Tag Archives: Corte Costituzionale

La Corte e l’art. 18

12 Gen

consultapalazzoIl titolo di questo post è tratto da un articolo scritto da Domenico Gallo, presidente del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale,  per Micromega.
Lo propongo a quanti, io tra di essi, sono rimasti a dir poco delusi dalla sentenza della Consulta circa la non ammissibilità del referendum sull’art.18.

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Se la politica non funziona, se le domande di diritti non vengono ascoltate dagli organi della democrazia rappresentativa, inevitabilmente si carica un peso da novanta sugli organi giurisdizionali di garanzia che non sempre sono in grado di reggerlo. In particolare una responsabilità particolarmente delicata è calata sulla Corte costituzionale che negli ultimi anni è dovuta intervenire più volte, in contrapposizione all’establishment politico, per tutelare l’ordinamento dagli effetti nefasti delle leggi ad personam e i diritti dei cittadini compressi dall’uso disinvolto dei poteri governativi.

Addirittura la Corte costituzionale, con la sentenza n. 1/2014 è stata costretta ad intervenire in un terreno gelosamente custodito dalla politica, quale il funzionamento dei sistemi elettorali, per restituire ai cittadini l’eguaglianza nell’esercizio del voto ed il diritto di scegliere i propri rappresentanti, che la politica aveva sottratto al popolo sovrano per conferirlo ai capi di partito. In questi tempi difficili, caduti i rimedi della politica, venuti meno i partiti di massa a base popolare, indeboliti i corpi intermedi, reso impermeabile il Parlamento alle voci del popolo, la Corte costituzionale è l’ultima spiaggia per la difesa dei diritti dei cittadini.

Per questo siamo fortemente delusi per la sentenza con la quale la Corte ha sancito l’inammissibilità del referendum promosso dalla CGIL volto a restaurare le garanzie dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, cancellate da una politica subalterna ai poteri finanziari, e richiesto da quasi un milione di cittadini.

Sull’importanza della posta in gioco è intervenuto il filosofo del diritto Luigi Ferrajoli che ha scritto: “È anzitutto in questione, con la garanzia reale della reintegrazione del lavoratore ingiustamente licenziato, la migliore e più rilevante attuazione dell’art. 1 della Costituzione che fa del lavoro il fondamento della Repubblica. Non si tratta, infatti, di una qualsiasi garanzia. Si tratta di un principio che, anche con gli artt. 4 e 35 della Costituzione e con l’art. 30 della Carta dei diritti dell’Unione Europea, ha cambiato radicalmente la natura del lavoro, non più trattabile come una merce, ma trasformato in un valore non monetizzabile. Il referendum in discussione intende difendere questo valore su cui si fonda la Repubblica, affidando tale difesa al voto degli elettori, cioè all’esercizio diretto della sovranità popolare. (..) La sostituzione, operata dalle norme sottoposte al referendum, della garanzia reale della reintegrazione nel posto di lavoro del lavoratore licenziato senza giusto motivo con la garanzia patrimoniale del pagamento di una somma di denaro ha annullato la dignità del lavoro, trasformando il lavoratore da persona in cosa, dotata non già di un valore intrinseco ma di un valore monetario. Nel momento in cui si dà un prezzo all’ingiusto licenziamento, cioè alla persona di cui il datore di lavoro intende sbarazzarsi come se fosse una macchina invecchiata, si toglie dignità al lavoro e alla persona del lavoratore trasformandoli in merci.”

La tesi dell’inammissibilità del referendum – che evidentemente la Corte ha accolto – si basa sul supposto carattere innovativo o propositivo della normativa che sarebbe risultata dall’abrogazione delle norme contestate. Tale tesi venne respinta dalla Corte Costituzionale con la sentenza  n. 41 del 2003, che ammise un referendum sull’estensione dell’articolo 18 di portata innovativa e propositiva ancor più ampia di quella proposta dalla richiesta attuale. Dopo 14 anni, la Corte ci ripensa ed impedisce il referendum. In questo modo toglie le castagne dal fuoco alla politica, salvando le scelte liberiste di queste classi dirigenti, ma viene meno alla sua funzione di guardiana della Costituzione, dimostrando che nel lungo periodo la salvezza non può venire dai giudici.

Domenico Gallo

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Riforme e demagogia

23 Set

Dal dizionario di Repubblica:

demagogia
[de-ma-go-gì-a]
s.f. (pl. -gìe)

1 Degenerazione del concetto di democrazia, in cui si ricerca il consenso delle masse popolari puntando sull’emotività, i pregiudizi e le suggestioni, piuttosto che sulla razionalità delle soluzioni.
2 estens. Pratica politica finalizzata alla pura ricerca del consenso, attraverso promesse non realizzabili o la soddisfazione di minimi bisogni immediati, spacciati per decisivi: fare della d.

