Archivio | aprile, 2013

Barbara Spinelli: ascoltatela

24 Apr

Si riporta qui, integralmente, la pagina con l’intervista di Silvia Truzzi a Barbara Spinelli, pubblicata sul blog di Giacomo Salerno.

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L’intervista a Barbara Spinelli

 

36 Votes

284989-800x577 “Parte del Pd è ricattabile. Per questo il Caimano va verso il Colle”
SILVIA TRUZZI
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Barbara Spinelli, per cinquanta giorni il Pd ha detto di non voler fare un accordo con Berlusconi. Poi ha cercato l’intesa con il Pdl per il Colle e ora parteciperà a un governo “di larghe intese”. A quale Pd dobbiamo credere?
Quando ci sono simili contraddizioni conta il risultato. La scelta di Marini, chiara apertura all’intesa con Berlusconi, ha rivelato che c’era del marcio nelle precedenti proposte a Grillo. Io ero a favore d’un accordo Pd-M5s, ma quel che è successo significa che in parte mi illudevo sulle reali intenzioni del Pd. Bene ha fatto Grillo, forse, a essere diffidente.

Civati ha detto: “I traditori diventeranno ministri”.
Condivido il laconico giudizio, come molti suoi giudizi. I traditori, anche se hanno democraticamente votato, faranno il governo.

La base del Pd si è fatta sentire. Alcuni commentatori hanno criticato l’idea che la politica si faccia “con i social network”: tra questo e il non ascoltare i propri elettori e dirigenti – sono state occupate sedi del Pd in mezza Italia – c’è una bella differenza.
Sono anni che il Pd non ascolta i cittadini, il popolo tout court. Vorrei ricordare due atti simbolici. Il primo fu di Napolitano: “Non sento alcun boom di Grillo”, e invece il boom c’era, eccome. Il secondo è della senatrice Finocchiaro. Dopo il voto a Marini, davanti alla base in rivolta, ecco l’incredibile frase: “Ma che vogliono? Io non vedo la base!”. Il Pd non vede il Paese. Perché questa criminalizzazione poi, della rete? Dire che è tutta colpa dei social network, dire che i nuovi parlamentari sono “inadeguati” (parola di Bindi): qui è l’irresponsabilità denunciata ieri da Napolitano. Inadeguati a che? A che magnifica e progressiva condotta del Pd?

Che fine faranno le promesse sull’ineleggibilità di Berlusconi?
Non bisogna mai fasciarsi la testa prima di rompersela. Se si vuol mettere in risalto il tradimento Pd, bisogna far finta che abbiamo preso sul serio le dichiarazioni di tanti di loro, in favore della ineleggibilità. Si rimangeranno anche questa promessa? Continueranno a screditarsi, grottescamente.

Oltre a non ascoltare la base, il Pd non ha dato retta anche a molti dei propri parlamentari.

Non ha ascoltato Sel, con cui era alleato. Ma neanche i due padri fondatori della sinistra del dopo Muro di Berlino: Stefano Rodotà e Romano Prodi. Il parricidio in politica può esser positivo, ma bisogna che i figli costruiscano il nuovo. In questo caso hanno ucciso i padri per mettere il regno nelle mani di Berlusconi. L’età non basta. Questa storia finisce con la polverizzazione del Pd. Peggio: con la plausibile vittoria Pdl alle prossime elezioni, e Berlusconi capo dello Stato dopo Napolitano.

Il professor Rodotà ha scritto su Repubblica che bisognerebbe interrogarsi sui motivi per cui personalità della sinistra siano state snobbate pubblicamente dagli attuali rappresentanti della sinistra.
Questa è la domanda. Siamo immersi nel romanzo di Saramago, La cecità: il Pd non vedendo il Paese non ha visto nemmeno le persone del proprio campo che negli anni hanno stabilito un contatto con le Azioni Popolari dei cittadini. Quando le Quirinarie le hanno scelte come propri simboli, il Pd ha detto: sono persone di Grillo, non ci umilieremo assoggettandoci . Follia. Tra l’altro: perché non li hanno fatti sin da principio loro, quei nomi?

