Archivio | giugno, 2015

l’Italicum è fallito, avanti un altro

25 Giu

Alla fine, dopo parecchie letture e approfondimenti, l’avevo capito perfino io che questo Italicum o Porcellinum faceva schifo. Non sto a enumerare le critiche: ricorderò solo – perché mi sono piaciuti molto – un eccellente articolo del prof. Ignazi e un delizioso pezzo di fantapolitica di Daniela Ranieri su Il Fatto.

 

Su Repubblica oggi Stefano Folli dichiara che “l’Italicum è in archivio“.  Questa cosiddetta legge elettorale, per cui si sono sprecati i complimenti e i peana della solita corte di reggicoda, nani, ballerine, sicofanti e gli immancabili giornalisti, ha sfortunatamente (si fa per dire: l’autore era stato avvertito)  incontrato proprio quelle condizioni di rischio – ampiamente prevedibili e previste – che la rendono inapplicabile, a meno che l’attuale partito di maggioranza non voglia suicidarsi.
Quindi siamo daccapo. E vabbe’, chissà che chi di dovere non abbia imparato la lezione. Ma ci spero poco, la spocchia uno ce l’ha di natura.
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IL PUNTO  di Stefano Folli

Cattura 1

 

IL SALVATAGGIO alla Camera del sottosegretario Castiglione (Area Popolare), con i voti del Pd, era previsto. Non è questione di “garantismo”, bensì di convenienza politica: Renzi non può permettersi oggi un’incrinatura con Alfano e il suo partito. Perciò il centrista Castiglione viene difeso dal presidente del Consiglio in base alla stessa logica con cui il sindaco di Roma, Ignazio Marino, viene invece condannato. Nel primo caso c’è da tenere unita una maggioranza che risente dell’indebolimento del premier. Nel secondo si tratta di disfarsi di un personaggio diventato scomodo nel marasma romano, pur non essendo egli indagato, così da impedire per riflesso l’ulteriore logoramento del leader. In entrambe le vicende pesa la ragion politica, ma gli esiti sono opposti. Un paradosso abbastanza tipico.

Sul piano simbolico, Castiglione e Marino dicono molto delle difficoltà di Renzi e della necessità per lui di non farsi mettere all’angolo. Ma si tratta pur sempre di due incidenti di percorso, nessuno risolutivo per le ambizioni del premier. C’è dell’altro, ci sono temi a cui si legano i futuri equilibri parlamentari e quindi l’avvenire del “renzismo” come esperimento destinato a durare.

Appare chiaro infatti che la legge elettorale – il cosiddetto Italicum – è già in archivio. Doveva cambiare l’Italia, imponendo il sistema bipartitico, e invece è a un passo dall’essere modificata in modo radicale. Renzi prevedeva che presto sarebbe stata copiata in altri Paesi, ma a quanto pare non accadrà. Anzi, persino noi italiani eviteremo di metterla alla prova almeno una volta. Eppure la riforma elettorale è stata quella su cui il premier ha insistito di più. Si è arrivati a mettere la fiducia sul testo in un clima di notevole tensione dopo che la coperta della maggioranza, all’inizio trasversale, si era via via ristretta. Tuttavia qualunque ritardo sembrava intollerabile di fronte all’esigenza di conoscere una maggioranza certa la sera stessa dello scrutinio.

Alla fine l’Italicum ha visto la luce, pur fra mille polemiche, ma si è capito quasi subito che era il vestito sbagliato per l’Italia di oggi. Per meglio dire, i risultati delle regionali e soprattutto delle comunali hanno creato parecchia inquietudine a Palazzo Chigi e in altri palazzi. Si è compreso che una convergenza elettorale anti- governo e anti-sistema, Cinque Stelle ma non solo, è sulla carta in grado di contendere la vittoria al Pd e in primo luogo a Renzi. Per la buona ragione che per il candidato del Pd è più difficile prendere voti al secondo turno di quanto non lo sia per il suo antagonista, figlio di una sinergia di fatto fra grillini, leghisti e altri nemici dell'”establishment”.

A questo punto tutti vedono i limiti dell’Italicum, A cominciare dal suo cesellatore, il politologo D’Alimonte, che sul “Sole 24 Ore” ammette che il premio di maggioranza assegnato alla coalizione, anziché alla lista, è “lo scambio possibile per riaprire la partita”. In realtà è quello che vuole un ampio spettro di forze parlamentari: dal centrodestra berlusconiano alla minoranza del Pd ai centristi. Gli stessi che intendono correggere la riforma costituzionale del Senato. E a certe condizioni anche Salvini non avrebbe obiezioni, perché una nuova legge elettorale lo spingerebbe a cercare alleati, isolando invece il partito di Grillo. Proprio i Cinque Stelle sarebbero i più danneggiati, ma dovevano aspettarselo. L’Italicum era ritagliato sulle esigenze di partiti che oggi si accorgono di quanto sia cambiato il quadro e di come sia rischioso lasciare campo libero al M5S. In Francia, oltre cinquant’anni fa, il generale De Gaulle aveva costruito un sistema presidenziale che poggiava sul modello elettorale a doppio turno di collegio. Servì a favorire l’alternanza, da Mitterrand in poi. In Italia si è seguita un’altra strada e l’Italicum è fallito, fra paure e angosce più o meno giustificate, prima ancora di cominciare.

 

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Roma fa schifo. Una certa Roma di sicuro.

24 Giu

Per esempio, quella Roma che un minuto dopo l’elezione con una schiacciante maggioranza di Ignazio Marino ha congiurato per farlo fuori. Quella Roma degli intrecci politico-imprenditoriali o anche solo delle cosche di partito, Pd incluso. Quella Roma che si è mangiata Roma, squali senza dignità e morale, fascisti e microemuli nazisti, cioè la destra più deteriore e allo stesso tempo ridicola, se non fosse che fa ricordare il momento più buio del nostro Paese.
Marino all'attacco

Ecco, a questa roma (meglio l’iniziale minuscola, no?) un blog dal nome emblematico, Roma fa schifo (e che non le manda a dire) ha dedicato un memorandum riconoscendo le 20 principali cose che Marino ha fatto e che si fa finta di non sapere, che vi riporto qui sotto. 
Ci vediamo venerdì 26 giugno alle 18 in piazza del Campidoglio, per sostenere il sindaco onesto.
Cliccando sul link troverete maggiori informazioni.
#iostoconmarino
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Estratto dal blog Roma fa schifo.

