Archivio | febbraio, 2020

Le Sardine da Amici

28 Feb

 

Qualcosa di inatteso stasera. Che però – forse senza saperlo – aspettavamo da tanto tempo. Per alcuni da una vita.

Cliccare sul link per il video.

Le sardine ad Amici 2020 parlano della bellezza che può salvare il mondo | Video Witty Tv

 

Un Preside da prendere a modello

28 Feb

A seguito dei noti provvedimenti presi per fronteggiare l’espansione del coronavirus, anche il liceo scientifico Alessandro Volta di Milano ha chiuso i battenti e sospeso le lezioni.
Data la straordinaria emergenza, il Preside Domenico Squillace  (nel gergo burocratico “dirigente scolastico”)  ha sentito la necessità di rivolgersi ai suoi studenti e ha scritto loro una memorabile e nobile lettera che ripropongo qui sotto.

AGLI STUDENTI DEL VOLTA

“La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia…..”

Le parole appena citate sono quelle che aprono il capitolo 31 dei Promessi sposi, capitolo che insieme al successivo è interamente dedicato all’epidemia di peste che si abbatté su Milano nel 1630. Si tratta di un testo illuminante e di straordinaria modernità che vi consiglio di leggere con attenzione, specie in questi giorni così confusi. Dentro quelle pagine c’è già tutto, la certezza della pericolosità degli stranieri, lo scontro violento tra le autorità, la ricerca spasmodica del cosiddetto paziente zero, il disprezzo per gli esperti, la caccia agli untori, le voci incontrollate, i rimedi più assurdi, la razzia dei beni di prima necessità, l’emergenza sanitaria…. In quelle pagine vi imbatterete fra l’altro in nomi che sicuramente conoscete frequentando le strade intorno al nostro Liceo che, non dimentichiamolo, sorge al centro di quello che era il lazzaretto di Milano: Ludovico Settala, Alessandro Tadino, Felice Casati per citarne alcuni. Insomma più che dal romanzo del Manzoni quelle parole sembrano sbucate fuori dalle pagine di un giornale di oggi.

Cari ragazzi, niente di nuovo sotto il sole, mi verrebbe da dire, eppure la scuola chiusa mi impone di parlare. La nostra è una di quelle istituzioni che con i suoi ritmi ed i suoi riti segna lo scorrere del tempo e l’ordinato svolgersi del vivere civile, non a caso la chiusura forzata delle scuole è qualcosa cui le autorità ricorrono in casi rari e veramente eccezionali. Non sta a me valutare l’opportunità del provvedimento, non sono un esperto né fingo di esserlo, rispetto e mi fido delle autorità e ne osservo scrupolosamente le indicazioni, quello che voglio però dirvi è di mantenere il sangue freddo, di non lasciarvi trascinare dal delirio collettivo, di continuare – con le dovute precauzioni – a fare una vita normale. Approfittate di queste giornate per fare delle passeggiate, per leggere un buon libro, non c’è alcun motivo – se state bene – di restare chiusi in casa. Non c’è alcun motivo per prendere d’assalto i supermercati e le farmacie, le mascherine lasciatele a chi è malato, servono solo a loro. La velocità con cui una malattia può spostarsi da un capo all’altro del mondo è figlia del nostro tempo, non esistono muri che le possano fermare, secoli fa si spostavano ugualmente, solo un po’ più lentamente. Uno dei rischi più grandi in vicende del genere, ce lo insegnano Manzoni e forse ancor più Boccaccio, è l’avvelenamento della vita sociale, dei rapporti umani, l’imbarbarimento del vivere civile. L’istinto atavico quando ci si sente minacciati da un nemico invisibile è quello di vederlo ovunque, il pericolo è quello di guardare ad ogni nostro simile come ad una minaccia, come ad un potenziale aggressore. Rispetto alle epidemie del XIV e del XVII secolo noi abbiamo dalla nostra parte la medicina moderna, non è poco credetemi, i suoi progressi, le sue certezze, usiamo il pensiero razionale di cui è figlia per preservare il bene più prezioso che possediamo, il nostro tessuto sociale, la nostra umanità. Se non riusciremo a farlo la peste avrà vinto davvero.

Vi aspetto presto a scuola.
Domenico Squillace

 

Giancarlo Caselli, la prescrizione e i cretini

27 Feb

Riporto qui sotto, traendolo da Il Fatto quotidiano del 27 febbraio, un articolo sulla prescrizione del grande magistrato Giancarlo Caselli.
Non ho bisogno di fare commenti.

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Prescrizione, tutti cretini pure nell’Ue?

Chiunque abbia osato sostenere la legge (entrata in vigore il primo gennaio di quest’anno) che ha finalmente stabilito che anche nel nostro ordinamento la prescrizione, invece di essere infinita, deve a un certo punto interrompersi, ha “assaggiato” – in un modo o nell’altro – un orgiastico sabba di insulti, dileggi, imprecazioni, scomuniche, anatemi e previsioni catastrofiche che è andato oltre i confini del buon senso. In particolare a opera di coloro che hanno appioppato a chi fosse di contrario avviso etichette infamanti come manettaro o forcaiolo, oltre a quella piuttosto consunta di giustizialista. Con il sostegno di quanti, fregandosene dei profili tecnici della questione, ne han fatto un cavallo di Troia tutto politico per scardinare le opposte fazioni.