Valerio Onida, presidente emerito della Corte costituzionale, a proposito della riforma costituzionale ha dichiarato:

“Ridurre il numero dei parlamentari può essere qualcosa a cui guardare in vista di una buona rappresentatività e anche di una funzionalità delle Assemblee. E questo avrebbe potuto portare a considerare eventualmente una riduzione del numero dei componenti di entrambe le Camere. Così come hanno fatto, invece, si tratta di una mossa demagogica, senza riguardo per i criteri di rappresentatività territoriale né per i criteri di funzionalità.

La venatura demagogica che pervade tutta la riforma è sintetizzata dal titolo, che cita la ‘riduzione del numero dei parlamentari’ (e non di una Camera sola), e ancora il ‘contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni’, come se le istituzioni si riformassero per risparmiare sulle spese.”

Non c’è bisogno di aggiungere altro.

bandiera-costituzione

La Corte Costituzionale: più degli incassi dell’azzardo legalizzato vale la tutela dei consumatori

2 Apr

E’ con immensa soddisfazione che leggo sul sito di VITA questa notizia segnalatami da Benedetta Rinaldi Ferri. La Corte Costituzionale (e chi altri sennò? Il governo? Lo Stato? Beati voi) ha emesso una sentenza avverso il ricorso della società  B Plus Giocolegale ltd  contro una disposizione dell’ AAMS che aveva modificato i parametri del bando di gara. La sintesi è questa (sul sito di Vita il link alla sentenza in originale). Non è molto, si dirà, ma almeno c’è  qualcuno che pensa finalmente alla salute dei cittadini e alla loro difesa.

Nel merito , ricostruito il complesso quadro normativo, [la Corte] ha osservato che l’attuale disciplina delle concessioni per la raccolta e gestione del gioco lecito è improntata alla tutela di rilevanti interessi pubblici, indicati nel comma 77 dell’art. 1 della legge n. 220 del 2010 (la garanzia di trasparenza, la pubblica fede, l’ordine pubblico e la sicurezza, la salute dei giocatori, la protezione dei minori e delle fasce di giocatori adulti più deboli, la protezione degli interessi erariali circa i proventi del gioco ed il contrasto alle infiltrazioni della criminalità organizzata), che giustificano un più severo ed attento regime di controlli dei soggetti i quali eseguono tali attività per conto dello Stato, anche con riguardo ai requisiti soggettivi e patrimoniali che devono possedere.

Appello ai cittadini, unici titolari della sovranità popolare

10 Mar

Costituzione GUToglieteci tutto, ma non la democrazia!

Introduzione  di Domenico Gallo, presidente del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, all’Assemblea  pubblica del CDC  “Costituzione bene comune”.
Camera dei Deputati, sala della Regina, il 9 marzo 2015

“Per liquidare i popoli si comincia con il privarli della memoria. Si distruggono i loro libri, la loro cultura, la loro storia. E qualcun altro scrive loro altri libri, li fornisce di un’altra cultura, inventa per loro un’altra storia. Dopo di che il popolo s’incomincia lentamente a dimenticare quello che è e quello che è stato. E il mondo intorno a lui lo dimentica ancora più in fretta!”.

Queste parole dello scrittore ceco Milan Kundera si attagliano in modo particolare al nostro Paese, dove da oltre 20 anni è in corso un processo di liquidazione della memoria che in questo tempo contorto si è trasformato in un vero e proprio uragano e si appresta a cogliere la sua vittoria definitiva attraverso una incisiva controriforma della democrazia costituzionale attuata mediante l’interazione fra la riforma elettorale e la revisione della Costituzione.

Nelle Costituzioni c’è la memoria storica dei popoli. Nella Costituzione italiana c’è la memoria del risorgimento e della Repubblica romana, c’è la memoria delle conquiste liberali, c’è la memoria delle contraddizioni e dei limiti dello Stato monarchico che portarono all’avvento del fascismo, c’è la memoria delle nefandezze del fascismo, che sono state ripudiate, c’è la testimonianza viva della passione e delle speranze della lotta di liberazione, che incarnano il lascito della Resistenza.
Dietro ogni articolo di questa Costituzione, – diceva Calamandrei nel famoso discorso agli studenti il 25/1/1955 – o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, cha hanno dato la vita perché libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta.
Mettere mano alla Costituzione significa confrontarsi con quel patrimonio di beni pubblici repubblicani che ci è stato tramandato dalle generazioni passate, come testamento di centomila morti, perchè noi lo curassimo, lo mettessimo a frutto e lo consegnassimo, a nostra volta, alle generazioni future. Ebbene, in quel patrimonio, la giustizia, l’eguaglianza, la dignità umana non sono solo rivendicate, ma sono istituite e garantite attraverso una trama istituzionale che le rende resistenti alle insidie e alle sfide del tempo.

