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Una formula nuova: la guida e la partecipazione. Insieme.

30 Gen

Questo post di Alessandro Gilioli (Sui capi e la democrazia dal basso) non fa che aumentare la mia stima per lui. Che io sappia, è il primo ad aver chiaramente individuato l’esigenza sempre più sentita – anche se in buona parte non manifesta –  dell’elettorato italiano. La leadership unita alla partecipazione è l’unica via, dice in conclusione Gilioli:
 

Del resto, come si è detto, leadership e decisioni dal basso sono due facce della stessa medaglia: a ignorarne una si zoppica, a ignorarle entrambe si va a sbattere. Per sperare di combinare qualcosa bisogna tentare di metterle insieme.

Ed è quasi ovvio: non è più il tempo dell’uomo solo al comando. Sono ormai troppe le variabili in gioco nello scacchiere nazionale e mondiale e contemporaneamente sui vari tavoli (economico, militare, sociale, culturale, ecc.) sui quali si giocano equilibri e fortune degli stati, perché un capo possa assumere tutte le responsabilità e soprattutto sempre e solo tutte le corrette decisioni.

Non è disponibile – e dubito che esista – l’algoritmo mentale per cui il leader possa considerarsi infallibile. Per cui solo la partecipazione, (l’equivalente de le decisioni dal basso), può assicurargli quel tanto di tracce, di indicazioni, che unite al consenso gli consentano di agire mantenendo dritta la barra del timone. Tanto per parlar chiaro, in Italia il combinato disposto tra la nuova legge elettorale e il Parlamento dimezzato conducono verso una leadership di Renzi pressoché totalitaria del Paese.

SCUOLA: STUDENTI MEDI IN CORTEO NEL CENTRO DI ROMAMa nello stesso tempo cresce la disaffezione nel suo stesso partito di pari passo con l’opposizione interna, mentre si sviluppano la protesta populista del 5 Stelle e, più che credibilmente, dell’astensionismo. Quella che il segretario-presidente reputa una soluzione, l’imbarcare pezzi sempre più ampi e screditati del centro-destra per creare un clandestino partito della Nazione, non ha altri effetti se non quello di allontanare sempre più ampi segmenti del suo originario elettorato di riferimento, quello progressista.

Che questo a Renzi poco importi, considerata anche la fisiologica incapacità degli italiani a fare squadra, (parlo di quei tanti mediocri personaggi che preferiscono cioè la leadership di un gruppo minuscolo invece di fare un passo indietro e rivestire un ruolo di rilievo in un movimento di ben più ampie dimensioni) è un fatto, ahinoi, indiscutibile. Ma se appena si dovesse profilare all’orizzonte una personalità carismatica in opposizione, capace di coagulare tutte le forze disperse con le sue capacità e con una dichiarata, effettiva e dimostrata partecipazione di tutti (le decisioni dal basso di cui si diceva prima) la situazione potrebbe improvvisamente mutare. E forse davvero l’Italia potrebbe sperare che “democratico” sia un modo d’agire, di vivere, di guidare una nazione,  invece che un mero aggettivo.

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Sui capi e la democrazia del basso

di Alessandro Gilioli

Il mio amico e collega Leopoldo Fabiani oggi propone, nel suo blog di libri, una coppia di saggi sullo stesso tema: il ruolo crescente del leader nella politica italiana.

Tema caldo: si sa che i partiti sono sempre più identificati nei loro capi carismatici, i cui volti hanno di fatto sostituito i vecchi simboli.

Uno dei due libri di cui parla Fabiani, quello di Mauro Calise, è stato entusiasticamente brandito sui social dai renziani, che vi hanno trovato un sostegno teoretico al ruolo totalizzante esercitato dal loro segretario e premier. La tesi di fondo è che oggi – nella società che non tollera più corpi intermedi – solo il rapporto diretto tra capo e cittadini può creare attaccamento emotivo e consenso. E che qualsiasi altra forma organizzativa quindi sa di vecchia burocrazia stantia.

Il ragionamento, visti i dati di realtà, sembra abbastanza inoppugnabile, quasi intuitivo. La personalizzazione della politica non è più, da tempo, una tesi: è la cronaca.

Tuttavia, contestualmente, avviene un altro fenomeno altrettanto rilevante della personalizzazione – e dovuto sempre all’azione disintermediante della Rete: e cioè l’accresciuta esigenza di partecipazione dei cittadini, che pure ha messo in crisi i vecchi meccanismi di delega.

Intendo dire che la disintermediazione non ha una faccia sola, ne ha due. Una porta alla leadership, alla personalizzazione; l’altra al coinvolgimento della base, alla democrazia dal basso.

Di certo, la vecchia “rappresentanza” collegiale esce distrutta da entrambe queste dinamiche; ma poi tra leadership e democrazia dal basso si crea inevitabilmente una nuova dialettica. Nascono nuovi instabili equilibri. Con diverse ipotesi e diversi tentativi di soluzione. Non è che tutto finisce con “ora comanda il capo”.

Citando l’altro libro, quello di Donatella Campus, Fabiani accenna ad esempio al caso di Podemos. Dove la questione della leadership è stata animatamente discussa nel congresso costitutivo e alla fine si è scelta una soluzione anomala: massima visibilità del leader e massima identificazione mediatica con lui, ma al contempo massimo del potere decisionale alla base con il voto on line degli iscritti (e scarsissimo potere invece ai circoli, strutture intermedie che hanno un compito solo di discussione e di elaborazione).

È un tentativo di creare una dialettica virtuosa tra le due dinamiche di cui sopra: personalizzazione mediatica e democrazia dal basso. Vedremo se funzionerà, ma almeno si vede che non è una strategia improvvisata, che ci sono dietro dei pensieri.

In Italia non abbiamo avuto, finora, tentativi altrettanto ambiziosi di elaborare un modello di leadership di medio-lungo termine che tenga conto di entrambe le dinamiche, personalizzazione e coinvolgimento dal basso.

Il Pd renziano ha tenuto conto solo della personalizzazione, cercando di imporla con la forza sui vecchi apparati intermedi. Il risultato è lo scontro quotidiano tra il leader tracimante e le resistenze di pezzi interni, con alcuni momenti in cui si sfiora il culto della personalità (tipo sul quotidiano del partito) proprio per abbattere le resistenze. Non è un meccanismo virtuoso, in realtà: l’assenza di attenzione alla seconda parte del processo in corso (l’esigenza di coinvolgimento dal basso) deprime il fermento, lo stimolo, l’attivismo. Come del resto si vede dalla pochezza e dai pasticci del Pd sui territori, nei comuni e nelle regioni. Ma come si vede anche dal tracollo degli iscritti. Nel Pd oggi è tutto affidato al battito del cuore del capo: come in Forza Italia al tempo di Berlusconi. E faccio presente che a Berlusconi Forza Italia non sta sopravvivendo.