Insomma ci risiamo. Marino è incontrollabile. Marino sta cambiando determinate cose. Ergo Marino deve saltare. “Dimostri di saper governare”, dice Renzi facendo capire di volerne le dimissioni al più presto. Chissà cosa significa per il Premier “governare”. Magari per lui governare è adeguarsi alle richieste delle lobby che per 40 anni si sono divorate questa città? In quel caso Marino, che non si è adeguato (e non perché sia chissà quale grande statista, semplicemente perché è estraneo a certe dinamiche raccapriccianti non avendole vissute, non essendoci cresciuto), deve togliersi dalle scatole.

Ma cosa ha fatto Marino di così strano per meritarsi una campagna stampa strabiliante per alcune multe (dovute solo ad un errore di database della targa) e per farsi recapitare una lettera di sfratto e di ultimatum da parte del Primo Ministro? Una lista delle grandi discontinuità di questo sindaco la facemmo in quel famoso articolo di novembre, ma la lista va aggiornata. Rimoduliamo l’elenco nella maniera più schematica possibile.

1. MALAGROTTA

Discarica mostruosa presente da decenni. Erano trent’anni che si parlava di chiuderla. C’erano le multe dell’Europa. Con Marino è stata chiusa e una parte dello sporco che si vede in città (il resto, la maggioranza, è la cialtronaggine di Ama o l’inciviltà dei cittadini) è lì per rappresaglia da parte dei ras che sovraintendevano il settore fino ad oggi. Un tempo a comandare erano dei pessimi imprenditori privati, oggi è il Comune.

2. AMA

Cresce la raccolta differenziata. Un nuovo management finalmente civile. E in questi giorni la prima gara vera (una gara vera a Roma!) per il servizio, con procedure vere, con aziende partecipanti vere e con il migliore e il più economico che vincerà. Risparmio, solo qui, di 10 milioni di euro. 10 milioni di meno nelle tasche dei soliti. E sono briciole se si pensa che i ras dei rifiuti che sono stati lasciati fare, indisturbati, da tutti i sindaci avevano chiesto 900 milioni: un lodo che Ama ha vinto, 900 milioni non li otterranno. Cosa bisognerebbe fare qui per far star tranquillo il Primo Ministro? Andare con Cerroni a mangiare “a coda aaa vaccinara” come facevano i collaboratori dei precedenti sindaci e dei precedenti governatori del Lazio?

(Poi – non dimentichiamolo – la città fa vomitare da quanto è zozza, questo è evidente a tutti)

3. ATAC

Un nuovo management credibile (ma con l’ombra del licenziamento del direttore Carlo Scoppola) e il licenziamento di tanti dirigenti. Non basta, sono discontinuità piccole piccole ma si è smesso di andare nella direzione sbagliata sterzando (sebbene poi restando piuttosto fermi).
Il servizio è non solo da quarto mondo, ma in costante peggioramento, su questo siamo in continuità purtroppo.

4. VENDITA DEL PATRIMONIO IMMOBILIARE DEL COMUNE

Importante rivoluzione: basta negozi in centro affittati a 80 euro al mese, no?

5. TEATRO DELL’OPERA

Azienda rivoltata come un pedalino.

6. AUDITORIUM – MUSICA PER ROMA

Amministratore Delegato scelto previo bando internazionale. Sono arrivate 141 richieste, sono state vagliate, è stato scelto uno spagnolo. Semplicemente una rivoluzione.

7. RESIDENCE

Uno scandalo. Tu hai una struttura. Che non vale un ciufolo. La proponi al Comune perché hai amicizie dove conta e il comune te la affitta a prezzo maggiorato per metterci extracomunitari o persone a disagio. Risultato: il comune spende per tenere la gente in catapecchie 4000 euro al mese a famiglia. Si fa prima a affittargli casa a Piazza Navona. Uno scandalo che ora sta finendo.

8. SILVIA SCOZZESE

Una anomalia di per se l’assessore al bilancio per come sta operando sui costi della città. Tagliare i costi significa tagliare le clientele e togliere ossigeno a chi sull’inefficienza della città ci campava.

9. AMBULANTI

Saltata la Festa di Piazza Navona gestita per decine di anni dai soliti noti del racket ambulante romano. Erano decine e decine di anni che gli altri sindaci lasciavano fare. Il 22 giugno si sposteranno i camion bar e gli urtisti dall’area del Colosseo. Se ne parlava da non si sa quanto, ora a quanto pare si farà: sarebbe una svolta epocale.

10. PEDONALIZZAZIONI

Tridente, Fori. Se ne parlava dagli anni Ottanta. Sono state fatte o comunque decisamente instradate smettendo di far solo chiacchiere. Facciamo saltare il sindaco, e magari riapriamo anche i Fori al traffico privato: questo è “governare” per il Capo del Governo?

11. SPIAGGE

Del Lungomuro di Ostia si parlava da decine di anni. Ora sono arrivate le prime ruspe, per l’estate 2016 Alfonso Sabella, delegato al Municipio lidense, promette grosse rivoluzioni. Che saranno tutte fermate in caso di dimissioni.

12. APPALTI

E’ stato nominato un magistrato come assessore alla Legalità. Un magistrato del calibro di Alfonso Sabella che sta facendo capire a tutti che sul Comune di Roma sarà più difficile rubare. Un codice degli appalti è stato già approvato, tutto viene controllato. Cose che il sistema non ti perdona.

13. CARTELLONI

Marta Leonori, assessore al Commercio, sta portando avanti la grande riforma dei cartelloni. Una partita enorme riguardante un grumo di criminalità e banditismo imprenditoriale di caratura dieci volte più grande di quanto emerso fino ad oggi in Mafia Capitale. Erano venti anni che la città doveva dotarsi per legge di un Piano Regolatore dei cartelloni, Alemanno è riuscito a rimandare con scuse risibili per 5 anni, Marino ha portato a casa il provvedimento dopo un anno di amministrazione. Ora le 400 dittuncole che hanno distrutto anche questo settore economico a Roma tremano perché stanno per arrivare i bandi di gara internazionali e finalmente il settore potrà finire in mano di società serie e strutturate, come avviene in tutte le grandi città del mondo. Fai saltare il Comune e avrai centinaia di cartellonari ad esultare per le strade: salvi anche questa volta all’ultimo tuffo.

