Archivio | gennaio, 2016

Una formula nuova: la guida e la partecipazione. Insieme.

30 Gen

Questo post di Alessandro Gilioli (Sui capi e la democrazia dal basso) non fa che aumentare la mia stima per lui. Che io sappia, è il primo ad aver chiaramente individuato l’esigenza sempre più sentita – anche se in buona parte non manifesta –  dell’elettorato italiano. La leadership unita alla partecipazione è l’unica via, dice in conclusione Gilioli:
 

Del resto, come si è detto, leadership e decisioni dal basso sono due facce della stessa medaglia: a ignorarne una si zoppica, a ignorarle entrambe si va a sbattere. Per sperare di combinare qualcosa bisogna tentare di metterle insieme.

Ed è quasi ovvio: non è più il tempo dell’uomo solo al comando. Sono ormai troppe le variabili in gioco nello scacchiere nazionale e mondiale e contemporaneamente sui vari tavoli (economico, militare, sociale, culturale, ecc.) sui quali si giocano equilibri e fortune degli stati, perché un capo possa assumere tutte le responsabilità e soprattutto sempre e solo tutte le corrette decisioni.

Non è disponibile – e dubito che esista – l’algoritmo mentale per cui il leader possa considerarsi infallibile. Per cui solo la partecipazione, (l’equivalente de le decisioni dal basso), può assicurargli quel tanto di tracce, di indicazioni, che unite al consenso gli consentano di agire mantenendo dritta la barra del timone. Tanto per parlar chiaro, in Italia il combinato disposto tra la nuova legge elettorale e il Parlamento dimezzato conducono verso una leadership di Renzi pressoché totalitaria del Paese.

SCUOLA: STUDENTI MEDI IN CORTEO NEL CENTRO DI ROMAMa nello stesso tempo cresce la disaffezione nel suo stesso partito di pari passo con l’opposizione interna, mentre si sviluppano la protesta populista del 5 Stelle e, più che credibilmente, dell’astensionismo. Quella che il segretario-presidente reputa una soluzione, l’imbarcare pezzi sempre più ampi e screditati del centro-destra per creare un clandestino partito della Nazione, non ha altri effetti se non quello di allontanare sempre più ampi segmenti del suo originario elettorato di riferimento, quello progressista.

Che questo a Renzi poco importi, considerata anche la fisiologica incapacità degli italiani a fare squadra, (parlo di quei tanti mediocri personaggi che preferiscono cioè la leadership di un gruppo minuscolo invece di fare un passo indietro e rivestire un ruolo di rilievo in un movimento di ben più ampie dimensioni) è un fatto, ahinoi, indiscutibile. Ma se appena si dovesse profilare all’orizzonte una personalità carismatica in opposizione, capace di coagulare tutte le forze disperse con le sue capacità e con una dichiarata, effettiva e dimostrata partecipazione di tutti (le decisioni dal basso di cui si diceva prima) la situazione potrebbe improvvisamente mutare. E forse davvero l’Italia potrebbe sperare che “democratico” sia un modo d’agire, di vivere, di guidare una nazione,  invece che un mero aggettivo.

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Sui capi e la democrazia del basso

di Alessandro Gilioli

Il mio amico e collega Leopoldo Fabiani oggi propone, nel suo blog di libri, una coppia di saggi sullo stesso tema: il ruolo crescente del leader nella politica italiana.

Tema caldo: si sa che i partiti sono sempre più identificati nei loro capi carismatici, i cui volti hanno di fatto sostituito i vecchi simboli.

Uno dei due libri di cui parla Fabiani, quello di Mauro Calise, è stato entusiasticamente brandito sui social dai renziani, che vi hanno trovato un sostegno teoretico al ruolo totalizzante esercitato dal loro segretario e premier. La tesi di fondo è che oggi – nella società che non tollera più corpi intermedi – solo il rapporto diretto tra capo e cittadini può creare attaccamento emotivo e consenso. E che qualsiasi altra forma organizzativa quindi sa di vecchia burocrazia stantia.

Il ragionamento, visti i dati di realtà, sembra abbastanza inoppugnabile, quasi intuitivo. La personalizzazione della politica non è più, da tempo, una tesi: è la cronaca.

Tuttavia, contestualmente, avviene un altro fenomeno altrettanto rilevante della personalizzazione – e dovuto sempre all’azione disintermediante della Rete: e cioè l’accresciuta esigenza di partecipazione dei cittadini, che pure ha messo in crisi i vecchi meccanismi di delega.