Il Movimento 5 Stelle invece ha esaltato solo la seconda, delle due dinamiche sopra esposte: quella del coinvolgimento dal basso. Nel caso, tradotto nello slogan “uno-vale-uno”, dove Grillo svolgeva in teoria il ruolo di puro portavoce, privo di “liability” («è solo un comico»): in apparenza non doveva prendere alcuna decisione in proprio, essendo sovrana esclusivamente la Rete. Il fatto che poi invece sia stato creato un “direttorio” rivela tuttavia che non ha funzionato neanche questo sistema, aldilà delle polemiche sul ruolo reale svolto da Grillo o da Casaleggio. Il direttorio è infatti un tentativo di reintermediazione collegiale di una disintermediazione evidentemente non ben riuscita. Non rappresenta quindi, in prospettiva, un modello di leadership funzionante.

Una parola infine sulle dinamiche avvenute nella cosiddetta sinistra radicale, basate sull’esperienza abbastanza recente della lista Tsipras. Dove non c’era un leader o un volto mediatico (anzi, la sola idea veniva accolta con orrore), ma in compenso le candidature venivano decise nel chiuso di una stanza da una burocrazia di sei-sette persone. Riuscendo così a ignorare sia le esigenze di personalizzazione sia quelle di democrazia dal basso. Il contrario esatto di quanto oggi si deve fare: infatti la lista è esplosa un quarto d’ora dopo il voto.

Del resto, come si è detto, leadership e decisioni dal basso sono due facce della stessa medaglia: a ignorarne una si zoppica, a ignorarle entrambe si va a sbattere. Per sperare di combinare qualcosa bisogna tentare di metterle insieme.

 

Ideali e strategie, politica ed etica

1 Feb

 

 

C’è tutto questo nel post di Alessandro Gilioli. Gli ideali che ci sostengono e le strategie – di comodo o partecipate – la politica bella e quella indecente, l’etica e gli interessi personali. Apprezzo e ammiro l’uomo e il giornalista per la sua sincera dedizione alle idee e al mestiere: se facesse politica, sarebbe solo per pura passione e generosità. Più che un post, il suo è un appello che non deve rimanere inascoltato, specie di questi tempi. E non lo sarà.

n.b. Il neretto è mio.

Ideali, sangue e merda

Da ragazzo feci un esame su Ferruccio Parri, il primo presidente del Consiglio dopo la Liberazione. Partigiano e azionista, intriso di quella rigida moralità piemontese che ha dato tanti bei nomi all’Italia, da premier dormiva su una branda, in ufficio. Aveva un’anima in cui c’era posto solo per la sua missione. Era non solo incorruttibile, ma anche alieno ai compromessi poco nobili. Democristiani e comunisti lo fecero fuori con una specie di putsch, nel dicembre del 1945. Alcide De Gasperi prese il suo posto, dando inizio a quel quarantennio e passa di dominio democristiano i cui frutti ancor oggi vediamo, ad esempio al Quirinale. Parri morì vecchissimo e completamente dimenticato.


Negli scorsi due anni ho conosciuto diversi parlamentari pentastellati. Sono quasi tutti idealisti. Non tutti, ma quasi sì. Cioè con degli ideali forti, per i quali si sono messi a fare politica. Convinti di poter cambiare radicalmente il Paese. Convinti di mettersi al servizio di un buon progetto. Credendo nella loro missione. A volte con una moralità da montagnardi, più che da giacobini.

Negli ultimi giorni la storia di questo Paese ha dimostrato, per l’ennesima volta, che in politica per ottenere qualcosa gli ideali non bastano. Bisogna sapere anche fare strategia. Scegliere i tempi giusti. Manovrare le leve che muovono qualcosa. Aprire e chiudere porte. Il mandato morale, anche se c’è, non basta. Anzi non serve. E in politica, se non si serve a qualcosa, è come non esserci. Come non essere mai stati eletti.

Matteo Renzi è invece uomo privo di ideali. È un contenitore di ambizioni smisurate e di narcisismo illimitato, all’interno del quale può passare di tutto, purché serva: l’antiberlusconismo e il Nazareno, la sinistra e la destra, la sottomissione al Vaticano e i diritti civili, l’asfaltamento degli avversari o il loro ripescaggio, gli accordi e il loro tradimento. Per questo Berlusconi diceva “mi somiglia”. Mica perché Renzi è “di destra”. Ma perché Renzi è solo di Renzi: proprio come Berlusconi era solo di Berlusconi. Si somigliano, in effetti: niente ideali, solo ambizione ed estensione illimitata dell’io. È una somiglianza prepolitica, anche se poi in politica ha le sue conseguenze.

Tuttavia, Renzi è un eccellente stratega. Lo ha dimostrato per il modo in cui ha scalato il Pd, poco più di un anno fa. E poi per come ha fatto fuori Letta, dopo averlo falsamente rassicurato. E ieri, con l’operazione Quirinale. Il cui effetto alla fine non è stato tra i peggiori, l’ho già detto. Ma per convenienza, non per pulsione etica. Quasi un effetto collaterale, il presidente “rispettabile”.

Renzi sa rischiare, ma sempre con un rischio calcolato. Azzecca i tempi. Sfrutta le debolezze altrui come pochi sanno fare. Sa trattare o non trattare, a seconda di quale delle due soluzioni gli sembra portare più vantaggi a lui. Quindi sa anche essere spietato, dietro la finzione del rispetto degli avversari. Anche Berlusconi diceva sempre che «il primo valore» era il rispetto per gli avversari, dal calcio alla politica. Per capire che era pura ipocrisia, ci voleva un Previti, dietro, a dire che «non si fanno prigionieri».

Un eccellente stratega, Matteo Bonaparte: come ha dimostrato prima e dopo il suo Termidoro. Con alleati non altrettanto svegli, intendendo come alleati sia il centrodestra sia la minoranza Pd. Alleati intercambiabili, a seconda della bisogna. Anche questo è cinismo.

Diceva Rino Formica che «la politica è sangue e merda». Un eccesso autocompiaciuto, forse. Ma è vero che senza strategia, in politica sei comunque morto. Inutile, quindi morto. Non vale solo per i grillini: anche nelle mie frequentazioni con la dissidenza Pd e la sinistra radicale, ho visto con i miei occhi l’incapacità di mettere una decente strategia – eticamente corretta, ma al contempo funzionale – al servizio dei propri obiettivi. Mescolando moralità e pragmatismo, idealismo e capacità di mettere le mani laddove diceva Formica: ma per migliorare le cose, non per saziare la propria ambizione.

È il compito più difficile. Ma l’unico verso cui dobbiamo tendere. L’unico che dobbiamo agire. L’unico in cui possiamo sperare.

