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Il diktat alla Grecia visto da Mariana Mazzuccato

13 Lug

bandiera-greciaL’emergenza ellenica riguarda tutta l’economia, dai dati “macro” alle singole imprese. Ma l’ipocrisia tedesca e il rigore “copia e incolla” non servono: bisogna agire come la Germania post-1945. L’austerità non aiuta, come sapeva bene Keynes, però ai greci si chiedono tagli su tagli.

L’articolo di Mariana Mazzuccato su Repubblica di oggi è tutto in questa sintesi. E presenta lucidamente il dramma cui va incontro tutto il sogno dell’Europa Unita, soggiogata dal gretto e limitato interesse della potenza germanica e dei suoi gnomi. La Grecia si salva – posto che il suo Parlamento approvi in 48 ore le riforme imposte – ma solo per il momento. Dovrà continuare a pagare interessi su interessi, cedere in pegno il sistema bancario e altri assets, restare sotto l’arcigna guardianìa della Trojka, quella stessa che l’ha condotta sconsideratamente alla fame e alla disperazione.
Al popolo greco e al suo coraggioso leader Alexis Tsipras va tutta la mia solidarietà, per quel che può servire, ma alla Germania arrogante, ottusa e ingrata può andare solo il mio disprezzo.
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Solo lo spirito del Dopoguerra potrà salvarci dalla crisi eterna

L’emergenza ellenica riguarda tutta l’economia, dai dati “macro” alle singole imprese. Ma l’ipocrisia tedesca e il rigore “copia e incolla” non servono: bisogna agire come la Germania post-1945. L’austerità non aiuta, come sapeva bene Keynes, però ai greci si chiedono tagli su tagli

di MARIANA MAZZUCATO

Gli economisti si dividono in macroeconomisti e microeconomisti. I primi focalizzano la loro attenzione sugli aggregati, come l’inflazione, l’occupazione e la crescita del Pil. I secondi si occupano delle decisioni a livello individuale, che si tratti di un consumatore, di un lavoratore o di un’impresa. La crisi della Grecia pone al tempo stesso un problema macroeconomico e un problema microeconomico, ma le soluzioni di rigore “copia-incolla” proposte dai creditori non hanno affrontato l’enormità di nessuno di questi due problemi.

Alla fine degli anni Novanta la Germania aveva un problema di domanda aggregata (un concetto macroeconomico). Dopo un decennio di moderazione salariale, che aveva fatto calare il costo unitario del lavoro, ma anche il tenore di vita, non c’era più abbastanza domanda in Germania per i beni prodotti dalla Germania stessa, che quindi dovette andare a cercare domanda all’esterno. La liquidità in eccedenza nelle banche tedesche fu prestata all’estero, a banche straniere come quelle greche. Le banche greche prendevano i prestiti dalla Germania e prestavano a loro volta alle imprese greche per consentire loro di acquistare beni tedeschi, incrementando in tal modo le esportazioni teutoniche. Tutto questo ha fatto crescere tanto l’indebitamento del settore privato ellenico. Non a caso sono le banche tedesche a detenere una grossa fetta del debito greco (21 miliardi di euro).

Il fattore cruciale è che il maggiore indebitamento non è stato accompagnato da un incremento della competitività (un concetto microeconomico). Le imprese greche non investivano in quelle aree che fanno aumentare la produttività (formazione del capitale umano, ricerca e sviluppo, nuove tecnologie e cambiamenti strategici nella struttura delle organizzazioni). Oltre a questo, lo Stato non funzionava, per via della mancanza di riforme serie del settore pubblico. Pertanto, quando è arrivata la crisi finanziaria, il settore privato greco si è ritrovato altamente indebitato, senza la capacità di reagire.

Come altrove, questa massa di debito privato si è tradotta in un secondo momento in un debito pubblico di vaste proporzioni. Se è vero che il sistema greco era gravato di varie tipologie di inefficienze, è semplicemente falso che i problemi siano dovuti esclusivamente all’inefficienza del settore pubblico e a “rigidità” di vario genere. La causa principale è stata l’inefficienza del settore privato, capace di tirare avanti solo indebitandosi e sfruttando i “fondi strutturali” dell’Unione Europea per compensare la propria carenza di investimenti. Quando la crisi finanziaria ha messo a nudo il problema, il governo ha finito per dover soccorrere le banche e si è ritrovato a fare i conti con un tracollo del gettito fiscale, a causa del calo dei redditi e dell’occupazione. I livelli del debito in rapporto al Pil in Grecia, come in quasi tutti i Paesi, sono cresciuti in modo esponenziale dopo la crisi, per le ragioni che abbiamo detto.

La reazione della Trojka è stata di imporre misure di rigore, che come adesso ben sappiamo hanno provocato una contrazione del Pil greco del 25 per cento e una disoccupazione a livelli record, distruggendo in modo permanente le opportunità per generazioni di giovani greci. Syriza ha ereditato questo disastro e si è focalizzata sulla necessità di accrescere la liquidità incrementando le entrate fiscali attraverso la lotta contro l’evasione, la corruzione e le pratiche monopolistiche, nonché il contrabbando di carburante e tabacco. Ha accettato di riformare la normativa del lavoro, di tagliare la spesa e di alzare l’età pensionabile. Errori sono stati commessi dal giovane governo, ma certo non si può dire che non stesse facendo progressi, perché molte riforme avevano già preso il via. Anzi, nei primi quattro mesi di governo Tsipras il Tesoro ellenico aveva ridotto drasticamente il disavanzo e aveva un avanzo primario (cioè senza calcolare il pagamento degli interessi sul debito) di 2,16 miliardi di euro, molto al di sopra degli obbiettivi iniziali di un disavanzo di 287 milioni di euro.

