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Una legge elettorale degna di questo nome

1 Feb

Cioè, come scriveva pochi giorni da Piero Ignazi su Repubblica, “una nuova, buona, condivisa legge elettorale che valga per i decenni futuri e non per le prossime elezioni”, invitando la politica ad agire perché  “intervenire per definire una legge che contempli i due principi cardine di ogni sistema elettorale – governabilità e rappresentatività – costituisce un vero imperativo per la classe politica.

Non mi pare che finora si sia manifestato qualcuno interessato a farlo ed è questo il segnale principe che la nostra classe politica sa dare il meglio (!) di sè stessa nell’incitare l’antipolitica. I 100 capilista previsti dall’Italicum ricondizionato dalla Consulta porterebbero alla Camera altrettanti docili rappresentanti non dei cittadini (e già questo sarebbe errato), bensì dei segretari e leader dei rispettivi partiti. La simulazione di Demopolis mi aiuta:

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In teoria (ma non tanto, temo), solo gli eccedenti i 1oo del Pd e del M5s sarebbero tra quelli scelti dagli elettori:  92+85, 175 deputati in tutto, “indipendenti” si fa per dire, perché anche loro difficilmente potrebbero evitare le pressioni dei rispettivi vertici.

Una via d’uscita c’è, per quei partiti che volessero rispettare il diritto degli elettori di scegliersi i propri rappresentanti. L’indicazione dei 100 capilista – per quel che se ne può capire oggi – non è obbligatoria: nulla impedirebbe di presentare liste ordinate in  ordine alfabetico rispettando la parità di genere. E sarebbe una ricoluzione copernicana che sarebbe premiata dai cittadini.

Nonostante tutto mi smentisca, voglio ancora sperare che si possa improvvisamente manifestare in più d’uno dei nostri leader un soprassalto di coscienza e venga ascoltato il monito conclusivo di Ignazi: “Una classe politica al punto più basso della fiducia e della stima necessita, almeno da parte delle sue componenti più consapevoli, di un colpo d’ala che dimostri di pensare al bene comune e non a quelli particolari.
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COME UNA CASA SENZA FINESTRE
In un piccolo borgo di montagna del nostro nord-est, un mondo chiuso e apparentemente quasi ostile, il giovane carabiniere Paternò si trova di fronte al duplice omicidio di due cacciatori. Paternò non è un carabiniere comune: nonostante la giovane età ha una storia alle spalle che pesa sulla sua esistenza, con angoli bui che non conosce o forse non vuole esplorare e le indagini cui si dedica senza il permesso dei suoi superiori conducono in diverse direzioni. Incontra così vari personaggi che rappresentano tutti insieme un conciso panorama delle due realtà di una certa Italia: retriva per un lato ma dall’altro generosa, ottusa per un verso ma per un altro aspetto aperta alle istanze sociali.

La storia si sviluppa su due piani paralleli scritti uno al passato e l’altro al presente, come la personalità di Paternò che si è evoluta su due dimensioni: quella della tragedia familiare e quella intima e personale, che si sono intrecciate fino a costruire un insieme complesso che parlando di sé descrive come ‘una casa senza finestre’. Accade così che accanto all’indagine ne origini inconsapevolmente una seconda in cuicopertina-cucsf
Paternò insegue soprattutto due cose che non ha avuto dalla vita: giustizia e amore. Le incontrerà entrambe un poco alla volta attraverso piccole conquiste e sconfitte e alla fine riuscirà, dando un contributo fondamentale, a risolvere il caso e contemporaneamente a scoprire quel sentimento che ha rappresentato la chiave nascosta della sua ricerca.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/296575/come-una-casa-senza-finestre/

IL RUOLO PERDUTO DELLA POLITICA

31 Gen

Penso che Piero Ignazi sia uno dei più lucidi analisti della nostra realtà politica. L’eloquente quanto (a dir poco) sconfortante titolo di questo post infatti è di un suo commento pubblicato domenica su Repubblica, stranamente introvabile sul sito.

Poco male: proverò qui a darne una sintesi per chi non avesse avuto l’opportunità di leggerlo (n.b. il neretto è sempre mio).
Ignazi apre facendo notare come la nota conclusiva della sentenza della Corte sull’Italicum, che rende immediatamente applicabile la legge elettorale, “si scontra con il richiamo che il  Presidente della Repubblica ha espresso più volte ad armonizzare le leggi elettorali per la Camera ed il Senato prima di andare al voto”. La ragione è data dalla torsione che la politica subisce, lasciando spazi “ad interventi di organi diversi da quelli determinati dalla volontà popolare e quindi a perdere “legittimità propria”. Assistiamo quindi “ad un cedimento della politica per incapacità propria, e ad un ricorso esorbitante, ossessivo, supino, ad autorità esterne”. Gran parte della classe politica – prosegue Ignazi – ha ripetuto in questi mesi che occorreva “attendere la sentenza della Corte, come se il Parlamento fosse incapacitato a intervenire su questo tema che è squisitamente politico e di sua esclusiva competenza”.

Purtroppo, le premesse scoraggiano chiunque. Nel Pd “prevale il bisogno di rivincita e di riaffermazione dell’attuale leadership. Il segretario del partito democratico si dimostra del tutto disinteressato a favorire una intesa con gli altri partiti per una nuova, buona, condivisa legge elettorale che valga per i decenni futuri e non per le prossime elezioni.” E ciò nonostante che, per le regole uscite dalle sentenze della Corte Costituzionale, “intervenire per definire una legge che contempli i due principi cardine di ogni sistema elettorale – governabilità e rappresentatività – costituisce un vero imperativo per la classe politica”.  Infatti,”il riformismo elettorale ipercinetico di questi anni ha indirettamente delegittimato le istituzioni e la stessa classe politica”, diffondendo “l’idea che le norme si facciano per la convenienza del governante di turno.”

Occorre ribaltare questa prospettiva, afferma Ignazi. La legge elettorale che il Parlamento “deve” approvare non deve essere fatta “per favorire o inibire il successo di qualcuno”, come avvenne per il Porcellum di Calderoli. In questo percorso, va tenuta nella massima considerazione la necessità “di riannodare un rapporto fiduciario tra elettori ed eletti… un obbiettivo imposto dal clima di sfiducia imperante.. che certo non viene risolto con la soluzione del sorteggio indicata dalla Corte… per risolvere il problema delle pluricandidature, su cui, invece non si sono sollevate obiezioni. Una classe politica al punto più basso della fiducia e della stima necessita, almeno da parte delle sue componenti più consapevoli, di un colpo d’ala che dimostri di pensare al bene comune e non a quelli particolari.

Conclusione: “Andare alle elezioni subito, così, senza muovere un comma delle attuali norme elettorali ‘Frankenstein’” serve solo a dimostrare “di tenere in conto solo interessi di parte” e che “la politica ha perso ogni legittimità a disegnare il futuro”.

