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Il diktat alla Grecia visto da Mariana Mazzuccato

13 Lug

bandiera-greciaL’emergenza ellenica riguarda tutta l’economia, dai dati “macro” alle singole imprese. Ma l’ipocrisia tedesca e il rigore “copia e incolla” non servono: bisogna agire come la Germania post-1945. L’austerità non aiuta, come sapeva bene Keynes, però ai greci si chiedono tagli su tagli.

L’articolo di Mariana Mazzuccato su Repubblica di oggi è tutto in questa sintesi. E presenta lucidamente il dramma cui va incontro tutto il sogno dell’Europa Unita, soggiogata dal gretto e limitato interesse della potenza germanica e dei suoi gnomi. La Grecia si salva – posto che il suo Parlamento approvi in 48 ore le riforme imposte – ma solo per il momento. Dovrà continuare a pagare interessi su interessi, cedere in pegno il sistema bancario e altri assets, restare sotto l’arcigna guardianìa della Trojka, quella stessa che l’ha condotta sconsideratamente alla fame e alla disperazione.
Al popolo greco e al suo coraggioso leader Alexis Tsipras va tutta la mia solidarietà, per quel che può servire, ma alla Germania arrogante, ottusa e ingrata può andare solo il mio disprezzo.
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Solo lo spirito del Dopoguerra potrà salvarci dalla crisi eterna

L’emergenza ellenica riguarda tutta l’economia, dai dati “macro” alle singole imprese. Ma l’ipocrisia tedesca e il rigore “copia e incolla” non servono: bisogna agire come la Germania post-1945. L’austerità non aiuta, come sapeva bene Keynes, però ai greci si chiedono tagli su tagli

di MARIANA MAZZUCATO

Gli economisti si dividono in macroeconomisti e microeconomisti. I primi focalizzano la loro attenzione sugli aggregati, come l’inflazione, l’occupazione e la crescita del Pil. I secondi si occupano delle decisioni a livello individuale, che si tratti di un consumatore, di un lavoratore o di un’impresa. La crisi della Grecia pone al tempo stesso un problema macroeconomico e un problema microeconomico, ma le soluzioni di rigore “copia-incolla” proposte dai creditori non hanno affrontato l’enormità di nessuno di questi due problemi.

Alla fine degli anni Novanta la Germania aveva un problema di domanda aggregata (un concetto macroeconomico). Dopo un decennio di moderazione salariale, che aveva fatto calare il costo unitario del lavoro, ma anche il tenore di vita, non c’era più abbastanza domanda in Germania per i beni prodotti dalla Germania stessa, che quindi dovette andare a cercare domanda all’esterno. La liquidità in eccedenza nelle banche tedesche fu prestata all’estero, a banche straniere come quelle greche. Le banche greche prendevano i prestiti dalla Germania e prestavano a loro volta alle imprese greche per consentire loro di acquistare beni tedeschi, incrementando in tal modo le esportazioni teutoniche. Tutto questo ha fatto crescere tanto l’indebitamento del settore privato ellenico. Non a caso sono le banche tedesche a detenere una grossa fetta del debito greco (21 miliardi di euro).

Il fattore cruciale è che il maggiore indebitamento non è stato accompagnato da un incremento della competitività (un concetto microeconomico). Le imprese greche non investivano in quelle aree che fanno aumentare la produttività (formazione del capitale umano, ricerca e sviluppo, nuove tecnologie e cambiamenti strategici nella struttura delle organizzazioni). Oltre a questo, lo Stato non funzionava, per via della mancanza di riforme serie del settore pubblico. Pertanto, quando è arrivata la crisi finanziaria, il settore privato greco si è ritrovato altamente indebitato, senza la capacità di reagire.

Come altrove, questa massa di debito privato si è tradotta in un secondo momento in un debito pubblico di vaste proporzioni. Se è vero che il sistema greco era gravato di varie tipologie di inefficienze, è semplicemente falso che i problemi siano dovuti esclusivamente all’inefficienza del settore pubblico e a “rigidità” di vario genere. La causa principale è stata l’inefficienza del settore privato, capace di tirare avanti solo indebitandosi e sfruttando i “fondi strutturali” dell’Unione Europea per compensare la propria carenza di investimenti. Quando la crisi finanziaria ha messo a nudo il problema, il governo ha finito per dover soccorrere le banche e si è ritrovato a fare i conti con un tracollo del gettito fiscale, a causa del calo dei redditi e dell’occupazione. I livelli del debito in rapporto al Pil in Grecia, come in quasi tutti i Paesi, sono cresciuti in modo esponenziale dopo la crisi, per le ragioni che abbiamo detto.

La reazione della Trojka è stata di imporre misure di rigore, che come adesso ben sappiamo hanno provocato una contrazione del Pil greco del 25 per cento e una disoccupazione a livelli record, distruggendo in modo permanente le opportunità per generazioni di giovani greci. Syriza ha ereditato questo disastro e si è focalizzata sulla necessità di accrescere la liquidità incrementando le entrate fiscali attraverso la lotta contro l’evasione, la corruzione e le pratiche monopolistiche, nonché il contrabbando di carburante e tabacco. Ha accettato di riformare la normativa del lavoro, di tagliare la spesa e di alzare l’età pensionabile. Errori sono stati commessi dal giovane governo, ma certo non si può dire che non stesse facendo progressi, perché molte riforme avevano già preso il via. Anzi, nei primi quattro mesi di governo Tsipras il Tesoro ellenico aveva ridotto drasticamente il disavanzo e aveva un avanzo primario (cioè senza calcolare il pagamento degli interessi sul debito) di 2,16 miliardi di euro, molto al di sopra degli obbiettivi iniziali di un disavanzo di 287 milioni di euro.

L’austerità ha aiutato? No. Come sottolineava John Maynard Keynes, nei periodi di recessione, quando i consumatori e il settore privato tagliano le spese, non ha senso che lo Stato faccia altrettanto: è così che una recessione si trasforma in depressione. Invece la Trojka ha chiesto sempre più tagli e sempre più in fretta, lasciando ai greci poco spazio di manovra per continuare con le riforme intraprese e al tempo stesso cercare di accrescere la competitività attraverso una strategia di investimenti.

La crisi economica ha prodotto una crisi umanitaria a tutti gli effetti, con la gente incapace di acquistare cibo e medicine. Secondo uno studio, per ogni punto percentuale in meno di spesa pubblica si è avuto un aumento dello 0,43 per cento dei suicidi fra gli uomini: escludendo altri fattori che possono indurre al suicidio, tra il 2009 e il 2010 si sono uccisi «unicamente per il rigore di bilancio» 551 uomini. Syriza ha reagito promettendo cure mediche gratuite per disoccupati e non assicurati, garanzie per l’alloggio ed elettricità gratuita per 60 milioni di euro. Si è anche impegnata a stanziare 765 milioni di euro per fornire sussidi alimentari.

La priorità data da Syriza alla crisi umanitaria e il rifiuto di imporre altre misure di austerità sono stati accolti con grande preoccupazione e una totale mancanza di riconoscimento per le riforme già avviate. I media hanno alimentato questo processo e il resto è storia: quello che è successo poi, ovviamente, è stato abbondantemente raccontato dai giornali.

L’indisponibilità a condonare almeno in parte il debito greco è ovviamente un atto di ipocrisia, se si considera che al termine della guerra la Germania ottenne il condono del 60 per cento del suo debito. Una seconda forma di ipocrisia, spesso trascurata dai mezzi di informazione, è il fatto che tante banche sono state salvate e condonate senza che la cosa abbia suscitato grande scandalo fra i ministri dell’Economia. Oggi il salvataggio di cui avrebbe bisogno la Grecia ammonta a circa 370 miliardi di euro, ma non è nulla in confronto ai salvataggi internazionali messi in piedi per banche come la Citigroup (2.513 miliardi di dollari), la Morgan Stanley (2.041 miliardi), la Barclays (868 miliardi), la Goldman Sachs (814 miliardi), la JP Morgan (391 miliardi), la Bnp Paribas (175 miliardi) e la Dresdner Bank (135 miliardi). Probabilmente l’impazienza di Obama nei confronti della Merkel nasce dal fatto che lui conosce queste cifre! Sa perfettamente che quando il debito è troppo grosso, ed è impossibile che venga restituito alle condizioni correnti, dev’essere ristrutturato.

Il terzo tipo di ipocrisia è il fatto che mentre la Germania imponeva ai greci (e agli altri vicini del Sud) politiche di austerità, per quanto la riguardava incrementava la spesa per ricerca e sviluppo, collegamenti fra scienza e industria, prestiti strategici alle sue medie imprese (attraverso una banca di investimenti pubblica molto dinamica come la KfW) e così via. Tutte queste politiche ovviamente hanno migliorato la competitività tedesca a scapito di quella altrui. La Siemens non si è aggiudicata appalti all’estero perché paga poco i suoi lavoratori, ma perché è una delle aziende più innovative al mondo, anche grazie a questi investimenti pubblici. Un concetto microeconomico. Che rimanda a un altro macroeconomico: una vera unione monetaria è impossibile tra paesi così divergenti nella competitività.

Riassumendo, la rigorosa disciplina di bilancio usata oggi dall’Eurogruppo per mettere “in riga” la Grecia non porterà crescita al Paese ellenico. La mancanza di domanda aggregata (problema macroeconomico) e la mancanza di investimenti in aree capaci di accrescere la produttività e l’innovazione (problema microeconomico) serviranno solo a rendere la Grecia più debole e pericolosa per gli stessi prestatori. Sì, servono riforme di vasta portata, ma riforme che aiutino a migliorare questi due aspetti. Non soltanto tagli. Allo stesso modo, è necessario che la Germania si impegni di più a livello nazionale per accrescere la domanda interna, e che consenta in altri Paesi europei quel genere di politiche che le hanno permesso di raggiungere una competitività reale. Il fatto che l’Eurogruppo non comprenda tutto questo è dimostrazione di incapacità di pensare a lungo termine e ignoranza economica (chi comprerà le merci tedesche se l’austerità soffoca la domanda negli altri paesi?).

Speriamo questa settimana di vedere meno mediocrità e più capacità di pensare in grande, come successe dopo la guerra e come abbiamo bisogno che succeda adesso, dopo una delle peggiori crisi finanziarie della storia.

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Stiglitz: la Grecia, l’Europa, la democrazia

2 Lug

Io so già come voterei“, conclude l’economista e Nobel Joseph Stiglitz in questo articolo apparso lunedì 29 sul Guardian e pubblicato ieri da Internazionale col titolo: “L’Europa vuole liberarsi di Alexis Tsipras”.  E diversamente, per fortuna, da molti soloni all’amatriciana (o alla fiorentina, fate voi) di casa nostra, mette il dito sulla piaga: “è tutta una questione di potere e di democrazia, più che di denaro e di economia“.