Per fortuna, decibel e toni da stadio dovrebbero decisamente calare a fronte del “Rapporto sull’Italia” approvato ieri dalla Commissione europea. Dove si legge che la riforma della prescrizione (in Italia riforma Bonafede) è “benvenuta”. Anche perché “in linea con una raccomandazione specifica” al nostro Paese che l’Europa aveva formulato da tempo. Parole chiare e univoche, che sarà persino opportuno comunicare con qualche cautela – per evitare un eccessivo sbigottimento – a chi aveva parlato di bomba atomica (qui il “paziente zero” è ben conosciuto…), vergogna per lo Stato di diritto, barbarie e via salmodiando. Tanto più che la Commissione europea esprime un giudizio positivo – con qualche riserva – pure sulla legge “spazza-corrotti” (anch’essa targata “Bonafede”) e in generale sulla lotta alla corruzione, “che sta migliorando”. Nello stesso tempo la Commissione – che così ci guadagna in affidabilità – non fa sconti: sia sul piano civile (il contenzioso viene giudicato troppo lungo, tale da “allontanare gli imprenditori e gli investimenti stranieri”); sia su quello penale, dove è “necessaria una riforma” con misure capaci di aumentare l’efficienza del processo, soprattutto nel grado d’appello. Misure che il “Rapporto” esemplifica parlando di: revisione delle notifiche; ampliamento delle procedure semplificate; limitazione della possibilità di fare appello; introduzione del giudice unico nel secondo grado; ricorso più ampio agli strumenti elettronici; semplificazione delle regole sulle prove. Direttive che, in percentuale ragguardevole, collimano con le linee guida del “disegno di legge recante deleghe al governo per l’efficienza del processo penale”.

Dunque, di nuovo un brutto rospo da digerire per certe cassandre italiche, salvo ipotizzare un “concorso esterno” dell’Europa col nostro Guardasigilli… Verso il quale, del resto, il “Rapporto” esprime critiche anche sul versante penale, là dove – suggerendo di monitorarne attentamente l’impatto – mostra in sostanza di non apprezzare l’introduzione di sanzioni disciplinari per i giudici che non rispettino i tempi fissati per le varie fasi del processo. Per concludere con una provocazione, si può sperare che siano irreversibilmente tramontati in Italia (con la “spazza-corrotti” e la riforma della prescrizione, grazie anche all’apprezzamento europeo) i tempi di Francesco Crispi secondo il racconto di Sebastiano Vassalli nel romanzo L’italiano.

Rievocando lo scandalo del Banco di Napoli e l’interrogatorio del Giudice istruttore di Bologna Alfredo Balestri, Vassalli attribuisce a Crispi questi pensieri: forte della certezza che il denaro è il motore del mondo, egli reagì pensando che “quell’ometto sussiegoso che gli stava davanti e pretendeva da lui che gli rendesse conto di ogni singola operazione di banca e di ogni prestanome, era soltanto un cretino”. Un cretino perché si illudeva che “la politica interna ed estera in una nazione moderna potesse farsi senza quattrini e senza infamia, soltanto con l’onestà. Ci voleva ben altro: la mafia, la massoneria, i brogli elettorali, la corruzione”. Ecco, di “cretini” così, di persone che non ci stanno a convivere né con la mafia né con la corruzione, c’è ancora bisogno oggi. Tanto bisogno. Le leggi di cui abbiamo parlato danno una mano a chi vuol essere sempre più… “cretino”.

Perciò diciamo, come l’Europa, benvenute! A rischio di urtare la suscettibilità di quei sedicenti garantisti che col garantismo vero ci litigano, perché preferiscono di gran lunga quello tarocco. Cioè il garantismo “strumentale”, diretto a disarmare la magistratura di fronte al potere di chi può e conta; oppure “selettivo”, disposto a graduare le regole a seconda dello status sociale dell’interessato di turno. Dimenticando che il garantismo doc, o è veicolo di uguaglianza (e non di sopraffazione e privilegio), o semplicemente non è.

 

 

 

 

Referendum: perché NO

25 Feb

Dal sito del Coordinamento per la democrazia costituzionale, copio e  riporto le risposte alle più ovvie e banali obiezioni che oggi si riscontrano.
La verità è che la legge che propone il taglio dei parlamentari è solo fatta coi piedi, perché non tiene conto delle sciagurate conseguenze che comporterebbe se approvata dal Referendum del 29 marzo.
Ecco perché ribadisco che bisogna respingere l’ennesimo proditorio attacco alla Costituzione, andare a votare e votare NO.

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FAQ sul referendum costituzionale del 29 marzo sul taglio dei parlamentari

Come è noto FAQ è un acronimo inglese (Frequently Asked Questions) che indica l’esistenza di domande frequenti che vengono poste attorno a una determinata questione. Qui ci riferiamo agli interrogativi che possono sorgere in una cittadina o in un cittadino che deve decidere come votare nel referendum che gli pone la secca domanda: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana – Serie generale – n.240 del 12 ottobre 2019?» Per tale referendum le operazioni di voto si svolgeranno domenica 29 marzo 2020, dalle ore 07:00 alle ore 23:00. Al quesito noi risponderemo No sulla base di molteplici motivazioni e argomentazioni che qui cerchiamo di riassumere per linee essenziali (B) immaginando di controbattere alle affermazioni (A) di coloro che sono favorevoli alla promulgazione della legge.