Nella scelta fra trattare con Grillo per Rodotà – un uomo sulla cui fedeltà alle istituzioni e alla Carta non c’è alcun dubbio – e trattare con Berlusconi , si è optato per la seconda strada. Inspiegabile.
Una parte del Pd è forse ricattabile, a cominciare dalla vicenda Monte dei Paschi di Siena. Non è meno forte quella che chiamerei “schiavitù volontaria”. C’è stata una pressione forte anche dagli attuali vertici d’Europa: la vittoria del M5s ha creato solidarietà attorno al vecchio establishment contro il cosiddetto populismo di Grillo: ne ha profittato il vero populista , Berlusconi. Ma lui è già metabolizzato. Rodotà non sarebbe stato solo uno dei migliori garanti delle istituzioni, ma – come Prodi – uno dei più autorevoli garanti dell’europeismo. Non dimentichiamo che è l’estensore della Carta europea dei diritti: vincolante per tutti i Paesi membri. Non esiste solo il plebiscito dei mercati. C’è anche un’Europa più democratica verso cui tanti vogliono andare.

Il professor Rodotà ha anche detto, rispondendo a Eugenio Scalfari, che se vogliamo fare esami di costituzionalità dobbiamo passare al vaglio tutti i partiti, non solo il M5s. Bisogna guardare alla Lega secessionista, al Pdl delle leggi ad personam. D’accordo?
Sì. Se si parla di incostituzionalità di Grillo e poi si avalla l’accordo con Berlusconi, vuol dire che la costituzionalità è vana esigenza. D’altronde vorrei sapere cosa precisamente sia incostituzionale nel M5s.
Perché se Berlusconi parla di golpe, come ha fatto due giorni prima delle votazioni per il Colle, nessuno dice nulla e se lo fa Grillo si grida all’eversione? Quante volte abbiamo sentito questa parola detta da Berlusconi! Se lo fa lui è normale amministrazione, se lo fa Grillo è eversivo.

Scalfari ha scritto che non gli è proprio venuto in mente il nome di Rodotà per il Quirinale.
Non so Scalfari. Mi interessano i politici. Se aspiri all’inciucio, il nome di Rodotà certo non ti viene in mente. Sul sito del Corriere della Sera il più votato come premier ideale è Rodotà. Sul sito della Stampa – dove tra tanti, il nome del professore non c’è – il più votato è “nessuno di questi”.

Come lo interpretiamo?
Come prova che la maggioranza delle persone non vuole l’accordo con B.

Napolitano aveva più volte detto di escludere la propria ricandidatura.
Mi scandalizza meno questo del fatto che il Capo dello Stato sostenga da tempo, con tenacia, le larghe intese.

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Una risposta a Chiara Geloni

19 Apr

Riceviamo e, volentieri, pubblichiamo. L’intervento di Chiara Geloni è riportato più in basso.
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LA MIA RISPOSTA A CHIARA GELONI.

Gentile signora Geloni,
leggendo il suo sfogo qui sopra mi è venuto da chiedermi se fosse maggiore la sua insensibilità verso gli elettori del Pd o la sua supponenza. Vado per ordine.L’insensibilità. Che lei non abbia immaginato che Rodotà sia non solo conosciuto ma anche stimato dal popolo degli elettori del Pd già la dice lunga. Che guardandoci in faccia (come abbia fatto non lo so, io c’ero al Capranica e ho visto solo la sua nuca mentre svicolava via alla fine) non ci abbia riconosciuti, anche. E non posso che compiacermi del fatto che lei affermi di non averci capito, di non sapere chi siamo. “Non sono una di loro”, dice. Meno male, ne siamo tutti felici noi iscritti, soci fondatori, militanti ed elettori che ci siamo sentiti offesi e traditi da una decisione contraria alle idee, alle lotte, alla coerenza, presa sopra le nostre teste senza alcun discernimento. La prova provata di quella diastasi tra base e vertice che è alla fonte del malessere del Partito democratico (di nome).