Se i principi fondamentali della Costituzione sono antitetici rispetto a quelli proclamati o praticati dal fascismo, tuttavia è l’architettura del sistema istituzionale che fa la differenza ed impedisce che, ove mai giungano al governo forze politiche caratterizzate da cultura o aspirazioni antidemocratiche (è proprio quello che si è verificato nel corso degli ultimi vent’anni in Italia), queste forze possano realizzare una trasformazione autoritaria delle istituzioni, aggredendo il pluralismo istituzionale o l’eguaglianza e i diritti fondamentali.

La Costituzione ha insediato la libertà che ci è stata donata dalla Resistenza, rendendo impossibile ogni forma di “dittatura della maggioranza”. Proprio per questo negli ultimi venti anni da un vasto arco di forze politiche la Costituzione è stata vissuta come un impaccio, come una serie di fastidiosi vincoli, di cui sbarazzarsi per restaurare l’onnipotenza della politica. Quale sia il modello di ordinamento a cui puntano le forze politiche che ormai da un ventennio si avvicendano al Governo del Paese, ce l’ha detto Silvio Berlusconi con la consueta franchezza che lo contraddistingue. Qualche anno fa, nel corso di un dibattito pubblico alla presentazione di un libro di Bruno Vespa sui precedenti Presidenti del Consiglio, Berlusconi dichiarò testualmente: “Tra tutti gli uomini di cui si parla in questo libro, c’è un solo uomo di potere, ed è Mussolini. Tutti gli altri, poteri, non ne hanno, hanno solo guai. Credo che se non cambiamo l’architettura della Repubblica non avremo mai un premier in grado di decidere, di dare modernità e sviluppo al Paese” (Corriere della Sera, 12 dicembre 2007).

Col tramonto di Berlusconi non è tramontata la sua concezione delle istituzioni e la politica ha continuato a perseguire l’obiettivo di demolire l’architettura dei poteri pubblici come configurata dalla Costituzione, cioè il pluralismo istituzionale ed il sistema dei pesi e contrappesi, per concentrare i poteri supremi di direzione della politica nazionale nelle mani di un unico decisore politico. Oggi si è messa in moto una grande macchina mediatica che vuole farci accettare l’idea che l’abolizione del Senato o la sua trasformazione in una sorta di Conferenza Stato-Regioni sia un grande risultato per la democrazia italiana e che le elezioni siano una sorta di lotteria popolare che serve per investire un capo politico del potere di governare e legiferare senza limite alcuno.

Dobbiamo dirlo chiaro e forte!
Se finora abbiamo conservato la libertà, se il percorso politico verso la dittatura della maggioranza non è riuscito a quelle forze politiche che avevano come modello l’architettura istituzionale realizzata da Mussolini, questo è avvenuto perchè hanno resistito le garanzie che saggiamente i Padri costituenti hanno posto a presidio della libertà.
Ha resistito la Corte Costituzionale, ha resistito, salvo che negli ultimi anni, la garanzia politica incarnata dal ruolo del Presidente della Repubblica, ha resistito il sistema dell’indipendenza della magistratura che ha svolto una funzione di argine agli abusi dei leaders politici, ha resistito, malgrado le distorsioni a cui è stato sottoposto, il pluralismo nell’informazione, mentre il sistema del bicameralismo, pur in presenza di un Parlamento nel quale è stata annichilita la rappresentanza, ha consentito di rallentare e rendere più meditata la decisione politica, dando la possibilità alla società civile di interloquire con i suoi rappresentanti istituzionali per correggere le scelte più inaccettabili. Proprio l’esperienza storica di questi ultimi anni ci ha insegnato che, se non vi fosse stato il bicameralismo, sarebbero divenuti legge progetti folli, approvati da un ramo del Parlamento, come l’espulsione di migliaia di fanciulli dalle scuole italiane, come il c.d. “processo breve” che consegnava la resa dello Stato alla mafia, o la c.d. legge bavaglio, che disarmava la polizia e la magistratura dei mezzi di investigazione moderni, aprendo la strada all’impunità.