A: E’ perfettamente inutile andare a votare, tanto il quorum non verrà raggiunto e quindi la legge entrerà in vigore.

B: E’ falso perché nei referendum su modifiche della costituzione non è previsto alcun quorum, a differenza che nei referendum abrogativi di leggi ordinarie. Pertanto qualunque sia il numero dei votanti ciò che conta sarà il confronto tra il numero dei No e quello dei Sì. Se i No saranno in numero maggiore la legge non verrà promulgata quindi non entrerà in vigore.

A: La vittoria del Sì è sicura perché l’orientamento prevalente è ostile ai parlamentari e così ci dicono i sondaggi

B: Nessuno può predire con sicurezza chi vincerà. Se bastassero i sondaggi (fatti da chi? Come? Con quali metodi? Con quanti intervistati?) allora sarebbe persino inutile fare le elezioni politiche, perché il risultato si saprebbe già prima. Ma soprattutto, per quanto potente sia stata la propaganda qualunquista e populista gestita dalle forze dominanti, il corpo elettorale italiano si è già espresso in due occasioni contro proposte di revisione costituzionale che prevedevano tra le altre cose la riduzione del numero dei parlamentari. E le ha bocciate entrambe con una partecipazione al voto superiore alla metà degli aventi diritto, cioè il quorum, per quanto questo non fosse necessario in quelle consultazioni, dimostrando così una convinta volontà di difendere il testo costituzionale. Ci riferiamo al referendum che si svolse il 25 e 26 giugno 2006 in merito ad una proposta di legge avanzata dal centro-destra in cui era prevista una Camera composta da 518 deputati (in luogo dei 630 attuali) e un Senato di 252 senatori (in luogo degli attuali 315, considerando solo quelli elettivi, cioè al netto dei senatori a vita che sono cinque, cui va aggiunto il/i senatore/i di diritto e a vita ex Presidente/i della Repubblica). Il secondo caso è costituito dal referendum sulla proposta di legge Renzi-Boschi tenutosi il 4 dicembre del 2016. Anche in questa occasione si recò alle urne la maggioranza degli aventi diritto e la proposta venne bocciata. Questa, tra le altre cose, prevedeva di lasciare la Camera inalterata ma di modificare profondamente la composizione e il ruolo del Senato, prevedendo un organo composto da 95 membri elettivi di secondo grado, cioè eletti dai Consigli regionali o provinciali autonomi, tra i consiglieri regionali e i sindaci del territorio.

A: Sì ma questa volta non sono state neppure raccolte le firme per fare indire il referendum

B: Non c’è nulla di strano. Anche per il referendum del 2016 fu così. L’articolo 138 della Costituzione prevede tre possibilità per promuovere il referendum: un quinto dei membri di una Camera (in questo caso la richiesta è stata fatta da 71 senatori) o cinque Consigli regionali o cinquecentomila elettori. Ognuno dei tre è sufficiente e valido per indire il referendum costituzionale.

A: Bisogna votare sì perché i parlamentari in Italia sono troppi.

B: E’ falso. L’unico serio criterio per giudicare sul numero dei parlamentari è guardare al rapporto fra membri del parlamento e abitanti. Se facciamo un raffronto fra i paesi dell’Unione europea, considerando i componenti della Camera cosiddetta bassa – non potendo confrontare i dati del Senato perché troppo differenti da paese a paese sono le regole per la formazione e funzionamento della camera cosiddetta alta, laddove esiste – constatiamo che attualmente quel rapporto in Italia è pari a 1,0. Un valore che ci colloca a fianco dei paesi maggiori, ma sotto la maggioranza degli Stati membri della Ue che hanno un numero di parlamentari nettamente superiore. Se andasse in vigore la legge su cui verte il referendum tale rapporto scenderebbe allo 0,7% e collocherebbe l’Italia all’ultimo posto dei paesi della Ue. Espresso in numeri tale rapporto scenderebbe da un deputato ogni 96.006 abitanti a un deputato per 151.210 abitanti.

A: La riduzione del numero dei parlamentari non incide sulla rappresentanza, anzi la rende più autorevole.

B: Completamente falso. Se si riduce il rapporto fra cittadini e parlamentari si incide profondamente sulla rappresentanza politica, sia da un punto di vista quantitativo che qualitativo. Perché si realizzi una vera rappresentanza politica, bisogna che i singoli parlamentari abbiano una relazione reale e continua con i problemi del territorio in cui è avvenuta la loro elezione e dei cittadini che ci vivono, nonché un rapporto costante, non limitato al momento del voto, con i propri elettori. Meno sono gli eletti e più difficile è realizzare quel rapporto. Questo inevitabilmente nuoce all’azione dei parlamentari sul piano qualitativo perché riduce la possibilità di una conoscenza dei problemi concreti. Quindi la rappresentanza politica ne risulta peggiorata.

