Archivio | giugno, 2013

Rc auto: “le tariffe possono e debbono scendere”

26 Giu

“Le tariffe possono e debbono scendere” afferma Rossi, il presidente del’IVASS (l’Autorità di vigilanza  che controlla il settore delle assicurazioni). Queste dichiarazioni seguono quelle del Presidente dell’Antitrust, Giovanni Petruzzella, nella sua Relazione annuale.
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Da: la Repubblica del 26 giugno 2013

ASSICURAZIONI AUTO, L’AUTORITA’ ATTACCA:  “TARIFFE TROPPO ALTE, E’ UN’INGIUSTIZIA”

La relazione dell’Ivass: pronta un’azione comune con l’Antitrust per sciogliere questo nodo. Nel 2012 i provvedimenti sanzionatori sono stati oltre 5mila, per multe complessive di oltre 50 milioni. Ma il sistema va riformato. Aperti dossier su ristrutturazione Generali e Unipol-FonSai

MILANO Le tariffe Rc Auto in italia, nettamente più alte di altri Paesi europei, stanno assumendo “una connotazione di ingiustizia grave nella fase di difficoltà un cui molte famiglie italiane versano per effetto della crisi che investe il Paese”. Lo afferma il presidente dell’Ivass, l’Autorità che ha sostituito l’Isvap nel controllo del comparto assicurativo, Salvatore Rossi, nella prima relazione del neonato Istituto di vigilanza sulle assicurazioni. “Le tariffe possono e debbono scendere”, aggiunge Rossi che preannuncia un’iniziativa comune con l’Antitrust per sciogliere questo nodo.

In questo contesto, l’attività dell’Autorità nei confronti delle compagnie assicurative denota come sia necessario intervenire di frequente perché le società rientrino nei ranghi dell’operare correttamente. Non a caso, i provvedimenti sanzionatori nei confronti delle compagnie assicurative nel 2012 sono stati “numerosissimi”, “oltre 5mila” prevalentemente nell’Rc Auto, a fronte di 31mila reclami, con sanzioni complessive pari a oltre 50 milioni. “La loro efficacia deterrente può essere accresciuta”, ricorda Rossi sottolineando come le sanzioni, a differenza delle banche, colpiscano “le imprese e non le persone fisiche, sicché possono finire con l’essere considerate una mera voce di costo, da scaricare sulle tariffe”. Meglio invece cambiare l’impostazione e una riflessione è in corso ma, ricorda il presidente, ci vorrebbero eventualmente degli interventi legislativi.

Tra le correzioni da apporre ai sistemi normativi, Rossi ha ricordato anche la necessità di metter mano a Solvency 2. “L’Ivass ritiene che l’approccio sotteso a Solvency II sia sostanzialmente corretto. Tuttavia crediamo anche, alla luce degli insegnamenti della crisi finanziaria globale, che alcun correttivi siano necessari” alla direttiva dell’Unione europea che estende la normativa di Basilea II al settore assicurativo. “In particolare, riteniamo che vadano smussati gli effetti indesiderati della volatilità di breve termine dei mercati – continua Rossi – attraverso correzioni del tasso di sconto delle riserve, basate su indicatori europei riferiti alle principali classi di attivi detenuti dalle imprese”.

Per quanto riguarda il mercato italiano, all’interno del quale l’Ivass esercita il controllo su 137 imprese (molte delle quali appartengono a uno dei 33 gruppi, i primi dieci dei quali pesano per i tre quarti del mercato), Rossi ha ripercorso l’attività di vigilanza e i dossier aperti su Generali e sul processo di fusione Unipol-FonSai. “Il gruppo Generali ha avviato un importante processo di ristrutturazione. Compito dell’Ivass è verificare che sia salvaguardata la sana e prudente gestione delle singole imprese coinvolte e del gruppo nel suo complesso”. Al vaglio dell’Istituto anche la seconda fase del progetto di integrazione tra i gruppi Unipol e Fondiaria-Sai. “Oggetto di valutazione è, attraverso una serrata interlocuzione con le compagnie interessate e con altre Autorità, la sussistenza dei requisiti prudenziali in capo alla società che risulterebbe dalla fusione, seguendo il dettato della legge”.