Dopo che la Corte Costituzionale ha dato il massimo contributo possibile alla difesa della democrazia nel nostro paese, cancellando gli istituti più ingiuriosi (per i diritti politici dei cittadini) del porcellum, viene riproposta nuova legge elettorale che va in direzione ostinatamente contraria alla Costituzione italiana e alla coraggiosa sentenza della Corte Costituzionale ed è perfino peggiorativa del porcellum perchè recupera una innovazione introdotta da una legge del 1923, il premio di maggioranza alla lista più votata, che consentì ad un unico partito di controllare insieme il Parlamento ed il Governo, realizzando il massimo della governabilità con i risultati che tutti noi conosciamo.

L’impostazione antitotalitaria della Costituzione del 1948 nasce dalle dure lezioni della storia ed è dissennato considerarla obsoleta, sol perche le esperienze totalitarie del 900 sono tramontate. Consegnare il controllo del parlamento e del governo nelle mani di un unico partito o di un unico capo politico, ci consente di conservare la libertà solo a patto che sia virtuoso il soggetto politico a cui conferiamo tali prerogative. Ma l’esperienza della nostra storia recente dovrebbe farci dubitare della virtuosità dei soggetti politici in campo. Abbiamo dimenticato che soltanto qualche anno fa a un ministro della difesa, intervenendo alla cerimonia dell’8 settembre in ricordo dei caduti per la difesa della città di Roma, gli scappò di fare l’elegio dei combattenti della Repubblica di Salò? Abbiamo dimenticato che soltanto pochi giorni fa un leader politico che, come avveniva in Germania negli anni 30 del secolo scorso, ha trovato negli stranieri il capro espiatorio della crisi, ha riunito le sue truppe, fra un tripudio di croci celtiche e di saluti romani?
Per quale motivo noi dobbiamo rimuovere le valvole di sicurezza che tutelano l’edificio della democrazia e consegnare le chiavi nostra libertà nelle mani del soggetto politico minoritario che riceverà l’investitura popolare?

Come ha scritto Gustavo Zagrebelsky, noi: “sommessamente ma tenacemente continuiamo a pensare, con i nostri Costituenti, che la buona politica richieda più, non meno, democrazia, cioè più partecipazione e meno oligarchia, più aperture e meno chiusure ai bisogni sociali: i bisogni di chi meno conta nella società e perciò più ha diritto di contare nelle istituzioni”.
Toglieteci tutto, ma non la democrazia!

Roma, 9 marzo 2015

Il garantismo di comodo e la moglie di Cesare.

20 Set

Nelle “Vite” di Plutarco si racconta che Pompea, moglie di Cesare, fu sorpresa in compagnia di tale Clodio travestito da suonatrice durante i festeggiamenti per la dea Bona, riservati esclusivamente alle donne. Ne seguì che Cesare ripudiò Pompea e Clodio fu trascinato d’ufficio in tribunale. Chiamato a testimoniare e interrogato sulla circostanza, Cesare dichiarò che della questione non ne sapeva nulla, ma l’inquisitore insistette e gli chiese perhé mai avesse allora ripudiato la moglie. “Perchè la moglie di Cesare dev’essere al di sopra di ogni sospetto“, fu la risposta.

La Corte Costituzionale è il luogo dove si giudicano le leggi emanate dal Parlamento. Come ricorda un lettore attento oggi su Repubblica, non è un caso che dei 104 giudici che si sono succeduti alla Consulta solo  sei  erano ex-parlamentari. E ci sono altre ottime ragioni che da sole avrebbero dovuto trattenere i partiti interessati dal proporre l’on. Bruno (Fi) e il già presidente della Camera, Violante (Pd), non è vero?
Consulta REP (2)

Ma torniamo a Cesare. Può essere candidato alla nomina di giudice costituzionale l’on. Bruno,  indagato per truffa aggravata e concorso in interesse privato (con l’aggiunta di una consulenza di due milioni e mezzo)? E come può il Pd candidare Luciano Violante, di cui Travaglio sul Fatto disse che era ormai “un participio presente”?  E come possono, anche i più accaniti garantisti, assicurare la loro obbiettività mascherando l’evidente noncuranza per un minimo rispetto di istituzioni come la Corte Costituzionale? Ma so già che sono domande che rimarranno senza risposta, scavando ancora più in profondo la frattura tra politica e cittadini. E senza vergogna.