La seconda prova della sua insensibilità consiste nel difendere l’accordo sul nome di Marini raggiunto con chi in vent’anni ha devastato l’Italia economicamente, socialmente, politicamente e culturalmente. Non le passa neppure lontanamente per il capo che, se la proposta era gradita da costui, questo solo fatto avrebbe dovuto far squillare l’allarme e far urlare un NO indignato, deciso e granitico, come appunto ha fatto quella base che lei definisce “imbufalita”: ci voleva tanto per immaginarlo? Lei invece si compiace di quella nefanda operazione e non paga, inneggia al metodo “De Mita”, noto patrimonio della sinistra italiana, che consentì l’elezione di Cossiga, il peggiore Presidente che abbia avuto la Repubblica. E insiste: “…senza il centrodestra i numeri non ci sono. Scelta civica non ci sta, e centrosinistra e Cinquestelle, anche volendo, non hanno i numeri per eleggere Rodotà nelle prime votazioni”. Ma dopo il terzo scrutinio (come si pensava nell’ipotesi Marini), i numeri ci sarebbero stati, nevvero?

Ancora. Lei si domanda, a riprova della bontà della sua tesi, come mai Berlusconi abbia accettato Marini, e scrive: “A meno che non scommettesse sul fatto che noi fossimo così IDIOTI da andarci a mettere nei guai da soli. Favore che noi, naturalmente, gli facciamo puntualmente. È razionale tutto questo? Me lo chiedo, davvero”. Infatti. Pare comico ma non lo è e viene da domandarsi, come mi chiedo, cosa ci stia a fare lei nel Pd.

Una parentesi. Lei scrive anche che “il Pd ha fatto quello che dice da settimane, cercare un nome DEL PD che potessero votare anche centro e centrodestra, come prescrive la costituzione per i primi tre turni.” Beh, la informo che la Costituzione (con la C maiuscola, per favore) NON prevede nulla del genere: il comma 3 dell’art. 83 legge: “L’elezione del Presidente della Repubblica ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza di due terzi dell’assemblea. Dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta”.
Dov’è scritto che centro e centrodestra siano indispensabili? Senza contare che poi c’è sempre l’art. 67, quello sull’assenza del vincolo di mandato.

La supponenza. Ho una domanda diretta. Meglio il “modo oscuro e un po’ gaglioffo” che ha portato il M5S a proporre Rodotà, coinvolgendo direttamente alcune migliaia di iscritti, o quello di puro vertice che ha condotto a Marini (con tutto il resto detto prima) allo scontro con la base, a far rischiare la spaccatura del Partito, a condurre il Segretario Bersani a una frettolosa quando invereconda marcia indietro e sull’orlo delle dimissioni? Meglio un’apparente consultazione con la base o una decisione presa tra intimi, certamente ignari dei fermenti e delle istanze del proprio elettorato, confermata poi bovinamente da solo 220 grandi elettori della coalizione su 500, cioè il 40%, che maggioranza non è? Sinceramente, mi piacerebbe conoscere i nomi (solo quelli) dei consiglieri di Bersani.

La supponenza la induce perfino a scrivere “È normale che la base del Pd abbia così poca fiducia nei dirigenti del Pd da mettere in dubbio tutta una strategia senza che sia successo niente che faccia pensare che sia cambiata?” Giro la domanda: è normale che il vertice del Pd (con i suoi consiglieri) abbia così poca fiducia del suo elettorato da non interpellarlo e non tenere in nessun conto le migliaia di firme in più appelli spontanei per candidare Rodotà nati ben prima dei recenti fatti? Pare quasi (pare) che lei consideri l’elettorato del Pd una massa confusa di minus habentes, sa?

Infine, c’è il punto circa “Marini è vecchio”, dove, bontà sua, riconosce che il vero senso dell’espressione è “Marini appartiene a un mondo che non c’è più” per controbattere abilmente (così crede) “siamo sicuri che Rodotà sia ‘Gente’? Siamo sicuri che Prodi sia ‘Gente’?” Ecco, credo che la risposta l’abbia avuta. E la decisione di proporre Prodi accolta stamattina con entusiasmo dal popolo del Pd dovrebbe averla convinta, si spera, e indurla a un filino di autocritica.

Ultimo punto, “Non posso votare un democristiano”. Con sua massima sorpresa, opino, sono del tutto d’accordo con lei. E’ ora, e dev’essere ora o mai più, che tutte le vecchie e sorpassate anime del Pd si ricongiungano e si fondano in una sola. E’ quella che i nostri elettori si aspettano, anzi, esigono e prima di loro iscritti e soci fondatori, ai quali mi onoro di appartenere.