Fin qui il commento di Ignazi, che devo, purtroppo, condividere, sapendo di essere tutt’altro che solo. Ma c’è un’altra considerazione da fare, assai più pratica. e ci ha pensato l’istituto Demopolis guidato da Ilvo Diamanti con alcune simulazioni.
Qualora il Parlamento non riuscisse a modificare la legge risultante dalle censure della Consulta, il risultato del voto darebbe – con ogni probabilità – un parlamento impossibile, che non consentirebbe alcun tipo di governo.Appare oggi improbabile – spiega il direttore di Demopolis Pietro Vento – che una lista, da sola, possa raggiungere la soglia del 40%, in grado di garantire alla Camera il premio di maggioranza dopo l’abolizione del ballottaggio da parte della Corte Costituzionale. E, in ogni caso, se per ipotesi accadesse, la lista non avrebbe comunque una maggioranza al Senato dove si voterebbe con un proporzionale puro su base regionale, senza alcun premio di governabilità”.

E allora? Capi di partiti, deputati, senatori, confrontatevi con questi diagrammi e valutate voi. Gli elettori vi sapranno dire come vi hanno giudicato.

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In un piccolo borgo di montagna del nostro nord-est, un mondo chiuso e apparentemente quasi ostile, il giovane carabiniere Paternò si trova di fronte al duplice omicidio di due cacciatori. Paternò non è un carabiniere comune: nonostante la giovane età ha una storia alle spalle che pesa sulla sua esistenza, con angoli bui che non conosce o forse non vuole esplorare e le indagini cui si dedica senza il permesso dei suoi superiori conducono in diverse direzioni. Incontra così vari personaggi che rappresentano tutti insieme un conciso panorama delle due realtà di una certa Italia: retriva per un lato ma dall’altro generosa, ottusa per un verso ma per un altro aspetto aperta alle istanze sociali.
La storia si sviluppa su due piani paralleli scritti uno al passato e l’altro al presente, come la personalità di Paternò che si è sviluppata su due dimensioni: quella della tragedia familiare e quella intima e personale, che si sono intrecciate fino a costruire un insieme complesso che parlando di sé descrive come ‘una casa senza finestre’. Accade così che accanto all’indagine se ne sviluppi inconsapevolmente una seconda in cui Paternò insegue soprattutto due cose che non ha avuto dalla vita: giustizia e amore. Le incontrerà entrambe un poco alla volta attraverso piccole conquiste e sconfitte e alla fine riuscirà, dando un contributo fondamentale, a risolvere il caso e contemporaneamente a scoprire quel sentimento che ha rappresentato la chiave nascosta della sua ricerca.

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Italicum, Senato, Titolo V

21 Ott

A chi sostiene che la riforma del Senato contenuta nella revisione della Costituzione oggetto del Referendum non abbia nulla a che vedere con la nuova legge elettorale (attualmente ancora all’esame della Corte Costituzionale) si fa cortesemente ma fermamente notare che così non èIn realtà le due riforme sono strettamente connesse. Tanto connesse che vivranno o cadranno insieme” dice infatti il prof. D’Alimonte sul Sole-24ore. Molto esplicitamente qualcuno ben più autorevole aveva a suo tempo  dichiarato addirittura che “Sono tre parti della stessa faccia“.

renzisornioneLasciando da parte il Titolo V, che non ha stretta attinenza con la questione, si fa altrettanto fermamente notare che la stretta interazione tra le due (legge elettorale e riforma del Senato) è studiata e voluta perché il disegno non dichiarato, ma di tutta evidenza, è di sottrarre scientemente sempre più ai cittadini il diritto di scegliere direttamente i propri rappresentanti in Parlamento.
L’Italicum prevede 100 collegi; ogni partito presenta altrettanti capilista (i nominati), mentre tutti gli altri candidati sono sottoposti alle preferenze degli elettori. Ogni capolista può però presentarsi in dieci collegi: decidendo per uno di essi consente automaticamente al primo dei non eletti nei restanti nove di rientrare in gioco, di essere quindi recuperato e conquistarsi – indebitamente – un seggio alla Camera. E’ o non è una stortura? Tanto che le stime su quanti nominati affolleranno la Camera variano, secondo il Sole-24ore,  dal 40% al 50%  e quindi il partito di maggioranza potrebbe contare su almeno 150/170 deputati disciplinati e fedeli.  Così come i senatori che, come è noto, non verranno eletti dai cittadini ma da una ristretta elìte composta dai consiglieri regionali, tanto per giocare sempre e comodamente in casa propria.  Del tutto incidentalmente, si fa notare che la considerazione in cui è tenuto il voto dei cittadini è stata peraltro già ben dimostrata dal PD con la squallida manovra che circa un anno fa ha condotto all’esautoramento del sindaco Marino, eletto col 64% dei voti, con tanti saluti all’art.1 e alla sovranità popolare.
In altre parole, per garantire quella stabilità dei governi che le forze politiche non riescono ad assicurare, i cittadini devono rinunciare – senza che gli venga fatto capire – al primo diritto di ogni democrazia: un voto libero e non condizionato. E’ questa la vera antipolitica, quella che produce la reazione degli elettori verso il populismo o l’astensionismo o posizioni estreme.

Ma torniamo al punto. Se tutto questo ancora non bastasse per provare l’inscindibile connessione tra Italicum e riforma del Senato (eccolo il “combinato disposto“), si invitano gli scettici a risentire le esplicite dichiarazioni del Presidente del Consiglio nel suo discorso al Senato il 24 febbraio 2016.

Dal resoconto stenografico (il neretto è mio):

“Quanto all’accordo sulla legge elettorale – il cosiddetto Italicum -comprendiamo l’esigenza di valorizzare il fatto che una legge elettorale che consenta il ballottaggio sia ovviamente impostata sulla presenza di una sola Camera. Contemporaneamente, sappiamo perfettamente che l’Italicum è pronto per essere discusso alla Camera. E noi, da questo punto di vista, consideriamo l’Italicum non soltanto una priorità, ma una prima parziale risposta all’esigenza di evitare che la politica perda ulteriormente la faccia. Mi spiego: con quale credibilità possiamo dire che è urgente intervenire sulla legge elettorale e poi perdere l’occasione del contingentamento che abbiamo trovato? Certo, noi affermiamo che politicamente esiste un nesso netto tra l’accordo sulla legge elettorale, la riforma del Senato e la riforma del Titolo V: sono tre parti della stessa faccia.”

Qui trovate il video (il momento indicato è press’a poco al 50’45”). Ma se non vi andasse di ascoltare tutto il discorso, ecco qui il solo periodo citato.
Ricordatevelo: tre parti della stessa faccia.
votano

 

 

 

 

Sindaci “a condizione che”.

29 Mag

Il significativo pseudonimo mi impedisce purtroppo di complimentarmi direttamente con l’autore di questo breve articolo che ha il pregio di dimostrare, una volta per tutte, la deriva autoritaria che ha ormai travolto ogni limite democratico dei partiti e dei movimenti che ancora si agitano disordinatamente sulla scena della politica italiana. N.b. Il neretto è tutto mio.

