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Un sommesso messaggio per Barbara Spinelli

9 Giu

il-mondo-cambia-con-il-tuo-esempioHo seguito, fin dai primi inizi, la storia della Lista Tsipras. Dapprima le voci sull’iniziativa, poi la presentazione ufficiale a Roma, le mie prime, incerte azioni da sostenitore e poi avanti, il (modestissimo) contributo all’eroico e sparuto gruppo della comunicazione fino all’incontenibile entusiasmo di quel 26 maggio.

Ricordo che il 3 febbraio inseguii Barbara Spinelli fino davanti all’ascensore della sede della FNSI per chiederle da perfetto sconosciuto (e buon ultimo) di sostenere la lista con la sua presenza. Mi rispose testualmente: “ma non è per me, la politica. Non ne sono capace”. Le feci allora notare che rappresentavo l’elettore-tipo, che la sua firma sarebbe stato un incoraggiamento per tanti indecisi e ci salutammo con lei che scuoteva la testa. Poi si lasciò evidentemente convincere da qualcuno ben più autorevole ed eloquente e il suo nome apparve in tre delle cinque liste, al primo posto in quelle di Centro e  delle Isole. Da quel momento ho sostenuto a spada tratta la tesi di Barbara contro chi criticava lei e Moni Ovadia per la loro presenza – definita fittizia – nelle liste elettorali. Condividevo con assoluta convinzione che questo fatto  rappresentava una testimonianza ed una garanzia per gli elettori posti di fronte ad un progetto che prometteva solo fatica, oltre ad una esile speranza. Che tuttavia, man mano che si avanzava, diveniva più solido e divenne concreto al raggiungimento della sospirata soglia minima delle firme in Val d’Aosta, che avrebbe spianato la strada per le 150.000 occorrenti in tutt’Italia per poter presentare la lista.

Ecco perché la decisione di Spinelli di rimangiarsi le sue tanto ripetute e ferme dichiarazioni e quindi pretendere il seggio a Bruxelles mi lasciano solo l’amaro della profonda delusione.  E’ uno schiaffo alla fiducia. Incrina irrimediabilmente il rapporto di tanti con un progetto che in Europa è indispensabile.  Con la sua latitanza e il volutamente mancato confronto con gli elettori marca una distanza siderale da quella dichiarazione “Prima le persone” che ha contrassegnato tutta la campagna elettorale. E trovo nella sua lettera espressioni che mi colpiscono dolorosamente e  profondamente, basti questa: “Inol­tre, come garante della Lista, ho il dovere di pro­teg­gerla: le logi­che di parte non pos­sono com­pro­met­terne la natura ori­gi­na­ria.” Una contraddizione esplosiva: la protezione consiste nel mantenimento degli impegni, tutti, nessuno escluso.  Quando contravvieni ad un impegno preso con un milione di elettori, tutto quello che puoi affermare a tua giustificazione è solo un’opinione. Ma resta, per sempre, il cattivo esempio.

 

 

 

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Contro la corruzione siamo ancora all’anno zero.

13 Mag

Gli ultimi fatti – la lunga, quasi quotidiana cronaca di corruzioni che ci viene presentata in questi giorni – mi hanno fatto tornare in mente le vibranti proteste che si levarono quasi due anni fa all’epoca della discussione sul ddl anticorruzione. Molte furono le voci che  contestarono energicamente un provvedimento che non avrebbe inciso con la necessaria efficacia e durezza contro il malaffare che impera e tra questa me ne sono tornate in mente due, in particolare: un articolo di Barbara Spinelli che scriveva queste righe grondanti indignazione e l’intervista a Piercamillo Davigo che evidenziava tutte le enormi manchevolezze della legge.
Una legge che si rispetti funziona se agisce da deterrente, se funziona
anche, ma direi soprattutto, in senso preventivo: ora, il consuntivo di questi ultimi giorni è decisamente desolante. Al Governo, quindi, spetta il compito di proporre un’ampia e attenta revisione della legge che, unita all’attività dell’organismo guidato dal giudice Cantore, possa finalmente farci emergere dalla sentina delle classifiche mondiali sulla corruzione.

Una legge vera contro i corrotti

di BARBARA SPINELLI
SE il ministro Severino davvero pensa che siamo davanti a una seconda Tangentopoli, e a crimini ancora più devastanti perché “lucrare sul denaro pubblico mentre ai cittadini vengono chiesti sacrifici è di una gravità inaudita”, allora bisogna che subito, senza dar tempo al tempo, il governo metta ai voti una legge contro la corruzione: una legge che impedisca questo delinquere che imperversa sfacciatamente, e che non è una seconda Tangentopoli ma un’unica storia criminale, che indisturbata persiste da vent’anni e perfino cresce.

Se gravità inaudita vuol dire qualcosa  –  inaudito è ciò di cui prima non s’era udito parlare, mai esistito  –  serve un’azione che sia all’altezza del responso: anch’essa inaudita, ha da essere un farmaco senza precedenti. Non devono più esistere un Parlamento, un Consiglio regionale, una Provincia nei quali nuotino squali: politici navigati e novizi, anziani e giovani, uomini di partito o d’affari, che si arricchiscono togliendo soldi a un’Italia impoverita. Che addirittura, come a Milano, negoziano con la ‘ndrangheta prebende, voti, posti, spartendo con lei i beni e il dominio della pòlis.
Bucchi-corruzione2

Paola Severino ha detto, giorni fa: “Ce lo chiede l’Europa”. È una frase che non andrebbe neanche pronunciata, perché questo sì è perdere sovranità e massima umiliazione. Possiamo delegare all’Europa parte della politica economica; non la nostra coscienza, la capacità di distinguere tra bene e male, lecito e illecito. È come se dicessimo che, bambini senz’ancora uso della ragione, non capiamo bene cosa sia il Decalogo (settimo comandamento compreso) e lo depositiamo nel grembo dell’Europa-genitore. A chi tentenna in Parlamento, e mercanteggia per salvare brandelli di impunità, il governo dovrebbe dire che sono gli italiani a esigere quel che già Eraclito riteneva imperativo: combattere per la legge come per le mura della città.

Se il governo avesse dimenticato cosa pensano gli italiani, guardi ai 300.000 cittadini che hanno firmato la petizione di Repubblica, perché giustizia sia fatta: hanno firmato non per una legge abborracciata ma per un nuovo inizio, per una scossa autentica. Osi riconoscere che questa non è Tangentopoli-2. È Tangentopoli mai interrotta; sta travolgendo istituzioni cruciali; è sfociata, a Nord, in un patto fra organi di Stato e mafie che non è più un episodio passato indagato dai giudici, ma un presente che ci avviluppa e uccide lo Stato.

Non è chiaro se l’esecutivo dei tecnici sia consapevole di questa domanda che sale dal basso. Se si renda conto dell’urgenza di una questione morale divenuta nel frattempo antropologica, economica, politica: biografia di una nazione, nauseante per tanti. L’impressione che dà è strana, più ancora della maggioranza che lo sorregge. Da settimane i governanti avanzano, indietreggiano, ogni tanto alzando la voce ma non la mano che intima l’altolà della sentinella. Sono puntigliosamente determinati quando parlano di conti, tasse. Paiono animati da una sorta di divina indifferenza all’immoralità che regna nella cosa pubblica, a una cultura dell’illegalità che in Lombardia secerne antichi connubi fra borghesia imprenditoriale, Stato, poteri pseudoreligiosi come Comunione e Liberazione. Poteri assecondati da una Chiesa che solo in apparenza ha smesso l’ingerenza politica dopo il crollo della Dc; che tollera o sostiene certi affarismi della Compagnia delle opere e certi patteggiamenti con le cooperative rosse. Che tace sull’infiltrazione, nel connubio, della criminalità organizzata. La vera sovranità da resuscitare è questa: lo Stato che riconquisti il territorio, e non permetta che gli sfuggano di mano roccaforti decisive (Lazio, Sicilia, Lombardia). È un secondo Risorgimento e una seconda Liberazione di cui abbiamo bisogno.
Già è stato troppo accontentato, il partito nato come Forza Italia non per superare Tangentopoli, ma per poterla più perfettamente perpetuare. La legge non reintroduce il falso in bilancio, svuotato da Berlusconi nel 2002: eppure il crac del San Raffaele cominciò proprio così. Non contempla un reato essenziale, l’autoriciclaggio: punito in gran parte d’Europa; reclamato, prima che da Bruxelles, dalla Banca d’Italia. Pietro Grasso, Procuratore nazionale antimafia, lo ripete dal 2010: la non punibilità dell’autoriciclaggio “frena le indagini, non consente di indagare su quanti, avendo commesso un reato, utilizzano i proventi del denaro sporco per investirlo in attività lecite e turbare l’economia”. Punirlo è “necessità assoluta”, ma  –  ha detto nel settembre scorso  –  “di tale necessità non riusciamo a convincere il legislatore”.

Lo stesso dicasi per il voto di scambio: nella legge è punibile se il politico lo paga in denaro, non se lo compra con assunzioni, appalti favori. Sul Corriere, Luigi Ferrarella ne deduce che Domenico Zambetti, l’assessore della Regione Lombardia arrestato con l’accusa di aver comprato 4000 voti dalla ‘ndrangheta, “non sarebbe neppure indagato per voto di scambio, se non avesse pagato in denaro”.