Perché, alla faccia di quanti affermano con faciloneria che Tsipras deve “rispettare le regole” (il nostro Presidente del Consiglio nell’intervista al Sole-24Ore di ieri), Stiglitz va dritto al punto: “Diciamolo chiaramente: quasi niente dell’enorme volume di denaro prestato alla Grecia è rimasto nel paese. È servito praticamente solo a pagare i creditori privati, comprese alcune banche tedesche e francesi. La Grecia ha avuto solo le briciole e per salvare il sistema bancario di quei paesi ha pagato un prezzo altissimo“. E spiega:

Il Fondo monetario internazionale e gli altri creditori “istituzionali” non hanno bisogno dei soldi che chiedono. In una situazione normale, probabilmente li presterebbero subito di nuovo ad Atene. Ma, come ho già detto, non è una questione di soldi. Stanno semplicemente usando le “scadenze” per costringere la Grecia a cedere e ad accettare l’inaccettabile: non solo le misure di austerità, ma anche altre politiche regressive e punitive.
Perché l’Europa fa questo? Non è democratica? A gennaio i greci hanno eletto un governo che si era impegnato a mettere fine all’austerità. Se avesse semplicemente mantenuto le promesse fatte in campagna elettorale, il primo ministro Alexis Tsipras avrebbe già respinto la proposta. Ma ha voluto dare ai greci la possibilità di incidere su una decisione cruciale per il futuro del paese. Questa esigenza di legittimazione popolare è incompatibile con la politica dell’eurozona, che non è mai stata un progetto molto democratico. La maggior parte dei governi dell’area non ha chiesto il parere del popolo prima di rinunciare alla sovranità monetaria a favore della Banca centrale europea. Quando il governo svedese l’ha fatto i cittadini hanno detto di no. Avevano capito che se la politica monetaria fosse stata decisa da una banca centrale preoccupata solo dell’inflazione, la disoccupazione nel loro paese sarebbe aumentata (e nessuno avrebbe prestato sufficiente attenzione alla stabilità finanziaria). L’economia ne avrebbe sofferto, perché il modello alla base dell’eurozona presume rapporti di potere sfavorevoli per i lavoratori.

Possibile che Stiglitz la interpreti così e al nostro Presidente del Consiglio questo aspetto sia sfuggito? Stento a crederlo. Renzi sa benissimo qual’é il punto focale della questione: il braccio di ferro tra l’Europa ricca e potente che non rispetta gli ideali per cui è nata e un Paese  che rappresenta solo il 2% del Pil dell’intera Unione ma che pretende di risolvere i suoi problemi senza le ingerenze della trojka (e dei suoi figli, scusate la facile battuta). E questo al netto degli errori criminali e catastrofici commessi dai precedenti governi di Atene, per cui i greci stanno pagando da cinque anni un prezzo altissimo. Prosegue infatti Stiglitz:

E senza dubbio quella che stiamo vedendo ora è l’antitesi della democrazia. Molti leader europei vorrebbero liberarsi di Tsipras, perché il suo governo si oppone alle politiche che finora hanno fatto crescere la disuguaglianza e vuole mettere un freno allo strapotere dei più ricchi. Sembrano convinti che prima o poi riusciranno a far cadere questo governo, costringendolo ad accettare un accordo in contraddizione con il suo mandato.

Non so se tra i “molti leader europei” Stiglitz comprenda anche il nostro Renzi. Personalmente credo che se egli avesse dimostrato un diverso e più fermo atteggiamento nei confronti della Merkel, forse (ripeto “forse”) la Cancelliera avrebbe considerato l’ipotesi di un atteggiamento più morbido e lungimirante, forse anche Hollande avrebbe speso qualche parola in questo senso, forse (forse) anche Spagna e Portogallo avrebbero potuto aggiungere la loro. Parlo delle economie più deboli, più esposte un domani (speriamo di no) a una replica della brutale repressione della Trojka sollecitata dai falchi come Schauble, che avrebbero avuto tutto l’interesse a una posizione comune per fronteggiare la strapotenza germanica. E forse, aggiungo in finale, forse anche Obama avrebbe dato una  mano in questo senso, preoccupato che la Grecia possa diventare succube di Putin.
Invece tutti a pecoroni, senza valutare che la non auspicata (da me) sconfitta di Tsipras sarà l’incoronamento finale di una Germania sempre più potente ed egoista e il rinvio sine die del progetto di un’Europa federata e unita, solidale, forte, generosa.  Mentre  dall’altra parte l’eventuale uscita dall’euro di una Grecia orgogliosa ma non umiliata “non sarebbe tanto un danno economico, quanto un vulnus alla credibilità politica dell’Europa” (Prodi nell’intervista di oggi a Repubblica, da leggere assolutamente).
Per concludere, qualcuno dovrà cercare di far capire all’arrogante Germania che la sua supremazia varrà assai poco in un’Europa ridotta a espressione geografica. Io voterei come Stiglitz: prima i popoli.

È difficile consigliare ai greci cosa votare il 5 luglio. Una vittoria del sì darebbe il via a una depressione a tempo indeterminato. Forse a un paese senza più risorse, che ha venduto tutto e costretto i suoi giovani a emigrare, alla fine il debito sarebbe condonato. Forse, dopo essersi ridotta a un’economia a medio reddito, alla fine Atene otterrebbe l’aiuto della Banca mondiale. Tutto questo potrebbe succedere nei prossimi dieci anni, o forse nel decennio successivo.
Una vittoria del no, invece, darebbe almeno alla Grecia, con la sua lunga tradizione democratica, la possibilità di riprendere in mano il suo destino. I cittadini avrebbero l’opportunità di costruirsi un futuro che forse non sarebbe prospero come il passato, ma sarebbe molto più carico di speranza dell’insopportabile tortura del presente. Io so già come voterei.

Se la Francia e l’Italia…

28 Gen

A fronte dell’accordo segreto per cui la Grecia comincerà a restituire il suo debito tra cinque anni e finirà nel 2057, resta l’esigenza vitale per il nuovo governo di Atene di investire fin da oggi nella ripresa. Ma non può certo farlo con il limite blindato del 2% al deficit ed ecco Tsipras dichiarare che non riconoscerà gli accordi di Samaras.

Con un grazie a Nando Longoni per la segnalazione.

Con un grazie a Nando Longoni per la segnalazione.

Con la consueta chiarezza Thomas Piketty ha illustrato oggi su Repubblica cosa dovrebbero fare Francia e Italia: “rimettere in discussione alla radice l’organizzazione della zona euro“. Come? Lo spiega più avanti: “Se la Francia e l’Italia oggi tendessero la mano alla Grecia e alla Spagna per proporre un’autentica rifondazione democratica della zona euro, la Germania non potrebbe fare a meno di accettare un compromesso“.
Ha ragione, come ha ragione nel mettere in guardia dalla speranza che l’azione della BCE possa risolvere tutti i problemi: “La Bce cerca di giocare il suo ruolo, ma per rilanciare l’inflazione e la crescita in Europa c’è bisogno di un rilancio della spesa pubblica. Senza di esso, il pericolo è che i nuovi miliardi di euro stampati dalla Bce finiscano per creare bolle speculative su certe attività, invece di far ripartire l’inflazione dei prezzi al consumo“.
L’altro costante pericolo è il feticcio del 3% di deficit rispetto al PIL. Piketty punta nuovamente il dito – come la Mazzuccato e molti altri autorevoli economisti – su questo assurdo limite che nega qualsiasi elastità di manovra ai singoli stati in difficoltà: “Nel quadro delle istituzioni europee esistenti, ingabbiate da criteri rigidi sul deficit e dalla regola dell’unanimità sulla fiscalità, è semplicemente impossibile portare avanti politiche di progresso sociale. Non basta lamentarsi di Berlino o di Bruxelles: bisogna proporre regole nuove“. Questo (nuove regole) è quanto si è ripromesso di fare Tsipras e su questo Italia e Francia, per cominciare,  dovrebbero dare un sostanziale contributo.

Ora tutti uniti contro l’austerità
la sinistra europea riparta da Syriza

di Thomas Piketty
L TRIONFO elettorale di Syriza in Grecia potrebbe capovolgere la situazione dell’Europa e farla finita con l’austerità che mette a rischio la sopravvivenza del nostro continente e dei suoi giovani. Tanto più che le elezioni previste per la fine del 2015 in Spagna potrebbero produrre un risultato simile, con l’ascesa di Podemos. Ma perché questa rivoluzione democratica venuta dal Sud possa riuscire a modificare davvero il corso delle cose, bisognerebbe che i partiti di centrosinistra attualmente al potere in Francia e in Italia adottino un atteggiamento costruttivo e riconoscano la loro parte di responsabilità nella situazione attuale.

Concretamente, queste forze politiche dovrebbero approfittare dell’occasione per dire con voce alta e forte che il trattato sui bilanci adottato nel 2012 è stato un fallimento, e per mettere sul tavolo nuove proposte, tali da consentire una vera rifondazione democratica della zona euro. Nel quadro delle istituzioni europee esistenti, ingabbiate da criteri rigidi sul deficit e dalla regola dell’unanimità sulla fiscalità, è semplicemente impossibile portare avanti politiche di progresso sociale. Non basta lamentarsi di Berlino o di Bruxelles: bisogna proporre regole nuove.

Per essere chiari: a partire dal momento in cui si condivide una stessa moneta, è più che giustificato che la scelta del livello di deficit, così come gli orientamenti generali della politica economica e sociale, siano coordinati. Semplicemente, queste scelte comuni devono essere fatte in modo democratico, alla luce del sole, al termine di un dibattito pubblico e con contraddittorio. E non applicando regole meccaniche e sanzioni automatiche, che dal 2011-2012 hanno prodotto una riduzione eccessivamente rapida dei deficit e una recessione generalizzata della zona euro. Risultato: la disoccupazione è esplosa mentre altrove scendeva (sia negli Stati Uniti che nei Paesi esterni all’area dell’euro), e i debiti pubblici sono aumentati, in contraddizione con l’obbiettivo proclamato. La scelta del livello di deficit e del livello di investimenti pubblici è una decisione politica, che deve potersi adattare rapidamente alla situazione economica. Dovrebbe essere fatto democraticamente, nel quadro di un Parlamento dell’Eurozona in cui ogni Parlamento nazionale sarebbe rappresentato in proporzione alla popolazione del rispettivo Paese, né più né meno. Con un sistema del genere, avremmo avuto meno austerità, più crescita e meno disoccupazione. Questa nuova governance democratica consentirebbe anche di riprendere in mano la proposta di mettere in comune i debiti pubblici superiori al 60 per cento del Pil (per condividere lo stesso tasso di interesse e per prevenire le crisi future) e istituire un’imposta sulle società unica per tutta la zona euro (il solo modo per mettere fine al dumping fiscale).