14. MANOVRA D’AULA

Vergognosa manfrina che permetteva ai consiglieri comunali di disporre di denari da distribuire nei loro “collegi” elettorali nel nome del più squallido clientelismo. E’ stata soppressa grazie al consigliere Riccardo Magi.

15. URBANISTICA

Caudo è assessore in gamba e onesto, ma non basta: è pure assessore capace che sta infilando risultati e facendo partire cantieri nella maniera in cui si fanno partire in tutta Europa. L’operazione Stadio della Roma è esemplare. Come è esemplare il concorso per l’area di fronte al Maxxi (Città della Scienza).

16. POLIZIA MUNICIPALE (E PERSONALE IN GENERALE)

Il servizio continua ad essere riprovevole, tuttavia si sta provando a cambiare la rotta. La nomina di Raffaele Clemente è una rivoluzione; i vigili assenteisti di Capodanno saranno puniti. Con qualsiasi altro sindaco si sarebbe lasciato correre. Le multe via Twitter hanno cambiato la mentalità di molti romani e ora il servizio “io segnalo” può fare il resto. Intanto si è proceduto a far ruotare i funzionari nei municipi: un’altra rivoluzione. Certo non sono cose che ti fanno amare. Bisogna farsi amare? Allora l’unico modo è lasciare la città nello schifo in cui è…

E che dire del personale? Da decenni i dipendenti comunali percepivano un salario accessorio illegale. Il Governo insisteva per toglierlo ma per non essere impopolare, per non perdere consenso come vorrebbe Renzi, nessun Sindaco rispondeva alle sollecitazioni: Marino questa cosa l’ha affrontata e sistemata e la città si è tolta anche questo pezzettino di illegalità. A Roma, tuttavia, sistemare le illegalità non porta voti, ma li fa perdere. Ciò non toglie che quello è il percorso corretto da intraprendere.

17. REGISTRO UNIONI CIVILI

Altra svolta non da poco. Un salto in avanti di 20 anni da città arretrata a città normale.

18. PIANO ANTI CORRUZIONE

Approvato: rotazione del personale partita. Gli stanno facendo la guerra senza quartiere anche su questo, ma lo ha detto Raffaele Cantone in persone che far ruotare i dirigenti e gli impiegati pubblici è un antidoto alla corruzione. A Roma si è iniziato a farlo ed è una svolta notevolissima.

19. PGTU

A noi il Piano Generale del Traffico e dei Trasporti Urbani non ci affascina. Lo consideriamo timido e dunque inutile. Un fatto è però che è stato approvato, lo si aspettava dal 1999: 16 anni. A livello di contenuti ha aumento delle strisce blu e congestion charge per entrare in centro. Tutte cosette che non ti rendono di certo simpatico, ma che sono giuste e corrette da fare. Cosa bisogna fare, secondo Renzi, fare le cose per il bene della città o fare le cose che rendano felici dei cittadini che si sono assuefatti a vivere in un posto fuori dal mondo e dalla logica? Bisogna fare come fece lui quando divenne sindaco di Firenze e decise di diminuire le multe che, giustamente, il suo predecessore comminava agli incivili?

20. BILANCIO

La città non approvava il suo bilancio di previsione in maniera regolamentare da 24 anni. Quest’anno per la prima volta Roma ha approvato il bilancio 2015 alla fine del 2014, come si deve fare. Approvare un bilancio regolarmente non lascia spazi ad operazioni fuori bilancio ed erano tutte operazioni fuori bilancio quelle che ingrassavano la mucca di Mafia Capitale. Da oltre vent’anni nessun sindaco si era mai preoccupato di approvare un bilancio nei tempi prestabiliti. Alemanno approvava il bilancio di previsione (di previsione!) alla fine dell’anno. Così tutto l’anno era scoperto e ci si poteva aggiustare mese per mese coi risultati che abbiamo visto…

La lettera che non avrei mai voluto scrivere

24 Giu

Non l’ho scritta io ma un mio caro e valoroso amico, Filippo Messineo, che ha deciso di lasciare il Pd di cui è stato fondatore e informa il direttivo del suo circolo. Ci siamo sentiti più volte, in quest’ultimo periodo, interrogandoci a vicenda sull’incrociarsi delle contraddizioni, delle palesi violazioni delle regole, sulle posizioni inaccettabili assunte dai maggiorenti del partito e altro ancora. Sentivo, però, che si era incamminato su un percorso che aveva solo un traguardo.
Non è l’unico, peraltro, che non ha resistito al disagio e alle amarezze che il Pd dispensa generosamente – da qualche tempo in qua – a molti dei suoi  più sinceri sostenitori.
Le ragioni che Filippo spiega sono le mie: lui lo fa con maggiore eleganza di quanto avrei fatto io (che con testardaggine degna di miglior causa continuo a sperare – forse irragionevolmente – in un ravvedimento del vertice).  Ma tant’è. L’esperienza e il buon senso mi dicono di non essere ottimista (Gramsci aveva ragione): resta la volontà di battersi fino in fondo. Ma quanto durerà?

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Car* direttiv*,

questa è la mail che non avrei mai voluto scrivere: ho deciso di non rinnovare quest’anno la tessera del PD e penso sia doveroso da parte mia darvene, anche se sinteticamente, le motivazioni, innanzi tutto per rispetto verso quanto è stato fatto assieme in questi 7 anni.

Grande , infatti, era l’entusiasmo, alla nascita del partito, ma poi le cose non sono andate come in tanti abbiamo sperato.

Da parte mia la discontinuità “dolorosa” si è realizzata, soprattutto, in questi ultimi due anni. Prima con l’episodio del siluramento della “candidatura Prodi”, che ha rappresentato drammaticamente la situazione  di un partito in cui per troppi suoi rappresentanti è prioritaria una cinica gestione del potere personale rispetto alla realizzazione del progetto politico scritto sul programma. Un episodio su cui non c’è mai stata uno straccio di elaborazione pubblica e riconoscimento di responsabilità.