Una fragile cultura della democrazia

8 Lug

Questo è quanto mi viene da dire in questi giorni in cui la polemica sulle riforme – della legge elettorale e del Senato – si va esasperando. Mi colpisce dolorosamente, e non esagero, verificare che LUCCHETTO 2l’entusiasmo osannante per “chi fa” – non importa cosa e come – travolga ogni più elementare senso del diritto a esercitare la democrazia: fondamentali come il bilanciamento dei poteri, il diritto a scegliere i propri rappresentanti in Parlamento, la contrapposizione costruttiva delle idee e delle opinione vengono vissuti nel migliore dei casi con un senso di noia, se non con incosciente insofferenza.

Ha detto bene Arianna Ciccone su Valigia Blu a proposito di  legge elettorale e riforma del Senato:

“Se si considera anche la riforma del Senato che sarà, secondo la volontà del Governo, non elettivo, il combinato disposto della legge elettorale (con liste bloccate e candidature plurime, accesso premio di maggioranza con 37% dei voti, sbarramento eccessivo per i piccoli partiti) e del Senato rischia di minare fortemente la rappresentatività e il tasso di democraticità (inteso soprattutto, ma non solo, come rapporto elettore-elettorato).”

Anche Alessandro Gilioli molto efficacemente oggi, qui, qui e qui.

A suo tempo io sono stato meno educato e scrissi che si trattava della cazzata perfetta. Per fortuna vostra e mia, a bilanciare ha provveduto questa civile  lettera di Vannino Chiti al Corriere.

Caro direttore,
Le chiedo ospitalità per alcune considerazioni sulla riforma costituzionale, ora in discussione in Senato.
Chi, su alcuni punti, ha presentato proposte diverse, è stato accusato di sabotaggio. Al contrario vogliamo le riforme: sono urgenti. Devono però essere buone riforme, altrimenti la nostra democrazia si impoverirà. L’elezione indiretta provoca anche un pasticcio inaccettabile sull’immunità. Da un lato la estende agli amministratori in modo improprio, dall’altro differenzia tra sindaci e tra consiglieri regionali.
C’è ampio accordo sul fatto che la Camera abbia l’esclusività del rapporto di fiducia con il governo e l’ultima parola su gran parte delle leggi, compresa quella di bilancio.
Occorre mantenere – come in molte grandi democrazie – competenze paritarie di Camera e Senato su Costituzione, leggi elettorali e referendum, ordinamenti dell’Unione Europea e delle Regioni, diritti fondamentali, quali quelli delle minoranze, la libertà religiosa, i temi eticamente sensibili. Non sui diritti ma sugli altri aspetti e sul numero dei senatori – 100 e non più 150 – si è tenuto conto delle nostre proposte: segno che non erano delle invenzioni per perdere tempo.
Ritengo che sui diritti fondamentali debba mantenersi un bicameralismo paritario: non possono essere di esclusiva competenza della maggioranza di governo. È un ruolo di garanzia e di equilibrio da far svolgere al Senato: se per la Camera si adotta una legge maggioritaria che assicuri governabilità, è necessario avere un Senato aperto alla presenza delle forze più rappresentative in ogni regione. È importante una sua piena legittimazione attraverso l’elezione dei senatori da parte dei cittadini, in concomitanza con quella dei consigli regionali.
Non ci sono rischi di far rientrare dalla finestra la fiducia ai governi: il Senato non si formerebbe in un’unica elezione né sarebbe sciolto ad una stessa scadenza.
È anche superficiale dire che la riforma della Camera, con la riduzione da 630 a 470 deputati, non sia all’o.d.g. Chi lo stabilisce? Ci sono emendamenti precisi: si deve dire si o no!
Mi è stato ricordato che in passato ho sostenuto l’opzione del Bundesrat tedesco: è vero. Da sempre sono convinto che sia l’unica alternativa al Senato elettivo. Il modello tedesco va preso tutto quanto, non a piacimento. Nel Bundesrat siedono solo i governi regionali – non consiglieri e sindaci – e votano in modo unitario; sulle leggi non bicamerali, il Bundestag può modificare proposte del Senato solo con una maggioranza uguale a quella con cui sono state approvate. Infine, il Bundestag è eletto con legge proporzionale e sbarramento al 5%.
Altre soluzioni non convincono. Gli Stati Uniti hanno sperimentato il Senato di secondo grado: sono passati al voto diretto dei cittadini dopo aver registrato gravi casi di corruzione e una rappresentanza troppo localistica. La Francia nel marzo scorso ha stabilito che dalle prossime elezioni non si potrà essere più sindaci, presidenti di regione e parlamentari. Esperienze fallite, da noi diventano innovazione?
Voler mantenere ai cittadini il diritto di scegliere con il voto i loro rappresentanti nelle istituzioni sarebbe conservazione?
Nel XXI secolo la democrazia è sfidata non solo dai terrorismi, ma da semplificazioni che danno vita a quella che viene definita dittatura delle maggioranze, un affievolirsi cioè dei controlli sui governi. È un pericolo dal quale guardarsi. La democrazia ha bisogno di partecipazione e governabilità, non di contrapporre l’una all’altra.

Non mi illudo che tutto ciò possa servire a far aprire gli occhi a chi ha ormai deciso di consacrare la propria esistenza e le proprie fortune alla prosternazione perenne.  Ma sperare che un filo di dubbio possa crescere a insinuarsi in chi abbia un minimo di consapevolezza, almeno questo lasciatemelo.

 

 

Se si considera anche la riforma del Senato che sarà, secondo la volontà del Governo, non elettivo, il combinato disposto della legge elettorale (con liste bloccate e candidature plurime, accesso premio di maggioranza con 37% dei voti, sbarramento eccessivo per i piccoli partiti) e del Senato rischia di minare fortemente la rappresentatività e il tasso di democraticità (inteso soprattutto, ma non solo, come rapporto elettore-elettorato).Ricorda di citare la fonte: http://www.valigiablu.it/legge-elettorale-la-riforma-come-e-come-dovrebbe-essere/
Licenza cc-by-nc-nd valigiablu.it
Se si considera anche la riforma del Senato che sarà, secondo la volontà del Governo, non elettivo, il combinato disposto della legge elettorale (con liste bloccate e candidature plurime, accesso premio di maggioranza con 37% dei voti, sbarramento eccessivo per i piccoli partiti) e del Senato rischia di minare fortemente la rappresentatività e il tasso di democraticità (inteso soprattutto, ma non solo, come rapporto elettore-elettorato).Ricorda di citare la fonte: http://www.valigiablu.it/legge-elettorale-la-riforma-come-e-come-dovrebbe-essere/
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Se si considera anche la riforma del Senato che sarà, secondo la volontà del Governo, non elettivo, il combinato disposto della legge elettorale (con liste bloccate e candidature plurime, accesso premio di maggioranza con 37% dei voti, sbarramento eccessivo per i piccoli partiti) e del Senato rischia di minare fortemente la rappresentatività e il tasso di democraticità (inteso soprattutto, ma non solo, come rapporto elettore-elettorato).Ricorda di citare la fonte: http://www.valigiablu.it/legge-elettorale-la-riforma-come-e-come-dovrebbe-essere/
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Se si considera anche la riforma del Senato che sarà, secondo la volontà del Governo, non elettivo, il combinato disposto della legge elettorale (con liste bloccate e candidature plurime, accesso premio di maggioranza con 37% dei voti, sbarramento eccessivo per i piccoli partiti) e del Senato rischia di minare fortemente la rappresentatività e il tasso di democraticità (inteso soprattutto, ma non solo, come rapporto elettore-elettorato).Ricorda di citare la fonte: http://www.valigiablu.it/legge-elettorale-la-riforma-come-e-come-dovrebbe-essere/
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Legge elettorale e Senato: una riforma da rivedere. E i gufi non c’entranoRicorda di citare la fonte: http://www.valigiablu.it/legge-elettorale-la-riforma-come-e-come-dovrebbe-essere/
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Legge elettorale e Senato: una riforma da rivedere. E i gufi non c’entranoRicorda di citare la fonte: http://www.valigiablu.it/legge-elettorale-la-riforma-come-e-come-dovrebbe-essere/
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TTIP: in arrivo la prossima fregatura?