Piero Filotico
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Tutti pazzi per Marini

L’HUFFINGTON POST – 18/04/2013 11:24

Ho imparato da anni la regola, e la seguo: quando non ti capiscono è sempre colpa tua. Per cui mi prendo la mia parte di responsabilità (che è molto più piccola di quanto appare, solo che io ci metto sempre la faccia). Tuttavia, siccome sono molte le cose che anch’io non capisco, siccome mi chiedo se siamo tutti impazziti, siccome credo nelle parole al punto da averne fatto il mio mestiere, provo a spiegare anch’io le mie ragioni e i miei pensieri. Se continueremo a non capirci, almeno ci avrò provato. Dopodiché, se non ci capiamo più, vorrà dire che è ora di metterci a fare altro. Naturalmente io per prima.

Le cose che non capisco

L’innamoramento collettivo per Rodotà: mail bombing, social network, telefonate, la contestazione davanti al posto della riunione dei grandi elettori di centrosinistra coi fogli scritti a penna con sopra “Rodotà o non vi voteremo MAI PIU’!” (non era proprio una folla a dire il vero. Ma un po’ di gente c’era). Io li ho guardati in faccia, ieri sera. E pensavo: “Ma che ne sapete voi di chi è Rodotà? Ma citatemi un suo articolo, un concetto del suo pensiero, un merito civile”. Non perché non ce ne siano, ma perché mi risulta difficile pensare che Stefano Rodotà sia una persona così popolare. Non lo sapevo fino a ieri. Lo dico senza volerne sminuire le battaglie civili: non pensavo fosse un’icona pop. Le ho guardate in faccia quelle persone. Non le ho capite, non so chi sono. Non sono una di loro. (Stamani qualcuno dice che sono stati riconosciuti in quella piccola folla elettori e dirigenti di Rivoluzione civile, cioè gente che il Pd non l’ha votato, altro che “non vi voteremo mai più”. Mi limito a registrare il dato, e a suggerire una domanda: siamo sicuri che non ci sia qualcosa di organizzato in tutta questa storia?).

Rodotà stesso: questo giurista nobile e austero, in prima linea in tante battaglie civili, che scrive su Repubblica. NON DICE UNA PAROLA. Viene scelto in un modo oscuro e un po’ gaglioffo, dopo una consultazione fatta non si sa da chi e da quante persone, fuori da ogni procedura democratica. Non si sa quanti hanno votato, non si sa quanti voti ha preso, non è arrivato neanche primo. Grillo lo candida sputando i peggiori insulti contro quello che dovrebbe essere il suo partito (di Rodotà, almeno così si dice), contro le persone del suo partito (sempre di Rodotà), rifiutando anche solo di incontrarsi per discutere con i rappresentanti del suo partito (di Rodotà). A quale idea di democrazia e a quale modello costituzionale corrisponde questa candidatura? E lui, Rodotà, non dice NIENTE. Non ha niente da dire. Neanche che accetta la candidatura, o che non l’accetta. Niente.

L’onda nel Pd: razionalmente, cosa è successo ieri? Berlusconi ha detto sì al nome proposto dal Pd. A un nome DEL PD, a un ex segretario di partito, a uno che ha messo sempre la faccia con noi, a uno che ha spaccato la Dc per non andare con Berlusconi. A uno che ha resistito, nella ridotta dei popolari, a uno che ha costruito la Margherita, a uno che ha fatto nascere il Pd, a uno che ha guidato il senato più litigioso della storia della Repubblica. È il famoso “metodo De Mita” che miracolosamente sembra funzionare, quello che consentirebbe di eleggere il presidente al primo scrutinio, di dare un segnale di vita delle istituzioni nel Vietnam che sta diventando questo paese. Quel metodo in virtù del quale i comunisti di allora (nel senso che allora erano comunisti) votarono non un sindacalista cattolico da sempre in prima linea sul fronte sociale, ma COSSIGA: quello con la Kappa. Non so se mi spiego. Eravamo partiti, due mesi fa, con Berlusconi che diceva se la sinistra vuole andare al governo al Quirinale devo andarci io, o al limite Gianni Letta. Arriviamo a Marini, ok? Io per esempio ancora non ci credo che abbia accettato Marini. A meno che non scommettesse sul fatto che noi fossimo così IDIOTI da andarci a mettere nei guai da soli. Favore che noi, naturalmente, gli facciamo puntualmente. È razionale tutto questo? Me lo chiedo, davvero.

