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Il Pd e la sinistra

5 Ott

Altan sin 1

“Più seria e più grave, tuttavia, è l’unica divisione di cui Renzi dovrebbe aver timore: il solco che si è creato fra il vertice del partito che dirige e la sua base, quel che ne resta nell’emorragia di iscritti. Esiste il mondo della direzione del Pd, esiste il mondo di Twitter e Facebook, poi esiste il mondo fuori. C’è un’Emilia in cui vanno a votare alle primarie solo i politici di professione, una Puglia che fa accordi con il centrodestra incomprensibili ai militanti. Una Toscana che ha lasciato Livorno ai Cinquestelle, c’è Venezia commissariata, il sindaco eletto dal Pd travolto dagli scandali. C’è un Pd che si sfalda, sul territorio, una disillusione che cresce nell’ironia feroce e nella rabbia. Renzi parla al Paese, non al partito. In questo senso l’unico che davvero, per ora, ha mostrato di potere e volere “uscire dal Pd” è stato lui”.

Concita De Gregorio, oggi su Repubblica. Una lucida e disincantata fotografia di un partito che si dice di sinistra.

Dov’è finita la sinistra?

9 Ago

La diaspora
Sto leggendo questo libro di Alessandro Gilioli sugli ultimi anni della sinistra italiana e lo trovo avvincente come un romanzo. Ho scritto ‘ultimi’ involontariamente, lo giuro, dev’essere stato un riflesso freudiano. 🙂

Non ci voleva l’oracolo per prevederlo.

5 Feb

Ha ragione Civati, no, non ci voleva. Bastava stare a sentire anche quelli che la pensavano diversamente e magari scambiarci qualche opinione, cercare – può servire, eh, ma occorre almeno un pò d’umiltà – a guardare la situazione da un altro punto di vista.

Certo, bisognava essere convinti che “…non è la legge elettorale a far vincere nessuno, ma la politica che si è in grado di esprimere e le alleanze che si sanno costruire, tra le forze politiche e quelle sociali“. E magari anche provare a pensare se – per caso, combinazione astrale o ignota influenza del fato – non fosse preferibile per il PD “un sistema elettorale con collegi uninominali, alla “o la va, o la spacca”, con candidati scelti attraverso le primarie (primarie per un posto solo, che sono ben diverse dalle primarie ‘plurime’) e un doppio turno di collegio (che non è il doppio turno di coalizione, e tra un po’ mi toccherà portare i cartelli in aula: sono due cose che hanno ben poche somiglianze, soprattutto dal punto di vista del rapporto tra elettori ed eletti)“. Perchè “un sistema del genere avrebbe fatto emergere le qualità del leader nazionale e quelle dei leader locali, dei candidati che storicamente “portano su” il centrosinistra anche nei collegi, e che infatti Berlusconi ha sempre vissuto con molto fastidio“.

E per concludere, “… sospettare che scegliere l’asse con Berlusconi (con tanto di trattino: Renzi-Berlusconi, come spesso titola Repubblica, dimentica delle dieci domande e di vent’anni di attacchi feroci) lo avrebbe portato dall’affidamento ai servizi sociali a quello del Parlamento, da cui è appena decaduto, in vista di nuove riforme costituzionali, che nel 2014 assomigliano parecchio a quelle di cui parlammo (con gli stessi interlocutori e invano) nel 2013″.

http://www.ciwati.it/2014/02/05/non-ci-voleva-loracolo/

Renzi, gli avvocati difensori e il tempo che passa.

