Archivio | luglio, 2016

Il NO al referendum di Walter Tocci

31 Lug

costituzione_italianaPubblico qui integralmente questa lucida e chiara lettera di Walter Tocci, che ringrazio di cuore, raccomandando tuttavia di leggere l’originale qui. Non si trovano solo gli intelligenti approfondimenti indicati nel testo (che non ho riportato intenzionalmente), ma anche, alla fine, alcuni interessanti commenti che contribuiscono non poco alle ragioni del NO. E infine qualche nota che smentisce bubbole inventate ad arte: negli Stati Uniti – contrariamente a quanto gabellato da molti – il bicameralismo esiste e funziona. Come d’altra parte – aggiungo io – nel Regno Unito, anche se in diversa misura .

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Perché voto NO al referendum – Lettera aperta al PD

Questo post consente due piani di lettura. Il testo principale sviluppa le argomentazioni in modo – spero – semplice e completo ed è sufficiente a illustrare la mia posizione. I box di approfondimento, invece, trattano argomenti specifici entrando nei dettagli tecnici e storici. Purtroppo il trentennale dibattito istituzionale ha accumulato tanti equivoci che richiedono una critica articolata, ma questa rischia di appesantire il discorso generale. La distinzione permette al lettore di scegliere il livello di lettura secondo i propri interessi.

Care democratiche e cari democratici,

avverto il dovere di chiarire le ragioni che mi portano a confermare nel referendum il voto contrario già espresso in Senato sulla revisione costituzionale. Ecco alcuni punti che mi stanno a cuore.

La soluzione senza il problema

C’è pieno accordo tra noi sulla esigenza di riforma del bicameralismo, ma forse proprio per il largo consenso sulla soluzione si è smarrito il problema.
Si è fatto credere che il problema sia la velocità delle leggi, quando è evidente che sono troppe e vengono modificate vorticosamente. L’alluvione normativa soffoca le energie vitali del Paese. Si è drammatizzata la lungaggine della doppia navetta, ma riguarda solo il 3% dei provvedimenti. I più veloci sono anche i peggiori: il decreto Fornero convertito in quindici giorni viene revisionato ogni anno; le norme ad personam di Berlusconi furono come lampi in Parlamento, il Porcellum fu approvato in due mesi circa, ecc.. I tempi sono rapidi quando c’è la volontà politica, soprattutto se negativa.

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Si, per fare buone leggi valeva la pena di riformare il bicameralismo. Era meglio eliminare il Senato, imponendo alla Camera maggioranze qualificate sulle leggi di garanzia costituzionale; oppure si poteva specializzare il Senato come Camera di Alta legislazione, priva di fiducia, ma dedita alla produzione di Codici al fine di assicurare l’organicità, la sobrietà e la chiarezza delle norme. Erano soluzioni forse troppo semplici. Si è preferito invece un assetto tanto arzigogolato da pregiudicare perfino l’obiettivo della velocità.

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Potestas senza auctoritas in Senato

È un bicameralismo abbondante, frammentario e conflittuale. Il Senato mantiene, seppure in modo contorto e controverso, molti poteri, ma perde l’autorevolezza, diventando il dopolavoro del ceto politico regionale, senza l’indirizzo politico né il simbolo di un’antica istituzione. Bisogna riconoscere che il primo testo del governo mostrava una certa coerenza cambiando anche il nome in Assemblea delle autonomie. Poi è stato reinserito il nome Senato più per una nostalgia rassicurante che per un rango riconosciuto. All’opposto del suo riferimento storico, infatti, è un’Assemblea dotata di potestas ma povera di auctoritas. In tali dosi la prima tende a superare i limiti e la seconda non basta a irrobustire la responsabilità. Il risultato sarà una conflittualità sulle attribuzioni delle leggi, affidata ai Presidenti delle Camere senza soluzione in caso di disaccordo.

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Il contenzioso verrà alimentato da una pessima scrittura del testo. In certe parti assomiglia a un regolamento di condominio, è come uno scarabocchio sullo stile sobrio della Carta. Ora perfino gli autori dicono che si poteva fare meglio. Quale demone ha impedito di scrivere un testo in buon italiano? Il linguaggio sciatto è sempre il sintomo di un malessere inconsapevole.
Crisi politica, non costituzionale
L’ossessione nel cambiare la Costituzione è una malattia solo italiana, non ha paragoni in nessun paese occidentale. Eppure tutti i sistemi istituzionali sono prodotti storici e quindi naturalmente difettosi. La Costituzione americana non prevede neppure il decreto legge, ma consente di gestire un impero e alimenta da oltre due secoli una religione civile, nessuno si sognerebbe di modificarne decine di articoli. Sono i governanti che devono compensare con la politica i difetti dell’ordinamento, quando non sanno farlo invocano le riforme istituzionali. Che intanto sono servite a cancellare il tema dell’attuazione della Costituzione. Basta rileggere l’articolo 36: “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Sono principi negati per milioni di italiani, di giovani e di migranti, senza che il rispetto della Carta diventi mai una priorità politica.

Se si rimuovono le cause storico-politiche, il riformismo istituzionale diventa una metafisica senza tempo e senza realtà. Tutto è cominciato quando sono finiti i vecchi partiti, che nel bene e nel male comunque avevano governato il Paese, sia in maggioranza sia dall’opposizione. Da allora il ceto politico non è stato capace o non ha voluto rigenerare strutture politiche adeguate ai nuovi tempi e ha scaricato tale incapacità sulle istituzioni. Si è trasformata una crisi politica in una crisi costituzionale. Alcuni politici si sono dati l’alibi dicendo che volevano spostare le montagne ma le procedure parlamentari lo impedivano.
La decadenza di una nazione comincia quando l’attivismo delle soluzioni oscura la consapevolezza dei problemi. Negli anni della grave caduta della produttività economica, si è parlato solo della produttività legislativa. Da molto tempo l’Italia non riesce ad aprirsi al mondo nuovo, non accede alla società della conoscenza, eppure il discorso pubblico di destra e di sinistra si occupa di un piccolo problema di tecnica parlamentare, fino a ingigantirlo come il principale ostacolo da rimuovere sulla via del progresso. Che il Paese non si possa governare a causa del bicameralismo è la più grande panzana raccontata al popolo italiano nel secondo Novecento. Senza temere il ridicolo, l’establishmentpromette che il nuovo articolo 70 aumenterà il PIL; ora si promette anche la lotta al terrorismo e altro ancora! È un sacco vuoto che può essere riempito di ogni cosa.