Purtroppo, oggi il rischio è che i governi di Francia e Italia si accontentino di trattare il caso greco come un caso specifico, accettando una leggera ristrutturazione del debito del Paese ellenico senza rimettere in discussione alla radice l’organizzazione della zona euro. Perché? Perché hanno passato un mucchio di tempo a spiegare ai loro cittadini che il trattato di bilancio del 2012 funzionava, e oggi sono reticenti a ritrattare quanto detto. E quindi vi spiegheranno che è complicato cambiare i trattati, anche se nel 2012 gli bastarono sei mesi per riscriverli, e anche se è evidente che nulla impedisce di prendere misure di emergenza in attesa che entrino in vigore nuove regole. Ma farebbero meglio a riconoscere gli errori finché sono in tempo, piuttosto che aspettare nuovi scossoni politici, stavolta dall’estrema destra. Se la Francia e l’Italia oggi tendessero la mano alla Grecia e alla Spagna per proporre un’autentica rifondazione democratica della zona euro, la Germania non potrebbe fare a meno di accettare un compromesso.

Tutto dipenderà anche dall’atteggiamento dei socialisti spagnoli, attualmente all’opposizione. Meno falcidiati e screditati dei loro omologhi greci, devono tuttavia accettare il fatto che faranno molta fatica a vincere le prossime elezioni senza allearsi con Podemos, che stando agli ultimi sondaggi potrebbe perfino arrivare al primo posto.

E non dobbiamo pensare, soprattutto, che il nuovo piano annunciato dalla Bce basterà a risolvere i problemi. Un sistema di moneta unica con 18 debiti pubblici e 18 tassi di interesse diversi è fondamentalmente instabile. La Bce cerca di giocare il suo ruolo, ma per rilanciare l’inflazione e la crescita in Europa c’è bisogno di un rilancio della spesa pubblica. Senza di esso, il pericolo è che i nuovi miliardi di euro stampati dalla Bce finiscano per creare bolle speculative su certe attività, invece di far ripartire l’inflazione dei prezzi al consumo. Oggi la priorità dell’Europa dovrebbe essere investire su innovazione e formazione. Per fare questo c’è bisogno di un’unione politica e di bilancio della zona euro più stringente, con decisioni prese a maggioranza all’interno di un Parlamento autenticamente democratico. Non si può chiedere tutto a una Banca centrale.

Renzi come Tsipras? Sì, magari.

26 Gen

A poche ore dalla schiacciante vittoria di Tsipras, a leggere e sentire i commenti dei soliti giornalisti reggicoda e di molti sostenitori di Renzi, di comodo e in buona fede, si avverte una certa ansia nel cercare frettolosamente punti di contatto tra il nostro Presidente del Consiglio e il coraggioso leader greco. Tempo sprecato. Cosa pensa davvero Tsipras di Renzi è ben sintetizzato nel suo libro di prossima uscita, anticipato in un articolo di Luca Sappino  su l’Espresso:

«Renzi presenta un forte dualismo, è come se si trattasse, quasi, potremmo dire, di una personalità scissa». A parlare è Alexis Tsipras, leader di Syriza, il partito della sinistra greca che i sondaggi ancora oggi, a pochi giorni dalle elezioni, indicano come vincitore e primo partito del paese.
«Per metà, in Europa, il suo profilo deve essere quello di un leader che rivendica una prospettiva diversa da quella dell’austerità e del patto di stabilità, visto che stanno strozzando anche l’Italia», sono le parole di Tsipras, su Matteo Renzi, raccolte nel libro di Teodoro Andreadis Synghellakis, “Alexis Tsipras, la mia Sinistra” (edizioni Bordeaux), in libreria da martedì, con la prefazione di Stefano Rodotà: «L’altra metà del profilo, tuttavia, è quello di un politico che avanza come un’asfaltatrice, allo scopo di imporre le riforme neoliberiste all’interno del paese, nella riorganizzazione produttiva e la liberalizzazione dell’economia, misure dalle quali, ovviamente, può trarre giovamento solo l’elite con le lobby economiche».
Il giudizio quindi è severo, al netto di alcune aperture diplomatiche. Se da una parte Tsipras cerca di scrollarsi di dosso la nomea di nemico pubblico numero uno dell’Europa unita, dall’altra ha ben chiaro cosa dovrebbe fare, e non fa, il premier italiano, tra semestre europeo e rapporto con Angela Merkel.
Per fortuna Tsipras mostra quindi – a differenza di Renzi nella sua incolore presidenza europea –  di avere le idee molto chiare, quelle stesse esposte nel suo programma, e non avrà timori reverenziali nel confrontarsi con la Merkel e Bruxelles. Ne va del futuro del suo paese e lui ne è ben consapevole, sente – diversamente da altri pseudoleader – la responsabilità del ruolo che riveste e delle speranze degli europei che ancora attendono la realizzazione del sogno di Altiero Spinelli di un’Europa aperta, generosa, che guardi oltre gli angusti confini dati dagli interessi di pochi forti a danno di milioni di deboli non per loro colpa ma vittime della grettezza, della miopia e dell’egoismo.

Quindi l’augurio è oggi, ben più solido, lo stesso che rivolgevo solo tre giorni fa nel titolo di un post:

La vecchia Europa, la nuova Grecia, la nuova Europa

E per questa volta scusate l’autocitazione. 🙂

La vecchia Europa, la nuova Grecia, la nuova Europa

23 Gen

L’analisi del voto nella seconda tornata delle elezioni del 2012 in Grecia accreditava a Nuova Democrazia, il partito conservatore vincente col 30%, il 37% degli ultracinquantenni e il 22,7 degli under 50. Syriza, la coalizione di sinistra guidata da Alexis Tsipras giunta seconda col 27%, registrò l’esatto contrario: rispettivamente 23% e 32,8%.  Solo due anni dopo, alle elezioni europee del 25 maggio 2014, Syriza si afferma come il primo partito in Grecia col 26% dei voti; Nuova Democrazia scende al 22% e la destra estrema di Alba Dorata al 9%.

Alle prossime elezioni di domenica 25 gennaio, gli ultimi sondaggi danno in media Syriza vincente con una percentuale che sfiora il 35%, i conservatori al 30%, la destra estrema di Alba Dorata al6% e To Potami (il Fiume, il nuovo partito dei socialdemocratici fondato dal giornalista Theodorakis) a circa il 7%. Il Pasok, il partito socialista di Papandreu che aveva guidato il paese nella crisi del 2008, si è praticamente dissolto, precipitando a uno scarso 6%. L’ago della bilancia, che potrebbe assicurare a Tsipras il premio di maggioranza in Parlamento consistente in 50 seggi, è dato dagli indecisi, quotati all’11%.

Come si è arrivati fin qui? Bisogna rileggere gli avvenimenti che si sono tumultuosamente succeduti in Grecia dal 2008 ad oggi e devo ringraziare Valigia Blu per questa interessante sintesi di quel periodo; utile anche la cronistroria di Ettore Livini su Repubblica. Il punto focale di questo periodo resta comunque la nascita e l’inarrestabile evoluzione di Syriza e le ragioni possono essere essenzialmente due.

Syriza (l’acronimo in greco di Coalizione della Sinistra Radicale), che raggruppa una dozzina di partiti della sinistra radicale e ambientalisti, nasce nel 2006 sotto la guida di Alexis Tsipras. La sua strategia politica, basata sul rapporto diretto con gli elettori, gli fa raggiungere il 10,5 per cento dei voti, ma è con lo scoppio della crisi del 2009 che si pongono le solide basi che proietteranno la nuova formazione politica. Syriza apre un dialogo con i movimenti della società civile, svolgendo – come ricorda Rodotà – “un lavoro effettivo nel sociale dove ha garantito ai cittadini diritti e servizi grazie a pratiche di mutualismo: penso alle mense e alle cliniche popolari, alle farmacie e alle cooperative di disoccupati“. Non un partito distante dalla gente quindi, ma un movimento immerso nel quotidiano dei singoli, che ne vive i problemi pratici e aiuta a risolverli. In più, come giustamente afferma Leonardo Bianchi, diventa “l’unico interlocutore credibile delle generazioni più giovani, le cui prospettive sono state fatte a pezzi dalla crisi economica. E la questione generazionale – in un paese in cui i partiti tradizionali sono delle specie di gerontocrazie che si rivolgono solo agli ultracinquantenni – giocherà un ruolo fondamentale in queste elezioni“.
Tsipras 3
L’altro motivo va ricercato nell’opposizione frontale di Tsipras alla brutale austerity che la Troika impose alla Grecia e nelle argomentate soluzioni che propone. In sintesi, Tsipras conferma il programma che aveva già esposto alle elezioni europee dell’anno scorso: “Questa non  è la nostra Europa. È solo l’Europa che vogliamo cambiare. Al posto di un’Europa piena di paura della disoccupazione, della disabilità, della vecchiaia e della povertà; al posto di un’Europa che ridistribuisce i guadagni ai ricchi e la paura ai poveri; al posto di un’Europa che serve le necessità dei banchieri, vogliamo un’Europa al servizio dei bisogni umani”.

In un’intervista all’Huffigton Post greco, riportata da Polisblog, Tsipras aggiunge  che Siryza intende applicare il Programma di Salonicco indipendentemente dal negoziato con i suoi finanziatori e adotterà una serie di azioni mirate per contenere la crisi umanitaria, con la giustizia fiscale e un piano di rilancio dell’economia. Syriza punta ad attuare riforme radicali del modus operandi dello Stato nel settore pubblico per “cambiare tutto ciò che ha spinto il Paese sull’orlo di una bancarotta economica, ma anche morale“. Parlando quindi dell’euro, Tsipras afferma che Syriza non ne vuole il crollo ma il salvataggio, ma sarà impossibile riuscirvi finché il debito pubblico degli Stati membri sarà fuori controllo in quanto questo problema  non è solo greco ma europeo e dunque è l’Europa nel suo insieme che è in debito e che deve cercare una soluzione sostenibile.

“Syriza e la Sinistra Europea sostengono che nella cornice di un accordo europeo, la stragrande maggioranza del valore nominale del debito pubblico debba essere cancellata; bisognerà imporre una moratoria sulla sua restituzione, e bisognerà introdurre una clausola per la crescita che si occupi della parte rimanente del debito, così da poter impiegare le rimanenti risorse per la crescita.”