Sindaci nelle mani delle segreterie di partito

La legge che prevede l’elezione diretta dei sindaci dei comuni con oltre quindicimila abitanti fu approvata dalle Camere sull’onda di due referendum in materia elettorale, del 1991 e del 1993. I giovani di oggi ricordano poco o nulla, ignorano o quasi chi sia Mario Segni, che quell’ondata referendaria promosse con tenacia e testardaggine sarda, trasformando l’iniziale irrisione delle forze politiche in un’adesione tanto massiccia quanto calcolata ed autoconservativa. Il carro del vincitore si affollò come non mai di migranti e rifugiati politici di qualsiasi provenienza e mediocre prospettiva. Rimase a terra, orgoglioso del suo carattere controcorrente, il solo Bettino Craxi, tra i cui difetti non rientrò mai quello del muoversi per convenienza al seguito di altri. Assieme alla legge chiamata Mattarellum, ma ben più di questa,la legge sui sindaci iniettò nel pigro e comodo proporzionalismo del nostro ordinamento dosi massicce di spirito maggioritario, non disgiunte da un’evidente e non dissimulata tendenza presidenzialistica: che lì, al livello dei sindaci, si arrestarono, dopo avere influenzato l’elezione dei presidenti di regione. Non a caso da quel giorno chiamati pomposamente governatori, a pedissequa emulazione dei presidenzialissimi Stati Uniti. Che la ventata maggioritaria sia stata subita, anzichè promossa dalle forze politiche, lo rivelò la deriva partitocratica che, con una legge elettorale regressiva, portò la coalizione berlusconiana a confinare la sovranità degli elettori nell’adesione passiva ed umiliante ad un intangibile elenco di persone confezionato dalle segreterie dei partiti. Elenco da prendere o da lasciare per intero: con l’effetto della recisione chirurgica di qualsiasi legame diretto tra elettori ed eletti. Rappresentati e rappresentanti, da allora, non si conobbero più. MarinoCampidoglioIl legame diretto è rimasto, sulla carta integro, tra i cittadini ed il proprio sindaco, ed ha il significato di trasferire il potere sull’eletto e sulla sua sorte dal partito che lo ha candidato agli elettori che lo hanno votato. Con una deroga: la via per riprendere il controllo da parte del partito è prevista e disegnata, ma richiede la trasparenza di un dibattito pubblico e di una decisione in sede di consiglio comunale. Procedura ben diversa da quella adottata, per fare un esempio, dal partito democratico per sbarazzarsi dell’ultimo sindaco eletto,con una motivazione generica, indimostrata e soggettiva; ed attraverso atti singoli e privati dei propri docili consiglieri. Ancora più differente, quella procedura, dalle scomuniche con finale espulsivo in uso disinvolto, anche nei confronti di sindaci, eletti presso il movimento cinquestelle, ad opera di soggetti o organismi del tutto anonimi e giuridicamente clandestini. Nel più plateale disprezzo per le istituzioni. Eppure, se la legge sull’elezione diretta non piaceva, bastava che qualcuno proponesse di cambiarla, cercando una maggioranza che peraltro non si sarebbe mai configurata. Perché violare una legge, e tanto più una legge “popolare”, è più facile, silenzioso e meno compromettente che non dichiarare di volerla cambiare e agire di conseguenza. A meno di due settimane dal voto, non vi è alcuna garanzia che Raggi, Giachetti, Meloni e Marchini- i possibili sindaci della capitale, stando ai sondaggi -, una volta eletti siano al sicuro da atti di forza dei rispettivi partiti. Si preferisce far credere ai cittadini che, almeno nel caso dei sindaci, la politica concede loro quello che ha tolto nell’elezione di deputati e senatori: anziché mostrare che, di quel potere generosamente riconsegnato, la chiave deve rimanere ben stretta nelle mani dei partiti. Che oggi hanno l’occasione per assicurare che il sindaco eletto lo sia, per quel che li riguarda, per l’intera durata del mandato. A scanso di abusi. Così come i candidati hanno la simmetrica occasione per dichiarare sospesa, per l’identica durata, la loro dipendenza dai partiti di appartenenza. È troppo chiedere, agli uni ed agli altri, un gesto che ridia un minimo di credibilità ad una politica in debito di legittimità?

E se un giorno ci trovassimo in Italia uno come Hofer*? (A proposito di Italicum e modifiche alla Costituzione)

25 Mag

nazischmierereien-1-737x470 (1)Il Governo Renzi sta svuotando di contenuto  le regole democratiche. Con la modifica della legge elettorale e della Costituzione sarà concentrato nelle mani del governo un potere senza precedenti. Nessun governo del passato era riuscito a tanto.

La Costituzione Repubblicana, frutto della lotta di Liberazione, è il punto culminante della storia del nostro Paese. Un patto di civile convivenza fra donne e uomini liberi, di diversi orientamenti, di destra e di sinistra, cattolici e laici, che hanno condiviso principi e regole. Essa è espressione delle tante culture del nostro paese, del rispetto di tutte le minoranze ed è intesa ad impedire e prevenire qualsiasi tentazione e pratica autoritaria.

Le modifiche costituzionali – combinate con la nuova legge elettorale e con le riforme della Pubblica Amministrazione –realizzano una grande concentrazione di potere nelle mani del Governo e del suo capo, attribuendo di fatto ad un unico partito – che  potrebbe anche essere espressione di una ristretta minoranza di elettori – potere esecutivo e potere legislativo, condizionando, altresì, la nomina del Presidente della Repubblica e dei componenti della Corte Costituzionale.

Va ricordato, poi, che molti partiti hanno assunto una deriva oligarchica, sono in mano a gruppi di potere ristretti e, spesso, ad un unico capo politico.

Il Parlamento viene ricondotto alla funzione di ratifica dei provvedimenti del Governo, nel quadro di un generale soffocamento del ruolo delle autonomie regionali e locali. Se a ciò si aggiunge il potere dei capi di partito di determinare i candidati e le liste ci si accorge del passaggio da una democrazia rappresentativa ad una democrazia dell’investitura (il capo – e non il popolo- sceglie i parlamentari).

Non può essere definita una riforma, ma una deforma. Talmente sbagliata, da essere avversata dalle più disparate culture politiche. Tutte le opposizioni, di sinistra, di centro (liberali), di destra (Forza Italia) Federaliste (Lega), nonché quelle non classificabili negli schemi canonici (Cinque Stelle) si sono espressi contro.

Una democrazia non si giudica dai poteri che attribuisce al partito di governo, ma dalla tutela del pluralismo e dalla rilevanza data ai diritti sociali e delle minoranze.  Si pensi ad un’estemporanea vittoria elettorale di partiti autoritari.  E’ veramente irresponsabile attribuire ai prossimi governi poteri quasi illimitati.