 

http://www.repubblica.it/economia/2013/06/18/news/antitrust_auto-61326665/

http://www.repubblica.it/economia/2013/06/18/news/antitrust_auto-61326665/

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A un campione che ha passato la palla. Rocco Caligiuri.

25 Giu

  C’era un sacco di gente oggi a San Saturnino, la chiesa del quartiere Trieste dove abbiamo salutato per l’ultima volta Rocco Caligiuri. Rocco è stato una delle grandi figure del rugby romano, più volte nazionale.

  Giocavamo nella stessa squadra senza soldi, l’Olimpic, tenuta insieme dalla passione e dai sacrifici personali di Bigonzoni, il presidente-allenatore. La club house allora era una pizzeria a viale Regina Margherita, ‘La Pariola’, proprio sotto casa sua. Era lì che tenevamo le riunioni negli orari in cui non c’era servizio. Poi magari ci si tratteneva per mangiare una pizza tutti insieme.  Erano i tempi del più puro dilettantismo, zero rimborsi (tutt’al più un paio di scarpini nuovi), delle trasferte massacranti (ne ricordo una a Catania, in treno, in cuccetta) e un’altra, chissà dove, che si arrivò in 14 e Bigo si mise lui a estremo.   Rocco Caligiuri 

  E mi ricordo bene l’arrivo di Rocco al campo dell’Acqua Acetosa in un primaverile  pomeriggio di sole (credo fosse il 1966) durante un allenamento: avrà avuto 15/16  anni  ma  già un gran bel fisico e un sorriso sempre aperto. Proveniva dal calcio ed era  una  matricola assolutamente all’oscuro di rugby, capitato lì, come  a molti, solo per  curiosità e per fare qualche giro di campo, ma non ci mise molto a prendere  confidenza  con l’ovale e a essere sempre presente. Ricordo che con Massimo Gini  e  Franco Cioni (altri grandi campioni e nazionali) ci scambiammo negli allenamenti  qualche opinione sul ragazzo: non placcava un gran che (ma poi imparò) però era solido, velocissimo, senza paura e con un calcio esplosivo. Nella squadra dei  ragazzi (allora c’era la coppa Cicogna per il campionato giovani) Bigo gli trovò subito posto all’apertura. Di lì a poco – avevo già 26 anni, lavoravo e stavo per farmi una famiglia – smisi di giocare (ogni tanto una partita nel campionato riserve) e lo persi di vista per qualche mese per scoprirlo improvvisamente e con immenso piacere in nazionale come estremo.         

  Così lo ricorda Luciano Ravegnani, la memoria storica del rugby italiano: “Rocco Caligiuri, morto a 63 anni, era un calabrese diventato romano. Il disincanto in persona, il rugby della gioia di esserci, la battuta pronta, il coraggio scavato nel serbatoio di un’innata pigrizia. L’ho visto esordire con una maglia azzurra a 19 anni, contro il Galles a Llanelli, con l’Italia Juniores. Fu l’unico a vincere, conquistando cuori femminili nel terzo tempo. Un personaggio, fin da subito. Poi la Nazionale vera, per 26 volte, tra il 1969 e 1979. Non pochi discutevano la scelta, ma Rocco era sempre disponibile quando lo chiamavano. Ci teneva alla Nazionale, e con lui (e Quaglio) la nazionale era di umore sempre positivo. Era un buon  difensore, non un gran placcatore, ma aveva gambe da n. 15 moderno, e soprattutto un piede, il sinistro, di caratura internazionale. “Piazzava” maluccio, ma nei drop era fantastico. Nell’aria un po’ rarefatta di Johannesburg, al vecchio Ellis Park, centrò tre drop contro un Transvaal XV  di caratura, a conclusione del tour rugoso e abrasivo degli azzurri in Sudafrica nel 1973, giocando 9 partite su nove. Fino a quel momento solo Albaladejo, francese, vantava 3 drop in un match internazionale. Come fosse sfuggito indenne dai placcaggi distruttivi (e in ritardo) dei sudafricani, restò una delle cose più belle del tour. I suoi tempi di inserimento in attacco potrebbero essere ancora portati a esempio. Per i più giovani l’esempio di McLean mi pare il più calzante. Solo che Rocco era veramente personaggio “pieno”, come lo è stato da imprenditore di grande successo. Gli avevano consegnato recentemente il cap n. 224 della Nazionale. La Roma e gli amici delle “rimpatriate” gli avevano conservato  una notorietà  meritatissima”. Dicono ci sia una targa che ricorda i tre drop, lì allo stadio. E un’altra grande firma del rugby, Marco Pastonesi, gli ha dedicato questo bellissimo ritratto.