6 Gen

Mia madre usava dire, quando intervenivo in favore di mio fratello più piccolo che ne aveva combinata una delle sue, “avvocato non chiamato con un calcio è ben  pagato”. Mi verrebbe da ripeterlo agli avvocati difensori di Renzi che in questi giorni stanno recitando le loro arringhe.  Non potevano mancare, ovviamente, ed è anche giusto che ci siano , ma a mio modesto avviso dovrebbero scegliere meglio gli argomenti.
Vengo al punto. Passata l’euforia dell’elezione, il neosegretario si è messo all’opera per dar seguito al programma che aveva anticipato. Confesso che mi ha sorpreso. Per fare un esempio banale, non mi aspettavo che sulla legge elettorale Renzi se ne uscisse con tre proposte (grosso modo quelle che girano da qualche tempo), ma che avesse già pronto il progetto su cui discutere con gli altri partiti. Ne ero certo e ci sono anche rimasto male. Come mi ha sorpreso – parlo di episodi di livello ben inferiore – la convocazione della direzione nella sede fiorentina del suo comitato elettorale anzichè in quella del Pd e ancor più l’uscita infelice su Fassina su cui ho già detto come la penso.
Stranamente, gli avvocati difensori sono insorti su questi due ultimi argomenti invece che su altri di maggior spessore (forse non ce ne sono o forse non considerano importante quello della legge elettorale). Sul primo ha scritto Francesco Nicodemo nel suo blog: in sintesi, sostiene Nicodemo, è tutto normale e si meraviglia che si dia importanza a questi aspetti banali perché la gente comune vorrebbe sapere di più (e che si proponesse qualcosa) su disoccupazione, garanzie sul lavoro, sulle tasse, eccetera. Ecco, appunto, si vorrebbe sapere qualcosa di più e infatti i commenti – leggeteli – sono quasi tutti in questo senso. Riporto qui quello di Ivano Ruffa (postato non sul blog ma su una condivisione) che mi pare esemplare: caro Nicodemo… Quando martedì incontrerai qualcuno non potrai dire “stiamo lavorando” dovrai avere già le risposte. Di “stiamo lavorando” i cittadini ne hanno già sentiti fin troppi. Quindi se state accelerando, vediamo di portare i risultati, perché per ora si son viste solo pagliacciate che si potevano evitare. Siete rappresentanti del pd perché i cittadini alle primarie hanno votato il nome di Renzi dietro ad un simbolo, quello del partito. Renzi è solo il segretario di uno stupendo partito chiamato Pd. Non è il pd ad essere di Renzi. Quindi le riunioni si fanno nelle sedi opportune e noi, nella piccola Cinisello Balsamo, quando facciamo riunioni di giunta neanche mangiamo, saltiamo il pranzo, e siamo molto più produttivi di voi. Quando usciamo di li sappiamo già cosa dire ai cittadini e quali risposte dare. Non ci troviamo a casa del Sindaco. Ci troviamo nei luoghi consoni all’esercizio della democrazia. Per rispetto di tutti, anche di Pierluigi Bersani che al Pd e all’Italia ha dato molto, nei fatti e non solo a parole. Buon lavoro.”
Sul “chi?”, interviene invece per la difesa Ernesto Ruffini, caro e stimato amico, che se la prende con Fassina. Ernesto è una persona intelligente e di spirito e mi dispiace che abbia utilizzato la consunta metafora del pallone. Ma tant’è, se uno non ha argomenti usa quel che trova sottomano ed evidentemente Ernesto, nonostante la sua intelligenza, altro non ha trovato. Gli ho risposto e – perdonate l’autocitazione – vi riporto qui il mio commento:Caro Ernesto, non è criticando Fassina che riuscirai a celare il passo falso – non il primo – di Renzi. Fassina è, prima che un dirigente del Pd, un esponente del Governo. Può essere criticato – legittimamente – per quel che fa e quel che dice in entrambe le posizioni, ma l’irrisione può provenire solo da chi sta all’opposizione, non certo dal segretario del suo stesso partito. Che all’indomani della sua elezione, neppure un mese fa, aveva assicurato di lavorare per l’unità del Pd.”
Naturalmente a questo punto  qualcuno salterà su punto sul vivo per rispondermi che ce l’ho con Renzi. Me l’aspetto, è ovvio, i pasdaran sono sempre lì in agguato. Ma anticipo la mia risposta: no, non ce l’ho con Renzi. Il fatto è che le aspettative di chi non lo sosteneva (come me) e che ha disciplinatamente accettato il responso democratico e schiacciante delle urne (come me) sono molto maggiori di chi lo ha sostenuto. Non nel senso infantile e un pò revanscista del “mo’ vediamo che sai fare”, ma proprio con l’atteggiamento leale di chi ha sempre respinto la cultura deteriore delle correnti e della fedeltà serva. Come milioni di italiani sono in attesa di proposte, soluzioni, innovazioni e quant’altro in grado di rivoltare la situazione – del Pd, del governo, del Paese – in modo radicale. Questo è quello che mi attendo, concretezza, fatti, non messe in scena, non cartelli con “stiamo lavorando per voi”: quel lavoro doveva essere già avanzato per la massima parte e oggi si sarebbe già dovuto disutere di ‘come’ portarlo a buon fine.
Ricordo quanto fu irriso l’esauriente programma di Civati per le sue 70 pagine a fronte dell’agile sintesi di Renzi in sole 20. Ecco, non vorrei che si fosse trattato solo del riassunto delle buone intenzioni perché di buone intenzioni, come dice l’adagio, è lastricata la via dell’inferno. Per cui concludo incitando il segretario a passare ai fatti, domani stesso: qual’è il progetto di legge elettorale cui ‘lui’ tende? Cosa cavolo è, come si realizza, cosa comporta il Jobs Act? Cosa vogliamo fare, subito, sui diritti civili? Lo vogliamo mettere in pratica il matrimonio gay, l’adozione omogenitoriale, vogliamo abolire, subito, la Bossi-Fini e via cantando? Ecco, cose così, che diano subito, oggi, la nuova fisionomia di un Pd protagonista che butti sul tavolo le proposte definite, pronto a battere i pugni su quello stesso tavolo.  Il tempo passa e non ce n’è più molto, temo.