Intendo dire che la disintermediazione non ha una faccia sola, ne ha due. Una porta alla leadership, alla personalizzazione; l’altra al coinvolgimento della base, alla democrazia dal basso.

Di certo, la vecchia “rappresentanza” collegiale esce distrutta da entrambe queste dinamiche; ma poi tra leadership e democrazia dal basso si crea inevitabilmente una nuova dialettica. Nascono nuovi instabili equilibri. Con diverse ipotesi e diversi tentativi di soluzione. Non è che tutto finisce con “ora comanda il capo”.

Citando l’altro libro, quello di Donatella Campus, Fabiani accenna ad esempio al caso di Podemos. Dove la questione della leadership è stata animatamente discussa nel congresso costitutivo e alla fine si è scelta una soluzione anomala: massima visibilità del leader e massima identificazione mediatica con lui, ma al contempo massimo del potere decisionale alla base con il voto on line degli iscritti (e scarsissimo potere invece ai circoli, strutture intermedie che hanno un compito solo di discussione e di elaborazione).

È un tentativo di creare una dialettica virtuosa tra le due dinamiche di cui sopra: personalizzazione mediatica e democrazia dal basso. Vedremo se funzionerà, ma almeno si vede che non è una strategia improvvisata, che ci sono dietro dei pensieri.

In Italia non abbiamo avuto, finora, tentativi altrettanto ambiziosi di elaborare un modello di leadership di medio-lungo termine che tenga conto di entrambe le dinamiche, personalizzazione e coinvolgimento dal basso.

Il Pd renziano ha tenuto conto solo della personalizzazione, cercando di imporla con la forza sui vecchi apparati intermedi. Il risultato è lo scontro quotidiano tra il leader tracimante e le resistenze di pezzi interni, con alcuni momenti in cui si sfiora il culto della personalità (tipo sul quotidiano del partito) proprio per abbattere le resistenze. Non è un meccanismo virtuoso, in realtà: l’assenza di attenzione alla seconda parte del processo in corso (l’esigenza di coinvolgimento dal basso) deprime il fermento, lo stimolo, l’attivismo. Come del resto si vede dalla pochezza e dai pasticci del Pd sui territori, nei comuni e nelle regioni. Ma come si vede anche dal tracollo degli iscritti. Nel Pd oggi è tutto affidato al battito del cuore del capo: come in Forza Italia al tempo di Berlusconi. E faccio presente che a Berlusconi Forza Italia non sta sopravvivendo.

Il Movimento 5 Stelle invece ha esaltato solo la seconda, delle due dinamiche sopra esposte: quella del coinvolgimento dal basso. Nel caso, tradotto nello slogan “uno-vale-uno”, dove Grillo svolgeva in teoria il ruolo di puro portavoce, privo di “liability” («è solo un comico»): in apparenza non doveva prendere alcuna decisione in proprio, essendo sovrana esclusivamente la Rete. Il fatto che poi invece sia stato creato un “direttorio” rivela tuttavia che non ha funzionato neanche questo sistema, aldilà delle polemiche sul ruolo reale svolto da Grillo o da Casaleggio. Il direttorio è infatti un tentativo di reintermediazione collegiale di una disintermediazione evidentemente non ben riuscita. Non rappresenta quindi, in prospettiva, un modello di leadership funzionante.

Una parola infine sulle dinamiche avvenute nella cosiddetta sinistra radicale, basate sull’esperienza abbastanza recente della lista Tsipras. Dove non c’era un leader o un volto mediatico (anzi, la sola idea veniva accolta con orrore), ma in compenso le candidature venivano decise nel chiuso di una stanza da una burocrazia di sei-sette persone. Riuscendo così a ignorare sia le esigenze di personalizzazione sia quelle di democrazia dal basso. Il contrario esatto di quanto oggi si deve fare: infatti la lista è esplosa un quarto d’ora dopo il voto.

Del resto, come si è detto, leadership e decisioni dal basso sono due facce della stessa medaglia: a ignorarne una si zoppica, a ignorarle entrambe si va a sbattere. Per sperare di combinare qualcosa bisogna tentare di metterle insieme.

 

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Sul Family day. Purtroppo.

27 Gen

Grazie a Furio Ortenzi.

Grazie a Furio Ortenzi.