28 Mar

Devo ringraziare l’attento Alessandro Gilioli (“E questo no, grazie“) per aver attirato la mia attenzione su un argomento che, sebbene di  importanti dimensioni , qui da noi in Italia sembra tanto trascurabile da parlarne poco o niente, anche se le trattative sono già in corso dallo scorso luglio e il Presidente Renzi abbia addirittura assicurato proprio ieri a Obama che si arriverà ad una firma non molto oltre la fine del prossimo semestre di presidenza italiano.

Il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership: Partenariato trans-atlantico per il commercio e gli investimenti) è, secondo la Commissione Europea per il Commercio, un accordo con “l’obiettivo di rimuovere le barriere commerciali in una vasta gamma di settori economici per facilitare l’acquisto e la vendita di beni e servizi tra Europa e Stati Uniti, progettato per incoraggiare la crescita e la creazione di posti di lavoro. Sempre secondo questo ente, “Ricerche indipendenti mostrano che  il TTIP potrebbe far aumentare:
L’economia europea di  €120 miliardi;
L’economia americana di €90 miliardi;
L’economia del resto del mondo di €100 miliardi.

Non ho votato per le BancheTutto bene quindi? Parrebbe di sì, ma il mai abbastanza ringraziato sito Sbilanciamoci.info è andato a curiosare e ha scoperto alcuni aspetti non proprio entusiasmanti. All’articolo del luglio scorso, “Libero scambio Usa-Ue, un accordo a perdere“,  Anna Maria Merlo ne ha fatto seguire recentemente un secondo dall’altrettanto eloquente titolo “Il trattato intrattabile“, dove così conclude: “In un contesto in cui gli stati stanno perdendo terreno, il Ttip mira a limitare il più possibile le barriere non tariffarie (quelle tariffarie sono già quasi inesistenti), favorendo di fatto le grandi imprese, in un commercio mondiale caratterizzato da una grande concentrazione (i primi dieci operatori Usa controllano il 96% dell’export del paese, nella Ue le prime dieci società esportatrici ne controllano l’85%).” In sintesi, si tenderebbe  a facilitare ogni genere di rapporto commerciale, travalicando i regolamenti protezionistici nazionali anche in settori come la sanità, la cultura, l’acqua. In più, i sospetti circa un accordo che limiterebbe l’autonomia dei singoli Stati su argomenti fondamentali sono acuiti dalla segretezza con cui le trattative vengono condotte da entrambe le parti.

Le conseguenze che l’accordo potrebbe avere  sono state descritte ancora più chiaramente da Mario Pianta (sempre su Sbilanciamoci.info) nell’articolo del 25 gennaio scorso dal preoccupante titolo “Il patto atlantico dei capitali“, che inizia così: “Un comune decide che le mense scolastiche acquistino prodotti locali a “chilometri zero”. Un paese – l’Italia – vota in un referendum che l’acqua dev’essere pubblica. Un continente – l’Europa – pone restrizioni all’uso di Organismi geneticamente modificati (Ogm) in agricoltura. Tra poco tutto questo potrebbe diventare illegittimo.” Il seguito lo trovate più sotto.

Converrete che non rimane che essere d’accordo con Gilioli che è molto opportuno e necessario saperne di più di questa faccenda, prima, per non trovarsi poi – come avvenuto col fiscal compact, con la frittata fatta.

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Qui di seguito il testo integrale  dell’articolo di Mario Pianta*. Il grassetto è mio.

IL PATTO ATLANTICO DEI CAPITALI – 24/01/2014

Un comune decide che le mense scolastiche acquistino prodotti locali a “chilometri zero”. Un paese – l’Italia – vota in un referendum che l’acqua dev’essere pubblica. Un continente – l’Europa – pone restrizioni all’uso di Organismi geneticamente modificati (Ogm) in agricoltura. Tra poco tutto questo potrebbe diventare illegittimo. Il Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti (TTIP, Transatlantic trade and investment partnership), oggetto di discussioni segrete tra Usa e Commissione europea, prevede che le commesse pubbliche non possano privilegiare produttori locali, che gli investimenti delle multinazionali siano consentiti e tutelati anche nei servizi pubblici (acqua, sanità, etc.), che la regolamentazione non possa limitare i commerci, anche quando ci sono rischi per l’ambiente o la salute. E se un governo tiene duro, sono pronti i meccanismi di “arbitrato” che possono costringere gli stati a pagare alle multinazionali l’equivalente dei mancati superprofitti.

Si tratterebbe di un colpo di stato. L’annullamento della politica di fronte all’assoluta libertà dei capitali, non di commerciare – quella c’è già – ma di entrare in ogni attività, ogni ambito della vita, con la garanzia di fare profitti. L’annullamento della democrazia intesa come possibilità di una comunità di decidere i propri valori, le regole condivise, le politiche da realizzare. L’annullamento dei diritti dei cittadini e delle responsabilità collettive – come quella verso l’ambiente – che si frappongano alla trasformazione in merce del mondo intero.

Il commercio è uno dei temi su cui i paesi membri della Ue hanno già trasferito completamente la sovranità a Bruxelles: è la Commissione a negoziare gli accordi all’Organizzazione mondiale per il commercio (Omc) o i trattati bilaterali come il Ttip. Ma senza poteri significativi del Parlamento europeo e con il potere delle lobby delle multinazionali che detta le politiche europee, la Ue ha praticato in questi anni la versione più estrema e irresponsabile del liberismo. Come nel caso dell’Unione monetaria, il passaggio di poteri sul commercio è un pessimo esempio di come l’integrazione europa porti a politiche che favoriscono solo i capitali e danneggiano le persone, il lavoro, l’ambiente – dentro e fuori l’Europa, come mostrano gli effetti negativi dei trattati di libero scambio sui paesi in via di sviluppo.

