Tag Archives: legalità

L’Italia e la legalità

2 Gen


Con tutto il rispetto, signor Presidente, a tutto questo dovrebbe pensare il Governo e il Parlamento. Temo che Lei dovrà vigilare: non li vedo molto attenti.

Dal discorso di fine anno del Presidente Mattarella.

“Negli ultimi anni è cresciuta la sensibilità per il valore della legalità.

Soprattutto i più giovani esprimono il loro rifiuto per comportamenti contrari alla legge perché capiscono che malaffare e corruzione negano diritti, indeboliscono la libertà e rubano il loro futuro.
Contro le mafie stiamo conducendo una lotta senza esitazioni, e va espressa riconoscenza ai magistrati e alle forze dell’ordine che ottengono risultati molto importanti.
Vi è, poi, l’illegalità di chi corrompe e di chi si fa corrompere.

Di chi ruba, di chi inquina, di chi sfrutta, di chi in nome del profitto calpesta i diritti più elementari, come accade purtroppo spesso dove si trascura la sicurezza e la salute dei lavoratori.

La quasi totalità dei nostri concittadini crede nell’onestà. Pretende correttezza.

La esige da chi governa, ad ogni livello; e chiede trasparenza e sobrietà. Chiede rispetto dei diritti e dei doveri.

Sono numerosi gli esempi di chi reagisce contro la corruzione, di chi si ribella di fronte alla prepotenza e all’arbitrio.

Rispettare le regole vuol dire attuare la Costituzione, che non è soltanto un insieme di norme ma una realtà viva di principi e valori.

Tengo a ribadirlo all’inizio del 2016, durante il quale celebreremo i settant’anni della Repubblica.

Tutti siamo chiamati ad avere cura della Repubblica.

Cosa vuol dire questo per i cittadini? Vuol dire anzitutto farne vivere i principi nella vita quotidiana sociale e civile.”

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Al Comune di Roma corruzione nella burocrazia

7 Apr

Dall’intervista all’assessore alla Legalità del comune di Roma apparsa oggi su La Stampa, Alfonso Sabella,  emerge finalmente che quelli che potevano essere solo sospetti non provati rappresentano invece una realtà diffusa e concreta. Dice testualmente Sabella di aver trovato una patologia, “una burocrazia comunale in grado di amministrare, decidere, scegliere senza che nessuno possa ostacolarla.” E aggiunge: “anche la politica sana di un’amministrazione come quella Marino ha avuto difficoltà a controllare questa burocrazia”. La quale,  temendo tuttavia di essere insidiata nelle sue pratiche e nei suoi interessi ha reagito per difendersi: la giunta Marino ha destabilizzato gli equilibri, gli accordi, i compromessi con una certa politica locale, interrompendo o rendendo difficoltoso il flusso dei favori e delle mazzette.

burocrazia

Il sistema ha così di certo contribuito a scatenare  lo scorso autunno l’ostilità e la guerra al sindaco, culminata nel ridicolo processo alla Panda rossa e alimentata perfino all’interno dello stesso Pd, quando eminenti figure della Direzione romana (Ciarla, Di Biase) chiesero disaccortamente di sfiduciare il sindaco e addirittura nuove elezioni. E può anche spiegare l’assurda opposizione dei sindacati al nuovo contratto per i dipendenti comunali che, senza nulla togliere al monte emolumenti, elimina privilegi e premi bizzarri in nome di una maggiore produttività ed efficienza.
Colpita nei suoi interessi, la parte marcia della burocrazia tenta tutte le carte.
Qui di seguito l’intervista integrale. Il neretto è mio.

 

 

L’assessore ex magistrato: “A Roma la burocrazia è più corrotta dei politici”

Parla Alfonso Sabella, entrato in giunta dopo Mafia Capitale: “Da tre mesi annullo gare e invio segnalazioni in Procura”

di Guido Ruotolo

 Va direttamente al cuore del problema, Alfonso Sabella: «Ho trovato un sistema alterato di assegnazione delle commesse pubbliche con profonde e antiche radici». Quando è arrivato a Roma come assessore alla Legalità, il 23 dicembre scorso, il ciclone di Mafia capitale era già passato per il Campidoglio facendo morti e feriti. Grande fiuto investigativo quand’era magistrato negli anni delle stragi mafiose a Palermo, nel palmarès le catture di Luchino Bagarella, Giovanni Brusca, Pietro Aglieri e la bassa macelleria delle stragi dei Corleonesi, Sabella è stato scelto dal sindaco Marino per un compito delicato.

Assessore, cosa ha trovato al Campidoglio?