A: La qualità del lavoro parlamentare non dipende dal numero di chi lo svolge ma dalle capacità dei parlamentari

B: Se si riducono del 37% il numero dei parlamentari la situazione si aggrava anziché risolversi. La scarsa qualità politica dei membri di un parlamento deriva dalle modalità della loro selezione. Se si svuotano di funzione i partiti, se si smantellano i luoghi di iniziativa sociale nel paese, cioè se si abbattono i corpi intermedi tra i cittadini e le istituzioni, come si è fatto in questi anni in Italia, vengono meno le possibilità di una vera selezione, maturata sul territorio, nelle lotte sociali, nel dibattito politico. Se i candidati vengono scelti con un “mi piace” cliccando un tasto del computer è ovvio che si ottiene un insieme di eletti di scarsa qualità. A questo vanno aggiunte le pessime leggi elettorali, tutte viziate da incostituzionalità che si sono succedute nel nostro paese. Infatti i cittadini non hanno avuto voce in capitolo né nella composizione delle liste, né nella scelta dei candidati. Le liste sono fatte dalle segreterie dei partiti, ridotti a un guscio vuoto, e i cittadini non possono esprimere preferenze. Così abbiamo un parlamento di nominati, non di eletti. La nuova proposta di legge elettorale che è stata recentemente presentata alla Camera non modifica queste condizioni. Anzi le peggiora, alzando persino la soglia di sbarramento al di sotto della quale non si può accedere alle camere, il famoso quorum (per la Camera si passerebbe dal 3% al 5%, per il Senato vi sarebbe un’ulteriore possibilità di accedervi, se si ottiene il 15% in almeno una regione). In questo modo si impedirebbe l’ingresso in Parlamento a intere forze politiche che esistono nella società, tagliando drasticamente la rappresentanza politica e la vita democratica del paese. Oltre a questo ogni parlamentare per risultare eletto, a causa della diminuzione complessiva dei membri del Parlamento, dovrebbe ricevere ben più voti che nella situazione attuale. Noi invece siamo per una legge elettorale proporzionale pura, cioè senza distorsioni maggioritarie.

A: Ma con una legge proporzionale i cittadini non saprebbero il giorno dopo le elezioni chi governa il paese e non lo potrebbero determinare

B: Questa logica è già stata respinta nei due referendum di cui abbiamo già parlato, del 2006 e del 2016. E’ la logica dei sistemi elettorali maggioritari o di quelli misti con forti distorsioni maggioritarie. Si vorrebbe fare prevalere il principio della governabilità su quello della rappresentanza. E’ una logica pericolosa, che porta inevitabilmente a concentrare il potere in poche mani, a sistemi oligarchici, a democrature, come si suole dire nel linguaggio degli studiosi delle istituzioni, a soluzioni post e anti-democratiche. Ed è una soluzione fallimentare, come dimostrano le vicende dei governi italiani e di altri paesi negli ultimi anni, nonché la “transumanza” di eletti da un gruppo all’altro e la creazione di nuovi gruppi politici e parlamentari senza passare dal vaglio elettorale. Infatti un governo solido può nascere solo se la rappresentanza politica, ovvero l’insieme del Parlamento, è composta in modo corretto ed è espressione non fittizia (come avvenuto con le ultime leggi elettorali) della volontà popolare. Solo se la divisione dei poteri è ben chiara, quello legislativo del Parlamento, quello giudiziario della Magistratura, quello esecutivo del Governo. Già ora quest’ultimo prevarica gli altri, in particolare il Parlamento con la pratica costante dei decreti legge. Nello stesso tempo, proprio perché il nostro paese fa parte dell’Unione europea – nella quale il ruolo del Parlamento europeo, che viene eletto su base proporzionale, viene poi ridimensionato dallo strapotere delle istituzioni non elettive – bisogna difendere la centralità del Parlamento nel nostro modello democratico perché possa anche essere di riferimento ad una democratizzazione delle istituzioni europee.

A: In ogni caso bisogna che il Parlamento operi in modo efficiente e produttivo e tutti sanno che in meno si lavora meglio.

B: Del tutto falso. Non solo perché un parlamento che non rispecchi la corretta rappresentanza politica dei cittadini, farebbe solo gli interessi di quelle forze politiche che sono riuscite a entrarci. Ma anche perché il nostro Parlamento lavora molto attraverso le Commissioni permanenti, che alla Camera sono 14, al Senato 12, cui vanno sommate le importantissime Giunte, le Commissioni speciali, quelle bicamerali. Ogni parlamentare deve partecipare a una delle commissioni permanenti, le quali possono lavorare in tre modi: in sede referente, votando emendamenti e testi e portando il testo finale alla discussione dell’Aula; in sede redigente, votando gli emendamenti e lasciando all’Aula solo il voto dei singoli articoli e quello finale; in sede legislativa, potendo licenziare la legge senza passare dall’Aula. Se si riducono i parlamentari è evidente che si consegna nelle mani di pochi, prevalentemente dei maggiori partiti, poteri enormi, compreso quello della legiferazione diretta. Qualcuno dice: diminuiremo il numero delle commissioni. Ma in questo modo viene meno il principio della competenza nella materia delle singole commissioni. Quindi si peggiora la qualità e gli esiti del lavoro parlamentare.