Troppe omissioni, nella legge presente, troppi favori: non è la muraglia di Eraclito. Sono elencati crimini punibili solo in teoria  –  traffico di influenze, concussione  –  visto che i trasgressori rischiano pene talmente ridotte che prestissimo otterranno la prescrizione. C’è poi il divieto di candidarsi, se sei condannato per corruzione con sentenza definitiva. Ma non si sa se il divieto scatti subito, e l’idea stessa della sentenza definitiva ha qualcosa di scandaloso. Perché resti candidabile dopo la prima, la seconda condanna? Un deputato, un assessore, un governatore, un sottosegretario sono presunti innocenti sino al terzo grado di giudizio, come ogni cittadino. Ma non sono cittadini qualsiasi. Dovendo dare l’esempio, hanno più obblighi: lo Stato non può esser affidato a onesti presunti.

La nomina di Monti voleva rappresentare una rottura anche morale, rispetto ai predecessori. Accennando alla lotta anticorruzione, il Presidente del consiglio ha denunciato “l’inerzia, comprensibile ma non scusabile, di alcune parti politiche”. Perché comprensibile? Perché questa deferenza verso parti politiche che non ci si azzarda nemmeno a nominare? Il rischio è che così facendo, l’esecutivo faccia il notaio delle stesse inerzie che critica. Che non trovi il coraggio di forzare il varo di una legge seria. Chi non è d’accordo va messo davanti all’opinione pubblica: dica a voce alta che vuole una storia italiana fondata su corruzione e mafie in espansione.

Non basta più essere esperti di spread, davanti a quel che accade. Non basta presentare l’evasione come nuovo discrimine di civiltà, se castigati sono i piccoli negozianti e non gli squali. Occorre lo sguardo tragico e lungo dello storico, non solo sugli ultimi vent’anni. Occorre rileggere quel che Pietro Calamandrei scrisse fin dal 1946, appena un anno dopo la Liberazione: lo spirito della Resistenza già era deperito, se per resistenza s’intende “la ribellione di ciascuno contro la propria cieca e dissennata assenza”, e “la sete di verità, di presenza, di fede nell’uomo”.

Già allora s’intuiva il disfacimento, e il pericolo non era “nel ritorno del fascismo: era in noi”. Era nella rinascita del disgusto della politica che aveva dato le ali a Mussolini; nel “desiderio di appartarsi, di lasciare la politica ai politicanti”. Oggi come ieri, è nell’attrazione esercitata da capipopolo dai nomi esoterici: Belzebù, Cavaliere, Celeste, e chissà come designeremo i prossimi. Calamandrei chiamò questo disgusto desistenza, contrapponendola alla tuttora necessaria resistenza. Non più eroica, ma pur sempre resistenza: “resistenza in prosa”. È tardi per simile resistenza? Non è tardi mai per divenire adulti, e sovrani nella coscienza. Per difendere le mura della legge e le sue sentinelle, come si difendono le mura della città.

(da La Repubblica del 17 ottobre 2012)

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Legge anticorruzione, Piercamillo Davigo: “L’elenco di ciò che manca è infinito”

Il consigliere della Corte di Cassazione – già magistrato di Mani Pulite – giudica con severità il ddl in fase di approvazione. La critica è su molti punti, dal dimezzamento delle pene previste nel caso di concussione per induzione alla difficoltà delle indagini ad hoc, per finire al mancato inserimento del reatodi autoriciclaggio

di Beatrice Borromeo per Il Fatto Quotidiano – 20 ottobre 2012

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Altro che brodino, come il Financial Times ha definito la legge anticorruzione. Per Piercamillo Davigo, consigliere della Corte di Cassazione, “se uno è rigoroso, fa le cose diversamente”. A partire da un certo regalino che il magistrato di Mani Pulite proprio non si spiega.

Dottor Davigo, cosa la stupisce di più di questa legge?
Direi il fatto che hanno dimezzato le pene previste nel caso di concussione per induzione. Perché l’hanno fatto?

L’Ocse chiedeva da tempo all’Italia di punire il privato che paga il pubblico ufficiale, cioè il concussore, e questa legge lo prevede. Non basta?
No, perché così si aggira soltanto l’obbligo di punire chi dà denaro al funzionario pubblico, traendone vantaggi. Il concussore alla fine la fa franca. Viene punito, ma la pena è ridotta. E le norme favorevoli sono retroattive. Con il risultato che molti processi in Cassazione verranno annullati.        Vauro Corruzione

Meglio eliminare la retroattività?
No, meglio non ridurre le pene!

Quanto ci manca per essere conformi alle richieste dell’Europa?
Non so cosa fosse ottenibile, ma di certo l’Italia è ancora molto indietro rispetto agli altri Paesi europei. Se solo ci fosse la volontà, basterebbe procedere in modo molto più semplice, copiando le convenzioni internazionali. Così saremmo conformi di sicuro.

Cosa cambia per quanto riguarda il traffico di influenze, cioè quando i potenti si mettono d’accordo per darsi un aiuto (illecito) reciproco?
In questo caso il vero problema è che la pena edittale prevista per questo reato (cioè la reclusione a tre anni) non consente le intercettazioni telefoniche. Ma come pensano di scovare questi reati? Li scopriremo solo se ce li verranno a raccontare.

Almeno, però, hanno aumentato i termini per la prescrizione da 7 anni e mezzo a 11 per i reati di corruzione, concussione per induzione e traffico di influenze. Basterà per terminare in tempo i processi?
C’è un equivoco di fondo. Non sono i termini di prescrizione a essere necessariamente troppo brevi, il problema è che in Italia la prescrizione comincia a decorrere non dalla scoperta del reato, ma da quando il reato è stato commesso. E di solito non si becca il criminale in flagrante. E’ ridicolo: in altri paesi, una volta che il processo comincia, i termini per la prescrizione non decorrono più. Poi c’è un’altra questione.

Quale?
Da noi ci sono 35 mila fattispecie di reati penali, e invece di ridurle, questa legge le ha ulteriormente aumentate. Rendiamoci conto che anche se abolissimo il 90 per cento dei reati, ne resterebbero ancora migliaia.

Forse però andrebbe introdotto il reato di autoriciclaggio. Oggi quelli che, ricevute le mazzette, usano i soldi per acquisti e investimenti, non vengono puniti.
Il ministro Severino ha detto che non voleva ritardare i tempi del disegno di legge, che se ne occuperà a parte. Forse ha ragione. Però noto che l’autoriciclaggio è stato inserito nella lista dei reati persino in Vaticano…

Hanno anche evitato di reintrodurre il falso in bilancio, cancellato dal governo Berlusconi.
Lasciamo stare, l’elenco di quello che manca è infinito.

Cosa pensa invece dell’incandidabilità? I condannati in via definitiva a pene superiori ai 2 anni dovranno mollare la poltrona.
Già. Peccato che oltre il 90 per cento delle condanne, anche quelle per concussione, tra rito abbreviato e attenuanti generiche vanno pesantemente sotto i due anni. E poi basta che uno patteggi per evitare la condanna. E quindi l’incandidabilità.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/19/legge-anticorruzione-piercamillo-davigo-lelenco-di-cio-che-manca-e-infinito/387100/

Buona fortuna

16 Mar

Spinelli Ovadia In una splendida giornata di sole ha preso il largo a Roma il vascello corsaro de l’Altra Europa con Tsipras. A bordo tutti i candidati con Barbara Spinelli, Moni Ovadia e un equipaggio di entusiasti e volontari.
Buon vento da tutti i sinceri democratici!

http://listatsipras.eu/

Tsipras: “abolizione dell’austerity”. Ma siamo matti?

12 Mar

Certo, a leggerla così la reazione può solo essere questa. Ma sarà sufficiente entrare appena nel dettaglio –  come fa oggi Guido Viale sull’Huffington Post – per comprendere che solo un programma radicalmente innovatore può riportare l’Europa all’iniziale progetto immaginato da Altiero Spinelli  nel Manifesto di Ventotene, liberandola delle scorie e delle deviazioni che si sono accumulate nel tempo e che ne hanno deformato gli ideali e la fisionomia.
avatar_altraeuropa_webInfatti, dice Viale, “noi della “lista Tsipras” vogliamo più e non meno Europa, ma un’Europa democratica, federalista, rispettosa dei diritti di tutti e delle autonomie locali, pacifica ma forte, inclusiva, sottratta al dominio della finanza”.

E più avanti, a proposito dell’austerity: “Su che cosa significa abolizione dall’austerity bisogna essere chiari e nessun economista finora lo è stato abbastanza. Il debito pubblico dell’Italia, come quello della Grecia, del Portogallo e, in un prossimo futuro, di molti altri Stati, è insostenibile. Nessuna politica di salvaguardia dei diritti di cittadinanza, lavoro, reddito, salute, istruzione, giustizia, nessuna politica di sviluppo umano e meno che mai nessuna politica di rilancio della “crescita” (per chi crede che la soluzione dei nostri problemi stia nella crescita del PIL) è perseguibile entro i vincoli del pareggio di bilancio o, peggio, entro quelli del fiscal compact, che prevede la restituzione (alle banche!) di oltre mille miliardi, sottratti ai redditi di chi ancora ne ha uno, entro i prossimi vent’anni”.