Poi il governo Letta che inaugura la triste stagione delle “larghe intese”.

Poi l’”uomo solo al comando” con le “riforme” annunciate a gran voce con slogan e twitter , in gran parte frutto di scelte che tradiscono il programma della nostra coalizione (ricordate “Italia Bene Comune” per cui abbiamo votato?) . Il decisionismo venduto come “bene in sé”, indipendentemente dal merito e dal metodo delle decisioni. Il confronto politico sostituito dall’evocazione, di volta in volta, dei gufi/nemici di turno ( sindacati, professori, magistrati, insegnanti, ….).

Le anticostituzionali riforme costituzionali.

Una legge elettorale frutto di presunta furbizia più che di competenza e rispetto dei principi di democrazia (e infatti adesso magari verrà ricambiata…)

Le leggi ispirate da Confindustria, come il Jobs Act : più precariato sostanziale, più defiscalizzazione per le imprese, il che non sarebbe di per sé un male se non fosse , così come concepito, un regalo senza contropartita in reali aumenti netti di posti di lavoro.

O lo SbloccaItalia, libertà di colpire l’ambiente, deroghe al codice degli appalti ed alle procedure realizzative, a fronte di  regali per vecchie lobby, come i gestori delle autostrade e le multinazionali dei settori gas e idrocarburi

La riforma della scuola :  http://waltertocci.blogspot.it/2015/06/uno-nessuno-e-centomila.html  e poi http://waltertocci.blogspot.it/2015/06/non-si-puo-bloccare-il-dialogo-sulla.html.  Il  ricatto “o mi approvi la legge o niente assunzioni” ( 150.000 precari !), cioè la concussione come metodo per il governo della cosa pubblica.

In tutto questo la drammatica assenza di una visione capace di indirizzare la battaglia dell’economia, di gran lunga la più importante, perché condiziona la possibilità stessa di combattere con successo tutte le altre. Una azione, peraltro, da indirizzare non solo sul piano nazionale, ma anche in Europa, dove, dopo le promesse del “semestre italiano”, non risultano pervenuti risultati particolari derivanti dalle iniziative dei nostri rappresentanti. Al contrario tanta subordinazione passiva, come, ad esempio, l’ “accordo totale ed incondizionato del governo italiano al TTIP”.

La gestione degli organi locali del partito. Poco rispetto per le regole statutarie e molti accordi tra le filiere .

E poi gli errori alle ultime regionali. l’aver spesso imbarcato nelle liste elementi dal chiaro passato nella destra italiana. Un modo di fare politica che sembra annullare qualsiasi differenza tra destra e sinistra . Le sprezzanti dichiarazioni sulle percentuali di votanti. L’aver imbarcato troppi personaggi politicamente non spendibili, per i loro noti problemi giudiziari

E infatti su tutto l’incapacità di esprimere e far comprendere una posizione chiara del partito sui temi della legalità e della “questione morale”, che invece hanno avuto sempre grande importanza nel profilo identitario dei suoi elettori.

Queste alcune delle ragioni profonde che mi portano oggi a non ritrovarmi più nella maggior parte delle scelte, nel merito e nel metodo, di quello che è diventato il PD.  Troppo lontano ormai, a mio avviso, dai principi fondativi di 8 anni fa.

Ma a tutto questo si sono aggiunte, quasi come detonatore per un esplosivo già accumulato, le vicende romane di questi mesi. Abbiamo discusso più volte sulle dinamiche che hanno generato e caratterizzato questa storia.  Ma aggiungo altro ancora, con riferimento a questi ultimi giorni.

Il comportamento di Orfini (commissario nato e cresciuto politicamente nello stesso ambiente che deve gestire?) che ha subito accusato tutti gli iscritti in modo indiscriminato. Ad una assemblea con Barca l’ho sentito dichiarare : “La responsabilità per Mafia Capitale è anche di tutti coloro che hanno protestato, perché evidentemente non hanno alzato la voce abbastanza”. Capito ?

Orfini ha voluto lavorare da solo senza coinvolgere gli organismi che a norma degli statuti sono ancora pienamente legittimati a lavorare, in primis l’assemblea romana. Assemblea che avrebbe dovuto essere convocata, tra l’altro, perché richiesta da più del dieci per cento dei suoi componenti. Ma Giuntella ed Orfini hanno irriso e denigrato sui social i richiedenti, dicendo che erano espressione del correntismo. Cioè l’Assemblea non si convoca perché frutto del passato inquinato, mentre la Direzione si può tenere, anche se eletta proprio dalla stessa Assemblea. E quindi frutto anch’essa – Direzione – del tesseramento inquinato.

Ma la Direzione viene chiamata a decidere su modifiche per le quali non ha l’autorità ( vedi quesiti alla Commissione Nazionale di Garanzia e il [già precedentemente espresso. ndr] parere della CNG). E decisioni non da poco : la riorganizzazione con i subcommissari municipali , ad es., va contro lo Statuto , e dà luogo ad un accentramento (tesseramento e gestione economica in particolare) mai visto nelle mani di pochissimi. Del resto la giurisprudenza sulle associazioni prevede che le modifiche statutarie e regolamentali le approva l’assemblea, e si intende l’assemblea degli iscritti ! Allora quale credibilità può avere un commissario che da una parte dovrebbe far rispettare la legalità, ma dall’altra è il primo a compiere atti contrari alle norme esistenti ?

Quanto sopra è basato, si è detto, sull’analisi della mappatura di Barca ( che però è stata resa nota venerdì  scorso) . Un lavoro interessante, per molti aspetti. Ma le domande cruciale a cui non trovo risposta sono : ma chi saranno stati i responsabili “politici” di questo stato di cose ? I Circoli  Potere per il potere”, ad es., da chi erano gestiti e come? E chi sono i consiglieri comunali e regionali, i deputati e senatori cresciuti sulla forza di queste “anomalie” ? E i capibastone nemici della Giunta Marino? di quali protezioni ed alleanze , dentro e fuori l’amministrazione, godono? Saranno messi fuori del partito, oppure si faranno uscire solo i loro tesserati fasulli?  In questo stato di cose pensare di rifondare il Pd romano solamente con un nuovo tesseramento raccolto con i banchetti per strada o via email è o un’illusione o una presa in giro.