Servire, non servirsi della Carta

All’inizio c’era almeno un’intenzione costruttiva, che le riforme servissero a stimolare il rinnovamento dei partiti. Anche io ho creduto in tale opera pia, ma era come il tentativo del barone di Münchausen di sollevarsi da terra tirandosi per il codino. Non era possibile che i partiti in caduta verticale di idee e di consensi avessero miracolosamente la capacità di riscrivere la Carta. Con il risultato che la crisi politica non curata è degenerata nel discredito del ceto politico e le riforme istituzionali sono sempre fallite. Sono state numerose – basta con la storiella delle occasioni mancate! – ma si sono rivelate sbagliate perché motivate solo da interessi politici contingenti, non da progetti costituzionali: il Titolo V della sinistra per rincorrere la Lega; la riforma del 2005 per frenare la crisi di Berlusconi; lo jus sanguinis del voto all’estero per legittimare Fini; il pareggio di bilancio per celebrare Monti. Oggi si ripete l’errore con maggiore impeto: si riscrive la Carta per legittimare un governo privo di un programma presentato agli elettori e per prolungare il Parlamento addirittura come Assemblea Costituente, pur essendo costituito con legge elettorale illegittima.

Che vinca il Si o il No, comunque è una revisione costituzionale senza futuro. Non può durare nel tempo perché è scritta solo dal governo attuale, non è frutto di un’intesa, anzi alimenta la discordia nazionale. Lo so bene che alcuni si sono sfilati per misere ragioni, ma dalla nostra parte non si è cercato sempre uno spirito costituzionale. Anzi, è prevalsa l’illusione che “spianare gli avversari” – come si dice oggi con lessico desolante – potesse rafforzare la leadership del PD.

Provo un senso di pena per chiunque motivi la revisione della Carta con la lotta alla Casta del Parlamento. La riduzione dei costi degli eletti c’è già stata e si può fare di più con le leggi ordinarie. Se invece si scomoda la Costituzione è solo per impressionare l’opinione pubblica. Il populismo di governo è tanto sguaiato quanto inefficace, perché non batte neppure l’originale grillino, come si è visto alle elezioni.
E racconta mezze verità. La riduzione del numero dei parlamentari c’è solo nel Senato che perde rango, ma non nella Camera che aumenta il potere. Eppure proprio il numero dei deputati, in rapporto alla popolazione, è tra i più alti in Europa. I “rottamatori” non hanno avuto il coraggio di deliberare per una Camera più piccola, come invece seppero fare la destra nel 2005 e la sinistra nel 2007.

L’illusione della decisione imperativa

Con la scusa di riformare il bicameralismo, e con l’aggiunta dell’Italicum, in realtà si cambia la forma di governo, senza neppure dirlo. È il “premierato assoluto” tanto temuto da Leopoldo Elia: un leader in partenza minoritario può vincere il ballottaggio e conquistare il banco, non solo per governare il paese, ma per modificare a suo piacimento le regole e le istituzioni di tutti. Ormai se ne è accorto anche il presidente Napolitano del pericolo di “lasciare la direzione del Paese a una forza politica di troppo ristretta legittimazione nel voto del primo turno”.

Il paradosso più grande è che da trent’anni i governi ricevono maggiori poteri, ma ottengono consensi sempre minori. La concentrazione del potere non solo non ha portato benefici al Paese, ma viene da pensare che ne abbia assecondato la crisi. Invece di “cambiare verso”, si realizzano i vecchi propositi con maggiore lena: l’esecutivo domina il legislativo, la Camera prevale sul Senato, il premio di maggioranza non è compensato dai diritti della minoranza, i capilista si allontanano dal controllo degli elettori, i voti di chi vince valgono il doppio di quelli di chi perde, il capo di governo o comanda sulla Camera o ne chiede lo scioglimento, facendo pesare la legittimazione ottenuta nel ballottaggio. Infine, ritorna la supremazia dello Stato sulle Regioni. Dopo l’ubriacatura del federalismo si torna indietro al centralismo statale, di cui ci eravamo liberati con entusiasmo. Si passa da un eccesso all’altro, senza mai cercare la misura in una cooperazione tra nazionale e locale. Un vero salto di qualità del regionalismo italiano si avrebbe solo con la riduzione del numero delle Regioni, alcune sono grandi quanto un municipio romano. Sarebbe anche l’occasione per superare gli Statuti speciali nati ai tempi della guerra fredda e divenuti ormai relitti storici. Purtroppo proprio le decisioni più importanti sono rinviate sine die. Nelle partite difficili i riformatori muscolari gettano la palla in tribuna.

Da che cosa viene la voglia smodata di concentrare il potere? Nei momenti di crisi è più facile cadere nelle illusioni. La più ingannatrice è che la complessità italiana possa essere risolta dalla decisione imperativa. Eppure essa è innaturale per il carattere italiano, è antistorica per la Repubblica costituzionale, ed è anche inefficace per un’Amministrazione debole come la nostra.
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La ricerca affannosa della reductio ad unum sembra una terapia e invece è la malattia. La fortuna del Paese è quando molti si danno la mano. Dal centralismo sono venute solo dissipazioni di risorse, ritardi storici e anche lutti e rovine. Le buone leggi si scrivono quando la politica non fa tutto da sola, ma aiuta la generatività sociale, ha fiducia nel Paese e ne viene ricambiata. I frutti migliori dello spirito italiano sono sempre venuti dalla molteplicità.

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Il piccolo mondo antico di Aldo Bozzi
Vorrei che i giovani politici ci chiamassero a realizzare nuove ambizioni. Mi rattrista vederli cincischiare con il piccolo mondo antico di Aldo Bozzi, un vero signore, dall’aspetto ottocentesco, che calcava la scena quando molti di loro non erano ancora nati. Dopo il fallimento della sua prima Bicamerale, molti ci rimasero male, ma li tranquillizzòNorberto Bobbio: le riforme istituzionali – secondo lui – erano solo fanfaluche utilizzate per eludere i veri problemi della democrazia italiana. Eppure, il programma di allora è proseguito fino a oggi, sempre la stesso, con piccole varianti. A forza di raccontarlo come il nuovo è invecchiato prima di essere attuato, perché erano sbagliati i problemi da cui partiva. Per trent’anni i politici hanno ripetuto che la governabilità era più importante della rappresentanza. Quasi la metà del popolo li ha presi in parola disertando le urne.

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Le consunte ricette della politologia sono state bruciate dagli eventi. Siamo corsi dietro il modello Westminster, ma il bipolarismo non esiste più neppure in quel paese. Invece di convincere gli elettori astensionisti, si è tentato di sostituirli con i premi di maggioranza. Invece di confrontarsi sui programmi di governo, i partiti si distinguono sulle leggi elettorali.

