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A grande richiesta

11 Giu

C’è stato un tempo, me lo ricordo bene, che la proiezione di un film di successo veniva prorogata oltre i termini stabiliti e l’esercente della sala interessata esponeva uno striscione in diagonale sul manifesto della pellicola con questa dizione: “A GRANDE RICHIESTA”, seguita da “fino al…” con la data. Avviene ancora oggi , specie in provincia, per certi spettacoli teatrali o  eventi musicali.

Non è il caso di  “Paternò e il fiore rosso” il mio secondo libro dopo “Come una casa senza finestre”: cioè, qualche richiesta su un seguito c’è stata (e devo confessare che mi sono sentito molto lusingato), ma si contano sulle dita di una mano. Tuttavia, avendo in testa da tempo l’idea di una seconda avventura di Paternò ed essendomi anche affezionato a questa figura di giovane ed entusiasta carabiniere ho cominciato a scrivere. E la storia (ribadisco: i miei non sono romanzi. Per il rispetto e l’ammirazione che porto ai veri scrittori non  mi permetterò mai  di chiamarli così) è venuta fuori quasi da sola.

Stavolta il carabiniere Paternò ha lasciato i suoi monti ed è a Roma in licenza. Ma un efferato delitto avvenuto proprio nel suo palazzo, nel popolare quartiere di san Lorenzo, stimola la sua curiosità. L’affianca nell’indagine che svolge per proprio conto una giovane giornalista e insieme affronteranno un misterioso assassino seriale, fino alla brillante soluzione del caso.

Ed ora eccomi qui. Non bastasse, sono stato anche incoraggiato a iscrivere il libro al concorso letterario ‘Il mio esordio, per cui, qualora qualcuno volesse leggerlo aggratise potrà farlo comodamente iscrivendosi al sito e scaricando il testo. Dopo di che è gentilmente ma fermamente pregato di lasciare una recensione (ricordatevi le stelline!) 🙂 . Ai più temerari tra voi che mi leggete ricordo che si può anche comprarlo: in massimo 4-5 giorni lo avrete a casa.

Dimenticavo: già che c’ero ho iscritto al concorso anche il mio primo libro e “La finestra aperta”, dieci racconti che ho selezionato tra quelli che avevo scritto tempo addietro. Anche per questi due valgono le stesse norme.

Grazie davvero per la pazienza e il tempo che mi avete dedicato e soprattutto per quello che dedicherete.

È come un déjà vu.

13 Mag

“È come un déjà vu.” dice a un certo punto il poeta ottantacinquenne malato di Azheimer, perso nei suoi  pensieri.
“Ma che, se sente male?” si preoccupa Alessandro, il giovane bulletto ignorante che lo assiste.

È una delle migliori battute di “Tutto quello che vuoi“, un film che ho visto oggi e mi è piaciuto molto. Il regista Francesco Bruni, che avevo già apprezzato con “Scialla!“, affronta nuovamente la questione della crescita intellettuale dei giovani, stavolta nel rapporto con la vecchia generazione e la storia che portano con loro, che poi è la storia d’Italia. Il vecchio poeta è Giuliano Montaldo, che può mostrare tutta la sua sensibilità di regista in una deliziosa interpretazione mentre l’esordiente Andrea Carpenzano interpreta il ragazzo di 22 anni che non ha portato a termine gli studi e passa le giornate con amici come lui nullafacenti. Dal rapporto che giorno dopo giorno si instaura silenziosamente tra i due nasce un reciproco e straordinario sentimento di amicizia che conduce il giovane a maturare intellettualmente e a fargli nascere il rispetto per la memoria del nostro recente passato in un Paese come il nostro, dove si fa poco o nulla si fa per onorarla.
Vi piacerà, ne sono sicuro.

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I racconti, le storie brevi, sono come quegli sguardi lanciati da una finestra aperta che permettono di vivere quanto accade giù nella strada, nella vita di tutti i giorni, di immaginare i pensieri dell’ignoto passante o il dialogo dell’altrettanto ignota coppia mentre vengono percorsi i pochi metri che la visuale consente.
In questi dieci racconti c’è quasi sempre Roma, come sfondo o protagonista, ma i personaggi, con le loro personalità, le manie, le loro storie personali, potrebbero esistere ovunque: per conoscerli, e conoscere le loro storie, basta affacciarsi a questa finestra.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/racconti/322551/la-finestra-aperta-3/

 

Riforme: prima il Parlamento

29 Apr


5 PROPOSTE RIVOLUZIONARIE DA MICHELE AINIS

Oggi su Repubblica il prof. Ainis, in una lucida e rapida disamina sull’agonia dei partiti, ha lanciato cinque proposte per rivitalizzare la democrazia parlamentare con l’innesto di “un po’ di fantasia (o eresia) costituzionale.” 
Qui l’articolo originale e di qui seguito una mia (grossolana) sintesi.

  1. Affiancare al referendum abrogativo (dove va eliminato il quorum) quello propositivo. Aggiungere l’iniziativa popolare vincolante, la consultazione popolare sulle grandi opere pubbliche, varie forme di partecipazione via web dei cittadini.
  2. Prender atto che l’astensione rappresenta ormai circa la metà dell’elettorato: diminuire parallelamente gli eletti, riducendone altresì i poteri.
  3. Non più di due mandati per i parlamentari, come per i sindaci e i presidenti di regione.
  4. Revoca degli eletti immeritevoli: gli assenti oltre ogni ragionevole limite, i professionisti del cambio di casacca.
  5. Nomina di un gruppo di parlamentari mediante estrazione a sorte, costituendo un cuscinetto tra maggioranza e opposizione.
    Dice: ma rischieremmo d’inviare in Parlamento degli incapaci. E perché, ora sono tutti capaci?

Applausi. 

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In questi dieci racconti c’è quasi sempre Roma, come sfondo o protagonista, ma i personaggi, con le loro personalità, le manie, le loro storie personali, potrebbero esistere ovunque: per conoscerli, e conoscere le loro storie, basta affacciarsi a questa finestra.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/racconti/322551/la-finestra-aperta-3/

 

 

La Resistenza, per me (3)

24 Apr

L’ITALIA PARTIGIANA, di Ferruccio Parri

« Se ci fu un presidente del Consiglio italiano che meritò la qualifica di galantuomo, di politico onesto e probo, quello fu Ferruccio Parri »
(Indro Montanelli, L’Italia della guerra civile)

Sulla Resistenza è stato scritto molto, anche da firme autorevoli. Tuttavia questa scarna ma dettagliata cronaca di Ferruccio Parri, lo stile asciutto e incalzante, i numeri dei militanti e dei caduti, l’analisi per zone geografiche, la struttura dell’organizzazione, i problemi con gli Alleati, le sconfitte e le vittorie, rappresentano più un rapporto storico che un articolo di giornale e a me ha dato il senso reale di cosa fu davvero la guerra partigiana.

Tra il 29 luglio e il 15 ottobre 1946 si svolse a Parigi la Conferenza di pace tra le nazioni vittoriose per decidere le sorti dell’Italia e delle altre nazioni sconfitte. Le premesse non lasciavano certamente molte speranze; nel suo discorso del 10 agosto De Gasperi aveva così iniziato:

“Prendo la parola in questo consesso mondiale e sento che tutto, tranne la vostra cortesia, è contro di me: è soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa ritenere un imputato, l’essere arrivato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione.”

Fu quindi in questa atmosfera che la rivista Mercurio pubblicò un numero che sarebbe stato stampato in inglese e francese e diffuso all’estero, come anticipato nel messaggio ai lettori. E l’articolo di Parri (insieme agli altri), tendeva a far risaltare il valore dell’Italia che si era opposta al fascismo e aveva combattuto al fianco degli Alleati. In altre parole, il mondo doveva riconoscere il riscatto degli italiani, il sangue di quella guerra fratricida non doveva essere stato sparso invano.

MERCURIO, n. 23-24  luglio – agosto 1946

Questo articolo vuol essere la storia breve della lotta clandestina contro i nazifascisti, della formazione e delle azioni del nostro esercito partigiano. E questa storia, che per noi è ragione di orgoglio e di dolorose riflessioni, è molto poco conosciuta al di là delle nostre frontiere….
Abbiamo creduto opportuno dare ai lettori italiani l’articolo di Parri nel testo integrale. Molte cose che in esso son dette noi, qui in Italia, già le conosciamo. Le conosciamo ma le abbiamo dimenticate: poiché anche cose tanto tremende quali sono quelle che da noi sono state vissute, possono essere dimenticate in pochi giri del sole. E’ necessario rileggerle e meditare su di esse….forse leggere queste pagine sarà utile, oggi, a noi stessi. Poiché, avviliti e offesi come usciamo da questa lunga estate, noi si abbia tuttavia la conferma di non essere simili a quegli Italiani dei quali si è tracciato un umiliante ritratto a Parigi…

L’articolo di Parri (lo si può leggere qui) è veemente, non è una difesa d’ufficio, è una dichiarazione di dignità. Già l’incipit del capo partigiano (nome di battaglia “Maurizio”) trasuda indignazione per la quasi nulla considerazione che è stata data al sacrificio di tante vite di patrioti.

PARRIincipit

E poi comincia la cronaca, a partire dai fatti che seguirono l’8 settembre del ’43. Il popolo si risveglia, dice Parri, e comincia subito – sia pure disordinatamente, ma consapevole del compito che l’attendeva – a dimostrare da che parte stava: e infatti la conclusione è eloquente: “Vi era un popolo  dunque che fin da settembre del 1943 lottava al vostro fianco, o Alleati, per la sua libertà e la libertà del mondo.”

Più volte Parri si rivolge agli Alleati per rivendicare l’opera insostituibile dei partigiani nell’impegnare considerevoli forze nemiche distogliendole dal campo di battaglia o nel salvare gli impianti industriali, indispensabili per la rinascita del Paese, solo per dire di due degli aspetti più evidenti dell’opera della Resistenza: perché questo non ci viene riconosciuto? E aggiunge polemicamente: non è che qualche generale alleato si sia sentito sminuito nelle sue conquiste? Parri illustra poi la perfetta organizzazione militare sul campo che era appoggiata in pianura e nelle città dalla rete clandestina e ricorda con orgoglio il ruolo fondamentale rivestito dalle donne.

E sono certo che quando enumera le vittime della furia nazifascista si commuova, anche se apparentemente non traspare emozione: parla dei giovani, delle intelligenze sottratte alla patria, dei militari come dei professori, dei semplici borghesi come degli operai, di tutti coloro che non ebbero esitazioni nel momento cruciale.

Leggetelo, rileggetelo e soprattutto fatelo leggere ai tanti che hanno dimenticato e ai troppi che non sanno: qui c’è la storia dell’Italia più bella.

La Resistenza, per me (2)

23 Apr

Il dramma della Resistenza e del nostro Paese è stato questo: che la Resistenza, dopo aver trionfato in guerra, come epopea partigiana, è stata soffocata e bandita dalle vecchie forze conservatrici appena essa si è affacciata alla vita politica del tempo di pace, ov’essa era chiamata a dar vita a una nuova classe politica che riempisse il vuoto lasciato dalla catastrofe.

Pietro Calamandrei

Nonostante si sia scritto e detto molto sulla Resistenza, poco si è riflettuto sul come essa sia sta vissuta dai suoi interpreti principali, i partigiani. Quelli che in nome di un ideale di libertà decisero di lasciare le loro famiglie e le loro case per andare a combattere sulle montagne affrontando pericoli, stenti, difficoltà di ogni genere. Mancavano armi, viveri, rifugi: il freddo e la fame erano quotidiani, le rappresaglie dei fascisti e dei tedeschi feroci.
Una viva testimonianza è contenuta in questi brani del diario della scrittrice Alba De Céspedes, tratti dal mensile Una Città, che ringrazio. Antifascista, arrestata dall’OVRA nel ’35 per certe sue affermazioni intercettate al telefono, La De Céspedes nel ’43 attraversa le linee tedesche e collabora con Radio Bari col nome di battaglia di Clorinda. Lo stesso anno tenta di raggiungere Bologna attraverso l’Abruzzo e a quel periodo sono dedicate queste pagine. La versione integrale la trovate qui.

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18 ottobre 1943

Al mattino, si dormiva ancora, rifugiati nel triste polveroso ufficio delle imposte a Torricella, quando udimmo bussare affannosamente alla porta. Il viso incolore di Carmela, la ragazza del piano di sotto appariva acceso da una nuova agitazione: «Presto, scappate subito, i tedeschi hanno circondato l’aia dei Peligni, hanno preso gli uomini, tutti, e adesso stanno salendo quassù». Ci vestimmo in pochi minuti, forse tre, quattro, neppure il tempo di prendere con noi qualche indumento e via, Franco, Aldo e io, di corsa per le scale. Qualcuno già gridava: «Eccoli, si sente arrivare il camion». Il corso, le stradette sassose percorse correndo, tra altra gente che correva, e io che avrei voluto fermarmi per tirare il fiato, poi pensavo: debbo farcela, non voglio lasciare gli altri, e seguitavo a correre con un coltello cacciato nella milza. Certi ragazzi fuggivano salvando i pochi averi in una cesta e tutti spiavano se il nastro bianco della strada provinciale si macchiasse delle loro auto giallastre. Orecchi tesi al minimo ronzio. Lasciammo passare qualche mezzo corazzato, noi acquattati sotto il livello della strada provinciale, poi, presto, correndo, la traversammo fulmineamente, d’un balzo quasi, e fummo finalmente in un sentiero tra i campi. Aldo disse: «Bisogna raggiungere il bosco della Defensa, nessuno verrà a cercarci laggiù». Dopo meno di tre ore eravamo rifugiati nella masseria di Trecolori, solitaria al limite del grande bosco. Trecolori è un vecchio contadino, scimmiesco e furbo, vissuto per dodici anni in Pensilvania. Non aveva posto per noi; già, presso il focolare, erano numerosi suoi parenti, calati dai paesi vicini per sfuggire alle razzìe, e alcuni sedevano sui sacchi di farina, altri ammucchiati in terra ci guardavano muti. «Potrete dormire in una stalla, a cinquecento metri da qui. Tanto sarà per una sola notte». Siamo qui da cinque giorni, ormai. Si dorme in un tugurio mezzo stalla mezzo legnaia, pagliericcio a terra, e la sera accendiamo il fuoco. Una porta sgangherata ci nasconde a mala pena la vista del cielo. È molto freddo. Ognuno di noi dorme ravvolto in una coperta, anche la testa ravvolta, per scaldarci col nostro fiato. Sette uomini sono rifugiati in questa stalla, io indosso calzoni e vivo con loro al modo di un compagno. Siamo appesi a un passo, a un fruscio. Se c’è pericolo, se i tedeschi scendono a razziare le masserie, qualcuno, sempre in vedetta, lancia il fischio convenuto, una voce. Il segno d’allarme rimbalza fulmineamente di rifugio in rifugio fino quaggiù, al limite del bosco. Subito, rotolando pei campi arati, caliamo al torrente, lo traversiamo, saliamo nel bosco, ci nascondiamo nel folto degli alberi e dei cespugli. Restiamo lì, zitti, immobili, talvolta sotto la pioggia per ore. Non so come faremo se verrà il freddo più acuto. Non abbiamo cappotti, neppure una maglia di lana. Gli inglesi sono ancora a Termoli, la battaglia è durissima. Talvolta nella campagna, verso il tramonto, passano come ombre i prigionieri alleati diretti al Sangro. Vogliono raggiungere le loro linee, ma riuscire è difficile. Li fermiamo sperando di avere da loro qualche notizia. Sono sorpresi di trovare quaggiù, al centro della terra, qualcuno che parli la loro lingua, conosca i loro paesi. Poi li seguiamo con l’occhio, mentre si allontanano, e attraverso di loro è come se gettassimo un grido d’aiuto: che vengano, che ci liberino. Non abbiamo altro conforto che le notizie portate a voce da Torricella dove qualcuno ascolta Radio Londra nascosto in una cantina. Intanto la stagione incalza, bisognerà preparare un rifugio nel bosco se si dovessero passare molte ore sotto la pioggia.