L’austerità ha aiutato? No. Come sottolineava John Maynard Keynes, nei periodi di recessione, quando i consumatori e il settore privato tagliano le spese, non ha senso che lo Stato faccia altrettanto: è così che una recessione si trasforma in depressione. Invece la Trojka ha chiesto sempre più tagli e sempre più in fretta, lasciando ai greci poco spazio di manovra per continuare con le riforme intraprese e al tempo stesso cercare di accrescere la competitività attraverso una strategia di investimenti.

La crisi economica ha prodotto una crisi umanitaria a tutti gli effetti, con la gente incapace di acquistare cibo e medicine. Secondo uno studio, per ogni punto percentuale in meno di spesa pubblica si è avuto un aumento dello 0,43 per cento dei suicidi fra gli uomini: escludendo altri fattori che possono indurre al suicidio, tra il 2009 e il 2010 si sono uccisi «unicamente per il rigore di bilancio» 551 uomini. Syriza ha reagito promettendo cure mediche gratuite per disoccupati e non assicurati, garanzie per l’alloggio ed elettricità gratuita per 60 milioni di euro. Si è anche impegnata a stanziare 765 milioni di euro per fornire sussidi alimentari.

La priorità data da Syriza alla crisi umanitaria e il rifiuto di imporre altre misure di austerità sono stati accolti con grande preoccupazione e una totale mancanza di riconoscimento per le riforme già avviate. I media hanno alimentato questo processo e il resto è storia: quello che è successo poi, ovviamente, è stato abbondantemente raccontato dai giornali.

L’indisponibilità a condonare almeno in parte il debito greco è ovviamente un atto di ipocrisia, se si considera che al termine della guerra la Germania ottenne il condono del 60 per cento del suo debito. Una seconda forma di ipocrisia, spesso trascurata dai mezzi di informazione, è il fatto che tante banche sono state salvate e condonate senza che la cosa abbia suscitato grande scandalo fra i ministri dell’Economia. Oggi il salvataggio di cui avrebbe bisogno la Grecia ammonta a circa 370 miliardi di euro, ma non è nulla in confronto ai salvataggi internazionali messi in piedi per banche come la Citigroup (2.513 miliardi di dollari), la Morgan Stanley (2.041 miliardi), la Barclays (868 miliardi), la Goldman Sachs (814 miliardi), la JP Morgan (391 miliardi), la Bnp Paribas (175 miliardi) e la Dresdner Bank (135 miliardi). Probabilmente l’impazienza di Obama nei confronti della Merkel nasce dal fatto che lui conosce queste cifre! Sa perfettamente che quando il debito è troppo grosso, ed è impossibile che venga restituito alle condizioni correnti, dev’essere ristrutturato.

Il terzo tipo di ipocrisia è il fatto che mentre la Germania imponeva ai greci (e agli altri vicini del Sud) politiche di austerità, per quanto la riguardava incrementava la spesa per ricerca e sviluppo, collegamenti fra scienza e industria, prestiti strategici alle sue medie imprese (attraverso una banca di investimenti pubblica molto dinamica come la KfW) e così via. Tutte queste politiche ovviamente hanno migliorato la competitività tedesca a scapito di quella altrui. La Siemens non si è aggiudicata appalti all’estero perché paga poco i suoi lavoratori, ma perché è una delle aziende più innovative al mondo, anche grazie a questi investimenti pubblici. Un concetto microeconomico. Che rimanda a un altro macroeconomico: una vera unione monetaria è impossibile tra paesi così divergenti nella competitività.

Riassumendo, la rigorosa disciplina di bilancio usata oggi dall’Eurogruppo per mettere “in riga” la Grecia non porterà crescita al Paese ellenico. La mancanza di domanda aggregata (problema macroeconomico) e la mancanza di investimenti in aree capaci di accrescere la produttività e l’innovazione (problema microeconomico) serviranno solo a rendere la Grecia più debole e pericolosa per gli stessi prestatori. Sì, servono riforme di vasta portata, ma riforme che aiutino a migliorare questi due aspetti. Non soltanto tagli. Allo stesso modo, è necessario che la Germania si impegni di più a livello nazionale per accrescere la domanda interna, e che consenta in altri Paesi europei quel genere di politiche che le hanno permesso di raggiungere una competitività reale. Il fatto che l’Eurogruppo non comprenda tutto questo è dimostrazione di incapacità di pensare a lungo termine e ignoranza economica (chi comprerà le merci tedesche se l’austerità soffoca la domanda negli altri paesi?).

Speriamo questa settimana di vedere meno mediocrità e più capacità di pensare in grande, come successe dopo la guerra e come abbiamo bisogno che succeda adesso, dopo una delle peggiori crisi finanziarie della storia.

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Stiglitz: la Grecia, l’Europa, la democrazia

2 Lug

Io so già come voterei“, conclude l’economista e Nobel Joseph Stiglitz in questo articolo apparso lunedì 29 sul Guardian e pubblicato ieri da Internazionale col titolo: “L’Europa vuole liberarsi di Alexis Tsipras”.  E diversamente, per fortuna, da molti soloni all’amatriciana (o alla fiorentina, fate voi) di casa nostra, mette il dito sulla piaga: “è tutta una questione di potere e di democrazia, più che di denaro e di economia“.