«Una macchina amministrativa totalmente fuori controllo. Paradossalmente ai miei tempi a Palermo le carte erano tutte al loro posto, voglio dire veniva garantita una loro regolarità formale. A Roma no. Da tre mesi e passa sto firmando una serie di richieste di annullamento di gare in autotutela. Quando mi sono insediato, ho trovato un paio di decine di gare con procedure a evidenza pubblica, cioè quelle gare che prevedono il bando pubblico, la commissione giudicatrice, la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale. Un paio di decine a fronte di almeno diecimila procedure negoziate, cottimi fiduciari, affidamenti diretti, somme urgenze».

Questo cosa significa?

«Sia chiaro, volendo si può truccare anche la gara pubblica però questo dato dimostra l’esistenza di una patologia e occorre intervenire. La patologia è quella che di fronte a un ceto politico locale scarsamente preparato c’è una burocrazia comunale in grado di amministrare, decidere, scegliere senza che nessuno possa ostacolarla. Aggiungo che anche la politica sana di un’amministrazione come quella Marino ha avuto difficoltà a controllare questa burocrazia».

Se dovesse qualificare questa patologia, insomma analizzare quello che non va, come sintetizzerebbe la situazione?  

«La maxitangente Enimont fu un maxi finanziamento illegale della politica. Oggi dobbiamo parlare di microtangenti ai burocrati e di briciole ai politici. E preciso che il ceto politico amministrativo potrebbe anche non essere oliato con le tangenti perché in realtà le sue scelte e decisioni si fermano alla politica di indirizzo. Chi decide tutto sono i burocrati, i dirigenti comunali».

Lei come si sta muovendo?

«Con una direttiva di giunta, ho azzerato la possibilità di attivare le somme urgenze e gli affidamenti diretti. E ho dettato le regole per le procedure negoziate per ridurle all’osso e in ogni caso renderle trasparenti come una casa di vetro».

Lei è arrivato al Campidoglio dopo la retata del procuratore Pignatone su Mafia capitale. Cosa ha trovato, al di là delle macerie?  

«Una mafia che come la lama calda di un coltello aveva tagliato in due del burro senza trovare la minima resistenza. Una mafia che, nel periodo della giunta Alemanno, aveva occupato i settori delle politiche sociali e dell’ambiente del Campidoglio, Insomma, rifiuti e immigrazione».

Dunque un cancro circoscritto?  

«No. Non è che gli altri settori fossero sani, i fenomeni corruttivi purtroppo sono diffusi. Ho la prova della distorsione della procedura a favore di determinate ditte, non delle mazzette».

Ma girano mazzette al Comune di Roma?

«Spetta alla Procura di Roma accertarlo, per quanto mi riguarda ho già segnalato e continuo quasi ogni giorno a inviare denunce alla Procura su queste “distorsioni” diffuse».

Da palermitano, qual è la differenza tra la mafia siciliana, Cosa nostra, e Mafia capitale?

«Questa romana non usa i kalashnikov come i Corleonesi ma la mazzetta e non controlla il territorio di Roma strada per strada, quartiere per quartiere. Ha occupato alcuni spazi delle istituzioni. Quando sono arrivato in Campidoglio, i mafiosi erano scappati o comunque si erano clandestinizzati. Le fragilità del sistema sono rimaste intatte».

Tutto questo che ricadute ha sulla cittadinanza?  

«La corruzione e la distorsione delle procedure hanno un costo in termini di qualità e quantità di servizi garantiti ai cittadini».  

Tutte le 1228 pagine dell’ordinanza “Mondo di mezzo”

11 Dic

In questo storico documento la realtà del ‘Romanzo criminale’ che ha avvinghiato Roma nelle sue spire.
Avremo tutti noi bisogno di tutta la nostra forza d’animo per uscirne.

la giustizia

Ringrazio il Centro di cultura della legalità democratica della regione Toscana che lo ha messo a disposizione.

La legalità secondo Francesco e secondo il governo

25 Set

Questa mi pare facile. Secondo papa Francesco davanti alla legalità non si guarda in faccia a nessuno.
Secondo il governo italiano c’è caso e caso. Per esempio, il reato di riciclaggio, contenuto nel “nuovo disegno di legge anti-corruzione, nel quale, agli articoli 3, 4 e 5, sono contenute le nuove norme sull’auto-riciclaggio e sul falso in bilancio. Chi ipotizzava una trattativa sotto banco tra Pd e Forza Italia, con lo zampino decisivo anche degli alfaniani di Ncd, è convinto che quei sospetti si stiano rivelando fondati. Perché il reato, atteso da anni, secondo quanto si sente nelle procure, rischia di essere controproducente“, come dice bene Liana Milella su Repubblica.

la giustiziaChe così prosegue (il neretto è mio): “La ragione è semplice. Basta leggere il testo. Che prevede di colpire soltanto chi ha commesso “un delitto colposo punito con la reclusione non inferiore nel massimo a 5 anni“. Come spiegano subito le toghe, già in allarme, restano fuori i reati tipici dei riciclatori, la truffa, l’appropriazione indebita, ma soprattutto l’infedele dichiarazione e l’omessa dichiarazione dei redditi. Reati puniti nel massimo fino a tre anni. Quindi fuori dal futuro reato di auto-riciclaggio. Si potrà fare una truffa, o fare una dichiarazione infedele, e riciclare conseguentemente i proventi di quel reato senza che il magistrato possa fare nulla.