Qui di seguito l’intervista integrale.
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Un programma radicale per cambiare l’Europa

Qual è il programma con cui la lista L’altra Europa con Tsipras si confronta con il suo potenziale elettorato?

Abbiamo sempre detto che quel programma si costruisce in corso d’opera, attraverso la partecipazione di chi sostiene il nostro progetto e soprattutto dei tanti gruppi organizzati che hanno buone pratiche o lotte esemplari da proporre come modelli da generalizzare. Naturalmente il tutto si deve sviluppare lungo i binari che sono stati tracciati dall’appello di Barbara Spinelli e dei promotori e dalla dichiarazione programmatica di Alexis Tsipras. Vale a dire che con questo progetto si respinge tanto l’accettazione passiva delle politiche di austerità che stanno portando un numero crescente di cittadini europei e l’intero edificio dell’Unione verso la catastrofe, quanto l’idea che si possa “uscire dalla crisi” con un recupero delle sovranità nazionali – ben sintetizzato dalla proposta di “uscire dall’euro” – a cui si affiancano spesso reviviscenze nazionalistiche o, peggio, fasciste. Noi della “lista Tsipras” vogliamo più e non meno Europa, ma un’Europa democratica, federalista, rispettosa dei diritti di tutti e delle autonomie locali, pacifica ma forte, inclusiva, sottratta al dominio della finanza.

Una buona traccia intorno a cui lavorare per definire il nostro programma sono i dieci punti elencati nella dichiarazione programmatica di Tsipras. Alcuni vanno precisati, perché nella loro formulazione attuale potrebbero anche dare luogo a equivoci (per esempio, dove si parla di infrastrutture, occorrerebbe precisare che non stiamo parlando di Grandi opere, ma dell’esatto contrario: tante piccole opere per rimettere in sesto il nostro territorio, i nostri edifici, il nostro patrimonio culturale, i nostri beni comuni).

Alcune altre cose mancano, e per noi non sono di poco conto (per esempio, il reddito minimo garantito, la riduzione dell’orario di lavoro, la tassa sulle rendite, sui patrimoni e sulle transazioni finanziarie). Altre ancora, relative alla democrazia e ai diritti della persona, non sono nemmeno nominate perché rimandano ai tre principi contenuti nella prima parte della dichiarazione. Ma più che concentrarci su questi punti per allungare l’elenco (si rischierebbe di produrne uno senza fine e illeggibile) è decisamente meglio fissare l’attenzione sui tre principi che li inquadrano per cercare di esplicitarne la logica alla luce degli esempi concreti che l’esperienza pratica di ciascuno di noi può contribuire a definire. Anche perché la logica di questi principi è rivoluzionaria, di una radicalità sufficiente non solo a distinguerci, ma a marcare una netta contrapposizione verso tutte le altre formazioni politiche che parteciperanno alle prossime elezioni europee. PD, Pdl e 5S, infatti, non hanno un vero programma per l’Europa; partecipano a queste elezioni solo per avere un’affermazione o una conferma da far valere nel gioco politico nazionale. Noi invece siamo nati, come “lista Tsipras”, per giocare la nostra partita in Europa, che consideriamo il terreno principale dello scontro politico, sociale, e anche culturale, del nostro tempo; il che ovviamente non significa trascurare le conseguenze che una nostra affermazione (ancorché modesta) in queste elezioni potrebbe avere anche sul quadro politico nazionale.

Dunque, quali sono le logiche radicali dei tre principi di Tsipras, cioè dell’abolizione dall’austerity, della riconversione ambientale e delle politiche di inclusione?

Su che cosa significa abolizione dall’austerity bisogna essere chiari e nessun economista finora lo è stato abbastanza. Il debito pubblico dell’Italia, come quello della Grecia, del Portogallo e, in un prossimo futuro, di molti altri Stati, è insostenibile. Nessuna politica di salvaguardia dei diritti di cittadinanza, lavoro, reddito, salute, istruzione, giustizia, nessuna politica di sviluppo umano e meno che mai nessuna politica di rilancio della “crescita” (per chi crede che la soluzione dei nostri problemi stia nella crescita del PIL) è perseguibile entro i vincoli del pareggio di bilancio o, peggio, entro quelli del fiscal compact, che prevede la restituzione (alle banche!) di oltre mille miliardi, sottratti ai redditi di chi ancora ne ha uno, entro i prossimi vent’anni. Come sostiene Tsipras nella sua dichiarazione, quei debiti vanno rinegoziati per ottenerne una sostanziale riduzione, sia attraverso la mutualizzazione di una loro parte sostanziale, sia attraverso la loro remissione, sul modello di quanto fatto nei confronti della Germania con la conferenza di Londra del 1953. Tutto ciò non può essere imposto da un solo paese (equivarrebbe a un mero fallimento, che vorremmo evitare), ma deve essere proposto e sostenuto da una coalizione dei paesi che lo presentino come unica alternativa praticabile non solo al proprio fallimento, ma a quello dell’euro e dell’intera costruzione europea. Per questo andiamo in Europa con Tsipras e non ci rifugiamo nelle nostalgie di una immaginaria autonomia nazionale.

Anche sulla riconversione ambientale bisogna essere chiari. Non è, o non è solo, green economy, cioè passaggio da prodotti e tecnologie rovinose per l’ambiente e prodotti e tecnologie meno dannose e più sostenibili (tanto più che la cosiddetta green economy è sempre di più risucchiata nel gorgo impietoso della finanziarizzazione, cioè della mercificazione di quanto resta della natura, secondo il principio “chi inquina paga”, che nella migliore delle ipotesi – e oggi lo si vede bene – significa solo più: “paga e potrai inquinare”). La conversione ecologica non è un processo che possa essere governato dall’alto, con dei semplici piani di investimento, che pure sono indispensabili. Occorre basarsi sulla diffusione capillare di impianti, interventi, pratiche e mercati diffusi e “territorializzati”, e una transizione del genere può solo realizzarsi attraverso la partecipazione diretta delle comunità che vivono o lavorano nei territori che la promuovono. Ma la conversione ecologica è anche l’unico modo per sostenere un piano generale del lavoro e una politica industriale in grado di garantire a tutti, insieme alla salvaguardia del territorio e del pianeta, occupazione, reddito e replicabilità in ogni angolo della Terra. Tutto ciò richiede una forma diversa di governo della produzione e dell’impresa, sia pubblica che privata, dove accanto al management – o in sostituzione del “padrone che lascia” o delocalizza – abbiano voce anche le maestranze, le organizzazioni di cittadinanza che operano sul territorio, le università e le istituzioni di ricerca e il governo locale. A condizione che i sindaci sappiano assumersi le responsabilità che loro competono, attraverso forme di coinvolgimento e di partecipazione della cittadinanza attiva. E soprattutto attraverso la riconquista e la gestione diretta dei servizi pubblici locali. Come è ovvio, tutto ciò è incompatibile con il patto di stabilità interno, che strangola la finanza locale, e con essa la democrazia di prossimità. Una questione che rimanda, in modo indissolubile, al punto precedente.

Infine l’inclusione porta in primo piano le politiche da adottare in tutta Europa attraverso la condivisione degli oneri e delle opportunità comportati da una scelta di accoglienza nei confronti dei migranti, dei cittadini stranieri, dei profughi sia politici che economici che ambientali. È questo un problema che ha messo in luce e sta alimentando il volto peggiore dell’Europa e che deve invece essere affrontato di pari passo con la difesa dei diritti della persona per tutti coloro a cui vengono negati, relativamente a nascita, fine vita, convivenza, salute, istruzione, casa e lavoro, soprattutto. Ma sarebbe un errore fatale separare questi ambiti e stabilire delle false priorità, come quelle che ci vengono tutti i giorni riproposte, a volte con un segno apertamente razzistico, a volte in forme mascherate da una pretesa di razionalità: tipo, prima gli italiani e poi gli stranieri; oppure, prima i diritti dei lavoratori e poi quelli di tutti gli altri; prima il lavoro e poi i diritti civili, la parità di genere, il matrimonio gay, ecc.; prima i capifamiglia e poi le loro mogli o i loro figli… Perché, se non si parte dagli ultimi, per risollevarsi poi tutti insieme, non si aiutano e non si fanno gli interessi neanche dei penultimi o dei terzultimi. Si creano o si rafforzano solo delle divisioni, che sono quelle su cui contano quelli che “contano” per tenerci divisi e continuare a esercitare il loro potere. Anche questo va detto con forza e convinzione.

Barbara Spinelli: “c’è un’Altra Europa. Con Tsipras”.

5 Mar

“Sono due le forze attualmente dominanti in Europa” dice Barbara Spinelli aprendo la logoufficiale_laltraeuropa100conferenza stampa per la presentazione della lista Tsipras per l’Italia, e prosegue:  “Ci sono da una parte i tartufi, quelli che la vogliono così com’è, senza alternative e che avendola portata dov’è vogliono distruggerla;  dall’altra, si fronteggiano quelli che vorrebbero tornare indietro, alle sovranità nazionali. Ma ci siamo anche noi, l’Altra Europa, noi che con Alexis Tsipras vogliamo farla ripartire, cambiarla, tornare alla radici, come affermava Ernesto Rossi nel Manifesto di Ventotene: l’Europa unita nella lotta alle dittature e alla povertà”.