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Ha dominato da noi un imperativo quasi inesistente in Europa: la sera delle elezioni al telegiornale si deve sapere chi governa. Però nella Seconda Repubblica nessun governo è poi riuscito a vincere le elezioni successive, nonostante la prosopopea della stabilità.
Forse quell’imperativo è sbagliato, perché orienta la politica solo alla sera delle elezioni, non alla duratura guida del Paese. Spinge i partiti a diventare mere macchine elettorali, senza progetto culturale e senza radicamento sociale. Le classi politiche perdono il contatto sia con l’invenzione progettuale sia con la realtà popolare e si abbarbicano alle macchine amministrative. Un altro paradosso del nostro tempo è che voleva privatizzare ogni cosa e invece ha finito per statalizzare la politica. I politici statalizzati non maneggiano gli strumenti sociali e culturali necessari a governare il cambiamento, sanno solo scrivere leggi e ne approvano tantissime. Ma la bulimia legislativa è un segno di impotenza del governo.
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Occupiamoci del futuro e lasciamo agli storici la spiegazione della lunga vacanza dalla realtà che la politica si è presa giocando con l’orsacchiotto di pezza delle riforme istituzionali. La Carta si può anche modificare, ma occorre l’umiltàper fare meglio dei padri e la lungimiranza per lasciare un’eredità ai figli. Entrambi i compiti sono stati mancati dalla mia generazione e dalla successiva. Vorrà dire qualcosa se da venti anni tutte le revisioni sono fallite.
Un giorno verrà una classe politica capace di guidare il Paese e ce ne accorgeremo proprio dalla bontà dei miglioramenti che apporterà alla Costituzione. Nel frattempo non siamo così disperati da applicare anche alla Carta l’ordinario “riformismo purchessia” che accetta tutto anche se poco va bene. Il bicameralismo è certamente un difetto da correggere, non lo nego, ma in una graduatoria di importanza sarà forse il centesimo; con la vittoria del NO la classe politica dovrà occuparsi dei 99 problemi più importanti dell’Italia.
Cambiare il PD è una riforma costituzionale
Nel paese del melodramma si mettono in scena le tragedie anche su problemi inesistenti. Se il NO vince non è l’apocalisse. Chi ha alimentato il panico saprà anche sgonfiarlo. Ammiro gli inglesi almeno per la forma, certo non per il contenuto della sciagurata Brexit, quella si una scelta davvero dirimente per il Paese. Il partito conservatore ha bruciato il suo leader e i due probabili successori, ma in poche settimane ha trovato un quarto leader, una donna, e ha ripreso il cammino del governo. Ecco a cosa servono i partiti, a risolvere le crisi, da noi invece si utilizzano le crisi per annichilire i partiti.
Si dirà che il PD non è solido come i Tories, ma se non ci pensiamo normali non lo diventeremo mai. Si teme che non regga una smentita al referendum, forse perché a differenza dei partiti europei dipende esclusivamente dalla persona che lo rappresenta. Non solo oggi, da quando lo abbiamo fondato – sono ormai dieci anni – il PD si è occupato solo della leadership, tutto il resto è andato in secondo piano: il progetto Paese, la cultura, l’organizzazione, la selezione dei dirigenti. Ma è proprio di queste carenze che poi rimangono vittime i leader. Dopo lo slancio iniziale smarriscono le promesse perché non hanno lo strumento per realizzarle. È successo con Veltroni e con Bersani, e rischia di ripetersi con Renzi.
La Costituzione è difettosa soprattutto nell’articolo 49, poiché oggi mancano i partiti per “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Non basta la nuova legge sui partiti se non si riforma la sostanza della politica. Cominciamo almeno dalla nostra parte. Cambiare il PD è già una riforma costituzionale.

Postilla
Care democratiche e cari democratici, voterò NO al referendum utilizzando la libertà di voto che il nostro Statuto consente in materia costituzionale. Il dissenso è una bevanda amara da prendere in piccole dosi, quindi cerco di esprimerlo nelle forme strettamente necessarie. Non ho aderito al comitato per il NO, pur condividendone il compito, partecipando alle iniziative e stimando tanti cari maestri che lo rappresentano. Qui ho espresso le mie personali motivazioni, ma credo ci siano nel PD tanti militanti ed elettori che con argomentazioni diverse condividono la scelta per il NO.
Sarebbe utile ritrovarsi in una dichiarazione comune e promuovere momenti di confronto e di approfondimento; ancora lo Statuto consente di esprimere in forma collettiva una scelta diversa da quella della maggioranza. Potremmo contribuire al dibattito referendario con una motivazione critica, ma rispettosa della posizione ufficiale. Sarebbe un altro buon esempio di democrazia del PD, e aiuterebbe a superare le personalizzazioni e le drammatizzazioni che si sono rivelate inutili e dannose. I democratici per il No possono contribuire a una discussione di merito sul significato del referendum.
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Un anniversario inutile? 35 anni fa la questione morale

28 Lug

La questione morale venne ufficialmente alla luce in tutta la sua spietata realtà 35 anni fa, in questa storica denuncia di Enrico Berlinguer nell’intervista a Eugenio Scalfari. Apparirà banale, ma la domanda è sempre la stessa: cosa è cambiato da allora?
Per tutti coloro che sono ancora in attesa e non si rassegnano e soprattutto per chi non c’era, affinché non si perdano le speranze e non si affievolisca mai l’impegno di ciascuno per un’Italia migliore.             

Berlinguer1“La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche.”

Un sentito grazie al sito dedicato a Enrico Berlinguer  che conserva il testo originale dell’intervista.

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I Partiti sono diventati macchine di potere

di Eugenio Scalfari
La Repubblica, 28 luglio 1981                                


“I partiti non fanno più politica“, mi dice Enrico Berlinguer, ed ha una piega amara sulla bocca e, nella voce, come un velo di rimpianto.
“Politica si faceva nel ‘ 45, nel ‘ 48 e ancora negli anni Cinquanta e sin verso la fine degli anni Sessanta. Grandi dibattiti, grandi scontri di idee, certo, scontri di interessi corposi, ma illuminati da prospettive chiare, anche se diverse, e dal proposito di assicurare il bene comune. Che passione c’era allora, quanto entusiasmo, quante rabbie sacrosante! Soprattutto c’era lo sforzo di capire la realtà del paese e di interpretarla. E tra avversari ci si stimava. De Gasperi stimava Togliatti e Nenni e, al di là delle asprezze polemiche, ne era ricambiato.”

Oggi non è più così?
Direi proprio di no: i partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia.

 

La passione è finita? La stima reciproca è caduta?
Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”. La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora…

Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.
È quello che io penso.

Per quale motivo?
I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.

Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.
E secondo lei non corrisponde alla situazione?

Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo. Allora delle due l’una: o gli italiani hanno, come si suol dire, la classe dirigente che si meritano, oppure preferiscono questo stato di cose degradato all’ipotesi di vedere un partito comunista insediato al governo e ai vertici del potere. Che cosa è dunque che vi rende così estranei o temibili agli occhi della maggioranza degli italiani?
La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel ’74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell’81 per l’aborto, gli italiani hanno fornito l’immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane. Non nego che, alla lunga, gli effetti del voto referendario sulla legge 194 si potranno avvertire anche alle elezioni politiche. Ma è un processo assai più lento, proprio per le ragioni strutturali che ho indicato prima.                                        

C’è dunque una sorta di schizofrenia nell’elettore.
Se vuole la chiami così. In Sicilia, per l’aborto, quasi il 70 per cento ha votato “no”: ma, poche settimane dopo, il 42 per cento ha votato Dc. Del resto, prendiamo il caso della legge sull’aborto: in quell’occasione, a parte le dichiarazioni ufficiali dei vari partiti, chi si è veramente impegnato nella battaglia e chi ha più lavorato per il “no” sono state le donne, tutte le donne, e i comunisti. Dall’altra parte della barricata, il Movimento per la vita e certe parti della gerarchia ecclesiastica. Gli altri partiti hanno dato, sì, le loro indicazioni di voto, ma durante la campagna referendaria non li abbiamo neppure visti, a cominciare dalla Dc. E la spiegazione sta in quello che dicevo prima: sono macchine di potere che si muovono soltanto quando è in gioco il potere: seggi in comune, seggi in parlamento, governo centrale e governi locali, ministeri, sotto-segretariati, assessorati, banche, enti. se no, non si muovono. Quand’anche lo volessero, così come i partiti sono diventati oggi, non ne avrebbero più la capacità.