A proposito delle proposte di legge elettorale

4 Gen

A proposito delle tre proposte di legge elettorale avanzate dal Pd Pippo Civati dice la sua.
Si potrebbe pensare che io sia di parte, e si avrebbe anche ragione, ma io qui mi limito a condividere le osservazioni avanzate: sono solo buon senso e tutti, dico ‘tutti’ dovrebbero ragionarci su.

Il premio che ci si deve meritare

Ricominciamo da tre. Dalle tre proposte di riforma elettorale che il nuovo segretario del Pd ha sottoposto alle forze politiche presenti in Parlamento: 1. il sistema spagnolo con aggiunta del premio di maggioranza; 2. la legge Mattarella con aggiunta del premio di maggioranza; 3. il sistema dei comuni sopra i quindicimila abitanti, con attribuzione alla coalizione vincente – eventualmente al ballottaggio – del 60% dei seggi (che il premio di maggioranza ce l’ha di suo).

La prima singolarità sta nel metodo: non si sceglie una linea ma tre, anche piuttosto diverse tra loro (per di più con ulteriori varianti, perché, ad esempio, in relazione all’ultima si dice che può essere con liste corte bloccate, con preferenze, o con collegi). Le tre linee sono più o meno quelle di cui si discute da due anni, con qualche cambiamento (sì, perché nel 2012 andava di moda l’ungherese). Agli altri, tutti gli altri, la scelta. Che questo agevoli il confronto o addirittura la soluzione – come in molti si sono precipitati a dire – è tutto da dimostrare: questa grande abbondanza potrebbe creare semplicemente una grande confusione, ciascuno cercando di prendere un po’ dell’una e un po’ dell’altra secondo la propria convenienza. Come del resto è già avvenuto in Senato, arresosi all’inizio di dicembre di fronte all’impossibilità di trovare una soluzione. E proprio l’esperienza del Senato dimostra che neppure porre alcuni più o meno generici “punti fermi” (che probabilmente potrebbero essere tratti dalla triplice proposta) porta necessariamente a buoni risultati. In commissione Affari costituzionali i senatori si sono concentrati per mesi a individuare i punti di convergenza (fino a stilare il famoso “pillolario”) ma questo non ha comunque consentito di addivenire ad una proposta in grado di ottenere almeno la maggioranza dei voti.

Nel merito, poi, la costante delle tre proposte è il “premio” (in seggi), che, in poche parole, serve a chi è rimasto in minoranza a divenire maggioranza (per legge!). La singolarità è che in due delle tre ipotesi (perché in realtà è giusto di ipotesi che si parla) il premio si aggiunge a un sistema maggioritario. Che già premia. E premia per agevolare la formazione di una maggioranza di Governo. Maggioritario più premio di maggioranza equivale a un doppio premio. Attribuito a chi ha evidentemente uno scarso consenso: un doppio premio, cioè, per nessuna vittoria.

Solo con il terzo sistema, quello del sindaco d’Italia, che per Renzi ha un qualche sapore autobiografico, si assicurerebbe la governabilità. Ma bisogna capire come sarà congegnato, questo nuovo sistema: perché l’elezione diretta del premier sarebbe un caso unico al mondo e la sua semplice indicazione, con il collegamento alla coalizione di liste, che c’era già nel Porcellum, nel caso di un doppio turno sarebbe ancora più discutibile.

Ma c’è di più. Come viene congegnato il premio? Perché dopo la dichiarazione d’incostituzionalità del Porcellum proprio su questo punto (le motivazioni della sentenza dovrebbero essere depositate il 14 gennaio), ai “premi” occorre stare attenti. Per non essere incostituzionali devono scattare solo al raggiungimento di una certa soglia (si è parlato più volte, ad esempio, del 40%) o essere attribuiti, eventualmente in misura fissa e comunque tale da non alterare irragionevolmente l’espressione del voto. Ma nel primo caso il premio potrebbe non scattare e nel secondo non servire (perché magari la prestazione del migliore è comunque così scarsa che neanche aggiungendo i seggi-premio messi in palio si raggiungerebbe la maggioranza assoluta).