Vi siete messi d’accordo con Berlusconi: veniamo alla colpa del Pd, quella che ha fatto imbufalire la base: su Marini c’è stato un accordo con Berlusconi. Cioè il Pd ha fatto quello che dice da settimane, cercare un nome DEL PD che potessero votare anche centro e centrodestra, come prescrive la costituzione per i primi tre turni. E a chi doveva dire sì Berlusconi, a Fassina? Dove sta lo scandalo? Marini è un garantista, è un moderato, ma nessuno può considerarlo un infiltrato di Berlusconi, come dicevamo. Dice ma avete sempre detto no agli inciuci. E infatti. Il governo non c’entra, non è cambiato niente. Come si fa a pensare che il Pd ora dica di sì a ciò a cui da mesi dice di no? Perché dovrebbe, cosa dovrebbe essere cambiato? È normale che la base del Pd abbia così poca fiducia nei dirigenti del Pd da mettere in dubbio tutta una strategia senza che sia successo niente che faccia pensare che sia cambiata? Perché la condivisione delle scelte istituzionali non ha niente a che vedere con quelle di governo, Bersani l’ha detto anche in cinese, per settimane. Dice ma perché con Berlusconi e non con altri? Perché senza il centrodestra i numeri non ci sono. Scelta civica non ci sta, e centrosinistra e Cinquestelle, anche volendo, non hanno i numeri per eleggere Rodotà nelle prime votazioni.

Marini è vecchio: veramente non è più vecchio di Rodotà, che faceva politica da prima di lui. Lo stesso Romano Prodi non è poi così tanto più giovane. Presidenti tanto giovani poi non ne abbiamo mai avuti, mi pare. Ma vado oltre il dato anagrafico: lo so bene che “Marini è vecchio” significa: “Marini appartiene a un mondo che non c’è più”, quando non: “Marini è Kasta”. Mi chiedo: siamo sicuri che Rodotà sia “Gente”? Siamo sicuri che Romano Prodi sia “Gente”? E mi fermo qui, anche perché non ho niente contro chi ha servito lo stato e quindi giustamente ha e ha avuto ottimi incarichi e una bella pensione.

“Non posso votare un democristiano”: ho lasciato per ultimo l’argomento più doloroso, anche se sono una minoranza, tra quelli che criticano, coloro che lo usano. Mi sono attirata molti insulti per aver risposto su twitter che non permetto a nessuno di dire che Marini non appartiene alla comunità politica del Pd. Con molta semplicità: chi dice questo non solo non si ricorda di aver votato Cossiga, ma non ha la più pallida idea di cosa sia il Pd, della sua storia, della sua identità. Lo dico io, che vengo da una famiglia democristiana e che voterei – e che ho votato – qualunque ex comunista per qualsiasi carica politica e istituzionale. Se prevale questa idea, il Pd è già finito, e onestamente non so se è solo per gli errori del gruppo dirigente.

http://www.huffingtonpost.it/chiara-geloni/tutti-pazzi-per-marini_b_3107104.html

Lettera aperta alla signora Bersani

18 Apr

Riceviamo e, volentieri, pubblichiamo.

 

Gentile Signora Bersani,

prima di tutto mi perdoni questa intrusione nel Suo privato, ma non potevo fare altrimenti. E’ da ieri che mi arrovello su una domanda cui solo Lei può rispondere. E’ una domanda semplice, banale, dalla cui risposta dipende molto, certo molto di più di quanto Lei possa immaginare.

Cosa è successo? Cosa è successo a Suo marito? Quali epici sommovimenti possono averlo condotto fino a a tradire le convinzioni (“mai con Berlusconi”) espresse con solennità e (apparente) sincerità fino a poco prima? Cosa mai può averlo indotto ad abbracciare improvvisamente il Caimano e tutto il cumulo dei suoi (del Caimano) carichi pendenti, delle leggi ad personam, di vent’anni spesi a denigrare le istituzioni, a demolire moralmente, economicamente, socialmente, culturalmente, la nostra Italia? Cosa mai può essere successo per aver convinto il segretario del più grande partito italiano a rinnegare una vita per la sinistra, una coerenza che fino a ieri appariva granitica? ? A rimangiarsi sorridendo (mi riferisco alle foto di oggi sottobraccio al segretario del PdL) vent’anni di coraggiosa e strenua opposizione?