Il Ttip è un “Trattato intrattabile” che va fermato al più presto. Siamo ancora in tempo, un progetto analogo – l’Ami – era già stato sconfitto nel 1998. Ma servirebbe una discussione attenta che ancora non c’è. Servirebbe una protesta di massa contro quest’ultimo, estremo sussulto di quel liberismo che ci ha portato a sei anni di depressione economica. Servirebbero sindacati che non si pieghino a nuove distruzioni di posti di lavoro, consumatori che boicottino le mutinazionali più aggressive, partiti che si ricordino, per una volta, di difendere la democrazia. Discutere di elezioni europee – da oggi al prossimo maggio – significa discutere soprattutto di questo.

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Mario Pianta è professore di Politica economica all’Università di Urbino ed è stato fellow alla Columbia University, all’European University Institute, alla London School of Economics e all’Université Sorbonne. L’ultimo libro di cui è co-autore è “Innovazione tecnologica e sviluppo industriale nel secondo dopoguerra” (Laterza, 2007).

 

La Google tax, Francesco Boccia e un detto napoletano.

18 Dic

Chiamatela come volete, la Rete, il Web, Internet: resta il fatto che nel nostro Parlamento ne capiscono in pochi. Ricordo ancora il Bersani di due-tre anni fa che parlandone ne dette questa sintetica definizione: “quell’ambaradaN là” (ignorando anche il nome corretto: Amba Aradam*).
Nel caso della cosiddetta Google tax, a parte l’errore grossolano circa l’imposizione di una partita iva per TUTTE le aziende che avessero avuto contatti operativi in Italia (lo spiega Alessandro Gilioli qui), c’è quello imperdonabile sugli effetti devastanti che avrebbe avuto principalmente  nell’area del diritto internazionale. Per non dire poi del fatto che non avrebbe risolto assolutamente nulla, come conclude Ernesto Ruffini nel suo commento dal centratissimo titolo Google Tax: ma sanno che cosa stanno facendo?”.
No, non lo sanno, ma non c’è da meravigliarsi: uno dei padri della proposta è quell’enfant prodige che risponde al nome di Francesco Boccia. Quello che voleva competere in Puglia con Vendola, quello degli F-35 scambiati per elicotteri, che si attendeva una revisione del processo contro Berlusconi e altro ancora. Senza contare quello che sta elaborando: sono sicuro che non ci deluderà e ci sorprenderà ancora.
C’è un detto napoletano che dice, a proposito di quelli che si trovano per caso a gestire cose per cui sono assolutamente inadeguati: ” ‘a pucchiacca ‘n mane ‘e criature”.
—————-

*Amba Aradam è il nome di una località montuosa in Etiopia dove si svolse una sanguinosa battaglia nel 1936. Al comando delle truppe italiane era il maresciallo Badoglio, il noto macellaio dei gas asfissianti e massacratore delle indifese popolazioni indigene.

Legge elettorale? La Finocchiaro aspetta disposizioni

7 Nov

L’intervista di Alessandro Gilioli a Roberto Giachetti è illuminante.

Sulla nuova legge elettorale, nonostante si approssimi la decisione della Corte Costituzionale, si continua a traccheggiare utilizzando al Senato la sempre disponibile Finocchiaro (ma possibile che questa donna non abbia mai una posizione autonoma?).
Oppure dovremo aspettare fin quando la dirigenza del Pd non troverà un accordo col PdL-Forza Italia, con quale prodotto legislativo finale è facile immaginare?

Riforma elettorale: a che punto (non) siamo

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«Siamo al paradosso: questo governo è figlio di una legge elettorale che non si può cambiare per non mettere a rischio questo governo».

Roberto Giachetti, all’undicesimo giorno di sciopero della fame, non sa più se ridere e piangere. E accusa: «Si sta ripetendo quello che è accaduto la scorsa legislatura, con i partiti che ogni giorno dicevano ‘ci siamo, è quasi fatta’, e intanto la tiravano in lungo, perdevano tempo: infatti poi abbiamo votato di nuovo con il Porcellum».

Giachetti, ma Finocchiaro sostiene che la strada è aperta verso una riforma di tipo spagnolo.
«Macchè, non siamo nemmeno al ‘pillolario’, com’è stata chiamata la bozza che dovrebbe ispirare il testo di riforma. Avevano promesso questo ‘pillolario’ per giovedì scorso, poi per l’altro ieri, oggi si scopre che non esiste: c’è solo l’intervista di Finocchiaro all’Unità».

Quindi?
«Quindi hanno buttato un’altra settimana. E ricordo a tutti che dal ‘pillolario’ poi dovremmo passare al testo, questo dovrebbe essere discusso, emendato e approvato prima in commissione e poi dall’Aula del Senato, quindi spedito a Montecitorio dove ricomincerebbe tutto daccapo. Sempre tenendo conto che intanto le Camere saranno impegnate anche su altro, come la legge di stabilità».

Ma perdono tempo per tenersi il Porcellum o per quale altro motivo?
«Perdono tempo perché una riforma della legge elettorale non concordata con il Pdl metterebbe a rischio le larghe intese, quindi è considerata terreno minato. Il Pdl ricatta, i vertici del Pd cedono al ricatto. E tutto resta fermo».

Finocchiaro sostiene che è un po’ anche colpa vostra: dice che alla Camera vi siete dimenticati di calendarizzare la questione e ha dovuto prenderla in gestione lei, con la sua commissione al Senato…
«Su questo Finocchiaro mente. Non ci siamo affatto ‘dimenticati’ e lei lo sa benissimo. La calendarizzazione era prevista per la ripresa dei lavori dopo la sospensione di agosto. Invece il Senato ci ha scippato la discussione ed è stata una scelta politica precisa».

Vale a dire?
«I vertici del Pd temevano che la Camera, dove con Sel abbiamo la maggioranza, approvasse un testo di riforma vero, magari con il doppio turno che il Pdl non vuole. Allora hanno deciso di spostare tutto al Senato dove non c’è maggioranza senza Pdl e sotto la regia di Finocchiaro non passerà mai nessuna legge non gradita ai berlusconiani».

E così si è arrivati alla proposta di Finocchiaro per il ‘modello spagnolo’.
«Sì, ma ripeto che si tratta solo di un’intervista a un quotidiano, non c’è un testo proposto né discusso da nessuna parte. E comunque lo scopo di questa trovata ’spagnola’ è chiaro».