Scrive Luca Passoni  che “il programma economico della coalizione guidata da Alexis Tsipras – cuore  della sua proposta alla Grecia “post-crisi” – anzitutto punta sulla richiesta Ue di saldo primario positivo per il 4% per i prossimi anni e a rinegoziare invece il valore nominale del debito pubblico (oggi pari al 170% del Pil). Sui mercati finanziari gode di un certo consenso la prospettiva che l’eventuale negoziato con la “troika” (Ue, Bce, Fmi) possa essere questa volta più duro che in occasione della “prima crisi greca”: oggi l’impatto sistemico del debito greco (verso il sistema bancario, a cominciare da quello tedesco) è enormemente ridotto rispetto al periodo 2010-2012. La situazione finanziaria appare quindi relativamente tranquilla per il resto dell’eurozona. Visto però che l’ambiente politico europeo è in evoluzione (crescono di peso i partiti euroscettici), le conseguenze politiche di difficoltà negoziali con la Grecia potrebbero essere maggiori che in passato”. Tuttavia, prosegue l’articolo “La durezza del negoziato con la “troika” attesa sulla base di considerazioni esclusivamente finanziarie potrebbe essere ammorbidita dalle considerazioni legate all’evoluzione del mondo politico (il cancelliere tedesco Angela Merkel vorrà affrontare in termini risoluti solo Syriza, nel sud dell’Europa, o terrà conto del comportamento di Alternative fuer Deutschland e di Pegida a Berlino?).

Un ampio e dettagliato stralcio del programma economico di Tsipras lo potete trovare, oltre che nell’intervista a Nadia Valavani, responsabile esteri di Syriza, qui su Repubblica: oltre a quanto già detto,  fa perno da una parte su una serie di misure volte ad alleviare le sofferenze della parte più debole della popolazione, dall’energia gratis a un bonus extra per le pensioni minime, dall’altra su manovre e riforme strutturali, inclusa una feroce e implacabile lotta all’evasione fiscale.

Sia come sia, per concludere c’è da concordare con Leonardo Bianchi sempre su Valigia Blu: “in questa tornata elettorale, tuttavia, Syriza si presenta come una formazione politica matura, che in questi ultimi tre anni ha lavorato moltissimo sulla propria struttura e sulle sue posizioni”. La vittoria di Tsipras può davvero aprire una nuova prospettiva per l’Europa, con una sinistra rafforzata anche dalla crescita del movimento  di Podemos in Spagna – che stando agli attuali sondaggi alle prossime elezioni potrebbe anche raccogliere il 30% dei voti.
Alla vecchia e gretta Europa legata ai suoi privilegi e ai propri interessi, la nuova Grecia della solidarietà al primo posto può quindi portare davvero un’aria nuova, l’aria  fresca e pulita della nuova Europa.

 

I nani e il gigante

23 Gen

Leggetevi questa intervista a Rodotà pubblicata su Micromega e poi sappiatemi dire. In rapporto ai nani che credono di essere statisti, qui c’è un gigante.
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Rodotà: “Ripartiamo dal basso, senza la zavorra dei partiti”

“Chi pensa di ricostruire un soggetto di sinistra o socialmente insediato guardando a Sel, Rifondazione, Alba e minoranza Pd sbaglia. Lo dico senza iattanza, ma hanno perduto una capacità interpretativa e rappresentativa della società”. Il giurista non risparmia riflessioni, ragionamenti e giudizi, anche duri. Una conversazione che va dal suo ultimo libro “Solidarietà” al bisogno di una coalizione sociale nel Paese passando per il ruolo della magistratura e le elezioni in Grecia: “La vittoria di Syriza cambierebbe gli scenari europei”.

intervista a Stefano Rodotà di Giacomo Russo Spena

“Solidarietà” è il titolo del suo ultimo libro. Qual è, professor Rodotà, l’importanza di riaffermare tale concetto nel 2015?

E’ un antidoto per contrastare la crisi economica che, dati alla mano, ha aumentato la diseguaglianza sociale e diffuso la povertà. Una parola tutt’altro che logorata e storicamente legata al nobile concetto di fraternità e allo sviluppo in Europa dei “30 anni gloriosi” e del Welfare State. Poi il termine è stato accantonato e abbandonato. La solidarietà serve a individuare i fondamenti di un ordine giuridico: incarna, insieme ad altri principi del “costituzionalismo arricchito”, un’opportunità per porre le questioni sociali come temi non più ineludibili. La crisi del Welfare non può sancire la fine del bisogno di diritti sociali. Sono legato anche al sottotitolo del libro, “un’utopia necessaria”, la solidarietà va proiettata nel presente ed utilizzata come strumento di lavoro per il futuro: l’utopia necessaria è la visione.

Lei ha parlato di “costituzionalismo arricchito”. Quali sono le pratiche da cui ripartire per riaffermare i diritti sociali in tempo di crisi economica, privatizzazioni e smantellamento dello Stato Sociale?

Mutualismo, beni comuni, reddito di cittadinanza sono gli elementi innovativi e costitutivi di un nuovo Stato Sociale, almeno rispetto a quello che abbiamo conosciuto e costruito nel Novecento. Durante la Guerra Fredda, i sistemi di Welfare sono stati una vetrina dell’Occidente di fronte al mondo comunista, una funzione benefica volta ad umanizzare il capitalismo in risposta al blocco sovietico. Ragionare sulla solidarietà come principio significa riconoscerne la storicità ed oggi è necessario arricchire le prospettive del Welfare. Ad esempio il reddito, inteso in tutte le sue fasi legate alle condizioni materiali, significa investimenti ed è possibile solo grazie ad un patto generazionale e ad una logica solidaristica dell’impiego delle risorse.

Nel libro cita gli studi della sociologa Chiara Saraceno la quale si interroga sull’idea di Stato Sociale come bene comune. Qual è il suo giudizio?

Il discorso esamina la capacità ricostruttiva della solidarietà che è frutto di una logica di de-mercificazione di ciò che conduce al di là della natura di mercato: ristabilire la supremazia della politica sull’economia. Qual è stata la logica in questi anni? Avendo un tesoretto ridotto, sacrifichiamo i diritti sociali. Tale ragionamento va respinto al mittente. Quali sono i criteri per allocare tali fondi? Come li distribuiamo? Finanziamo la guerra e gli F35 o utilizziamo quei soldi contro lo smantellamento dello Stato Sociale? La scuola pubblica, come dice la nostra Carta, non va resa funzionale al diritto costituzionale all’istruzione? Invece si finanziano le scuole private…

E i famosi 80 euro del governo Renzi possono essere considerati come forma solidaristica e di Welfare?

No, manca l’intervento strutturale. La Cgil ha reso pubblici alcuni dati: con quei soldi si sarebbero potuti creare 4oomila posti di lavoro. Appena si è parlato del bonus per le neomamme, ho pensato fosse più utile stanziare quelle risorse per la costruzione degli asili nido. Solo un vero discorso sulla solidarietà ci consente di stilare una gerarchia che pone al primo posto i diritti fondamentali. E per questo la modifica dell’articolo 81 della Costituzione, nel quale è stato introdotto il pareggio di bilancio, è un duro colpo per la democrazia. Abbiamo posto fuori legge Keynes.

Altro punto dirimente: la prospettiva europeista. Sappiamo bene quanto le politiche di austerity siano dettate dalla Troika e le nostre democrazie siano ostaggio della finanza; come pensare la solidarietà fuori dai confini nazionali?

Dobbiamo guardare all’Europa, il discorso sulla solidarietà ha un senso esclusivamente se usciamo dalla logica nazionalista, altrimenti si impiglia. Solidarietà implica un’Europa solidale tra Stati con una politica comune e coi diritti sociali come fari. Con Jürgen Habermas dico che è un principio che può attenuare l’odio tra i Paesi debitori e quelli creditori. Persino Lucrezia Reichlin ha parlato di Syriza con benevolenza perché sta avendo il merito di riaprire una riflessione in Europa su alcuni temi non più rimandabili. L’austerity ha fallito ed aumentato le diseguaglianze. Fino a qualche mese fa, i difensori del rigore giustificavano l’enorme forbice tra redditi alti e minimi affermando di aver tolto migliaia di persone dalla soglia di povertà. La diseguaglianza come conseguenza del contrasto allo sfruttamento. Una tesi smentita dagli stessi eventi.

Spesso le viene rivolta la critica di pensare esclusivamente ai diritti dei cittadini ma mai ai doveri. Come replica all’accusa?

E’ una vecchissima discussione che si svolse già a Parigi nel 1789. E la Costituzione italiana ha legato diritti e doveri: l’art. 2 si apre col riconoscimento dei diritti delle persone ma poi afferma che tutti devono adempiere ai doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Il tema dei doveri viene sbandierato per chiedere sacrifici alle fasce più deboli mentre rimangono al riparo i soggetti privati forti e le istituzioni pubbliche. Vogliamo discutere dei doveri? Facciamolo senza ipocrisie. Ad esempio, si dovrebbe riaffermare l’obbligo di non esercitare l’iniziativa economica e la libera impresa in contrasto con sicurezza e dignità dei lavoratori. Tale strategia ha fallito e politicamente ha generato un’enorme crisi della rappresentanza: il rifiuto della Casta non sarebbe così forte se non ci fosse stato un ceto politico dipendente dal denaro pubblico.

Le elezioni in Grecia hanno assunto una valenza europea. La vittoria di Syriza e del suo leader Alexis Tsipras incutono paura alla finanza e ai poteri forti. Siamo davvero davanti ad un passaggio storico per invertire la rotta in Europa?

Il voto di domenica ha un’importanza enorme soprattutto dopo il deludente semestre italiano a guida Matteo Renzi. Il suo arrivo a Bruxelles aveva generato aspettative per le sue promesse di mettere in discussione gli assetti costituzionali europei. Nulla di tutto ciò, nessun negoziato, eppure non era così costoso intraprendere il discorso dell’“utopia necessaria” della riforma dei trattati. Tsipras può rappresentare la riapertura della fase costituente europea. È la mia speranza. Riapertura perché nel 1999 il Consiglio europeo di Colonia stabilisce la centralità della Carta dei diritti ma poi il processo si è chiuso nel ciclo dell’economia. Una vera e propria controriforma costituzionale. L’Unione europea oltre ad avere un deficit di democrazia ha un deficit di legittimità. Il deficit può essere recuperato attraverso i diritti fondamentali, ispirati alla dignità e alla solidarietà, e non al mercato. Altrimenti i rischi sono gravi, e non si parla di uscita dall’euro ma di deflagrazione dell’eurozona e di sviluppo di movimenti xenofobi ed antieuropei come quelli di Marine Le Pen e Matteo Salvini.

Se il semestre italiano non ha dato nessun segnale di discontinuità in Europa, quel che resta della sinistra nostrana guarda con ammirazione e speranza alla Grecia di Tsipras. È mai possibile la nascita di una “Syriza italiana” che unisca tutte le forze a sinistra del Pd?

In Italia siamo indietro e rischiamo di rifare alcuni errori. Mentre capisco la scelta del “papa straniero” Tsipras, non condivido l’idea di una “Syriza italiana”. È una forzatura. In Grecia Syriza ha raggiunto l’attuale consenso perché durante la crisi economica ha svolto un lavoro effettivo nel sociale dove ha garantito ai cittadini diritti e servizi grazie a pratiche di mutualismo: penso alle mense e alle cliniche popolari, alle farmacie e alle cooperative di disoccupati. In Italia la situazione è differente.