Converrà con me, gentile Signora, che non sono interrogativi dappoco e converrà anche, ne sono certo, che elettori e militanti del Partito democratico abbiano diritto a una risposta: risposta che finora Suo marito non pare affatto disposto a fornire. Ecco perché mi rivolgo a Lei: solo Lei può aiutarci, Lei può contribuire  – dando una qualsiasi accettabile spiegazione – a lenire se non altro l’amarezza, la delusione e perfino ad attenuare l’indignazione che in questo momento ci sommergono.

Va da sé che qualora dovesse trattarsi di questioni personali e familiari che hanno scosso e turbato Suo marito fino a condurlo ad un comportamento tanto assurdo e inspiegabile non insisterò e rispetterò il Suo silenzio. Sarà doveroso da parte mia. Mi permetta tuttavia un’ultima domanda: come è rimasta Lei, qual’è stata la Sua reazione quando da Suo marito Le sono state anticipate  (perché lo ha fatto, nevvero?) – le sue intenzioni? Se lo aspettava o è rimasta – come almeno mezza Italia (non solo quella di sinistra, ovvio) – dolorosamente colpita? E aveva forse notato, nei giorni precedenti, qualche segnale premonitore, qualche inquietudine, qualche più o meno latente segno di nervosismo? E non pensa che giunti a questo punto sarebbe quanto meno opportuno invitare suo marito a dare le dimissioni da segretario del Pd tralasciando per qualche tempo gli altri incarichi e prendersi un periodo di riposo?  Trascorso il quale, infine,  non crede Lei che sarebbe meglio per tutti, e prima di tutto per lui, se Suo marito desse un definitivo addio alla vita politica, incluso il seggio in Parlamento?

Gentile Signora non so come ringraziarLa per la pazienza che ha avuto leggendomi fin qui. Ma sono ormai un anziano signore che avrebbe voluto finire i suoi giorni in un Paese rispettabile e rispettato e non intende rassegnarsi: la vita e un inguaribile ottimismo mi hanno insegnato che c’è sempre il tempo e i modi per recuperare. Basta volerlo.

Con la mia viva stima e tutta la solidarietà che Ella merita, mi permetta di inviarLe i miei più cordiali saluti.

Piero Filotico

Socio fondatore del Partito democratico

Membro del coordinamento del circolo Ponte Milvio di Roma

pierofilotico@alice.it

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Non basta ancora, puoi far di peggio Pierlui’

18 Apr

MAK Bersani

La vergogna dei traditori

18 Apr

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Vivere, non rassegnarsi

17 Apr

“La speranza, al contrario di quel che si crede, equivale alla rassegnazione. E vivere non è rassegnarsi.”

Albert Camus

Camus

La Paura e il Coraggio

17 Apr

“Un giorno la Paura bussò alla porta.
Il Coraggio si alzò e andò ad aprire: non c’era nessuno.”

Martin Luther King
m. l. king

Ha ragione Barbara Spinelli: la sinistra ha solo una scelta per il Quirinale

17 Apr

Ancora una volta non si può che restare gradevolmente stupiti dalla lucidità con cui Barbara Spinelli analizza le situazioni e dalla chiarezza con cui motiva i suoi pensieri. Oggi su Repubblica spiega alla sinistra perchè non abbia scelte per l’elezione del Capo dello Stato: occorre una figura che possa impersonare un aperto distacco col passato e gettare così le fondamenta per il ‘partito nuovo’ preconizzato da Barca. Non ci sono altre scelte.

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IL CORAGGIO DELLA SOLITUDINE

di BARBARA SPINELLI

Se la sinistra di Bersani e Vendola ha memoria della propria storia migliore, se vuole rinnovarsi ascoltando quel che tanti cittadini desiderano, non ha davanti a sé molte vie ma una, nell’elezione del nuovo capo dello Stato. Non può che scegliere un Presidente che nell’ultimo ventennio abbia avversato l’anomalia berlusconiana, e pensato più di altri l’intreccio fra crisi economica, crisi della democrazia, crisi della legalità, crisi dell’informazione, crisi dell’Europa.