Perché, alla faccia di quanti affermano con faciloneria che Tsipras deve “rispettare le regole” (il nostro Presidente del Consiglio nell’intervista al Sole-24Ore di ieri), Stiglitz va dritto al punto: “Diciamolo chiaramente: quasi niente dell’enorme volume di denaro prestato alla Grecia è rimasto nel paese. È servito praticamente solo a pagare i creditori privati, comprese alcune banche tedesche e francesi. La Grecia ha avuto solo le briciole e per salvare il sistema bancario di quei paesi ha pagato un prezzo altissimo“. E spiega:

Il Fondo monetario internazionale e gli altri creditori “istituzionali” non hanno bisogno dei soldi che chiedono. In una situazione normale, probabilmente li presterebbero subito di nuovo ad Atene. Ma, come ho già detto, non è una questione di soldi. Stanno semplicemente usando le “scadenze” per costringere la Grecia a cedere e ad accettare l’inaccettabile: non solo le misure di austerità, ma anche altre politiche regressive e punitive.
Perché l’Europa fa questo? Non è democratica? A gennaio i greci hanno eletto un governo che si era impegnato a mettere fine all’austerità. Se avesse semplicemente mantenuto le promesse fatte in campagna elettorale, il primo ministro Alexis Tsipras avrebbe già respinto la proposta. Ma ha voluto dare ai greci la possibilità di incidere su una decisione cruciale per il futuro del paese. Questa esigenza di legittimazione popolare è incompatibile con la politica dell’eurozona, che non è mai stata un progetto molto democratico. La maggior parte dei governi dell’area non ha chiesto il parere del popolo prima di rinunciare alla sovranità monetaria a favore della Banca centrale europea. Quando il governo svedese l’ha fatto i cittadini hanno detto di no. Avevano capito che se la politica monetaria fosse stata decisa da una banca centrale preoccupata solo dell’inflazione, la disoccupazione nel loro paese sarebbe aumentata (e nessuno avrebbe prestato sufficiente attenzione alla stabilità finanziaria). L’economia ne avrebbe sofferto, perché il modello alla base dell’eurozona presume rapporti di potere sfavorevoli per i lavoratori.

Possibile che Stiglitz la interpreti così e al nostro Presidente del Consiglio questo aspetto sia sfuggito? Stento a crederlo. Renzi sa benissimo qual’é il punto focale della questione: il braccio di ferro tra l’Europa ricca e potente che non rispetta gli ideali per cui è nata e un Paese  che rappresenta solo il 2% del Pil dell’intera Unione ma che pretende di risolvere i suoi problemi senza le ingerenze della trojka (e dei suoi figli, scusate la facile battuta). E questo al netto degli errori criminali e catastrofici commessi dai precedenti governi di Atene, per cui i greci stanno pagando da cinque anni un prezzo altissimo. Prosegue infatti Stiglitz:

E senza dubbio quella che stiamo vedendo ora è l’antitesi della democrazia. Molti leader europei vorrebbero liberarsi di Tsipras, perché il suo governo si oppone alle politiche che finora hanno fatto crescere la disuguaglianza e vuole mettere un freno allo strapotere dei più ricchi. Sembrano convinti che prima o poi riusciranno a far cadere questo governo, costringendolo ad accettare un accordo in contraddizione con il suo mandato.

Non so se tra i “molti leader europei” Stiglitz comprenda anche il nostro Renzi. Personalmente credo che se egli avesse dimostrato un diverso e più fermo atteggiamento nei confronti della Merkel, forse (ripeto “forse”) la Cancelliera avrebbe considerato l’ipotesi di un atteggiamento più morbido e lungimirante, forse anche Hollande avrebbe speso qualche parola in questo senso, forse (forse) anche Spagna e Portogallo avrebbero potuto aggiungere la loro. Parlo delle economie più deboli, più esposte un domani (speriamo di no) a una replica della brutale repressione della Trojka sollecitata dai falchi come Schauble, che avrebbero avuto tutto l’interesse a una posizione comune per fronteggiare la strapotenza germanica. E forse, aggiungo in finale, forse anche Obama avrebbe dato una  mano in questo senso, preoccupato che la Grecia possa diventare succube di Putin.
Invece tutti a pecoroni, senza valutare che la non auspicata (da me) sconfitta di Tsipras sarà l’incoronamento finale di una Germania sempre più potente ed egoista e il rinvio sine die del progetto di un’Europa federata e unita, solidale, forte, generosa.  Mentre  dall’altra parte l’eventuale uscita dall’euro di una Grecia orgogliosa ma non umiliata “non sarebbe tanto un danno economico, quanto un vulnus alla credibilità politica dell’Europa” (Prodi nell’intervista di oggi a Repubblica, da leggere assolutamente).
Per concludere, qualcuno dovrà cercare di far capire all’arrogante Germania che la sua supremazia varrà assai poco in un’Europa ridotta a espressione geografica. Io voterei come Stiglitz: prima i popoli.

È difficile consigliare ai greci cosa votare il 5 luglio. Una vittoria del sì darebbe il via a una depressione a tempo indeterminato. Forse a un paese senza più risorse, che ha venduto tutto e costretto i suoi giovani a emigrare, alla fine il debito sarebbe condonato. Forse, dopo essersi ridotta a un’economia a medio reddito, alla fine Atene otterrebbe l’aiuto della Banca mondiale. Tutto questo potrebbe succedere nei prossimi dieci anni, o forse nel decennio successivo.
Una vittoria del no, invece, darebbe almeno alla Grecia, con la sua lunga tradizione democratica, la possibilità di riprendere in mano il suo destino. I cittadini avrebbero l’opportunità di costruirsi un futuro che forse non sarebbe prospero come il passato, ma sarebbe molto più carico di speranza dell’insopportabile tortura del presente. Io so già come voterei.

La politica estera della UE e la Mogherini.

7 Feb

MogherinihighrepresentativeportraitFederica Mogherini è stata nominata Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza il 1º novembre 2014.

Giustamente, di fronte a questi titoli dei giornali il mio amico Nando Longoni si pone alcune domande che non posso non condividere.
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titolo MogheriniMa non dovrebbe essere la Mogherini a trattare? O almeno esserci anche lei? O è una commissaria tappezzeria (come i predecessori)?
Siamo ben lontani dagli Stati Uniti d’Europa! L’unica materia nella quale ci facciamo sentire come UE è all’interno in materia finanziaria e verso i paesi deboli dell’Unione (v. Grecia). E anche li a comandare c’è solo la Merkel.