 

19 ottobre 1943

Ieri sera Peppino è arrivato di corsa, terrorizzato. Aveva passato otto ore in una legnaia, senza respirare, quasi. A Torricella ieri mattina d’improvviso sono arrivati i tedeschi, hanno bloccato le strade, hanno preso tutti gli uomini, li hanno caricati su un camion e via. Donato Porreca proprietario dello spaccio, ha tentato di fuggire, ma una scarica di mitragliatrice lo ha frustato ai fianchi, è rimasto ucciso sul colpo. Peppino raccontava dello strazio delle donne che urlavano mentre il camion partiva. Intanto suonava a morto la campana per il povero Donato.

 

20 ottobre 1943

Stanotte alle quattro, tutti in piedi, pronti per fuggire. Falso allarme: era un prigioniero francese che passava nei campi, un contadino ha sparato in aria. Ieri sera, mentre eravamo nella masseria di Trecolori, raccolti attorno al fuoco, udimmo spari vicini, voci di donna gridare aiuto. Giunse di corsa un contadino recando il messaggio: sono i tedeschi, sparano. Giù di corsa con Aldo e Franco, calati nella scarpata del torrente, folta, impenetrabile di rami e rovi. Alle spalle si udivano le urla delle donne, quel lamento di Sofia che invocava lo sposo. Attorno a noi altri rifugiati scappavano, il russo chiamava: «Dove siete? Aiutatemi » rischiando di farci scoprire tutti. Avrei voluto ucciderlo perché tacesse. Giù per la ripida scarpata, sospesi a un tronco, strappati dai rovi, nel fitto cigolante dei rami fino al torrente. Ci passavamo parole soffocate dalla paura: via gli impermeabili, sono troppo chiari, si vedono nell’ombra. Entrammo, come ciechi, nel torrente, l’acqua gelida arrivava ai ginocchi, risalimmo a quattro zampe la scarpata del bosco. Mi tornavano in mente, tra la paura agghiacciante, racconti letti da bambina, le storie della giungla. Bisognava a ogni passo districare il piede dalla vegetazione del sottobosco, aprirci la strada con le mani, gli occhi chiusi perché i rovi non li ferissero. Gli occhi di Franco erano difesi dalle lenti. A momenti nasceva in me il dubbio che tutto ciò fosse fatto quasi per gioco. Non potevo, io, Alba, trovarmi per davvero in un momento così grave, sul punto d’essere presa dai soldati tedeschi, fucilata, uccisa. Tutta questa avventura mi pareva più forte di me, della mia capacità di resistere. Altre volte invece, in quel silenzio e quel buio insidioso, il pericolo m’appariva così prossimo da non lasciare scampo, possibilità di fuga. Era fatto, eravamo presi. Un funebre latrare di cane in lontananza acuiva il mio sgomento. E al di sopra di tutto c’era l’umiliazione di dover fuggire come malviventi, assaggiando la vita degli assassini o dei briganti; senza aver fatto nulla di male, aver solo sognato il proprio paese libero e civile. Due ore circa nel bosco. Freddo. A momenti si riprendeva a salire arrampicandoci per scaldarci. Attorno erano i mille rumori della vita notturna del bosco; la voce della civetta, un lento frusciare sulle foglie secche, un guizzo tra i rami. Noi tre seduti in terra, aspettando. Infine udimmo un sibilo lontano, sommesso: il fischio degli amici. Fu caro come ritrovare improvvisamente il sapore della vita.

 

21 ottobre 1943

Niente di nuovo. Attesa inerte e sconfortante. Gli inglesi non arrivano, le notizie giunte da Torricella dicono che sono ad Istonio. Mariuccia, una vecchia novantenne, furba e scheletrica, funge da collegamento tra il paese e noi. Arriva portando le notizie scritte in un biglietto da Don Peppe, il notaio di Torricella, e nascoste nel busto o nella crocchia dei capelli. Grande movimento di aerei. Le nostre calze di lana, le uniche che possediamo, incominciano a rompersi. Anche il sale finisce. Stamani, dopo lunghi giorni, siamo andati a lavarci al ruscello. Nel pomeriggio abbiamo studiato le posizioni di rifugio nel bosco, scelte le più sicure. Gli alberi erano illuminati dal tramonto, le foglie cadute rosse e lucide. Gruppi di ciclamini pallidi spuntavano di sotto i ciuffi di ginepro. Avrei voluto farne un mazzo, come usavo nei boschi di Ariccia da bambina, ma mi pareva poco serio cogliere fiori mentre si saliva a scegliere un rifugio per salvarci la vita. Attorno Franco e gli altri tendevano gli orecchi al crepitìo di una mitragliatrice che si faceva udire sotto Montenerodomo, ai limiti del bosco.

 

22 ottobre 1943

Scrivo sulle pietre del ruscello. Siamo venuti a lavarci. Aldo e Trecolori stanno scavando un rifugio, sotto un gran masso, sul greto del torrente. Siamo stanchi, nervosi, ammutoliti. A volte s’impadronisce di noi lo stato d’animo del delinquente che non resiste più e si consegna alla giustizia. Peppino ha detto: rischio tutto, ma voglio tornarmene a casa mia, a San Vito. Si riversa sul poco cibo e sul giaciglio il nostro cattivo umore. Se non ci fosse il conforto ineffabile della natura, la vita sarebbe senza più sogni o gioia, tutta dura, tutta da patire, tutta da vivere fedelmente, senza fughe. Sono umiliata di aspettare la libertà degli inglesi. Ogni giorno ci chiediamo, quasi con impazienza, scrutando i contorni delle colline: ma quando vengono? Ridotti ad aspettare con gioia l’arrivo di soldati stranieri! […]

 

24 ottobre 1943

Niente di confortante da due giorni. Siamo sempre più logori, sempre più sudici. S’intravvede con difficoltà la possibilità di resistere ancora a lungo senza poterci cambiare, dormendo sempre vestiti, stanchi così, così nervosi. A sera una mortale tristezza si impadronisce di noi: verso le cinque, quando è giorno ancora per chi vive nelle città, puoi girare l’interruttore, accendere la luce, prendere un libro. Vivere. Ed è notte per noi, costretti alla fievole luce del focolare o a passeggiare muti nel buio. I giorni sono incerti, monotoni, umilianti. Muoiono lasciandoci ognuno una più profonda stanchezza e nessuna speranza per il giorno nuovo. Nel fondo di questa cupa valle nessuno ci soccorre e ci illumina. Ogni cespuglio è un’ombra minacciosa, il masticare dell’asino nel pagliaio ci sembra il rumore di scarponi ferrati pel sentiero. È l’ora più sicura: di notte i tedeschi s’arrischiano difficilmente attorno al bosco, temono le imboscate. Eppure un invincibile terrore si impadronisce di tutti a quell’ora. […]

 

25 ottobre 1943

[…]  Mia madre mi crede a Roma e forse esce e parla con le amiche mentre io sono stesa a terra, nel fango, nascosta dietro un cespuglio o attizzo il fuoco soffiando forte e Franco è malato, trema, negli accessi della malaria. Oh, vorrei che s’aprisse la porta adesso, e qualcuno entrasse a dire che la guerra è finita, nessuno si ammazza più, possiamo uscire, parlare ad alta voce, mostrarci, esser liberi. […]

 

28 ottobre 1943

[…] Non è mai stata così seria la vita, per me. C’è solo una grande dolcezza nell’ingenuo candore di Aldo che si rammarica di non avere una torta, oggi, per il suo compleanno. Tra poco anche il conforto di scrivere queste note sarà finito, non saprei come procurarmi un altro quaderno. Scrivo sui ginocchi mentre gli altri discutono di politica, nervosi, rissosi. Sono venuti anche i polacchi, tre giovani studenti che da quattro anni fuggono di paese in paese. Abbiamo costruito due cavalletti di legno scortecciato per sederci nell’interno della stalla. Verso il tramonto, da tutti i rifugi attorno al bosco qualcuno scende verso il nostro tugurio attratto dal calore di un fuoco. Ci sono romeni, russi, jugoslavi, un’ebrea tedesca, qualche ex-internato politico. Tutti stretti da una umana solidarietà che abolisce confini e passaporti. Non ci si domanda il nome né il colore politico, ci si legge soltanto negli occhi il bisogno di essere aiutati a superare queste ore dure della vita. Qui, in questa stalla remota, a 1000 metri, mi sembra che stia davvero nascendo l’Italia che abbiamo voluto. Mi batte il cuore a questa improvvisa scoperta. Qui, proprio qui, in questa stalla, logori, affamati, senza più nulla, nulla che somigli alla vita civile, ricominciamo a vivere civilmente. Il russo parla del suo paese, i polacchi della loro letteratura, l’ebrea non ha più quegli occhi di sgomento coi quali fissa l’alto della collina per vedere se da lì calino i tedeschi. Seguitano a parlare. Mi piacciono le loro voci, l’incerto italiano, le discussioni aperte. Dolce cara patria mia. […]

 

4 novembre 1943

Sono in pena per Roma, per mio figlio, zia Maria, la mia casa. Mille oggetti che mi hanno seguito dovunque con la loro storia, i loro segni: una Madonna comperata sul Lungarno, un libro trovato a Venezia. Vivo tutta nel passato in questi giorni : l’Avana, Parigi, papà. Ho una tremenda voglia di tornare ad essere giovane e felice, non più sentire parlare di guerre, di soldati, non aver più paura. Domani i ragazzi polacchi partiranno con Peppino per traversare le linee. Peppino ha preso la decisione, ma adesso è giù di corda, attratto e sgomento dal vuoto nel quale si getta. Stamani Mario ha portato buone notizie dal suo giro: la ritirata tedesca sarebbe imminente. Non ci credo. Non credo più a nulla. […]

 

15 novembre 1943

Ogni mio tentativo di scrivere è interrotto dall’allarme. Non abbiamo più forza. È freddo, diluvia, le scarpate sono motose, scivolose, calare alla masseria di Trecolori è già un’impresa, si cade, ci si rialza, avviliti. Poco dopo de quattro, siamo prigionieri del buio, ciechi, ombre. Col buio un grande scoramento cala nell’aria, fitto come una nebbia soffocante. Si tace, umiliati, attorno al focolare. Che ora è? Sempre troppo presto per mangiare, troppo presto per gettarsi vestiti sul giaciglio. Il mio vestito è riuscito ad essere, perfettamente, un vestito da accattone. Non ho biancheria, né calzettoni di ricambio; il mio impermeabile, che tuttavia mi serve da guanciale, è nero di terra, di fango, di sudiciume. Non avrò mai altro? Ritroverò la mia casa? E i miei libri? È la nostra vita? […]

 

18 novembre 1943

Non ci si fa più. Bisogna decidersi. Da stamani alle 7 siamo nel bosco, ormai rado di foglie, distesi in terra sotto le coperte. Rientrati nella stalla, poi saliti da Annuccia per elemosinare dalla sua buona grazia una fetta di polenta abbiamo dovuto, poco dopo, fuggire di nuovo, digiuni. I tedeschi hanno scoperto il nostro rifugio. Sono entrati nella stalla, hanno frugato tra la paglia, insospettiti da quei giacigli, poi sono rimasti in agguato lì presso, sperando di sorprenderci, come animali di ritorno alla tana. Noi li spiavamo dal bosco; alcuni di noi erano armati, la mira sarebbe stata facile, li vedevamo benissimo, vedevamo le loro gambe aprirsi a forbice, erano un facile bersaglio. Non si può sparare; se lo facessimo, dopo due ore, altri tedeschi calerebbero per bruciare, distruggere tutte le masserie attorno pel raggio di due o tre chilometri. Noi non avremmo corso alcun rischio: facilmente avremmo potuto trasferirci al lato opposto del bosco, accamparci laggiù. Ma i contadini, questi stessi che ci hanno accolto e protetto, avrebbero pagato per noi, com’è stato fatto altrove. Brucerebbero le masserie, ucciderebbero le donne. Non potevamo che spiarli con odio, tutto il bosco, fermo, silenzioso, era un immenso occhio che li guardava con odio. Stanotte abbiamo organizzato i quarti di guardia: ogni due ore due di noi si spingono fin sulla gobba del Casale, in vedetta, proteggendo il sonno degli altri. Ma gli altri non possono ugualmente riposare: si pensa: e se s’addormentassero… e se non li vedessero? Io ho avuto il mio quarto con Franco ed Edoardo, dalle due alle quattro, era una notte bianca, nebbiosa. Adesso Corrado e Aldo sono fuori spiando. Franco ha rinunciato a prepararsi una sigaretta: non ce la fa, la carta è troppo poca. Bisogna che io difenda questo quaderno dai fumatori.  […]

 

19 novembre 1943

Pochi istanti per scrivere. Partiamo per traversare le linee. Franco, Emilia ed Edoardo sono già pronti davanti alla masseria di Trecolori, io sono risalita alla stalla con la scusa di prendere la gavetta dimenticata, ma in realtà per rimanere sola, scrivere qualche riga. Indosso i calzoni e l’impermeabile e sopra, infilata dalla testa per un buco praticato al centro, una coperta scura che servirà a mimetizzarmi. I lembi sono appuntati con due spille di sicurezza. E’ pesantissima, non so come farò a camminare così. A tracolla ho un’altra coperta arrotolata al modo dei soldati. Tutti gli amici sono scesi dai rifugi del bosco per salutarci. Tonino coi nervi rotti piange dirottamente appoggiato contro un albero, il russo si rotola in terra nei dolori dell’ulcera. Non si fa che stringere mani, baciare gote ruvide. Ci guardano come se vedessero per l’ultima volta, preoccupati, commossi. Stamani eravamo anche noi nervosi, muti, non ci parlavamo, noi quattro, per non scambiarci le nostre impressioni sulla decisione presa. E adesso invece io mi sento leggera, leggera, sorridente, come se partissi per una festosa gita. C’è un po’ di sole, il ciliegio nel vano della porta si disegna leggero leggero, un arabesco. Ho scritto qualcosa sulla parete della stalla con la tintura di jodio, volevo essere sola anche per questo. Non so cosa saranno esattamente «le linee», ho solo paura di scatenare io stessa, col mio piede, il diabolico congegno di una mina. Ho il danaro nascosto nel petto, nasconderò anche il quaderno. Voglio scrivere questo, ben chiaro: non ho paura, solo questa enorme allegria, in me, forse nervosa. E il senso di giocare un tiro ai tedeschi, sfuggendo, il desiderio di non farci trovare qui dagli inglesi, quattro italiani validi, aspettando inoperosi. C’è in me solo odio e allegria. Se ci rimanessimo, i nostri compagni del bosco neppure lo saprebbero sùbito. Mio figlio, mia zia, seguiterebbero a vivere come se ci fossi. Mia madre lo saprebbe chi sa quando. Il cielo si fa nebbioso. Sono le 15,30. Fioravante ha detto che prima dell’alba dovremo essere al Sangro.

Alba de Cespedes

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In questi dieci racconti c’è quasi sempre Roma, come sfondo o protagonista, ma i personaggi, con le loro personalità, le manie, le loro storie personali, potrebbero esistere ovunque: per conoscerli, e conoscere le loro storie, basta affacciarsi a questa finestra.

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La Resistenza, per me.