Il primo caso sembrerebbe scongiurato, nell’ipotesi che si rifà al sistema dei comuni, proprio dal secondo turno, all’esito del quale, comunque, si sarebbe attribuito un grande bonus in seggi a chi avesse prevalso anche di pochissimi voti sull’intero territorio nazionale. Il secondo, invece, sembrerebbe potersi presentare negli altri due casi almeno per come ad oggi genericamente indicati.

Per tutto questo continuiamo a ritenere che, anche considerata l’urgenza di approvare una legge elettorale, che il Presidente della Repubblica, pure nel suo messaggio di fine anno, ha sottolineato con forza, si sarebbe dovuto scegliere un percorso più semplice. Quello che indichiamo da mesi: il ritorno alla legge Mattarella. A favore della quale si sono espressi, nel corso della legislatura, anche presentando proposte di legge, Pd, Sel, M5s, Scelta civica, Lega nord e il gruppo delle Autonomie, cioè un’ampia maggioranza.

Ci riferiamo, naturalmente, al vero Mattarella, senza cioè premio di maggioranza, modellato, per entrambe le Camere, secondo quanto già previsto per il Senato (più lineare e meglio rispondente agli obiettivi del maggioritario), eventualmente anche con il doppio turno di collegio, come proposto da Piero Ignazi e altri negli ultimi mesi.

Dopo di che bisogna ricordare – soprattutto a chi teme che senza premio una maggioranza non sarebbe possibile – che la conquistata della maggioranza non passa solo attraverso formule elettorali, ma richiede che si prendano i voti, convincendo – entusiasmando… si può ancora sperare? – gli elettori.

Una metafora sulle primarie del Pd.

7 Dic

In autostrada ci sono tre veicoli.
Il primo è una vecchia auto – diciamo un’Appia, per fare un esempio – tenuta discretamente ma con tutti i suoi chilometri sul groppone. Il guidatore, un distinto signore tra i cinquanta e i sessanta, viaggia a velocità ridotta pe non correre rischi.
A una  stazione di servizio incontra una bella auto sportiva. Alla guida c’è un giovane che sollecita l’addetto di fare in fretta, entro breve deve arrivare a destinazione e sta superando tutti i limiti di velocità – gli confida – perché non può perdere l’appuntamento.
Più in là, nell’area riservata, c’è un giovane camionista. Deve portare alla meta un carico delicato e di valore: è consapevole dell’importanza della consegna per cui ha stabilito una tabella di marcia che sta osservando scrupolosamente.

Ed ora provate a collegare i tre candidati a queste tre figure e ditemi per chi votereste.

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8 dicembre: auguri a tutti!

5 Dic

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8dicembre

 

 

 

 

 

Auguri a tutti quelli che si accingono ad andare a votare domenica 8 dicembre per le Primarie del Partito democratico. Auguri di ritrovare una  scintilla di entusiasmo a chi è ancora in dubbio e soprattutto auguri di cambiare idea a quelli che hanno deciso di non votare: la Primarie rappresentano un  grande esercizio di democrazia, respingere questa occasione è come rifiutare di far parte di una comunità.

Voglio fare poi gli auguri al circolo dove mi sono iscritto sei anni fa, quello di Ponte Milvio, un circolo storico che aveva Enrico Berlinguer tra i suoi militanti. E’ vero, quel giorno che ho preso la tessera erano ben altre le speranze:  ma nel dialogo civile, nel confronto laico delle idee che è patrimonio prezioso e irrinunciabile di quel luogo, riesco sempre a ritrovare il senso di quei momenti e ricominciare ogni volta, nonostante tutto.

Auguri al Partito democratico di trovare il leader che lo riporti ad essere il partito-guida della nazione, che gli faccia ritrovare lo spirito e gli ideali che portarono alla sua fondazione. Gli auguro  di cuore che correnti e fondazioni spariscano dalla scena, che vecchi scaldapoltrone e giovani arrivisti senza meriti sloggino al più presto, che documenti basilari come il Manifesto dei Valori e il Codice Etico siano la traccia quotidiana affinché militanti, iscritti, dirigenti, funzionari, eletti ne siano sempre degni.

E ora auguri ai candidati (secondo l’ordine della scheda elettorale).
Sono le nostre speranze di noi elettori della sinistra, ancora vive malgrado amarezze e delusioni non ci siano state risparmiate.