Dico “purtroppo” perché mi ero ripromesso di non parlarne, dato che il solo pensarci mi produce disgusto. Ma trovo sull’ultimo numero di Micromega Giorgio Cremaschi che esprime perfettamente il mio stato d’animo su questa iniziativa, gretta culturalmente e socialmente. E mi tengo leggero, eh, mentre le gerarchie vaticane. a cominciare da Bagnasco, utilizzano tutte le risorse, anche le più meschine e inverosimili, per sollecitare l’attenzione dei media.
Trovate l’articolo integrale più in basso.

“I moderati del Family Day vogliono imporci la loro Sharia cattolica, vogliono che la legge difenda e sanzioni la loro idea di famiglia, si oppongono all’eguaglianza dei diritti nel nome del loro Dio. Essi non sono religiosi, sono fanatici come quegli integralisti islamici contro cui in altri momenti chiamano alla guerra santa. Non ce l’hanno solo con i diritti delle coppie dello stesso sesso, ma con tutte le forme di libertà, a partire da quella delle donne che, afferma uno dei promotori della manifestazione, devono essere sottomesse ai maschi.”

GIORGIO CREMASCHI – Nessun rispetto per il Family Day

gcremaschiA differenza di Renzi, che mostra rispetto per il Family Day, perché molti suoi organizzatori fanno parte del suo governo, io di questa iniziativa non ho rispetto alcuno. Essa dovrebbe radunare l’Italia cattolica moderata che vuole il rispetto della famiglia. Questa definizione già fa venire i brividi, perché si associa subito a quei paesi musulmani, definiti moderati dal mondo occidentale, come l’Arabia Saudita.Paese che applica la Sharia, cioè considera i principi religiosi obbligatori per tutti e li consacra con l’uso diffuso delle pene corporali e di morte.

I moderati del Family Day vogliono imporci la loro Sharia cattolica, vogliono che la legge difenda e sanzioni la loro idea di famiglia, si oppongono all’eguaglianza dei diritti nel nome del loro Dio. Essi non sono religiosi, sono fanatici come quegli integralisti islamici contro cui in altri momenti chiamano alla guerra santa. Non ce l’hanno solo con i diritti delle coppie dello stesso sesso, ma con tutte le forme di libertà, a partire da quella delle donne che, afferma uno dei promotori della manifestazione, devono essere sottomesse ai maschi.

Perciò questi “moderati” attirano tutto il ciarpame sessista, fascista, razzista sparso per il paese, che sente aria di casa.

Ma ciò che più disgusta di tutta questa gente è l’ipocrisia. Da quella di politici cinici e pluridivorziati che vedono nella massa del Family Day prima di tutto un bel serbatoio di voti, a prelati in disgrazia che così rilanciano la propria immagine pubblica, alle tanti e ai tanti per i quali la difesa della famiglia è tacere su violenze ed orrori che si nascondono dietro la rispettabilità della gente per bene.

Ipocriti sono gli organizzatori del Family Day anche quando affermano che altri sono i veri problemi del paese. È vero che la disoccupazione, le ingiustizie sociali crescenti, la distruzione della democrazia, la guerra, sono fatti ben più gravi. Ma i promotori del Family Day li scoprono solo quando la legge vorrebbe intervenire sul terreno presidiato dai loro fanatismi. Sono essi che depistano il paese dai problemi più drammatici, che forniscono copertura ideologica al governo che sta distruggendo la Costituzione, non chi vuole le unioni civili.

Ora mi si dirà che in piazza col Family Day, a proposito sempre l’inglese per nobilitare, ci sarà anche popolo in buona fede. Vero, era in buona fede anche il popolo che nel Medio Evo applaudiva la caccia alle streghe. Poi nei secoli i popoli si sono emancipati lottando per l’eguaglianza e la democrazia. Ora si vorrebbe portarli indietro, da un lato sotto il dominio del capitalismo selvaggio, dall’altro sotto quello di chi proclama Dio Patria e Famiglia. Che separatamente sono anche rispettabili, ma presi assieme son sempre stati fonte di oppressione e orrori.

No, nessun rispetto per il Family Day.

Giorgio Cremaschi

(25 gennaio 2016)

Sul Family Day, purtroppo.

27 Gen

Grazie a Furio Ortenzi.

Grazie a Furio Ortenzi.