22 Apr

Meglio morire in piedi che in ginocchio.
Dolores Ibarruri , la Pasionaria

Passano gli anni e mi accorgo, con sincero dolore, che una delle più belle pagine della nostra storia d’Italia scolorisce nel ricordo di molti e molti di più ne ignorano i valori. Addirittura si macchia l’anniversario del 25 aprile con meschine polemiche e autoesclusioni che squalificano chi le concepisce. Ne addebito la responsabilità alle istituzioni e in particolare alla nostra scuola.
Pare a me che ci sia – da molto, troppo tempo – una volontà politica che tende a sottacere quel momento storico che invece fu tra i più alti: uomini, donne, giovani che andarono incontro a sofferenze, patimenti, rischio della vita in nome di un’idea, quella della libertà e della democrazia.

Qui di seguito riporto alcune delle lettere di partigiani e partigiane condannati a morte. C’è la serena consapevolezza del dovere compiuto, non c’è ombra di recriminazione, in ognuna solo la forza del pensiero che altro non avrebbero potuto fare se non resistere alla violenza e alla prevaricazione. 
Questa è stata la nostra Resistenza ed io continuo a ricordarla così, con passione ed orgoglio.

 

Da “Lettere di condannati a morte della Resistenza Italiana“, Einaudi, Torino. 

Paolo Braccini (Verdi) Di anni 36 – docente universitario – nato a Canepina (Víterbo) il 16 maggio 1907 — Incaricato della cattedra di zootecnia generale e speciale all’università di Torino, specializzato nelle ricerche sulla fecondazione artificiale degli animali presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte e della Liguria – nel 1931 allontanato dal corso allievi ufficiali per professione di idee antifasciste – all’indomani dell’8 settembre 1943 abbandona ogni attività privata ed entra nel movimento clandestino di Torino – è designato a far parte del I° Comitato Militare Regionale Piemontese quale rappresentante dei Partito d’Azione – pur essendo braccato dalla polizia fascista, per quattro mesi dirige l’organizzazione delle formazioni GL -. Arrestato il 31 marzo 1944 da elementi della Federazione dei Fasci Repubblicani di Torino, mentre partecipa ad una riunione del CMRP nella sacrestia di San Giovanni in Torino -. Processato nei giorni 2-3 aprile 1944, insieme ai membri del CMRP, dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato -. Fucilato il 5 aprile 1944 al Poligono Nazionale del Martinetto in Torino, da plotone di militi della GNR, Con Franco Baibís ed altri sei membri del cmrp. – Medaglia d’Oro al Valor Militare. 3 aprile 1944

Gianna, figlia mia adorata, è la prima ed ultima lettera che ti scrivo e scrivo a te per prima, in queste ultime ore, perché so che seguito a vivere in te.
Sarò fucilato all’alba per un ideale, per una fede che tu, mia figlia, un giorno capirai appieno. Non piangere mai per la mia mancanza, come non ho mai pianto io: il tuo Babbo non morrà mai.
Egli ti guarderà, ti proteggerà ugualmente: ti vorrà sempre tutto l’infinito bene che ti vuole ora e che ti ha sempre voluto fin da quando ti sentì vivere nelle viscere di tua Madre. So di non morire, anche perché la tua Mamma sarà per te anche il tuo Babbo: quel tuo Babbo al quale vuoi tanto bene, quel tuo Babbo che vuoi tutto tuo, solo per te e del quale sei tanto gelosa.
Riversa su tua Madre tutto il bene che vuoi a lui: ella ti vorrà anche tutto il mio bene, ti curerà anche per me, ti coprirà dei miei baci e delle mie tenerezze. Sapessi quante cose vorrei dirti ma mentre scrivo il mio pensiero corre, galoppa nel tempo futuro che per te sarà, deve essere felice. Ma non importa che io ti dica tutto ora, te lo dirò sempre, di volta in volta, colla bocca di tua Madre nel cui cuore entrerà la mia anima intera, quando lascierà il mio cuore. Tua Madre resti sempre per te al di sopra di tutto.
Vai sempre a fronte alta per la morte di tuo Padre.

Antonio Brancati Di anni 23 – studente – nato a Ispica (Ragusa) il 21 dicembre 1920 -. Allievo ufficiale di Fanteria, il 1° marzo 1944 entra a far parte del “Gruppo di Organizzazione” del Comitato Militare di Grosseto, di stanza a Monte Bottigli sopra Grosseto ~. Catturato il 22 Marzo 1944 sul monte Bottigli, nel corso di un rastrellamento di forze tedesche e fasciste che lo sorprendono assieme ad altri dieci compagni nella capanna in cui dormono -. Processato il 22 marzo 1944 nella scuola di Maiano Lavacchio (Grosseto) da tribunale misto tedesco e fascista -. Fucilato lo stesso 22 marzo 1944, a Maiano Lavacchio, con Mario Becucci, Rino Cíattini, Silvano Guidoni, Alfiero Grazi, Corrado Matteini, Emanuele Matteini, Alcide Mignarri, Alvaro Nfinucci, Alfonso Passananti e Attilio Sforzi.

Carissimi genitori, non so se mi sarà possibile potervi rivedere, per la qual cosa vi scrivo questa lettera. Sono stato condannato a morte per non essermi associato a coloro che vogliono distruggere completamente l’Italia. Vi giuro di non aver commessa nessuna colpa se non quella di aver voluto più bene di costoro all’Italia, nostra amabile e martoriata Patria. Voi potete dire questo sempre a voce alta dinanzi a tutti. Se muoio, muoio innocente.
Vi prego di perdonarmi se qualche volta vi ho fatto arrabbiare, vi ho disobbedito, ero allora un ragazzo. Solo pregate per me il buon Dio. Non prendetevi parecchi pensieri. Fate del bene ai poveri per la salvezza della mia povera anima. Vi ringrazio per quanto avete fatto per me e per la mia educazione. Speriamo che Iddio vi dia giusta ricompensa. Baciate per me tutti i fratelli: Felice, Costantino, Luigi, Vincenzo e Alberto e la mia cara fidanzata. Non affliggetevi e fatevi coraggio, ci sarà chi mi vendicherà. Ricompensate e ricordatevi finché vivrete di quei signori Matteini per il bene che mi hanno fatto, per l’amore di madre che hanno avuto nei miei riguardi. Io vi ho sempre pensato in tutti i momenti della giornata. Dispiacente tanto se non ci rivedremo su questa terra; ma ci rivedremo lassù, in un luogo più bello, più giusto e più santo. Ricordatevi sempre di me.
Un forte bacione Antonio
Sappiate che il vostro Antonio penserà sempre a voi anche dopo morto e che vi guarderà dal cielo. 

Franca Lanzone Di anni 25 – casalinga – nata a Savona il 28 settembre 1919 -. Il 1°ottobre 1943 si unisce alla Brigata “Colombo”, Divisione “Gramsci”, svolgendovi attività di informatrice e collegatrice e procurando vettovagliamento alle formazioni di montagna -. Arrestata la sera del 21 ottobre 1944, nella propria casa di Savona, da militi delle Brigate Nere – tradotta nella Sede della Federazione Fascista di Savona -. Fucilata il I° novembre 1944, senza processo, da plotone fascista, nel fossato della Fortezza ex Priamar di Savona, con Paola Garelli e altri quattro partigiani.

Caro Mario, sono le ultime ore della mia vita, ma con questo vado alla morte senza rancore delle ore vissute. Ricordati i tuoi doveri verso di me, ti ricorderò sempre Franca

Cara mamma, perdonami e coraggio. Dio solo farà ciò che la vita umana non sarà in grado di adempiere. Ti bacio. La tua Franca

Giancarlo Puecher Passavalli – Di anni 20 – dottore in legge – nato a Milano il 23 agosto 1923 -. Subito dopo l’8 settembre 1943 diventa l’organizzatore ed il capo dei gruppi partigiani che si vanno formando nella zona di Erba-Pontelambro (Como) – svolge numerose azioni, fra cui rilevante quella al Crotto Rosa di Erba, per il ricupero di materiale militare e di quadrupedi -. Catturato il 12 novembre 1943 a Erba, da militi delle locali Brigate Nere – tradotto nelle carceri San Donnino in Como – più volte torturato -. Processato il 21 dicembre 1943 dal Tribunale Speciale Militare di Erba -. Fucilato lo stesso 21 dicembre 1943, al cimitero nuovo di Erba, da militi delle Brigate Nere -. Medaglia d’Oro al Valor Militare -. E’ figlio di Giorgio Puecher Passavalli, deportato al campo di Mauthausen ed ivi deceduto.

Muoio per la mia Patria. Ho sempre fatto il mio dovere di cittadino e di soldato: Spero che il mio esempio serva ai miei fratelli e compagni.
Iddio mi ha voluto… Accetto con rassegnazione il suo volere. Non piangetemi, ma ricordatemi a coloro che mi vollero bene e mi stimarono.
Viva l’Italia. Raggiungo con cristiana rassegnazione la mia mamma che santamente mi educò e mi protesse per i vent’anni della mia vita.
L’amavo troppo la mia Patria; non la tradite, e voi tutti giovani d’Italia seguite la mia via e avrete il compenso della vostra lotta ardua nel ricostruire una nuova unità nazionale. Perdono a coloro che mi giustiziano perché non sanno quello che fanno e non sanno che l’uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia.
A te Papà l’imperituro grazie per ciò che sempre mi permettesti di fare e mi concedesti. Gino e Gianni siano degni continuatori delle gesta eroiche della nostra famiglia e non si sgomentino di fronte alla mia perdita. I martiri convalidano la fede in una Idea. Ho sempre creduto in Dio e perciò accetto la Sua volontà. Baci a tutti. Giancarlo

 

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I racconti, le storie brevi, sono come quegli sguardi lanciati da una finestra aperta che permettono di vivere quanto accade giù nella strada, nella vita di tutti i giorni, di immaginare i pensieri dell’ignoto passante o il dialogo dell’altrettanto ignota coppia mentre vengono percorsi i pochi metri che la visuale consente.
In questi dieci racconti c’è quasi sempre Roma, come sfondo o protagonista, ma i personaggi, con le loro personalità, le manie, le loro storie personali, potrebbero esistere ovunque: per conoscerli, e conoscere le loro storie, basta affacciarsi a questa finestra.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/racconti/322551/la-finestra-aperta-3/

 

Roma, 21 aprile 2770 a.u.c. (2)

21 Apr

Con questa seconda puntata (la prima è qui) si completa il racconto pubblicato per celebrare oggi, 21 aprile 2017,  il 2770° anniversario della fondazione di Roma.  Se voleste leggerlo per intero, lo troverete qui:
http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/racconti/322551/la-finestra-aperta-3/

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Acquedotto romano

 

Il venerdì nero di Roma (2)

 

  1. Un minuto dopo, in via del Tritone, la berlina dell’editore de Il Messaggero si ferma davanti all’edificio del giornale per far scendere gli occupanti, ma non può accostare al marciapiede per la siepe di motorini ivi parcheggiati. Come d’abitudine, fa sosta in doppia fila ma dietro ad essa si forma l’usuale fila di mezzi e in particolare dei taxi che non possono attraversare il Traforo che, come detto, è bloccato dall’altra parte. Di conseguenza il traffico si paralizza fino a piazza Colonna, già sofferente per i fatti di piazza Venezia.
  2. All’inizio di via Veneto, un’ambulanza soccorre un noto e anziano alto prelato che ha avuto un malore nell’elegante suite di un grande albergo, ma il plotoncino di suorine che lo conforta intralcia i soccorsi mentre si scatenano i salaci commenti degli astanti. Malauguratamente, la personalità viene riconosciuta da alcuni fotografi che accorrono e si crea un assembramento che ferma il traffico in salita verso Porta Pinciana. Dall’altra parte della strada un automobilista che assiste alla scena si distrae e tampona l’auto che lo precede, scende – forse per giustificarsi – ma viene affrontato con violenza dall’investito, ne nasce una rissa, le auto provenienti dal Muro Torto non trovano sfogo e in alcuni secondi il blocco arriva a piazzale Flaminio, già in pessime condizioni per i passeggeri della metro riemersi dalla stazione.
  3. Più distante, nella zona di piazza Bologna, si apre una voragine in via Morgagni. I vigili cercano di deviare il traffico su viale Regina Margherita che non è però in grado di assorbire il volume improvviso ed imprevisto. Anche qui il traffico rallenta fino all’arresto totale.

 

Le conseguenze immediate.

Questi gli episodi principali, ma se ne contano a dozzine in quel maledetto intervallo di pochi minuti, quasi fossero stati concentrati ad arte da una mente perversa. Il risultato fu che il centro storico raggiunse la paralisi totale intorno alle 11.45, paralisi che contagiò velocemente i quartieri limitrofi; come un’onda anomala dilagò verso le zone più periferiche, straripò oltre il Grande Raccordo Anulare e si sparse sulle consolari, raggiungendo le colline dei Castelli ad est ed il litorale a ovest.

   Ma in quei primi momenti stava per sopraggiungere un altro problema: il traffico telefonico di chi era rimasto bloccato si era sommato a a quello tradizionale e il risultato dell’abnorme volume di messaggi e conversazioni fu il black out totale delle comunicazioni.  Allertata la Protezione Civile, radio e tv interruppero le trasmissioni per diffondere appelli alla popolazione di non muoversi per nessun motivo e dare assistenza a chi ne avesse avuto necessità. Un secondo problema fu l’assistenza a malati e bisognosi di cure, poiché con le ambulanze ferme divenne impossibile il trasporto e le emergenze in breve si moltiplicarono: i più esposti erano i cardiopatici, come pure i pazienti in dialisi e tutti quelli sottoposti a cure periodiche nei day hospital. Commovente fu il caso della barella allestita lì per lì per una partoriente portata a braccia da via Nomentana fino all’ospedale Pertini con gli improvvisati barellieri che quando esausti venivano sostituiti sul posto da volontari. Si venne a costituire così una catena umana che restò in servizio per quasi ventiquattro ore consecutive, consentendo di salvare alcune vite. Non sempre andò bene: furono registrati almeno due casi di decessi nelle ambulanze bloccate e non è possibile fare una stima di quanti ebbero a soffrire per la mancanza di cure tempestive. Da tutti gli ospedali medici e infermieri si inoltrarono nel traffico sventolando lenzuola con sopra dipinta grossolanamente una croce rossa e prestarono l’indispensabile soccorso a molti sfortunati. I bambini degli asili e delle scuole costituirono un caso a parte, essendo impossibile il rifornimento, tranne per quegli istituti, pochi purtroppo, già approvigionati e quelli che avevano una dispensa propria. In questo caso la popolazione fu invitata ad assistere i piccoli portando loro cibi preparati a casa e una nobile gara si scatenò tra le donne che raccolsero l’invito.

  
   I funerali sorpresi dalla paralisi costituirono un altro problema non da poco, comunque inferiore a quello che si ebbe con i deceduti nelle abitazioni, anche se per fortuna non si era in estate. Fu allora disposto che nei casi più urgenti i corpi fossero trasportati nei magazzini frigoriferi dei supermercati. Di questa incombenza, come di altre altrettanto delicate, furono incaricati pompieri e le forze dell’ordine, altrimenti inoperose. Un secolare problema della città, l’immondizia, assunse aspetti drammatici e non furono pochi i roghi che si accesero in varie parti dell’Urbe, aumentando rischi e pericoli.  Ci sarebbe poi da narrare degli episodi minori, per certi versi anche divertenti, come ad esempio quello dell’anziano incontinente che fu sorpreso ad urinare al riparo della portiera dell’auto e che stava per essere multato da una severa vigilessa che però tornò sui suoi passi quando l’uomo le chiese se in famiglia non si fossero mai verificati casi di prostatite, evidentemente cogliendo nel segno.