“Io non so fare politica, mi esercito nella scrittura che mi ha dato visibilità e mi serve per smascherare le falsità della politica” – ha aggiunto a proposito della propria candidatura che, come dichiarato, in caso di elezione non avrà seguito –Spinelli Tsipras “Lo faccio da decenni, è l’unica cosa che  so fare. Ma ho le mie idee sull’Europa che voglio e dovevo metterle a servizio delle battaglie che vogliamo fare. Esponendomi, certifico il valore della proposta e delle tante persone che di questa proposta sono portatori e candidati. Sono tanti invisibili che hanno la forza e le competenze per diventare combattenti di un’Europa giusta”.

Alexis Tsipras, un’opportunità per riunire la sinistra italiana e per rilanciare un’Europa più giusta

4 Feb

Chi è Alexis Tsipras: classe 1974, laureato in ingegneria, sposato con due figli (uno chiamato Ernesto in onore del Che), verso la fine degli anni ottanta aderisce al movimento dei giovani comunisti ellenici. Nel  1999 viene nominato segretario dell’area giovanile di Synaspismos, il partito della sinistra radicale, di cui diviene presidente nel 2005 e l’anno dopo si presenta alle elezioni comunali di Atene con Syriza (l’acronimo in greco di Coalizione della Sinistra Radicale), che raggruppa una dozzina di partiti della sinistra radicale e ambientalisti. La sua strategia politica, basata sul rapporto diretto con gli elettori gli fa raggiungere il 10,5 per cento dei voti.Tsipras 3

Tre anni dopo, Syriza conquista il 4,60 % delle preferenze alle elezioni europee e a quelle nazionali del maggio 2012 il 16,8%, divenendo il secondo partito dopo Nuova Democrazia che con 130.000 voti in più raccoglie il 18,9%. Non riuscendo a formare una maggioranza di governo, la Grecia torna a votare il17 giugno 2012 e Tsipras con il suo partito conferma il secondo posto, salendo al 26,9%   dei consensi. Nel corso della campagna elettorale Tsipras aveva dichiarato la sua intenzione di rinegoziare, in caso di vittoria, il piano di austerity imposto alla Grecia dalla troika (Fmi, Ue e Bce) con una politica basata solo su tagli e privatizzazioni anziché su investimenti e rilancio economico.
Nel corso del IV congresso della Sinistra Europea svoltosi a Madrid (13-15 dicembre 2013), Alexis Tsipras è stato nominato candidato presidente della commissione europea per le elezioni del 2014 con oltre l’84% dei voti.

In Italia: le straordinarie capacità diplomatiche di Tsipras, che in Grecia è riuscito a riunire forze politiche in genere poco inclini alle intese e alle coalizioni, ha raccolto grande entusiasmo e seguito anche qui da noi, principalmente nella sinistra: una parte del PD e di SEL, Rifondazione Comunista e anche frange del M5S. Ne è seguita la proposta di una lista civica per le europee guidata da Tsipras avanzata da un gruppo di intellettuali di spicco, tra cui Barbara Spinelli, Andrea Camilleri, Luciano Gallino, Paolo Flores d’Arcais, Marco Revelli, Guido Viale, cui si stanno aggiungendo altri nomi di assoluto valore tra cui Gustavo Zagrebelsky (qui la sua dichiarazione).

Barbara Spinelli ha scritto di lui che “riconoscersi nella figura di Alexis Tsipras, che ha costruito una forza elettorale maggioritaria non su tematiche e appelli demagogici antieuropeisti, ma su un impegno concreto a rinegoziare i trattati e il funzionamento dell’Unione europea, rende evidente la posta in gioco di queste ele-zioni: un disegno autenticamente europeista, contro l’ipotesi della cancelliera Merkel e di Shulz di piegare l’Europa alla stessa logica della Grosse Koalition tedesca”.

L’appello
di Andrea Camilleri, Paolo Flores d’Arcais, Luciano Gallino, Marco Revelli, Barbara Spinelli e Guido Viale

L’Europa al bivio. Con Tsipras una lista autonoma della società civile

L’Europa è a un bivio, i suoi cittadini devono riprendersela. Dicono i cultori dell’immobilità che sono solo due le risposte al male che in questi anni di crisi ha frantumato il progetto d’unità nato a Ventotene nell’ultima guerra, ha spento le speranze dei suoi popoli, ha risvegliato i nazionalismi e l’equilibrio fra potenze che la Comunità doveva abbattere. La prima risposta è di chi si compiace: passo dopo passo, con aggiustamenti minimi, l’Unione sta guarendo grazie alle terapie di austerità. La seconda risposta è catastrofista: una comunità solidale si è rivelata impossibile, urge riprendersi la sovranità monetaria sconsideratamente sacrificata e uscire dall’Euro. Noi siamo convinti che ambedue le risposte siano conservatrici, e proponiamo un’alternativa di tipo rivoluzionario. È nostra convinzione che la crisi non sia solo economica e finanziaria, ma essenzialmente politica e sociale. L’Euro non resisterà, se non diventa la moneta di un governo democratico sovranazionale e di politiche non calate dall’alto, ma discusse a approvate dalle donne e dagli uomini europei. È nostra convinzione che l’Europa debba restare l’orizzonte, perché gli Stati da soli non sono in grado di esercitare sovranità, a meno di chiudere le frontiere, far finta che l’economia-mondo non esista, impoverirsi sempre più. Solo attraverso l’Europa gli europei possono ridivenire padroni di sé.

Per questo facciamo nostre le proposte di Alexis Tsipras, leader del partito unitario greco Syriza, e nelle elezioni europee del 25 maggio lo indichiamo come nostro candidato alla presidenza della Commissione Europea. Il suo paese, la Grecia, è stato utilizzato come cavia durante la crisi ed è stato messo a terra: in quanto tale è nostro portabandiera. Tsipras ha detto che l’Europa, se vuol sopravvivere, deve cambiare fondamentalmente. Deve darsi i mezzi finanziari per un piano Marshall dell’Unione, che crei posti di lavoro con comuni piani di investimento e colmi il divario tra l’Europa che ce la fa e l’Europa che non ce la fa, offrendo sostegno a quest’ultima. Deve divenire unione politica, dunque darsi una nuova Costituzione: scritta non più dai governi ma dal suo Parlamento, dopo un’ampia consultazione di tutte le organizzazioni associative e di base presenti nei paesi europei.

Deve respingere il fiscal compact che oggi punisce il Sud Europa considerandolo peccatore e addestrandolo alla sudditanza, e che domani punirà, probabilmente, anche i paesi che si sentono più forti. Al centro di tutto, deve mettere il superamento della disuguaglianza, lo stato di diritto, la comune difesa di un patrimonio culturale e artistico che l’Italia ha malridotto e maltrattato per troppo tempo. La Banca centrale europea dovrà avere poteri simili a quelli esercitati dalla Banca d’Inghilterra o dalla FED, garantendo non solo prezzi stabili ma lo sviluppo del reddito e dell’occupazione, la salvaguardia dell’ambiente, della cultura, delle autonomie locali e dei servizi sociali, e divenendo prestatrice di ultima istanza in tempi di recessione. Non dimentichiamo che la Comunità nacque per debellare le dittature e la povertà. Le due cose andavano insieme allora, e di nuovo oggi.

Oggi abbiamo di fronte una grande questione ambientale di dimensioni planetarie, che può travolgere tutti i popoli, e un insieme di politiche tese a svalutare il lavoro, mentre una corretta politica ambientale può essere fonte di nuova occupazione, di redditi adeguati, di maggiore benessere e di riappropriazione dei beni comuni. È il motivo per cui contesteremo duramente il mito della crescita economica così come l’abbiamo fin qui conosciuta. Esigeremo investimenti su ricerca, energie rinnovabili, formazione, trasporti comuni, difesa del patrimonio culturale. Sappiamo che per una riconversione così vasta avremo bisogno di più, non di meno Europa.
Tsipras

Proprio come Tsipras dice riferendosi alla Grecia, in Italia tutto questo significa rimettere in questione due patti-capestro. Primo, il fiscal compact: il pareggio di bilancio che esso prescrive è entrato proditoriamente nella nostra costituzione, l’Europa non ce lo chiedeva, limitandosi a indicare sue «preferenze». Secondo, il patto di complicità che lega il nostro sistema politico cleptocratico alle domande dei mercati: chiediamo una politica di contrasto contro le mafie, il riciclaggio, l’evasione fiscale, la protezione e l’anonimato di capitali grigi, la corruzione, in un’Europa dove non sia più consentito opporre il segreto bancario alle indagini della magistratura. Significa infine difendere la Costituzione nata dalla Resistenza, e non violarne i principi base come suggerito dalla JP Morgan in un rapporto del 28 maggio 2013, cui i governanti italiani hanno assentito col loro silenzio. Significa metter fine ai morti nel Mediterraneo: i migranti non sono un peso ma il sale della crescita diversa che vogliamo. Significa darsi una politica estera, non più al rimorchio di un paese– gli Stati Uniti– che perde potenza ma non prepotenza. La pax americana produce guerre, caos, stati di sorveglianza. È ora di fondare una pax europea.