L’Europa tra la sfida greca e l’orgoglio tedesco

5 Feb

Quello che mi impressiona maggiormente, oltre al brutale atteggiamento nei confronti della Grecia, è l’apparente assoluta noncuranza dei vertici tedeschi verso lo spirito dell’unione europea e la disinvoltura con cui dimenticano la generosa disponibilità dei vincitori all’indomani della conclusione della seconda guerra mondiale. Sommando quello della prima, la Germania aveva accumulato un debito di guerra pari a oltre 23 miliardi di dollari del tempo, praticamente l’intero suo PIL. Eppure pochi anni dopo, nella Conferenza internazionale di Londra del 1953, le fu condonato ben il 50% del debito e l’altra metà dilazionata in trent’anni. Queste furono le condizioni che consentirono la ripresa ai tedeschi sconfitti in due guerre mondiali. E più recentemente ci fu un’altra occasione di cui la Germania dev’essere grata alle altrw nazioni:  come ha ricordato il Sole-24ore

“L’altro 50% avrebbe dovuto essere rimborsato dopo l’eventuale riunificazione delle due Germanie. Ma nel 1990 l’allora cancelliere Helmut Kohl si oppose alla rinegoziazione dell’accordo che avrebbe procurato un terzo default alla Germania. Anche questa volta Italia e Grecia acconsentirono di non esigere il dovuto. Nell’ottobre 2010 la Germania ha finito di rimborsare i debiti imposti dal trattato del 1953 con il pagamento dell’ultimo debito per un importo di 69,9 milioni di euro. Senza l’accordo di Londra, la Germania avrebbe dovuto rimborsare debiti per altri 50 anni.”

Infatti i progressisti tedeschi condannano duramente l’atteggiamento della Merkel e le sue politiche di “euroegoismo”: tra essi l’ex-ministro degli esteri tedesco, Joshua Fischer. Nel libro appena pubblicato,   dopo aver ricordato come la Germania abbia ampiamente beneficiato della generosità altrui quando ne ha avuto bisogno, Fischer aggiunge: «Né Schmidt e né Kohl avrebbero reagito in modo così indeciso, voltandosi dall’altra parte come ha fatto la cancelliera. Avrebbero anzi approfittato della impasse causata dalla crisi per fare un altro passo avanti verso l’integrazione europea. La Merkel così distrugge l’Europa».

Pare quasi, invece, che oggi la Germania voglia prendersi una rivincita:  non certo verso gli USA e l’Inghilterra, ma vigliaccamente verso i paesi più deboli del Sud Europa, prima fra tutti la Grecia. La decisione resa nota oggi di Draghi di non accettare più titoli di stato di Atene per ottenere liquidità dalla Banca centrale europea fa infatti pensare più a una conseguenza delle forzature di Schauble, l’attuale ministro delle finanze tedesco, che non a una decisione autonoma. Certo, non siamo ancora all’ultimo atto, come ben spiega Repubblica qui, ma nuove nuvole nere si addensano, oltre che sulla Grecia, sui paesi più esposti al rischio di una ripresa ancora lontana , tra cui l’Italia. La tracotanza, la convinzione di una perenne invincibilità, l’arrogante esibizione della strapotenza, risvegliano i lontani ricordi delle condizioni (e dei pericoli) in cui il mondo si ritrovò giusto un secolo fa. Qualche pessimista potrebbe anche affermare  di essere quasi all’antivigilia di una guerra mondiale economica che seppure incruenta farebbe comunque le sue vittime, travolgendo di certo e inevitabilmente – nonostante la sicumera esibita –   la stessa Germania e lasciando aperta la porta alle malsane pulsioni nazionaliste che si accendono qua e là nel becchop continente.

Eppure, non si deve cedere al pessimismo. Tra ideali, buon senso e (perché no?) interessi, una via di mezzo che porti a una soluzione accettabile da tutte le parti  è senz’altro possibile. Per ora siamo ancora all’esibizione muscolare: il ministro delle Finanze greco, Varoufakis, ha fatto presente al suo omologo Schauble che tra tutti i Paesi europei “la Germania sia quello che possa capire meglio che quando si umilia troppo a lungo una nazione orgogliosa, senza far intravedere la luce alla fine del tunnel, questa nazione prima o poi va in turbolenza”. Non era una minaccia, ma un invito a ricordare le passate tragedie della Germania e quindi anche le mani amiche che l’aiutarono.  Un messaggio che non potrà non essere raccolto per il bene comune, l’Europa, di tutti noi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Piketty indica a Renzi la strada per l’Europa

2 Gen

 

Thomas Piketty è un economista francese nato a Clichy nel 1971 e dirige a Parigi l’École des hautes études en sciences sociales. E’ divenuto internazionalmente famoso dopo il successo mondiale del suo libro, “Il capitale nel XXI secolo”, che ha venduto un milione e mezzo di copie. Nel libro Piketty sostiene che la sempre crescente disuguaglianza tra ricchi e poveri nel mondo è provocata dalla maggior redditività del capitale sul lavoro e propone una tassazione progressiva sui grandi capitali.

Il 31 gennaio ha rilasciato un’intervista a Repubblica sull’Europa, denunciando le “ipocrisie” di Juncker e della Germania, e indicando in un fronte unito della sinistra europea l’unico mezzo per contrastare l’austerity che sta strangolando gli stati più in difficoltà a causa della crisi.
Ve la riporto per intero.