La soluzione.

L’unità di crisi che fu insediata d’urgenza nel primo pomeriggio si trovò così ad affrontare un’emergenza mai accaduta prima d’allora. I primi provvedimenti furono: 1. La requisizione di tutti i natanti sul Tevere, inclusi i barconi ormeggiati. Il fiume fu l’unica via che consentì spostamenti di uomini e mezzi. 2. Il presidio rinforzato di tutte le centrali elettriche e telefoniche. 3. L’utilizzo di tutte le frequenze riservate delle forze armate. 4. L’ordine perentorio a tutti i cittadini di conservare a casa i rifiuti fin quando la situazione non si fosse sbloccata. Ancora alle 21 circa, infatti, nulla consentiva una sia pur labile previsione ottimistica e il bollettino diramato verso la mezzanotte confermava il perdurare della paralisi. La notte trascorse così, con molti che riposarono nelle auto per non abbandonare il mezzo e ciò che conteneva, bagagli o merci, ignari delle tragiche ipotesi che si stavano prospettando sulle loro teste. Si stava infatti facendo lentamente strada, all’interno del sopradetto comitato, il progetto di una soluzione drastica, cinica, ai limiti dell’assurdo: far evacuare tutti gli occupanti dei mezzi fermi, invitandoli a salire ai piani superiori degli edifici e coprire il mare di lamiere con un’immensa colata di cemento e asfalto. Per quanto folle, la proposta trovò dei sostenitori tra gli industriali del settore e la lobby loro espressione si adoperò in ogni modo per sostenerla, arrivando al punto di utilizzare argomenti come la soluzione ‘più ecologica’. Per fortuna ci fu chi seppe resistere e verso l’alba l’alternativa presentata dal gruppo oppositore prese piede, cominciarono i contatti internazionali e già verso mezzogiorno il piano d’azione cominciava ad assumere una forma.

   La soluzione fu rappresentata dal più vasto, massiccio ed eterogeneo schieramento di elicotteri che mai si fosse visto fin’allora. Tutti i mezzi di aviazione, esercito e marina sarebbero stati solo l’avanguardia di uno stormo gigantesco formato dai velivoli delle forze armate di tutta Europa, cui presto si unirono anche quelli degli Stati Uniti (agevolati dalla presenza delle VI flotta nel Mediterraneo e delle basi militari in Italia), di Russia e man mano di decine altri stati. I primi a muoversi furono i giganteschi Chinook dell’esercito. Imbragati gli autobus che costituivano l’ostacolo maggiore in punti nevralgici con l’aiuto dei genieri dell’Esercito e dei valorosi e onnipresenti vigili del fuoco, li trasportarono poi in spazi predisposti. Dapprima negli stadi (il bel prato dell’Olimpico da poco rizollato fu distrutto in poco tempo) e poi nelle campagne, in aree agricole semideserte. Gli elicotteri adibiti al salvataggio si occuparono invece degli infermi, trasportati a mano sui terrazzi degli edifici. Nella seconda fase si passò ai camion e ai furgoni e già si poté cominciare, sia pur cautamente, a liberare piccole aree del centro storico della città. Il terzo giorno fu emanato un avviso che invitava i proprietari delle auto abbandonate a presentarsi presso il loro veicolo: quelle non reclamate furono rimosse dallo sforzo finale congiunto dei carri attrezzi e di volontari giunti da tutta Italia e, nei casi estremi, da potenti trattori che le ammucchiarono in punti prestabiliti. 96 ore dopo l’inizio della tragedia, Roma ricominciò ad essere in buona parte percorribile, sia pur tra mille cautele.

 

Conclusioni.

Le statistiche demografiche mostrarono un inatteso picco di crescita delle nascite l’anno successivo. L’ovvia spiegazione fu che i romani intrappolati nelle auto e nelle case avevano comunque trovato il modo di passare il tempo. Non ci sono, invece, statistiche sugli amori nati e cessati nell’occasione, ma si può presumere che siano rimasti nella norma.  I danni e le sofferenze subite da imprese e cittadini furono incalcolabili: si pensi solo alle derrate andate a male, alle giornate di lavoro perse, all’enorme massa di mezzi distrutti.                 

C’è invece un grande risvolto positivo, come spesso accade, nelle tenebre del dramma. Ed è la enorme, inattesa e commovente gara di generosità che i romani seppero mettere in atto. Fu la riscoperta di una dote dimenticata o fatta dimenticare dagli egoismi e dai meschini interessi che avevano travolto la Repubblica negli ultimi cinquant’anni e si chiama solidarietà. Tutto il Paese, l’Europa, il mondo intero fecero a gara per schierarsi a difesa della Città Eterna. Un patto fu scritto tacitamente da tutti: mai più si sarebbe dovuta verificare una tragedia di questo genere e fu indifferibile una drastica soluzione: Roma sarebbe diventata la prima città pedonale del mondo e il trasporto pubblico gratuito sarebbe stato l’unico mezzo di locomozione. Inoltre, autobus, minibus, camion, furgoni, qualunque mezzo sarebbe stato ammesso nell’area cittadina in numero limitato  e solo se alimentato a energie alternative pulite.    

   Su questa base e sull’esempio che la città seppe dare a tutto il Paese, è nata la nuova Italia, quella che in questi dieci anni ha saputo rilanciarsi e promuoversi attraverso una nuova collaborazione tra cittadini e istituzioni, tra politica e pubblica opinione, basata sul senso del dovere e sul rispetto reciproco.

 

Ecco, in questo preciso momento le sirene hanno finalmente iniziato a suonare e ricordano come da una immane tragedia un popolo abbia saputo ritrovare sé stesso e i propri valori.

(2. Fine)

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Nota: questo racconto fa parte della raccolta pubblicata nel libro “La finestra aperta” che si può trovare qui: http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/racconti/322551/la-finestra-aperta-3/

 

 

 

Roma, 21 aprile 2770 a.u.c.

21 Apr

Oggi, 21 aprile 2017, si celebra il 2770° anniversario della fondazione di Roma. Secondo la leggenda, Romolo fondò la Città eterna il 21 aprile del 753 a. C. e il calendario romano teneva conto di questa data con la locuzione “ab urbe condita”, spesso abbreviata in a.u.c.
Ne ho tenuto conto anch’io, con questo raccontino di fantasia (fantasia fino a un certo punto, come i romani sanno bene). Buona lettura.

P.S. La seconda ed ultima puntata verrà pubblicata successivamente. Stay tuned!

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Acquedotto romano

 

 

Il venerdì nero di Roma (1)

Mancano ancora dieci minuti, poi alle 11,22 precise suoneranno le sirene e alcuni milioni di romani potranno finalmente muoversi di nuovo e tornare alla loro occupazioni dopo un quarto d’ora di immobilità assoluta, un gigantesco, biblico frozen flash-mob che coinvolge non solo l’area urbana ma anche buona parte dell’area metropolitana. E’ stata dura ma ne valeva la pena e infatti non si sentono critiche o proteste, tutti sono disciplinatamente fermi, gli occhi fissi nel vuoto. Il silenzio tombale che si sparge per la città è impressionante, rotto solo dagli stridii dei gabbiani che qui dove ci troviamo, sul lungotevere Marzio, abbondano più che altrove.

   Oggi, giovedì 21 aprile 2033, Roma respira un’aria particolare. C’è una vibrazione inusuale, un’atmosfera quasi effervescente, come di una grande attesa, non è insomma la giornata che si vive di solito e il motivo è di certo rappresentato dal decimo anniversario che stiamo celebrando. No, non ci si riferisce al compleanno della città, il ‘Natale di Roma’, cioè la ricorrenza della fondazione della città avvenuta, secondo la leggenda, il 21 aprile del 753 a.C., essendo questa data decaduta ad evento di assai minore importanza di fronte alla magnitudo di quello che si registrò, appunto, dieci anni fa.        

   Come è ben noto a tutti,  venerdì 21 aprile 2023 la Città Eterna rischiò di divenire una città morta e la catastrofe fu evitata letteralmente per un pelo. Da allora molte cose sono cambiate ed è nata una nuova coscienza civica, grazie anche agli sforzi congiunti del governo e della nuova amministrazione capitolina, entrambi consapevoli della vitale necessità di agire col massimo accordo. Il decennale che andiamo a celebrare dovrà tuttavia essere anche un momento di ampia riflessione per tutti, onde verificare che si sia sulla strada giusta, se ci siano nuove vie da percorrere, altri provvedimenti e progetti da intraprendere. A questo tende la sintetica analisi dei principali fatti di quel giorno che andiamo a presentare più avanti. 

   Andiamo con ordine. Era, come si è detto, un venerdì, un normalissimo venerdì, la città aveva cominciato come sempre a risvegliarsi di buonora e nulla avrebbe lasciato presagire quanto si sarebbe verificato di lì a poco: non era giorno di udienze papali, non erano previste manifestazioni di protesta, la Pasqua era appena trascorsa e non pioveva. Quindi un giorno, sotto tutti gli aspetti, normale, comunissimo. Tra le 8 e le 9 si verificò, come al solito, l’usuale picco di traffico costituito dalla massa della popolazione attiva, costituita principalmente da chi si recava al lavoro e dagli studenti diretti a scuola o all’università, che si ridusse gradualmente man mano che auto e moto raggiungevano le loro destinazioni e venivano, in qualche modo, parcheggiati. Si fa per dire, parcheggiati: escludendo i fortunati con un posto riservato nelle autorimesse, nei cortili o altre aree a ciò destinate, escludendo i disciplinati che riuscivano a conquistare un posto nelle strisce blu, ogni giorno l’immenso popolo degli erranti era condannato a trovare spazio dove poteva, in curva, sui marciapiedi, sulle strisce pedonali, davanti ai cassonetti dei rifiuti, alle fermate degli autobus, agli scivoli per le carrozzine, ai passi carrabili e, nella stragrande maggioranza dei casi, in doppia o tripla fila. Tutte prede inermi (e consapevoli) di multe, ganasce e rimozione forzata con i carri attrezzi.

   Come ogni giorno, si veniva così delineando il gigantesco serpente sempre più lento dei vari veicoli che di tanto in tanto si arrestava qua e là, per l’improvvisa sporgenza di un’auto parcheggiata per traverso, incuneata nei pochi centimetri disponibili, o per un furgone da cui si stavano scaricando merci; superato l’ostacolo si rimetteva poi, sempre lentamente, in moto e sempre più simile a un corteo di dannati nel moderno inferno dantesco del traffico. Molti dei testimoni interrogati successivamente al fatto che si sta per raccontare parlarono di insolite vibrazioni nell’aria, come se fosse pervasa di elettricità; un turista giapponese – considerato per la sua nazionalità un esperto attendibile della materia – disse che gli era parso di trovarsi alla vigilia di un terremoto (e per qualche tempo gli fu anche dato un certo credito), ipotizzando chissà quale imminente sommovimento che avrebbe potuto ancora avverarsi nei giorni a seguire. Ma tutti comunque concordano sul concludere che si trattò, senza ombra di dubbio, di pure reazioni emotive a posteriori e non di un allarme lanciato dalla natura, poiché quanto si verificò di lì a poco non aveva, infatti, nulla di naturale.

   Tutte le inchieste svoltesi negli anni convergono su un’unica conclusione. L’inizio del ‘venerdì nero’, come fu poi chiamato, è concentrato nel periodo tra le 10,20 e le 10,40, con uno scarto massimo di due minuti per ogni estremo. In questo limitato intervallo temporale, un insieme di eventi e fattori di per sé minimi e trascurabili, coniugati e mescolati insieme, diedero luogo ad una mistura micidiale che rimase indelebile nella memoria di chi visse quel giorno: neppure la più diabolica mente perversa sarebbe stata capace di architettare l’insieme di circostanze che coincisero – tutte fortuite e nessuna dolosa, ma tutte comunque riconducibili a trascuratezza, impreparazione, disprezzo delle leggi – realizzando la devastante, totale e assoluta paralisi di una metropoli di cinque milioni di abitanti. Tanto che il corposo rapporto delle commissioni riunite per investigare sull’accaduto concluse testualmente e mestamente così: “…ed è pertanto con assoluto e vivo rammarico che non si ritiene sia in alcun modo possibile individuare il/i responsabile/i “. E’ tuttavia disponibile la cronaca ed è ad essa che ci si può rifare per ricostruire almeno la successione degli eventi più importanti. Tra tutti, sono stati isolati i sette che sono apparsi ai più come quelli effettivamente scatenanti dell’evento e che pertanto vengono sommariamente riportati qui di seguito.

I fatti salienti.

  1. Il primo in ordine di tempo riguarda il guasto (non infrequente) sulla linea A della metropolitana con il massiccio e caotico deflusso dei viaggiatori che si verifica in particolare all’uscita delle principali stazioni: in particolare,Termini, Barberini, Spagna, Flaminio e Lepanto producono un inatteso volume di persone che si riversano disordinatamente in superficie nell’ansiosa ricerca di un mezzo di trasporto, accapigliandosi per appropriarsi i pochi taxi disponibili o per salire sugli autobus strapieni. Il traffico veicolare in quelle aree si fa più pesante, vischioso.
  2. Quasi contemporaneamente, all’altro capo della città, nei pressi di piazza Venezia, l’improvvisa detonazione causata dall’esplosione del pneumatico di un furgone allarma il corteo di auto che trasporta il Presidente del Consiglio: i mezzi vengono immediatamente abbandonati e la scorta, armi in pugno, fa riparare la personalità in un vicino locale (nella concitazione del momento non ci si accorge che trattasi di un club privato riservato agli scambi di coppia). Un trio etnico che si esibisce sulla strada viene scambiato per il gruppo di terroristi autori del presunto attentato e con una pattuglia di polizia che cerca di chiarire l’equivoco si rischia lo scontro a fuoco, alcuni colpi di pistola vengono comunque esplosi (in aria,per fortuna): il panico si espande in un attimo, i negozianti abbassano le saracinesche, la gente corre per cercare rifugio, chi arriva in quel momento non sa, non capisce, e va a ingrossare la massa che fugge in preda al panico, il traffico si blocca.
  3. Minuti dopo, poco più sopra, all’inizio di via Nazionale, un pullman turistico si ferma (in doppia fila) davanti ad un albergo per far scendere i clienti, mentre pochi metri più avanti un mezzo della nettezza urbana sta vuotando i cassonetti. Di conseguenza il traffico che segue rallenta, proprio mentre all’ingresso del Traforo un camion che trasporta tubi Innocenti perde il carico nel contraccolpo subito passando su una profonda buca nell’asfalto: la massa di ferro rotola sulla strada travolgendo le auto che seguono e l’intero quadrilatero si blocca pressoché istantaneamente.
  4. In via Tomacelli, quasi in prossimità di largo Goldoni, due furgoni addetti alla consegna delle merci vengono a collisione tamponandosi. Siamo intorno alle 10,30 ormai, lo shopping è appena iniziato ma il punto è nevralgico per lo scorrimento del traffico proveniente da Prati: in pochi minuti la paralisi raggiunge piazza Cavour e di lì si dilata per l’intero quartiere.