Salvaguardare la democrazia oggi, è garantire la propria libera voce domani e la sovranità popolare per le generazioni successive. 

http://www.iovotono.it/

Hofer*: chi è Norbert Hofer

Gianfranco Pasquino: 10 No al referendum costituzionale

21 Mag

Ecco l’appello per il No al referendum costituzionale di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’università di Bologna, già sottoscritto da Carlo Galli, Marco Valbruzzi e Maurizio Viroli.

“Noi crediamo profondamente in una democrazia così intesa, e noi ci batteremo per questa democrazia. Ma se altri gruppi avvalendosi, come dicevo in principio, di esigue ed effimere maggioranze, volessero far trionfare dei princìpi di parte, volessero darci una Costituzioneche non rispecchiasse quella che è la profonda aspirazione della grande maggioranza degli italiani, che amano come noi la libertà e come noi amano la giustizia sociale, se volessero fare una Costituzione che fosse in un certo qual modo una Costituzione di parte, allora avrete scritto sulla sabbia la vostra Costituzione ed il vento disperderà la vostra inutile fatica” (Lelio Basso, 6 marzo 1947, in Assemblea Costituente).

1. Il NO non significa immobilismo costituzionale. Non significa opposizione a qualsiasi riforma della Costituzione che sicuramente è una ottima costituzione. Ha obbligato con successo tutti gli attori politici a rispettarla. Ha fatto cambiare sia i comunisti sia i fascisti. Ha resistito alle spallate berlusconiane. Ha accompagnato la crescita dell’Italia da paese sconfitto, povero e semi-analfabeta a una delle otto potenze industriali del mondo. Non pochi esponenti del NO hanno combattuto molte battaglie riformiste e alcune le hanno vinte (legge elettorale, legge sui sindaci, abolizione di ministeri, eliminazione del finanziamento statale dei partiti). Non pochi esponenti del NO desiderano riforme migliori e le hanno formulate. Le riforme del governo sono sbagliate nel metodo e nel merito. Non è indispensabile fare riforme condivise se si ha un progetto democratico e lo si argomenta in Parlamento e agli elettori. Non si debbono, però, fare riforme con accordi sottobanco, presentate come ultima spiaggia, imposte con ricatti, confuse e pasticciate. Noi non abbiamo cambiato idea. Riforme migliori sono possibili.
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2. No, non è vero che la riforma del Senato nasce dalla necessita’ di velocizzare il procedimento di approvazione delle leggi. La riforma del Senato nasce con una motivazione che accarezza l’antipolitica “risparmiare soldi” (ma non sarà così che in minima parte) e perché la legge elettorale Porcellum ha prodotto due volte un Senato ingovernabile. Era sufficiente cambiare in meglio, non in un porcellinum, la legge elettorale. Il bicameralismo italiano ha sempre prodotto molte leggi, più dei bicameralismi differenziati di Germania eGran Bretagna, più della Francia semipresidenziale e della Svezia monocamerale. Praticamente tutti i governi italiani sono sempre riusciti ad avere le leggi che volevano e, quando le loro maggioranze erano inquiete, divise e litigiose e i loro disegni di legge erano importanti e facevano parte dell’attuazione del programma di governo, ne ottenevano regolarmente l’approvazione in tempi brevi. No, non è vero che il Senato era responsabile dei ritardi e delle lungaggini. Nessuno ha saputo portare esempi concreti a conferma di questa accusa perché non esistono. Napolitano, deputato di lungo corso, Presidente della Camera e poi Senatore a vita, dovrebbe saperlo meglio di altri. Piuttosto, il luogo dell’intoppo era proprio la Camera dei Deputati. Ritardi e lungaggini continueranno sia per le doppie letture eventuali sia per le prevedibili tensioni e conflitti fra senatori che vorranno affermare il loro ruolo e la loro rilevanza e deputati che vorranno imporre il loro volere di rappresentanti del popolo, ancorche’ nominati dai capipartito.

3. No, non è vero che gli esponenti del NO sono favorevoli al mantenimento del bicameralismo.

Anzi, alcuni vorrebbero l’abolizione del Senato; altri ne vorrebbero una trasformazione profonda. La strada giusta era quella del modello Bundesrat, non quella del modello misto francese, peggiorato dalla assurda aggiunta di cinque senatori nominate dal Presidente della Repubblica (immaginiamo per presunti, difficilmente accertabili, meriti autonomisti, regionalisti, federalisti). Inopinatamente, a cento senatori variamente designati, nessuno eletto, si attribuisce addirittura il compito di eleggere due giudici costituzionali, mentre seicentotrenta deputati ne eleggeranno tre. E’ uno squilibrio intollerabile.

4. No, non è vero che e’ tutto da buttare. Alcuni di noi hanno proposto da tempo l’abolizione del CNEL. Questa abolizione dovrebbe essere spacchettata per consentire agli italiani di non fare, né a favore del “si’” ne’ a favore del “no”, di tutta l’erba un fascio. Però, no, non si può chiedere agli italiani di votare in blocco tutta la brutta riforma soltanto per eliminare il CNEL.

5. Alcuni di noi sono stati attivissimi referendari. Non se ne pentono anche perché possono rivendicare successi di qualche importanza. Abbiamo da tempo proposto una migliore regolamentazione dei referendum abrogativi e l’introduzione di nuovi tipi di referendum e di nuove modalità di partecipazione dei cittadini. La riforma del governo non recepisce nulla di tutta questa vasta elaborazione. Si limita a piccoli palliativi probabilmente peggiorativi della situazione attuale. No, la riforma non è affatto interessata a predisporre canali e meccanismi per una più ampia e intensa partecipazione degli italiani tutti (anzi, abbiamo dovuto registrare con sconforto l’appello di Renzi all’astensione nel referendum sulle trivellazioni), ma in particolare di quelli più interessati alla politica.

6. No, non è credibile che con la cattiva trasformazione del Senato, il governo sarà più forte e funzionerà meglio non dovendo ricevere la fiducia dei Senatori e confrontarsi con loro. Il governo continuerà le sue propensioni alla decretazione per procurata urgenza. Impedirà con ripetute richieste di voti di fiducia persino ai suoi parlamentari di dissentire. Limitazioni dei decreti e delle richieste di fiducia dovevano, debbono costituire l’oggetto di riforme per un buongoverno. L’Italicum non selezionerà una classe politica migliore, ma consentirà ai capi dei partiti di premiare la fedeltà, che non fa quasi mai rima con capacità, e di punire i disobbedienti.

7. No, la riforma non interviene affatto sul governo e e sulle cause della sua presunta debolezza. Non tenta neppure minimamente di affrontare il problema di un eventuale cambiamento della forma di governo. Tardivi e impreparati commentatori hanno scoperto che il voto di sfiducia costruttivo esistente in Germania e importato dai Costituenti spagnoli è un potente strumento di stabilizzazione dei governi, anzi, dei loro capi. Hanno dimenticato di dire che: i) è un deterrente contro i facitori di crisi governative per interessi partigiani o personali (non sarebbe stato facile sostituire Letta con Renzi se fosse esistito il voto di sfiducia costruttivo); ii) si (deve) accompagna(re) a sistemi elettorali proporzionali non a sistemi elettorali, come l’Italicum, che insediano al governo il capo del partito che ha ottenuto più voti ed è stato ingrassato di seggi grazie al premio di maggioranza.