A Gianni Cuperlo auguro di mantenere l’autonomia e la popolarità che si è guadagnato dopo anni di disciplinato silenzio. Gianni è una persona che stimo ed al quale posso solo rimproverare l’eccessiva modestia e quell’esagerato senso della gerarchia che gli fece rispondere anni fa – a chi lo sollecitava (io tra questi) ad avere un ruolo più significativo  – che lui si considerava solo un funzionario di partito. E’ stato uno sbaglio, Gianni. Pensa quanto avremmo guadagnato tutti dalla tua competenza e dalle tue riflessioni. Forse ti saresti anche liberato da quelle consuetudini da vecchia politica che nel frattempo si sono accumulate incrostandosi e ti hanno oggi indotto –  mi piace pensare controvoglia – ad accettare qua e là candidature di usurati arnesi della politica che poco hanno a che spartire con le tue idee. Ad ogni modo, in bocca al lupo.

A Matteo Renzi i miei complimenti prima ancora degli auguri per essersi saputo liberare di quell’antipatico e stentoreo ‘signori!’ da piazzista televisivo con cui si rivolgeva di tanto in tanto all’uditorio. Gli auguro ora di eliminare dai suoi discorsi i frequenti riferimenti alla sua attuale esperienza: dice troppo spesso ‘io come sindaco di Firenze’ facendo nascere il sospetto che la sua visione del mondo si riduca a quella splendida città.

Anche a lui rivolgo l’augurio di saper scegliere meglio i prossimi candidati, la prossima volta: tanto per fare un solo esempio, qui a Roma il posto di capolista a Montino, l’ex capogruppo del Pd alla Regione non è stato considerato un bel segnale di nuova politica.

Auguro a Renzi che in futuro sappia anche selezionare meglio le amicizie: Certo, gli amici non si discutono, ma un personaggio pubblico deve stare attento anche a questi aspetti e Briatore, Rutelli, la Binetti – per fare un esempio, eh – non sono proprio dei catalizzatori di simpatia. A maggior ragione gli auguro di selezionare, per quanto possibile, i sostenitori, specie quelli del genere ‘saltatori sul carro’ come Franceschini, Latorre, Boccia, Bassolino e via dicendo e che non gli salti più in mente di sostenere un Family day con Giovanardi. Soprattutto, (soprattutto!) di non accettare più inviti in una qualsivoglia Arcore.

Auguri a Matteo Renzi di essere meno diplomatico su argomenti importanti e delicati come il testamento biologico, i matrimoni egualitari, le adozioni da parte dei gay: sono ormai normale amministrazione nelle democrazie avanzate. E anche di essere più deciso su  questioni spinose come quella della  Cancellieri, contro lo spreco degli F35, l’assurdità della TAV, il consumo scriteriato del territorio. Lo so, si corrono i rischi di suscitare l’opposizione dei grandi interessi. Ma un politico ambizioso che vuole rinnovare il partito e l’Italia qualche rischio deve pur correrlo.

Ancora auguri a Matteo perché ritrovi l’amore per la Costituzione: mi è dispiaciuto non vederlo in piazza il 12 ottobre. E ancora auguri affinché guardi un po’ di più a sinistra: i tre milioni e passa di voti persi a febbraio e tutti gli altri persi prima sono la vera e genuina forza del Pd, sono quelli che si devono recuperare per primi e molto prima di rivolgersi ai democratici di destra (ma ce ne saranno più di tre milioni?). Lasci che vengano da soli, che bisogno c’è di andarli a cercare? Per fare nuove intese? Non ci sono bastate quelle che hanno fatto Letta e Napolitano?

E poi, caro Matteo, (posso darti del tu?) ricordati qualche volta dei militanti e degli iscritti. Un proverbio cinese dice che quando vai a prendere l’acqua al pozzo devi ricordarti di chi l’ha scavato. Io aggiungo che devi ricordarti anche di quelli che l’hanno avvelenato, quei 101 che hanno mortificato e umiliato il nostro popolo e insultato la figura di Romano Prodi. Al quale non sarebbe male rivolgessi almeno una volta un pensiero grato.
Comunque in bocca a lupo anche a te.