(1. Segue)

 

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Nota
: questo racconto fa parte della raccolta pubblicata nel libro “La finestra aperta” che si può trovare qui:

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/racconti/322551/la-finestra-aperta-3/

 

 

Il compromesso socialdemocratico (o la crisi della sinistra)

3 Apr

 

Leggo su Una città questa bella intervista a Salvatore Biasco di Gianni Saporetti e mi domando perché e come mai, con tante lucide intelligenze a disposizione (mi viene in mente Mariana Mazzuccato, ad esempio), la sinistra non sia (ancora) riuscita a rispondere fattivamente alle domande, sia pur confuse, che provengono dalla società. Che non ne abbia voglia?
Leggetela, è illuminante.
N.B. Il neretto è mio. 
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IL COMPROMESSO SOCIALDEMOCRATICO
La fine del compromesso fra capitalismo e democrazia, fra mercato e controllo pubblico, causata anche da fattori oggettivi, e l’affermazione di un’ideologia neoliberista che, nella soggezione culturale della sinistra, ha finito per diventare pensiero unico; politica dell’offerta, alleggerimento dello Stato, flessibilizzazione del mercato del lavoro, arretramento sui canoni di protezione sociale; il fallimento del partito leggero, della “democrazia del pubblico”. Intervista a Salvatore Biasco.

Sal­va­to­re Bia­sco ha in­se­gna­to Eco­no­mia In­ter­na­zio­na­le al­l’U­ni­ver­si­tà La Sa­pien­za di Ro­ma. Au­to­re di te­sti ac­ca­de­mi­ci a uno dei qua­li è sta­to con­fe­ri­to il pre­mio St. Vin­cent per l’E­co­no­mia, si è de­di­ca­to, spe­cie ne­gli ul­ti­mi an­ni, a te­mi di ana­li­si po­li­ti­ca. Nel 2016 è usci­to il suo ul­ti­mo li­bro Sta­to Re­go­le e ugua­glian­za. La po­sta in gio­co nel­la cul­tu­ra del­la si­ni­stra e nel nuo­vo ca­pi­ta­li­smo, Luiss Uni­ver­si­ty Press.

Pos­sia­mo par­ti­re dal “com­pro­mes­so so­cial­de­mo­cra­ti­co”? Che co­s’è?
Il com­pro­mes­so so­cial­de­mo­cra­ti­co è sta­to un con­nu­bio di prin­ci­pi de­mo­cra­ti­ci e par­te­ci­pa­ti­vi con il mer­ca­to, che la­scia­va al­le im­pre­se il com­pi­to di crea­re oc­cu­pa­zio­ne e in­no­va­zio­ne, ma al con­tem­po ne di­sci­pli­na­va il com­por­ta­men­to. Da que­sto pun­to di vi­sta, le im­pre­se era­no con­ce­pi­te co­me una sor­ta di be­ne pub­bli­co sog­get­te a uno scru­ti­nio pub­bli­co nel qua­le lo Sta­to ave­va una fun­zio­ne di di­re­zio­ne, sup­plen­za, au­si­lio. Quin­di le im­pre­se non so­no le ar­te­fi­ci in­con­tra­sta­te di de­ci­sio­ni che por­ta­no al be­nes­se­re so­cia­le. In più lo Sta­to ha il com­pi­to di as­si­cu­ra­re che quel be­nes­se­re sia ac­cet­ta­bil­men­te di­stri­bui­to. Cer­to, quel com­pro­mes­so era fa­vo­ri­to da una si­tua­zio­ne in­ter­na­zio­na­le che crea­va con­di­zio­ni fa­vo­re­vo­li -i sa­la­ri cre­sce­va­no, la pro­dut­ti­vi­tà cre­sce­va e i be­ne­fi­ci si di­stri­bui­va­no, la do­man­da in­ter­na ve­ni­va sor­ret­ta da que­sti ri­man­di e quel­la ester­na da ana­lo­ghi pro­ces­si che av­ve­ni­va­no in pa­ral­le­lo ne­gli al­tri pae­si- ma l’im­por­tan­te è che aves­se in­ter­na­men­te una sua coe­ren­za in ter­mi­ni di de­mo­cra­zia eco­no­mi­ca do­ve per de­mo­cra­zia eco­no­mi­ca dob­bia­mo in­ten­de­re la pro­te­zio­ne dai ri­schi so­cia­li, il di­sci­pli­na­men­to dei con­flit­ti di in­te­res­se, la ca­pa­ci­tà di man­te­ne­re un’oc­cu­pa­zio­ne sem­pre ele­va­ta e di pro­teg­ge­re il si­ste­ma da cri­si pro­dut­ti­ve, la ca­pa­ci­tà di con­trol­lo dei cit­ta­di­ni sul­le scel­te pri­va­te che in­fluen­za­no l’am­bien­te di cia­scu­no, la per­mea­bi­li­tà del­lo Sta­to al­le istan­ze po­po­la­ri as­si­cu­ra­ta at­tra­ver­so i par­ti­ti di mas­sa.
In de­fi­ni­ti­va, il com­pro­mes­so so­cial­de­mo­cra­ti­co è sta­ta una con­ce­zio­ne a tut­to ton­do, do­ve ca­pi­ta­li­smo e de­mo­cra­zia si spo­sa­va­no in un con­nu­bio ab­ba­stan­za sod­di­sfa­cen­te.

Que­sto con­nu­bio fe­li­ce a po­co a po­co è an­da­to in cri­si. Per­ché?
In­nan­zi­tut­to per al­cu­ni ec­ces­si: ec­ces­si di spe­sa, for­se, un cer­to ap­pe­san­ti­men­to bu­ro­cra­ti­co, for­se una pre­sen­za mol­to este­sa del­lo Sta­to (la fa­mo­sa pro­te­zio­ne dal­la cul­la al­la mor­te), con­tro i qua­li, en­fa­tiz­zan­do­li mol­to, si è poi sca­glia­ta la cri­ti­ca neo­li­be­ra­le, che ve­de­va i cit­ta­di­ni pri­va­ti del­la li­ber­tà di scel­te, la strut­tu­ra del­lo Sta­to ir­ri­gi­di­ta, spe­se che ri­sul­ta­va­no in tas­sa­zio­ne. La so­cie­tà si era mol­to più aper­ta per crea­re sta­ti che non ve­de­va­no le pro­prie for­tu­ne le­ga­te a quel­le col­let­ti­ve. Or­mai un’é­li­te do­mi­nan­te era sta­ta re­sa mol­to più for­te, più si­cu­ra del pro­prio ruo­lo so­cia­le, gra­zie al­l’in­de­bo­li­men­to del­le con­tro­par­ti sin­da­ca­li do­vu­ta al­l’a­per­tu­ra in­ter­na­zio­na­le e al­l’in­fla­zio­ne. Re­cla­ma­va so­prat­tut­to che si ri­du­ces­se la tas­sa­zio­ne. E che si ri­por­tas­se l’in­fla­zio­ne (im­pu­ta­ta ai sin­da­ca­ti) sot­to con­trol­lo. La tec­no­lo­gia ha aiu­ta­to mol­to con­sen­ten­do lo spez­zet­ta­men­to del­le uni­tà pro­dut­ti­ve (cioè, il “de­cen­tra­men­to”, pri­ma al­l’in­ter­no e poi in­ter­na­zio­na­le). Con­si­de­ria­mo che una so­cie­tà più omo­ge­nea de­ter­mi­na coa­li­zio­ni più omo­ge­nee, grup­pi so­cia­li più de­fi­ni­ti, iden­ti­tà mol­to più for­ti. Quin­di è sta­to dif­fi­ci­le per la si­ni­stra, sia te­ne­re un ar­gi­ne di­fen­si­vo, sia pro­dur­re una con­trof­fen­si­va ve­ra e pro­pria sul pia­no cul­tu­ra­le e sul pia­no del­le pro­po­ste.
Quan­do poi c’è sta­ta la li­be­ra­liz­za­zio­ne com­ple­ta dei mo­vi­men­ti di ca­pi­ta­le, che han­no re­so il mer­ca­to mon­dia­le un tut­to uni­co, il po­te­re del­lo Sta­to è di­mi­nui­to mol­tis­si­mo, cia­scun pae­se è sta­to sog­get­to a uno scru­ti­nio del­la fi­nan­za in­ter­na­zio­na­le e an­che le op­zio­ni di po­li­ti­ca eco­no­mi­ca si so­no ri­stret­te mol­to; se ag­giun­gia­mo la cri­si fi­sca­le che ha toc­ca­to qua­si tut­ti i pae­si, ca­pia­mo an­co­ra di più co­me si de­ter­mi­ni­no con­di­zio­ni mol­to sfa­vo­re­vo­li al­la si­ni­stra, che len­ta­men­te han­no fat­to met­te­re da par­te po­li­ti­che in­ter­ven­ti­ste, di spe­sa, ma non so­lo, an­che di in­ter­fe­ren­za nel­le scel­te pri­va­te. Co­sì è di­la­ga­ta un’al­tra con­ce­zio­ne del mon­do che ave­va ov­vi con­no­ta­ti ideo­lo­gi­ci, ma che ini­zial­men­te è ap­par­sa co­me un in­sie­me di pre­cet­ti qua­si neu­tri per ri­con­qui­sta­re un di­na­mi­smo del­l’e­co­no­mia (che ave­va per­so nel frat­tem­po il mo­to­re do­man­da in­ter­na-do­man­da in­ter­na­zio­na­le). Il ca­pi­ta­li­smo, se vo­glia­mo usa­re que­sta ca­te­go­ria, o le éli­tes do­mi­nan­ti, o i set­to­ri be­ne­stan­ti del­la so­cie­tà, o il si­ste­ma so­cia­le che è pre­val­so, in real­tà non ave­va più sfi­de in­ter­ne, non ave­va più una con­trap­po­si­zio­ne in­ter­na, ed è per que­sto che l’in­sie­me del­le pro­po­ste di con­du­zio­ne del­le po­li­ti­che eco­no­mi­che è fi­ni­to per ap­pa­ri­re un fat­to og­get­ti­vo sen­za al­ter­na­ti­va, con im­pos­si­bi­li­tà di an­da­re al di là di cer­ti bi­na­ri. Ed è co­sì che sia­mo a og­gi.

– Il neo­li­be­ri­smo ha con­qui­sta­to un’e­ge­mo­nia cul­tu­ra­le, ma sul­la ba­se di cam­bia­men­ti og­get­ti­vi, ine­vi­ta­bi­li. Ma la si­ni­stra po­te­va fa­re qual­co­sa?
Di quel­la tra­sfor­ma­zio­ne del­la so­cie­tà, di cui ab­bia­mo par­la­to, la si­ni­stra non è sta­ta in gra­do di da­re un’in­ter­pre­ta­zio­ne ade­gua­ta, men­tre ha avu­to una sin­te­si a de­stra. Ma an­che dal pun­to di vi­sta cul­tu­ra­le il cam­bia­men­to dei rap­por­ti di for­za, dei fat­ti im­po­si­ti­vi ester­ni, di ciò che era pos­si­bi­le e ciò che non era pos­si­bi­le, si è vol­to si­cu­ra­men­te con­tro la si­ni­stra. Il qua­dro cul­tu­ra­le è sta­to len­ta­men­te do­mi­na­to da un pen­sie­ro uni­co. Ed è pro­prio for­se il pia­no cul­tu­ra­le, più che il pia­no del­le po­li­ti­che, do­ve noi mi­su­ria­mo la scon­fit­ta del­la si­ni­stra. Que­sta è sta­ta in sog­ge­zio­ne ri­spet­to al­la cri­ti­ca so­cia­le por­ta­ta dal­la nuo­va or­to­dos­sia al­lo Sta­to “pa­ter­na­li­sti­co, inef­fi­cien­te e bu­ro­cra­ti­co”. Non ha avu­to idee su co­me af­fron­ta­re, sen­za sna­tu­ra­re la sua vi­sio­ne del mon­do, quel­la par­te di par­zia­lis­si­ma ve­ri­tà che quel­la cri­ti­ca ad “al­zo ze­ro” con­te­ne­va. Ha quin­di ac­cet­ta­to l’i­dea che non ci fos­se­ro al­ter­na­ti­ve, che la via in­di­ca­ta dal­l’or­to­dos­sia fos­se in fon­do la via da se­gui­re, quel­la cioè del mer­ca­to, del­la po­li­ti­ca del­l’of­fer­ta, del­l’al­leg­ge­ri­men­to del­lo Sta­to, del­la fles­si­bi­liz­za­zio­ne del mer­ca­to del la­vo­ro, del­l’ar­re­tra­men­to sui ca­no­ni di pro­te­zio­ne so­cia­le. In un cer­to sen­so ha ri­te­nu­to che la via del­la li­be­ra­liz­za­zio­ne del­l’e­co­no­mia fos­se l’u­ni­ca ca­pa­ce di ren­de­re di­na­mi­co il si­ste­ma pro­dut­ti­vo. Ac­cet­ta­to que­sto, ha fi­ni­to per ac­cet­ta­re an­che tut­to il co­rol­la­rio di ele­men­ti ideo­lo­gi­ci, che si pre­sen­ta­va­no co­me ap­pa­ren­te­men­te neu­tri: la so­vra­ni­tà del con­su­ma­to­re che si so­sti­tui­sce al cit­ta­di­no, il fat­to che non si par­li più di com­pro­mes­so so­cia­le e di pat­to di cit­ta­di­nan­za, che non ci sia più uno spa­zio pub­bli­co che va­da di­fe­so e con­di­vi­so con i cit­ta­di­ni, che sia ne­ces­sa­rio che le po­li­ti­che di­scre­zio­na­li re­ce­da­no ri­spet­to al­l’u­ni­ver­sa­li­smo del mer­ca­to.
Pen­sia­mo ai ser­vi­zi so­cia­li, pen­sia­mo al ruo­lo pro­tet­ti­vo del­lo Sta­to. Si è ac­cet­ta­to, co­me ho det­to, che le po­li­ti­che del­l’of­fer­ta fos­se­ro l’u­ni­co cri­te­rio di go­ver­no, per­ché so­lo da que­ste po­te­va ve­ni­re ef­fi­cien­za e sti­mo­lo al­l’in­ve­sti­men­to, men­tre le po­li­ti­che di do­man­da or­mai era­no ban­di­te. In­tor­no a quel­l’u­ni­co cri­te­rio si co­strui­va la po­li­ti­ca eco­no­mi­ca. La stes­sa ar­chi­tet­tu­ra isti­tu­zio­na­le eu­ro­pea non ha con­ce­pi­to al­tro che que­sto, ban­den­do strut­tu­ral­men­te la ge­stio­ne del­la do­man­da, o po­li­ti­che di oc­cu­pa­zio­ne co­me tar­get, pre­ve­den­do che non vi do­ves­se­ro es­se­re né stru­men­ti fi­sca­li cen­tra­liz­za­ti, né stru­men­ti mo­ne­ta­ri. Quel­li che so­no sta­ti mes­si in cam­po so­no sta­ti una for­za­tu­ra ri­spet­to a ciò che pre­ve­do­no i Trat­ta­ti e lo Sta­tu­to del­la Ban­ca cen­tra­le eu­ro­pea.
In più, que­sta idea del mer­ca­to, del­la com­pe­ti­zio­ne, è en­tra­ta an­che a li­vel­lo in­di­vi­dua­le;  cia­scu­no di noi è sol­le­ci­ta­to a fa­re un’a­na­li­si co­sti-be­ne­fi­ci, a pren­der­si le re­spon­sa­bi­li­tà del­le scel­te: de­ve sce­glie­re la scuo­la, de­ve sce­glie­re la sa­ni­tà, il for­ni­to­re di ser­vi­zi pub­bli­ci; in­som­ma una edu­ca­zio­ne a in­tro­iet­ta­re una con­ce­zio­ne to­tal­men­te di­ver­sa del mon­do, quel­la in cui una sog­get­ti­vi­tà si for­ma at­tor­no al­l’in­di­vi­duo che par­te­ci­pa al mer­ca­to. Que­sto è pe­ne­tra­to poi ovun­que. Pen­sia­mo al­la pub­bli­ca am­mi­ni­stra­zio­ne: non è più la bu­ro­cra­zia che pre­si­dia lo Sta­to e la con­ti­nui­tà am­mi­ni­stra­ti­va, o che fa va­le­re un prin­ci­pio di sta­ta­li­tà; è una bu­ro­cra­zia che de­ve si­mu­la­re il set­to­re pri­va­to co­me se agis­se sul mer­ca­to, con cri­te­ri di va­lu­ta­zio­ne. Pen­sia­mo non so­lo al­l’o­pe­ra­to dei sin­go­li ma al­la scuo­la o al­l’u­ni­ver­si­tà, sog­get­te a una si­mu­la­zio­ne di com­pe­ti­zio­ne tra cen­tri di­ver­si se­con­do cri­te­ri che poi so­no sem­pre del tut­to ar­bi­tra­ri, co­me so­no del tut­to ar­bi­tra­ri i cri­te­ri di ef­fi­cien­za pri­va­ta ap­pli­ca­ti al­la pub­bli­ca am­mi­ni­stra­zio­ne. Que­sti crea­no una pub­bli­ca am­mi­ni­stra­zio­ne spez­zet­ta­ta, che in­cor­po­ra an­ch’es­sa il prin­ci­pio di com­pe­ti­zio­ne an­che den­tro se stes­sa. A tut­to ton­do, la so­cie­tà fun­zio­na se­con­do ca­no­ni che non so­no più di coo­pe­ra­zio­ne o di pri­ma­to del­l’in­te­res­se col­let­ti­vo. Il pri­mo è una pa­ro­lac­cia il se­con­do è de­man­da­to al­la com­pe­ti­zio­ne me­de­si­ma che lo as­si­cu­re­reb­be per de­fi­ni­zio­ne.