Questa è la versione definitiva di un testo che, tra palazzo Chigi e ministero della Giustizia, ha subito molte modifiche e nel quale hanno molto inciso i mal di pancia di Ncd, identici nel contenuto a quelli di Forza Italia. I berlusconiani chiedevano ancora di più. Volevano che il reato fosse contestabile soltanto qualora ci si trovasse di fronte ai delitti di mafia e di traffico di stupefacenti. Via tutti gli reati, corruzione compresa. Questo braccio di ferro ha bloccato il ddl anti-corruzione per settimane. Alla fine ha prevalso un compromesso che le toghe considerano però del tutto inaccettabile.

Alla fine viene fuori un reato a metà. Innanzitutto cala la pena rispetto alla previsione originaria, doveva essere dai 3 agli 8 anni, ma il minimo si ferma a due. Verrà punito con questa pena chi “sostituisce, trasferisce, ovvero impiega in attività economiche o finanziarie denaro, beni o altre utilità provenienti dalla commissione di tale delitto, in modo da ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa”. Ma ci sarà il tetto a monte, se cioè è stato commesso un reato che supera i 5 anni di pena.

Non solo. Al comma principale ne segue un secondo, nel quale si dice che “l’autore del reato non è punibile quando il denaro o i beni vengono destinati all’utilizzazione e al godimento personale“. Una precisazione che, se non fa proprio danno, viene valutata dai magistrati come una possibile fonte di confusione. Per intenderci, potrebbe avvenire quello che è avvenuto con il famoso testo del voto di scambio tra politica e mafia, il 416-ter, che per essere troppo dettagliato e arzigogolato, alla fine è caduto davanti alla Cassazione. Dicono i pm che questa clausola dell’auto-ricioclaggio potrebbe portare a lunghe diatribe con l’imputato con la necessità di dimostrare che effettivamente il denaro riciclato era o non era usato per fini solo personali. Una fonte di confusione e non di vantaggio.

Ma il vero problema della norma è il suo uso immediato. Già oggi, nella commissione Finanze della Camera, sarà utilizzata come emendamento del governo al testo sul rientro dei capitali dall’estero che il governo, e il ministro Padoan in particolare, ha particolare premura di approvare. Lì dentro c’è la voluntary disclosure, per cui chi si auto accusa di aver portato fuori capitali, potrà godere di uno sconto nella sanzione. In commissione c’è già una versione del reato di auto-riciclaggio, su cui aveva lavorato il procuratore aggiunto di Milano Francesco Greco. Testo diverso da quello del governo e che non conteneva la limitazione dei reati fino a 5 anni. Proprio su questo testo ci sono state le pressioni di Forza Italia e Ncd per una versione più morbida. Il rischio adesso è che salti tutto, rinviando ancora nel tempo l’entrata in vigore di un reato che ancora non esiste”.

Come la legalità, almeno per come la pensa papa Francesco.

Ma D’Alema può ancora andare a cena?

18 Set

Una mia amica-conoscente entusiasta e fedele renziana (‘della prima ora’ come si dice) scrive di una cena organizzata da D’Alema per riunire amici e collaboratori e commenta, indignata “questi della minoranza PD non si rassegnano mai a perdere”.

A me viene da dire che questa manìa persecutoria  di vedere gufi e sabotatori dappertutto mi ha davvero scocciato. Gufi e sabotatori a prescindere, anche se dovessero discutere angosciati della situazione economica o, quasi peggio, della deriva antilegalità che sta sommergendo l’Italia.

Dove sono finiti quei temi opportunamente sbandierati da Renzi quando gli era opportuno, neppure dieci mesi fa? Che fine hanno fatto – per esempio – il conflitto di interessi, il falso in bilancio, i diritti civili, una vera legge anticorruzione? Che fine sta facendo il partito, sconvolto dagli scandali emiliani, dell’ENI, e localmente dalle correnti, nel Lazio come altrove? Cosa si farà per combattere quella ottusa burocrazia che tiene fermi oltre 700 decreti attuativi, rendendo nulla l’attività legislativa del Parlamento e rivelandosi (la burocrazia, ma non ci voleva molto, mi pare) l’elemento che ritarda lo sviluppo del Paese, non certo il Senato? Dove ci sta portando insomma, il sempre più opaco patto del Nazareno?