Piketty: “Tsipras non è il male meglio di populisti e xenofobi. Il vero pericolo per l’Europa è l’ipocrisia di Juncker e Merkel”

L’economista francese: “Con un governo di sinistra dalla Grecia può partire una rivoluzione democratica: aiuterà a rivedere l’austerity che soffoca l’Unione con meno risorse per pagare i debiti pubblici e più sviluppo”

di EUGENIO OCCORSIO
31 dicembre 2014

 
ROMA.”Non capisco perché le cosiddette cancellerie europee siano così terrorizzate dalla probabile vittoria di Syriza in Grecia. O meglio, lo capisco, però è ora di smontare le loro ipocrisie”. Thomas Piketty, docente all’Ecole d’économie parigina, “l’economista più autorevole del 2014” come lo ha definito il Financial Times, è sceso in campo con tutta la sua grinta con un editoriale pubblicato ieri da Liberation . “Serve in Europa una rivoluzione democratica”, ha scritto e ce lo ripete chiaro e forte al telefono dall’aeroporto di Parigi mentre sta per imbarcarsi per New York, la città che ha lanciato il suo “Capitale nel XXI secolo” come libro dell’anno grazie all’endorsement del premio Nobel Paul Krugman.

Professore, però Tsipras si è fatto strada sventolando la bandiera dell’uscita dall’euro…
“Sì, ma ora ha molto ammorbidito le sue posizioni. Si è rivelato, all’opposto, un leader fortemente europeista, una posizione che si assesterà ulteriormente se com’è probabile dovrà formare un governo di coalizione, visto che secondo i sondaggi non avrà più del 28% e quindi 138 seggi, 12 in meno della maggioranza. I più probabili alleati come sapete sono il neocostituito partito di centrosinistra Potami e l’altra forza di sinistra democratica Dimar, che gli garantirebbero un altro 8-10%. Certo, Syriza farà valere le sue posizioni in Europa, ma non sarà un male, anzi”.

Qualcosa accadrà, insomma. Ma è sicuro che non sarà qualcosa di dirompente?
“Senta, guardiamo la situazione con realismo. La tensione in Europa è arrivata a un punto tale che in un modo o nell’altro scoppierà, entro il 2015. E tre sono le alternative: una nuova crisi finanziaria sconvolgente, l’affermazione delle forze di destra che realizzano la coalizione di cui stanno mettendo le basi incentrata sul Fronte Nazionale in Francia e comprendente la vostra Lega e forse i 5 Stelle, oppure uno choc politico proveniente da sinistra: Syriza, gli spagnoli di Podemos, il Partito democratico italiano, quel che resta dei socialisti francesi. Finalmente alleati e operativi. Lei quale soluzione sceglie? Io la terza”.

La famosa “rivoluzione democratica”, insomma. Quali dovrebbero essere i primi atti?
“Due punti. Primo, la revisione totale dell’attuale politica basata sull’austerity che sta soffocando qualsiasi possibilità di recupero in Europa, a partire dal Sud dell’eurozona. E questa revisione deve per primissima cosa prevedere una rinegoziazione dei debiti pubblici, un allungamento delle scadenze, eventualmente dei condoni veri e propri di alcune parti. È possibile, glielo assicuro. Vi siete chiesti perché l’America marcia alla grande, così come l’Europa fuori dall’euro come la Gran Bretagna? Ma perché l’Italia deve destinare il 6% del proprio Pil al pagamento degli interessi e solo l’1% al miglioramento delle sue scuole e università? Una politica incentrata solamente sulla riduzione del debito è distruttiva per l’eurozona. Secondo punto: un accentramento presso le istituzioni europee di politiche di base per lo sviluppo comune a partire da quella fiscale, e magari riorientare quest’ultima tassando di più le maggiori rendite personali e industriali. Su queste materie fondamentali si deve votare a maggioranza e non più all’unanimità, e poi vigilare perché tutti si adeguino. Più centralità serve anche su altri fronti a somiglianza di quanto si sta cominciando a fare per le banche. Solo così si potrà omogeneizzare l’economia e sbloccare la frammentazione di 18 politiche monetarie con 18 tassi d’interesse, 19 da inizio gennaio con la Lituania, esposta al flagello della speculazione. Non rendersene conto è miope e, quel che è peggio, profondamente ipocrita”.

Le “ipocrisie europee” di cui parlava all’inizio: a cosa si riferisce più precisamente?
“Andiamo con ordine. Il più ipocrita è Jean-Claude Juncker, l’uomo al quale incoscientemente si è data in mano la commissione europea dopo che per vent’anni ha condotto il Lussemburgo a una sistematica depredazione dei profitti industriali del resto d’Europa. Ora pretende di fare il duro e di prendere un giro tutti con un piano da 300 miliardi che però è finanziato solo per 21, e all’interno di questi 21 la maggior parte sono fondi europei già in via di erogazione. Parla di “effetto leva” senza neanche rendersi conto di cosa sta parlando. Al secondo posto c’è la Germania, che fa finta di aver dimenticato il maxi-condono dopo la seconda guerra mondiale dei suoi debiti, scesi di colpo dal 200 al 30% del Pil, che le ha permesso di finanziare la ricostruzione e la prepotente crescita degli anni successivi. Dove sarebbe andata se fosse stata obbligata a ridurre faticosamente il debito a colpi dell’uno o due per cento all’anno come sta costringendo a fare il sud Europa? La terza piazza nell’imbarazzante classifica delle ipocrisie spetta alla Francia, che ora si ribella alla rigidità tedesca ma è stata in prima fila nell’affiancare la Germania quando è stata impostata la politica dell’austerity, e altrettanto decisa sembrava quando con il Fiscal Compact del 2012 si sono condannate le economie più deboli a ripagare i debiti fino all’ultimo euro malgrado la devastante crisi del 2010-2011. Ecco, se saranno smascherate e isolate queste ipocrisie si potrà ripartire per lo sviluppo europeo nell’anno che sta per iniziare. E Syriza farà meno paura”.

D’Alema: in Europa socialisti con i popolari. CVD.

11 Apr

Fantastico. In questa intervista D’Alema dichiara che la strategia per governare l’Europa  è rappresentata dalle larghe intese tra socialisti e popolari, lasciando intatti gli accordi. “There is no alternative”.
Viva la chiarezza, una volta tanto. Altro che voto utile: votare per Schultz è il modo migliore per continuare ad essere governati dalla Germania di Angela Merkel, condannati per anni all’austerity brutale del liberismo e del fiscal compact.
Poi mi chiedono come mai voterò Tsipras.