– La si­ni­stra ha ce­du­to com­ple­ta­men­te? Mi ha col­pi­to l’e­spres­sio­ne “Li­be­ra­li per di­spe­ra­zio­ne”.
“Li­be­ra­li per di­spe­ra­zio­ne” è un’e­spres­sio­ne che ha an­che una sua no­bil­tà. Io, co­me si ca­pi­sce, so­no al­quan­to av­ver­so al neo­li­be­ri­smo, ma ca­pi­sco an­che chi è con­vin­to che, per co­me è fat­ta l’I­ta­lia -per la bu­ro­cra­zia e la clas­se po­li­ti­ca che si ri­tro­va- for­se è me­glio non af­fi­da­re a que­sti cor­pi le scel­te di­scre­zio­na­li, for­se è me­glio che que­ste sia­no im­per­so­na­li, fat­te dal mer­ca­to, che in quan­to ta­le può ave­re fun­zio­ni uni­ver­sa­li­sti­che, nel sen­so che di­sci­pli­na tut­to in ter­mi­ni uni­for­mi. Ma il mer­ca­to non è que­sto e spes­so fa peg­gio. Ma non tut­ti so­no li­be­ra­li “per di­spe­ra­zio­ne”. A po­co a po­co, mol­ti an­che a si­ni­stra han­no as­sun­to la li­be­ra­liz­za­zio­ne del­l’e­co­no­mia co­me car­di­ne cul­tu­ra­le cen­tra­le. Il ri­fe­ri­men­to sto­ri­co im­por­tan­te l’han­no avu­to nel blai­ri­smo, una po­si­zio­ne che ne­gli an­ni No­van­ta si era di­mo­stra­ta elet­to­ral­men­te vin­cen­te. Per un cer­to tem­po, poi, è sem­bra­to che si po­tes­se ov­via­re al­la scon­vol­gi­men­to so­cia­le por­ta­to in Oc­ci­den­te dal­la glo­ba­liz­za­zio­ne per­ché l’e­co­no­mia e l’oc­cu­pa­zio­ne cre­sce­va­no. La cri­si ha fat­to giu­sti­zia di tut­to que­sto. Se non ci fos­se sta­to lo Sta­to a sal­va­re le ban­che, a sor­reg­ge­re l’e­co­no­mia e a tam­po­na­re le si­tua­zio­ni più di­spe­ra­te, non tan­to in Ita­lia quan­to in Eu­ro­pa e ne­gli Sta­ti Uni­ti, sa­rem­mo en­tra­ti in una cri­si spa­ven­to­sa. So­lo che or­mai lo Sta­to è quel­l’i­sti­tu­zio­ne che in­ter­vie­ne in ul­ti­ma istan­za. Non gli è sta­to re­sti­tui­to un ruo­lo, né se lo è ri­con­qui­sta­to. Ma le co­se stan­no cam­bian­do mol­tis­si­mo. Pen­sia­mo che fi­no a cin­que-sei an­ni fa l’e­spres­sio­ne “po­li­ti­ca in­du­stria­le” era una pa­ro­lac­cia. “Pub­bli­co” era una pa­ro­la dai con­no­ta­ti ne­ga­ti­vi. Og­gi la gen­te di­fen­de lo spa­zio col­let­ti­vo e par­la­re di pri­va­tiz­za­zio­ni è im­po­po­la­re. La po­li­ti­ca in­du­stria­le è tor­na­ta d’at­tua­li­tà, cer­to non con la for­za di pri­ma. E le po­li­ti­che in­du­stria­li si fan­no mol­to più ne­gli Usa, che la vul­ga­ta vuo­le co­me il “pae­se del­la li­ber­tà eco­no­mi­ca per an­to­no­ma­sia”, di quan­to non ac­ca­da in Eu­ro­pa, do­ve la Cor­te di giu­sti­zia del­l’A­ja cas­sa qual­sia­si in­ter­ven­to di­scre­zio­na­le. In que­sta par­te del mon­do agi­sce un mec­ca­ni­smo per­ver­so. L’Ue è na­ta sul­l’i­dea che la li­be­ra cir­co­la­zio­ne di mer­ci, per­so­ne, ca­pi­ta­li fos­se un di­rit­to di ran­go co­sti­tu­zio­na­le, e chiun­que si sen­ta dan­neg­gia­to in que­sti suoi “di­rit­ti”, o pen­si che la com­pe­ti­zio­ne sia osta­co­la­ta, va al­l’A­ja e si pren­de la ra­gio­ne che la Cor­te ine­vi­ta­bil­men­te gli dà, per di più quei pro­nun­cia­men­ti di­ven­ta­no im­me­dia­ta­men­te leg­ge che fa pre­mio su qual­sia­si leg­ge na­zio­na­le. È uno stru­men­to po­ten­te di dif­fu­sio­ne di un prin­ci­pio fon­da­men­ta­li­sta di com­pe­ti­zio­ne che ha sbi­lan­cia­to le ra­gio­ni del mer­ca­to ri­spet­to al­le ra­gio­ni del­la po­li­ti­ca, quel­le del­le im­pre­se ri­spet­to a quel­le dei la­vo­ra­to­ri e del­lo Sta­to. So­prat­tut­to se le ra­gio­ni del­la po­li­ti­ca, co­me spes­sis­si­mo suc­ce­de in Eu­ro­pa, si met­to­no in mo­to mol­to len­ta­men­te, e so­no dif­fi­ci­li da sta­bi­li­re su ba­se con­sen­sua­le.

– Tu par­li del “wel­fa­re com­pas­sio­ne­vo­le”, un wel­fa­re che da fat­to­re di eman­ci­pa­zio­ne, di cit­ta­di­nan­za, di­ven­ta un mez­zo per aiu­ta­re i po­ve­ri.
Pri­ma, nel­l’e­ro­ga­zio­ne di al­cu­ni ser­vi­zi so­cia­li era im­pli­ci­to un pat­to di cit­ta­di­nan­za. Pen­sia­mo al­la sa­ni­tà per tut­ti, gra­tui­ta, fi­nan­zia­ta dal­la fi­sca­li­tà ge­ne­ra­le. Poi co­min­cia a es­se­re una sa­ni­tà se­let­ti­va, con i tic­ket, col fat­to che chi ha pos­si­bi­li­tà va nel pri­va­to e gli al­tri si met­to­no in li­sta d’at­te­sa, con le dif­fe­ren­ze ter­ri­to­ria­li.
Ora si ten­de a sor­reg­ge­re so­lo le fa­sce più bas­se di red­di­to. Que­sto fi­ni­sce per com­pri­me­re i ce­ti me­di, che in qual­che mo­do se la de­vo­no ca­va­re op­pu­re con­tri­bui­re pe­san­te­men­te ai co­sti. Ma poi non tut­to è sta­to sman­tel­la­to; ele­men­ti di sta­to so­cia­le in sa­ni­tà li tro­via­mo an­co­ra: tan­to per fa­re un esem­pio, ab­bia­mo an­co­ra un pron­to soc­cor­so to­tal­men­te gra­tui­to. Ma non ab­bia­mo in Ita­lia al­cun so­ste­gno per le ra­gaz­ze ma­dri; il so­ste­gno al­la po­ver­tà, poi, è re­la­ti­vo; avrem­mo do­vu­to in qual­che mo­do re­go­lar­lo, fi­nan­ziar­lo e pen­sar­lo per le fa­mi­glie nu­me­ro­se, o per chi ha a ca­ri­co per­so­ne non au­to­suf­fi­cien­ti. Si­cu­ra­men­te i co­sti del wel­fa­re au­men­te­reb­be­ro, ma se fac­cia­mo ban­die­ra del­la si­ni­stra la de­tas­sa­zio­ne e que­sta va ri­du­cen­do la pro­gres­si­vi­tà, cer­to non ci sem­pli­fi­chia­mo la vi­ta.
Ca­pi­sco per­fet­ta­men­te che chi com­pe­te al­le ele­zio­ni vo­glia i vo­ti de­gli elet­to­ri e che gli elet­to­ri so­no mol­to con­ten­ti quan­do ven­go­no sgra­va­ti fi­scal­men­te, pe­rò ci so­no dei li­mi­ti. Cre­do che ci sia al fon­do un pro­ble­ma di edu­ca­zio­ne a una vi­sio­ne col­let­ti­va del­le co­se. Fin­ché aval­lia­mo l’i­dea che cia­scu­no è so­lo con se stes­so, è cer­to che ten­te­rà di pa­ga­re me­no tas­se pos­si­bi­li. So­no cli­mi cul­tu­ra­li:  non sia­mo più edu­ca­ti a pen­sa­re che i bi­so­gni col­let­ti­vi (che im­pli­ca­no con­su­mi col­let­ti­vi) va­da­no fi­nan­zia­ti con la fi­nan­za col­let­ti­va. Ca­pi­sco an­che che se le per­so­ne si ri­tro­va­no una bu­ro­cra­zia inef­fi­cien­te che non le è d’a­iu­to ma d’o­sta­co­lo, si ri­bel­la­no e non rie­sca­no a ca­pi­re il va­lo­re del con­su­mo col­let­ti­vo. In più c’è chi sof­fia sul fuo­co e non fa per­ce­pi­re i van­tag­gi di que­sti ul­ti­mi, do­ve ci so­no e so­no evi­den­ti.

– Una si­tua­zio­ne so­cia­le di fran­tu­ma­zio­ne, con le gran­di fab­bri­che e i quar­tie­ri ope­rai che non ci so­no più, ob­bli­ghe­reb­be un par­ti­to di si­ni­stra a la­vo­ra­re mol­to di più nel so­cia­le, per­ché la so­cia­li­tà, in un cer­to sen­so, va ri­crea­ta. La ten­den­za, in­ve­ce, è sta­ta esat­ta­men­te con­tra­ria, un par­ti­to d’o­pi­nio­ne, leg­ge­ro, vo­ta­to so­lo al go­ver­no del pae­se…
Sì, e que­sto pro­ces­so in Ita­lia ha avu­to ac­cen­tua­zio­ne spe­ci­fi­che. As­se­con­dan­do ten­den­ze del­la so­cie­tà, l’ap­piat­ti­men­to ver­so la “de­mo­cra­zia del pub­bli­co”, co­me si di­ce, ha avu­to la pre­va­len­za. E sta­to teo­riz­za­to che il par­ti­to do­ves­se es­se­re di fat­to un par­ti­to d’o­pi­nio­ne, di­ret­to a un pub­bli­co ge­ne­ri­co al qua­le, co­me di­ce Sal­va­ti, ven­de la sua mer­can­zia; quin­di, un par­ti­to non par­ti­co­lar­men­te strut­tu­ra­to, leg­ge­ro, af­fi­da­to ai me­dia (con tut­to quel­lo che ne con­se­gue: di fat­to ete­ro-orien­ta­to dai me­dia). La so­cie­tà si è ven­di­ca­ta, pe­rò. Per­ché poi non è che l’av­ven­to dei me­dia ab­bia can­cel­la­to le dif­fe­ren­ze so­cia­li. Gli ope­rai, per esem­pio, ci so­no an­co­ra an­che se non con la for­za, la coe­sio­ne, il ti­po an­che di ideo­lo­gia e di vi­sio­ne del mon­do che ave­va­no e po­te­va­no co­sti­tui­re il cen­tro di coa­li­zio­ni che lot­tas­se­ro per l’u­gua­glian­za. In ge­ne­ra­le, non si so­no can­cel­la­te le spac­ca­tu­re pro­fon­de nel­la so­cie­tà, an­zi que­ste so­no più for­ti di pri­ma e non so­no sol­tan­to di­vi­sio­ni la­vo­ra­ti­ve. C’è una par­te be­ne­stan­te -un po’ fa­vo­ri­ta dal­la glo­ba­liz­za­zio­ne, un po’ da al­tri pro­ces­si di pro­fes­sio­na­liz­za­zio­ne le­ga­ti al­l’in­for­ma­ti­ca, al­le pro­fes­sio­ni emer­gen­ti- che non ha pro­ble­mi di qua­li­tà del­la vi­ta. Ma c’è un’al­tra par­te del­la po­po­la­zio­ne che vi­ve un di­sa­gio che non è so­lo nel luo­go di la­vo­ro (do­ve co­mun­que con­ta­no le rou­ti­ne, con­ta la gra­ti­fi­ca­zio­ne, la mi­no­re si­cu­rez­za di sta­bi­li­tà, le pro­spet­ti­ve la­vo­ra­ti­ve di avan­za­men­to di car­rie­ra per mol­ti ri­dot­te), ma an­che nel­le con­di­zio­ni ge­ne­ra­li di vi­ta re­la­ti­ve ai tra­spor­ti, al­la ca­sa, al­l’am­bien­te in cui si vi­ve, e tan­to al­tro.
So­no dif­fe­ren­ze no­te­vo­li e que­sta par­te sen­te or­mai sem­pre più i pro­pri de­sti­ni stac­ca­ti dal­la par­te più be­ne­stan­te. Si sta de­ter­mi­nan­do una frat­tu­ra ve­ra, an­che spa­zia­le, per­ché chi vi­ve in zo­ne re­si­den­zia­li ed è istrui­to si spo­sa con chi vi­ve in zo­ne re­si­den­zia­li ed è istrui­to e chi vi­ve in pe­ri­fe­ria si spo­sa con chi vi­ve in pe­ri­fe­ria ed è sot­to­po­sto agli stes­si pro­ces­si cul­tu­ra­li. Quel po­co di mo­bi­li­tà so­cia­le che as­si­cu­ra­va la scuo­la og­gi è ri­dot­tis­si­mo. Se non c’è un par­ti­to po­li­ti­co ca­pa­ce di tra­dur­re que­sto di­sa­gio in pro­po­sta di go­ver­no, in pro­ta­go­ni­smo po­li­ti­co per cam­bia­re i mec­ca­ni­smi, quel di­sa­gio di­ven­ta pro­te­sta in­di­stin­ta. Lo stia­mo ve­den­do ades­so, con l’af­fer­ma­zio­ne dei po­pu­li­smi un po’ ovun­que. Leg­ge­vo su un so­cial un ti­zio che af­fer­ma­va, nel­l’am­bi­to del­la po­le­mi­ca po­li­ti­ca di que­sti gior­ni, che la si­ni­stra non ca­pi­sce che la clas­se ope­ra­ia non c’è più e quin­di non c’è più nem­me­no la lot­ta di clas­se e, non es­sen­do­ci la lot­ta di clas­se, la si­ni­stra in­se­gue dei fan­ta­smi. La pre­sen­ta­va co­me un’a­na­li­si so­cio­lo­gi­ca pro­fon­da, co­me se tut­to ruo­tas­se at­tor­no al­la clas­se ope­ra­ia. Ma di­co, le spac­ca­tu­re di que­sta so­cie­tà che so­no co­sì pro­fon­de non le ve­de­te? Cer­to non so­no clas­si co­me le ab­bia­mo in­te­se noi nel­la no­stra tra­di­zio­ne, “clas­se in sé”, “clas­se per sé”; ora so­no una se­rie va­rie­ga­ta di grup­pi so­cia­li, di si­tua­zio­ni so­cia­li, ca­rat­te­riz­za­ti dal­l’as­sen­za di iden­ti­tà spe­ci­fi­ca (men che me­no col­let­ti­va) do­ve poi, co­me sem­pre av­vie­ne, cia­scu­no se la pren­de col grup­po che sta sot­to, non con quel­lo che sta so­pra. Pe­rò è ve­ro an­che che i pro­ces­si cul­tu­ra­li so­no sta­ti la­scia­ti a se stes­si per­ché una pro­po­sta ag­gre­gan­te, un la­vo­ro di edu­ca­zio­ne, una mo­bi­li­ta­zio­ne, una riap­pro­pria­zio­ne di que­sto di­sa­gio al­la po­li­ti­ca non li ab­bia­mo più avu­ti. Il par­ti­to li­qui­do ha por­ta­to a que­sto. Man­ca un ele­men­to pe­da­go­gi­co. Si è so­li con se stes­si nel giu­di­zio sul­la so­cie­tà e quin­di pre­da del­l’an­ti­po­li­ti­ca. Ba­sta guar­da­re i so­cial per ve­de­re qua­le do­vi­zia di di­scus­sio­ni e di giu­di­zi po­li­ti­ci vi sia, ma che van­no tut­ti per con­to lo­ro sen­za os­sa­tu­ra (e si trat­ta di una par­te più ac­cul­tu­ra­ta del­la po­po­la­zio­ne). È un gran­de fat­to de­mo­cra­ti­co, pe­rò, nel­lo stes­so tem­po, te­sti­mo­nia di un qual­co­sa che si sta sfi­lac­cian­do nel­la con­sa­pe­vo­lez­za col­let­ti­va dei pro­ble­mi.