Le larghe intese, le rifiutiamo in Italia e in Europa: sono fatte per conservare l’esistente. Per questo diciamo no alla grande coalizione parlamentare che si prepara fra socialisti e democristiani europei, presentandoci alle elezioni di maggio con una piattaforma di sinistra alternativa e di rottura. Nostro scopo: un Parlamento costituente, che si divida fra immobilisti e innovatori. Siamo sicuri fin d’ora che gran parte dei cittadini voglia proprio questo: non l’Unione mal ricucita, non la fuga dall’Euro, ma un’altra Europa, rifatta alle radici. La chiediamo subito: il tempo è scaduto e la casa di tutti noi è in fiamme, anche se ognuno cercasse rifugio nella sua tana minuscola e illusoria.

Questo è l’orizzonte. A partire da qui avanziamo la proposta di dare vita in Italia a una lista che alle prossime elezioni europee faccia valere i principi e i programmi delineati.

Una lista promossa da movimenti e personalità della società civile, autonoma dagli apparati partitici, che sia una risposta radicale alla debolezza italiana. Una lista composta in coerenza con il programma, che candidi persone, anche con appartenenze partitiche, che non abbiano avuto incarichi elettivi e responsabilità di rilievo nell’ultimo decennio.

Una lista che sostiene Tsipras ma non fa parte del Partito della Sinistra Europea che lo ha espresso come candidato. I nostri eletti siederanno nell’europarlamento nel gruppo con Tsipras (GUE-Sinistra Unitaria europea). Una lista che potrà essere sostenuta, come nel referendum acqua, dal più grande insieme di realtà organizzate e che non si manterrà con i rimborsi elettorali.

Una lista che con Tsipras candidato mobiliti cittadine e cittadini verso un’Altra Europa.

Le prime adesioni:

Mario Agostinelli, Andreina Albano, Gaetano Azzariti, Giuliana Beltrame, Alberto Burgio, Loris Campetti, Luciano Canfora, Massimo Carlotto, Luca Casarini, Franco Chiarello, Furio Colombo, Gildo Claps, Emmanuele Curti, Angelo d’Orsi, Giorgio Dal Fiume, Marco D’Eramo, Roberta De Monticelli, Tommaso Di Francesco, Monica Di Sisto, Andrea Di Stefano, Ada Donno, Gianni Ferrara, Carlo Freccero, Domenico Gallo, Francesco Garibaldo, Domenico Gattuso, Alfonso Gianni, Alessandro Gilioli, Paul Ginsborg, Fabio Grossi, Leo Gullotta, Antonio Ingroia, Monica Lanfranco, Teresa Masciopinto, Katia Mastantuono, Valerio Mastrandrea, Antonio Mazzeo, Sandro Medici, Tomaso Montanari, Roberto Musacchio, Maso Notarianni, Giovanni Orlandini, Moni Ovadia, Giovanni Palombarini, Giorgio Parisi, Angela Pascucci, Fulvio Perini, Tonino Perna, Paolo Pietrangeli, Nicoletta Pirotta, Felice Roberto Pizzuti, Marco Politi, Gabriele Polo, Alessandro Portelli, Adriano Prosperi, Ermanno Rea, Gianni Rinaldini, Tiziano Rinaldini, Umberto Romagnoli, Riccardo Rossi, Eddi Salzano, Antonia Sani, Andrea Segre, Patrizia Sentinelli, Michele Serra, Stefano Sylos Labini, Anna Simone, Paolo Sollier, Massimo Torelli, Nadia Urbinati, Nicola Vallinoto, Dario Vergassola, Giolì Vidigni, Gustavo Zagrebelsky.

La risposta di Tsipras all’appello:

Atene, 24 gennaio 2014

Care compagne e compagni,  

Volevo prima di tutto ringraziarvi per la  vostra fiducia e l’onore che avere dimostrato per me, SYRIZA SYRIZAe il Partito della Sinistra Europea proponendo di mettermi in primo piano in una lista in Italia. Una proposta che  rappresenta un riconoscimento morale per le nostre lotte dall’inizio della crisi in Grecia e il nostro tentativo di internazionalizzare il problema nell’Europa del Sud.

Una proposta che completa quella del Partito della Sinistra Europea per la mia candidatura per la presidenza della Commissione Europea.

In Grecia, in Italia e nell’Europa del Sud in genere siamo testimoni di una crisi senza precedenti, che è stata imposta attraverso una dura austerità che ha fatto esplodere a livelli storici la disoccupazione, ha dissolto lo stato sociale e annullato i diritti politici, economici, sociali e sindacali conquistati. Questa crisi distrugge ogni cosa che tocca: la società, l’economia, l’ambiente, donne e uomini.

“L’Europa è stata il regno della fantasia e della creatività. Il regno dell’arte”, ci ha insegnato Andrea Camilleri, per finire in “un colpo di stato di banchieri e governi”, come ha aggiunto Luciano Gallino. Questa Europa siamo chiamati a rovesciare partendo dalle urne il 25 di maggio nelle elezioni per il Parlamento Europeo. Scommettendo sulla ricostruzione di una Europa democratica, sociale e solidale.

La vostra proposta per l’unità, aperta e senza esclusioni, della sinistra sociale e politica anche in Italia rappresenta uno prezioso strumento per cambiare gli equilibri nell’Europa del Sud e in modo più generale in Europa. SYRIZA ed io personalmente sosteniamo che l’unità della sinistra con i movimenti ed i cittadini che colpisce la crisi rappresenta il migliore lievito per il rovesciamento. È la condizione necessaria per cambiare le cose.

La vostra proposta per la creazione di una lista aperta, democratica e partecipativa della sinistra italiana, dei movimenti e della società civile in Italia per le elezioni europarlamentari di maggio, con l’obiettivo di appoggiare la mia candidatura per la Presidenza della Commissione Europea, può rappresentare con queste condizioni un tentativo di aprire una nuova speranza con successo.

La prima condizione è che questa lista si costituisca dal basso, con Tsipras 2l’iniziativa dei movimenti, degli intellettuali, della società civile.
La seconda condizione è di non escludere nessuno. Si deve chiamare a parteciparvi e a sostenerla prima di tutto i semplici cittadini, ma anche tutte le associazioni e le forze organizzate che lo vogliono.
La terza condizione è di avere come speciale e unico scopo quello di rafforzare i nostri sforzi in queste elezioni europee per cambiare gli equilibri in Europa a favore delle forze del lavoro contro le forze del capitale e dei mercati. Di difendere l’Europa dei popoli, di mettere freno all’austerità che distrugge la coesione sociale. Di rivendicare di nuovo la democrazia.

L’esperienza di Syriza in Grecia ci ha insegnato che in tempi di crisi e di catastrofe sociale, come oggi, è di sinistra, radicale, progressista ogni cosa che unisce e non divide. Solo se facciamo tutti insieme un passo indietro, per fare tutti insieme molti passi in avanti, potremmo cambiare la vita delle donne e degli uomini. In un quadro del genere anche il mio contributo potrà essere utile a tutti noi, ma prima di tutto ai popoli d’Italia e d’Europa.

Fraterni saluti,
Alexis Tsipras
Presidente di Syriza e Vicepresidente del Partito della Sinistra Europea
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Per firmare l’appello segui questo link.

Barbara Spinelli: i sonnambuli dell’Europa

1 Gen

L’ultimo giorno dell’anno ci ha regalato un formidabile editoriale di Barbara Spinelli sui pericoli che corre questa Europa unita solo apparentemente. Alla vigilia del centenario della prima guerra mondiale, si intravedono segnali che fanno preoccupare (per usare un eufemismo e non raffreddare eccessivamente l’atmosfera euforica del primo giorno dell’anno nuovo).
Ma la verità è in queste righe che il profondo pensiero della Spinelli – una donna che considero la migliore commentatrice dei fatti d’oggi e la migliore esploratrice delle tendenze e del futuro che ci attende – esamina con l’attenzione di un ricercatore che stia lavorando alla scoperta di un virus micidiale. E le sue ansie sono anche le mie.
Auguri a tutti noi per un sereno anno nuovo, comunque, sperando che la consapevolezza produca effetti benefici: sempre meglio sapere cosa può attenderci – per porvi rimedio – che la disinvoltura (talvolta criminale) prodotta dall’ignoranza o, peggio, dalla noncuranza.

I sonnambuli dell’Europa

di BARBARA SPINELLI

«VERRÀ il momento in cui sbanderemo, come i sonnambuli d’Europa nell’estate 1914»: lo ha detto Angela Merkel, nell’ultimo vertice europeo, citando un libro dello storico Christopher Clark sull’inizio della Grande Guerra, tradotto in Italia da Laterza.

Isonnambuli descritti da Clark sono i governi che scivolarono nella guerra presentendo il cataclisma, simulando allarmi, ma senza far nulla per scongiurarla. Da allora sono passati quasi cent’anni, e molte cose sono cambiate. L’Europa ha istituzioni comuni, l’imperialismo territoriale è svanito (resta solo l’Ungheria di Orbàn, residuo perturbante del mondo di ieri, a proclamare compatrioti a tutti gli effetti gli ungheresi di Slovacchia, Romania, Serbia, Austria, Ucraina). Non si combatte più per spostare confini ma l’Unione non è in pace come si dice, e la crisi che traversa la sta squarciando come già nel 1913-14.