Anche a Pippo Civati faccio tanti auguri. Di mantenere sempre quella coerenza che è virtù di pochi, in questo disgraziato Paese. Gli auguro di riuscire a realizzare la sua visione del Partito democratico e della nuova Italia. Di continuare ad avere il coraggio delle sue idee, a qualsiasi costo, di riuscire a espellere quei 101 indegni del voto degli elettori, di conservare la serena certezza che è sempre possibile cambiare le cose, cambiandole.  Perché, come ha scritto Josè Marti, le cose cambiano quando c’è un popolo e quando c’è un leader.
Auguri di essere tu quel leader, Pippo.

Domenica 8 dicembre: ancora auguri a tutti.

 

 

Civati, la coerenza e gli altri.

21 Nov

 “Non c’è bisogno di aspettare l’intervento della magistratura. Di fronte a fatti così gravi, che ledono il prestigio delle istituzioni, sarebbe doveroso da parte dei ministri coinvolti rassegnare le proprie dimissioni e avere il gusto, lo stile, di ritirarsi dalla politica e cambiare mestiere.”
Enrico Berlinguer, Tribuna Politica, 15 dicembre 1981, a proposito dei ministri del Governo coinvolti nello scandalo P2
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Non credo sia un mistero, per i pochi che mi seguono qui e altrove, che sostengo Civati nella sua corsa per la segreteria del Pd ed è principalmente per questo motivo che i fatti dell’altra sera mi hanno sgradevolmente colpito. Invece di assicurare il rigore tanto sbandierato (bisogna «essere garantisti e garantire opportunità e rispetto delle regole» come «elemento chiave del nostro governo») invitando il ministro Cancellieri a presentare le dimissioni, Letta ha preferito sostituirsi al segretario del Pd – rimasto nell’occasione  inspiegabilmente silenzioso – per brandire la clava di una sfiducia al suo governo che non aveva motivo di minacciare, se non come disposizione pervenuta da una voce autorevole. Intendiamoci, quest’ultima è stata al momento una mia personalissima quanto emotiva  interpretazione dei fatti che però vedo stia assumendo ora contorni più concreti, anche se ribadisco che allo stato attuale non c’è prova che essa abbia riscontro nella realtà.

Ma torniamo a quanto accaduto l’altra sera alla riunione del gruppo parlamentare del Pd alla Camera. Per presentare una mozione di sfiducia alla Camera servono 63 voti e Civati di firme ne aveva raccolte una decina ma contava di raccoglierne altre principalmente tra i deputati schierati con Renzi, che aveva condiviso l’idea della mozione di sfiducia alla Cancellieri. E’ andato all’assemblea e ha presentato la mozione. Ma prima è intervenuto Letta a dire che se cadeva la Cancellieri cadeva il governo, poi è intervenuto Cuperlo e ha minacciato, infine i renziani hanno fatto inversione a U e mentre prima dicevano “si alla sfiducia” improvvisamente hanno detto “sì, signore”.

Dell’ intervento di Cuperlo riporto qui questo brano (diretto indovinate a chi), tanto per dare un’idea dell’aria che tirava: “La stessa chiarezza con la quale mi permetto di dire che non è accettabile che si assuma individualmente, e a mezzo stampa, l’iniziativa di una mozione di sfiducia verso un ministro del nostro governo, senza prima porre quel tema nella sede deputata che è l’assemblea del gruppo parlamentare al quale si è aderito. E però capisco che in un partito dove anche votare la fiducia al governo è diventata una variabile soggettiva, questa non sia considerata una priorità.” Ora, Civati era proprio lì, all’assemblea, a presentare la sua mozione e – come detto prima – cercava altre firme tra i seguaci di Renzi che nel frattempo avevano deciso di soprassedere. Perché? Chiedetelo a loro.

Dice Civati nell’intervista ad Alessandro Gilioli su l’Espresso: «Ho cercato di riportare la cosa al suo significato originale: la mozione di sfiducia individuale verso un ministro. Non un voto sul governo, dunque. Ho citato l’articolo 95 della Costituzione. Ho contestato il metodo e il merito con cui il Pd aveva gestito tutta la vicenda. Intorno ridacchiavano, facevano smorfie». A quel punto a Civati restavano solo due opzioni di testimonianza, cioè la partita l’aveva comunque persa, poteva solo fare un gesto dimostrativo, inutile.

La prima opzione era votare la mozione del M5S, che però faceva schifo sia per come era scritta tecnicamente, sia per i contenuti. Oppure poteva astenersi: ma in entrambi i casi rischiava l’espulsione dal PD a dieci giorni dalle primarie. E il tutto per non ottenere niente, solo una prima pagina sui giornali.