– Par­lan­do di va­lo­ri do­mi­nan­ti, an­che la ric­chez­za è di­ven­ta­ta un va­lo­re…
Sì, que­sto si sta ve­ri­fi­can­do e fa par­te di una cul­tu­ra an­tro­po­lo­gi­ca dif­fu­sa. La ric­chez­za è un va­lo­re, e va per­se­gui­ta, e se non la rag­giun­go è col­pa mia, non dei mec­ca­ni­smi del­la so­cie­tà. So­no io che non so­no riu­sci­to a “sfan­gar­la”. Se vo­glio, pos­so ri­sol­ve­re tut­to in­di­vi­dual­men­te, emi­gran­do, fa­cen­do al­tro, at­ti­van­do­mi; si è per­so il va­lo­re col­let­ti­vo del­la lot­ta in­sie­me ad al­tri che si ri­co­no­sco­no co­me ap­par­te­nen­ti a una stes­sa si­tua­zio­ne so­cia­le, per cam­biar­la. Ora ognu­no vuo­le cam­bia­re per con­to suo la pro­pria con­di­zio­ne, per­se­guen­do ciò che la so­cie­tà e i va­lo­ri do­mi­nan­ti gli pro­pon­go­no, e se non ci rie­sce per­de pu­re l’au­to­sti­ma.
Pe­rò è an­che ve­ro che esi­ste un al­tro pez­zo di so­cie­tà, quel­la che si espri­me nel ter­zo set­to­re, nel vo­lon­ta­ria­to, che non è pic­co­lo e non è sol­tan­to di te­sti­mo­nian­za, an­zi. È mol­to este­so, e com­pren­de per­so­ne che si spen­do­no per gli al­tri e con­ser­va­no una vi­sio­ne co­mu­ni­ta­ria. Lì si espri­me un al­tro ti­po di uma­ni­tà, che vie­ne in es­se­re spon­ta­nea­men­te, for­se co­me rea­zio­ne al ma­te­ria­li­smo dif­fu­so. Cer­to, in­di­vi­dual­men­te in quel­l’a­rea ope­ra­no pre­va­len­te­men­te or­fa­ni del­la si­ni­stra, ma que­sto mon­do non rie­sce a tra­sfe­ri­re i prin­ci­pi e i va­lo­ri che lo muo­vo­no fuo­ri dal suo rag­gio di azio­ne, tra­va­san­do­lo nel­la so­cie­tà, in un pro­get­to po­li­ti­co. E for­se non sta nem­me­no a lo­ro con­ce­pir­lo.
Se pen­sia­mo al­le lot­te ope­ra­ie de­gli an­ni 50-60, un con­to era che cia­scu­na fab­bri­ca lot­tas­se per con­to suo, al­tro con­to era da­re un rac­cor­do a quel­le lot­te e fa­re di­ven­ta­re i pro­ta­go­ni­sti sog­get­ti po­li­ti­ci e por­tar­li a un li­vel­lo di con­sa­pe­vo­lez­za so­cia­le che in­ve­sti­va la so­cie­tà co­me un tut­to. È ciò di cui ab­bia­mo bi­so­gno in re­la­zio­ne a que­sto mon­do. In de­fi­ni­ti­va, c’è una so­cie­tà che si sfran­gia, per­de tes­su­ti con­net­ti­vi, pe­rò c’è an­che una par­te che la­vo­ra a ri­com­por­la, e che an­dreb­be rap­pre­sen­ta­ta po­li­ti­ca­men­te, ma tut­te le vol­te che si ha oc­ca­sio­ne di par­la­re con suoi espo­nen­ti si sco­pre che non si sen­te rap­pre­sen­ta­ta po­li­ti­ca­men­te. Tor­nia­mo, al so­li­to, al­la po­li­ti­ca, al par­ti­to…

– Il vo­lon­ta­ria­to, quin­di. Tu nel li­bro par­li di coo­pe­ra­zio­ne, an­che di mu­tua­li­smo, e pe­rò ve­di un ruo­lo mol­to for­te del cen­tro…
Mol­ti stu­dio­si del­la so­cie­tà pen­sa­no che non ci sia al­tra stra­da che co­strui­re dal bas­so ini­zia­ti­ve e ag­gre­ga­zio­ni po­li­ti­che. Pe­rò co­strui­re dal bas­so, se fos­se so­lo que­sto, im­pli­ca an­che una dia­gno­si pes­si­mi­sta che pun­ta a man­te­ne­re una co­scien­za vi­va in at­te­sa che una cri­si del­la so­cie­tà pro­du­ca le op­por­tu­ni­tà po­li­ti­che. C’è al fon­do uno scet­ti­ci­smo sul­la pos­si­bi­li­tà di cam­bia­re le co­se al­tri­men­ti. Io pen­so, in­ve­ce, che le due co­se, co­stru­zio­ne dal bas­so e uti­liz­zo del­lo Sta­to, do­vreb­be­ro an­da­re as­sie­me nel sen­so che ci vuo­le sem­pre un pro­get­to che uni­fi­chi, an­che quan­do non c’è un par­ti­to o una coa­li­zio­ne che ab­bia­no la for­za di far avan­za­re rea­li­sti­ca­men­te e si­gni­fi­ca­ti­va­men­te un di­se­gno al­ter­na­ti­vo per la so­cie­tà. Mol­te del­le rea­liz­za­zio­ni so­cia­li, di tra­sfor­ma­zio­ne del­la real­tà, si pos­so­no ave­re sol­tan­to at­tra­ver­so l’a­zio­ne pub­bli­ca. Co­sì co­me at­tra­ver­so l’a­zio­ne pub­bli­ca so­no sta­ti di­fe­si e fat­ti va­le­re di­rit­ti so­cia­li, ci­vi­li, ec­ce­te­ra, ec­ce­te­ra. Per me le due co­se de­vo­no an­da­re as­sie­me; al­me­no pen­so che il com­pi­to de­gli in­tel­let­tua­li sia di ar­ma­re una clas­se po­li­ti­ca a con­ce­pi­re un di­se­gno com­ples­si­vo per la so­cie­tà.

– Tu de­scri­vi una se­rie di mi­su­re eco­no­mi­che.
Sia­mo mol­to vin­co­la­ti dal­l’Eu­ro­pa. Co­me for­za po­li­ti­ca sin­go­la -qua­le che sia que­sta for­za rap­pre­sen­ta­ti­va del­la si­ni­stra- cer­to non pos­sia­mo in­ci­de­re mol­to e da­re i com­pi­ti al­l’Eu­ro­pa, pe­rò mi sor­pren­de mol­to che le for­ze so­cia­li­ste, an­che quel­le mol­to cri­ti­che ver­so l’Eu­ro­pa, non chia­mi­no a rac­col­ta le al­tre for­ze so­cia­li­ste.
L’I­ta­lia ha avu­to una con­te­sta­zio­ne con l’Eu­ro­pa, ma per co­sa? Per ot­te­ne­re la pos­si­bi­li­tà di spen­de­re di più, non per cam­bia­re i mec­ca­ni­smi. Cer­ta­men­te co­me pae­se sia­mo mol­to vin­co­la­ti. Non pos­sia­mo aspet­tar­ci di po­ter svol­ge­re po­li­ti­che per la pie­na oc­cu­pa­zio­ne, né pos­sia­mo pe­rò aspet­tar­ci di cam­bia­re mol­ti cri­te­ri. Co­mun­que, non è che in at­te­sa di Go­dot non ci sia nul­la da fa­re. Per quan­to vin­co­la­to, non è ve­ro che lo Sta­to na­zio­na­le sia mor­to. Lo Sta­to na­zio­na­le è an­co­ra re­spon­sa­bi­le del­la coe­sio­ne so­cia­le, del­lo spa­zio pub­bli­co, del­la fi­sca­li­tà in­ter­na (par­zial­men­te); è re­spon­sa­bi­le del­l’as­set­to am­mi­ni­stra­ti­vo, del ti­po di rap­pre­sen­tan­za. In­som­ma, si fa pre­sto a di­re “è mor­to”! Qual­che al­ter­na­ti­va c’è sem­pre, an­che nel­le po­li­ti­che ma­croe­co­no­mi­che.
Io pen­so che una for­za di si­ni­stra deb­ba en­tra­re nel­lo spe­ci­fi­co dei mec­ca­ni­smi. Dif­fi­ci­le ave­re l’i­dea-chia­ve ri­so­lu­ti­va e mo­bi­li­tan­te. Bi­so­gna go­ver­na­re que­sta so­cie­tà an­dan­do nel­lo spe­ci­fi­co. Non pos­sia­mo pen­sa­re di go­ver­na­re il Mez­zo­gior­no at­tra­ver­so in­cen­ti­vi. Bi­so­gna piut­to­sto coor­di­na­re le Re­gio­ni con pro­get­ti di in­ve­sti­men­to spe­ci­fi­co, ve­de­re, che so, per­ché i por­ti non so­no con­nes­si ai cen­tri tu­ri­sti­ci, chie­der lo­ro per­ché non fun­zio­na­no le aree in­du­stria­li, il tra­sfe­ri­men­to tec­no­lo­gi­co e quan­t’al­tro. E, ov­via­men­te, aiu­tar­le. È tut­to un la­vo­rio da fa­re, di ma­nu­ten­zio­ne.
Pen­sia­mo al­le ri­for­me: or­mai “ri­for­ma” è di­ven­ta­ta una pa­ro­la mi­ti­ca. Non sap­pia­mo più nem­me­no che ag­get­ti­vo met­ter­ci die­tro. Il pro­ble­ma in­ve­ce è go­ver­na­re ef­fet­ti­va­men­te, fa­re po­li­ti­che in­du­stria­li. Pos­si­bi­le che non sia­mo riu­sci­ti an­co­ra a in­for­ma­tiz­za­re il pae­se?! Di fat­to l’in­for­ma­tiz­za­zio­ne non è an­co­ra par­ti­ta, an­che se qual­co­sa si muo­ve do­po an­ni per­si e do­po la pri­va­tiz­za­zio­ne di Po­ste, che, in­ve­ce, avreb­be po­tu­to es­se­re un per­no di que­sto pro­get­to (men­tre ora, pri­va­tiz­za­ta, si met­te nel bu­si­ness del­la ge­stio­ne dei pa­tri­mo­ni pri­va­ti).
Poi dob­bia­mo ca­pi­re do­ve vo­glia­mo an­da­re. Non c’è mai sta­to un di­bat­ti­to, e que­sto è an­che re­spon­sa­bi­li­tà del­la si­ni­stra del Pd che non l’ab­bia aper­ta. Che co­sa ne fac­cia­mo di que­sto pae­se? Por­tia­mo a si­ste­ma le pic­co­le im­pre­se? Raf­for­zia­mo quel po­co di in­du­stria pub­bli­ca che an­co­ra c’è? Fac­cia­mo del­l’I­ta­lia un hub del­la lo­gi­sti­ca nel com­mer­cio in­ter­na­zio­na­le? Ne fac­cia­mo il cen­tro di un rap­por­to del­l’Eu­ro­pa col Me­di­ter­ra­neo? Ognu­na di que­ste scel­te por­ta del­le con­se­guen­ze.
Non ve­do un’i­dea spe­ci­fi­ca per la pub­bli­ca am­mi­ni­stra­zio­ne, che pu­re do­vreb­be es­se­re l’os­sa­tu­ra di un pro­get­to di go­ver­nan­ce nel me­ri­to. Quan­do si fa una ri­for­ma del­l’am­mi­ni­stra­zio­ne con­tro i di­ri­gen­ti in una vi­sio­ne or­ga­ni­ca del­la pub­bli­ca am­mi­ni­stra­zio­ne, non si va lon­ta­no. Al con­tra­rio, oc­cor­re­reb­be en­tra­re nel­la real­tà spe­ci­fi­ca di ogni am­mi­ni­stra­zio­ne, pre­ve­der­ne un go­ver­no se­con­do le sue re­go­le spe­ci­fi­che, sen­za mor­ti­fi­ca­re, an­zi, dan­do re­spon­sa­bi­li­tà a chi la di­ri­ge, in­di­vi­duan­do la mis­sio­ne e ca­so­mai ri­cor­ren­do a una for­ma­zio­ne per­ma­nen­te.
È ov­vio poi che ci so­no dei cri­te­ri mi­ni­mi da ri­spet­ta­re: non spre­ca­re i sol­di, met­ter­li in pro­get­ti che ac­cre­sca­no il ca­pi­ta­le fis­so so­cia­le e il ca­pi­ta­le so­cia­le tout court; ve­de­re sem­pre nel lun­go pe­rio­do co­sa que­sti pro­get­ti pos­so­no da­re. In­ve­ce ab­bia­mo spre­ca­to mol­ti sol­di, an­che quan­do pre­si a pre­sti­to. Que­sta vi­cen­da re­fe­ren­da­ria è sta­ta un di­sa­stro dal pun­to di vi­sta di una sen­sa­ta po­li­ti­ca eco­no­mi­ca per­ché ha re­so ne­ces­sa­rio com­prar­si i vo­ti at­tra­ver­so una po­li­ti­ca di bo­nus: se hai le scar­pe ne­re hai di­rit­to a un bo­nus! Se te le al­lac­ci il bo­nus cre­sce. Se uno va sul si­to del Mi­ni­ste­ro e ve­de l’in­sie­me di in­cen­ti­vi che so­no sta­ti con­ce­pi­ti e per qua­li azio­ni (mol­te vol­te per azio­ni che le im­pre­se avreb­be­ro in­tra­pre­so co­mun­que) ca­pi­sce co­sa vo­glio di­re. Bi­so­gna con­ce­pi­re una stra­te­gia.
An­che gli 80 eu­ro rien­tra­no in que­sto, an­che se non rie­sco a con­dan­nar­li com­ple­ta­men­te. Ma mol­ti miei ami­ci e col­le­ghi in­ve­ce sì, per­ché, se mes­si su un pia­no di in­ve­sti­men­ti, avreb­be­ro crea­to più oc­cu­pa­zio­ne, so­ste­nu­to la do­man­da, cam­bia­to le aspet­ta­ti­ve; avreb­be­ro co­sti­tui­to for­se quel­la svol­ta per l’I­ta­lia; svol­ta che in­ve­ce non c’è sta­ta. Si po­te­va pre­ve­de­re che i tra­sfe­ri­men­ti da­ti in que­sto mo­do non avreb­be­ro ge­ne­ra­to un equi­va­len­te di con­su­mi. Ca­pi­sco an­che che un go­ver­no si vo­glia ac­cre­di­ta­re con una po­li­ti­ca ac­cat­ti­van­te, pe­rò è co­sta­ta tan­tis­si­mo e non c’è sta­ta nes­su­na ana­li­si co­sti-be­ne­fi­ci. Ma il gua­io ve­ro è sta­to per­se­ve­ra­re, an­dan­do al­la ri­cer­ca del­l’i­dea ge­nia­le che ac­cat­ti­vas­se una se­rie di ce­ti so­cia­li.