   Ogni tanto ci si rincontrava. Al bar che aveva aperto con Patassini, altro compagno di squadra, grazie all’aiuto dell’Algida che aveva scoperto lo sport come veicolo di comunicazione. Poi si scoprì un talento da imprenditore (oltre quello, anch’esso naturale, di sciupafemmine) e lanciò una catena di negozi di dolciumi ‘Sweet&sweet’, cui seguirono i ristoranti, la famiglia dei ‘Pomodorino’ e dei ‘Meloncino’.  Poi negli ultimi anni la malattia, che però non gli fece spegnere il buonumore e il sorriso neppure quando il chirurgo gli disse che doveva procedere all’amputazione della gamba. “Dottò, ma proprio la sinistra? Nun me po’ taglià l’altra?” 

   Quest’anno al 6 Nazioni gli fu consegnato il cap, il tradizionale berretto riservato ai giocatori della nazionale. Le foto lo ritraggono in carrozzina sorridente e circondato dagli amici, gli stessi che lo hanno aspettato stamattina sul sagrato della chiesa. Purtroppo ho raggiunto l’età in cui si riconoscono i visi ma non si ricordano più i nomi: ho visto e mi sono abbracciato con Riccardo Tiberi, storico pilone dell’Olimpic, con Angelo, tallonatore della Roma che ha ora una trattoria in Prati, ho salutato Claudio Tinari, Pasquale Vaghi, Bernabò padre e tanti tanti altri; c’erano anche tanti distintivi FIR e tante cravatte di club. Perché noi del rugby manteniamo nella vita il credo del nostro sport, lo spirito del gruppo che resta solido negli anni, la solidarietà, il sostegno reciproco. Non a caso quando un giocatore di rugby ritorna alla terra si usa dire che ha solo “passato la palla”.

 

Finalmente tradotto l’intervento del sen. Razzi.

24 Giu

Il senatore Antonio Razzi (PdL) ha illustrato il 20 giugno l’ordine del giorno G1, relativo alla linea ferroviaria Pescara-Roma. Per la cortesia degli uffici del Senato è stato possibile ottenere (per coloro cui possa interessare) la traduzione stenografica dell’intervento che si riporta qui di seguito.

RAZZI (PdL). Signor Presidente, intervengo in ordine al corridoio ferroviario adriatico per l’ammodernamento della linea Pescara-Roma.

La velocizzazione del corridoio ferroviario adriatico costituisce opera strategica ed impegnativa per il Governo italiano. In questo contesto deve essere assicurata un’adeguata modernizzazione della linea ferroviaria Pescara-Roma. Non è infatti neanche pensabile che i due corridoi ferroviari (tirrenico e adriatico) siano ammodernati e velocizzati mentre il possibile ammodernamento degli stessi corridoi abbia tempi di percorrenza (oltre cinque ore) assolutamente inadeguati e penalizzanti per i viaggiatori.

L’ammodernamento della ferrovia Pescara-Roma costituisce, altresì, opera strategica per il turismo e lo sviluppo economico dell’intero Abruzzo, nonché opera oramai ineludibile per la drastica riduzione del fenomeno di congestione del traffico veicolare a Roma.