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Video pubblicato il 4 aprile 2014
Interview with Massimo d’Alema, President of FEPS and former Prime Minister of Italy, in the Forum “A Progressive Renaissance for Europe” organised in Brussels by the Foundation for European Progressive Studies (FEPS) and its close partners

Nel mio Pd sono un traditore perché voterò per Tsipras.

24 Mar

Dunque, sono sotto accusa. Di ateismo, alto tradimento, apostasia, non lo so, ma di certo c’è che al circolo Pd dove sono iscritto hanno visto parecchio male la mia adesione alla lista Tsipras per le europee che si terranno il 25 maggio.  Qualche parruccone ancora seguace del pensiero unico ha pensato che non sia consentito a un iscritto al Pd decidere con la propria testa in funzione di quanto sia agli atti e sotto gli occhi di tutti. Quindi, nella migliore delle ipotesi dovrei quanto meno autosospendermi.  Con questo post voglio spiegare la mia posizione e chiedere a chi mi leggerà una franca e sincera opinione , ringraziando fin d’ora per i contributi, quali che essi siano.

Andiamo con ordine, partendo da una premessa: “Un recente sondaggio realizzato per la Commissione europea (Eurobarometro standard 80) rivela che per il 74% degli italiani, i 28 stati dell’Unione dovrebbero cooperare di più per risolvere i problemi che l’affliggono; il 65% ritiene che l’Italia non possa affrontare da sola le sfide della globalizzazione; il 53% è favorevole all’Unione economica e monetaria e il 50% crede che per il nostro paese non ci sia un futuro migliore fuori dall’UE (contro il 30% che lo ritiene possibile). Tuttavia una quota crescente di italiani, passata dal 46% al 55%, pensa che l’UE non stia andando nella giusta direzione ed è pessimista sul suo futuro; in particolare, essi ritengono che la disoccupazione sia il principale problema e (il 64%) che l’UE, fautrice delle politiche di rigore, non stia creando i presupposti per ridurla.
In definitiva, la maggioranza degli italiani è molto preoccupata per le politiche comunitarie e i loro effetti negativi; tuttavia, ribadisce la sua convinzione di fondo europeista, la convenienza del nostro paese a puntare sull’UE e la necessità di accelerane la costruzione, ma cambiando il modo di realizzarla.” (dal sito sbilanciamoci.it).
Ed ora le mie considerazioni.

1. Perché Schultz non mi convince. A parte il discorso che fece al Parlamento europeo contro Berlusconi, dell’attività politica e parlamentare di Martin Schultz – candidato del PSE alla Presidenza della Commissione – non ho molti ricordi  (e Wikipedia non è che mi abbia aiutato molto). Un normale volume di informazione e il suo quotidiano aggiornamento mi hanno consentito tuttavia di farmi nel tempo un’idea piuttosto precisa della sua posizione e di quella del PSE (cui il Pd ha aderito solo alla fine di questo febbraio: non mi pare un particolare di poco conto). Dunque, il socialdemocratico Schultz intende evidenziare sullo scenario europeo alcuni temi, tra cui primeggiano la prevenzione di nuove crisi finanziarie, lo sviluppo di una politica comune su immigrati e immigrandi e l’evoluzione dell’annoso problema della parità di genere.  Circa la brutale politica di austerity imposta dalla Merkel all’Europa (a parte le dichiarazioni fatte a novembre sui guai derivanti dai suoi eccessi in Grecia) poco o nulla: comprensibile, visto che in Germania la SPD appoggia la Cancelliera nella coalizione di governo che ha nel rigido rispetto della soglia del 3% del differenziale debito pubblico/PIL e il contenimento del debito pubblico i suoi punti fondamentali.  Allo stesso tempo, da più parti – anche istituzionali, come la BCE e il Consiglio Europeo –  pervengono sempre meno sommesse indicazioni per uscire dallo stallo della crisi e rilanciare l’economia europea, auspicando investimenti in riforme del mercato del lavoro, retribuzioni, nuove tecnologie: quindi una posizione all’opposto del governo tedesco e che non potrebbe non imbarazzare Schultz se dovesse essere eletto.
C’è poi da considerare chi appoggerebbe Schultz nel caso di sua elezione: Jean-Claude Juncker, il vecchio primo ministro lussemburghese leader del PPE non ne ha fatto mistero. In una recente intervista a Le Monde (non propriamente un giornale di sinistra) ha confidato che lui e Schultz “sono d’accordo su parecchi punti” e difficilmente Schultz potrebbe fare a meno del suo aiuto, visto che anche i laburisti inglesi non sembrano disposti a schierarsi con lui (vedi The European Voice) vista proprio la posizione dell’SPD in Germania.
In conclusione, la mia idea è che Schultz presidente a Renzi – e quindi a noi – non potrebbe dare molto di più che una affettuosa solidarietà ma resterebbe immutato tutto il quadro di rigida osservanza dei vincoli imposti ai paesi più deboli, incluso prima di tutto il Fiscal compact, che dall’anno prossimo ci chiederà il pagamento di circa 50 miliardi di euro all’anno per vent’anni in ordine alla riduzione del debito pubblico. 50 miliardi che si sommeranno agli altri nostri debiti già esistenti e il cui totale non potrà non avere conseguenze pesantissime: all’Italia e agli altri paesi con le economie in crisi non resterà quindi che attuare nuovi piani di enormi sacrifici verso i propri cittadini, con tagli feroci alle pensioni, all’assistenza sanitaria, agli ammortizzatori sociali, solo per dire i primi mi che vengono in  mente.