– An­che la de­tas­sa­zio­ne sul­la pri­ma ca­sa…
La pri­ma ca­sa, cer­to, poi ab­bia­mo ri­dot­to la tas­sa­zio­ne al­le im­pre­se dal 27% al 24%, per non par­la­re del­la quan­ti­tà di sol­di che stan­no an­dan­do ai pri­va­ti nel­l’in­for­ma­tiz­za­zio­ne, do­ve for­se il go­ver­no avreb­be po­tu­to agi­re in pro­prio.

– Il fe­de­ra­li­smo, il de­cen­tra­men­to non po­treb­be es­se­re una so­lu­zio­ne?
L’e­spe­rien­za ha di­mo­stra­to che non è co­sì. Qui en­tra­no in gio­co di nuo­vo i “li­be­ra­li per di­spe­ra­zio­ne”. In­som­ma, se c’è sta­ta una clas­se po­li­ti­ca com­ples­si­va­men­te ina­de­gua­ta quel­la a li­vel­lo re­gio­na­le è sta­ta la peg­gio­re. Le re­gio­ni so­no im­por­tan­ti, ma pen­so che una go­ver­nan­ce cen­tra­le ci deb­ba es­se­re pro­prio per ciò che di­ce­vo pri­ma. Non pos­sia­mo ave­re ven­tu­no po­li­ti­che in­du­stria­li di­ver­se per le pic­co­le im­pre­se, gli in­se­dia­men­ti, le aree in­du­stria­li, la ri­cer­ca ap­pli­ca­ta, ecc. C’è bi­so­gno di un coor­di­na­men­to per­lo­me­no di qual­cu­no ca­pa­ce di dif­fon­de­re le be­st prac­ti­ces, cioè le azio­ni che han­no fun­zio­na­to, e non far ri­pe­te­re gli er­ro­ri che so­no sta­ti fat­ti.
Va con­ce­pi­to in mol­ti cam­pi un di­se­gno cen­tra­le che poi af­fi­di com­pi­ti al­le re­gio­ni. Ci vuo­le la for­za pro­pul­si­va di uno Sta­to cen­tra­le do­ta­to di vi­sio­ne. So­lo co­sì il de­cen­tra­men­to di­ven­ta qual­co­sa di ef­fi­cien­te, pro­pul­si­vo. In­ve­ce, ab­bia­mo la­scia­to le re­gio­ni so­le con se stes­se, e ognu­na s’è in­ven­ta­ta quel che si po­te­va in­ven­ta­re. De­vo con­fes­sa­re che la par­te del­la ri­for­ma co­sti­tu­zio­na­le che ri­cen­tra­liz­za­va mol­te fun­zio­ni ver­so l’Am­mi­ni­stra­zio­ne cen­tra­le non mi tro­va­va in di­sac­cor­do.

– Ma co­me ci si può di­fen­de­re, nel­la sce­na in­ter­na­zio­na­le, da una com­pe­ti­zio­ne al ri­bas­so che è for­mi­da­bi­le?
Qui en­tra in gio­co sem­pre la Cor­te di giu­sti­zia del­l’A­ja che ha can­cel­la­to mol­te mi­su­re di in­ter­ven­to per pau­ra che ci fos­se qual­che con­trad­di­zio­ne con la li­ber­tà di sta­bi­li­men­to o di mo­vi­men­to di per­so­ne, co­se e ca­pi­ta­li. L’I­ta­lia ave­va con­ce­pi­to la sua exit tax: se te ne vai, mi re­sti­tui­sci quel­lo che ti ho da­to. Og­gi leg­ge­vo un’in­ter­ro­ga­zio­ne avan­za­ta da una se­na­tri­ce ri­guar­dan­te una fab­bri­ca che ha vis­su­to an­che di pre­ben­de sta­ta­li e che ha de­ci­so di an­da­re in Po­lo­nia li­cen­zian­do 160 per­so­ne nel suo ter­ri­to­rio. Non è una fab­bri­ca in cri­si, fa pro­fit­ti, ma si giu­sti­fi­ca par­lan­do di ri­du­zio­ne del­la do­man­da in­ter­na, men­tre in real­tà vi­ve del 75% di espor­ta­zio­ni. In­som­ma, non è una giu­sti­fi­ca­zio­ne. Van­no via per fa­re più pro­fit­ti. Lo Sta­to de­ve po­ter pre­ten­de­re che quel­lo che ha da­to per far pro­spe­ra­re un’at­ti­vi­tà gli ven­ga re­sti­tui­to. Non ha mes­so so­lo sol­di di­ret­ti, ma for­ma­zio­ne, in­fra­strut­tu­re e quan­t’al­tro.
Ades­so è an­che ve­ro che i sa­la­ri ci­ne­si stan­no au­men­tan­do, ma per­ché si por­ti­no a li­vel­li non com­pe­ti­ti­vi ci vor­ran­no an­co­ra 30-40 an­ni. Tut­ta­via, van­no re­gi­stra­ti an­che fe­no­me­ni di rien­tro vo­lon­ta­rio vi­sto che tan­te fab­bri­che che han­no in­ter­na­zio­na­liz­za­to han­no man­te­nu­to buo­na par­te del­la pro­du­zio­ne in Ita­lia, l’han­no raf­for­za­ta e so­prav­vi­vo­no tran­quil­la­men­te. Evi­den­te­men­te que­sto è in­di­ce del fat­to che non sia­mo de­sti­na­ti a per­de­re tut­ta la no­stra in­du­stria. Mol­te vol­te, poi, chi se ne va via lo fa an­che per sfug­gi­re al­la bu­ro­cra­zia.
Pen­so che la chia­ve stia nel­la ca­pa­ci­tà di sal­to tec­no­lo­gi­co del­le im­pre­se. Do­vrem­mo aiu­tar­le in que­sto sen­so. Al­cu­ne ce la fan­no da so­le, pe­rò la ri­cer­ca pub­bli­ca la­ti­ta. Pren­dia­mo la Ger­ma­nia: per­ché è co­sì for­te? Per­ché c’è un si­ste­ma che gi­ra a tut­to ton­do per pro­teg­ge­re e pro­muo­ve­re la com­pe­ti­ti­vi­tà, dal mo­do con cui pre­di­spon­go­no le scuo­le pro­fes­sio­na­li, a quel­lo in cui con­ce­pi­sco­no l’ap­pren­di­sta­to (che non è una for­ma di con­trat­to ma un ca­na­le di for­ma­zio­ne che fa par­te del­l’i­ter sco­la­sti­co), per ar­ri­va­re al­le uni­ver­si­tà, do­ve han­no un si­ste­ma di lau­ree più vi­ci­ne al­la crea­zio­ne di pro­fes­sio­ni di al­to li­vel­lo; c’è, poi, l’I­sti­tu­to sta­ta­le di ri­cer­ca che pro­du­ce piat­ta­for­me tec­no­lo­gi­che aper­te e aiu­ta le pic­co­le e me­die im­pre­se nel tra­sfe­ri­men­to tec­no­lo­gi­co.
Do­vrem­mo fa­re qual­co­sa vi­ci­no a tut­to que­sto, da la­bo­ra­to­ri di so­ste­gno ai di­stret­ti nel­la ri­cer­ca ap­pli­ca­ta a una ri­cer­ca di al­tis­si­ma qua­li­tà che com­pe­ta nei ban­di in­ter­na­zio­na­li e sia in­di­riz­za­ta a pro­get­ti stra­te­gi­ci. Il no­stro mo­del­lo di ri­cer­ca pub­bli­ca non è de­fi­ni­to: ab­bia­mo per­so le im­pre­se che fa­ce­va­no ri­cer­ca, per­ché era­no quel­le poi pri­va­tiz­za­te, e non sia­mo riu­sci­ti a ri­crea­re un mo­del­lo coe­ren­te. For­se una co­sa buo­na che ha fat­to il go­ver­no Ren­zi è sta­to crea­re un’al­ter­na­ti­va scuo­la-la­vo­ro. Ma di isti­tu­ti in­ter­me­di che crea­no pro­fes­sio­ni di al­ta spe­cia­liz­za­zio­ne ce ne so­no 7-8 in Ita­lia, non di più, e an­che al­l’u­ni­ver­si­tà il trien­nio è pro­pe­deu­ti­co al­la spe­cia­li­sti­ca e quel­lo pro­fes­sio­na­liz­zan­te non de­col­la. È que­sto che in­ten­de­vo pri­ma quan­do af­fer­ma­vo che c’è una go­ver­nan­ce dei pro­ces­si che ci man­ca. Ma la clas­se po­li­ti­ca è sta­ta im­pe­gna­ta nel re­fe­ren­dum o a so­prav­vi­ve­re a se stes­sa.

– Tu ve­di del­le pos­si­bi­li­tà, ve­di una stra­da. Ma vie­ni sen­ti­to dal­le for­ze po­li­ti­che? Ti chia­ma­no?
Ades­so ten­go in pie­di un net­work di stu­dio­si che un mi­ni­mo di at­ten­zio­ne la ri­ce­ve. Ma fac­cio un esem­pio: so­no sta­to chia­ma­to una vol­ta in un se­mi­na­rio te­ma­ti­co del­la si­ni­stra ri­for­mi­sta, quel­la ber­sa­nia­na. Un bel se­mi­na­rio, in cui ho par­la­to più o me­no, ma in det­ta­glio, di que­ste co­se che ti ho espo­ne­vo, men­tre Tri­gi­lia ha par­la­to del­le cit­tà e di po­li­ti­che cen­tra­te sul­la ri­qua­li­fi­ca­zio­ne ur­ba­na, Vie­sti del Mez­zo­gior­no.
Quel­lo che ab­bia­mo scrit­to e man­da­to è ap­par­so per due gior­ni sul si­to del­la si­ni­stra ri­for­mi­sta poi è spa­ri­to, non ave­va più un ri­man­do dal­la ho­me­pa­ge. Il si­to era pie­no di no­ti­zie ti­po il di­scor­so dei va­ri lea­der qui e lì per l’I­ta­la, l’in­ter­vi­sta a quel o quel­l’al­tro di­ri­gen­te po­li­ti­co sul­la po­li­ti­ca con­tin­gen­te (a suo tem­po sul­le ra­gio­ni del no). Beh, in­som­ma, que­sto mi ha fat­to un po’ ar­rab­bia­re. An­che dal pun­to di vi­sta stret­ta­men­te stru­men­ta­le, sa­reb­be sta­to ne­ces­sa­rio far ve­de­re che si sta­va pen­san­do al­l’I­ta­lia in ter­mi­ni stra­te­gi­ci. Quel­le in­di­ca­te non sa­ran­no le li­nee da se­gui­re, non sa­ran­no nien­te, ma so­no un pri­mo ra­gio­na­men­to che avreb­be con­sen­ti­to di mo­stra­re che c’e­ra un set­to­re po­li­ti­co che sta­va guar­dan­do in avan­ti. E in­ve­ce no, quel­le re­la­zio­ni non si tro­va­no più. Né ci­ta­te, né c’è trac­cia di un al­tro in­con­tro te­ma­ti­co. So­lo di­chia­ra­zio­ni e di­scor­si dei lea­der. Ec­co, è un po’ tut­to co­sì. Non è che non ti chia­mi­no: ti chia­ma­no in fun­zio­ne del con­su­mo di quel­la tua ri­fles­sio­ne in quel mo­men­to. Que­sto mi fa sof­fri­re per­ché so­no le­ga­to a quel­la si­ni­stra e ve­do que­sto ec­ces­so di at­ten­zio­ne al con­tin­gen­te e al­la “po­li­ti­ca” co­me di­fet­to che in­dub­bia­men­te c’è sta­to e che li fa tro­va­re più de­bo­li nel­la scis­sio­ne.

(a cu­ra di Gian­ni Sa­po­ret­ti)

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I racconti, le storie brevi, sono come quegli sguardi lanciati da una finestra aperta che permettono di vivere quanto accade giù nella strada, nella vita di tutti i giorni, di immaginare i pensieri dell’ignoto passante o il dialogo dell’altrettanto ignota coppia mentre vengono percorsi i pochi metri che la visuale consente.
In questi dieci racconti c’è quasi sempre Roma, come sfondo o protagonista, ma i personaggi, con le loro personalità, le manie, le loro storie personali, potrebbero esistere ovunque: per conoscerli, e conoscere le loro storie, basta affacciarsi a questa finestra.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/racconti/322551/la-finestra-aperta-3/

 

La finestra aperta

27 Mar

E così l’ho rifatto. Non l’avrei mai immaginato, ma è capitato ancora. Dopo il primo caso, ho pensato che  sarebbe stato poco probabile replicare l’esperienza. Invece eccomi qua, con “La finestra aperta“, dieci racconti.

Perché i racconti? E’ presto detto: amo i racconti, le storie brevi. Sono come quegli sguardi lanciati casualmente da una finestra che ti permettono di vivere quanto accade giù nella strada. Ti introducono nella vita di tutti i giorni, di permettono di immaginare i pensieri dell’ignoto passante o il dialogo dell’altrettanto ignota coppia mentre vengono percorsi i pochi metri che la visuale consente. In questi dieci racconti c’è quasi sempre Roma, come sfondo o protagonista, ma i personaggi – con le loro personalità, le manie, le loro storie private – potrebbero esistere ovunque: per conoscerli, e conoscere le loro storie, basta affacciarsi a questa finestra.
Buona lettura, dunque, per chi lo vorrà.
E grazie comunque per la cortese attenzione.

 

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/racconti/322551/la-finestra-aperta-3/

184 pagine, formato tascabile, € 12,00


http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/29
6575/come-una-casa-senza-finestre/

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