 

 

Una legge indecente e una classe politica sorda

5 Dic

Uno dei punti più bassi e maleodoranti della nostra storia repubblicana: la legge elettorale di Calderoli e il tempo impiegato per dichiararla incostituzionale, mentre per più di otto anni i partiti facevano finta di non sentire e prendevano per il culo gli elettori . Vedremo quanto ci metteranno ora per vararne una nuova e quale porcheria saranno capaci di architettare. Poi si stupiscono e fanno gli offesi, osano parlare di antipolitica.

Leggetevi questo post di Claudio Lombardi su civicolab.

Il capolavoro di un sistema malato

Dunque da otto anni la nostra democrazia è regolata da una legge elettorale incostituzionale. Leggi, nomine, cariche tutto è viziato dall’incostituzionalità. Migliaia di parlamentari eletti in tre legislature, le decisioni che sono state assunte, le risorse di cui ha disposto la classe politica negli ultimi otto anni alla luce della sentenza della Corte Costituzionale sono viziate e bollate come frutto di una violazione della Costituzione.

Questo è il capolavoro che è stato fatto sull’onda di una “conquista” della politica da parte di avventurieri senza scrupoli che hanno maneggiato le istituzioni e la legalità come strumenti per il loro potere e per il loro arricchimento.

Non bisogna mai dimenticare che il marchio di infamia della legge porcata lo porta il centro destra italiano guidato da Berlusconi che ha generato la peggior classe dirigente che l’Italia abbia mai avuto.

Purtroppo l’invenzione di quella legge elettorale ha fatto comodo anche ai partiti di opposizione che si sono guardati bene dal muovere una guerra senza quartiere per imporne l’abrogazione. Hanno traccheggiato per anni tra convegni, dichiarazioni e retorica senza mai imboccare la strada di un’azione chiara. Fino all’ultimo le chiacchiere hanno sostituito l’iniziativa politica e al massimo hanno prodotto disegni di legge da depositare in Parlamento sapendo che non sarebbero mai stati discussi.

La sentenza della Corte Costituzionale di oggi condanna un’intera classe politica alla vergogna.

A fianco della magistratura, senza dubbio alcuno

20 Set

Ieri Gaetano  Silvestri, il nuovo Presidente della Corte Costituzionale, ha dichiarato che oggi «non solo in Italia, c’é una tendenza a scaricare sul potere giudiziario decisioni che il potere politico non riesce a prendere«.

Dice oggi Napolitano: “I magistrati abbiano un’attitudine meno difensiva e più propositiva rispetto al discorso sulle riforme di cui la giustizia ha indubbio bisogno da tempo e che sono pienamente collocabili nel quadro dei principi della costituzione repubblicana”.

Condivido Silvestri e capisco sempre meno Napolitano.

Lettera aperta al nuovo Presidente della Consulta, Gaetano Silvestri

20 Set

Congratulazioni di tutto cuore, Presidente e sinceri auguri di buon lavoro. Ce n’è una bella mole che l’attende, ma gli italiani si aspettano da lei e dalla Corte che presiede soprattutto e prima di tutto che si ponga fine allo sconcio dell’attuale legge elettorale.

E’ con vero sollievo degli elettori che nelle sue dichiarazioni si è letto quello che tutti sanno, a partire da coloro che siedono nelle aule parlamentari: quella legge è un vero insulto al buon senso, all’equanimità, alla democrazia e ha prodotto innumerevoli danni all’Italia, rendendola ingovernabile e squalificando la figura dei nostri rappresentanti in Parlamento.

Il Paese non può più aspettare: lei lo sa e lo ha confermato quando ha dichiarato che c’è una tendenza a scaricare sul potere giudiziario decisioni che il potere politico non riesce a prendere.  Nella vita di una nazione ci sono momenti in cui i cittadini che ne hanno a cuore le sorti si assumono responsabilità anche gravose per contribuire a risolvere le crisi. Questo è uno di quei momenti e la Corte Costituzionale, per l’alto compito che assolve da sempre con serenità, saggezza e spirito di servizio, ha la possibilità di prendere quelle decisioni che inducano finalmente il Parlamento a legiferare, come è (in questo caso si dovrebbe dire “sarebbe stato”) suo compito.

Buon lavoro, Presidente. L’accompagnano, con i suoi colleghi, i migliori auspici dell’Italia che nonostante tutto ancora resiste e non si rassegna.

ParteCivile

marziani in movimento

Uguali Amori

Considering the situation, I am reasonably self-possessed

A Roma Si Cambia!

Culture e Competenze per l'Innovazione

nandocan magazine 1

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PD MARCONI ROMA11 (ex15)

gli indomabili di Marconi. Zero sconti.

Nel mio mestiere o arte scontrosa

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