Non può che meditare sul vincitore finale delle Quirinarie di Grillo: Milena Gabanelli è emblema dell’indipendenza giornalistica, della lotta alla corruzione, e di tale indipendenza e lotta la nostra democrazia ha bisogno come dell’aria, per tornare a respirare. Non può che votare uno dei tre nomi politicamente forti emersi dal dibattito nel Movimento 5 Stelle: Stefano Rodotà, o Romano Prodi, o Gustavo Zagrebelsky. Non li ha inventati Grillo questi nomi, non sono suoi: sono figli – soprattutto i primi due – della sinistra. Non è faziosità difenderli.

In passato cosa ha contato che Einaudi, Pertini, e poi Scalfaro, Napolitano, fossero stati “di parte” prima dell’elezione? Solo la persona pesa, non l’astuto reticolo di accordi che l’intronizza. Eletto al primo turno, Cossiga fu pessimo Presidente. Il timore d’apparire partigiano rischia di immobilizzare il Pd, accentuando un attaccamento a larghe e sotterranee intese che l’hanno consumato fino a polverizzarlo. La ricerca di brevi vantaggi, la spartizione di cariche e potere: ecco cosa regala il connubio con una destra numericamente pari a Grillo, ma ben più potente e ricattatoria di lui. I tre contendenti citati sono europeisti, hanno come bussola la Costituzione, sono stimati fuori Italia, e non partecipano al coro conformista che bolla 5 Stelle come antipolitica. Uno di essi, Zagrebelsky, ha detto: “Antipolitica è parola violenta e disonesta”. Altri nomi sono possibili, purché l’identikit sia lo stesso.

L’accordo fra sinistra e 5 Stelle sul nome del Presidente è infecondo solo se teniamo il naso schiacciato sull’oggi, anzi sull’ieri (le larghe intese erano solo con la destra). Se guardiamo lontano, se vediamo lo sfaldarsi del Pd non come una sciagura ma come un’opportunità, l’accordo con Cinque Stelle può essere reinvenzione democratica. Tra le righe è quel che dice Fabrizio Barca, nel programma presentato il 12 aprile in favore di un Pd disfatto e rifatto a nuovo.

I militanti di 5 Stelle preconizzano ad esempio l’immissione nella democrazia rappresentativa di esperienze sempre più estese di democrazia deliberativa, diretta. Non siamo lontani dallo sperimentalismo democratico che secondo Barca deve innervare il futuro Pd, e abituarlo ad ascoltare quel che la cittadinanza vuole poter discutere e decidere fra un voto e l’altro. I due termini sono diversi ma non la sostanza, che rimanda tra l’altro all’Azione Popolare teorizzata da Salvatore Settis. Ambedue puntano il dito sull’odierna anchilosi dei partiti. Ambedue pensano la crisi come svolta positiva, e nell’impoverimento della nostra economia scorgono una realtà non occultabile ma nemmeno fatale, se altri modelli di sviluppo saranno sperimentati in Italia e in Europa.

L’imminente elezione del Presidente è una di queste occasioni, da cogliere allungando la vista ed evitando di scoraggiarsi in anticipo. L’accordo con Grillo è difficile, dicono: ma non è del tutto escluso che sia possibile, se il Pd considererà come proprio uno dei nomi usciti dalle Quirinarie, e accetterà all’inizio di restare in minoranza. Alla quarta votazione, quando basterà la maggioranza semplice, un nome non partitico potrebbe passare.
L’occasione è tutto, dunque. Ma ci sono due metodi per affrontarla, analizzati da Barca: il metodo minimalista, o quello sperimentale-deliberativo. Il primo si adagia sullo status quo: ha la forza delle abitudini ai vecchi ordini. Il secondo tenta nuove vie, prova e riprova imparando da conflitti e errori.

Chi adotta il metodo minimalista non crede che lo Stato possa molto, per curare la democrazia malata o attenuare la povertà sociale. Quel che gli importa, è preservare una chiusa élite (di esperti politici, di tecnici) che prenderà decisioni senza curarsi se funzionino, convinta com’è che i piani di austerità daranno ineluttabilmente frutti anche se immiseriscono popoli interi.