A: Poche chiacchiere, riducendo il numero dei parlamentari si risparmia soldi pubblici

B: Ridicolo. Secondo calcoli di organismi qualificati la riduzione dei parlamentari porterebbe a un risparmio di appena lo 0,007 del bilancio dello stato. Non sono diversi i calcoli degli stessi uffici studi del Parlamento. Il che si tradurrebbe in un risparmio annuo per famiglia pari a 3,12 euro annui, ossia 1,35 euro a cittadino. Qualche centesimo in più di un buon caffè bevuto in piedi al banco. La democrazia ha i suoi costi e quando funziona sono sacrosanti. Vale ben di  più di un caffè una volta all’anno.  Se si vogliono ottenere risparmi di spesa veramente consistenti basterebbe, per esempio, abolire gli acquisti degli aerei di guerra F35, il che favorirebbe la causa della pace. Del resto non può funzionare se le si tolgono le risorse anche economiche necessarie. Il nostro compito non è restringerla ma ampliarla, rendendo più viva e attiva la partecipazione dei cittadini, difendendo, rendendo più trasparenti e accoglienti quei corpi intermedi, cioè le varie forme di associazione politica, sindacale, culturale con cui intrecciare democrazia diretta e delegata. Come si vede il nostro No è carico di significati che vanno nel senso della difesa e dell’estensione della democrazia, unendosi anche al No al progetto di autonomia differenziata di alcune regioni del Nord che minerebbe l’unità del paese e produrrebbe quella che è stata giustamente chiamata “la secessione dei ricchi”.

 

Lettera a quattro amici

24 Feb

Cara Giulia e cari Andrea, Mattia e Roberto, 
ho apprezzato la vostra sincera risposta (dubbi inclusi: sono poche le cose più umane del dubbio) alla lettera firmata da Moni Ovadia e dai suoi (e vostri) autorevoli amici. E mi son detto che essa meritava una riflessione sul futuro che stiamo andando a incontrare, un futuro che in gran parte andrà costruito insieme. 

Permettetemi solo di osservare, prima di tutto, che il termine ‘esperimento’ con cui modestamente definite le Sardine poteva andar bene all’inizio, nelle prime piazze, ma oggi è superato. Le Sardine sono diventate un modo di pensare, di essere cittadini consapevoli e responsabili, un modello cui far riferimento. Come dite bene più avanti, da idea sono diventate un sentimento.

Ora, di questo sentimento e di cosa farne se ne parlerà a Scampia (coronavirus permettendo). Lasciatemi però dire che mi avete già rassicurato anticipando che non pensate ad un’organizzazione rigida su modelli che hanno fatto il loro tempo. Sono d’accordo con voi. Un sentimento non può, per la  sua stessa natura, essere ingabbiato in norme anelastiche, non può e non deve avere perimetri. Però può essere guidato, curato, affinato per farlo crescere e irrobustire, aiutato a maturare e diventare adulto. Non un ‘cambiamento’ quindi, ma un’evoluzione.

La sensazione che ho avuto è che verrà proposto un modello di base cui ogni entità locale potrà  ispirarsi, libera di articolarsi ed esprimersi secondo le rispettive priorità, esperienze, competenze, ma sempre pronta a rispondere agli appelli sui grandi temi del Paese, come nel caso degli ignobili decreti sicurezza. Se ho intuito correttamente, a completamento occorrerà una sorta di portavoce (non necessariamente una sola persona) che abbia la funzione di fare sintesi, stilare documenti, relazionarsi con gli altri gruppi.

 Mi è anche piaciuta molto la vostra affermazione che ribadisce l’intenzione di lavorare per “stimolare la partecipazione alla vita democratica del Paese”. La partecipazione è ciò di cui abbiamo più bisogno per ricostruire un reale senso del dovere civico.

Facciamo un passo indietro. Circa quarant’anni fa Berlinguer denunciava l’allarme costituito da una “questione morale” in rapido declino, appello rimasto inascoltato. Da allora, l’aggiungersi del combinato disposto di una scuola che non sa crescere i cittadini di domani e gli ultimi decenni di governi miopi, abulici, nel migliore dei casi incapaci di guardare – i più lungimiranti – oltre il domani, di partiti e leader rivolti a curare i propri interessi e non il bene comune, di un Parlamento affollato di (fatte salve le ahinoi poche nobili eccezioni) quaquaraquà, di  figure pallide e senza spessore, alcune addirittura platealmente inabili a esprimere un concetto in un corretto italiano: tutto questo ha allontanato un sempre maggior numero di cittadini dalla politica. È così nata l’antipolitica che ha avuto come prima conseguenza la rassegnazione, poi l’indifferenza, infine l’assenteismo. Un disastro. Tuttavia ha sempre covato sotto la cenere  un sano dissenso, purtroppo fine a sè  stesso: penso ai girotondi, al popolo viola, a Se non ora quando: tutti movimenti che portarono la gente in piazza in nome dell’antiberlusconismo ma poco altro riuscivano a esprimere e proporre. Infatti si sono tutti dissolti nell’illusione di strutture gerarchiche e formalismi che li hanno rapidamente condotti alla fine.

Questo sproloquio  non solo per la mia vanità ma per ricordare in quale quadro storico, politico, sociale si sono finalmente materializzate le Sardine con lo straordinario successo che sappiamo. Col richiamo al rispetto e all’amore per la Costituzione, all’antifascismo, alla politica corretta ed educata, senza insulti e ringhii. E sono rimasto sedotto, come è successo alle centinaia di migliaia tra chi è sceso in piazza e chi condivideva ma non aveva potuto partecipare. Sì, perché (ne sarete consci) bisogna considerare che coloro che si sono esposti fisicamente possono rappresentare solo la punta di un iceberg di cui si ignorano le reali dimensioni. 