8. I sostenitori del NO vogliono sottolineare che la riforma costituzionale va letta, analizzata e bocciata insieme alla riforma del sistema elettorale. Infatti, l’Italicum squilibra tutto il sistema politico a favore del capo del governo. Toglie al Presidente della Repubblica il potere reale (non quello formale) di nominare il Presidente del Consiglio. Gli toglie anche, con buona pace di Scalfaro e di Napolitano che ne fecero uso efficace, il potere di non sciogliere il Parlamento, ovvero la Camera dei deputati, nella quale sarà la maggioranza di governo, ovvero il suo capo, a stabilire se, quando e come sciogliersi e comunicarlo al Presidente della Repubblica (magari dopo le 20.38 per non apparire nei telegiornali più visti).

9. No, quello che è stato malamente chiesto non è un referendum confermativo (aggettivo che non esiste da nessuna parte nella Costituzione italiana), ma un plebiscito sulla persona del capo del governo. Fin dall’inizio il capo del governo ha usato la clava delle riforme come strumento di una legittimazione elettorale di cui non dispone e di cui, dovrebbe sapere, neppure ha bisogno. Nelle democrazie parlamentari la legittimazione di ciascuno e di tutti i governi arriva dal voto di fiducia (o dal rapporto di fiducia) del Parlamento e se ne va formalmente o informalmente con la perdita di quella fiducia. Il capo del governo ha rilanciato. Vuole più della fiducia. Vuole l’acclamazione del popolo. Ci “ha messo la faccia”. Noi ci mettiamo la testa: le nostre accertabili competenze, la nostra biografia personale e professionale, se del caso, anche l’esperienza che viene con l’età ben vissuta, sul referendum costituzionale (che doveva lasciare chiedere agli oppositori, referendum, semmai da definirsi oppositivo: si oppone alle riforme fatte, le vuole vanificare). Lo ha trasformato in un malposto giudizio sulla sua persona. Ne ha fatto un plebiscito accompagnato dal ricatto: “se perdo me ne vado”.

10. Le riforme costituzionali sono più importanti di qualsiasi governo. Durano di più. Se abborracciate senza visione, sono difficili da cambiare. Sono regole del gioco che influenzano tutti gli attori, generazioni di attori. Caduto un governo se ne fa un altro. La grande flessibilità e duttilità delle democrazie parlamentari non trasforma mai una crisi politica in una crisi istituzionale. Riforme costituzionali confuse e squilibratrici sono sempre l’anticamera di possibili distorsioni e stravolgimenti istituzionali. Il ricatto plebiscitario del Presidente del Consiglio va, molto serenamente e molto pacatamente, respinto.

Quello che sta passando non è affatto l’ultimo trenino delle riformette. Molti, purtroppo, non tutti, hanno imparato qualcosa in corso d’opera. Non è difficile fare nuovamente approvare l’abolizione del CNEL, e lo si può fare rapidamente. Non è difficile ritornare sulla riforma del Senato e abolirlo del tutto (ma allora attenzione alla legge elettorale) oppure trasformarlo in Bundesrat. Altre riforme verranno e hanno alte probabilità di essere preferibili e di gran lungamigliori del pasticciaccio brutto renzian-boschiano. No, non ci sono riformatori da una parte e immobilisti dall’altra. Ci sono cattivi riformatori da mercato delle pulci, da una parte, e progettatori consapevoli e sistemici, dall’altra. Il NO chiude la porta ai primi; la apre ai secondi e alle loro proposte e da tempo scritte e disponibili.

da il Fattoquotidiano.it, 14 maggio 2016

Stefano Rodotà: una falsa democrazia anticipa il nuovo regime

4 Gen

Dal sito Coordinamento democrazia Costituzionale riporto questa intervista a Stefano Rodotà di Andrea Fabozzi, pubblicata su Il Manifesto del 31.12.2015.

Intervista a Stefano Rodotà.
«Il premier Renzi governa come se ci fossero già l’Italicum e la nuova Costituzione. Il presidente Mattarella non distoglierà lo sguardo da questa situazione. Il bipolarismo crolla ma non c’entra il populismo. I partiti non sanno più leggere la società»

«Il populismo è una spiegazione troppo semplice. I partiti tradizionali non riescono più da tempo
a leggere la società. Non è populismo, è crisi della rappresentanza».

L’intervista con Stefano Rodotà comincia dal giudizio sui risultati elettorali in Francia e Spagna. «In entrambi i casi il bipolarismo va in crisi. Ma in Francia il fenomeno assume tinte regressive. Lì il Front National coltivava da tempo il disegno di sostituirsi ai due grandi partiti in crisi, ed è stato facilitato dalla rincorsa a destra di Sarkozy e Hollande, che hanno finito per legittimare Le Pen. In Spagna Podemos ha interpretato un movimento reale, quello degli Indignados, e ha predisposto uno strumento di tipo partitico per raccogliere il fenomeno. Il risultato pare essere un’uscita in avanti dal bipolarismo».

Renzi benedice la nuova legge elettorale italiana e sostiene che da noi non potrà succedere.
Non coglie il senso di quello che sta succedendo e con la sua risposta non fa che aumentare la distanza tra il partito e la società. Sostanzialmente dice: «A me della rappresentanza non importa nulla, a me interessa la stabilità». Ma con un governo che rappresenta appena un terzo degli elettori ci sono enormi problemi di legittimazione, di coesione sociale e al limite anche di tenuta democratica.

In Spagna e Francia si è votato con sistemi elettorali non proporzionali. Di più, lo «spagnolo» è stato a lungo un modello per i tifosi del maggioritario spinto. I risultati dimostrano però che l’ingegneria elettorale da sola non basta a salvare il bipolarismo. Può fallire anche l’Italicum?
L’ingegneria elettorale è un modo per sfuggire alle questioni importanti. In questi anni non solo
è stato invocato il modello spagnolo, ma anche quello neozelandese e quello israeliano. Sembrava di stare al supermarket delle leggi elettorali. Tutto andava bene per mortificare la rappresentanza, sulla base dell’idea che ciò che sfugge agli schemi è populismo. Invece è una legittima richiesta dei cittadini di partecipare ed essere rappresentati. Il nuovo sistema italiano, l’abbiamo spiegato tante volte, presenta il rischio di distorsioni spaventose. Può aprire la strada a soluzioni pericolose, ma anche ad alternative interessanti. Penso per esempio alla stagione referendaria che abbiamo davanti: dal referendum costituzionale, a quelli possibili su Jobs act, scuola e Italicum.