Cioè?
«Perpetuare l’attuale meccanismo che porta alle larghe intese. Se l’alternativa è solo quella tra il Porcellum e il modello spagnolo, i fautori del governissimo stanno in una botte di ferro, perché entrambi i sistemi sono perfetti per portare di nuovo alle larghe intese».

Invece, cosa bisognerebbe fare?
«Una legge elettorale che non solo restituisca ai cittadini il diritto di scegliere gli eletti, ma consenta anche a chi vince di governare senza accordi e accordicchi post elettorali. Se il Senato non ci avesse scippato la cosa, alla Camera una legge così poteva essere approvata».

Però poi doveva pur sempre passare a Palazzo Madama, prima o dopo.
«Sì, ma intanto ci sarebbe stato un testo di riforma del Porcellum approvato da uno dei rami del Parlamento, su cui tutti avrebbero dovuto prendersi le loro responsabilità con il loro voto. E con ogni probabilità, alla fine, nell’Aula del Senato una dozzina-ventina di parlamentari che non volevano perdere la faccia tenendosi il Porcellum sarebbe arrivata anche dagli altri gruppi. Insomma, avrebbe avuto buone possibilità di diventare legge».

Anche se il M5S ha altre idee, in merito.

«Certo, ufficialmente sembrano essere per il proporzionale, ma ci sono grosse contraddizioni nel loro gruppo, come si è visto anche con la questione del reato di clandestinità. Non sono affatto sicuro che i senatori del M5S avrebbero votati compatti contro il doppio turno, cioè – a quel punto – per mantenere il Porcellum».

Quanto a compattezza non pare che il Pd stia molto meglio, su questo tema: basta vedere i suoi scazzi quasi quotidiani con Finocchiaro.
«Vero. Anzi le posso dire che nel mio partito sta per succedere un casino, perché la grande maggioranza dei parlamentari – e non solo quelli renziani – sulla legge elettorale la pensa come me e non sopporta più di essere tenuta sotto ricatto dal Pdl. Però ufficialmente la linea del Pd resta quella di Finocchiaro. Prima o poi la questione esploderà. Lo stesso Renzi ne ha parlato nel discorso di Bari: e ora che noi andiamo verso le primarie, dovremmo inserire la questione nel dibattito congressuale per rovesciare la linea di Finocchiaro e fare una proposta di riforma elettorale non mediata al ribasso con Berlusconi. Che poi credo sia quello che vorrebbero anche i nostri elettori, tra l’altro».

L’amnistia dev’essere la conclusione di un percorso, non un fatto a sè stante

14 Ott

Il dramma delle carceri italiane è contenuto in questa brutale sintesi: quasi 65.000 carcerati (di cui il 40% in attesa di giudizio) contro una capacità di circa 47.000, cui si aggiunge  la questione del ‘come’ vengono trattati i detenuti, circa i luoghi, l’alimentazione, l’attività (o inattività) durante la detenzione e così via.

Lo dico subito: il presidente Napolitano ha il merito, prospettando al Parlamento l’ipotesi di un’amnistia o di un indulto, di aver sollevato la questione. Ma è tutto qui, perché quella indicata non è una soluzione. Sarebbe solo un provvedimento transitorio, valido forse per farci evitare le probabili sanzioni della Corte europea dei diritti dell’uomo, null’altro. Infatti imperversano le polemiche, spesso strumentali, tra favorevoli e contrari: tra quelli che interpretano l’eventuale intervento come un fatto umanitario e pertanto di ‘sinistra’ (lo spiega bene Alessandro Gilioli) cui si aggiunge il PdL che intravede uno spiraglio di salvataggio per Berlusconi, e quelli contrari per ragioni di principio (e forse anche elettorali), come Renzi. In quest’ultimo senso sembrerebbe orientata la stragrande maggioranza (88%) dei rispondenti a questo sondaggio di Repubblica che ha raccolto in poche ore e fino a questo momento circa 40.000 opinioni. Ma in verità l’ipotesi votata (“Nessun intervento, il problema carceri va risolto in altro modo”) indica che la volontà si indirizza in un’altra direzione che nessuna delle due parti ha finora proposto: un intervento organico e ragionato per trovare una soluzione alla radice.

C’è quindi una solida e consapevole posizione intermedia che antepone la concessione dell’amnistia o dell’indulto a una serie di provvedimenti che conducano ad una diversa e migliore configurazione dell’intera questione. Questa mi pare sia la soluzione adeguata  e la condivido con convinzione: infatti anch’io ho votato come l’88% di cui sopra. In altre parole, al provvedimento tampone, che non elimina il problema ma lo sposta solo nel tempo a venire, si chiede di contrapporre un progetto sistematico che, eliminando le principali cause di detenzione (ad esempio, quelle legate a leggi inique o superate come la Bossi-Fini e la Fini-Giovanardi, per prime) ed emanando una serie di altri provvedimenti tutti tendenti ad alleggerire l’attuale sovraffollamento, faccia seguire solo in conclusione il provvedimento di clemenza.

Tutto questo l’ho trovato con piacere in un post di Pippo Civati, la cui parte principale riporto qui per intero.

“Per noi è indispensabile:

a) che i provvedimenti clemenziali (indulto/amnistia) siano adottati a valle di un intervento sistematico che operi sia sui flussi d’ingresso in carcere (riducendoli) sia sulle maglie d’uscita dal circuito penitenziario (allargandole per i detenuti meno pericoli). Bisogna finirla, insomma, di guardare alle misure straordinarie come fossero misure ordinarie: l’indulto e l’amnistia sono misure straordinarie, misure tampone. Non curano la patologia, ma ne alleviano sintomi e manifestazione.

Agire sulla struttura non è utopia. Come ricordato da Napolitano, vi è già un disegno di legge delega approvato dalla Camera e ora in Senato che introduce la possibilità per il giudice di applicare la messa alla prova per reati meno gravi e la detenzione domiciliare come pena principale.

Modifiche piccole, ma importanti. A questo vanno affiancati interventi, anche questi ricordati da Napolitano, sulla custodia cautelare, sul trasferimento dei detenuti stranieri nei loro Paesi d’origine per scontare la pena, oltre ai, troppo spesso solo evocati, interventi di depenalizzazione di reati di minima gravità.

Su questo versante, vi sono, inoltre, due tipi di intervento poco valorizzati ma decisivi per razionalizzare il ricorso alla detenzione carceraria.

Il 40% circa dei detenuti è in attesa di giudizio: è fondamentale agire sulla leva della custodia cautelare elevando la restrizione domiciliare a misura custodiale principale, salvo i casi in cui le esigenze cautelari siano di particolare gravità.