Le Sardine sono state il catalizzatore liberatorio di un magma che ribolliva nascosto contro il populismo sguaiato e contro un modo di far politica ormai imballato come un motore che non riesce a trasmettere potenza alle ruote; ma di quella materia incandescente ce n’è ancora tanta (pensiamo solo agli indecisi) che va raccolta e correttamente incanalata. Quel popolo chiede una risposta ai grandi temi trascurati per anni (lavoro, istruzione, ricerca, disuguaglianze e via dicendo) e occorre prestarvi attenzione perché la politica é credibile solo se affronta le sfide a viso aperto. 

Oltre a tutto questo, ci sono però anche le questioni scomode, sulle quali non si può serenamente sorvolare. Il referendum del 29 marzo è una di queste. Come si fa a sottacerla? Come si fa a evitare di dire che l’attacco al sacrosanto principio di rappresentanza approvato da una schiera di minus habentes è assolutamente sconsiderato? Che avremmo un Parlamento ridotto ai minimi termini e facilmente manipolabile dai leader e che tuttavia manterrebbe intatti poteri e prerogative, dall’elezione del Presidente della Repubblica alle modifiche della Carta? Occorre prendere posizione per il NO, amici miei, anche se costerà qualcosa in consenso.

E quell’altro sciagurato progetto delle autonomie differenziate? Non posso immaginare che le Sardine intendano assumere le sembianze delle tre scimmiette: costi quel che costi, anche la simpatia di Bonaccini, dovremo schierarci e dire a voce alta che così non ci piace. E avremo persone come Elly Schlein al nostro fianco, ne sono certo.

Infine, un modesto suggerimento. Vedo che esiste già un calendario delle manifestazioni organizzate dai gruppi locali. Aggiungiamoci gli  anniversari che sono la storia del nostro Paese e che ci vedranno di nuovo nelle piazze: l’8 marzo, il 25 aprile, il 1° maggio, il 2 giugno.

Grazie per la pazienza, se siete arrivati fin qui senza mandarmi a quel paese. 
Buon lavoro e un caro saluto da una sardona che non demorde.

Piero

P.s. Anche se non ci conosciamo, amici per me lo siete davvero.

Mattia Santori e le Iene

21 Feb

Dopo aver visto questa intervista delle Iene a Mattia Sartori mi è venuto da chiedermi se esista oggi in Italia un politico che avrebbe risposto allo stesso modo, cioè con la stessa sincerità e lo stesso approccio empatico. E siccome la risposta è ovviamente negativa, ne sarebbe derivato che Mattia non è un politico. 

Ma sarebbe stato un errore. Perché invece esiste una politica, quella che Mattia e le centinaia di migliaia che hanno affollato le piazze (e le altre che avrebbero voluto farlo ma non hanno potuto) invocano da tempo. Una politica che in modo semplice, educato, anche elementare, affronta, prende in esame e analizza questioni che da tempo affliggono il nostro Paese. Una politica che vede le cose dal punto di vista del cittadino e non dalla poltrona di comando, che chiede risposte con cortesia ma allo stesso tempo con fermezza (e anche con un sorriso), che propone con cognizione di causa, che fa prendere coscienza dei propri doveri – prima ancora dei diritti – agli italiani.

Non so dire – non lo sanno neanche loro, i quattro di Bologna, che lo confessano con candore – dove ci porterà questo sentimento che sta dilagando in tutta Italia. Per il momento mi basta sapere che le Sardine sono oggi IL modo per sentirsi orgogliosamente cittadini consapevoli e responsabili. 

 

 

Miniguida rapida al Referendum costituzionale del 29 marzo.

20 Feb

Il Referendum è stato indetto su Decreto del Presidente della Repubblica del 28 gennaio 2020, dal titolo “Indizione del referendum popolare confermativo della legge costituzionale, recante: «Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari», approvata dal Parlamento”, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 23 della serie Generale del 29 gennaio 2020.
È un Referendum costituzionale ed è il quarto nella storia della nostra Repubblica.

1. NO quorum.
Non essendo un referendum abrogativo, non è richiesto il quorum (la metà più uno dei voti espressi dagli elettori aventi diritto al voto). Indipendentemente dal numero dei votanti, pertanto, la riforma costituzionale proposta non sarà promulgata se i NO rappresenteranno la maggioranza dei voti validi.

2. Su cosa si vota.
Il referendum sottopone agli elettori la legge costituzionale concernente “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”, approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana – Serie generale – n. 240 del 12 ottobre 2019.

3. Cosa dispone la legge costituzionale sottoposta a Referendum.

La legge è composta di quattro articoli. Il primo modifica l’art. 56 della Costituzione e riduce il numero dei deputati dagli attuali 630 a 400. Il numero dei deputati eletti nella Circoscrizione Estero passa da 12 a 8.

L’art. 2 modifica l’art. 57 della Costituzione, riducendo il numero dei senatori da 315 a 200 e quelli eletti nella Circoscrizione estero da 6 a 4. Inoltre, il numero minimo dei senatori per ogni Regione passa da 7 a 3. Le due province autonome di Trento e Bolzano vengono equiparate alle altre Regioni, ottenendo tre senatori a testa. 
L’art. 3 modifica il secondo comma dell’Articolo 59 della Costituzione aggiungendo un periodo: “Il numero complessivo dei senatori in carica nominati dal Presidente della Repubblica non può in alcun caso essere superiore a cinque“.
L’art. 4, infine, stabilisce l’entrata in vigore delle nuove disposizioni di legge: esse “si applicano a decorrere dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale e comunque non prima che siano decorsi sessanta giorni dalla predetta data di entrata in vigore“.