È simile lo stato d’animo dei governi: allo stesso tempo deboli e pieni di sé. Impotenti sempre, anche quando mostrano arroganza o risentimento.

Gli anniversari sono un omaggio che si rende al passato per accantonarlo.

Meglio sarebbe celebrarli con parsimonia. Ma sul significato di questa ricorrenza vale la pena soffermarsi, e chiedersi come mai Berlino evochi il 1914 per dire che l’euro può sfracellarsi, che se non faremo qualcosa saremo di nuovo sorpresi dal colpo di fucile che distrusse il continente. Come mai torni questo nome – i Sonnambuli – che Hermann Broch scelse come titolo per una trilogia che narra la pigrizia dei sentimenti, l’ indolenza vegetativa, che pervasero il primo anteguerra.

Quel che il Cancelliere non dice, ma che Clark mette in risalto, è l’inanità di simili moniti catastrofisti, l’enorme discordanza fra l’eloquio sinistro dei governanti e il loro agire ignavo, incapace di trarre le conseguenze da quel che apparentemente presagiscono.

Si comportarono da sbandati gli Stati europei, quando il 28 giugno 1914 Gavrilo Princip tirò i suoi due colpi di pistola a Sarajevo: quasi camminassero dormendo. A parole sembrava sapessero quel che stava per succedere, e però erano come incoscienti. Il dire era completamente sconnesso dai fatti, dal fare. Allo stesso modo gli Stati odierni davanti alla crisi, quando recitano la giaculatoria sul baratro che perennemente sta aprendosi, e non fanno il necessario per allontanare l’Unione da quell’orlo ma anzi l’inchiodano sul bordo, sbrindellata e tremante com’è, senza governo né comune scopo, come se questa fosse l’ideale terapia per tenere vigili gli Stati, per dilatare le angosce dei cittadini, per non provocare la rilassatezza (il «rischio morale», lo chiamano i custodi dell’Austerità) che affligge chi, troppo rassicurato, smette il rigore dei conti.

Proprio come fa la Merkel, quando vaticina l’»esplosione dell’euro» e incrimina l’indolenza dell’Europa dormiente. L’accenno ai baratri, sempre miracolosamente sventati, è divenuto un trucco di governanti impotenti, inetti, che usano il linguaggio apocalittico e le paure dei popoli immiseriti «al solo scopo di restare titolari della gestione della crisi». Lo dice l’ultimo rapporto del Censis: non è «con continue chiamate all’affanno», né con la «coazione alla stabilità», che si ricostruirà una classe dirigente. Impossibile ridivenire padroni del proprio destino se gli Stati fingono sovranità già perdute e si consolano facilmente, come in Cocteau: «Visto che questi misteri ci oltrepassano, fingiamo di esserne gli organizzatori».

Terribilmente simili all’oggi che viviamo furono i prodromi della Grande Guerra. Verso la fine del luglio ’14, poco dopo Sarajevo, il premier inglese Asquith preannuncia l’»Armageddon»: il luogo dell’Apocalisse dove tre spiriti immondi radunano i re della terra. Gli fa eco Edward Grey, ministro degli Esteri: «La luce si sta spegnendo su tutta Europa: non la vedremo più riaccendersi nel corso della nostra vita». In realtà gli inglesi avevano altri tormenti in quelle ore – non l’Europa ma l’autonomia dell’Irlanda – e poco si curavano del disastro continentale che profetizzavano.

Anche Churchill utilizzerà più tardi la metafora millenaristica del buio che irrompe: «Una strana luce cominciò a cadere sulla carta d’Europa».

Quanto ai generali russi e francesi, le parole ricorrenti quell’estate erano «guerra di sterminio», «estinzione della civiltà». Sapevano dunque – conclude Clark – ma la sapienza scandalosamente girava a vuoto: «Questa la cultura politica comune a tutti i protagonisti». Il ’14-18 non è un giallo di Agatha Christie, col colpevole scovato nell’ultimo capitolo: la primaria colpa tedesca, fissata nell’articolo 231 del Trattato di Versailles, è invenzione dei vincitori. Il ’14-18 fu una tragedia «multipolare e autenticamente interattiva». All’origine di questo voluto e fatale divaricarsi tra parole e presa di coscienza: l’ignoranza che ogni Stato mostrava per i patemi storici dell’altro.

Ignoranza inglese dell’ossessione russa, ostile con i serbi all’impero austroungarico e ottomano. Ignoranza della Germania in ascesa. E accanto all’ignoranza: la flemma, l’abissale disinteresse per quello che la Serbia significava agli occhi d’un impero asburgico dato anzitempo per morto. Infine il fatalismo: la guerra era forse invisa, ma ritenuta inevitabile. Così l’Europa sbandò verso l’inutile strage denunciata da Benedetto XV.

Ricordando la leggerezza disinvolta narrata da Clark, la Merkel commette gli stessi errori, quasi credesse e non credesse in quel che dice. Anche nel ’14 mancò l’immaginazione: quella vera, non parolaia. Gli europei erano immersi in una prima globalizzazione. Come poteva sgorgare sangue dal dolce commercio? Poteva invece, perché il mito delle sovranità assolute scatenòi nazionalismie produsse non uno ma due conflitti: una lunga guerra di trent’anni. Solo dopo il ’45 capirono, creando la Comunità europea. Ora siamo di nuovo in piena discrepanza tra parole e azioni, e tutti partecipano alla regressione: compresi gli sfiduciati, i delusi pronti a disfarsi di un’Europa che non è all’altezza della crisi. È diffuso l’anelito a sovranità comunque inesistenti, e il sonnambulismo riappare con il suo corteo di irresponsabilità, ignoranza, patriottismi chiamati difensivi. Come allora,a trascinarci in basso sono i governi ma anche una cultura politica comune. Ecco la modernità brutale del 1914, scrive Clark. Anche i popoli – spogliati di diritti, disinformati – barcollano sperduti fantasticando recinti nazionali eretti contro l’economia-mondo. Credono di contestare i governi. Sono in realtà complici, quando non esigono un’altra Europa: forte e solidale anziché serva dei mercati. Il pericolo, tutti lo sentono per finta. Dice ancora Broch: «Solo chi ha uno scopo teme il pericolo, perché teme per lo scopo».

Da anni siamo abituati a dire che l’Europa federale ha perso senso, col finire delle guerre tra europei. Ne siamo sicuri? La povertà patita da tanti paesi dell’Unione sveglia risentimenti bellicosi. E la mondializzazione non garantisce pace, come ammoniva già nel 1910 Norman Angell, nel libro La grande illusione. L’internazionalizzazione dell’economia rendeva «futili le guerre territoriali», questo sì. Ma intanto ciascuno correva al riarmo.

Oggi la Grande Illusione è pensare che il ritorno dell’ equilibrio fra potenze assicuri nell’Unione il dominio del più forte, più stabile. Ma Darwin è inservibile in politica, e mortifera per tutti è la lotta europea per la sopravvivenza. Nel rapporto tra Usa e Israele, o tra Cina e Nord Corea, sono decisivi i piccoli, i più dipendenti: esattamente come cent’anni fa fu decisiva la Serbia panslavista, rovinosamente sostenuta dalla Russia. La forza fisica che Angell giudicava futile, e però letale, è quella dello Stato-nazione che s’illude di fare da sé, piccolo o grande che sia. La lezione del ’14 non è stata ancora imparata.

La Repubblica – 31 dicembre 2013

 

Dalla parte di Barbara Spinelli

17 Dic

Micromega interviene nella diatriba Scalfari-Spinelli.
Non lo dice chiarissimamente, ma è dalla parte di Barbara ed io ne sono lieto. Non tanto perché Barbara Spinelli abbia bisogno del supporto di alcuno – troppe volte ha dimostrato di sapersi difendere benissimo da sola – ma perché sapere che ha molti autorevoli sostenitori può far bene allo spirito.
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La scomunica di Scalfari a Barbara Spinelli, che lo mette sobriamente all’angolo e ko

Eugenio Scalfari: “Il fuoco dei cannoni da strapazzo si concentra su Napolitano. Spara perfino Barbara Spinelli. Ma conosce poco o nulla la storia d’Italia”. Barbara Spinelli: “Sono stupita dalle parole che Eugenio Scalfari dedica non tanto e non solo alle mie idee sulla crisi italiana ma, direttamente, con una violenza di cui non lo credevo capace, alla mia persona”. Pubblichiamo il botta e risposta tra le due firme di Repubblica e i commenti del Fatto Quotidiano, del Corriere della Sera, di Roberta De Monticelli e Gad Lerner.
(segue qui)

Quella melma che gli italiani per bene disprezzano e condannano

18 Set

Ebbene sì, quella melma, quella vergogna c’è ed è presente in una parte delle nostre istituzioni. In questo veemente atto d’accusa di oggi su Repubblica, Barbara Spinelli parrebbe esprimere una rassegnata presa d’atto, ma va letta con attenzione: è invece un esasperato grido d’allarme, un richiamo alla vigilanza e al presidio delle nostre più elementari regole della democrazia e della civile convivenza. Questa volta la politica – pena il proprio harakiri – dovrà tener conto di quello che sta accadendo e reagire a quella colpevole inerzia in cui si è avvolta per tanti anni. Ora, ora è il momento.

Il fascino della melma

di BARBARA SPINELLI

Non è escluso che sarà la forza coercitiva della magistratura a destituire Berlusconi senatore: il 15 ottobre quando si applicherà la sentenza e il condannato sceglierà fra domiciliari e servizi sociali.

E il 19 ottobre quando la Corte d’appello fisserà la durata dell’interdizione dai pubblici uffici, da uno a tre anni. Solo quella forza emetterà parole in sintonia con gli atti. Vociante, ma in sostanza afona, la politica starà forse a guardare. Come sempre.

Se la politica perpetuerà l’inerzia, non resterà che lo scadenzario giudiziario, a disintossicare le istituzioni da chi ha frodato o corrotto. Assieme alla stampa indipendente, che però non è un potere dello Stato, la magistratura s’erge come torre eremitica, attorniata dal vasto deserto che è la politica. Quest’ultima si sarà nervosamente agitata, avrà senza fine gesticolato, prima a viso scoperto in Giunta, poi a viso coperto in aula, ma senza costrutto. Avrà abdicato, scrive Vladimiro Zagrebelsky in un magistrale articolo: avrà “trasferito potere e responsabilità ai giudici, salvo poi aggredirli per le conseguenze che ne derivano” (La Stampa, 11 settembre).

La vera patologia italiana è questa, ed è antica. È da quasi trent’anni (il pool antimafia nacque nell’84, sette anni prima di Mani Pulite) che la politica mostra di non possedere gli anticorpi necessari a espellere le sue cellule malate. O meglio non vuole attivarli: cocciuta, imperterrita. Sylos Labini spiegò bene, il 14 maggio 2002 su questo giornale, la natura del morbo. Lo chiamò immunodeficienza acquisita: “Il grado di civiltà di un paese, come lo stato di salute di una persona, dipende in primo luogo dagli anticorpi: quando diventano insufficienti, compare l’Aids”. Aggiunse che “lo sviluppo del capitalismo moderno è sostenibile solo nel rispetto di regole severe”, e che una democrazia muore se con tutte le sue componenti (giustizia, libera informazione, separazione dei poteri) non dà vita a un sistema di anticorpi.

Il fascino della melma. Difficile descrivere altrimenti la politica italiana, se ancor oggi i costumi sono quelli di trent’anni fa: incapacità di ripulire le proprie stanze prima che intervenga la mano del guardiano della legge (magistrato, polizia), e con perentorietà cogente spazzi i pavimenti, chiuda le porte da chiudere. È un’incapacità che i parlamentari rischiano di reiterare: e non tanto quelli che oggi voteranno nella Giunta delle immunità sulla decadenza di Berlusconi, ma soprattutto i senatori che sanciranno o no, in seduta plenaria, non visti, i decreti della Giunta.

La legge Severino è chiarissima, e più dura ancora delle imminenti decisioni giudiziarie: la decadenza dei condannati s’applica immediatamente, e non sarà “inferiore a sei anni, anche in assenza della pena accessoria” (interdizione). Proprio per questo si cincischia, ci si acquatta. Immobilizzare le larghe intese è il pensiero fisso di gran parte dei politici (Quirinale in testa): talmente fisso, totalizzante, che il ricordo del reato si perde per strada, con i precetti della legge Severino. Per questo sarebbe cosa buona se la politica agisse non solo presto, ma con voto palese. Non è astrusa la richiesta di 5 Stelle, dopo il tradimento dei 101 parlamentari Pd che hanno demolito Prodi.
Il disfacimento raggiunge l’acme quando si parla di grazia, o di commutazione della pena da detentiva a pecuniaria (solo il politico straricco può permetterselo). Tutto si confonde ed evapora, il delitto per primo, quando le parole vengono distorte dagli eufemismi che addolciscono il reale, o dai disfemismi che lo intenebrano: quando al posto di impunità si dice agibilità, o quando la giustizia è chiamata plotone di esecuzione. Daranno un altro nome anche alla grazia. La ribattezzeranno chissà come: stabilità, responsabilità, prudenza. Apparirà saggezza, graziare un pregiudicato che lasci il Senato prima che il Parlamento si pronunci. Senza ammettere alcunché, il frodatore sarà incensato come nobile e statista.

Poco importa a quel punto la domanda che ci rimarrà in mano, pacchetto mai spedito. Perché la grazia, se il reato è grave e il condannato s’ostina a negarlo, ritenendolo nient’altro che frutto di nefasti conflitti tra magistrati e politica? Come giustificare una clemenza verso chi ha non solo evaso il fisco ma corrotto magistrati (come è stato definitivamente sancito ieri dalla sentenza della Cassazione per il lodo Mondadori), e figura come uomo sospettato di scalare il potere prezzolando parlamentari? Il senatore De Gregorio ha ammesso di aver ricevuto da Berlusconi 3 milioni di euro (2 in nero) per passare dall’Idv alla destra e accelerare la caduta del governo Prodi nel 2008. In nome di che concedere la grazia, se non per premiare l’abdicazione della politica schermandola da poteri terzi?
La melma persistente ha i suoi vantaggi. Lasciare che siano i giudici e non il Parlamento sovrano a estromettere il condannato accolla alla magistratura l’intera, indivisa responsabilità. O meglio la colpa, secondo Vladimiro Zagrebelsky: “Il golpe giudiziario sarebbe denunziato, la soggezione della politica alla magistratura sarebbe lamentata (ad alta o a bassa voce, con lo stile di ciascuno), la Politica si terrebbe al riparo”.

Il partito-Mediaset si propone precisamente questo, da quando nacque vent’anni fa: oggi urge salvare il soldato Berlusconi, ma lo scopo perseguito dal ’93 è creare le basi di un’altra politica, finalmente messa al riparo da controlli esterni. Stabilità e governabilità, anelate dagli anni ’70, furono nei ’90 idoli di Forza Italia. Di qui l’assalto a una Costituzione ricca di anticorpi, troppo influenzata dalla Resistenza: “dalle temperie della guerra fredda”, è scritto nella relazione introduttiva  –  firmata il 10 giugno da Letta, Quagliarello, Franceschini  –  alla legge sulla revisione della Carta. Non si tratta solo di neutralizzare la separazione tra potere esecutivo, legislativo, giudiziario. Si tratta di scaricare ogni onere sulla magistratura: in modo che sempre si sovraesponga, ma in solitudine; e più facilmente sia tramutabile in vittima espiatoria. I veri giustizialisti sono i demiurghi di questa strategia del ragno, che avviluppa la preda esaltandone il ruolo minaccioso.
Paolo Borsellino vide questo pericolo con disperata lucidità, quando operava nell’antimafia a Palermo. Quattro anni dopo l’istituzione del pool, il 26 gennaio ’89 a Bassano del Grappa, indicò la patologia di una politica che non si emenda mai, a meno di non esser trascinata in giudizio: “Vi è stata una delega totale e inammissibile nei confronti della magistratura e delle forze dell’ordine a occuparsi esse solo del problema della mafia. C’è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura è un uomo onesto. No! La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali”. Se il politico non sa giudicare se stesso, è “perché si nasconde dietro lo schermo della sentenza”.

Siamo ancora a quel bivio, nonostante il sacrificio o l’onestà testarda di tanti servitori dello Stato. Il politico restio a giudicare se stesso non disdegna il primato dei calendari giudiziari: così può continuare a fingersi eletto del popolo senza accusare il Parlamento sovrano. Somiglia  –  tutti noi somigliamo  –  all’uomo di campagna di Kafka, appostato davanti alla porta della Legge. Per anni il guardiano gli nega l’accesso; anche se fa capire che potrebbe entrare, se davvero volesse. Poco prima di morire, con un filo di voce, l’uomo chiede perché nessuno, all’infuori di lui, ha tentato in tanti anni di farsi strada. Il guardiano urla, per farsi sentire dal morente: “Nessun altro poteva ottenere di entrare da questa porta. A te solo era riservato l’ingresso. Adesso vado e la chiudo”.

http://www.repubblica.it/politica/2013/09/18/news/il_fascino_della_melma-66769762/?ref=HRER1-1

L’ESCAMOTAGE PRESIDENZIALISTA di Barbara Spinelli

6 Giu

In questa memorabile denuncia su Repubblica, Barbara Spinelli indica tutte le contraddizioni della nostra politica e la sua incapacità a realizzare riforme e mantenere anche gli impegni più elementari. In questo quadro, semi-presidenzialismo o presidenzialismo assumono i contorni di un futuro incerto e minaccioso.
“È strano come i politici, perfino gli innovatori, evitino di menzionare una tema che resta cruciale: la morale pubblica. Giacché è per immoralità che si rinviano le cose prioritarie, anteponendo l’escamotage. Mai come adesso invece, la questione posta da Berlinguer nei primi ’80 è stata così attuale. Oggi come allora, è obbligo etico il “corretto ripristino del dettato costituzionale”, il divieto ai partiti di occupare lo Stato. Nulla è cambiato rispetto a quando Berlinguer diceva a Scalfari che la questione morale “è il centro del nostro problema”: quell'”occupazione” produce sprechi, debito, ingiustizia. È questione morale allontanarsene subito. È urgente, fattibile, e però intollerato dalle oligarchie. Per questo pesa il contesto delle riforme istituzionali, e inane è mimare Parigi”.
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L’escamotage presidenzialista

di BARBARA SPINELLI

Come se fosse l’architettura dei poteri e una Costituzione difettosa, a impedire alla politica e ai partiti di ritrovare la decenza perduta, o a darsene una ex novo. Come se un capo di Stato eletto direttamente dal popolo, e più dominatore – è il farmaco offerto in questi giorni – servisse a curare mali che non vengono da fuori, ma tutti da dentro, dentro la coscienza dei partiti, dentro il loro rapporto con la cosa pubblica, con l’elettore, con la verità delle parole dette.