Oltre a Syriza, la Troika guarda con preoccupazione al repentino sviluppo di Podemos, il partito spagnolo che sta scuotendo la Spagna. Syriza e Podemos, seppur differenti sotto alcuni aspetti, sembrano le due forze capaci di trasformare gli assetti in Europa. Podemos rompe con tutti gli schemi classici della sinistra novecentesca e fa della Casta e dei banchieri un bersaglio politico. La sinistra italiana, per rinascere, non dovrebbe affrontare anche il tema della crisi della rappresentanza?

In questi anni c’è stata una drammatica deriva oligarchica e proprietaria dei partiti e la capacità rappresentativa è venuta meno anche per la consapevolezza che il potere decisionale fosse esterno alle sedi legittime e in mano a poche persone. La Corte Costituzionale ha emesso due importanti sentenze: una contro il Porcellum, decretando illegittima la legge elettorale in vigore, l’altra contro i soprusi del marchionnismo, stabilendo che non potesse essere esclusa la Fiom dagli stabilimenti. Lego queste due fondamentali sentenze perché entrambe pongono il problema della rappresentanza. E lo pongono nell’impresa e nella società cioè nel lavoro e nella politica, nei diritti sociali e in quelli civili. E’ un punto importante sul quale non abbiamo riflettuto abbastanza ed è la via per far recuperare legittimità alle istituzioni e alla politica.

Per sopperire alla crisi economica e politica nel Paese, il direttore di MicroMega Paolo Flores d’Arcais ha più volte insistito sulla necessità di dar vita a una forza “Giustizia e libertà”, un soggetto della società civile. Che ne pensa?

La sinistra italiana ha alle spalle due fallimenti: la lista Arcobaleno e Rivoluzione Civile di Ingroia. Due esperienze inopportune nate per mettere insieme i cespugli esistenti ed offrire una scialuppa a frammenti e a gruppi perdenti della sinistra. Chi pensa di ricostruire un soggetto di sinistra o socialmente insediato guardando a Sel, Rifondazione, Alba e minoranza Pd sbaglia. Lo dico senza iattanza, ma hanno perduto una capacità interpretativa e rappresentativa della società. Nulla di nuovo può nascere portandosi dietro queste zavorre. Rifondazione è un residuo di una storia, Sel ha avuto mille vicissitudini, la Lista Tsipras mi pare si sia dilaniata subito dopo il voto alle Europee. Ripeto: cercare di creare una nuova soggettività assemblando quel che c’è nel mondo propriamente politico secondo me è una via perdente. Bisogna partire da quel che definisco “coalizione sociale”. Mettere insieme le forze maggiormente vivaci ed attive: Fiom, Libera, Emergency – che ha creato ambulatori dal basso – movimenti per i beni comuni, reti civiche e associazionismo diffuso. Da qui, per ridisegnare il nodo della rappresentanza.

Il suo giudizio sui partiti esistenti è molto duro. Ma per una coalizione sociale non ci vuole tempo, addirittura anni?

Ci vuole pazienza e occorre ricostituire nel Paese un pensiero di sinistra. A livello istituzionale abbiamo assistito alla chiusura dei canali comunicativi tra politica e mondo della cultura, ciò si è palesato durante la riforma costituzionale. Come negli anni ’60-’70, per il cambiamento istituzionale, deve tornare la rielaborazione culturale. Il lavoro che ha svolto MicroMega in questi anni è prezioso e va continuato in tal senso. Insieme a Il Fatto sono le due testate che hanno tenuto dritta la barra. Ora vanno moltiplicate le iniziative, vanno connessi i soggetti sociali (anche attraverso la Rete) e va recuperato quel che c’è di produzione culturale operativa. Infine, tassello fondamentale: organizzazione. Tali processi non possono essere affidati semplicemente alla buona volontà delle persone.

In tutto questo, qual è il suo giudizio sul M5S? Il grillismo è in una crisi irreversibile?

Non so se i 5 stelle siano definitivamente perduti, di certo stanno perdendo molteplici chance. Il movimento ha deluso le aspettative: non ha ampliato spazi di democrazia, non ha inciso in Parlamento e in qualche modo ha accettato le logiche interne. Serpeggia una profonda delusione tra gli stessi elettori grillini. Mentre la vera novità è lo sviluppo di un’opposizione sociale al renzismo, l’embrione della coalizione sociale di cui parlavo prima.

Si riferisce alla mobilitazione autunnale contro il Jobs Act?

Renzi ha vinto senza combattere, non c’era nessuno sulla sua strada. Nessuno in grado di contrastarlo, nemmeno Giorgio Napolitano che secondo le mie valutazioni politiche aveva investito sul governo Letta. Ora si sta muovendo qualcosa: Susanna Camusso e Maurizio Landini si sono ritrovati per uno sciopero unitario. Persino la Uil è stata costretta a schierarsi. Si è rivitalizzato il sindacato. Il governo Renzi ha cancellato tutti i corpi intermedi e la Camusso, rendendosi conto dell’attacco subito, deve riconquistare il suo ruolo. Individuare soggetti sia rappresentativi che di opposizione sociale è un dato istituzionalmente interessante. Oltre ad essere un dato politico rilevante. Si è manifestata un’opposizione sociale.

Però siamo ben distanti dai 3 milioni portati in piazza da Sergio Cofferati in difesa dell’articolo 18, e la Cgil viene comunque da anni di politiche concertative…

Sono confronti impensabili, il tessuto del nostro Paese è stato logorato da mille fattori nell’ultimo decennio. Anche dalla crisi economica. Con l’impoverimento drammatico le frizioni e le condizioni di convivenza obbligata diventato più difficili. Una situazione conflittuale che va oltre alla “guerra tra poveri”. Le con¬di¬zioni mate¬riali della soli¬da¬rietà sem¬brano distrutte.

Coalizione sociale, primato della solidarietà e nuovo rapporto tra cultura e politica. Sono questi gli ingredienti necessari per ripartire?

Prima mettiamo in relazione i soggetti sociali, in primis il sindacato, con le reti civiche e strutturiamo un minimo di organizzazione, rilanciando l’attivismo dei cittadini. Da tempo propongo alcune riforme e modifiche dei regolamenti parlamentari per dare maggiore potere alle leggi di iniziativa popolare. Ad inizio legislatura, in concerto con il gruppo del Teatro Valle, abbiamo inviato ai parlamentari una serie di proposte su fine vita e reddito minimo garantito… non sono nemmeno arrivate in Aula. In questo momento nella democrazia di prossimità, quella dei Comuni, si diffondono pratiche virtuose, penso ai registri per le coppie di fatto, per il testamento biologico, ai riconoscimenti nei limiti possibili di diritti fondamentali delle persone. A Bologna si è proposto di cogestire alcuni beni e il nuovo statuto di Parma è pieno di esperienze simili. C’è una democrazia di prossimità che va presa in considerazione. Così come il ruolo della magistratura.

Come collegare la figura dei magistrati alle questioni sociali?

I partiti di massa erano i referenti delle domande sociali, le selezionavano e le portavano in Parlamento. Io c’ero, me lo ricordo. Questo non esiste più. Regna un modo autoritario di individuare le domande sociali e il vuoto politico è stato colmato dalla magistratura. La Consulta è intervenuta in questi anni su diritti civili, dal caso Englaro alla Fini Giovanardi sulle droghe o alla legge più ideologica, quella sulla fecondazione assistita. Poi le già citate sentenze su legge elettorale e conflitto Fiom-Fiat. Qui non c’è giustizialismo, ma il ruolo di una magistratura – attaccata e in trincea per difendersi dagli attacchi di Berlusconi e salvaguardare autonomia e indipendenza – che ha maturato una propria elaborazione culturale per fronteggiare emergenza politica e garantire la legalità costituzionale. L’aver individuato nella figura di Raffaele Cantone un soggetto politico ha un’importanza storica visto che in Italia la corruzione è ormai strutturale.

Lo dimostrano gli ultimi casi di cronaca, la criminalità organizzata si è fatta istituzione come abbiamo visto con lo scandalo di Mafia Capitale…
Prima si parlava solo di tre regioni in mano ai poteri criminali: Calabria, Sicilia, Campania. Quando qualcuno osò parlare, giustamente, di infiltrazioni mafiose al Nord, l’ex ministro Roberto Maroni pretese le scuse. Ora invece grazie ad una serie di inchieste (Ilda Boccassini, Giuseppe Pignatone) sappiamo che questo è un dato strutturale: i poteri criminali occupano il territorio non solo fisico ma ormai anche istituzionale. E la corruzione non passa solo per il denaro pubblico rubato ma come un meccanismo endemico dello Stato. Il giustizialismo assume un fattore centrale e qualsiasi tentativo di silenziare i magistrati va contrastato.

Un’ultima domanda, la questione della leadership. Chi vede a capo della coalizione sociale?

Bah, spesso si cita il nome di Landini ma mi astengo dal rispondere. Non è prioritaria la questione. È palese che oggi la coalizione sociale ha una sua maggiore evidenza perché la presenza del sindacato è il dato nuovo e accresce le responsabilità di Landini e della Fiom. L’importante è uscire dagli schemi classici e visti finora: non dobbiamo pensare al recupero dei perdenti dell’ultima fase o ai pezzetti ancora incerti (minoranza del Pd). Così non possiamo basare l’iniziativa sul M5S. Sarebbe un errore. I 5 stelle hanno una loro storia, vediamo che faranno in futuro e semmai una coalizione sociale riuscisse a rafforzarsi, capire come reagiranno. Questo è il punto.

(22 gennaio 2015)

 

In Spagna, alle elezioni europee del 25 maggio

13 Mag

Il 25 maggio in Spagna Izquierda Unida, la sinistra, questa gente, voterà per Alexis Tsipras. Sono persone come noi e hanno deciso.  Hanno risposto al dilemma che affronteremo il giorno delle elezioni: votiamo per la sinistra o per l’austerità?
E lo stesso faranno in tutta Europa i partiti uniti nel Partito della Sinistra Europea, francesi,  tedeschi, danesi, portoghesi, estoni, greci, una grande forza europea che si batte per una nuova Europa. Con una sola voce, perché il potere è della gente.
Io voterò per l’Altra Europa con Tsipras.

 

Nessuno che parli del TTIP. Salvo…

28 Apr

Prima di tutto, cos’è il  TTIP? L’acronimo sta per  Transatlantic Trade and Investment Partnership, cioè, tradotto: Partenariato trans-atlantico per il commercio e gli investimenti. Cioè, più chiaramente e secondo la Commissione Europea per il Commercio, un accordo con “l’obiettivo di rimuovere le barriere commerciali in una vasta gamma di settori economici per facilitare l’acquisto e la vendita di beni e servizi tra Europa e Stati Uniti, progettato per incoraggiare la crescita e la creazione di posti di lavoro.