Tutto ciò premesso, l’ordine del giorno G1 è diretto a impegnare il Governo, e in particolare il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, a procedere in via prioritaria a realizzare le opere di adeguamento e velocizzazione della linea ferroviaria Pescara-Roma. (Applausi dal Gruppo PdL).

Prodi scrive al Corriere: “la mia gara è finita”

24 Giu

Romano Prodi scrive oggi al Corriere una nobile lettera. Il suo è un esempio per tanti, per tutti.

Caro direttore,
vorrei rispondere ai tanti riferimenti che, anche sul vostro giornale, sono apparsi riguardo a mie presunte posizioni relative alla vita interna del Partito Democratico e al mio possibile sostegno a questo o quel protagonista. Ribadisco che ho definitivamente lasciato la vita politica italiana. Ad essa riconosco di avermi concesso esperienze fondamentali e non poche soddisfazioni personali, che spero abbiano offerto un positivo contributo al Paese.

Ho affrontato due sfide importanti, battendo un opponente politico che ritenevo e ritengo non idoneo al governo del Paese. Da parte mia ho cercato di portare avanti una cultura politica moderna e solidale di cui l’Italia ha molto bisogno. Una battaglia non solo politica, ma etica e culturale. Credo che questi stessi obiettivi abbiano oggi bisogno di nuovi interpreti anche se, nel corso dei due periodi del governo da me presieduto, ci si è a essi avvicinati senza danneggiare, ma anzi migliorando sensibilmente il prestigio internazionale e la situazione debitoria del Paese.

Le aggiungo che riguardo al Pd conservo non solo un senso di gratitudine, ma anche numerose e salde amicizie. Tuttavia in politica, come nello sport e forse in ogni attività, è preferibile scegliere il momento in cui finire il proprio lavoro, prima che questo momento venga deciso da altri o da eventi esterni. Questi sono anche i motivi per cui senza polemiche ho tralasciato di ritirare la tessera del Pd, il cui rinnovamento e rafforzamento sono tuttavia essenziali al futuro della nostra democrazia. Al vostro cortese giornalista che mi chiedeva se parteggiassi per l’uno o per l’altro dei potenziali candidati al congresso ho risposto semplicemente «my game is over» che, tradotto in italiano, significa che la mia gara è finita. Una gara riguardo alla quale posso elencare tante sfide vittoriose, tra le quali non mi fa certo dispiacere ricordare le due elezioni politiche nazionali del 1996 e del 2006.

Riflettendo su tutto ciò voglio infine augurarmi che, anche chi è stato sconfitto nei due confronti diretti, possa meditare sul fatto che non dovrebbe essere solo la mia gara a una fine. Ora la saluto, perché sto partendo per New York dove dovrò discutere di fronte al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Uniti i progetti per lo sviluppo del Sahel. Perché, come Lei sa, gli esami non finiscono mai.

 

Io sto con la Idem.

24 Giu

Nella sua pagina su Facebook Vittorio Zambardino pubblica questo post:

“Diciamo che nel suo paese di origine la ministra Idem si sarebbe già dimessa. Ma i tedeschi sono onesti. E’ onesto, mediamente, il cittadino che paga. Ed è onesto lo stato che gestisce un fisco chiaro, rigoroso, che rende “giusto” pagare le tasse e non lascia ombre, vie di fuga, inadempienze proprie. Quindi giusto che si pretenda da un ministro che nemmeno un contributo inps possa essere evaso (ma devo dire, mi sembra una esagerazione anche questa).
Ma in Italia, dove è disonesto lo stato prima dei cittadini, in Italia voi volete la purezza assoluta che non possedete, nessuno di voi. Chiedetevi chi di voi reggerebbe ad un esame di tutta la propria vita alla ricerca di multe non pagate, tasse e tassucole evase e piccole raccomandazioni. Chiedetevelo davvero, però, soprattutto voi indignati meridionali.
La verità è che siete puttane che predicano castità nei tempi morti fra un cliente e l’altro. Fosse stato per voi, quello di Nazareth lo avreste ammazzato a sassate quando si permise di dirvelo in faccia che siete una manica di ipocriti. Bravi, chiedete le dimissioni per una palestra e occupatevi di pagliuzze. Che la trave ormai ce l’avete nell’anima.”