E infatti nessuno ritiene importante condividere  uno straccio di riflessione critica e autocritica sulle motivazioni e sui processi politici e culturali che hanno portato il partito a questa disfatta morale prima ancora che politica.

Dopo quanto detto, dovrebbe essere chiaro che non è Renzi il solo responsabile della “mutazione genetica” di quel partito che aveva iniziato la sua storia con grandi ambizioni ed aspettative da parte dei suoi iscritti e militanti (non devo ricordare qui i “tassi di abbandono” di questi anni). Comunque sino a poco tempo fa ho immaginato e fortemente sperato che un’alternativa politica a questa mutazione non potesse che essere espressa all’interno del PD. Purtroppo le vicende nazionali e anche romane mi hanno portato a ritenere che non esistono in questo partito ( a parte poche eccezioni ) forze con visione e capacità politica adeguate per costruire un’alternativa progettuale valida. E quindi , oggi, mi paiono ormai inutili gli sforzi per costruire il “PD che vogliamo”. Del resto si è poco credibili quando, ogni volta,  si alza la voce contro ciò che non va, ma poi si abbassa la testa perché è doveroso seguire la logica della “ditta”. Questa è una cultura politica del passato che, personalmente, non ritengo tollerabile.

Essenzialmente da qui, dopo la mancata condivisione  della linea politica , lo svanire di ogni senso, per me, di una  tessera del PD.

Scusate la lunghezza: del resto i problemi sono tanti e, se non fossero stati tanti non sarei stato qui a scrivervi.

Penso agli anni passati insieme, alle iniziative, ai congressi, alle elezioni. Sono orgoglioso , in particolare, dei candidati – dal circolo al Parlamento – che ho sostenuto, perché comunque quei nomi hanno sempre rappresentato per me la concreta speranza per il PD che vorrei. Prime, tra questi, le “mie” candidate ai congressi di Circolo, Delizia e Fabrizia.

Auguro a tutti buon lavoro di cuore: mi piace pensare che, comunque, nelle battaglie per l’affermazione dei valori della democrazia ci ritroveremo dalla stessa parte

Filippo

Oggi peggio di ieri

18 Giu

1. “Bisognerà però che l’Italia cominci col persuadersi che v’è nel seno della nazione stessa un nemico più potente dell’Austria, ed è la nostra colossale ignoranza, sono le moltitudini analfabete, i burocrati macchina, i professori ignoranti, i politici bambini, i diplomatici impossibili, i generali incapaci, l’operaio inesperto, l’agricoltore patriarcale e la rettorica che ci rode le ossa.”

Pasquale Villari, “Di chi è la colpa?“, 1866 (successivamente in “Lettere meridionali“)


2. “La nostra indifferenza nel lasciar correre il male, e dire che non c’è rimedio, invece di unirci tutti a combatterlo dovunque si trovi, è segno della nostra corruzione, è la causa che più aiuta a diffonderla. L’italiano di provincia, quando nota con calma il male che germoglia in un’altra e, soddisfatto che ne sia immune il suo luogo nativo, non crede di dover pensare ad altro, quasi abbia messo al sicuro la propria coscienza, non s’accorge che pronunzia la sua condanna, e dimostra di non avere la moralità politica  che è necessaria a far parte di un popolo libero.”

Pasquale Villari, “Lettere meridionali“, 1878


3. “Ogni sforzo sarà vano, se nel tempo istesso in cui si cerca di estirpare il male con mezzi repressivi, non si adoperano efficacemente i mezzi preventivi. Io non mi stancherò mai di ripeterlo: finché dura lo stato presente di cose, la camorra è la forma naturale e necessaria della società che ho descritta.”

Pasquale Villari, “Lettere meridionali“, 1878)
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Pasquale Villari  Dal sito del Senato della Repubblica,  Senatori dell'Italia liberale (dal 01/04/1861 al 16/10/1922)

Pasquale Villari
Dal sito del Senato della Repubblica,
Senatori dell’Italia liberale
(dal 01/04/1861 al 16/10/1922)

 

Pasquale Villari , patriota, storico. accademico e uomo di stato, nacque a Napoli il 3 ottobre 1827 e morì a Firenze il 7 dicembre 1917.

 

Si chiama autocritica.

16 Giu

E fa bene.

Serra elez amm

La regola Orfini.

15 Giu

 

Cinque regole – quelle che Concita De Gregorio illustra oggi – che debbo pensare il commissario Orfini non conoscesse. Altrimenti sarebbe di certo intervenuto anni prima, avrebbe fatto fuoco e fiamme, denunciato il malaffare (come hanno fatto la Madia o l’Alicata, per esempio), si sarebbe indignato, fatto un casino, non è così? Invece, zitto. Non sapeva.
Ecco perché ha fatto un passo in avanti e ha creato una  regola tutta sua: ignorare lo Statuto nazionale, il Regolamento del Pd Roma, la Commissione di garanzia, la partecipazione di iscritti ed elettori, la trasparenza del bilancio (oops, del debito astronomico) e quindi smantellare la rete dei circoli, buoni o cattivi non importa, fregandosene di iscritti ed elettori. Fare piazza pulita insomma. Tabula rasa. 
Evviva.

Concita PD 1

Concita PD 2

 

 

Il Pd, la sua base, l’astensione.

8 Giu

Una illuminante Mappa di Ilvo Diamanti, oggi su Repubblica.
Da meditare e, soprattutto, far meditare.
Sperando, ovviamente. O pregando.