Ma NON è così. Come ho avuto modo di dire in precedenza qui, di questo accordo si sa poco o nulla e (quel che è molto peggio) sembra si stia facendo di tutto per tenerci all’oscuro, noi tutti cittadini europei.  Scrissi infatti in quell’occasione, che l’accordo “tenderebbe  a facilitare ogni genere di rapporto commerciale, travalicando i regolamenti protezionistici nazionali anche in settori come la sanità, la cultura, l’acqua. In più, i sospetti circa un accordo che limiterebbe l’autonomia dei singoli Stati su argomenti fondamentali sono acuiti dalla segretezza con cui le trattative vengono condotte da entrambe le parti.

Oggi ho trovato sull’argomento un breve video della Lista Tsipras, L’Altra Europa, che spiega meglio la questione e i miei dubbi su questo “accordo” sono improvvisamente aumentati.
Vediamo se capita anche a voi e poi domandatevi anche il perché di questo strano silenzio.

Nel mio Pd sono un traditore perché voterò per Tsipras.

24 Mar

Dunque, sono sotto accusa. Di ateismo, alto tradimento, apostasia, non lo so, ma di certo c’è che al circolo Pd dove sono iscritto hanno visto parecchio male la mia adesione alla lista Tsipras per le europee che si terranno il 25 maggio.  Qualche parruccone ancora seguace del pensiero unico ha pensato che non sia consentito a un iscritto al Pd decidere con la propria testa in funzione di quanto sia agli atti e sotto gli occhi di tutti. Quindi, nella migliore delle ipotesi dovrei quanto meno autosospendermi.  Con questo post voglio spiegare la mia posizione e chiedere a chi mi leggerà una franca e sincera opinione , ringraziando fin d’ora per i contributi, quali che essi siano.

Andiamo con ordine, partendo da una premessa: “Un recente sondaggio realizzato per la Commissione europea (Eurobarometro standard 80) rivela che per il 74% degli italiani, i 28 stati dell’Unione dovrebbero cooperare di più per risolvere i problemi che l’affliggono; il 65% ritiene che l’Italia non possa affrontare da sola le sfide della globalizzazione; il 53% è favorevole all’Unione economica e monetaria e il 50% crede che per il nostro paese non ci sia un futuro migliore fuori dall’UE (contro il 30% che lo ritiene possibile). Tuttavia una quota crescente di italiani, passata dal 46% al 55%, pensa che l’UE non stia andando nella giusta direzione ed è pessimista sul suo futuro; in particolare, essi ritengono che la disoccupazione sia il principale problema e (il 64%) che l’UE, fautrice delle politiche di rigore, non stia creando i presupposti per ridurla.
In definitiva, la maggioranza degli italiani è molto preoccupata per le politiche comunitarie e i loro effetti negativi; tuttavia, ribadisce la sua convinzione di fondo europeista, la convenienza del nostro paese a puntare sull’UE e la necessità di accelerane la costruzione, ma cambiando il modo di realizzarla.” (dal sito sbilanciamoci.it).
Ed ora le mie considerazioni.

1. Perché Schultz non mi convince. A parte il discorso che fece al Parlamento europeo contro Berlusconi, dell’attività politica e parlamentare di Martin Schultz – candidato del PSE alla Presidenza della Commissione – non ho molti ricordi  (e Wikipedia non è che mi abbia aiutato molto). Un normale volume di informazione e il suo quotidiano aggiornamento mi hanno consentito tuttavia di farmi nel tempo un’idea piuttosto precisa della sua posizione e di quella del PSE (cui il Pd ha aderito solo alla fine di questo febbraio: non mi pare un particolare di poco conto). Dunque, il socialdemocratico Schultz intende evidenziare sullo scenario europeo alcuni temi, tra cui primeggiano la prevenzione di nuove crisi finanziarie, lo sviluppo di una politica comune su immigrati e immigrandi e l’evoluzione dell’annoso problema della parità di genere.  Circa la brutale politica di austerity imposta dalla Merkel all’Europa (a parte le dichiarazioni fatte a novembre sui guai derivanti dai suoi eccessi in Grecia) poco o nulla: comprensibile, visto che in Germania la SPD appoggia la Cancelliera nella coalizione di governo che ha nel rigido rispetto della soglia del 3% del differenziale debito pubblico/PIL e il contenimento del debito pubblico i suoi punti fondamentali.  Allo stesso tempo, da più parti – anche istituzionali, come la BCE e il Consiglio Europeo –  pervengono sempre meno sommesse indicazioni per uscire dallo stallo della crisi e rilanciare l’economia europea, auspicando investimenti in riforme del mercato del lavoro, retribuzioni, nuove tecnologie: quindi una posizione all’opposto del governo tedesco e che non potrebbe non imbarazzare Schultz se dovesse essere eletto.
C’è poi da considerare chi appoggerebbe Schultz nel caso di sua elezione: Jean-Claude Juncker, il vecchio primo ministro lussemburghese leader del PPE non ne ha fatto mistero. In una recente intervista a Le Monde (non propriamente un giornale di sinistra) ha confidato che lui e Schultz “sono d’accordo su parecchi punti” e difficilmente Schultz potrebbe fare a meno del suo aiuto, visto che anche i laburisti inglesi non sembrano disposti a schierarsi con lui (vedi The European Voice) vista proprio la posizione dell’SPD in Germania.
In conclusione, la mia idea è che Schultz presidente a Renzi – e quindi a noi – non potrebbe dare molto di più che una affettuosa solidarietà ma resterebbe immutato tutto il quadro di rigida osservanza dei vincoli imposti ai paesi più deboli, incluso prima di tutto il Fiscal compact, che dall’anno prossimo ci chiederà il pagamento di circa 50 miliardi di euro all’anno per vent’anni in ordine alla riduzione del debito pubblico. 50 miliardi che si sommeranno agli altri nostri debiti già esistenti e il cui totale non potrà non avere conseguenze pesantissime: all’Italia e agli altri paesi con le economie in crisi non resterà quindi che attuare nuovi piani di enormi sacrifici verso i propri cittadini, con tagli feroci alle pensioni, all’assistenza sanitaria, agli ammortizzatori sociali, solo per dire i primi mi che vengono in  mente.

2. Perchè sostengo Tsipras. Di Alexis Tsipras ho già avuto occasione di parlare qui, e qui c’è il suo programma integrale.  In sintesi, Tsipras si oppone alla politica fin qui seguita dalla UE, succube della potenza economica e politica della Germania, e progetta per il futuro dell’Europa una svolta radicale.  In aperto contrasto coi piani della della ‘trojka’ (Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale e Unione Europea) chiede la drastica riduzione delle spese militari di tutti gli stati membri, una tassa sulle transazioni finanziarie e una speciale per i beni di lusso,  l’eliminazione del vincolo del 3% del differenziale tra spesa pubblica e PIL, la difesa del diritto all’istruzione, alla sanità e all’ambiente,  il finanziamento da parte della BCE degli Stati in difficoltà e dei programmi di investimento pubblico. Insomma, Tsipras manifesta decisamente la sua opposizione alle decisioni della Troika con un programma apertamente di sinistra e che riporterebbe al sogno di Altiero Spinelli nel Manifesto di Ventotene di un’Europa federata, che Guido Viale ha così felicemente riassunto sull’Huffington Post: “noi della ‘lista Tsipras’ vogliamo più e non meno Europa, ma un’Europa democratica, federalista, rispettosa dei diritti di tutti e delle autonomie locali, pacifica ma forte, inclusiva, sottratta al dominio della finanza“.

Ecco perché dei programmi dei due candidati, l’unico davvero di “sinistra” mi appare quello di Tsipras. In quest’ultimo vedo una decisa virata europea: difficilmente (molto) Schultz potrà opporsi alle politica economica e monetaria di Angela Merkel; Tsipras si dichiara invece pronto a battersi contro il neoliberismo imposto dai poteri forti nella UE.
E poi un’ultima considerazione: se Tsipras (e il GUE, il gruppo della sinistra europea) dovesse riscontrare un inatteso successo (i sondaggi sembrano andare in questo senso, al momento) non potrebbe forse aprirsi un nuovo scenario che veda una coalizione Schultz, GUE, laburisti, Verdi e altre forze progressiste minori unita nell’appoggiare la grande e attesa svolta dell’Unione?

Ecco qui, questo è tutto e non cambierò idea. Però se vi va fatemi sapere cosa ne pensate e grazie comunque.

Il programma di Alexis Tsipras: 3 priorità e 10 punti per cambiare l’Europa

13 Mar

“Questa non  è la nostra Europa. È solo l’Europa che vogliamo cambiare. Al posto di un’Europa piena di paura della disoccupazione, della disabilità, della vecchiaia e della povertà; al posto di un’Europa che ridistribuisce i guadagni ai ricchi e la paura ai poveri; al posto di un’Europa che serve le necessità dei banchieri, vogliamo un’Europa al servizio dei bisogni umani.”
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Il partito della Sinistra Europea mi ha eletto come candidato per la presidenza della Commissione dell’Unione Europea nel quarto congresso il 13-15 Dicembre a Madrid.

È un onore e un onere. L’onore non è solo personale. La candidatura del leader del partito di opposizione in Grecia simboleggia il riconoscimento dei sacrifici del popolo greco. Simboleggia anche la solidarietà per tutti i popoli del Sud dell’Europa che hanno subito le catastrofiche conseguenze sociali dei Memoranda di austerità e recessione.

Tsipras 3Ma, più che una candidatura, è un mandato di speranza e cambiamento in Europa. È un appello per la Democrazia a cui ogni generazione merita di partecipare, e in cui ogni generazione ha il diritto di vivere. È una lotta per il potere di cambiare la vita quotidiana della gente ordinaria. Per citare Aneurin Bevan, un vero social-democratico e il padre del Servizio Sanitario Nazionale Britannico, il potere per noi significa “l’uso di un’azione collettiva con lo scopo di trasformare la società e innalzare tutti noi, insieme”.

Io non sono un candidato del Sud dell’Europa. Sono un candidato di tutti cittadini, indipendentemente dal loro indirizzo, sia del Nord sia del Sud, che vogliono un’Europa senza austerità, recessione eRaccomandazioni. La mia candidatura aspira a raggiungere tutti voi, senza distinzioni di ideologie politiche e di voti nelle elezioni nazionali. Unisce gli stessi popoli che sono divisi dalla gestione neolìberista  della crisi economica. Integra l’indispensabile allenza anti- Memoranda del Sud in un ampio movimento Europeo contro l’austerità – un movimento per la ricostruzione democratica dell’unione monetaria.