Dico “purtroppo” perché mi ero ripromesso di non parlarne, dato che il solo pensarci mi produce disgusto. Ma trovo sull’ultimo numero di Micromega Giorgio Cremaschi che esprime perfettamente il mio stato d’animo su questa iniziativa, gretta culturalmente e socialmente. E mi tengo leggero, eh, mentre le gerarchie vaticane. a cominciare da Bagnasco, utilizzano tutte le risorse, anche le più meschine e inverosimili, per sollecitare l’attenzione dei media.
Trovate l’articolo integrale più in basso.

“I moderati del Family Day vogliono imporci la loro Sharia cattolica, vogliono che la legge difenda e sanzioni la loro idea di famiglia, si oppongono all’eguaglianza dei diritti nel nome del loro Dio. Essi non sono religiosi, sono fanatici come quegli integralisti islamici contro cui in altri momenti chiamano alla guerra santa. Non ce l’hanno solo con i diritti delle coppie dello stesso sesso, ma con tutte le forme di libertà, a partire da quella delle donne che, afferma uno dei promotori della manifestazione, devono essere sottomesse ai maschi.”

GIORGIO CREMASCHI – Nessun rispetto per il Family Day

gcremaschiA differenza di Renzi, che mostra rispetto per il Family Day, perché molti suoi organizzatori fanno parte del suo governo, io di questa iniziativa non ho rispetto alcuno. Essa dovrebbe radunare l’Italia cattolica moderata che vuole il rispetto della famiglia. Questa definizione già fa venire i brividi, perché si associa subito a quei paesi musulmani, definiti moderati dal mondo occidentale, come l’Arabia Saudita. Paese che applica la Sharia, cioè considera i principi religiosi obbligatori per tutti e li consacra con l’uso diffuso delle pene corporali e di morte.

I moderati del Family Day vogliono imporci la loro Sharia cattolica, vogliono che la legge difenda e sanzioni la loro idea di famiglia, si oppongono all’eguaglianza dei diritti nel nome del loro Dio. Essi non sono religiosi, sono fanatici come quegli integralisti islamici contro cui in altri momenti chiamano alla guerra santa. Non ce l’hanno solo con i diritti delle coppie dello stesso sesso, ma con tutte le forme di libertà, a partire da quella delle donne che, afferma uno dei promotori della manifestazione, devono essere sottomesse ai maschi.

Perciò questi “moderati” attirano tutto il ciarpame sessista, fascista, razzista sparso per il paese, che sente aria di casa.

Ma ciò che più disgusta di tutta questa gente è l’ipocrisia. Da quella di politici cinici e pluridivorziati che vedono nella massa del Family Day prima di tutto un bel serbatoio di voti, a prelati in disgrazia che così rilanciano la propria immagine pubblica, alle tanti e ai tanti per i quali la difesa della famiglia è tacere su violenze ed orrori che si nascondono dietro la rispettabilità della gente per bene.

Ipocriti sono gli organizzatori del Family Day anche quando affermano che altri sono i veri problemi del paese. È vero che la disoccupazione, le ingiustizie sociali crescenti, la distruzione della democrazia, la guerra, sono fatti ben più gravi. Ma i promotori del Family Day li scoprono solo quando la legge vorrebbe intervenire sul terreno presidiato dai loro fanatismi. Sono essi che depistano il paese dai problemi più drammatici, che forniscono copertura ideologica al governo che sta distruggendo la Costituzione, non chi vuole le unioni civili.

Ora mi si dirà che in piazza col Family Day, a proposito sempre l’inglese per nobilitare, ci sarà anche popolo in buona fede. Vero, era in buona fede anche il popolo che nel Medio Evo applaudiva la caccia alle streghe. Poi nei secoli i popoli si sono emancipati lottando per l’eguaglianza e la democrazia. Ora si vorrebbe portarli indietro, da un lato sotto il dominio del capitalismo selvaggio, dall’altro sotto quello di chi proclama Dio Patria e Famiglia. Che separatamente sono anche rispettabili, ma presi assieme son sempre stati fonte di oppressione e orrori.

No, nessun rispetto per il Family Day.

Giorgio Cremaschi

(25 gennaio 2016)

Quei figli dell’amore che non hanno diritti

24 Gen

Anche se conoscesse Agnese e le sue mamme, Giovanardi non capirebbe lo stesso, perché l’egoismo non conosce l’amore.
Un  abbraccio a Claudia, l’amica coraggiosa di tante battaglie civili.
Ce la faremo.