Altan Preghiera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Le regioni rosa-pallido: effetto astensione, così si è svuotato il serbatoio dem

Le elezioni della scorsa settimana hanno mostrato nuovi segnali di distacco tra il Pd e la sua base elettorale nelle tradizionali roccaforti della sinistra. Va meglio dove la fuga dalle urne è meno marcata.

di ILVO DIAMANTI 

Le “Italie politiche” non sono più quelle di una volta. L’avevamo già osservato negli ultimi anni. In seguito all’affermarsi di due nuovi fenomeni “nazionali”. Il M5S, alle elezioni politiche del 2013, e il Pd di Renzi, il PdR, alle Europee del 2014. Consultazioni molto diverse, per significato e regole. Ma in entrambi i casi avevamo assistito al ridursi delle differenze storiche e territoriali del voto. L’anno scorso, in particolare, il Pd aveva prevalso in quasi tutte le province italiane. Comprese quelle, storicamente ostili, del Nord-Est. Compreso il Lombardo-Veneto, un tempo Demo-Socialista e, in seguito, Forza-Leghista. Questa volta, però, qualcosa è cambiato di nuovo. In modo sensibile. Perché la Zona Bianca (dove nella prima Repubblica aveva dominato la Democrazia Cristiana) è ancora Forza-Leghista.

IL VOTO AMMINISTRATIVO (REGIONALI) NELLE REGIONI «ROSSE»

Diamanti reg 15

L’avvento, nel Pd, di Renzi ha prodotto l’ultimo strappo. Limitato, per un po’, dalla “colla” dell’identità. Che, come si è detto, ha spinto gli elettori di sinistra a votare per il Pd “nonostante” Renzi. Come altrove, in particolare nel Nord, ha indotto gli elettori di Renzi a votare per il PdR “nonostante” il Pd. Ma oggi e da qualche tempo – questa convergenza di elettorati – sempre più lontani, fra loro – non funziona più. E Renzi non riesce a intercettare i diversi flussi del “voto nonostante”. Nelle Zone Rosse di una volta, in particolare, molti elettori sfogano la loro delusione nel non-voto. Così, nelle 11 Regioni (a statuto ordinario) che si sono recate alle urne nell’ultimo anno, il calo della partecipazione elettorale, rispetto alle elezioni precedenti, appare sensibile: circa 11 punti in meno. Ma senza paragone con quanto è avvenuto nelle cosiddette Zone Rosse, dove l’astensione è cresciuta quasi del doppio. Cioè, di quasi 20 punti. In particolare, di 12-13 punti in Toscana e nelle Marche. E addirittura di 30 in Emilia Romagna, lo scorso novembre. (Quando, peraltro, nell’altra regione al voto, la Calabria, l’astensione risultò inferiore).

O meglio, Lega- Forzista. Visto l’exploit della Lega e del governatore uscente, Luca Zaia. Rieletto, con il sostegno di oltre il 50% dei votanti. Ma la Zona Rossa, tradizionale regno del Pci e della sinistra post-comunista, oggi appare meno Rossa. Sempre meno di sinistra. Certo, alle recenti elezioni, in tutte le “regioni rosse”  –  Toscana, Umbria, Marche e, l’anno scorso, Emilia Romagna – si sono affermati i candidati di Centro-sinistra. Tuttavia, dietro al bilancio misurato con criteri “maggioritari”, si scorge un paesaggio politico profondamente mutato. Anzitutto, conviene rammentarlo, la vittoria in Umbria è apparsa, all’inizio, incerta. E poi, soprattutto, nelle Regioni (un tempo) rosse dove si è votato nell’ultimo anno, infatti, i candidati del Centrosinistra hanno perduto 8 punti e mezzo, tra i votanti, rispetto alle elezioni del 2010. E 1 milione e 200 mila elettori. Mentre nell’insieme delle Regioni al voto hanno subito un calo molto più limitato: 3 punti e mezzo. E circa due milioni di voti. A sottolineare che l’arretramento, nell’ultimo periodo, è avvenuto soprattutto nelle terre un tempo “amiche”. Attraversate da segni di logoramento, annunciati, con largo anticipo, dai più attenti osservatori di questo territorio politico. (In particolare: Carlo Trigilia, Francesco Ramella e Mario Caciagli. E, in prospettiva diversa, da Antonio Gesualdi.) D’altra parte, le reti associative e comunitarie, costruite e rafforzate nei decenni, intorno all’organizzazione di massa del Pci, appaiono usurate e, talora, lacerate.

Così, se si esamina l’andamento del voto (non solo) nelle zone rosse rispetto alle elezioni precedenti, emerge, con una certa chiarezza, come il Pd e il Centro-sinistra abbiano “tenuto” maggiormente dove la fuga dalle urne è stata meno ampia. Meno profonda. Mentre alcuni settori del voto di Centro-sinistra si sono orientati verso il M5S. Insomma: il Pd e il PdR non sembrano aver trovato integrazione reciproca, al momento del voto, quest’anno. Le tensioni interne alla base elettorale di Centro-sinistra si sono tradotte in fratture. Difficili da riassumere e tanto più da saldare. Così, (come suggeriscono i flussi elettorali stimati dall’Istituto Cattaneo in alcune importanti città) una parte degli elettori del Pd, (non solo) nelle Regioni Rosse, ha preferito non votare, piuttosto che votare per il PdR, il Partito di Renzi. Oppure ha scelto il M5S. Il voto del “disagio”. Della protesta contro “Roma capitale”. Intesa, come il Partito e il governo centrale.

I segnali del distacco degli elettori dai loro riferimenti politici tradizionali, in quest’area, si erano, peraltro, già manifestati, in modo eclatante, in altre recenti elezioni amministrative. Quando, negli ultimi anni, erano già cadute alcune roccaforti storiche della Sinistra. Fra le altre: Livorno, Perugia, Urbino.

Sull’altro versante, nel Centrodestra, è, invece, cresciuta la Lega, come abbiamo già sottolineato. Il Forza-Leghismo si è trasformato in Lega-forzismo. Anche nelle zone rosse. Quel “gran pezzo dell’Emilia”, raffigurato con tanta efficacia da Edmondo Berselli, lo scorso novembre, attribuì al candidato leghista circa il 30% dei voti. Mentre in Toscana, Umbria e nelle Marche, la Lega ha superato, largamente, quel che resta di Fi. D’altra parte, l’insicurezza si è diffusa anche in queste aree. E il “collezionista delle paure”, come Ezio Mauro ha definito Matteo Salvini, ha incontrato un seguito crescente. Anche in quest’isola non più felice.