Il primo referendum, quello sulle trivellazioni, il governo ha deciso di evitarlo. Renzi è meno tranquillo di quanto dice?
È possibile, del resto le previsioni sul referendum costituzionale sono difficili, ancora non sappiamo esattamente come si schiereranno le forze politiche. Di certo la partita non è chiusa. E vorrei ricordare che nel 1974 una situazione elettorale che sembrava chiusa fu sbloccata proprio da un referendum, quello sul divorzio. I cittadini furono messi in condizione di votare senza vincoli di appartenenza politica e l’anno dopo si produsse il grande risultato alle amministrative del partito comunista.

In questo caso il presidente del Consiglio sta politicizzando al massimo il referendum, anzi lo sta personalizzando: sarà un voto su di lui ancora più che sul governo.
Il fatto che abbia deciso di giocarsi tutto sul referendum costituzionale apre una serie di problemi, il primo è la questione dell’informazione. C’è già un forte allineamento di giornali e tv con il governo,
la riforma della Rai non potrà che peggiorare le cose. Renzi ha già impropriamente politicizzato tutto il percorso della riforma, il dibattito parlamentare è stato gestito in modo autoritario. In teoria quando si scrivono le regole del gioco il cittadini dovrebbero poter votare slegati da considerazioni sul governo, in pratica non sarà così. Il gioco è chiaro: se dovesse andargli male, Renzi punterà alle elezioni anticipate con un messaggio del tipo: o partito democratico o morte, o me o i populisti.

La strategia è evidentemente questa. Il ballottaggio serve a chiedere una scelta tra il Pd e Grillo, al limite Salvini. E se fosse un calcolo sbagliato? L’Italia non è la Francia, «spirito Repubblicano» da far scattare ne abbiamo poco.
Può essere un calcolo sbagliato. l’Italia non è la Francia per almeno due ragioni. Il Movimento
5 Stelle non fa paura come il neofascismo del Front National. E la mossa dei candidati socialisti in favore di quelli di Sarkozy è stata seguita perché lì la dialettica politica restava aperta. Da noi al contrario si rischierebbe l’investitura solitaria, rinunciare significherebbe consegnarsi pienamente a Renzi. L’appello al voto utile non credo funzionerà anche perché l’Italia non solo non è la Francia, ma non è più neanche l’Italia di qualche anno fa. Renzi non può chiedere il voto a chi quotidianamente delegittima, negando il diritto di cittadinanza alle posizioni critiche. Infatti si comincia a sentire che il vero voto utile, quello che può servire a mantenere aperta la situazione italiana, può essere quello al Movimento 5 Stelle. Sono ragionamenti non assenti dall’attuale dibattito a sinistra, mi pare un fatto notevole.

Sulle riforme costituzionali la sinistra spagnola va all’attacco, Podemos ha cinque proposte puntuali. Perché in Italia siamo costretti a sperare che non cambi nulla?
Proposte ne abbiamo fatte per uscire dal bicameralismo in maniera avanzata, per favorire la rappresentanza e la partecipazione, non escludendo la stabilità. Sono state scartate, nemmeno discusse. Alcuni di noi avevano denunciato il rischio autoritario della riforma costituzionale, siamo stati criticati, poi abbiamo cominciato a leggere di rischi plebiscitari, «democratura» e via dicendo. Troppo tardi, ormai lo stile di governo di Renzi è già un’anticipazione di quello che sarà il sistema con le nuove regole costituzionali e la nuova legge elettorale. Il parlamento è già stato messo da parte, addomesticato o ignorato, com’è accaduto sul Jobs act per le proposte della commissione della camera sul controllo a distanza dei lavoratori. Lo stesso sta avvenendo sulle intercettazioni.

Dobbiamo considerare un’anticipazione anche il modo in cui è stata gestita l’elezione dei giudici costituzionali?
È stata data un’immagine della Consulta come luogo ormai investito dalla lottizzazione, cosa che ha sempre detto Berlusconi. Un altro posto dove viene rappresentata la politica partitica, più che un’istituzione di garanzia. Lo considero un lascito grave della vicenda. La Corte dovrà prendere decisioni fondamentali, mi auguro che le persone che sono state scelte si liberino di quest’ombra, hanno le qualità per farlo.

L’altra istituzione di garanzia che finisce nell’ombra di fronte a questo stile di governo è il presidente della Repubblica.
Sulle banche il presidente Mattarella ha giocato un ruolo attivo. Le sue mosse possono essere considerate irrituali, ma di fronte al rischio per la tenuta del sistema bancario e per il rapporto tra cittadini e istituzioni ha fatto bene a intervenire. Stiamo scivolando verso una democrazia scarnificata, rinunciamo pezzo a pezzo agli elementi sostanziali — la rappresentatività, i diritti sociali e individuali — in cambio del mantenimento di quelli formali — il voto, la produzione legislativa. La situazione è grave ma le conclusioni un po’ affrettate per il momento me le risparmierei. Se questo orientamento proseguirà non credo che il presidente della Repubblica distoglierà il suo sguardo.

l’Italicum è fallito, avanti un altro

25 Giu

Alla fine, dopo parecchie letture e approfondimenti, l’avevo capito perfino io che questo Italicum o Porcellinum faceva schifo. Non sto a enumerare le critiche: ricorderò solo – perché mi sono piaciuti molto – un eccellente articolo del prof. Ignazi e un delizioso pezzo di fantapolitica di Daniela Ranieri su Il Fatto.

 

Su Repubblica oggi Stefano Folli dichiara che “l’Italicum è in archivio“.  Questa cosiddetta legge elettorale, per cui si sono sprecati i complimenti e i peana della solita corte di reggicoda, nani, ballerine, sicofanti e gli immancabili giornalisti, ha sfortunatamente (si fa per dire: l’autore era stato avvertito)  incontrato proprio quelle condizioni di rischio – ampiamente prevedibili e previste – che la rendono inapplicabile, a meno che l’attuale partito di maggioranza non voglia suicidarsi.
Quindi siamo daccapo. E vabbe’, chissà che chi di dovere non abbia imparato la lezione. Ma ci spero poco, la spocchia uno ce l’ha di natura.
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IL PUNTO  di Stefano Folli

Cattura 1

 

IL SALVATAGGIO alla Camera del sottosegretario Castiglione (Area Popolare), con i voti del Pd, era previsto. Non è questione di “garantismo”, bensì di convenienza politica: Renzi non può permettersi oggi un’incrinatura con Alfano e il suo partito. Perciò il centrista Castiglione viene difeso dal presidente del Consiglio in base alla stessa logica con cui il sindaco di Roma, Ignazio Marino, viene invece condannato. Nel primo caso c’è da tenere unita una maggioranza che risente dell’indebolimento del premier. Nel secondo si tratta di disfarsi di un personaggio diventato scomodo nel marasma romano, pur non essendo egli indagato, così da impedire per riflesso l’ulteriore logoramento del leader. In entrambe le vicende pesa la ragion politica, ma gli esiti sono opposti. Un paradosso abbastanza tipico.