Oggi Civati ribadisce nel suo blog: “non ho affatto ritirato la mozione, come scrivono in molti, solo che la mozione era una proposta al Pd, come ho spiegato fin dal primo giorno, nonostante qualcuno avesse maliziato in proposito. Non era una mozione individuale era una sfiducia individuale. Peccato averla trasformata in qualcosa di diverso. Peccato che nessuno abbia voluto raccogliere la proposta. Peccato che nessuno abbia tenuto fede alle parole stentoree dei giorni precedenti.”

Quindi, (traggo sempre dall’intervista a Gilioli) “l’unica alternativa era lasciare il partito. A due settimane dalle primarie in cui sono candidato alla segreteria. E anche se può sembrare strano, non è affatto facile andare in una riunione di gruppo in cui sei quasi isolato e dire come la pensi. Ribadendolo anche in aula, il giorno dopo, con tutti pronti a saltarmi addosso”. Cosa che ha puntualmente fatto: “ho detto, nel tempo che avevo a disposizione, che la mia proposta di mozione di sfiducia individuale era diretta al gruppo del Pd, che invece aveva deciso diversamente, quindi avrei votato anch’io ‘no’ alla mozione del M5S, come tutto il gruppo”.

Lasciare il Pd? Confesso che io invece sono stato tentato di farlo, ma ho sempre abbandonato l’idea: nel Pd nonostante tutto ci sono tante, ma proprio tante persone valide, in quel partito ci sono ideali condivisi, in quel partito è stata investita fiducia e fatica. A quel partito fanno riferimento tanti cittadini che meritano ben altre risposte e con una adeguata leadership quel partito potrebbe rappresentare la tanto sospirata svolta che il nostro Paese attende. Per cui bene ha fatto Civati a tener duro: aspettiamo le Primarie dell’8 dicembre e ci sarà tempo per decidere il da farsi.

Concludo per aggiungere solo alle considerazioni su questa vicenda che non ho parole per definire, nell’ordine: Letta, Renzi e Cuperlo.
Letta, perché tenere in piedi un governo con questi metodi è impensabile; Renzi perchè questa era la sua occasione per far vedere come dovrebbe comportarsi il segretario di un importante partito e adeguandosi disciplinatamente si è invece giocato questa importante opportunità; Cuperlo, perchè ha dimostrato che non potrebbe fare il segretario di un partito, uno qualunque, perché farà sempre e comunque quel che gli viene detto di fare dal superiore di turno.

 

 

 

 

Dichiarazione di voto: provate a indovinare

14 Nov

Mi pare il minimo della correttezza, alla vigilia delle votazioni nei circoli per la determinazione dei candidati alla segreteria nazionale del Pd, che io esprima la mia posizione ai pochi affezionati che generosamente seguono questo blog. Ecco qua.

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 Darò il mio voto a Civati al congresso del mio circolo di Ponte Milvio, sabato.

E lo farò con piena convinzione, non affascinato da slogan televisivi o parlantine sciolte. Perché,  anche se non è possibile sapere per quale degli altri candidati voteranno i signori delle tessere e quei 101, so con certezza che tutti costoro non voteranno per lui e ne sono lieto. Lo sostengono invece Sandra Zampa, Laura Puppato, Lucrezia Ricchiuti, Walter Tocci, Corradino Mineo, Felice Casson, persone di cui non c’è bisogno di raccontare la tensione morale e la passione, parlamentari che hanno il senso del dovere come spina dorsale. Così come lo appoggiano virtuosi anche se poco conosciuti amministratori locali, donne e uomini che gestiscono le loro comunità con intelligenza e altruismo realizzando progetti sani e avanzati per l’energia pulita, per i rifiuti, per ridurre le tasse, per gli asili, l’istruzione, l’assistenza ad anziani e disabili.

Voterò Civati perché non ha mai avuto vergogna o paura di dichiararsi di sinistragiuseppe-civati  per la sua coerenza, la disponibilità all’ascolto come al dialogo, l’umiltà, il coraggio di difendere le sue idee, costi quel che costi. Ci vuole coraggio ad essere indipendenti in un partito dove impera l’apparato delle correnti e prosperano gli accordi in stanze segrete, dove notabili inamovibili giustificano errori madornali o strategie improbabili con lo stato di necessità.  Civati, perché si raffronta quotidianamente non con la gente, ma con le persone, perché in anni di paziente lavoro ha saputo costruire un collettivo pensante, non obbediente, perché non ha mai fatto parte di quella dirigenza che da quando è nato il Pd si è riempita la bocca dei suoi ideali ma non è stata capace di metterli in pratica (o non ha voluto?) e se ne ricorda solo al momento opportuno. Quella stessa dirigenza che ha perso il contatto col suo elettorato, legata ai tatticismi, alla fedeltà per convenienza, alle visioni dell’oggi, inseguendo perfino miraggi di alleanze improponibili pur di mantenere il potere, giungendo fatalmente, infine, ad uno scollamento con la realtà e così consegnando milioni di elettori furiosi e disgustati al primo capopopolo di passaggio.