Così, oggi, la geografia elettorale che ha caratterizzato l’Italia nel dopoguerra – e fino all’inizio di questo decennio – si conferma in profondo mutamento. E, in parte, si distingue e distanzia rispetto a quanto avevamo osservato un anno fa, in occasione delle elezioni europee. Perché, rispetto ad allora, si osserva il riemergere delle aree “verde-azzurro”. In particolare dove, un tempo, c’era la zona bianca. Cioè: in Veneto. Ma, in generale, ritroviamo le radici di Centro-Destra diffuse in tutto il Nord. Nel Lombardo-Veneto, soprattutto. E, (di nuovo) anche in Liguria. Mentre le regioni rosse dell’Italia centrale si sono scolorite. Oggi disegnano e designano, al più, una “zona rosa-pallido”.

Così, diventa difficile capire e pre-vedere le mappe e le gerarchie elettorali future del nostro Paese. L’ho già scritto, ma mi sembra, comunque, utile ripeterlo. Ogni elezione futura, di qualunque tipo, ormai, è un “salto nel voto”. In un Paese, ogni volta, diverso.

Mondo di mezzo: la II ordinanza

6 Giu

Questa è  l’ordinanza integrale che ha costituito la seconda puntata di Mondo di  mezzo. Ho l’idea che altro seguirà. Preparatevi, voi persone oneste che rispettate la legge e avete comunque subito un torto.
Da parte mia un grazie al Gruppo Antimafia Pio La Torre che l’ha pubblicata.

Ordinanza II Mondo di mezzo

 

L’ordinanza Mondo di mezzo

5 Giu

Con il secondo atto dell’inchiesta della Procura di Roma su Mafia Capitale che ha portato alla nuova ondata di arresti, ho pensato che sarebbe stato utile riproporre l’ordinanza nella stesura integrale.
Ringrazio Giulio Cavalli per averci pensato per primo pubblicandola. Eccola qui.
Buona lettura ma, se volete un consiglio, tenete a portata di mano un antiemetico. Non si sa mai.

 

Ordinanza Mondo di mezzo

Renzi e le responsabilità

3 Giu

Queste elezioni scandiscono una verità inoppugnabile: il progetto di Renzi  di captare il voti della destra illuminata (più o meno) tagliando nettamente le radici con la  sinistra, è perdente. Per garantire quell’elettorato Renzi scelse la contrapposizione frontale con la sinistra del Pd e non solo: con tutto quello rappresentato dai vessilli irrinunciabili di questa parte dell’Italia, primi fra tutti i diritti del lavoro, la Costituzione, la scuola di Stato. Si è così alienato anche coloro che gli avevano temporaneamente affidato la loro fiducia un anno fa e tra questi i più esigenti sulla legalità, sulla trasparenza, sulla laicità, scandalizzati dal sostegno a candidati quantomeno discutibili.

I patetici sicofanti del Pd come la Serracchiani e il compagno di Playstation Orfini che parlano di vittoria ricordando il Pd che guida 17 regioni (ma dimenticano di dire quante di queste prima di Renzi e anche chi le ha vinte: Chiamparino, per fare solo un esempio), hanno i numeri sotto gli occhi?
1.811.346  Regionali 2015
4.264.691 Europee 2014
2.611.377  Politiche 2013
2.684,120 Regionali 2010
Il risultato ha quindi clamorosamente contraddetto il 41% delle europee: l’elettorato del Nord – quello dei ceti produttivi e del  voto d’opinione – ha lasciato il Pd per i 5 stelle o addirittura astenendosi. Chissà se l’ufficio studi di Renzi lo ha informato che ai due milioni di voti persi in un solo anno nelle sette regioni in cui si è votato ne corrispondono 5 e mezzo proiettati sul piano nazionale. L’ombra dell’Italicum-Porcellinum si allunga pertanto minacciosa sulle prossime elezioni nazionali, mostrando chiaramente i rischi di una legge elettorale impapocchiata e basata su certezze tutt’altro che consistenti, come Salvini e i 5 stelle hanno dimostrato.

Queste elezioni hanno anche chiarito altri punti. Che il partito della Nazione non esiste (o perlomeno che è ben al di là da venire); che l’elettorato respinge i compromessi e apprezza posizioni nette e coerenti: la crescita della Lega e la tenuta (tutto sommato) di Grillo ne sono la dimostrazione. Che candidati fedeli ma fragili (Moretti e Paita) non hanno neanche l’ombra dell’appeal necessario per le sfide proposte. Vale la pena di sottolineare come in Liguria si sia fatto di tutto per allontanare Cofferati e ridicolizzare poi Pastorino (ricordate le percentuali da prefisso telefonico?), quello stesso Pastorino cui oggi si tenta – rischiando il ridicolo – di imputare la sconfitta. E appare anche come l’astensionismo, un segnale colpevolmente inascoltato da tempo, sia diventato la scelta prioritaria di chi non si riconosce più nei partiti, mentre questo è il primo bacino di consensi cui il Pd deve tornare a rivolgersi, invece di inseguire il miraggio dei voti della destra.

Questo era stato affermato da molti e oggi pare ben più che verosimile, come riconosciuto anche dai maggiori commentatori:

Marco Damilano : “l risultato di questa notte riporta il Pd nei suoi confini. Non sfonda fuori dal suo bacino elettorale, anzi, sembra arretrare. Perde in Liguria, si ferma sotto la Lanterna, sulle sponde del Bisagno, oggi che fa caldo una bava d’acqua, in autunno torrente killer, dopo una serie incredibili di errori. Perde il vecchio Pd di Claudio Burlando, dominus per dieci anni e più del partito ligure, consociativo e immobilista. Ma perde anche il nuovo Pd targato Renzi, respinto da una parte di elettorato di sinistra che vota un altro candidato, anche il buon Luca Pastorino, non certo il carismatico Sergio Cofferati, pur di non appoggiare il partito. Il vecchio e il nuovo Pd si erano incontrati nella figura di Raffaella Paita, rigettata come troppo legata al vecchio da una parte di elettorato e come troppo renziana per un altro pezzo.
Per mesi Renzi ha messo nel conto l’ipotesi di veder nascere qualcosa alla sua sinistra. Lo aveva detto alla Leopolda nel mezzo dello scontro più duro, con la Cgil e con la minoranza del Pd sull’articolo 18: qualcosa di nuovo a sinistra nascerà. E io, il mio Pd, sottintendeva, lo sconfiggerà. Il progetto del Pd di Renzi è tutto qui. Perdere la vecchia sinistra per guadagnare altri pezzi di elettorato. Berlusconiani in fuga da Arcore. Elettori barricati nell’astensione. Giovani che hanno votato Movimento 5 Stelle, cui Renzi ha promesso una rivoluzione appena più dolce di un vaffa, ma forse più brutale”.