Zambardino solleva un’osservazione a mio avviso sensata. Diciamo che lo standard richiesto a un personaggio delle istituzioni di un paese normale – ministro o sindaco che sia – sia un comportamento immacolato, perchè oltre che essere competente dev’essere anche d’esempio ai suoi concittadini. Così è in molti paesi, in Germania come in Francia e via dicendo.
Poi ci sono altri paesi, l’Italia fra questi, dove si richiede la stessa cosa ma nella pratica ciò non avviene e i meccaniosmi di difesa scattano immediatamente: avevamo un Cosentino in Parlamento ed era intoccabile, vero? Cioè il nostro standard di purezza dei pubblici ufficiali è di fatto inferiore e questo anche per la mostruosa macchinosità della normativa. Cioè qui da noi è molto più facile incorerre in un errore, specie nel campo fiscale. Ora accade questo fatto della Idem e tutti a scagliare pietre. Nessuno che prenda in esame per un momento la buona fede della suddetta e lo dico per esperienza personale: il mio commercialista ha sbagliato anni fa il calcolo dell’ICI (anche perchè il Comune aveva aumentato l’aliquota poco prima) e ho dovuto pagare multa e mora.
No, io sono solidale con la Idem e potrei cambiare idea solo se si dimostrasse il dolo. Ma DEVE essere dimostrato. E poi vorrei un pò di accanimento investigativo anche su tutti quei ministri che hanno sempre fatto solo politica e mai attività imprenditoriali o professionali indipendenti: sicuri che hanno sempre pagato tutti tutto il dovuto? Anche i contributi della colf? Anche la contravvenzione del motorino del figlio? E l’abbonamento alla Rai? Sicuri sicuri? Insomma, l’intransigenza deve avere un rapporto con la realtà, vivaddio.


Timori

23 Giu

Devo affrontare una complessa terapia odontoiatrica, con un piccolo intervento. Il dentista mi chiede se ho qualche allergìa.
“Sì – rispondo – ai dentisti”.
Me la farà pagare, lo so.
😀

Zoro. Com’era e come eravamo.

22 Giu

La prima puntata di “Tolleranza Zoro” è ormai un reperto.

“Girls on the air”. Delicato e straordinario.

22 Giu

Nell’Afghanistan dei Talibani una ragazza che ha studiato giornalismo, Humaira, si batte contro l’ignoranza e le convenzioni, realizzando nel 2003 una radio, Radio Sahar. Ora l’informazione si espande nel paese, si confrontano opinioni, si ascoltano testimonianze. E in un luogo dove la guerra e la violenza, specie contro le donne, rappresentano ormai uno stato permanente, la coraggiosa voce di Humaira trasmette anche sogni, poesia, speranze.
“Girls on the air” è un piccolo gioiello.

Regia di Valentina Monti, operatore Alessio Valori

Immagine

Corte dei Conti: l’evasione porta la pressione fiscale al 53%

20 Giu

Attualmente la pressione fiscale effettiva “si è impennata fino al 53%”, dieci punti percentuali più su rispetto a “quella apparente.

Questo l’aspetto più rilevante, e per i contribuenti onesti il più pesante, emerso dall’Audizione del Presidente della Corte dei Conti, Giampaolino, alle commissioni Bilancio e Finanze della Camera.

L’evasione fiscale continua ad essere per il nostro Paese un problema molto grave, tra le cause delle difficoltà del sistema produttivo, dell’elevato costo del lavoro, dello squilibrio dei conti pubblici, del malessere sociale esistente“, ha dichiarato, evidenziando poi come “…a fronte di un universo di quasi 5 milioni di contribuenti che svolgono attività indipendenti e, come tali, a maggior rischio di evasione, il numero dei controlli approfonditi che l’Agenzia delle entrate, con l’ausilio della Guardia di finanza, riesce a mettere in campo annualmente difficilmente supera i 200.000 all’anno, dato questo che equivale ad una probabilità di controllo approfondito ogni 20 anni di attività“.