Claudia Unioni

Le unioni civili, il PD e la democrazia

23 Gen

Il secondo comma dell’art. 27 dello  Statuto del Partito democratico (è riportato per intero più in basso) afferma che: “È indetto un referendum interno qualora ne facciano richiesta il Segretario nazionale, ovvero la Direzione nazionale con il voto favorevole della maggioranza assoluta dei suoi componenti, ovvero il trenta per cento dei componenti l’Assemblea nazionale, ovvero il cinque per cento degli iscritti al Partito Democratico.”

Per esempio, nel presente caso della legge sulle unioni civili, non si capisce come mai il segretario nazionale, avendo a disposizione uno strumento con questa potenza di indagine e democratica espressione, non pensi a farvi ricorso. Si coinvolge la base degli iscritti – o di questi e degli elettori (comma 3) – e si mette in atto quanto risulta approvato.  E’ quanto di più democratico ci possa essere e mette fine delle discussioni, alle polemiche, alle tortuosità  cervellotiche, agli interessi e alle speculazioni.

Sorge un sospetto: che del pensiero degli iscritti (e degli elettori) ai vertici del Partito democratico non gliene freghi assolutamente nulla. Né più né meno di quanto avveniva ai tempi della Democrazia cristiana, sorda alle chiare richieste che provenivano dalla società e che fu per questo sonoramente sconfitta nei due storici referendum sul divorzio e sull’aborto.
In fin dei conti, vien da pensare, non è cambiato molto da allora. Anzi, niente.
_________________________
Statuto del Partito Democratico

Articolo 27
(Referendum e altre forme di consultazione)
1. Un apposito Regolamento quadro, approvato dalla Direzione nazionale con il voto favorevole della maggioranza assoluta dei suoi componenti, disciplina lo svolgimento dei referendum interni e le altre forme di consultazione e di partecipazione alla formazione delle decisioni del Partito, comprese quelle che si svolgono attraverso il Sistema informativo per la partecipazione.
2. È indetto un referendum interno qualora ne facciano richiesta il Segretario nazionale, ovvero la Direzione nazionale con il voto favorevole della maggioranza assoluta dei suoi componenti, ovvero il trenta per cento dei componenti l’Assemblea nazionale, ovvero il cinque per cento degli iscritti al Partito Democratico.
3. La proposta di indizione del referendum deve indicare: la specifica formulazione del quesito; la natura consultiva ovvero deliberativa del referendum stesso; se la partecipazione è aperta a tutti gli elettori o soltanto agli iscritti.
4. Il referendum è indetto dal Presidente dell’Assemblea nazionale, previo parere favorevole di legittimità della Commissione nazionale di garanzia, sulla base di uno specifico Regolamento approvato dalla Direzione nazionale.
5. La proposta soggetta a referendum risulta approvata se ottiene la maggioranza dei voti validamente espressi.
6. Il referendum interno può essere indetto su qualsiasi tematica relativa alla politica ed all’organizzazione del Partito Democratico. Il referendum può avere carattere consultivo o deliberativo. Qualora il referendum abbia carattere deliberativo, la decisione assunta è irreversibile, e non è soggetta ad ulteriore referendum interno per almeno due anni.
7. Le norme dello Statuto, fatto salvo quanto previsto all’articolo 42, comma 3, non possono essere oggetto di referendum.

Politica e chiarezza? Ma senti chi parla

19 Gen

Il patetico peana a Giachetti di The front page (Rondolino e Velardi) per la firma di Massimo Micucci, per di più infarcito di luoghi comuni e imprecisioni (per non dire fregnacce), nulla dice – more solito – sul principale motivo che ha ridotto il Pd romano in coriandoli.

Non una parola sul contrasto condotto da certi interessati ras del Pd romano, praticamente dal giorno successivo alla sua elezione, al sindaco scelto da due votanti su tre. Non una parola sulle miserie rappresentate in assemblea comunale dalle studiate assenze, dagli errori voluti nelle delibere, dalla difesa dei peggiori interessi corporativi di sindacati sordi e miopi, dalla forsennata campagna mediatica orchestrata sulla panda rossa e sugli scontrini e via dicendo. Non una parola sullo sfregio alla sovranità popolare sancita dalla Costituzione, calpestata con un atto d’imperio (ma invocata per Quarto) e tantomeno sul vergognoso accordo raggiunto non si sa come davanti a un notaio (dov’è finita la politica nominata nel titolo? Perché non si è condotto un franco e pubblico confronto nell’Aula consiliare?) con i 19 consiglieri Pd e le frattaglie di un’opposizione fino a quel momento valutata come meritava.