Voterò per Civati perché apprezzo gli utopisti e non amo i realisti dalla vista corta, quelli che saltano sul carro di chi, affrettatamente, è stato individuato come vincente (e poi, s’è mai visto un realista che non sia arrivato là dove gli utopisti erano già  stati molto tempo prima?). Quegli stessi realisti che pensano di vincere accaparrandosi i voti della destra, preferendo l’opportunità alla coerenza, invece di andare a recuperare i delusi e gli indignati convincendoli che un’altra politica esiste,  se è un mezzo per diffondere il potere e non per requisirlo. Civati, perché ha votato contro questo governo che è solo di intese e nel quale non ci riconosciamo, perché ha chiesto il Congresso del Pd all’indomani stesso dell’amara risposta delle urne, perché gli F35 non sono una primaria necessità in un’Italia che comincia a mancare di tutto, perché pretende – come tutti gli elettori – una nuova legge elettorale, il cui progetto è insabbiato al Senato e presidiato da persone fedeli che non lo faranno riemergere fin quando non sarà raggiunto l’accordo più conveniente (non per gli elettori, cosa avevate capito?). Perché vuole il rilancio dei circoli, la vera anima pulsante di questo partito, mortificati e umiliati per anni, vuole metterli in Rete, chiede per essi risorse affinché siano i luoghi del dialogo con la società, perché sia la loro voce a indicare strade e percorsi e siano coinvolti nelle decisioni cruciali con consultazioni periodiche di iscritti ed elettori, perché solo questa è la vera partecipazione.

Civati, perché la sua chiara visione di economia positiva si basa sulla centralità del lavoro e sul sostegno alle imprese per avviare la ripresa.  Perché la Costituzione va applicata prima di dire che è superata, l’art. 138 non si deve toccare e le riforme possono riguardare solo il numero dei parlamentari e il superamento del sistema bicamerale, ma no, no al semipresidenzialismo. Perché è giunta l’ora che i diritti civili non restino un’espressione: vogliamo, subito, ius soli, abolizione della Bossi-Fini, testamento biologico, revisione della legge 40, unioni civili. La legge 194 non può essere elusa, occorre subito una legge sul conflitto di interessi e scatenare una guerra senza quartiere alla corruzione. E poi basta col consumo di suolo, serve edilizia di qualità, il referendum sull’acqua deve avere attuazione, occorre urgentemente un piano nazionale per l’energia pulita. Civati, perché la cultura è il primo patrimonio di una nazione: la scuola dev’essere il primo gradino dell’emancipazione dei futuri cittadini, il diritto allo studio è un’esigenza vitale, l’Università va riqualificata, la ricerca deve essere sostenuta e premiata.

Voterò per Civati perché sostiene che l’Europa deve evolvere da governo politico a sistema di governo economico e che l’approdo europeo del Pd è nel PSE.
Ma soprattutto, e infine, perché Civati è più di una possibilità, più di una speranza, è la vera, sincera, caparbia volontà di cambiare e renderci, tutti, migliori, consapevoli della gravità del momento ma uniti.
E non è poco.

Stavolta quasi quasi gli credo

17 Ott

“Alle elezioni del 2013 abbiamo subito uno shock, c’è stato un rigore a porta vuota sbagliato. Siamo stati incapaci di intercettare un bisogno di cambiamento che c’era nel Paese e che si è manifestato in forme radicali, confuse, qualunquiste, come è tipico della storia nazionale, ma che sarebbe stato attratto da una proposta più convincente (…). C’è stata una eccessiva continuità con il passato, uno scarso contenuto innovativo, scarsa capacità di comunicazione e di messaggio, di fronte a un elettorato mobile, incerto fno all’ultimo momento…”

Se chiedessi di indovinare chi sta parlando, la maggioranza direbbe Pippo Civati, che queste cose le ripete da mesi tra la riprovazione di quelli che non sanno ammettere la sconfitta del Pd, figuriamoci la serie straordinaria di errori che ce lo ha condotto. No, è qualcun altro. Lo trovate qui.
Ma leggete l’articolo per intero, vi assicuro che è interessante anche se, dato il tipo, non prenderei tutto per oro colato.

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