Veniamo all’altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.
In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l’andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito “diverso” dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità. 

Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d’infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C’è da averne paura?
Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all’equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l’operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?

Mi pare che incuta paura a chi ha degenerato. Ma vi si può obiettare: voi non avete avuto l’occasione di provare la vostra onestà politica, perché al potere non ci siete mai arrivati. Chi ci dice che, in condizioni analoghe a quelle degli altri, non vi comportereste allo stesso modo?
Lei vuol dirmi che l’occasione fa l’uomo ladro. Ma c’è un fatto sul quale l’invito a riflettere: a noi hanno fatto ponti d’oro, la Dc e gli altri partiti, perché abbandonassimo questa posizione d’intransigenza e di coerenza morale e politica. Ai tempi della maggioranza di solidarietà nazionale ci hanno scongiurato in tutti i modi di fornire i nostri uomini per banche, enti, poltrone di sottogoverno, per partecipare anche noi al banchetto. Abbiamo sempre risposto di no. Se l’occasione fa l’uomo ladro, debbo dirle che le nostre occasioni le abbiamo avute anche noi, ma ladri non siamo diventati. Se avessimo voluto venderci, se avessimo voluto integrarci nel sistema di potere imperniato sulla Dc e al quale partecipano gli altri partiti della pregiudiziale anticomunista, avremmo potuto farlo; ma la nostra risposta è stata no. E ad un certo punto ce ne siamo andati sbattendo la porta, quando abbiamo capito che rimanere, anche senza compromissioni nostre, poteva significare tener bordone alle malefatte altrui, e concorrere anche noi a far danno al Paese.                                                                             

Veniamo alla seconda diversità.
Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.

Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti.
Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant’anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi. 

Non voi soltanto.
È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell’economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l’iniziativa individuale sia insostituibile, che l’impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell’attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?

Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un’offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.
Beh, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s’intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l’occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.
Noi abbiamo messo al centro della nostra politica non solo gli interessi della classe operaia propriamente detta e delle masse lavoratrici in generale, ma anche quelli degli strati emarginati della società, a cominciare dalle donne, dai giovani, dagli anziani. Per risolvere tali problemi non bastano più il riformismo e l’assistenzialismo: ci vuole un profondo rinnovamento di indirizzi e di assetto del sistema. Questa è la linea oggettiva di tendenza e questa è la nostra politica, il nostro impegno. Del resto, la socialdemocrazia svedese si muove anch’essa su questa linea: e quasi metà della socialdemocrazia tedesca (soprattutto le donne e i giovani) è anch’essa ormai dello stesso avviso. Mitterrand ha vinto su un programma per certi aspetti analogo.
                                                  

Vede che non ha ragione di alterarsi se dico che tra voi e un serio partito socialista non ci sono grandi differenze.
Non mi altero affatto. basta intendersi sull’aggettivo serio, che per noi significa comprendere e approfondire le ragioni storiche, ideali e politiche per le quali siamo giunti a elaborare e a perseguire la strategia dell’eurocomunismo (o terza via, come la chiamano anche i socialisti francesi), che è il terreno sul quale può aversi un avvicinamento e una collaborazione tra le posizioni dei socialisti e dei comunisti.

Dunque, siete un partito socialista serio…
…nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo…

Però, alle elezioni del 21 giugno, i socialisti di Craxi sono andati parecchio meglio di voi. Come se lo spiega?
I socialisti hanno certamente colto alcune esigenze nuove che affiorano nel paese. In modi non sempre chiari, ma comunque percettibili, stanno mandando segnali a strati di borghesia e anche di alta borghesia. La crisi profonda che ha investito la Dc non è senza riflessi sull’incremento del Psi, nonché dei socialdemocratici, dei liberali, dei repubblicani. C’è stanchezza verso la Dc e il desiderio diffuso di cambiamento. Il 21 giugno, il grosso dei voti che sono defluiti dalla Dc si è trasferito nell’area laica e socialista. Per ora è stato così.

Lo giudica un fenomeno positivo?
Complessivamente, sì, dato che si accompagna ad un calo dei fascisti del Msi e a una conferma della nostra ripresa rispetto al ’79.

Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società?
No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c’è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese.

Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c’è o no?
Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c’è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e senza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta.                                          

Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?
La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche.               

Le cause politiche che hanno provocato questo sfascio morale: me ne dica una.
Le dico quella che, secondo me, è la causa prima e decisiva: la discriminazione contro di noi.

Non le sembra eccessivo Signor Segretario? Tutto nasce dal fatto che non siete stati ammessi al governo del Paese?
Vorrei essere capito bene. Non dico che tutto nasca dal fatto che noi non siamo stati ammessi nel governo, quasi che, col nostro ingresso, di colpo si entrerebbe nell’Età dell’ Oro (del resto noi non abbiamo mai chiesto l’elemosina d’esser “ammessi”). Dico che col nostro ingresso si pone fine ad una stortura e una amputazione della nostra democrazia, della vita dello Stato; dico che verrebbe a cessare il fatto che per trentacinque anni un terzo degli italiani è stato discriminato per ragioni politiche, che non è mai stato rappresentato nel governo, che il sistema politico è stato bloccato, che non c’ è stato alcun ricambio della classe dirigente, alcuna alternativa di metodi e di programmi. Il gioco è stato artificialmente ristretto al 60 per cento degli elettori; ma è chiaro che, con un gioco limitato al 60 per cento della rappresentanza parlamentare, i socialisti si vengono a trovare in una posizione chiave.

Questo le dispiace?
Mi sembra un gioco truccato, oltre al fatto che bisogna vedere come il Psi sta usando questa posizione chiave di cui gode anche grazie alla nostra esclusione. Per esempio, potrebbe usarla proprio per rimuovere la pregiudiziale contro di noi. A quel punto le possibilità di ricambio, cioè di una reale alternativa (e nel suo ambito, anche di un’alternanza) sarebbero possibili, sarebbero a vantaggio generale e, a me sembra, a vantaggio dello stesso Psi, in quanto partito che ha anch’esso una sua insostituibile nel rinnovamento del Paese. Oppure i socialisti possono seguitare a usare la loro posizione per accrescere il potere del loro partito nella spartizione e nella lottizzazione dello Stato. E allora la situazione italiana non può che degradare sempre di più. 

