettuoso e beneaugurante per i clienti.

I romani son fatti così.

dav_vivi

Le Sardine da Amici

28 Feb

 

Qualcosa di inatteso stasera. Che però – forse senza saperlo – aspettavamo da tanto tempo. Per alcuni da una vita.

Cliccare sul link per il video.

Le sardine ad Amici 2020 parlano della bellezza che può salvare il mondo | Video Witty Tv

 

ParteCivile

marziani in movimento

Uguali Amori

Considering the situation, I am reasonably self-possessed

A Roma Si Cambia!

Culture e Competenze per l'Innovazione

nandocan magazine 1

note e proposte di un giornalista

Homo Europeus

L'Europa, la Gran Bretagna, l'Italia, la sinistra e il futuro...

PD MARCONI ROMA11 (ex15)

gli indomabili di Marconi. Zero sconti.

manginobrioches

Il cuore ha più stanze d'un casino

Testi pensanti

Gli uomini sono nani che camminano sulle spalle dei giganti. E dunque, è giusto citare i giganti.

Invece Sempre

(Ovvero Federica e basta)

ASPETTATI IL MEGLIO MENTRE TI PREPARI AL PEGGIO

(Cit. del Generale Aung San, leader della indipendenza birmana)

Valigia Blu

Riflessioni, commenti, divagazioni di un contemporaneo. E altro.

Internazionale

Riflessioni, commenti, divagazioni di un contemporaneo. E altro.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: