Tag Archives: larghe intese

Il PD, la chiarezza e le larghe intese

16 Gen

Ha ragione Serra, naturalmente. Ma sull’elezione del Presidente, come può fare il Pd a mettere insieme chiarezza e larghe intese? Dai su, non chiedete l’impossibile.

 

SERRA PdR

Una notizia buona e una cattiva.

1 Dic

E’ una vecchia storiella. In un’azienda i due ai massimi vertici s’incontrano e uno dice all’altro:
– “Ho due notizie per te, una buona e una cattiva. Quale vuoi per prima?”
-“Occristo, dammi quella cattiva, dai”.
-“Siamo nella merda”.
-“Porcavacca. E la notizia buona?”
-“Ce n’è tanta”.

Ecco, mi è venuta in mente leggendo poco fa questa lucida e impietosa analisi di Alessandro Gilioli.
Se queste sono le premesse – e mi pare proprio che lo siano – quale che sia la direzione che prenderanno i fatti non mi pare che ci sia da esserne felici e giubilanti. Ce n’è tanta, è vero.

Oh, se la vedete diversamente fatemelo sapere, non fate i soliti.

D’Alema: in Europa socialisti con i popolari. CVD.

11 Apr

Fantastico. In questa intervista D’Alema dichiara che la strategia per governare l’Europa  è rappresentata dalle larghe intese tra socialisti e popolari, lasciando intatti gli accordi. “There is no alternative”.
Viva la chiarezza, una volta tanto. Altro che voto utile: votare per Schultz è il modo migliore per continuare ad essere governati dalla Germania di Angela Merkel, condannati per anni all’austerity brutale del liberismo e del fiscal compact.
Poi mi chiedono come mai voterò Tsipras.

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Video pubblicato il 4 aprile 2014
Interview with Massimo d’Alema, President of FEPS and former Prime Minister of Italy, in the Forum “A Progressive Renaissance for Europe” organised in Brussels by the Foundation for European Progressive Studies (FEPS) and its close partners

Appello contro le riforme costituzionali e il presidenzialismo

12 Ott

Mi associo all’appello de Il Fatto Quotidiano contro il progetto di manomissione della Costituzione della maggioranza delle larghe intese che “affossa l’articolo 138, umilia i parlamentari e tiene all’oscuro l’opinione pubblia. Mentre il Porcellum resta”.
Si può firmare qui.

Ignorando il risultato del referendum popolare del 2006 che bocciò a grande maggioranza la proposta di mettere tutto il potere nelle mani di un “Premier assoluto”, é ripartito un nuovo e ancor più pericoloso tentativo di stravolgere in senso presidenzialista la nostra forma di governo, rinviando di mesi la indilazionabile modifica dell’attuale legge elettorale. In fretta e furia e nel pressoché unanime silenzio dei grandi mezzi d’informazione la Camera dei Deputati ha iniziato a esaminare il disegno di legge governativo, già approvato dal Senato, di revisione dall’articolo 138, che fa saltare la “valvola di sicurezza” pensata dai nostri Padri costituenti per impedire stravolgimenti della Costituzione.

 

Ci appelliamo a voi che avete il potere di decidere, perché il processo di revisione costituzionale in atto sia riportato sui binari della legalità costituzionale. Chiediamo, innanzitutto, che l’iter di discussione segua tempi rispettosi del dettato costituzionale, che garantiscano la necessaria ponderazione delle proposte di revisione, il dovuto approfondimento e anche la possibilità di ripensamento. Chiudere, a ridosso delle ferie estive, la prima lettura del disegno di legge costituzionale, impedisce un vero e serio coinvolgimento dell’opinione pubblica nel dibattito che si sta svolgendo nelle aule parlamentari.

 

In secondo luogo vi chiediamo di restituire al Parlamento e ai parlamentari il ruolo loro spettante nel processo di revisione della nostra Carta costituzionale. L’aver abbandonato la procedura normale di esame esplicitamente prevista dall’articolo 72 della Costituzione per l’esame delle leggi costituzionali, l’aver attribuito al Governo un potere emendativo privilegiato, l’impossibilità per i singoli parlamentari di sub-emendare le proposte del Governo o del Comitato, la proibizione per i parlamentari in dissenso con i propri gruppi di presentare propri emendamenti, le deroghe previste ai Regolamenti di Camera e Senato, costituiscono altrettante scelte che umiliano e comprimono l’autonomia e la libertà dei parlamentari e quindi il ruolo e la funzione del Parlamento.

 

Vi chiediamo ancora che i cittadini possano liberamente esprimere il loro voto su progetti di revisione chiari, ben definiti e omogenei nel loro contenuto. L’indicazione generica di sottoporre a revisione oltre 69 articoli della Costituzione, contrasta con questa esigenza e attribuisce all’istituendo Comitato parlamentare per le riforme costituzionali indebiti poteri “costituenti” che implicano il possibile stravolgimento dell’intero impianto costituzionale.
Non si tratta di un intervento di “manutenzione” ma di una riscrittura radicale della nostra Carta fondamentale non consentita dalla Costituzione, aperta all’arbitrio delle contingenti maggioranze parlamentari. Chiediamo che nell’esprimere il vostro voto in seconda lettura del provvedimento di modifica dell’articolo 138, consideriate che la maggioranza parlamentare dei due terzi dei componenti le Camere per evitare il referendum confermativo, in ragione di una legge elettorale che distorce gravemente e incostituzionalmente la rappresentanza popolare, non coincide con la realtà politica del corpo elettorale del nostro Paese. Rispettare questa realtà, vuol dire esprimere in Parlamento un voto che consenta l’indizione di un referendum confermativo sulla revisione dell’articolo 138.

 

Vi chiediamo infine di escludere dalle materie di competenza del Comitato per le riforme costituzionali la riforma del sistema elettorale che proprio per il suo significato politico rilevantissimo ha un effetto distorsivo nell’ottica della revisione costituzionale. E’ in gioco il futuro della nostra democrazia.

 

Assumetevi la responsabilità di garantirlo.

Hanno già firmato, tra gli altri:
Fiorella Mannoia, Alessandro Pace, Gianni Ferrara, Alberto Lucarelli, Don Luigi Ciotti, Michela Manetti, Raniero La Valle, Claudio De Fiores, Paolo Maddalena, Cesare Salvi, Massimo Siclari, Massimo Villone, Silvio Gambino, Domenico Gallo, Antonio Ingroia, Beppe Giulietti, Antonello Falomi, Raffaele D’Agata, Mario Serio, Antonio Di Pietro, Paolo Ferrero, Aldo Busi, Salvatore Settis, Gian Carlo Caselli, Salvatore Borsellino, Roberta De Monticelli, Paolo Flores D’Arcais, Maurizio Viroli, Maurizio Crozza, Gustavo Zagrebelsky, Mario Almerighi, Franco Baldini, Bianca Balti, Aldo Busi, Adriano Celentano, Luisella Costamagna, Ennio Fantastichini, Ficarra e Picone, Fabrizio Gifuni, Gene Gnocchi e Valentina Lodovini, Davide Dileo “Boosta”, Milena Gabanelli, Daniele Luttazzi, Francesca Neri, Ottavia Piccolo, Claudio Santamaria, Giulia Maria Crespi, Massimiliano Fuksas, Gianna Nannini, Marco Tullio Giordana, Gino Strada, Giancarlo De Cataldo, Dario Fo, Andrea Occhipinti, Sandro Ruotolo e Vauro, Paola Turci, Donatella Versace, Gianni Boncompagni, Sabrina Impacciatore, Franco Battiato, Riccardo Iacona, Andriano Sansa, Gianni Vattimo, Gigi Proietti, Milly Bossi Moratti, Piergiorgio Odifreddi, Carlo Lucarelli, Carlo Freccero, Elio e le Storie Tese, Giovanna Maggiani Chelli, Lidia Ravera, Natalino Balasso, Paul Ginsborg, Luca Guadagnino, Luca Mercalli, Stefano Bonaga, Nicoletta Mantovani, Maurizio Maggiani, Marisa Laurito, Fabio Picchi, Armando Spataro, Associazione Addiopizzo, Giuseppe Cederna, Alessandro Haber, Enrico Lucherini, Nicola Piovani, Carlo Smuraglia, Lorella Zanardo, Giorgio Cremaschi, Aldo Nove, Isabella Ferrari, Bruno Gambarotta, Francesco Pinto, Marina Rei, Valeria Parrella, Ugo Mattei, Roberto Faenza, Giulio Casale, Nicola Di Grazia-Movimento per la Giustizia, Enrico Di Nicola, Paolo Rossi, Sergio Rubini, Carlo Verdone, Gianfranco Bettin, Sabrina Ferilli, Marco Revelli, Gianfranco Amendola, Roberto Esposito, Stefano Sollima, Andrea Camilleri, Anna Kanakis, Giovanni Veronesi, Ileana Argentin, Caparezza, Oliviero Toscani, Claudio Baglioni, Geppi Cucciari, Sandro Gerbi, Silvio Muccino, Federica Sciarelli, Carmen Llera, Valeria Golino, Loredana Taddei, Gherardo Colombo, Elio Germano, Claudia Zuncheddu, Dacia Maraini, Stefano Benni, Maurizio Scaparro, Serena Dandini, Paolo Sollier, Vinicio Capossela, Francesco Rosi, Paolo Sorrentino.

Maledizione, vuoi vedere che ci ripensano

26 Set

Niente dimissioni in massa dei parlamentari PdL. Un bel sogno durato poco. E’ quel che temo, dopo la dichiarazione di Napolitano. Ritireranno le dimissioni per dimostrare che – loro sì – hanno a cuore l’Italia, hanno consapevolezza del difficile momento, sono sensibili all’appello del Presidente, ecc. ecc la solita sequela di fregnacce per incantare i loro elettori.

Quanto a Napolitano (vedere la sua dichiarazione più sotto), mi domando  se abbia finalmente capito a  a quale compagnia di irresponsabili abbia affidato la missione impossibile delle ‘larghe intese’. Gli italiani stanno cercando di farglielo comprendere in tutti i modi anche con questo sondaggio di SKYtg24 che vale più di un discorso:

SKY tg 26 9 13

Dichiarazione del Presidente Napolitano sull’orientamento assunto dall’Assemblea dei gruppi parlamentari del PdL

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha rilasciato la seguente dichiarazione:

“L’orientamento assunto ieri sera dall’Assemblea dei gruppi parlamentari del PdL non è stato formalizzato in un documento conclusivo reso pubblico e portato a conoscenza dei Presidenti delle Camere e del Presidente della Repubblica. Ma non posso egualmente che definire inquietante l’annuncio di dimissioni in massa dal Parlamento – ovvero di dimissioni individuali, le sole presentabili – di tutti gli eletti nel PdL. Ciò configurerebbe infatti l’intento, o produrrebbe l’effetto, di colpire alla radice la funzionalità delle Camere.
Non meno inquietante sarebbe il proposito di compiere tale gesto al fine di esercitare un’estrema pressione sul Capo dello Stato per il più ravvicinato scioglimento delle Camere. C’è ancora tempo, e mi auguro se ne faccia buon uso, per trovare il modo di esprimere – se è questa la volontà dei parlamentari del PdL – la loro vicinanza politica e umana al Presidente del PdL, senza mettere in causa il pieno svolgimento delle funzioni dei due rami del Parlamento.
Non occorre poi neppure rilevare la gravità e assurdità dell’evocare un “colpo di Stato” o una “operazione eversiva” in atto contro il leader del PdL. L’applicazione di una sentenza di condanna definitiva, inflitta secondo le norme del nostro ordinamento giuridico per fatti specifici di violazione della legge, è dato costitutivo di qualsiasi Stato di diritto in Europa, così come lo è la non interferenza del Capo dello Stato o del Primo Ministro in decisioni indipendenti dell’autorità giudiziaria”.

26 settembre 2013

Tutto, purché niente davvero cambi

25 Set

Copio e incollo dal blog di Pippo Civati.
Mi pare una di quelle vecchie istantanee dei primordi della fotografia, un pò sfocate e color seppia. Solo che purtroppo riguarda noi, oggi.

 

 

Supposti

Ne siano prova gli ultimi atti della politica italiana, con la nascita di un governo di sedicenti “larghe intese” che ha di fatto avocato al Palazzo ogni mossa e ogni decisione, quasi abrogando un esito elettorale irrequieto, iper-movimentista e anti-istituzionale. Certo difficile da tradurre in una soluzione di governo: ma non riconducibile in alcun modo, questo no, al rinserrarsi patologico, impaurito, di due partiti storicamente avversi (e di due Italie non conciliabili) dentro le stanze del governo. Con il dovuto rispetto per il presidente Napolitano, un vecchio abitante della sinistra come me (e, ben più autorevolmente, come Occhetto) non può non leggere in questa fase una significativa vittoria della “destra comunista”, che al rischio e al mutamento oppone da sempre, con supposta maggiore saggezza, supposto maggiore realismo, una compassata diffidenza: tutto, purché niente davvero cambi.

Michele Serra, prefazione a Achille Occhetto, La gioiosa macchina da guerra, Editori Riuniti.

Quella melma che gli italiani per bene disprezzano e condannano

18 Set

Ebbene sì, quella melma, quella vergogna c’è ed è presente in una parte delle nostre istituzioni. In questo veemente atto d’accusa di oggi su Repubblica, Barbara Spinelli parrebbe esprimere una rassegnata presa d’atto, ma va letta con attenzione: è invece un esasperato grido d’allarme, un richiamo alla vigilanza e al presidio delle nostre più elementari regole della democrazia e della civile convivenza. Questa volta la politica – pena il proprio harakiri – dovrà tener conto di quello che sta accadendo e reagire a quella colpevole inerzia in cui si è avvolta per tanti anni. Ora, ora è il momento.

Il fascino della melma

di BARBARA SPINELLI

Non è escluso che sarà la forza coercitiva della magistratura a destituire Berlusconi senatore: il 15 ottobre quando si applicherà la sentenza e il condannato sceglierà fra domiciliari e servizi sociali.

E il 19 ottobre quando la Corte d’appello fisserà la durata dell’interdizione dai pubblici uffici, da uno a tre anni. Solo quella forza emetterà parole in sintonia con gli atti. Vociante, ma in sostanza afona, la politica starà forse a guardare. Come sempre.

Se la politica perpetuerà l’inerzia, non resterà che lo scadenzario giudiziario, a disintossicare le istituzioni da chi ha frodato o corrotto. Assieme alla stampa indipendente, che però non è un potere dello Stato, la magistratura s’erge come torre eremitica, attorniata dal vasto deserto che è la politica. Quest’ultima si sarà nervosamente agitata, avrà senza fine gesticolato, prima a viso scoperto in Giunta, poi a viso coperto in aula, ma senza costrutto. Avrà abdicato, scrive Vladimiro Zagrebelsky in un magistrale articolo: avrà “trasferito potere e responsabilità ai giudici, salvo poi aggredirli per le conseguenze che ne derivano” (La Stampa, 11 settembre).

La vera patologia italiana è questa, ed è antica. È da quasi trent’anni (il pool antimafia nacque nell’84, sette anni prima di Mani Pulite) che la politica mostra di non possedere gli anticorpi necessari a espellere le sue cellule malate. O meglio non vuole attivarli: cocciuta, imperterrita. Sylos Labini spiegò bene, il 14 maggio 2002 su questo giornale, la natura del morbo. Lo chiamò immunodeficienza acquisita: “Il grado di civiltà di un paese, come lo stato di salute di una persona, dipende in primo luogo dagli anticorpi: quando diventano insufficienti, compare l’Aids”. Aggiunse che “lo sviluppo del capitalismo moderno è sostenibile solo nel rispetto di regole severe”, e che una democrazia muore se con tutte le sue componenti (giustizia, libera informazione, separazione dei poteri) non dà vita a un sistema di anticorpi.

Il fascino della melma. Difficile descrivere altrimenti la politica italiana, se ancor oggi i costumi sono quelli di trent’anni fa: incapacità di ripulire le proprie stanze prima che intervenga la mano del guardiano della legge (magistrato, polizia), e con perentorietà cogente spazzi i pavimenti, chiuda le porte da chiudere. È un’incapacità che i parlamentari rischiano di reiterare: e non tanto quelli che oggi voteranno nella Giunta delle immunità sulla decadenza di Berlusconi, ma soprattutto i senatori che sanciranno o no, in seduta plenaria, non visti, i decreti della Giunta.

La legge Severino è chiarissima, e più dura ancora delle imminenti decisioni giudiziarie: la decadenza dei condannati s’applica immediatamente, e non sarà “inferiore a sei anni, anche in assenza della pena accessoria” (interdizione). Proprio per questo si cincischia, ci si acquatta. Immobilizzare le larghe intese è il pensiero fisso di gran parte dei politici (Quirinale in testa): talmente fisso, totalizzante, che il ricordo del reato si perde per strada, con i precetti della legge Severino. Per questo sarebbe cosa buona se la politica agisse non solo presto, ma con voto palese. Non è astrusa la richiesta di 5 Stelle, dopo il tradimento dei 101 parlamentari Pd che hanno demolito Prodi.
Il disfacimento raggiunge l’acme quando si parla di grazia, o di commutazione della pena da detentiva a pecuniaria (solo il politico straricco può permetterselo). Tutto si confonde ed evapora, il delitto per primo, quando le parole vengono distorte dagli eufemismi che addolciscono il reale, o dai disfemismi che lo intenebrano: quando al posto di impunità si dice agibilità, o quando la giustizia è chiamata plotone di esecuzione. Daranno un altro nome anche alla grazia. La ribattezzeranno chissà come: stabilità, responsabilità, prudenza. Apparirà saggezza, graziare un pregiudicato che lasci il Senato prima che il Parlamento si pronunci. Senza ammettere alcunché, il frodatore sarà incensato come nobile e statista.

Poco importa a quel punto la domanda che ci rimarrà in mano, pacchetto mai spedito. Perché la grazia, se il reato è grave e il condannato s’ostina a negarlo, ritenendolo nient’altro che frutto di nefasti conflitti tra magistrati e politica? Come giustificare una clemenza verso chi ha non solo evaso il fisco ma corrotto magistrati (come è stato definitivamente sancito ieri dalla sentenza della Cassazione per il lodo Mondadori), e figura come uomo sospettato di scalare il potere prezzolando parlamentari? Il senatore De Gregorio ha ammesso di aver ricevuto da Berlusconi 3 milioni di euro (2 in nero) per passare dall’Idv alla destra e accelerare la caduta del governo Prodi nel 2008. In nome di che concedere la grazia, se non per premiare l’abdicazione della politica schermandola da poteri terzi?
La melma persistente ha i suoi vantaggi. Lasciare che siano i giudici e non il Parlamento sovrano a estromettere il condannato accolla alla magistratura l’intera, indivisa responsabilità. O meglio la colpa, secondo Vladimiro Zagrebelsky: “Il golpe giudiziario sarebbe denunziato, la soggezione della politica alla magistratura sarebbe lamentata (ad alta o a bassa voce, con lo stile di ciascuno), la Politica si terrebbe al riparo”.

Il partito-Mediaset si propone precisamente questo, da quando nacque vent’anni fa: oggi urge salvare il soldato Berlusconi, ma lo scopo perseguito dal ’93 è creare le basi di un’altra politica, finalmente messa al riparo da controlli esterni. Stabilità e governabilità, anelate dagli anni ’70, furono nei ’90 idoli di Forza Italia. Di qui l’assalto a una Costituzione ricca di anticorpi, troppo influenzata dalla Resistenza: “dalle temperie della guerra fredda”, è scritto nella relazione introduttiva  –  firmata il 10 giugno da Letta, Quagliarello, Franceschini  –  alla legge sulla revisione della Carta. Non si tratta solo di neutralizzare la separazione tra potere esecutivo, legislativo, giudiziario. Si tratta di scaricare ogni onere sulla magistratura: in modo che sempre si sovraesponga, ma in solitudine; e più facilmente sia tramutabile in vittima espiatoria. I veri giustizialisti sono i demiurghi di questa strategia del ragno, che avviluppa la preda esaltandone il ruolo minaccioso.
Paolo Borsellino vide questo pericolo con disperata lucidità, quando operava nell’antimafia a Palermo. Quattro anni dopo l’istituzione del pool, il 26 gennaio ’89 a Bassano del Grappa, indicò la patologia di una politica che non si emenda mai, a meno di non esser trascinata in giudizio: “Vi è stata una delega totale e inammissibile nei confronti della magistratura e delle forze dell’ordine a occuparsi esse solo del problema della mafia. C’è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura è un uomo onesto. No! La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali”. Se il politico non sa giudicare se stesso, è “perché si nasconde dietro lo schermo della sentenza”.

Siamo ancora a quel bivio, nonostante il sacrificio o l’onestà testarda di tanti servitori dello Stato. Il politico restio a giudicare se stesso non disdegna il primato dei calendari giudiziari: così può continuare a fingersi eletto del popolo senza accusare il Parlamento sovrano. Somiglia  –  tutti noi somigliamo  –  all’uomo di campagna di Kafka, appostato davanti alla porta della Legge. Per anni il guardiano gli nega l’accesso; anche se fa capire che potrebbe entrare, se davvero volesse. Poco prima di morire, con un filo di voce, l’uomo chiede perché nessuno, all’infuori di lui, ha tentato in tanti anni di farsi strada. Il guardiano urla, per farsi sentire dal morente: “Nessun altro poteva ottenere di entrare da questa porta. A te solo era riservato l’ingresso. Adesso vado e la chiudo”.

http://www.repubblica.it/politica/2013/09/18/news/il_fascino_della_melma-66769762/?ref=HRER1-1

La pitonessa e la vice-presidenza della Camera: ora basta.

1 Lug

“Daniela Santanchè vicepresidente della Camera, con i voti del PD, è quello che io definisco troppo. Perché va bene il bene del paese, sono d’accordo che questo governo è necessario al paese, ma non c’è un motivo al mondo per il quale il Pd debba accettare anche Daniela Santanché vicepresidente di Montecitorio” dice Marco Esposito sul suo blog, ed io sono d’accordo.
E’ ora che il Pd punti i piedi e dimostri che crede al valore delle istituzioni, crede nell’urgenza di un ritorno all’etica, crede che non è tutto negoziabile in nome di questo quanto mai fasullo termine delle ‘larghe intese’. Insomma, ora davvero basta.

Daniela Santanchè vicepresidente della Camera? No grazie

C’è un limite a tutto come ha scritto bene Mario Lavia su Europa.

Daniela Santanchè vicepresidente della Camera, con i voti del PD, è quello che io definisco troppo. Perché va bene il bene del paese, sono d’accordo che questo governo è necessario al paese, ma non c’è un motivo al mondo per il quale il Pd debba accettare anche Daniela Santanché vicepresidente di Montecitorio.

E’ vero: se esiste una maggioranza, in teoria, la maggioranza politica deve votare in maniera compatta anche i vicepresidente degli altri partiti di maggioranza.

Ma non si può sempre ragionare in astratto. Le persone hanno una (loro) storia. Sono portatori delle loro idee e delle loro scelte politiche e dei loro atteggiamenti. Secondo me Daniela Santanchè per il suo passato politico non può presiedere l’aula di Montecitorio perché ha dimostrato, in passato, di non avere quell’affidabilità istituzionale che il ruolo merita. Non ha lo “standing”, la levatura, per accedere a quel ruolo. Non ha quella capacità di essere superpartes che quel ruolo richiede

E, inoltre, è un nome quasi provocatorio nei confronti del Pd e dei suoi elettori.

Ricordo che il PdL si rifiutò, nella scorsa legislatura, di votare il presidente di commissione della Vigilanza Rai che il PD voleva, fino a votare Riccardo Villari. Ecco, oggi il Pd, senza arrivare alla forzatura di votare per un altro esponente del PdL, si deve rifiutare di votare la Santanchè.

Anzi, sfrutti l’opportunità, per far vedere come sul nome della pitonessa, non ci sia neanche l’accordo di tutto il PDL. O Forza Italia che dir si voglia. Il voto sulla Santanché può diventare un autogol per il centrodestra. Per misurarne la compattezza. Se, si arriverà al paradosso, che la Santanché passasse grazie ai voti democratici, saremmo davanti ad un autogol.

AGGIORNAMENTO : Arrivano i primi no a Daniela Santanchè:

Non penso di votare Daniela Santanchè alla vice presidenza della Camera”. Matteo Orfini (Pd), adAgorà Estate, su Rai Tre, esclude di dare la preferenza alla candidata Pdl. “Credo – continua Orfini – che sia un errore da parte del Pdl candidare la Santanchè. Alcune scelte rischiano di essere delle mine sulla strada di questo governo. Penso – ha concluso – che candidare Daniela Santanchè alla vicepresidenza della Camera, sia cercare un incidente

Larghe intese solo con Berlusconi? Pure sulla Costituzione? No, grazie.

5 Giu

Un intervento di assoluto rilevo, quello di Giovanni B achelet alla Direzione Nazionale del Pd del 4 giugno.
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All’inizio della scorsa legislatura, da deputato, ho riproposto la “messa in sicurezza” della Costituzione tramite rafforzamento dell’articolo 138. Identico disegno di legge costituzionale fu presentato al Senato da Oscar Luigi Scalfaro, presidente del comitato del referendum 2006 e poi, dal 2007 al 2012, dell’associazione “Salviamo la Costituzione: aggiornarla, nondemolirla”, della quale sono tesoriere. Firmarono quel disegno di legge anche Zanda e Finocchiaro, allora capogruppo. Anche Bressa e Soro, allora capogruppo. Dico “riproposto” perché il copyrightè di Bassanini ed Elia: per primi, nel 1994, avevano formulato una revisione del 138 che metteva la Costituzione al riparo da riforme a colpi di maggioranza, non impossibili dopo la nuova  legge elettorale maggioritaria; quella volta anche Napolitano aveva aggiunto la firma. Anche Fassino. AncheVeltroni.

E’ chiaro che elevare il quorum per le revisioni costituzionali aumenta il potere delle minoranze; ma proprio questo – scrivevamo nella relazione – è l’obiettivo: evitare che le regole di tutti restino nelle mani dell a sola maggioranza di governo; tutelare l’opposizione pro tempore (noi nel 1994, Berlusconi nel 1996, oggi Grillo, domani chissà); risparmiare brutte avventure a un Paese dove giornali e tv nelle mani di un politico hanno già introdotto un grave squilibrio costituzionale de facto, impensabile nel resto d’Europa. Dal 1994 in poi una simile “messa in sicurezza” è stata via via riproposta (le ultime due volte con maggioranza qualificata innalzata a 2/3 per l’approvazione e 4/5 per evitare il referendum), ma p urtroppo mai discussa in Parlamento. La procedura di revisione auspicata dalla mozione parlamentare della scorsa settimana però , malgrado i miglioramenti, va ancora in verso opposto rispetto alla “messa in sicurezza”. Come le leggi costituzionali 1/93  (commissione bicamerale Iotti DeMita) e 1/97 (D’Alema), essa introduce una deroga all’art. 138; in più  richiama accelerazioni e modifiche globali della II parte della Costituzione; infine, soffre di una macroscopica aggravante politica: nel 1993 e 1997 il dialogo sulle riforme istituzionali avveniva fra forze una al governo e l’altra all’opposizione, mentre stavolta sono tutte e due al governo e l’opposizione è tagliata fuori dalla trattativa. Non è una differenza da poco.

 Non amo il presidenzialismo e non è facile introdurlo a forza di revisioni parziali basate sull’articolo 138: ci vorrebbe, dicono in molti, una nuova Assemblea Costituente. So però che gli USA e la Francia sono grandi democrazie; che Calamandrei ed altri Costituenti del Partito d’Azione preferivano il regime presidenziale a quello parlamentare. Sarei quindi disposto a discuterne, ma solo dopo aver costituzionalizzato, tanto per dirne una, le norme sul conflitto di interessi, come diceva Rosy Bindi sull’Unità di venerdí scorso; passo necessario anche in caso di premierato forte. Poiché, a meno di credere alla Befana, la probabilità che Berlusconi accetti simili condizioni è prossima a zero, è urgente, anziché dividersi sul merito, formare il fronte piú ampio possibile che (come fece Scalfaro fondando nel 2005 il comitato del referendum) con il massimo garbo dica un fermo no a un metodo che,oltretutto, non ha portato fortuna: tutte le bicamerali sono finora naufragate; tutte le revisioni costituzionali compiute finora hanno seguito l’ordinaria procedura del 138, inclusa la grande riforma del Titolo V.

Con la “doppietta” parlamentare di mercoledí scorso – il PD approva la mozione PD-PDL sulle riforme istituzionali eboccia il ritorno al Mattarellum (mozione Giachetti) – salgono a 4 le scelte post elettorali che mi sembrano  sostanzialmente incompatibili con gli impegni presi dal PD in campagna elettorale. Le altre due sono l’accordo preferenziale con Berlusconi sul Presidente della Repubblica e il governo PD-PDL (che alla direzione PD dello scorso 23 aprile, insieme ad altri 21 fra i quali Bindi e Civati, non ho approvato con il mio voto).

Dopo questo “poker” per me sconcertante, avendo già lasciato il Parlamento a marzo, sarei tentato di dimettermi anche dalla direzione. Poiché però (incredibile ma vero) qui in direzione PD su questa riforma costituzionale non c’è stato ancora dibattito, forse è meglio non dimettersi e pretendere invece un vero dibattito, combattere, verificare l’ampiezza del dissenso.

Last but not least. Dopo una furibonda campagna elettorale che a Roma, oltre al grande risultato del nostro candidato sindaco, ha per la prima volta portato una donna come prima degli eletti PD in Comune, Estella Marino, chiarisco che domenica prossima voteròIgnazio Marino perché è cento volte megliodi Alemanno. Ma diffido chiunque dall’arruolare questo mio voto come voto favorevole alle larghe intese (né al Governo né, tanto meno, sulle riforme costituzionali). Alle larghe intese, l’unica volta che in direzione ci èstato chiesto un parere, il mio non è stato favorevole. Resto tuttora vivacemente contrario. La presenza di una minoranza dichiarata e combattiva non è una debolezza, è la forza e la cartina al tornasole di un partito davvero democratico.

Larghe intese solo con Berlusconi? Pure sulla Costituzione?

No,grazie.

Not in my name.







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