Il simpatico refuso – o lapsus freudiano? –  con cui si conclude il pezzo (‘no pasDaràn’) mi trova tuttavia d’accordo: se il Pd vuole ritrovare un minimo di coerenza, che i suoi pasdaràn – quelli per cui qualunque cosa dica o ordini il vertice li si trova consenzienti e già inginocchiati o proni, per cui meriterebbero studi pavloviani  – siano emarginati. Sono loro che devono essere messi da parte una volta per tutte. No pasaràn sul serio, e sul serio si ricominci a discutere, e apertamente, sugli errori e sui disastri della dirigenza. Ormai sono troppi e imperdonabili.

I referendum: la vera battaglia comincia adesso.

12 Gen

Nando Longoni scrive questa nota che riporto integralmente.
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Referendum Nando

 

 

 

 

 

 

 

 

La vera battaglia comincia adesso.

A distanza di pochi anni la storia si ripete, ma gli schieramenti sono cambiati, e non poco. Paradossalmente.

Molti dei parlamentari che hanno approvato il ddl Boschi, in quell’occasione si mobilitarono in appoggio al comitato del NO guidato da Scalfaro. Vorrei che ci spiegassero con quale coerenza oggi approvano un disegno di legge costituzionale addirittura peggiore del progetto berlusconiano al quale si erano opposti, almeno apparentemente, con grande convinzione e impegno. E con quale coraggio osano guardarsi oggi allo specchio. Ma questa classe politica del PD renziano e della maggioranza raccogliticcia che lo sostiene (e penso anche alla cosiddetta sinistra dem) ha già dato ampie prove di incoerenza, opportunismo, pusillanimità e non ci sorprende più.

Mi sorprende, invece, e mi rattrista, vedere molti amici delle battaglie di allora disposti a barattare la nostra Costituzione con un aborto costituzionale, aggravato dall’Italicum, gravemente lesivo della democrazia rappresentativa e parlamentare per una presunta maggior governabilità e interpretare l’adesione a un partito con lo spirito dei tifosi della curva sud dello stadio. Eppure succede. E la battaglia per il NO questa volta sarà più dura della volta scorsa. Questo comportamento mette in luce un lato preoccupante della maggioranza degli elettori italiani. Si dichiarino essi di destra o di sinistra. Le vicissitudini degli ultimi 95 anni di storia italiana non possono essere solo imputate ad alcuni personaggi che le hanno guidate. Quei personaggi, nel bene e nel male (più nel male che nel bene), erano e sono il frutto di un ambiente e di una cultura dei quali noi tutti facciamo parte.

Interessante, a proposito, e ve ne consiglio la lettura, un libro recentemente pubblicato da Rizzoli, scritto dal giornalista Tommaso Cerno, dal titolo A noi! e da sottotitolo provocatorio Cosa ci resta del fascismo nell’epoca di Berlusconi, Grillo e Renzi. Un confronto degli aspetti politici, sociali, affaristici, di potere e perfino di comportamenti sessuali che hanno caratterizzato cinque personaggi e la società che li ha prodotti: Mussolini, Craxi, Berlusconi, Grillo e Renzi. Per l’appunto, fin’ora circa 95 anni di vita italiana. Che presentano preoccupanti analogie.

Buona lettura.

Nando

 

Stefano Rodotà: una falsa democrazia anticipa il nuovo regime

4 Gen

Dal sito Coordinamento democrazia Costituzionale riporto questa intervista a Stefano Rodotà di Andrea Fabozzi, pubblicata su Il Manifesto del 31.12.2015.

Intervista a Stefano Rodotà.
«Il premier Renzi governa come se ci fossero già l’Italicum e la nuova Costituzione. Il presidente Mattarella non distoglierà lo sguardo da questa situazione. Il bipolarismo crolla ma non c’entra il populismo. I partiti non sanno più leggere la società»

«Il populismo è una spiegazione troppo semplice. I partiti tradizionali non riescono più da tempo
a leggere la società. Non è populismo, è crisi della rappresentanza».