Imprenditori

 

 

 

1.851.310

Lavoratori autonomi

 

 

739.193

Agricoltori

 

 

 

417.413

Contribuenti minimi (professionisti e imprese)

 

768.428

Società di persone

 

 

        993.284*

Società di capitali

 

 

     1.081.650*

Enti non commerciali

 

 

141.599

Totale posizioni indipendenti dichiarate

 

4.911.227

Fonte: Dipartimento delle finanze – Analisi dei dati anno 2011

*: dato riferito all’anno d’imposta 2010

Il fenomeno dell’economia sommersa, peraltro,ha dimensioni rilevanti: fino al 18% del Pil e colloca il nostro Paese al secondo posto nella graduatoria internazionale guidata dalla Grecia“.

Ma ben più grave è, per quanto riguarda l’Iva, l’elevata “propensione a non dichiarare” con una sottrazione di imposta nel 2011 di 46 miliardi di euro. E “molto grave” resta anche l’evasione dell’Irap. Nell’insieme dei due tributi “il vuoto di gettito creato dall’evasione stimato dall’Agenzia delle Entrate ammonterebbe nel solo 2011 a 50 miliardi“.

Gap IVA

La ‘propensione all’evasione’ è più marcata “al Sud e nelle isole, con oltre il 40% dell’Iva e il 29% dell’Irap, a fronte di livelli pressoché dimezzati nel Nord del Paese”. “Sui valori assoluti – aggiunge Giampaolino – le differenze si invertono: la maggior parte dell’evasione si concentra sul Nord-Ovest, zone nelle quali si realizza la quota più rilevante del volume di affari e redditi”.

Evasione IVA IRAP

Ma soprattutto l’audizione del Presidente del massimo organo di controllo ha evidenziato indubitabilmente come la lotta all’evasione fiscale “sia stata caratterizzata da andamenti ondivaghi e contraddittori ” che “denotano l’esistenza di divisioni su un tema che, per sua natura, dovrebbe costituire elemento di piena condivisione e concordanza“.
Ce n’è di lavoro per il Parlamento.

 

 

L’AVENTINO DEL VOTO, di Nadia Urbinati

19 Giu

“La maggioranza che ha vinto è conteggiata su una minoranza di partecipanti. Certo, le regole sono legittime perché è la conta dei voti che vale. Ma è lecito preoccuparsi molto del declino della legittimità morale perché quando il diritto di voto viene giudicato futile è perché gli elettori sentono di non avere potere. Una democrazia che infonde impotenza alla maggioranza dei suoi cittadini è una democrazia davvero anomala”.
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Nadia Urbinati ha segnalato ieri su Repubblica il pericolo reale che corre la nostra democrazia. Non pare che la classe dirigente se ne dia per inteso, persa com’è dietro all’ipotesi di una riforma della Costituzione che non si sa dove può portarci e poi, solo dopo, si dedicherà a formulare una legge elettorale degna di questo nome.
Un grazie all’on Manuela Ghizzoni del PD che lo ha postato nel suo blog.

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Le elezioni comunali che si sono da poco concluse passeranno alla storia come le consultazioni che hanno registrato il crollo dei partiti simpatetici a visioni popu-liste e plebiscitarie (il Pdl, la Lega, e il M5S), un fatto molto importante per le implicazioni che può avere nel modo di concepire lo stato e la politica. Le elezioni passeranno anche alla storia come quelle che hanno visto un crollo della partecipazione elettorale, franata sotto il 50 per cento degli aventi diritto. Il Pd e il centrosinistra non hanno di che celebrare, anche se i loro candidati hanno vinto dovunque. Un en plein che lascia un retrogusto amaro. Ci si deve preoccupare di questo Aventino degli elettori? La domanda è retorica. Evidentemente ci si deve preoccupare, e la prima reazione a questa legittima preoccupazione dovrebbe essere una riflessione sul contesto socio- economico all’interno del quale si colloca questo declino della partecipazione elettorale. La crisi economica e la crisi partecipativa sono tra loro correlate, simili nella fenomenologia e negli effetti.