2. Perchè sostengo Tsipras. Di Alexis Tsipras ho già avuto occasione di parlare qui, e qui c’è il suo programma integrale.  In sintesi, Tsipras si oppone alla politica fin qui seguita dalla UE, succube della potenza economica e politica della Germania, e progetta per il futuro dell’Europa una svolta radicale.  In aperto contrasto coi piani della della ‘trojka’ (Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale e Unione Europea) chiede la drastica riduzione delle spese militari di tutti gli stati membri, una tassa sulle transazioni finanziarie e una speciale per i beni di lusso,  l’eliminazione del vincolo del 3% del differenziale tra spesa pubblica e PIL, la difesa del diritto all’istruzione, alla sanità e all’ambiente,  il finanziamento da parte della BCE degli Stati in difficoltà e dei programmi di investimento pubblico. Insomma, Tsipras manifesta decisamente la sua opposizione alle decisioni della Troika con un programma apertamente di sinistra e che riporterebbe al sogno di Altiero Spinelli nel Manifesto di Ventotene di un’Europa federata, che Guido Viale ha così felicemente riassunto sull’Huffington Post: “noi della ‘lista Tsipras’ vogliamo più e non meno Europa, ma un’Europa democratica, federalista, rispettosa dei diritti di tutti e delle autonomie locali, pacifica ma forte, inclusiva, sottratta al dominio della finanza“.

Ecco perché dei programmi dei due candidati, l’unico davvero di “sinistra” mi appare quello di Tsipras. In quest’ultimo vedo una decisa virata europea: difficilmente (molto) Schultz potrà opporsi alle politica economica e monetaria di Angela Merkel; Tsipras si dichiara invece pronto a battersi contro il neoliberismo imposto dai poteri forti nella UE.
E poi un’ultima considerazione: se Tsipras (e il GUE, il gruppo della sinistra europea) dovesse riscontrare un inatteso successo (i sondaggi sembrano andare in questo senso, al momento) non potrebbe forse aprirsi un nuovo scenario che veda una coalizione Schultz, GUE, laburisti, Verdi e altre forze progressiste minori unita nell’appoggiare la grande e attesa svolta dell’Unione?

Ecco qui, questo è tutto e non cambierò idea. Però se vi va fatemi sapere cosa ne pensate e grazie comunque.

Barbara Spinelli: i sonnambuli dell’Europa

1 Gen

L’ultimo giorno dell’anno ci ha regalato un formidabile editoriale di Barbara Spinelli sui pericoli che corre questa Europa unita solo apparentemente. Alla vigilia del centenario della prima guerra mondiale, si intravedono segnali che fanno preoccupare (per usare un eufemismo e non raffreddare eccessivamente l’atmosfera euforica del primo giorno dell’anno nuovo).
Ma la verità è in queste righe che il profondo pensiero della Spinelli – una donna che considero la migliore commentatrice dei fatti d’oggi e la migliore esploratrice delle tendenze e del futuro che ci attende – esamina con l’attenzione di un ricercatore che stia lavorando alla scoperta di un virus micidiale. E le sue ansie sono anche le mie.
Auguri a tutti noi per un sereno anno nuovo, comunque, sperando che la consapevolezza produca effetti benefici: sempre meglio sapere cosa può attenderci – per porvi rimedio – che la disinvoltura (talvolta criminale) prodotta dall’ignoranza o, peggio, dalla noncuranza.

I sonnambuli dell’Europa

di BARBARA SPINELLI

«VERRÀ il momento in cui sbanderemo, come i sonnambuli d’Europa nell’estate 1914»: lo ha detto Angela Merkel, nell’ultimo vertice europeo, citando un libro dello storico Christopher Clark sull’inizio della Grande Guerra, tradotto in Italia da Laterza.

Isonnambuli descritti da Clark sono i governi che scivolarono nella guerra presentendo il cataclisma, simulando allarmi, ma senza far nulla per scongiurarla. Da allora sono passati quasi cent’anni, e molte cose sono cambiate. L’Europa ha istituzioni comuni, l’imperialismo territoriale è svanito (resta solo l’Ungheria di Orbàn, residuo perturbante del mondo di ieri, a proclamare compatrioti a tutti gli effetti gli ungheresi di Slovacchia, Romania, Serbia, Austria, Ucraina). Non si combatte più per spostare confini ma l’Unione non è in pace come si dice, e la crisi che traversa la sta squarciando come già nel 1913-14.

È simile lo stato d’animo dei governi: allo stesso tempo deboli e pieni di sé. Impotenti sempre, anche quando mostrano arroganza o risentimento.

Gli anniversari sono un omaggio che si rende al passato per accantonarlo.

Meglio sarebbe celebrarli con parsimonia. Ma sul significato di questa ricorrenza vale la pena soffermarsi, e chiedersi come mai Berlino evochi il 1914 per dire che l’euro può sfracellarsi, che se non faremo qualcosa saremo di nuovo sorpresi dal colpo di fucile che distrusse il continente. Come mai torni questo nome – i Sonnambuli – che Hermann Broch scelse come titolo per una trilogia che narra la pigrizia dei sentimenti, l’ indolenza vegetativa, che pervasero il primo anteguerra.

Quel che il Cancelliere non dice, ma che Clark mette in risalto, è l’inanità di simili moniti catastrofisti, l’enorme discordanza fra l’eloquio sinistro dei governanti e il loro agire ignavo, incapace di trarre le conseguenze da quel che apparentemente presagiscono.

Si comportarono da sbandati gli Stati europei, quando il 28 giugno 1914 Gavrilo Princip tirò i suoi due colpi di pistola a Sarajevo: quasi camminassero dormendo. A parole sembrava sapessero quel che stava per succedere, e però erano come incoscienti. Il dire era completamente sconnesso dai fatti, dal fare. Allo stesso modo gli Stati odierni davanti alla crisi, quando recitano la giaculatoria sul baratro che perennemente sta aprendosi, e non fanno il necessario per allontanare l’Unione da quell’orlo ma anzi l’inchiodano sul bordo, sbrindellata e tremante com’è, senza governo né comune scopo, come se questa fosse l’ideale terapia per tenere vigili gli Stati, per dilatare le angosce dei cittadini, per non provocare la rilassatezza (il «rischio morale», lo chiamano i custodi dell’Austerità) che affligge chi, troppo rassicurato, smette il rigore dei conti.