Dica la verità, signor segretario: lei ritiene che i socialisti stiano seguendo piuttosto questa seconda via, non la prima.
Ebbene, non sono io che la penso così, sono i fatti a dircelo. Nel ’77 i socialisti si impegnarono a rimuovere la pregiudiziale democristiana contro di noi. Nel ’78 ripeterono l’impegno, ma al primo veto della Dc l’accettarono come un dato immutabile. Badi bene: non dico che dovevano farlo per i nostri begli occhi. Ma se il problema di fondo della democrazia italiana è, come anche essi riconoscono, la mancanza di un ricambio di classe dirigente, capace di avviare un rinnovamento reale e profondo, dovevano farlo per se stessi e per il Paese. Nell’ 80, poi, hanno addirittura capovolto la loro linea e, da una timida richiesta di far cadere le pregiudiziali anticomuniste, sono passati all’ alleanza con la destra democristiana, quella del ‘ preambolo’ cioè della più ottusa discriminazione contro di noi e della divisione del movimento operaio. I socialisti pensano di crescere in fretta al riparo di una linea come quella del “preambolo”. Io non credo che sarà così. Ma poi quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.

 Craxi sostiene che il problema, prima ancora del ricambio della classe dirigente e di governo, è quello di un mutamento dei rapporti di forza a sinistra, tra socialisti e comunisti. Craxi dice: datemi forza, più forza; fate arrivare il Psi al 18, al 20 per cento. Allora, insieme ai socialdemocratici, l’area socialista e quella comunista saranno più o meno equivalenti, e allora sarà possibile anche allearsi con il Pci, perché allora saremmo noi socialisti a condurre il gioco e a garantirne le regole. Craxi si richiama all’esempio di Mitterrand, che ha vinto perché è diventato più forte dei comunisti. Credo sia questo il suo obiettivo. A quel punto sarà pronto ad allearsi con voi, ma non prima.
Sì, lo so che nel partito socialista c’è chi pensa in questo modo. ma, poiché è stato tirato in ballo Mitterrand, voglio farle osservare che mitterrand entrò nella Sfio, il vecchio partito socialdemocratico francese, quando la Sfio era ridotta al 6 per cento di voti, mentre il partito comunista francese stava sopra al 20. Ebbene, Mitterrand trasformò la Sfio, spazzò via la vecchia burocrazia d’apparato, aprì ai club, al sindacato, ai cattolici; ma soprattutto, cercò subito una linea unitaria a sinistra col partito comunista francese, sebbene il Pcf fosse un partito, diciamolo, alquanto diverso dal nostro.
Mitterrand non ha aspettato d’essere più forte del Pcf per ricercarne l’alleanza. In queste ultime elezioni presidenziali, durante il dibattito televisivo con Giscard, Mitterrand disse: io non escluderò mai dal governo la classe operaia francese e un partito, come il Pcf, che ne rappresenta una parte. L’ha detto e l’ha anche fatto. E ha risposto agli americani con la dignità che conosciamo. Io dico che forse proprio per questo la forza socialista francese è cresciuta fino a diventare maggioritaria nella sinistra.
    

La posizione di Mitterrand è stata anche una posizione obbligata. Obbligata dal sistema costituzionale ed elettorale francese.
Ma no, non è affatto vero. C’è stato Rocard che ancora poco tempo fa proponeva una linea del tutto diversa: proponeva una specie di centro-sinistra, l’alleanza con una parte dei centristi giscardiani. Il partito socialista francese ha vinto sulla linea di Mitterrand, non su quella di Rocard.

Onorevole Berlinguer, vorrei che adesso lei mi parlasse dello stato del suo partito. C’è una perdita di velocità? Una perdita di influenza?
Direi che abbiamo girato la boa e siamo di nuovo in ripresa. Sinceramente: dopo le politiche del ’79 rischiammo una sconfitta che poteva metterci in ginocchio. Non tanto per la perdita di voti, che pure fu grave,  quanto per un altro fatto: durante i governi di unità nazionale noi avevamo perso il rapporto diretto e continuo con le masse. Quei governi feceero anche cose pregevoli, che non rinneghiamo. Contennero l’inflazione, in politica estera presero qualche buona iniziativa, la lotta contro il terrorismo fu condotta con fermezza e dette anche risultati. Poi ci fu un’inversione di tendenza e gli accordi con noi furono violati. Ma sta di fatto che noi, anche per nostri errori di verticismo, di burocratismo e di opportunismo, vedemmo indebolirsi il nostro rapporto con le masse nel corso dell’esperienza delle larghe maggioranze di solidarietà. Ce ne siamo resi conto in tempo. Posso assicurarle che un’esperienza del genere noi non la ripeteremo mai più.

La rottura della maggioranza di unità nazionale provocò contrasti nel gruppo dirigente del partito?
Ci furono diverse opinioni e il dibattito durò a lungo.

Più tardi, pochi mesi fa, avete lanciato la linea dell’alternativa democratica. Posso ricordarle, signor segretario, che lei e il gruppo dirigente del suo partito eravate stati tenacemente contrari ad ogni discorso di alternativa, fino a quando non vi siete improvvisamente “convertiti”. Come mai?
C’è stato forse un certo ritardo. Ma ricordo che già da tempo noi definivamo l’obiettivo dell’alternativa come alternativa democratica per distinguerlo da quello di una secca alternativa di sinistra, per la quale non esistono tuttora le condizioni. Posso aggiungerle che avevamo anche puntato sulla possibilità che la Dc potesse davvero rinnovarsi e modificarsi, cambiare metodi e politica, decidersi a porsi all’altezza dei problemi veri del paese. Non ho difficoltà a dire che su questo punto abbiamo sbagliato, o meglio che i mezzi usati non conseguivano lo scopo. Quando ce ne siamo resi conto, abbiamo messo la Dc con le spalle al muro, cioè abbiamo detto che una simile Dc era incapace di dirigere l’opera di risanamento e di rinnovamento necessaria, e che si facesse da parte. L’alternativa democratica è per noi uno strumento che può servire anche a rinnovare i partiti, compresa la Dc. 

Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d’accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l’inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell’obiettivo. È anche lei del medesimo parere?
Risponderò nello stesso modo di Mitterand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L’inflazione è -se vogliamo- l’altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l’una e contro l’altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l’inflazione si debba pagare il prezzo d’una recessione massiccia e d’una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.

Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell’ “austerità”. Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito…
Noi sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi industrializzati -di fronte all’aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all’avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la “civiltà dei consumi”, con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell’austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell’economia, ma che l’insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l’avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell’austerità e della contemporanea lotta all’inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati.

E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare?
Il costo del lavoro va anch’esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell’aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l’operazione non può riuscire.

ComizioBerlinguer

 

Roma: coi rifiuti sempre peggio.