La crisi economica ha alimentato una psicologia della rinuncia. La sua radicalità ha tolto a molti il senso della possibilità effettiva di fare scelte lavorative e di carriera, di impegnarsi con successo per un futuro migliore o semplicemente sapendo che quel che fanno non è futile. L’idea che l’impegno individuale abbia efficacia, che ci sia un senso tangibile nel fare e sacrificarsi: questo sentimento è deperito insieme ai posti di lavoro. Ed è il segno della gravità della crisi. La comparazione tra quel che era e che è ora remunerativo fare; la riflessione al ribasso di quel che si può realizzare oggi rispetto a quel si poteva ieri: queste valutazioni comparative delle circostanze di vita sociale e di scelta portano molti italiani/e a concludere che ci sono pochi margini per rovesciare la loro condizione. In sostanza, il fare ha sempre meno potere. Il senso di futilità si è travasato anche nella sfera politica.

Anche come cittadini, molti sentono che il potere di voce che il diritto di voto dà è poco o per nulla efficace. Le barriere che ostruiscono l’intraprendenza sociale esistono anche nella sfera politica. Dove chi sta “dentro” o è “in politica” è percepito come depositario di un potere che molti, troppi, tra coloro che stanno “fuori”, sentono di non riuscire ad influenzare. Evidentemente i cittadini ordinari avvertono una lontananza tale da chi sta dentro la politica da sapere che la loro voce non arriva e se arriva non ha effetto. Si tratta di una preoccupante erosione del potere della cittadinanza.


Vi era negli anni Cinquanta una scuola americana di pensiero che sosteneva che l’apatia e la non partecipazione fossero un segno di salute della democrazia: come non si va dal medico quando si sta bene, così non si va a votare quanto non si ha nulla di cui lamentarsi. Chi tace (o sta a casa) acconsente. L’espansione sociale e il benessere a portata di mano rendevano forse plausibile questa interpretazione. Applicata all’Italia questa lettura non funziona: né per gli anni Cinquanta, quando il paese, dopo il fascismo, viveva la rinascita economica e quella democratica con comprensibile entusiasmo partecipativo; né per il presente, poiché l’astensionismo avviene in un clima di depressione economica estrema. Nella vita economica come in quella politica, se sempre più persone oggi non fanno o non cercano di fare è perché ritengono che non ne valga la pena. Questo spiega le cifre impressionanti dei giovani che non studiano e non cercano lavoro. E spiega le cifre del crollo della partecipazione elettorale.


Questo Aventino della fiducia nelle proprie possibilità e nel proprio potere è l’aspetto più preoccupante del nostro tempo. Le ultimissime consultazioni elettorali confermano il trend del senso di futilità del suffragio – sforzo partecipativo al quale non corrisponde nulla perché le cose non cambiano, le condizioni sociali restano critiche, e la classe politica resta lontana e quasi non toccata dall’opinione dei cittadini. Non c’è peggior segno di malessere psicologico di quel che viene dal senso di impotenza. Per la democrazia, soprattutto, che riposa sull’impegno volontario e libero dei cittadini di partecipare. La futilità della partecipazione al voto è figlia del senso di sfiducia nell’efficacia del voto – un senso che si è consolidato nel corso delle ultime tornate elettorali, fino a mostrarsi nelle forme radicali che abbiamo visto nel fine settimana dei ballottaggi. La maggioranza che ha vinto è conteggiata su una minoranza di partecipanti. Certo, le regole sono legittime perché è la conta dei voti che vale. Ma è lecito preoccuparsi molto del declino della legittimità morale perché quando il diritto di voto viene giudicato futile è perché gli elettori sentono di non avere potere. Una democrazia che infonde impotenza alla maggioranza dei suoi cittadini è una democrazia davvero anomala.

Nadia Urbinati – La Repubblica 18.06.13

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