Per selezionare efficacemente la popolazione carceraria bisogna impegnarsi a conoscerla. Il carcere è la casa degli ultimi. Per renderla più vivibile bisogna agire sui reati degli ultimi. Un quarto dei detenuti è in carcere per reati connessi all’utilizzo/spaccio di sostanze stupefacenti. E’ indispensabile superare l’ottuso rigore della legge Fini-Giovanardi e, soprattutto, investire sulle strutture socio-riabilitative come centri dove scontare la maggior parte della pena. I reati in materia di stupefacenti necessitano, in linea di massima, di una risposta in termini di assistenza più che di carcere.

b) a valle degli interventi strutturali può essere adottato un provvedimento clemenziale (amnistia/indulto) purché siano attentamente selezionati:

1.     i reati da includervi (solo reati la cui estinzione/condono abbia effetto sul sovraffollamento perché le relative pene sono tendenzialmente eseguite in carcere – per lo più reati contro il patrimonio e stupefacenti – con esclusione di quelli che hanno impatto sulla detenzione limitato nonostante la gravità – reati contro la pubblica amministrazione -)

2.     i soggetti destinatari (con esclusione dei soggetti gravati dalle più gravi forme di recidiva)

3.     la disciplina: non cumulabilità con precedenti provvedimenti di clemenza (un imputato più importante di altri non ne sarà lieto, ma tant’è); reviviscenza della pena indultata in pena da espiare in caso di nuovo reato.

4.     con particolare riferimento all’indulto: il limite di anni di pena condonata, che andrebbe limitata ad un periodo ben più ridotto di quanto suggerito da Napolitano. Un anno di indulto interesserebbe una platea di oltre 10.000 detenuti sufficiente – insieme agli altri prospettati interventi ad avvicinare notevolmente la soglia di capienza regolamentare senza costi reali sulla recidiva stante l’esiguità del residuo pena.”

“Siamo un paese di analfabeti funzionali”

12 Ott

Ha ragione Alessandro Gilioli. E’ una tragedia, una delle peggiori che possa colpire un Paese.

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Da ‘Piovono rane’ il blog di Alessandro Gilioli su l’Espresso.

09 ott

La politica, nel tram che ci porta al lavoro

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Eccolo qui, il nostro vero spread: la notizia che oggi dovrebbe essere in prima pagina su tutti i giornali, perché è di un’urgenza spaventosa. È la tabella del rapporto Isfol sul grado di competenze alfabetiche nei diversi Paesi.

Lo vedete da voi, dove stiamo in classifica.

Siamo un Paese di analfabeti funzionali: tutto il resto – la scarsa competitività economica, i diritti civili e sociali calpestati, la facile raccolta del consenso per chi possiede o controlla i media, la debole penetrazione della Rete, la vittoria sociale di chi ‘conosce qualcuno’, beh, è tutto un corollario di questa catastrofe qui.

E al fondo, resta la conclusione più inevitabile: finché la politica di questa catastrofe non si farà radicalmente carico, l’unico modo per fare buona politica è provare a migliorare, ad aprire, a incuriosire le menti di ciascuna persona che incontriamo nel nostro cammino, nel nostro quartiere, nel tram che ci porta al lavoro.

Ps. Riccardo, nei commenti, mi suggerisce di dare visibilità anche a questa, di tabella: sul grado di istruzione scolastica. Il risultato purtroppo non cambia.

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I ‘figliastri’ non ne possono più dei ‘figli’

7 Ott

Due cose che ho letto in questi giorni mi hanno sollecitato a scrivere questo post.
Una è la notizia dei “35 docenti denunciati a vario titolo al pm barese Renato Nitti per associazione a delinquere, corruzione, falso, truffa aggravata. Trentacinque professori ordinari, cinque dei quali nell’elenco dei 35 saggi scelti da Enrico Letta per accompagnare il progetto di riforma costituzionale“. Per mia memoria, potrebbe essere una ‘non notizia’, trattandosi solo dell’ultimo episodio di una storiaccia che già conoscevo quando frequentavo l’università. L’altra mi è capitata leggendo un post nel blog di Alessandro Gilioli, Altan vomito dove veniva citato l’articolo di Michele Ainis di giusto un anno fa che riporto integralmente più sotto. Ainis così conclude: “Sì. è esattamente questa la nostra condizione. Siamo un popolo di privilegiati e discriminati, di figli e figliastri. Senza eguaglianza, senza giustizia, senza libertà“.

Ecco, vorrei solo aggiungere che alla quota dei privilegiati occorre aggiungere i corrotti e gli evasori fiscali (non tutti sullo stesso piano, ovviamente). I privilegiati non fanno altro che approfittare delle facilitazioni offerte dal sistema, quella rete di protezioni e di benefit accessori che si sono succeduti e accumulati negli anni, per inerzia o comodo del potere. Corruttori e corrotti sono un’altra genìa che deriva anch’essa dall’incapacità dello Stato di stabilire regole che impediscano gli accordi sottobanco, di intervenire prontamente e sanzionare in misura esemplare entrambi. Sull’evasione fiscale non vale la pena dilungarsi: basti ricordare che la stima dell’Agenzia delle Entrate  è di 120 miliardi che se recuperati porterebbero all’azzeramento del debito pubblico (così, tanto per dare un’idea).
Tutti insieme concorrono però al degrado sociale ed economico, accelerano la corsa del Paese verso il disastro, rendono vani gli sforzi per recuperare un minimo di giustizia ed equità, far recuperare all’Italia la posizione che le spetterebbe nel novero delle democrazie avanzate.

Dinanzi a questi tre diversi moderni mostri, il privilegio, la corruzione e l’evasione, c’è la società italiana, la cui maggior parte è costituita da ‘figliastri’ – per dirla con Ainis – ma è la parte sana (volente o nolente, bisogna dire anche questo).
Ora, il punto focale è il seguente: per quanto tempo ancora sarà possibile tollerare?

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Siamo un Paese di figli e figliastri

Giustissimo prendersela con gli scandali della politica. Ma il problema è che l’Italia è divisa in due: chi è privilegiato (per conoscenze, relazioni familiari, corporazioni etc) e chi invece è abbandonato a se stesso

di Michele Ainis

Scandali, sprechi, sciali. E privilegi di stampo feudale, come no. Dei politici, della loro dolce vita, ne abbiamo gli occhi pieni. E continuiamo a sgranarli ogni mattina, basta aprire un quotidiano. C’è un rischio però, anche se a enunciarlo rischi a tua volta i pomodori. Il rischio di trasformare le malefatte di Lusi o di Fiorito in un lavacro collettivo, che monda ogni peccato. I nostri, non i loro. Perché non è vero che da un lato c’è la casta, dall’altro la società dei casti. Non è vero che il furto di denaro pubblico avvenga unicamente per mano dei partiti: ce lo dicono i numeri dell’elusione fiscale, del lavoro nero, degli abusi edilizi. E soprattutto non è vero che i privilegiati siano soltanto loro. Nell’Italia delle corporazioni ormai lo siamo tutti.LE PROVE? Cominciamo dalla pappatoia delle regioni, dove i consiglieri pappano a spese dell’erario. Ma il personale burocratico non sta certo a digiuno. In Trentino i dirigenti ottengono mutui a tasso zero. In Emilia vanno in bus con uno sconto dell’85 per cento sul biglietto. In Sicilia hanno diritto a un sussidio per il matrimonio, alla colonia estiva per i figli, perfino al contributo per le pompe funebri. Senza dire dei benefit che toccano in sorte ai dipendenti delle assemblee parlamentari: quelli del Senato intascano pure la sedicesima, alla Camera uno stenografo può guadagnare più del capo dello Stato (259 mila euro lordi l’anno contro 239 mila).