Massimo Gramellini (titolo illuminante: IncoeRenzi): “Molti penseranno che domenica Renzi abbia perso l’aura di invincibile perché è stato troppo Renzi. A me invece sembra che lo sia stato troppo poco. La sua è stata una sconfitta più narrativa che politica. A essere andato in crisi è il racconto con cui l’anno scorso aveva sedotto un Paese stufo dei soliti riti e delle solite facce. Quel racconto prometteva di sostituire i mandarini del Pd con una leva di giovani amministratori locali come lui. Il partito della Nazione, capace di prendere voti a destra e a sinistra, doveva essere il partito dei sindaci. Innovativi, pragmatici, conosciuti e apprezzati sul territorio. Ma, arrivato al potere, il sindaco Renzi ha rinunciato a coltivare i suoi omologhi, riducendo il governo e l’Italia a un gigantesco programma televisivo di cui si considera il presentatore unico, tutt’al più affiancato da una collaboratrice preparata e accudente. Il guaio è che, anziché un Renzi o una Boschi, nelle urne i liguri si sono ritrovati Raffaella Paita, il prolungamento scolorito del governatore uscente. E i veneti la debolissima Moretti, al cui confronto il leghista Zaia sembrava Metternich. Mentre i candidati che hanno vinto – Rossi, Emiliano e il chiacchierato De Luca in Campania – non sono stati scelti dal premier, il quale li ha subiti come un male necessario.
Renzi si sente Messi, ma per tenere l’Italia dovrà diventare Guardiola, uno scopritore e coordinatore di talenti. Il mito dell’uomo solo al comando funziona soltanto finché comanda appoggiandosi ai migliori. Se rinuncia a farlo, il mito svanisce e rimane l’uomo. Solo”.

Ma trovo che il commento migliore sia senza dubbio quello di Ezio Mauro, che non dimentica le reponsabilità della sinistra del Pd:

“Col voto delle europee, con la debolezza degli avversari, con il credito renziano per il cambiamento, il Pd poteva profilarsi non solo come il partito di maggioranza relativa ma come la spina dorsale del sistema politico-istituzionale. E infatti il capolavoro dell’elezione di Sergio Mattarella aveva confermato il Pd nel ruolo di player centrale e indiscusso. Invece di capitalizzare questo risultato, con un patto interno al partito per affrontare una stagione forte di riforme condivise in Italia e in Europa, si è disperso un patrimonio politico, gettando al vento un’opportunità straordinaria. Ciò è avvenuto per una ragione ben più profonda del conflitto verticale tra Renzi e la sua sinistra, andato in scena pubblicamente ogni giorno. La ragione è culturale e sta racchiusa in una mancanza permanente e irriducibile di legittimazione reciproca. La minoranza considera Renzi un abusivo, non un Papa straniero ma il capo di un manipolo di invasori alieni, mentre è evidente che il premier ha legittimamente conquistato il partito così come legittimamente aveva perso le primarie contro Bersani. Questo atteggiamento porta al paradosso, per alcuni, di preferire una sconfitta del leader a una vittoria del partito. Dall’altro lato, Renzi in questi mesi ha diffidato più della sua sinistra interna che della destra berlusconiana, dimenticando che quella è una cultura e una classe dirigente fondatrice del Pd, dunque indispensabile alla sua storia, alle sue ragioni e al suo futuro. In realtà a ben guardare si contrappongono due logiche fortemente minoritarie: quella di una sinistra che fa gioco di interdizione invece di pensare in grande, nel campo aperto, parlando al Paese attraverso il Pd e aiutando-sfidando il premier con la forza delle idee del riformismo occidentale, non con il rimpiattino che trasforma ogni proposta del governo in una trincea d’opposizione; e quella del segretario del più grande partito italiano che incredibilmente si riduce a guidare solo la sua metà di stretta osservanza e si accontenta di comandarlo invece di rappresentarlo. Con il risultato di pensare a vincere più che a cambiare il Pd, soprattutto nel Mezzogiorno, dove si è lasciata marcire una situazione inconcepibile dal punto di vista della legittimità del capolista e della legalità di molti candidati impresentabili: favorendo infine la scomunica mai vista in Occidente di un capolista da parte della Commissione Antimafia a poche ore dal voto, con un’irritualità democratica che sa di guerriglia esportata dal partito alle istituzioni, come ha spiegato qui Roberto Saviano”.

E, più avanti così conclude:

“Se il partito della nazione vuol dire che l’albero e il fusto cresciuti saldamente nel campo della sinistra sanno prolungare le fronde fino al centro, allora è ciò che si aspettava da sempre, ciò che hanno fatto Mitterrand, Blair e anche Hollande parlando e convincendo ceti e interessi di centro in nome dell’identità risolta e sicura di una sinistra moderna, europea, occidentale, che vuole governare. Se invece il partito della nazione è il partito della sostituzione, con un trapianto centrista che soppianta i rami nati e cresciuti a sinistra, allora diventa un’altra cosa, e lascia sguarnita una parte rilevante e indispensabile del campo e di conseguenza del corpo elettorale, cambiando la natura dell’insieme. Le responsabilità del voto di domenica e della notte elettorale agitata del Pd sono di tutta una classe dirigente non all’altezza delle occasioni che la fase offriva, e che forse sono già svanite. Ma naturalmente la responsabilità maggiore sta al capo di quel partito, che ha oggi un enorme potere essendo anche capo del governo. Per continuare fino al 2018 c’è bisogno non solo del premier, ma anche del segretario del Pd, che spesso latita, e che invece deve imparare a usare lo strumento-partito nell’interesse del Paese”.

Applausi.

 

 

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