De Gaulle in Francia concepì la Repubblica presidenziale per sormontare la guerra d’Algeria: aveva di fronte a sé un compito immane – la decolonizzazione – e alle spalle una classe politica incapace di decidere. Non aveva tuttavia uno Stato intimamente corroso come il nostro, in cui i cittadini credono sempre meno. La costituzione semi-monarchica nacque per adattarsi a lui – l’uomo che da solo era entrato in Resistenza, nel 1940 – non per servire un capopopolo stile Berlusconi, che non sopporta il laccio di leggi e costituzioni. La politica francese prima del 1958 era inservibile, ma la corruzione morale e mentale non l’aveva sgretolata sino a farla svanire. La nostra guerra d’Algeria l’abbiamo in casa: è la nostra casa, squassata, che va decolonizzata. Sono qui dentro i golpisti, non lontani nelle colonie. Piazzare all’ingresso dell’edificio un padre-padrone, con poteri più vasti ancora di quelli che già possiede, non preserva la casa dalla rovina.

E poi non dimentichiamolo. Non fu facile far nascere la Quinta Repubblica. L’accentramento

dei poteri all’Eliseo rese il Paese più efficiente, ma moltiplicò opache derive e non lo democratizzò. Avvenne piuttosto il contrario: un Presidente autocrate e decisamente di parte; un Parlamento in gran parte esautorato; un governo sempre sacrificabile dal Capo supremo, e non a caso chiamato fusibile: la Quinta Repubblica è anche questo, e venne confutata da politici e costituzionalisti di rilievo. Non si oppose solo il socialista Mitterrand, che nel ’64 scrisse Il colpo di Stato permanente, denunciando antiche vocazioni bonapartiste e la perdita – grave – della funzione di arbitro del Presidente. Pur esecrando il precedente regno dei partiti, pur approvando l’elezione diretta, si sollevarono anche costituzionalisti come Maurice Duverger: nella nuova Costituzione, egli scorse fin dal ’59 “spirito di rivincita” e partigianeria: “Ogni costituzione è un’arma politica, attraverso la quale un partito vincitore cerca di consolidare la propria vittoria e trasformare gli avversari in vinti”.

Né la rivolta fu solo di sinistra. L’attacco finale venne da Jean-François Revel che, osservando l’uso socialista della Carta gollista, scrisse un pamphlet feroce: L’assolutismo inefficace. Mitterrand fu accusato di indossare il detestato manto presidenzialista per spezzare la dialettica democratica: “Le costituzioni sono cattive quando il controllo può divenire invadente al punto di paralizzare l’esecutivo, oppure quando l’esecutivo diventa onnipotente al punto di annientare il controllo”. Testi simili aiutano a capire. Una costituzione è buona se consente controlli: “Senza contropoteri costituzionali – così Revel – il Presidente reagisce solo a forze esterne alle istituzioni: ai media e alle piazze”. Né si può dire che il presidenzialismo sia, almeno, più efficace: “Una buona costituzione non solo associa controllo ed efficacia senza sacrificarli l’un l’altro, ma garantisce l’efficacia perché esiste il controllo”.

Bisogna comunque avere uno Stato e virtù pubbliche ben solidi, per schivare questi pericoli. E l’Italia di oggi, dopo la Prima repubblica degradata in Tangentopoli, nella P2, nei patti Stato-mafia, dopo il ventennio dominato da uno scardinatore di istituzioni come Berlusconi, faticherà a salvaguardare la democrazia se cincischia la Carta proprio ora: è come se De Gaulle l’avesse negoziata con l’Organizzazione dell’armata segreta Oas. E non perché possediamo “la Costituzione più bella del mondo”, ma perché il vero check and balance, il reciproco controllo fra poteri indipendenti, non è compiuto. Più che bellissima, la nostra Carta è finalmente da realizzare. Credere di raddrizzarla con il presidenzialismo vuol dire aggiungere un potere, lasciandola storta. Dicono che il popolo tornerebbe a esser sovrano, votando il Presidente. Non è detto affatto, rammentano i detrattori della V Repubblica. Mitterrand descrive rischi che saranno anche i nostri: una volta svuotati Parlamento, politica, governi, “si installa una tecnocrazia rampante, una sfera di amministratori indifferenti al popolo” che “confiscano il potere della Rappresentanza nazionale”. Citiamo ancora Revel: “La logica della V Repubblica deresponsabilizza, perché il potere è attribuito da un onnipotente irresponsabile a creature che sono solo emanazioni della sua essenza, e che dunque partecipano del suo privilegio di irresponsabilità”. De Gaulle non era temuto come tiranno. Ma i suoi successori?

Altro scenario in Italia. Primo, perché non c’è un De Gaulle fra noi. Secondo, perché il contesto conta quando si disfa la Carta e il contesto nostro è quello di uno Stato diviso in bande, che ha patteggiato finanche con le mafie. Un male come il nostro nemmeno sappiamo più bene nominarlo, e proprio quest’afonia trasforma le discussioni sul presidenzialismo in furbo escamotage. In doppia fuga: fuga dai fondamenti (quale bene pubblico è difeso da partiti o sindacati?) e fuga da noi, dalla nostra storia di colpe e misfatti. Una storia in cui si bagnano ormai destra e sinistra.

Se evochiamo parole morali come colpe e misfatti è perché qui è il nostro guaio, dilatatosi a dismisura: l’aggiramento voluto delle volontà cittadine, la parola sistematicamente non tenuta, il tradimento. Il governo Letta è visto come inciucio perché nato da intese tutte fuori-scena, ob-scaena.

È strano come i politici, perfino gli innovatori, evitino di menzionare una tema che resta cruciale: la morale pubblica. Giacché è per immoralità che si rinviano le cose prioritarie, anteponendo l’escamotage. Mai come adesso invece, la questione posta da Berlinguer nei primi ’80 è stata così attuale. Oggi come allora, è obbligo etico il “corretto ripristino del dettato costituzionale”, il divieto ai partiti di occupare lo Stato. Nulla è cambiato rispetto a quando Berlinguer diceva a Scalfari che la questione morale “è il centro del nostro problema”: quell'”occupazione” produce sprechi, debito, ingiustizia. È questione morale allontanarsene subito. È urgente, fattibile, e però intollerato dalle oligarchie. Per questo pesa il contesto delle riforme istituzionali, e inane è mimare Parigi.

Questo è un paese dove non è stata mai fatta una legge sul conflitto di interessi. Dove un magnate tv ha governato nonostante una legge del ’57 proibisca l’elezione di titolari di concessioni pubbliche (frequenze tv). E restano le leggi ad personam, grazie a cui quest’ultimo elude processi e condanne.

Questo è il paese dove si ha l’impressione che niente sia vero, di quanto detto in politica. Che tutto sia fumo o diversivo. Il Pd aveva promesso di non governare con Berlusconi, e ora Berlusconi comanda. Aveva promesso di cambiare subito la legge elettorale, restituendo all’elettore la scelta dei suoi rappresentanti, e neppure questo fa. Quel che è accaduto giorni fa è una pagina nera, simile alla pugnalata di Prodi. La mattina del 29 maggio il deputato Pd Giachetti raccoglie adesioni contro il Porcellum per tornare automaticamente alla legge Mattarella (1 milione 210.000 italiani hanno chiesto un referendum per ottenere proprio questo, il 30-9-11). Circa 100 firmano: di Pd, Sel e 5 Stelle. Ma arriva l’altolà di Enrico Letta e Finocchiaro (“È intempestivo, prepotente!”) e dei Pd resta solo Giachetti. Se ne parlerà, sì, ma se vorrà Berlusconi.

Questo è un paese dove si mente al popolo, annunciando pompose abolizioni del finanziamento pubblico ai partiti, e poi ecco una proposta che obbliga i contribuenti a sovvenzionarli col 2 per mille, anche quando non lo dichiarano (le cosiddette somme “inoptate”).

Questo è un paese dove il presidente della Repubblica esercita poteri imprevisti. Con che diritto, sabato, ha definito “eccezionale” il governo: “a termine”? Il Quirinale già ha pesato molto, influenzando il voto presidenziale e favorendo le grandi intese.

Formidabile è la coazione a ripetere inganni, tradimenti. La chiamano addirittura pace, responsabilità. In realtà nessuno risponde di quel che fa o non fa. Deridono Grillo, che chiama portavoce i rappresentanti. Ma loro non sono affatto rappresentanti, essendo nominati. Nessuno è imputabile, e che altro è la non-imputabilità se non la fine d’ogni etica pubblica.

la Repubblica, 5 giugno 2013

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