4. Quando si vota.
Domenica 29 marzo, dalle 7 alle 23. Seguirà lo scrutinio delle schede elettorali dopo aver accertato il numero dei votanti.

5. Il testo del quesito referendario.
Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana – Serie generale – n. 240 del 12 ottobre 2019?“.

 

 

 

 

 

 

Le Sardine possono fare molto per salvare Roma

17 Feb

Ieri le Sardine romane hanno riempito a migliaia piazza Santi Apostoli, superando in certi momenti le 6000 presenze. Hanno risposto con entusiasmo all’appuntamento chiamato in risposta alla contemporanea calata della Lega a Roma.
È stata una serata all’insegna dell’antifascismo di Roma e della strenua opposizione agli infami decreti sicurezza.  Si doveva parlare anche della città, del suo futuro, dell’elezione del sindaco che l’anno prossimo attende i romani, ma ne è purtroppo mancato il tempo.
Se ce ne fosse stata la possibilità, mi sarebbe piaciuto un intervento come quello che segue. Sarà per la prossima volta. Le Sardine sono tenaci e hanno buona memoria.

 Una nuova visione di Roma
Roma è la città delle grandi incompiute. Dalla Metro C alla Vela di Calatrava alla riqualificazione dei Mercati generali, l’elenco sarebbe lungo.
Ma c’è la Grande Incompiuta regina che per magnitudo le supera tutte.
È  la colpevole mancata attuazione della Città Metropolitana e il relativo decentramento di responsabilità e competenze.

Ma andiamo con ordine. Non c’è città al mondo che sia stata nei secoli conquistata, depredata, riconquistata e risaccheggiata tante volte quanto Roma.
Barbari, lanzichenecchi, papi, piemontesi, i partiti che si sono succeduti al potere dal dopoguerra affiancati da palazzinari, affaristi, speculatori, la storia del sacco continuo di Roma è tutta qui. Una sequela di interessi personali che molto, troppo, hanno preso e assai poco hanno lasciato.
Tuttavia Roma è sempre risorta contando sulle sue sole forze ed è ancora qui, con la sua storia e la sua bellezza, la Capitale d’Italia. Così dovrà essere ancora una volta nonostante questi ultimi disastrosi anni gestiti da una Giunta incapace.
Ma oggi c’è qualcos’altro che non va: oggi si percepisce nell’aria una pur vaga sensazione di sfiducia, di rassegnazione, di attesa, quasi che un ineluttabile maligno destino volesse accanirsi sulla nostra città.
Ecco perché noi cittadini romani dobbiamo reagire: questa volta spetta a noi lanciare la sfida affinché Roma torni a risplendere.

Il credito di Roma
Roma ha un enorme credito verso il resto del Paese, sconosciuto alla maggior parte degli stessi romani.
Dal dopoguerra in poi ha assorbito milioni di immigrati dall’interno. Erano operai, muratori, impiegati che venivano a lavorare nei cantieri della ricostruzione, nelle imprese che rinascevano, nei ministeri. E Roma, città aperta da sempre, ha ospitato tutti, fedele a quello spirito di accoglienza per cui fin dai tempi  dell’antichità nessuno vi si sentiva straniero. In quegli anni è nata la Roma dei nuovi quartieri, delle reti di servizio, delle nuove linee di comunicazione, di tutte le necessarie infrastrutture, fino a raddoppiare la popolazione residente. Ha fatto tutto da sola, contando sulle sue sole forze, ma ha dovuto indebitarsi pedsantemente. E oggi, per ripagare quel debito che non le spettava perché in quanto Capitale avrebbe avuto diritto – come ogni altra capitale europea –  a un sostanzioso contributo dalla Stato, i romani pagano le tasse più alte in Italia.
A questo si aggiunga che Roma è la città della politica, delle ambasciate, del Vaticano. Anche qui i relativi costi afferiscono al suo ruolo di Capitale che però in concreto le vengono riconosciuti solo in minima parte.

I nuovi barbari
E per questo dobbiamo ricordarci di ringraziare chi ancora recentemente si è battuto contro i finanziamenti per Roma Capitale e per decenni si è compiaciuto di insultarci chiamandoci Roma Ladrona. Io non so con quale faccia – o meglio, lo so bene ma non si può dire, le Sardine  sono beneducate – costoro possano presentarsi a Roma, Sono i nuovi barbari che con la loro nota tracotanza vorrebbero conquistarla accompagnati dai soliti interessi che vogliono mantenere il potere per continuare a saccheggiare la città.

L’inefficienza della macchina comunale
Va anche detto che la macchina gestionale del Comune non è mai stata adeguata allo sviluppo realizzato dal dopoguerra ad oggi. Appesantita oltre ogni misura dalle responsabilità incrociate, dalle competenze suddivise, dagli interessi particolari  e personali, dalle manifeste inefficienze e dagli scandali che frequentemente affiorano dalle cronache, non è più in grado di far fronte tempestivamente alle innumerevoli necessità della popolazione e del territorio amministrato che, detto per inciso, è il secondo per vastità tra le capitali europee. Non risponde più neppure alle elementari esigenze, figuriamoci alle emergenze.

La Grande Incompiuta
Appare quindi in tutta la sua drammaticità la Grande Incompiuta. 
Molte delle maggiori problematiche che ogni giorno affronta la Capitale dipendono proprio dall’assenza di un governo  dell’area vasta e dal mancato conferimento di un’efficace autonomia amministrativa ai suoi Municipi, privi di competenze e risorse e che quindi non possono  dare risposte soddisfacenti ai propri residenti.