La mia candidatura si rivolge soprattutto ai giovani. Per la prima volta nell’Europa del dopoguerra una giovane generazione ha aspettative peggiori rispetto a propri genitori. I giovano vedono le proprie aspirazioni bloccate dall’elevata disoccupazione e la prospettiva di crescere senza lavoro o sottopagati. Dobbiamo agire –  non per loro ma con loro – e dobbiamo agire ora!

Dobbiamo urgentemente superare la divisione tra Nord e Sud dell’Europa e demolire il “muro monetario” che separa gli standard e le possibilità di vita nel continente.

L’Eurozona  è sull’orlo di un collasso. Questo non è dovuto all’Euro in se, ma al neoliberismo – alle politiche di austerità che, anziché supportare la moneta unica, l’hanno indebolita. Ma, insieme alla moneta unica, hanno indebolito anche la fiducia dei cittadini nell’Unione Europea e il supporto per avanzare e approfondire l’integrazione in Europa. È per questa ragione che crediamo che il neo-liberismo non fa altro che stimolare l’euro-scetticismo. E che dovremmo abbandonare l’austerità e recuperare la Democrazia.

Quello che è successo negli anni della crisi è che l’estabishment politico ha colto l’opportunità di riscrivere la politica economica del dopoguerra.

La gestione politica della crisi del debito dell’Eurozona è inserito nel processo di trasformazione istituzionale dell’Eurozona Sud sul modello del Capitalismo neo-liberista Anglo-Sassone. La diversità nelle istituzioni nazionali non è tollerata. L’imposizione delle regole è la pietra fondante delle leggi recentemente approvate dalla Commissione Europea per incrementare il controllo economico sull’Eurozona. La Cancelliera Merkel in Germania, insieme all’élite burocratica neo-liberista in Bruxelles, tratta la solidarietà sociale e la dignità umana come ostacoli economici e la sovranità nazionale come un fastidio. L’Europa è costretta a indossare la camicia di forza dell’austerità, delle disciplina e della deregolamentazione . Peggio ancora, l’Europa rischia una “generazione perduta” della sua popolazione più giovane e talentuosa.

Questa non  è la nostra Europa. È solo l’Europa che vogliamo cambiare. Al posto di un’Europa piena di paura della disoccupazione, della disabilità, della vecchiaia e della povertà; al posto di un’Europa che ridistribuisce i guadagni ai ricchi e la paura ai poveri; al posto di un’Europa che serve le necessità dei banchieri, vogliamo un’Europa al servizio dei bisogni umani.

Il cambiamento è possibile e avverrà! Coloro che dicono che l’Europa in cui viviamo non può cambiare, lo dicono perché non vogliono che l’Europa cambi.

Perché hanno interessi a non voler cambiare l’Europa. avatar_altraeuropa_webDobbiamo riunire l’Europa e ricostruirla su basi democratiche e progressive. Dobbiamo riconnettere l’Europa con le sue origini Illuministiche e dare priorità alla Democrazia. Perché l’Unione Europea sarà democratica o cesserà di esistere. E per noi, la Democrazia non è negoziabile.

La sinistra Europea si sta battendo per una Europa democratica, sociale ed economica. Questo obbiettivi strategici definiscono le nostre tre priorità politiche:

1.      Porre fine all’austerità e alla crisi.
Un’Eurozona senza austerità è possibile. Perché l’Austerità è in sé una crisi – non è una soluzione per la crisi. Costringe l’Europa ad oscillare tra recessione e un incremento anemico del GDP. Ha gonfiato la disoccupazione registrata in Europa. È la causa dell’incremento del debito pubblico dell’Eurozona dal 70,2% nel 2008 al 90,6% nel 2012. A questo scopo, lavoreremo per una soluzione comprensiva e definita del debito dell’Eurozona. Apriremo la strada alla reflazione coordinata delle economie Europee. Perchè la deflazione minaccia la stabilità. Abbiamo riassunto il nostro piano politico contro la crisi in dieci punti, e la presenteremo nella prossima sezione.

2.      Mettere in moto la trasformazione ecologica della produzione.
La crisi non è solo economica. È anche ecologica, nel senso che riflette un paradigma economico insostenibile in Europa. Di conseguenza, abbiamo bisogno di una simultanea trasformazione economica ed ecologica delle società europee per emergere dalla crisi e creare una solida base per lo sviluppo con giustizia sociale, impiego stabile e decente e una migliore qualità di vita per tutti. Abbiamo bisogno di questa trasformazione adesso!
La gestione della crisi nell’Eurozona Sud attraverso le famigerate “Troika” ha aggiunto una crisi ambientale alla crisi fiscale di quelle nazioni, rinforzando la divisione tra il Nord e il Sud. Inoltre, col pretesto della crisi e la ricerca di una soluzione rapida alla situazione economica, l’Unione Europea e gli stati membri hanno rilassato le proprie politiche ecologiche e limitato la sostenibilità, nel migliore dei casi, a misure di efficienza energetica e di materie prime. Un caso tra tutti, anche se l’Europa abbonda di casi simili,  e il supporto dato dal governo greco alla multinazionale mineraria Eldorado Gold, che ha iniziato operazioni minerarie su larga scala nella foresta primordiale di Skouries in Halkidiki.
L’Europa ha bisogno di un cambio di paradigma a favore della sostenibilità.

A questo scopo, abbiamo bisogno di una politica pubblica ecologica che sia priorità alla sostenibilità e qualità, cooperazione e solidarietà. Per esempio, una politica pubblica ecologica pianificherebbe, incoraggerebbe e finanzierebbe un’istruzione a favore della sostenibilità e indirizzerebbe verso carriere in settori sostenibili. La trasformazione ecologica della produzione include un’ampia gamma di settori politici, quali: Riforma delle tasse, che cambierebbe la logica della tassazione spostando il suo peso sul consumo di risorse piuttosto che sull’impiego, l’eliminazione di sovvenzioni a imprese nocive per l’ambiente, la preservazione della biodiversità, la sostituzione dell’energia convenzionale con risorse rinnovabili, l’investimento nella ricerca ambientale e lo sviluppo di coltivazione organica e trasporto sostenibile, insieme al rifiuto di qualsiasi accordo commerciale trans-atlantico che non garantisca alti standard sociali ed ambientali.

3.      Riformare la struttura dell’immigrazione in Europa.
La ricerca umana di una vita migliore è inarrestabile. I confini bloccano i diritti umani, non le persone. Finché rimane la differenza tra i guadagni e le prospettive dei pesi d’origine e  quelli dell’Unione Europea rimane enorme o continua ad aumentare l’immigrazione in Europa continuerà. L’Unione Europea dovrebbe dimostrare doppia solidarietà: esterna, verso i paesi d’emigrazione, e interna, con un giusto collocamento geografico degli immigrati. In particolare, l’Unione Europea dovrebbe prendere l’iniziativa politica per una nuova relazione con questi paesi, migliorando l’assistenza allo sviluppo e la capacità per lo sviluppo endogeno con pace, democrazia e giustizia sociale. In parallelo, è necessario cambiare l’architettura istituzionale per l’asilo e l’immigrazione. Dobbiamo assicurare la protezione dei diritti umani nel territorio europeo e pianificare misure per salvare i migranti in mare aperto, per organizzare centri di accoglienza e adottare nuove leggi che regolino l’accesso dei migranti ai Paesi europei in modo giusto e proporzionato, prendendo in considerazione, per quanto possibile, i desideri individuali. I fondi dell’Unione dovrebbero essere distribuiti in modo più sensato; le recenti tragedie di Lampedusa e  Farmakonisi dimostrano che sia il Patto Europeo per l’Immigrazione e l’Asilo e la Regolazione Dublino II [Regulation (EC) 343/2003 and Regulation (EU) 604/2013] devono essere corretti immediatamente. Soggetti a semplici e trasparenti criteri, i migranti dovrebbero avere la possibilità di chiedere asilo direttamente allo stato membro a loro scelta e non al Paese attraverso cui entrano nell’Unione Europea. Il paese d’ingresso dovrebbe fornirgli documenti di viaggio che permettano di raggiungere la loro destinazione. Rifiutiamo la “Fortezza Europa” che non fa altro che promuovere xenofobia, razzismo e fascismo.
Lavoriamo per un’Europa che sia inattaccabile dall’estrema destra e dal neo-nazismo.
Ma l’Europa non sarà ne sociale ne ecologica se non è democratica. E so non è democratica, alienerà i suoi cittadini proprio come succede oggi. Perché, in questo momento cruciale, l’Unione Europea è decaduta in un’oligarchica e anti-democratica industria al servizio delle banche, delle multinazionali e dei ricchi. La Democrazia, in Europa, è in ritirata. E non c’è dubbio che dobbiamo prre fine all’austerità per recuperare la Democrazia.  Questo perché l’austerity neo-liberista è stata imposta ai Paesi del Memorandum per mezzo di misure legislative che indeboliscono i parlamenti nazionali; ha rimosso diritti sociali ed economici dei cittadini mediante misure proprie degli stati di polizia. Allo stesso tempo, la struttura e le operazioni delle istituzioni europee, alle quali sono state trasferite le competenze e i diritti nazionali sono prive di legittimità democratica e trasparenza. Burocrati anonimi al di sopra della legge non possono sostituire i politici eletti.

 Ma, perché la discussione della democrazia in Europa sia significativa, l’unione Europea necessita di un budget significativo e di un Parlamento Europeo che  ne decida l’allocazione e che insieme ai Parlamenti nazionali decida l’esecuzione e controlli la sua efficienza. La riorganizzazione democratica dell’Unione Europea è l’obbiettivo politico per eccellenza. A questo scopo, dovremmo estendere la partecipazione del pubblico e l’interesse dei cittadini nello sviluppo delle politiche e dei servizi europei. In parallelo, dovremmo potenziare la istituzioni che hanno una legittima base democratica, come il parlamento europeo e i parlamenti nazionali. Questo implica iniziative politiche concrete, come primo passo nel restituire ai parlamenti nazionali il ruolo centrale nella legislazione e nelle decisioni sul budget nazionale. Questo significa la sospensione degli articoli 6 e 7 della Regolazione  (EU) 473/2013 (il secondo dei due pacchetti di atti legislativi nell’Eurozona) riguardo al monitoraggio e la valutazione dei piani economici nazionali, che danno alla Commissione Europea il diritto di controllare e modificare i budget nazionali prima dei rispettivi parlamenti. Secondariamente, come è stato già detto, implica che sia il Parlamento Europeo che i Parlamenti nazionali abbiano maggior controllo sul budget europeo. Implica anche che il parlamento europeo sia un meccanismo democratico di controllo sul Consiglio Europeo e la Commissione Europea. Ma un’Europa democratica non può essere democratica e consensuale entro i propri confini e arrogante, militaristica e guerrafondaia all’estero. Per questa ragione, abbiamo bisogno di un sistema di sicurezza europeo fondato sul negoziato e sul disarmo. Nessun soldato europeo dovrebbe operare al di fuori dell’Europa.