L’intervista con Stefano Rodotà comincia dal giudizio sui risultati elettorali in Francia e Spagna. «In entrambi i casi il bipolarismo va in crisi. Ma in Francia il fenomeno assume tinte regressive. Lì il Front National coltivava da tempo il disegno di sostituirsi ai due grandi partiti in crisi, ed è stato facilitato dalla rincorsa a destra di Sarkozy e Hollande, che hanno finito per legittimare Le Pen. In Spagna Podemos ha interpretato un movimento reale, quello degli Indignados, e ha predisposto uno strumento di tipo partitico per raccogliere il fenomeno. Il risultato pare essere un’uscita in avanti dal bipolarismo».

Renzi benedice la nuova legge elettorale italiana e sostiene che da noi non potrà succedere.
Non coglie il senso di quello che sta succedendo e con la sua risposta non fa che aumentare la distanza tra il partito e la società. Sostanzialmente dice: «A me della rappresentanza non importa nulla, a me interessa la stabilità». Ma con un governo che rappresenta appena un terzo degli elettori ci sono enormi problemi di legittimazione, di coesione sociale e al limite anche di tenuta democratica.

In Spagna e Francia si è votato con sistemi elettorali non proporzionali. Di più, lo «spagnolo» è stato a lungo un modello per i tifosi del maggioritario spinto. I risultati dimostrano però che l’ingegneria elettorale da sola non basta a salvare il bipolarismo. Può fallire anche l’Italicum?
L’ingegneria elettorale è un modo per sfuggire alle questioni importanti. In questi anni non solo
è stato invocato il modello spagnolo, ma anche quello neozelandese e quello israeliano. Sembrava di stare al supermarket delle leggi elettorali. Tutto andava bene per mortificare la rappresentanza, sulla base dell’idea che ciò che sfugge agli schemi è populismo. Invece è una legittima richiesta dei cittadini di partecipare ed essere rappresentati. Il nuovo sistema italiano, l’abbiamo spiegato tante volte, presenta il rischio di distorsioni spaventose. Può aprire la strada a soluzioni pericolose, ma anche ad alternative interessanti. Penso per esempio alla stagione referendaria che abbiamo davanti: dal referendum costituzionale, a quelli possibili su Jobs act, scuola e Italicum.

Il primo referendum, quello sulle trivellazioni, il governo ha deciso di evitarlo. Renzi è meno tranquillo di quanto dice?
È possibile, del resto le previsioni sul referendum costituzionale sono difficili, ancora non sappiamo esattamente come si schiereranno le forze politiche. Di certo la partita non è chiusa. E vorrei ricordare che nel 1974 una situazione elettorale che sembrava chiusa fu sbloccata proprio da un referendum, quello sul divorzio. I cittadini furono messi in condizione di votare senza vincoli di appartenenza politica e l’anno dopo si produsse il grande risultato alle amministrative del partito comunista.

In questo caso il presidente del Consiglio sta politicizzando al massimo il referendum, anzi lo sta personalizzando: sarà un voto su di lui ancora più che sul governo.
Il fatto che abbia deciso di giocarsi tutto sul referendum costituzionale apre una serie di problemi, il primo è la questione dell’informazione. C’è già un forte allineamento di giornali e tv con il governo,
la riforma della Rai non potrà che peggiorare le cose. Renzi ha già impropriamente politicizzato tutto il percorso della riforma, il dibattito parlamentare è stato gestito in modo autoritario. In teoria quando si scrivono le regole del gioco il cittadini dovrebbero poter votare slegati da considerazioni sul governo, in pratica non sarà così. Il gioco è chiaro: se dovesse andargli male, Renzi punterà alle elezioni anticipate con un messaggio del tipo: o partito democratico o morte, o me o i populisti.

La strategia è evidentemente questa. Il ballottaggio serve a chiedere una scelta tra il Pd e Grillo, al limite Salvini. E se fosse un calcolo sbagliato? L’Italia non è la Francia, «spirito Repubblicano» da far scattare ne abbiamo poco.
Può essere un calcolo sbagliato. l’Italia non è la Francia per almeno due ragioni. Il Movimento
5 Stelle non fa paura come il neofascismo del Front National. E la mossa dei candidati socialisti in favore di quelli di Sarkozy è stata seguita perché lì la dialettica politica restava aperta. Da noi al contrario si rischierebbe l’investitura solitaria, rinunciare significherebbe consegnarsi pienamente a Renzi. L’appello al voto utile non credo funzionerà anche perché l’Italia non solo non è la Francia, ma non è più neanche l’Italia di qualche anno fa. Renzi non può chiedere il voto a chi quotidianamente delegittima, negando il diritto di cittadinanza alle posizioni critiche. Infatti si comincia a sentire che il vero voto utile, quello che può servire a mantenere aperta la situazione italiana, può essere quello al Movimento 5 Stelle. Sono ragionamenti non assenti dall’attuale dibattito a sinistra, mi pare un fatto notevole.