Sul piano simbolico, Castiglione e Marino dicono molto delle difficoltà di Renzi e della necessità per lui di non farsi mettere all’angolo. Ma si tratta pur sempre di due incidenti di percorso, nessuno risolutivo per le ambizioni del premier. C’è dell’altro, ci sono temi a cui si legano i futuri equilibri parlamentari e quindi l’avvenire del “renzismo” come esperimento destinato a durare.

Appare chiaro infatti che la legge elettorale – il cosiddetto Italicum – è già in archivio. Doveva cambiare l’Italia, imponendo il sistema bipartitico, e invece è a un passo dall’essere modificata in modo radicale. Renzi prevedeva che presto sarebbe stata copiata in altri Paesi, ma a quanto pare non accadrà. Anzi, persino noi italiani eviteremo di metterla alla prova almeno una volta. Eppure la riforma elettorale è stata quella su cui il premier ha insistito di più. Si è arrivati a mettere la fiducia sul testo in un clima di notevole tensione dopo che la coperta della maggioranza, all’inizio trasversale, si era via via ristretta. Tuttavia qualunque ritardo sembrava intollerabile di fronte all’esigenza di conoscere una maggioranza certa la sera stessa dello scrutinio.

Alla fine l’Italicum ha visto la luce, pur fra mille polemiche, ma si è capito quasi subito che era il vestito sbagliato per l’Italia di oggi. Per meglio dire, i risultati delle regionali e soprattutto delle comunali hanno creato parecchia inquietudine a Palazzo Chigi e in altri palazzi. Si è compreso che una convergenza elettorale anti- governo e anti-sistema, Cinque Stelle ma non solo, è sulla carta in grado di contendere la vittoria al Pd e in primo luogo a Renzi. Per la buona ragione che per il candidato del Pd è più difficile prendere voti al secondo turno di quanto non lo sia per il suo antagonista, figlio di una sinergia di fatto fra grillini, leghisti e altri nemici dell'”establishment”.

A questo punto tutti vedono i limiti dell’Italicum, A cominciare dal suo cesellatore, il politologo D’Alimonte, che sul “Sole 24 Ore” ammette che il premio di maggioranza assegnato alla coalizione, anziché alla lista, è “lo scambio possibile per riaprire la partita”. In realtà è quello che vuole un ampio spettro di forze parlamentari: dal centrodestra berlusconiano alla minoranza del Pd ai centristi. Gli stessi che intendono correggere la riforma costituzionale del Senato. E a certe condizioni anche Salvini non avrebbe obiezioni, perché una nuova legge elettorale lo spingerebbe a cercare alleati, isolando invece il partito di Grillo. Proprio i Cinque Stelle sarebbero i più danneggiati, ma dovevano aspettarselo. L’Italicum era ritagliato sulle esigenze di partiti che oggi si accorgono di quanto sia cambiato il quadro e di come sia rischioso lasciare campo libero al M5S. In Francia, oltre cinquant’anni fa, il generale De Gaulle aveva costruito un sistema presidenziale che poggiava sul modello elettorale a doppio turno di collegio. Servì a favorire l’alternanza, da Mitterrand in poi. In Italia si è seguita un’altra strada e l’Italicum è fallito, fra paure e angosce più o meno giustificate, prima ancora di cominciare.

 

La lettera che non avrei mai voluto scrivere

24 Giu

Non l’ho scritta io ma un mio caro e valoroso amico, Filippo Messineo, che ha deciso di lasciare il Pd di cui è stato fondatore e informa il direttivo del suo circolo. Ci siamo sentiti più volte, in quest’ultimo periodo, interrogandoci a vicenda sull’incrociarsi delle contraddizioni, delle palesi violazioni delle regole, sulle posizioni inaccettabili assunte dai maggiorenti del partito e altro ancora. Sentivo, però, che si era incamminato su un percorso che aveva solo un traguardo.
Non è l’unico, peraltro, che non ha resistito al disagio e alle amarezze che il Pd dispensa generosamente – da qualche tempo in qua – a molti dei suoi  più sinceri sostenitori.
Le ragioni che Filippo spiega sono le mie: lui lo fa con maggiore eleganza di quanto avrei fatto io (che con testardaggine degna di miglior causa continuo a sperare – forse irragionevolmente – in un ravvedimento del vertice).  Ma tant’è. L’esperienza e il buon senso mi dicono di non essere ottimista (Gramsci aveva ragione): resta la volontà di battersi fino in fondo. Ma quanto durerà?

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Car* direttiv*,

questa è la mail che non avrei mai voluto scrivere: ho deciso di non rinnovare quest’anno la tessera del PD e penso sia doveroso da parte mia darvene, anche se sinteticamente, le motivazioni, innanzi tutto per rispetto verso quanto è stato fatto assieme in questi 7 anni.

Grande , infatti, era l’entusiasmo, alla nascita del partito, ma poi le cose non sono andate come in tanti abbiamo sperato.

Da parte mia la discontinuità “dolorosa” si è realizzata, soprattutto, in questi ultimi due anni. Prima con l’episodio del siluramento della “candidatura Prodi”, che ha rappresentato drammaticamente la situazione  di un partito in cui per troppi suoi rappresentanti è prioritaria una cinica gestione del potere personale rispetto alla realizzazione del progetto politico scritto sul programma. Un episodio su cui non c’è mai stata uno straccio di elaborazione pubblica e riconoscimento di responsabilità.

Poi il governo Letta che inaugura la triste stagione delle “larghe intese”.

Poi l’”uomo solo al comando” con le “riforme” annunciate a gran voce con slogan e twitter , in gran parte frutto di scelte che tradiscono il programma della nostra coalizione (ricordate “Italia Bene Comune” per cui abbiamo votato?) . Il decisionismo venduto come “bene in sé”, indipendentemente dal merito e dal metodo delle decisioni. Il confronto politico sostituito dall’evocazione, di volta in volta, dei gufi/nemici di turno ( sindacati, professori, magistrati, insegnanti, ….).

Le anticostituzionali riforme costituzionali.

Una legge elettorale frutto di presunta furbizia più che di competenza e rispetto dei principi di democrazia (e infatti adesso magari verrà ricambiata…)

Le leggi ispirate da Confindustria, come il Jobs Act : più precariato sostanziale, più defiscalizzazione per le imprese, il che non sarebbe di per sé un male se non fosse , così come concepito, un regalo senza contropartita in reali aumenti netti di posti di lavoro.

O lo SbloccaItalia, libertà di colpire l’ambiente, deroghe al codice degli appalti ed alle procedure realizzative, a fronte di  regali per vecchie lobby, come i gestori delle autostrade e le multinazionali dei settori gas e idrocarburi

La riforma della scuola :  http://waltertocci.blogspot.it/2015/06/uno-nessuno-e-centomila.html  e poi http://waltertocci.blogspot.it/2015/06/non-si-puo-bloccare-il-dialogo-sulla.html.  Il  ricatto “o mi approvi la legge o niente assunzioni” ( 150.000 precari !), cioè la concussione come metodo per il governo della cosa pubblica.