Proprio come fa la Merkel, quando vaticina l’»esplosione dell’euro» e incrimina l’indolenza dell’Europa dormiente. L’accenno ai baratri, sempre miracolosamente sventati, è divenuto un trucco di governanti impotenti, inetti, che usano il linguaggio apocalittico e le paure dei popoli immiseriti «al solo scopo di restare titolari della gestione della crisi». Lo dice l’ultimo rapporto del Censis: non è «con continue chiamate all’affanno», né con la «coazione alla stabilità», che si ricostruirà una classe dirigente. Impossibile ridivenire padroni del proprio destino se gli Stati fingono sovranità già perdute e si consolano facilmente, come in Cocteau: «Visto che questi misteri ci oltrepassano, fingiamo di esserne gli organizzatori».

Terribilmente simili all’oggi che viviamo furono i prodromi della Grande Guerra. Verso la fine del luglio ’14, poco dopo Sarajevo, il premier inglese Asquith preannuncia l’»Armageddon»: il luogo dell’Apocalisse dove tre spiriti immondi radunano i re della terra. Gli fa eco Edward Grey, ministro degli Esteri: «La luce si sta spegnendo su tutta Europa: non la vedremo più riaccendersi nel corso della nostra vita». In realtà gli inglesi avevano altri tormenti in quelle ore – non l’Europa ma l’autonomia dell’Irlanda – e poco si curavano del disastro continentale che profetizzavano.

Anche Churchill utilizzerà più tardi la metafora millenaristica del buio che irrompe: «Una strana luce cominciò a cadere sulla carta d’Europa».

Quanto ai generali russi e francesi, le parole ricorrenti quell’estate erano «guerra di sterminio», «estinzione della civiltà». Sapevano dunque – conclude Clark – ma la sapienza scandalosamente girava a vuoto: «Questa la cultura politica comune a tutti i protagonisti». Il ’14-18 non è un giallo di Agatha Christie, col colpevole scovato nell’ultimo capitolo: la primaria colpa tedesca, fissata nell’articolo 231 del Trattato di Versailles, è invenzione dei vincitori. Il ’14-18 fu una tragedia «multipolare e autenticamente interattiva». All’origine di questo voluto e fatale divaricarsi tra parole e presa di coscienza: l’ignoranza che ogni Stato mostrava per i patemi storici dell’altro.

Ignoranza inglese dell’ossessione russa, ostile con i serbi all’impero austroungarico e ottomano. Ignoranza della Germania in ascesa. E accanto all’ignoranza: la flemma, l’abissale disinteresse per quello che la Serbia significava agli occhi d’un impero asburgico dato anzitempo per morto. Infine il fatalismo: la guerra era forse invisa, ma ritenuta inevitabile. Così l’Europa sbandò verso l’inutile strage denunciata da Benedetto XV.

Ricordando la leggerezza disinvolta narrata da Clark, la Merkel commette gli stessi errori, quasi credesse e non credesse in quel che dice. Anche nel ’14 mancò l’immaginazione: quella vera, non parolaia. Gli europei erano immersi in una prima globalizzazione. Come poteva sgorgare sangue dal dolce commercio? Poteva invece, perché il mito delle sovranità assolute scatenòi nazionalismie produsse non uno ma due conflitti: una lunga guerra di trent’anni. Solo dopo il ’45 capirono, creando la Comunità europea. Ora siamo di nuovo in piena discrepanza tra parole e azioni, e tutti partecipano alla regressione: compresi gli sfiduciati, i delusi pronti a disfarsi di un’Europa che non è all’altezza della crisi. È diffuso l’anelito a sovranità comunque inesistenti, e il sonnambulismo riappare con il suo corteo di irresponsabilità, ignoranza, patriottismi chiamati difensivi. Come allora,a trascinarci in basso sono i governi ma anche una cultura politica comune. Ecco la modernità brutale del 1914, scrive Clark. Anche i popoli – spogliati di diritti, disinformati – barcollano sperduti fantasticando recinti nazionali eretti contro l’economia-mondo. Credono di contestare i governi. Sono in realtà complici, quando non esigono un’altra Europa: forte e solidale anziché serva dei mercati. Il pericolo, tutti lo sentono per finta. Dice ancora Broch: «Solo chi ha uno scopo teme il pericolo, perché teme per lo scopo».

Da anni siamo abituati a dire che l’Europa federale ha perso senso, col finire delle guerre tra europei. Ne siamo sicuri? La povertà patita da tanti paesi dell’Unione sveglia risentimenti bellicosi. E la mondializzazione non garantisce pace, come ammoniva già nel 1910 Norman Angell, nel libro La grande illusione. L’internazionalizzazione dell’economia rendeva «futili le guerre territoriali», questo sì. Ma intanto ciascuno correva al riarmo.

Oggi la Grande Illusione è pensare che il ritorno dell’ equilibrio fra potenze assicuri nell’Unione il dominio del più forte, più stabile. Ma Darwin è inservibile in politica, e mortifera per tutti è la lotta europea per la sopravvivenza. Nel rapporto tra Usa e Israele, o tra Cina e Nord Corea, sono decisivi i piccoli, i più dipendenti: esattamente come cent’anni fa fu decisiva la Serbia panslavista, rovinosamente sostenuta dalla Russia. La forza fisica che Angell giudicava futile, e però letale, è quella dello Stato-nazione che s’illude di fare da sé, piccolo o grande che sia. La lezione del ’14 non è stata ancora imparata.

La Repubblica – 31 dicembre 2013

 

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