Il candidato al Colle preferito da simili élite non deve essere popolare, non deve nemmeno rappresentare un emblema ideale per i cittadini: deve essere abile, e soprattutto omogeneo alle oligarchie che lo faranno re. Meno popolare sarà, più sarà scongiurato il pericolo, temuto dai benpensanti del vecchio ordine, del populismo. A parole, i minimalisti si augurano uno Stato leggero, non invadente. Nei fatti, le oligarchie partitocratiche vivono in osmosi con lo Stato e rendono quest’ultimo più che pervasivo, indifferente alla voce di chi (localmente, nelle Azioni Popolari, nei voti online) reclama cambiamenti.

Tutt’altra l’idea degli sperimentatori, o della democrazia deliberativa: è il metodo sfociato nel voto, da parte degli attivisti di M5S, dei candidati al Colle. L’esperimento è difficile, ma innovativo e molto più onesto di quel che era stato pronosticato. Non tutti i candidati vincenti erano graditi ai vertici del Movimento: tuttavia il verdetto è stato accolto democraticamente e con responsabilità istituzionale.

Molte cose sono state dette, nei giorni scorsi, liquidatrici delle Quirinarie e d’una prassi deliberativa che avrebbe fatto cilecca. È la miopia di chi non intuisce l’ovvia difficoltà dei nuovi inizi. È la miopia di chi rifiuta di istituire subito le Commissioni parlamentari chieste dal M5S. I cittadini chiedono misure rapide contro la crisi, ma i partiti restano sordi: prima devono sapere come lottizzare posti e presidenze, cosa impossibile se non si sa il governo che verrà! La verità, pochi la dicono. Interessante non è il marchingegno più o meno fuorviante del voto in rete a due turni. Interessante è che dovendo indicare ben 10 nomi, un movimento qualificato di fascista, o demagogico, o populista, non sia stato in grado di trovarne neppure uno sfacciatamente demenziale o di estrema destra.

Stupidità fanfaronesche s’incrociano spesso sul web. Ma ancor più funeste dilagano nei non meno virtuali palazzi del potere. Le cerchie partitiche, o tecniche, mostrano una conoscenza del pubblico interesse infinitamente meno vigile. Sono le cerchie contro cui si scaglia Barca, quando denuncia i “partiti di occupazione dello Stato, dove si vende e si compra di tutto: prebende, ruoli, pensioni, appalti, concessioni, ma anche regole, visioni, idee”. Berlinguer usò parole quasi eguali, quando ruppe col compromesso storico e denunciò la degenerazione dei partiti, Pci compreso (“I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo”, disse a Eugenio Scalfari su Repubblica, il 28-7-81).

Perfino sull’articolo 67 della Costituzione, giudicato comunemente intoccabile ma criticato da Grillo, Barca sembra dubbioso: vero è che i costituenti respinsero il “vincolo di mandato” dei parlamentari, ma non all’unanimità. Il comunista Ruggero Grieco difendeva la libera coscienza dei deputati, ma sosteneva che l’esclusione di ogni vincolo “favorisce il sorgere del malcostume politico”. Il ventennio berlusconiano non gli ha dato torto.

Non sappiamo ancora se le strade di Barca e di Grillo si incontreranno. Se dall’eventuale incontro la democrazia uscirà più forte. Se il M5S intirizzirà, a forza di rifiutare alleanze. Resta che l’Italia ha bisogno di sperimentatori, non di minimalisti. Che solo i primi sono in grado di guardare in faccia la crisi, e di mutare anche l’Europa. Di ripensare l’austerità come aveva provato Berlinguer nel 1977, quando il capitalismo aveva appena cominciato a vacillare.

© Riproduzione riservata (17 aprile 2013)

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gli indomabili di Marconi. Zero sconti.

Nel mio mestiere o arte scontrosa

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manginobrioches

Il cuore ha più stanze d'un casino

Testi pensanti

Gli uomini sono nani che camminano sulle spalle dei giganti. E dunque, è giusto citare i giganti.

Invece Sempre

(Ovvero Federica e basta)

ASPETTATI IL MEGLIO MENTRE TI PREPARI AL PEGGIO

(Cit. del Generale Aung San, leader della indipendenza birmana)

Valigia Blu

Riflessioni, commenti, divagazioni di un contemporaneo. E altro.

Internazionale

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