27 Lug

Domanda: che c’è di peggio di una montagna di rifiuti che ogni giorno viene prodotta da una città come Roma? Risposta: non sapere come disfarsene. Oppure, disfarsene in un modo che non appare certo il migliore. Anzi.
Breve premessa. Il problema dell’immondizia a Roma è antico. Per decenni è stata preferita la via – sbagliata – del buco da riempire (Malagrotta), arricchendo il proprietario della discarica, Cerroni, senza provvedere a realizzare alternative industriali, cioè impianti per il trattamento dei rifiuti che possano anche produrre ricchezza. Di questo sono responsabili i sindaci che si sono succeduti negli anni, Rutelli, Veltroni, Alemanno. Poi un giorno Bruxelles – che giustamente considera Malagrotta un insulto al buon senso e una minaccia alla salute dei cittadini –  comminò dopo vari avvisi una multa salata
al Comune; per fortuna nel 2013 arriva un nuovo sindaco, Marino, che pensaRifiutiRoma sia ora di smontare il sistema di interessi e di indifferenza, e in ottobre chiude la discarica, dirottando i rifiuti altrove in attesa di un piano industriale che liberi finalmente Roma da questa schiavitù.
Oggi, la nuova sindaca Raggi si ritrova improvvisamente tonnellate di rifiuti che troneggiano nelle strade. Mistero? No, è che i camion che li trasportano all’impianto di trattamento (non alla discarica) di Malagrotta (di proprietà di un’azienda del noto Cerroni) trovano da settimane impreviste difficoltà logistiche (leggi orari di apertura): si rallentano così le consegne, saltano i turni, l’immondizia si accumula e i cittadini s’incavolano. Era già successo nel recente passato, ma il sindaco Marino si era rivolto al prefetto e magicamente i problemi logistici si erano dissolti.
La sindaca incarica la neo-assessora allì’Ambiente Paola Muraro di risolvere la questione (se si vuol sapere qualcosa di più su di lei, ecco qui un breve ma corposo ritratto dell’interessata fornito recentemente dal sito formiche.it); aggiungo per dovere di cronaca che è anche nota per la contesa con l’AMA di cui era consulente e di cui si è parlato poco.
La Muraro è quindi una che se ne intende, si può stare tranquilli. Infatti. Come prima cosa l’assessora affronta l’a.d. di AMA, Fortini, imponendogli di dirottare i rifiuti apparentemente in eccesso su un altro impianto (per cui, però, obietta giustamente Fortini, occorre una regolare gara), guarda caso sempre di proprietà di Cerroni.  Stranamente, non sembra più semplice ed efficace imporre il superamento dei nebulosi vincoli “logistici”, come già fatto a suo tempo da Ignazio Marino.
Ma c’è di più. E di peggio. Primo: la Muraro trasmette in streaming l’incontro con Fortini, senza averlo prima avvertito. Secondo: lo streaming avviene non su un sito istituzionale ma su quello di un noto movimento politico (indovinate). Terzo:  pochi giorni prima del suo incarico la Muraro si era incontrata non ufficialmente col vertice dell’azienda di Cerroni accompagnata dall’on. Vignaroli del M5s, vice presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, ma non si sa di cosa si sia parlato.
Ce n’è per porsi qualche domanda o no?

Oggi Sergio Rizzo sul Corriere ci fornisce il suo interessante commento sul recente operato dell’assessore Paola Muraro.  E diverse cose mi sono apparse più chiare.

Rifiuti, la consulente Muraro e il suo smemorato «videoblitz» contro l’Ama

Ha incolpato il presidente Daniele Fortini in diretta streaming e a sua insaputa, della sporcizia in città. Ma lei ha lavorato 12 anni per la stessa azienda con responsabilità elevatissime: era infatti il vero dominus degli impianti

Una cosa va riconosciuta a Paola Muraro: la rapidità con cui si è adeguata al linguaggio del nuovo potere cittadino. Semplicemente magistrale il blitz su facebook con visibilio dei meet-up grillini, per inchiodare il presidente dell’Azienda municipale ambiente Daniele Fortini incolpandolo, a sua insaputa in diretta streaming, della sporcizia in città. Una cannonata sulla Croce rossa.

 In tutto questo, però, c’è una cosa che non capiamo: come ha fatto l’assessora all’Ambiente ad accorgersi di tutto questo solo ora. La Paola Muraro che oggi accusa l’Ama di non saper fare il proprio lavoro, non è forse la stessa Paola Muraro che per 12 (dodici) anni è stata a libro paga dell’Ama stessa? E non con un incarico qualsiasi: pur essendo un consulente esterno, era infatti il vero dominus degli impianti. In tutto e per tutto assimilabile a un dirigente interno con responsabilità elevatissime.

Un fatto piuttosto singolare, considerando che non esiste altra azienda dove una funzione del genere sia affidata a un esterno. Di più: lo stesso consulente da oltre un decennio. Durante il quale non si può sostenere che la pulizia della capitale sia andata straordinariamente migliorando. Chissà se la pensava così anche Alessandro Filippi, che aveva rilevato alla direzione generale dell’Ama quel Giovanni Fiscon che era stato coinvolto nell’inchiesta di Mafia capitale. Sappiamo però di sicuro che Filippi aveva nominato un altro consulente di propria fiducia e si stava apprestando ad affidare il compito di sovrintendere gli impianti a un interno.

E il contratto di Paola Muraro, in scadenza a giugno 2016, non era stato rinnovato. Dopo dodici anni, con Fortini presidente l’attuale assessora che lunedì l’ha messo alla berlina aveva perso l’incarico. Questo è un fatto. Fortini uscirà di scena il 4 agosto. E Filippi non c’è più da mesi, quando è stato fatto fuori grazie alle pressioni della destra. La sua colpa? Aver licenziato 41 assunti di Parentopoli. Paola Muraro invece è tornata in campo, e molto più potente di prima. Se poi sono vere le cose udite in quella diretta streaming, tornerà in auge con i suoi impianti anche il novantenne Manlio Cerroni, che per mezzo secolo ha gestito la spazzatura romana e adesso è in lite con il Comune.

Ora aspettiamo di conoscere la strategia della giunta Raggi per risolvere il problema dei rifiuti, anche se non scorgiamo all’orizzonte il minimo segnale. Per la serie «il nuovo che avanza», a dispetto delle dichiarazioni, non mancherebbe che la riapertura della discarica di Malagrotta, chiusa da Ignazio Marino. In diretta streaming, naturalmente.

 

A proposito di libero arbitrio

25 Lug

ROGER  HESTON

Quante volte Ernest Hyde ed io
abbiamo discusso del libero arbitrio!
La metafora che preferivo era la vacca di Prickett
che pascolava legata e girava
solo per quanto le concedeva la corda.
Un giorno stavamo discutendo, guardando la vacca
che tirava la corda per ampliare il terreno
ormai senza più un filo d’erba.
Il paletto saltò e a testa bassa
quella ci venne addosso.
“E questo? Non è libero arbitrio?”
disse Ernest fuggendo di corsa.
Io caddi sotto una cornata.

Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, 1915

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Combattere la mediocrità. Ad ogni costo.

24 Lug

Contrariamente a come si potrebbe interpretare, il neologismo “mediocrazia” non ha nulla a che fare con i famigerati media che governano il pensiero di tanti, specie in Italia. Il termine è invece abbastanza recente e sta a indicare l’avanzare minaccioso di in insidioso nemico: la mediocrità.
Angelo Mincuzzi, un giornalista del Il Sole-24ore, ne parla diffusamente nel suo blog illustrando un testo del filosofo canadese Alain Deneault, “La mediocratie”, che sta avendo un grande successo internazionale e a breve verrà pubblicato anche in Italia.