E gli altri? Ce n’è per tutti, anche per chi timbra il cartellino fuori dal Palazzo. I bancari lasciano il posto in eredità alla prole (almeno il 20 per cento del turnover nelle banche si svolge attraverso una staffetta tra padri e figli). Le mogli dei ferrovieri salgono in treno gratis. Gli assicuratori ci infliggono le polizze più salate d’Europa (il premio Rc auto costa il doppio rispetto alla Francia e alla Germania). I sindacalisti vengono esentati dai contributi pensionistici. I tassisti si proteggono con il numero chiuso. Al pari dei farmacisti e dei notai , che oltretutto sono creature anfibie: funzione pubblica, guadagni privati (il sigillo notarile vale 327 mila euro l’anno). Come i medici ospedalieri, ai quali s’applica l’intra moenia extramuraria: un pasticcio semantico, prima che giuridico. In pratica, devolvono il 6,5 per cento del loro fatturato all’ospedale e vanno ad operare nelle cliniche di lusso.

D’altronde ciascuno ha il proprio lusso, e se lo tiene stretto. Ai dipendenti della Siae tocca un'”indennità di penna”. Ai servizi segreti un'”indennità di silenzio”. Agli avvocati dello Stato una “propina” (55 milioni nel 2011). I diplomatici all’estero incassano uno stipendio doppio. Come i giudici amministrativi distaccati presso i ministeri (in media 300 mila euro l’anno).

I professori universitari hanno diritto alla vacanza permanente (l’impegno annuale è di 350 ore). I giornalisti entrano nei musei senza pagare. Chi è impiegato all’Enel fruisce d’uno sconto sulla bolletta della luce. I docenti di religione hanno una busta paga più pesante rispetto a chi insegna geografia.

E c’è poi il santuario degli ordini professionali, lascito imperituro del fascismo. C’è una barriera all’accesso che protegge avvocati, architetti, commercialisti, veterinari, ingegneri. C’è il mantello dell’indipendenza che si traduce in irresponsabilità per i pm (le sanzioni disciplinari colpiscono lo 0,3 per cento della categoria). C’è una selva di privilegi processuali in favore delle banche (possono chiedere un decreto ingiuntivo in base al solo estratto conto), di privilegi fiscali per i petrolieri (pagano royalty del 4 per cento contro l’80 in Norvegia o in Russia). C’è la mammella degli aiuti di Stato (30 miliardi l’anno), da cui succhiano le imprese siderurgiche non meno di quelle cinematografiche (1,5 milioni a “L’allenatore nel pallone 2”).

SÌ, E’ ESATTAMENTE QUESTA la nostra condizione. Siamo un popolo di privilegiati e discriminati, di figli e figliastri. Senza eguaglianza, senza giustizia, senza libertà. E non basterà il faccione di Fiorito, non basterà quest’esorcismo collettivo che stiamo intonando a squarciagola, a farci ritrovare l’innocenza.

Michele.Ainis@uniroma3.It

L’Espresso – 12 ottobre 2012 

Don Gallo, un gigante

27 Mag

Alessandro Gilioli pubblica nel suo blog su l’Espresso un affettuoso ricordo di don Gallo.
E’ con una certa commozione che lo si riporta qui per intero.
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Don Gallo, la Capraia, gli ultimi

colldragoni

Negli anni Sessanta l’isola di Capraia era un eremo vero.

Il traghetto ci arrivava una volta la settimana e per sbarcare dovevi scendere da una scaletta su una lancia di legno, mica c’era il molo come adesso. L’acqua potabile la portavano su una bettolina: se c’era libeccio, si rimaneva senza. Il pane lo facevano al carcere, quando lo facevano, e la strada che collegava il porto al paese era poco più di una mulattiera. Per telefonare dovevi fare la coda al Bar Centrale – l’unico esistente. Era anche l’unico alimentari: se stavi sulle palle alla Lina, che non era esattamente di buon carattere, potevi pure fare la fame.

Sulle terrazze ricavate dalla montagna, sopra il porto vecchio, i detenuti coltivavano quello che riuscivano, tra i sassi. Erano quasi sempre assassini, rapinatori, residui dell’umanità: li mandavano a Capraia verso fine pena, perché formalmente quella era una ‘casa di rieducazione all’aperto’, insomma doveva servire a reintegrarli nella società. Una sciocchezza, perché nulla era più lontano dal mondo di quell’isoletta pietrosa e scorbutica, senza automobili e con la corrente elettrica a 160 volt che andava e veniva. Parecchi, scontato l’ultimo giorno, restavano lì perché non sapevano dove altro andare, dopo trent’anni di galera. I loro nipoti oggi sono i negozianti, i trasportatori e gli idraulici dei proprietari di seconde case.

Capraia è bellissima, con i suoi profumi di erbe selvatiche, i suoi cespugli incazzati e le sue scogliere di lava. Bellissima, inospitale, a tratti mistica.

Ci ripensavo in questi giorni, leggendo la vita di don Andrea Gallo. Che il cardinale Siri spedì su quell’isola, in quegli anni, convinto di punirlo, di fargli un torto. Senza poter immaginare che Capraia ti fa crescere l’anima, la forza, le riflessioni sul significato della vita.

Lo fa ancora adesso che ci sono i telefonini, il Wi-fi di Marida e i turisti russi, figuriamoci a quell’epoca. E con quel carcere, poi, ricettacolo degli ultimi che quel prete trentenne e ribelle prese subito a cuore, ’se non sono gigli son pure sempre figli, vittime di questo mondo’.

Non so se è stato lì, alla Capraia, che è maturata la coscienza di quello che sarebbe stato don Gallo nei quarant’anni successivi, o se è stato solo un granello in più per la costruzione di quel gigante.

Non importa poi molto.

So che, come ogni estate da quando sono al mondo, tra poco inizierò a tornarci strappando i giorni al lavoro. E tornerò a camminare tra le rovine della colonia penale, salendo su dall’Assunta. E in quel silenzio ventoso cercherò di sentire le voci di quando lì c’era don Andrea Gallo.

(La foto sopra è dalla collezione di famiglia di Sergio Dragoni. In alto, sulla collina, uno degli edifici del carcere, ora dismesso)

Alessandro Gilioli
27 maggio 2013

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