In tutto questo la drammatica assenza di una visione capace di indirizzare la battaglia dell’economia, di gran lunga la più importante, perché condiziona la possibilità stessa di combattere con successo tutte le altre. Una azione, peraltro, da indirizzare non solo sul piano nazionale, ma anche in Europa, dove, dopo le promesse del “semestre italiano”, non risultano pervenuti risultati particolari derivanti dalle iniziative dei nostri rappresentanti. Al contrario tanta subordinazione passiva, come, ad esempio, l’ “accordo totale ed incondizionato del governo italiano al TTIP”.

La gestione degli organi locali del partito. Poco rispetto per le regole statutarie e molti accordi tra le filiere .

E poi gli errori alle ultime regionali. l’aver spesso imbarcato nelle liste elementi dal chiaro passato nella destra italiana. Un modo di fare politica che sembra annullare qualsiasi differenza tra destra e sinistra . Le sprezzanti dichiarazioni sulle percentuali di votanti. L’aver imbarcato troppi personaggi politicamente non spendibili, per i loro noti problemi giudiziari

E infatti su tutto l’incapacità di esprimere e far comprendere una posizione chiara del partito sui temi della legalità e della “questione morale”, che invece hanno avuto sempre grande importanza nel profilo identitario dei suoi elettori.

Queste alcune delle ragioni profonde che mi portano oggi a non ritrovarmi più nella maggior parte delle scelte, nel merito e nel metodo, di quello che è diventato il PD.  Troppo lontano ormai, a mio avviso, dai principi fondativi di 8 anni fa.

Ma a tutto questo si sono aggiunte, quasi come detonatore per un esplosivo già accumulato, le vicende romane di questi mesi. Abbiamo discusso più volte sulle dinamiche che hanno generato e caratterizzato questa storia.  Ma aggiungo altro ancora, con riferimento a questi ultimi giorni.

Il comportamento di Orfini (commissario nato e cresciuto politicamente nello stesso ambiente che deve gestire?) che ha subito accusato tutti gli iscritti in modo indiscriminato. Ad una assemblea con Barca l’ho sentito dichiarare : “La responsabilità per Mafia Capitale è anche di tutti coloro che hanno protestato, perché evidentemente non hanno alzato la voce abbastanza”. Capito ?

Orfini ha voluto lavorare da solo senza coinvolgere gli organismi che a norma degli statuti sono ancora pienamente legittimati a lavorare, in primis l’assemblea romana. Assemblea che avrebbe dovuto essere convocata, tra l’altro, perché richiesta da più del dieci per cento dei suoi componenti. Ma Giuntella ed Orfini hanno irriso e denigrato sui social i richiedenti, dicendo che erano espressione del correntismo. Cioè l’Assemblea non si convoca perché frutto del passato inquinato, mentre la Direzione si può tenere, anche se eletta proprio dalla stessa Assemblea. E quindi frutto anch’essa – Direzione – del tesseramento inquinato.

Ma la Direzione viene chiamata a decidere su modifiche per le quali non ha l’autorità ( vedi quesiti alla Commissione Nazionale di Garanzia e il [già precedentemente espresso. ndr] parere della CNG). E decisioni non da poco : la riorganizzazione con i subcommissari municipali , ad es., va contro lo Statuto , e dà luogo ad un accentramento (tesseramento e gestione economica in particolare) mai visto nelle mani di pochissimi. Del resto la giurisprudenza sulle associazioni prevede che le modifiche statutarie e regolamentali le approva l’assemblea, e si intende l’assemblea degli iscritti ! Allora quale credibilità può avere un commissario che da una parte dovrebbe far rispettare la legalità, ma dall’altra è il primo a compiere atti contrari alle norme esistenti ?

Quanto sopra è basato, si è detto, sull’analisi della mappatura di Barca ( che però è stata resa nota venerdì  scorso) . Un lavoro interessante, per molti aspetti. Ma le domande cruciale a cui non trovo risposta sono : ma chi saranno stati i responsabili “politici” di questo stato di cose ? I Circoli  Potere per il potere”, ad es., da chi erano gestiti e come? E chi sono i consiglieri comunali e regionali, i deputati e senatori cresciuti sulla forza di queste “anomalie” ? E i capibastone nemici della Giunta Marino? di quali protezioni ed alleanze , dentro e fuori l’amministrazione, godono? Saranno messi fuori del partito, oppure si faranno uscire solo i loro tesserati fasulli?  In questo stato di cose pensare di rifondare il Pd romano solamente con un nuovo tesseramento raccolto con i banchetti per strada o via email è o un’illusione o una presa in giro.

E infatti nessuno ritiene importante condividere  uno straccio di riflessione critica e autocritica sulle motivazioni e sui processi politici e culturali che hanno portato il partito a questa disfatta morale prima ancora che politica.

Dopo quanto detto, dovrebbe essere chiaro che non è Renzi il solo responsabile della “mutazione genetica” di quel partito che aveva iniziato la sua storia con grandi ambizioni ed aspettative da parte dei suoi iscritti e militanti (non devo ricordare qui i “tassi di abbandono” di questi anni). Comunque sino a poco tempo fa ho immaginato e fortemente sperato che un’alternativa politica a questa mutazione non potesse che essere espressa all’interno del PD. Purtroppo le vicende nazionali e anche romane mi hanno portato a ritenere che non esistono in questo partito ( a parte poche eccezioni ) forze con visione e capacità politica adeguate per costruire un’alternativa progettuale valida. E quindi , oggi, mi paiono ormai inutili gli sforzi per costruire il “PD che vogliamo”. Del resto si è poco credibili quando, ogni volta,  si alza la voce contro ciò che non va, ma poi si abbassa la testa perché è doveroso seguire la logica della “ditta”. Questa è una cultura politica del passato che, personalmente, non ritengo tollerabile.

Essenzialmente da qui, dopo la mancata condivisione  della linea politica , lo svanire di ogni senso, per me, di una  tessera del PD.

Scusate la lunghezza: del resto i problemi sono tanti e, se non fossero stati tanti non sarei stato qui a scrivervi.

Penso agli anni passati insieme, alle iniziative, ai congressi, alle elezioni. Sono orgoglioso , in particolare, dei candidati – dal circolo al Parlamento – che ho sostenuto, perché comunque quei nomi hanno sempre rappresentato per me la concreta speranza per il PD che vorrei. Prime, tra questi, le “mie” candidate ai congressi di Circolo, Delizia e Fabrizia.

Auguro a tutti buon lavoro di cuore: mi piace pensare che, comunque, nelle battaglie per l’affermazione dei valori della democrazia ci ritroveremo dalla stessa parte

Filippo

Italicum: dal Porcellum al Porcellinum

4 Mag

Italicum: ovviamente Ignazi lo dice molto meglio di me, ma la sostanza è la stessa. Fa schifo.

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