La mediocrità avanza, spiega Mincuzzi: la competizione non avviene più all’insegna del merito ma si riduce in favore degli ossequienti, di chi si adegua agli stili dei superiori, di chi si trasforma in un obbediente stuoino .
Un caso principe, in Italia, è quello della politica. Sentite cosa scrive Minguzzi citando un altro autore, e ditemi se non concordate anche voi:

Nel mondo della politica, «a differenza di quanto avviene nelle imprese di mercato – ha affermato Merlo in un’intervista al Fatto Quotidiano – l’incentivo è differito nel tempo e nella quantità. In pratica chi lavora per i partiti non viene ricompensato a dovere e nell’immediato per il suo impegno ma con una promessa tacita o esplicita di una carica elettiva o di una poltrona (di cui si è certi) e ben retribuita. Un congruo indennizzo alla fedeltà. Questo incentivo determina una selezione della classe dirigente di basso profilo che non è funzionale al Paese ma al partito che vota compatta per sostenerlo. Non a caso abbiamo il record di parlamentari non laureati ma gli stipendi più alti di sempre. Non a caso assistiamo a leggi vergognose per qualunque altro cittadino. L’Italia oggi è la regina indiscussa della mediocrazia che è la legge di equilibrio che tiene insieme il sistema della Seconda Repubblica, quella in cui governano i mediocri».

Ecco, casomai ce ne fosse stato bisogno, ora sono ancora più chiari i motivi di certi altrimenti inspiegabili successi.
L’antidoto? Resistere, costi quel che costi. Saper dire ‘no’. Non rassegnarsi. E soprattutto non restare indifferenti,  reagire. Prima o poi ce la faremo.

 

Il Parlamento. La differenza.

22 Lug

Tutti attenti a seguire chi parla. Niente telefonini, giornali, computer, chiacchiere e gruppetti nell’emiciclo, Niente urla, offese, risse.
Il rispetto per gli elettori, i contribuenti, gli avversari, per sé stessi e per quello che si rappresenta. La consapevolezza dell’alta responsabilità affidata dalla libera scelta degli elettori. La differenza, insomma. Enorme.

#paesi civili #altri mondi

camera-dei-comuni
Per altre informazioni:
https://www.parliament.uk/documents/commons-information-office/hofcbgitalian.pdf
https://it.wikipedia.org/wiki/Camera_dei_comuni_(Regno_Unito)

Genova, G8: 21 luglio 2001. Per non dimenticare.

20 Lug

Quindici anni fa, a Genova, ci fu quella che è stata correttamente definita la  “più grave sospensione dei diritti umani in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale“.

A questo link troverete il documentario di circa due ore girato in quei giorni a Genova dagli operatori Rai e che non è mai andato in onda in prima serata.
Se anche voi credete che l’informazione sia un elementare diritto dei cittadini, firmate questa petizione di Change affinché il servizio pubblico abbia davvero il diritto di chiamarsi così.

P.s. Quasi a celebrare quella vergogna, ieri il Parlamento italiano ha rinviato sine die la discussione del ddl contro la tortura, un provvedimento che l’Italia attende da decenni.

Il No al referendum e le sofferenze di un Democratico

16 Lug

Dal blog di uno come me. Ecco perché anche il mio NO al brutale e inconsulto attacco alla Costituzione.

Cinema, cibi, canzoni e chiacchiere

Qualche giorno fa ho preso la parola nella Direzione Regionale del PD del Friuli Venezia Giulia – della quale, indegno come sono, faccio parte – per spiegare perché voterò NO al Referendum Costituzionale, andando contro la linea ufficiale del partito al quale convintamente appartengo. Non è stato per me un momento facile, questo è quello che ho detto:

“Per la prima volta mi presento con un intervento scritto, ma quanto devo dire mi è fonte di particolare sofferenza, dato che – in oltre 20 anni di militanza – sempre forte è stato in me il richiamo all’unità del partito, alla lealtà verso le nostre scelte, così come la voglia di far prevalere le ragioni del sentirmi parte, dello stare insieme, anche quando l’istinto o la pulsione del momento avrebbero indotto scelte diverse.

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Ci è chiesto impegno in vista del referendum d’autunno e io impegno lo sto garantendo, ma a malincuore…

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Referendum: il mio no di giovane democratica europea.

14 Lug

Ospito con molto piacere le acute e lucide riflessioni di Benedetta Rinaldi Ferri, una giovane amica tenace sostenitrice di un vitale quanto sano e proficuo confronto delle idee in un partito che si dice democratico.
UN FILO ROSSO


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Referendum: il mio no di giovane democratica europea.

Prima che il nostro dibattito affondi fra le carte napoletane, con le poche righe che seguono vorrei provare a riallacciare i fili, ricostruire la cornice in cui inserire il voto di Ottobre. Almeno per come la vedo io, per le ragioni che sento necessarie a una sinistra in via di rifondazione. Con la speranza di poterci riflettere insieme.

Dimostrazione ad Atene.

Dimostrazione ad Atene.

In premessa, un orizzonte perduto. La riforma costituzionale, unitamente all’Italicum, si inserisce in un contesto politico europeo sempre più avvitato sulle proprie tensioni (tecnocrazia-populismo, immigrazione-razzismo etc). Autonome, strutturali, e sempre più azzardate, queste sono il sintomo di un male maggiore, di natura costituzionale. A loro modo il segno di un dibattito interrotto e presto soffocato dalle urgenze della recessione.

Vale la pena soffermarcisi un istante, perché non c’é riforma che possa prescindere dal contesto ordinamentale che la contiene.

Io ero piccola, ma qualcuno ricorderà l’avventura che fu la Costituzione Europea, le sue difficoltà, lo spirito parzialmente tradito dal Trattato di Lisbona (2007). A ben guardare, chiusa quella fase, che pure doveva essere provvisoria, avviata sulla via di un progresso civile e democratico prossimo, seguirono le innovazioni sul piano della governance economica (Fiscal Compact, MES, Six Pack etc). Strumenti della cui legittimità ancora si dubita.

Alle fughe in avanti insomma si sostituirono allora le asfissie del (non) dibattito economico sull’austerità. In quel passaggio, nella riduzione dialettica continentale, fu vinta una battaglia di orizzonte politico. E noi, gli sconfitti, perdemmo di vista il quid novum del dibattito costituzionale: italiano, europeo, globale.

Non sfuggirà a nessuno del resto che fu proprio in quella temperie che prese vita l’attuale legislatura, vincolata alle riforme nelle parole del rex republicanus Giorgio Napolitano. Nel 2013 fu tracciato un binario. Il binario fu agganciato alla transizione democratica italiana. Il solco, scavato nel “son trent’anni che ne discutiamo”.