Sulle riforme costituzionali la sinistra spagnola va all’attacco, Podemos ha cinque proposte puntuali. Perché in Italia siamo costretti a sperare che non cambi nulla?
Proposte ne abbiamo fatte per uscire dal bicameralismo in maniera avanzata, per favorire la rappresentanza e la partecipazione, non escludendo la stabilità. Sono state scartate, nemmeno discusse. Alcuni di noi avevano denunciato il rischio autoritario della riforma costituzionale, siamo stati criticati, poi abbiamo cominciato a leggere di rischi plebiscitari, «democratura» e via dicendo. Troppo tardi, ormai lo stile di governo di Renzi è già un’anticipazione di quello che sarà il sistema con le nuove regole costituzionali e la nuova legge elettorale. Il parlamento è già stato messo da parte, addomesticato o ignorato, com’è accaduto sul Jobs act per le proposte della commissione della camera sul controllo a distanza dei lavoratori. Lo stesso sta avvenendo sulle intercettazioni.

Dobbiamo considerare un’anticipazione anche il modo in cui è stata gestita l’elezione dei giudici costituzionali?
È stata data un’immagine della Consulta come luogo ormai investito dalla lottizzazione, cosa che ha sempre detto Berlusconi. Un altro posto dove viene rappresentata la politica partitica, più che un’istituzione di garanzia. Lo considero un lascito grave della vicenda. La Corte dovrà prendere decisioni fondamentali, mi auguro che le persone che sono state scelte si liberino di quest’ombra, hanno le qualità per farlo.

L’altra istituzione di garanzia che finisce nell’ombra di fronte a questo stile di governo è il presidente della Repubblica.
Sulle banche il presidente Mattarella ha giocato un ruolo attivo. Le sue mosse possono essere considerate irrituali, ma di fronte al rischio per la tenuta del sistema bancario e per il rapporto tra cittadini e istituzioni ha fatto bene a intervenire. Stiamo scivolando verso una democrazia scarnificata, rinunciamo pezzo a pezzo agli elementi sostanziali — la rappresentatività, i diritti sociali e individuali — in cambio del mantenimento di quelli formali — il voto, la produzione legislativa. La situazione è grave ma le conclusioni un po’ affrettate per il momento me le risparmierei. Se questo orientamento proseguirà non credo che il presidente della Repubblica distoglierà il suo sguardo.

L’Italia e la legalità

2 Gen


Con tutto il rispetto, signor Presidente, a tutto questo dovrebbe pensare il Governo e il Parlamento. Temo che Lei dovrà vigilare: non li vedo molto attenti.

Dal discorso di fine anno del Presidente Mattarella.

“Negli ultimi anni è cresciuta la sensibilità per il valore della legalità.

Soprattutto i più giovani esprimono il loro rifiuto per comportamenti contrari alla legge perché capiscono che malaffare e corruzione negano diritti, indeboliscono la libertà e rubano il loro futuro.
Contro le mafie stiamo conducendo una lotta senza esitazioni, e va espressa riconoscenza ai magistrati e alle forze dell’ordine che ottengono risultati molto importanti.
Vi è, poi, l’illegalità di chi corrompe e di chi si fa corrompere.

Di chi ruba, di chi inquina, di chi sfrutta, di chi in nome del profitto calpesta i diritti più elementari, come accade purtroppo spesso dove si trascura la sicurezza e la salute dei lavoratori.

La quasi totalità dei nostri concittadini crede nell’onestà. Pretende correttezza.

La esige da chi governa, ad ogni livello; e chiede trasparenza e sobrietà. Chiede rispetto dei diritti e dei doveri.

Sono numerosi gli esempi di chi reagisce contro la corruzione, di chi si ribella di fronte alla prepotenza e all’arbitrio.

Rispettare le regole vuol dire attuare la Costituzione, che non è soltanto un insieme di norme ma una realtà viva di principi e valori.

Tengo a ribadirlo all’inizio del 2016, durante il quale celebreremo i settant’anni della Repubblica.

Tutti siamo chiamati ad avere cura della Repubblica.

Cosa vuol dire questo per i cittadini? Vuol dire anzitutto farne vivere i principi nella vita quotidiana sociale e civile.”

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