15 municipi grandi come altrettante città, tanto che in un ideale elenco entrerebbero di diritto tra le prime 30 città italiane. Il più grande di questi – il VII, l’Appio-Latino – starebbe addirittura al decimo posto, dopo Bari e prima di Catania, altre due città metropolitane.

Eppure hanno minore autonomia e risorse di uno qualunque dei 121 comuni dell’area metropolitana, e l’evidenza solare di questa assurdità è tutta qui, in questa banale affermazione.

Qualche numero sulla situazione attuale delle circoscrizioni potrà dare un’ìdea delle contraddizioni esistenti.
Attualmente le 15 circoscrizioni dispongono di oltre 10.000 addetti (pari al 45 % dei 23.000 totali del Comune)  e di risorse per 1 mld circa sui 5  totali  del bilancio capitolino. Un quinto.
Di quel miliardo, il 70 % è destinato servizi alla persona e alla comunità, il 25 % allo sviluppo economico (il commercio) e solo il 5 % all’assetto e utilizzazione del territorio.
In sintesi, risorse umane minoritarie rispetto al centro, una infima competenza sulle opere pubbliche e sui servizi e una evanescente o nulla incidenza sull’assetto del territorio.  
Sorge spontanea una domanda: perché sono state conferite ai Municipi tante funzioni “povere” e poche o nulle funzioni “ricche”?

Un esempio di intelligente decentramento: Londra
Dal 1999 la città è amministrata dalla Greater London Authority e suddivisa in 32 Boroughs. L’Authority, rappresentata dal sindaco e dall’Assemblea di 25 membri con cui non esiste rapporto di fiducia, in modo che le due parti esercitino un controllo reciproco, non fornisce direttamente alcun servizio ma elabora strategie con funzione di indirizzo. I servizi sono erogati da quattro organi funzionali che – in piena autonomia – operano su altrettante aree: trasporti, polizia e sicurezza, incendi e soccorso, sviluppo e pianificazione strategica.
Ognuno dei 32 Boroughs (più quello della City, autonomo), equivalenti alle nostre circoscrizioni, è amministrato da un Council eletto ogni quattro anni e ognuno gestisce in piena autonomia servizi come scuole, sociale, case popolari, pulizia delle strade,verde e ambiente, rifiuti, viabilità, esazione delle imposte.
Per dare un’idea più precisa dell’ampia autonomia dei Boroughs, vale l’esempio di Islington. Qualche anno fa i suoi residenti lanciarono un referendum perché diventasse una slow town, una “città lenta”. Vinsero i ‘sì’ e oggi le sue strade sono piene di dissuasori e la velocità masima consentita è di 30 mph.

Se vogliamo salvare Roma
Se vogliamo salvare Roma occorre agire per la completa attuazione della Città metropolitana con la contemporanea trasformazione dei 15 attuali Municipi in Comuni urbani. Risorse e autonomia consentiranno di soddisfare le reali esigenze dei territori e dei residenti secondo le specifiche necessità. Senza contare poi la virtuosa competitività che si svilupperà tra i vari enti.

Una volta attuato, questo processo porterà allo sviluppo delle importanti finalità istituzionali della Città metropolitana di Roma Capitale, di cui le tre maggiori sono:

– cura dello sviluppo strategico del territorio metropolitano;
– promozione e gestione integrata dei servizi, delle infrastrutture e delle reti di comunicazione di interesse della città metropolitana;
– cura delle relazioni istituzionali, comprese quelle con le altre città e le aree metropolitane europee.

Alle circoscrizioni, i nuovi Comuni urbani, invece andranno  (titolo IV del Regolamento) nuove competenze:

Servizi Demografici
Tributi ed entrate extra tributarie
Affissioni e pubblicità
Concessioni di suolo pubblico
Commercio e artigianato
Mercati saltuari
Funzioni di polizia amministrativa
Attività culturali
Turismo, sport e tempo libero
Sponsorizzazioni
Servizi Sociali
Attività scolastiche e parascolastiche
Fornitura di materiali e servizi
Lavori pubblici
Traffico e segnaletica
Edilizia privata
Aree verdi e alberate stradali

Ma non è ancora finita.
Per un’astrusa concezione del criterio di elezione del sindaco e del consiglio metropolitano, i romani sono stati brutalmente estromessi dal processo decisionale, riservandolo ai soli sindaci e consiglieri dei 121 comuni metropolitani, un ristretto olimpo di poco più di 1600 individui.
Per far sì che la la rivoluzione copernicana del decentramento abbia un senso compiuto occorre quindi ribaltare la situazione e ristabilire una realtà democratica che riporti all’elezione diretta.

La sfida del 2021
Nella primavera del 2021 si terranno le elezioni del prossimo sindaco di Roma.
Questa volta non dovremo essere elettori che digeriscono passivamente i programmi pieni di promesse dei candidati.
Questa volta dovremo essere noi a lanciare la sfida  e pretendere che la piena attuazione della Città Metropolitana e il decentramento amministrativo sia il primo punto che i candidati dovranno inserire nei loro programmi e impegnarsi a portare a termine nel primo anno di sindacatura.
Questa volta non potranno esserci alibi. La pazienza è esaurita.

 

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