Ora il punto è che se pure è vero che l’uso politico della storia comincia sempre con una determinazione partigiana del dies a quo, non si possono tuttavia tacere le innovazioni governamentali intervenute nel frattempo. Non possiamo non fare i conti cioè con uno scenario giuridico e politico irrigidito dalla crisi: l’integrazione europea come coordinamento di esecutivi, la globalizzazione come livellamento tra poteri pubblici sovrani e poteri privati, la riduzione dei governi a tecnici della sopravvivenza, per usare le parole di Zagrebelsky, amministratori del presente e non più poliedrici timonieri.

 Contro la politica impolitica. La combine riforma-italicum garantisce governabilità e efficienza si dice, porta inoltre con sé la ri-democratizzazione di decisioni prese altrove dai poteri di fatto: se la democrazia decide, sottraiamo il boccino alle consorterie economiche del paese, riaffermiamo un primato politico (su per giù la tesi del ministro Orlando). Vien da rispondere: va bene, non fosse che anche qui sembra non tenersi conto delle dimensioni delle forze in gioco, consorterie economiche transnazionali e talvolta istituzionali, e di nuovo della dimensione multilivello del nostro ordine.

Già considerare i limiti democratici dell’Unione infatti, aiuta a leggere la riforma come orientata a garantire la prevedibilità dell’esecutivo, minoranza di minoranza, aggravandone l’impoliticità: il governo va nei consessi europei, annota in agenda, esegue senza troppi intoppi e una camera di impaccio in meno (ma forse neanche quello, potrebbe addirittura imballarsi da solo).

Le variabili della partecipazione? Minimizzate. E la parabola della rappresentanza? Come passare da 0 a 4000 metri con un sol voto: la legittimazione si disperde, il respiro fatica.

I centri decisionali restano dove sono e la capacità decidente, stella polare del progetto, finisce col caratterizzare l’azione politica per i soli mezzi e non più per fini liberamente riformisti. Viene ridotto il confronto con quel tanto di imprevedibilità che la democrazia impone, la creatività del parlamento, che certo già soffre ma per la stessa carenza di prospettiva di cui sopra.

Con un’ambizione più alta, l’uguaglianza. Riflessione concorrente è quella sul criterio che dovrebbe orientare la revisione coté progressista: l’uguaglianza.

Con tutto il rispetto per i sostenitori del doppio sì (viva l’Italicum, viva la riforma), a poco vale richiamare le intenzioni di Berlinguer in un mondo che si assume radicalmente mutato, perché si incorre in contraddizione. Applicare antiche soluzioni dismettendone i valori, peraltro davanti a divari sociali e democratici nuovi, è semplicemente insensato, forse ipocrita. E pensare di ingabbiare le tensioni cicliche del sistema nelle mani piccole di un ufficio (funzionale a, efficiente), l’esecutivo monocolore monopolista, sconta una miopia.

É ormai plastica la marginalizzazione dei più dal grande gioco della politica democratica, a partire dal lessico stantio che ci vorrebbe tutti schierati tra moderati riformisti e inconsapevoli populisti. Il fenomeno non è nuovo, e tuttavia assume oggi proporzioni colossali. Richiede uno sforzo di inclusione che la verticalizzazione dei poteri, peraltro fragile, non può soddisfare.

Come ci confermano ormai anche i sampietrini di via dei Fori, il livello delle disuguaglianze in Europa e in Italia tocca la sua soglia di sostenibilità. Ora, la leva istituzionale come leva costituzionale (comprensiva cioè degli obiettivi di sviluppo della persona), può essere la via maestra per restituire dignità e controllo a chi viene via via escluso dai circuiti dialettici della democrazia. Democrazia che a me piace pensare come pluralità dinamica e variopinta, e che il combinato tende invece a neutralizzare (nel senso proprio di scolorire).

Sulla scorta di queste brevi argomentazioni, e senza pretesa di esaustività, credo sia opportuno promuovere nel partito democratico un dibattito finora mancato. Come ho provato a spiegare, le ragioni del no interrogano la nostra coscienza di democratici europei, chiudere le finestre del confronto per rispetto di un partito che ha già deciso, senza coinvolgere minimamente le sue forze diffuse, finirebbe con l’impoverire l’anima della più grande forza riformista del paese, che questo piaccia oppure no.

E a me non piace.

Benedetta Rinaldi Ferri

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ovidio Marras, un eroe civile.

14 Lug

Sì, un eroe. Non vedo come definire altrimenti questo anziano pastore  che si è OvidioMarrasribellato all’arroganza di costruttori e speculatori e all’insipienza (spero solo questa) delle amministrazioni locali. In questa Italia dove la rassegnazione e l’indifferenza (“tanto non c’è niente da fare”) sembrano essere diventate la regola, un cittadino reagisce, si rivolge alla giustizia e vince.

Un progetto edilizio che avrebbe sconvolto quest’angolo incontaminato della Sardegna è stato sconfitto, speriamo per sempre. Ovidio Marras non si è voltato dall’altra parte quando capoMalfatanoha visto la sua terra sconvolta dall’arrivo delle recinzioni, dalle strade aperte per i camion, dai tracciati dei futuri cantieri: forte dei suoi diritti e della sua caparbietà, con l’assistenza di Italia nostra e il conforto dell’opinione pubblica, ha affrontato tre gradi di giudizio superandoli tutti.
Su Venerdì Paola Zanuttini  racconta la storia, disegnando soprattutto la figura di Ovidio: pastore da sempre e con la sola quarta elementare, ma con una tempra da combattente.

La storia è la solita, vissuta già decine di altre volte nel nostro sfortunato Paese. Nel 2010 la Sitas srl presenta un progetto: 190mila metri cubi di costruzioni suddivisi in complessi alberghieri, residence, due agglomerati di residence stagionali privati e relativi servizi. Una colata di cemento già vista centinaia di volte in questa Italia senza amore per la sua bellezza. Come raccontò a suo tempo Il Fatto quotidiano,  “il Comune di Teulada, nel cui territorio si trova Capo Malfatano, e la Regione avevano regolarmente autorizzato l’operazione. Non solo. Avevano esentato il progetto da ogni controllo sull’impatto ambientale. Con il consenso delle Soprintendenze delle province di Cagliari e Oristano e del Mibact.
Cartina-malfatano
L’espediente utilizzato dalla Sitas, la Società Iniziative Turistiche Agricole Sarde che aveva predisposto il piano di lottizzazione, [era (ndr)] la sua articolazione in cinque differenti parti. Autorizzata la prima, le altre sarebbero seguite. Quasi naturalmente. Invece si trattava di una frammentazione ingannevole. Già, perché, come hanno scritto i giudici del Consiglio di Stato, “l’impatto del progetto sul paesaggio doveva essere valutato nel suo complesso, perché fosse chiaro il rapporto tra il sacrificio ambientale e le eventuali ricadute sociali”. Il progetto Capo Malfatano Resort, l’intervento immobiliare promosso dalla Sitas con il coinvolgimento di Sansedoni [braccio immobiliare di Monte dei Paschi (ndr)], di Ricerca Finanziaria di proprietà della famiglia Benetton, di Progetto Teulada, della famiglia Toffano, e della Silvano Toti, società del gruppo Toti, smascherato.”

Ce ne fossero di più in Italia, come Ovidio.

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