I. UN PIANO IN 10 PUNTI CONTRO LA CRISI, PER LA CRESCITA CON GIUSTIZIA SOCIALE E IMPIEGO PER TUTTI.

L’Eurozona è il livello ideale per implementare politiche progressiste finalizzate alla crescita, alla redistribuzione delle ricchezze e alla creazione di posti di lavoro. Questo è perchè l’unione monetaria ha maggiore libertà di ciascuno dei suoi costituenti presi separatamente ed è meno esposta alla volatilità e  instabilità dell’ambiente esterno. Ma il cambiamento richiede sia un piano politico fattibile che un’azione collettiva.

 Per concludere la crisi Europea, è necessario un cambi drastico di regime.
Questa priorità serve il nostro piano politico di dieci punti:

 1.      Immediata fine dell’austerità.  L’austerità è una medicina nociva somministrata al momento sbagliato con devastanti conseguenze per la coesione della società, per la democrazia e per il futuro dell’Europa. Una delle cicatrici lasciate dall’austerità che non mostra segni di guarigione è la disoccupazione – in particolare tra i giovani. Oggi, quasi 27 milioni di persone sono disoccupati nell’Unione Europea, di cui più di 19 milioni nell’Eurozona. La disoccupazione ufficiale nell’Eurozona è salita dal 7,8% nel 2008 al 12,1% nel Novembre 2013. In Grecia, dal 7,7% al 24,4% e in Spagna dal 11,3% al 26,7% nello stesso periodo. La disoccupazione giovanile in Grecia e Spagna si aggira intorno al 60%. con 4,5 milioni di under-25 disoccupati, l’Europa firma la sua condanna a morte.

2.      Un New Deal europeo. L’economia europea ha sofferto 6 anni di crisi, con disoccupazione media sopra il 12% e il rischio di una depressione pari a quella degli anni 30. l’Europa potrebbe e dovrebbe prendere in prestito denaro a basso interesse per finanziare un programma di ricostruzione economica focalizzato sull’impiego, sulla tecnologia e sull’infrastruttura. Il programma aiuterebbe le economie colpite dalla crisi ad emergere dal circolo vizioso di recessione e incremento del debito, creare posti di lavoro e sostenere il recupero economico. Gli Stati Uniti ce l’hanno fatta. Perché non noi?

3.      L’espansione dei prestiti alla piccola e media impresa. Le condizioni dei prestiti in Europa è nettamente deteriorata. Le piccole e medie imprese sono state colpite ancora più duramente. Migliaia di queste, soprattutto nelle economie in crisi del Sud dell’Europa sono state costrette a chiudere, non perché non erano sostenibili, ma perché il credito era esaurito. Le conseguenze per i posti di lavoro sono state terribili. I tempi straordinari richiedono misure straordinarie: la banca centrale europea dovrebbe seguire l’esempio delle Banche Centrali degli altri paesi e fornire prestiti a basso interesse alle banche se queste accettano di di fare credito a piccole e medie imprese.

4.      Sconfiggere la disoccupazione. La disoccupazione media europea è la più alta mai registrata. Molti dei disoccupati rimangono senza lavoro per più di un anno e molti giovano non hanno mai avuto l’opportunità di ricevere un salario per un impiego decente. La maggior parte della disoccupazione è il risalutato dello scarso o nullo sviluppo economico, ma anche se la crescita riprende, l’esperienza ci insegna che sarà necessario molto tempo perché la disoccupazione torni al livello di prima della crisi.
L’Europa non può permettersi aspettare così a lungo. Lunghi periodi di disoccupazione sono devastanti per le abilità dei lavoratori, specialmente i giovani. Questo nutre l’estremismo di destra, indebolisce la democrazia e distrugge l’ideale europeo. L’Europa non dovrebbe perdere tempo, dovrebbe mobilitarsi e ridirigere i Fondi Strutturali per creare significative possibilità d’impiego per i cittadini. Laddove i limiti fiscali degli stati membri sono stretti, i contributi nazionali dovrebbero essere azzerati.

5.      Sospensione del nuovo sistema fiscale europeo: richiede pareggio di bilancio anno per anno, indipendentemente dalle condizioni economiche dello stato membro.  Di conseguenza rimuove la possibilità di usare le politiche fiscali come uno strumento di stabilità nei momenti di crisi, quando è più necessario, mettendo in pericolo la stabilità economica. In breve, è un’idea pericolosa. L’Europa necessita di un sistema fiscale che assicuri la responsabilità fiscale sul medio termine e allo stesso tempo permetta agli stati membri di usare lo stimolo fiscale durante una recessione. Una politica modificata ciclicamente che esenti gli investimenti pubblici è necessaria.

 6.      Una vera e propria banca europea che possa prestare denaro come ultima risorsa per gli stati-membri e non solo per le banche.  L’esperienza storica suggerisce che le unioni monetarie di successo necessitano di una banca centrale che adempia a tutte le funzioni di una banca e non serva solo a mantenere la stabilità dei prezzi. Il prestito a uno stato bisognoso dovrebbe essere incondizionato e non dipendente dall’accettazione di un programma di riforme con il Meccanismo di Stabilità Europea. Il fato dell’Euro e la prosperità dell’Europa dipende da questo.

7.      Aggiustamento macroeconomico: i paesi in surplus dovrebbero lavorare quanto i paesi in deficit per correggere il bilanciamento macroeconomico all’interno dell’Europa. L’Europa dovrebbe monitorare valutare e richiedere azione dai Paesi in surplus sotto forma di stimolo, per alleviare la pressione unilaterale sui Paesi in deficit. L’attuale asimmetria non danngiia solo i paesi in deficit. Danneggia l’intera Europa.

8.      Una Conferenza del Debito Europeo. La nostra proposta è ispirata ad uno dei più lungimiranti momenti nella storia politica Europea. Questo è l’Accordo di Londra sul Debito del 1953, che alleviò il peso economico della Germania, aiutando a ricostruire la nazione dopo la guerra aprendo la strada per il suo successo economico. L’Accordo richiedeva il pagamento di, al massimo, la metà dei debiti, sia privati che intergovernativi. Legava i tempi del pagamento all’abilità del Paese di ripagare, diluendoli su un periodo di 30 anni. Collegava il debito allo sviluppo economico, seguendo una implicita clausola di crescita: nel periodo tra il 1953 e 1959 gli unici pagamenti dovuti erano gli interessi del debito.  Questo ritardo nei pagamenti aveva lo scopo di concedere alla Germania il tempo di recuperare.
A partire dal 1958, l’Accordo prevedeva pagamenti annuali che diventarono sempre meno significativi con la crescita dell’economia. L’accordo prevedeva che la riduzione dei consumi della Germania, quello che oggi chiamiamo “devalutazione interna”, non era un metodo accettabile di assicurare il pagamento dei debiti. I pagamenti erano condizuionati dalla possibilità di pagare. L’Accordo di Londra è in diretto contrasto con l’erronea logica dei pagamenti richiesti dal trattato di Versailles, che ostacolava la ricostruzione dell’economia tedesca e creava dubbi sulle intenzioni degli Alleati. L’Accordo di Londra rimane un piano d’azione utilizzabile anche oggi. Non vogliamo una Conferenza del Debito Europeo per il Sud dell’Europa. Vogliamo una Conferenza del Debito Europeo per l’Europa. In questo contesto, si dovrebbero usare tutti gli strumenti politici disponibili, inclusi i prestiti dalla Banca Europea come ultima risorsa  oltre alla istituzione di un debito sociale europeo, come gli Eurobond, per sostituire i debiti nazionali.

9.      Un Atto Glass-Steagall Europeo. L’obbiettivo è separare le attività commerciali e gli investimenti bancari per prevenire la loro unificazione in un’entità incontrollabile.

10.  Una legislazione Europea effettiva per tassare l’economia e le attività imprenditoriali offshore .

II. Questo è il momento di cambiare!

Per rendere possibile questo cambiamento,   dobbiamo influenzare in modo decisivo la vita dei cittadini europei. Non vogliamo semplicemente cambiare la attuali politiche ma anche estendere l’interesse e la partecipazione del pubblico nella politica e nella scrittura delle leggi europee. Di conseguenza, dobbiamo creare la più ampia possibile alleanza politica e sociale.

Dobbiamo alterare l’equilibrio del potere politico per poter cambiare l’Europa. Il neo-liberismo non è un fenomeno naturale ne qualcosa di invincibile. È solo il prodotto di scelte politiche in un particolare equilibrio storico di forze. Deve la sua longevità come paradigma economico a politiche socio-democratiche risalenti agli anni ’90. Queste hanno favorito i principi neo-liberisti in corrispondenza a una progressiva deriva verso destra. Per molti Europei, i socio-democratici sembrano l’eco di un’era passata. Non per noi!  Ma il disagio sociale dell’attuale crisi  e lo scetticismo dell’elettorato verso lo status quo politico hanno condotto le loro strategia ad uno stallo. I socio-democratici non possono permettersi di perdere tempo. Qui ed ora, devono fare uno storico passo in avanti per ridefinirsi nella percezione e nella coscienza pubblica come una forza della sinistra democratica.  Ridefinendosi in opposizione al neo-liberismo e alle fallimentari politiche del Partito Popolare Europeo e dell’Alleanza Liberale. O, come è stato accuratamente detto, diventando una forza politica “disposta ad essere tanto radicale quanto la stessa realtà”.

L’Europa è arrivata ad un bivio critico. Nelle elezioni europee del 25 Maggio, due chiare alternative per il presente ed il futuro sono sul tavolo: o rimaniamo immobili con i conservatori e i liberisti, o ci muoviamo avanti con la Sinistra Europea. O acconsentiamo allo status quo neo-liberista – fingendo che la crisi si possa risolvere con le stesse politiche che l’hanno causata- o guardiamo al futuro rappresentato dalla Sinistra Europea.

Ci rivolgiamo soprattutto all’ordinario cittadino europeo che tradizionalmente ha votato per i socio-democratici: per prima cosa, perché eserciti il suo diritto di voto il 25 Maggio, anziché astenersi e lasciare che gli altri votino al suo posto, e che voti per la speranza ed il cambiamento – votando la Sinistra Europea. Possiamo ricostruire la nostra Europa di lavoro, cultura ed ecologia. Ancora una volta nella storia della nostra casa comune – che è l’Europa – dobbiamo ricostruirla come un insieme di società democratiche e giuste. Per ricostruire l’Europa è necessario cambiarla. E dobbiamo cambiarla adesso, perché sopravviva.

Mentre le politiche neo-liberiste trascinano indietro la ruota della Storia, è il momento che la sinistra spinga avanti l’Europa.

Alexis Tsipras
___________
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