Eppure di questo parlano, non da oggi, iscritti, elettori del PD e semplici cittadini, all’insaputa – pare – del governo e dei vertici del partito.
Che invece punta il dito sulla livida e scomposta reazione di quegli straccioni dell’opposizione interna, che si permette ancora di parlare nonostante il 41%. E soprattutto si permette ancora di andare a cena.
Guarda te che mi tocca, difendere D’Alema.

Genova vince contro il gioco d’azzardo

23 Mag

Qesto articolo, tratto integralmente dal Venerdì di Repubblica ( n. 1365 del 16 maggio 2014 – Pagg. 56-57), racconta del coraggio del sindaco Doria e della sua giunta. Schierati con fermezza contro la moderna pestilenza del gioco d’azzardo, hanno trovato i modi legali per arrestarne l’apparentemente irrefrenabile espansione e forse nel 2017 la città sarà una città libera dall’azzardo. Genova rappresenta così un esempio concreto per tutti i sindaci d’Italia, in attesa sempre che Governo e Parlamento si decidano a uscire dalla loro colpevole inerzia.
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L’azzardo di Genova
puntare sul pallone per fare la guerra a chi azzarda troppo

GIOCHI PERICOLOSI / ERA UNA BATTAGLIA DI DON GALLO, ADESSO IL SINDACO MARCO DORIA HA REGOLATO LE SCOMMESSE. MA VUOLE DI PIU’ E HA CHIESTO UN SACRIFICIO ANCHE ALLE DUE SQUADRE DI CALCIO DELLA CITTÃ

di Raffaele Niri
GENOVA. All’assessorato alla Legalità del Comune di Genova, ad un certo punto, hanno dovuto staccare la linea. Dopo la sentenza del Tar Liguria (confermata subito dopo dal Tar del Lazio) che dava ragione al regolamento del sindaco Marco Doria contro l’insediamento delle sale da gioco, erano talmente tante le richieste di informazioni dagli altri comuni, “per sapere come si fa” che gli assessori coinvolti Elena Fiorini e Francesco Oddone hanno cominciato a rispondere solo via e-mail.
Perché, nonostante le mille difficoltà , fermare il gioco d’azzardo è possibile. Almeno lo è stato a Genova dove, a distanza di un anno dall’approvazione del regolamento comunale, nessuna nuova sala è riuscita ad alzare la saracinesca, comprese quelle già programmate.
Questa è una storia che vede molti protagonisti: lo scomparso don Andrea Gallo (quello contro una piccola Las Vegas nel quartiere di Pegli fu l’ultimo corteo popolare promosso e guidato da lui), le squadre di calcio cittadine (!Zi Play è lo sponsor del Genoa, Gamenet quello della Sampdoria ed è l’unica città dove chi gestisce le scommesse finanzia entrambe le squadre), il sindaco Marco Doria, l’ex segretario ligure del Pd Lorenzo Basso (che da consigliere regionale fece approvare la legge regionale e adesso da deputato coordina l’intergruppo parlamentare sui temi del gioco d’azzardo).
Ma, soprattutto, i tre gruppi di ex Giocatori Anonimi (due a Genova, uno a Savona) che – sostenuti dai Sert – si incontrano due volte la settimana per liberarsi dal demone.
I numeri di partenza, certo, fanno paura. Secondo una ricerca nazionale Genova ha il primato sia VEN_56_57-4della presenza dei minicasinò (circa 70, una concentrazione di 9,7 esercizi ogni centomila abitanti) sia dei soldi spesi per il gioco d’azzardo (755 euro l’anno ad abitante, neonati e minori compresi). «In alcune zone» spiega l’assessore alla LegalitÃà, Elena Fiorini, «la situazione è molto più grave della media: le leggi nazionali, improntate alla liberalizzazione, hanno sostanzialmente reso il mercato del gioco senza freni e hanno privato le amministrazioni locali delle armi per arginare il fenomeno». Che fare allora? Cercare di invertire la tendenza.
Se uno è disperato, le armi se le crea ed è quello che hanno fatto il sindaco Doria e la sua giunta. Il regolamento approvato prevede il divieto di aprire nuove sale in mancanza di rigorosi parametri urbanistici (per esempio, i posteggi), la necessità di un’autorizzazione del sindaco (oltre a quella della pubblica sicurezza), la limitazione delle fasce orarie di apertura delle sale, la distanza minima di trecento metri da scuole di ogni ordine e grado, luoghi di culto e cimiteri, strutture operanti in ambito sanitario, stabilimenti balneari, spiagge, giardini, parchi e spazi verdi attrezzati. Ancora, una distanza minima di cento metri da banche, sportelli bancomat e compro-oro, il divieto di attività e apparecchiature di gioco in locali di proprietà comunale, il divieto di pubblicizzazione di vincite senza indicatore dell’ammontare complessivo del giocato («in questa rivendita sono stati vinti cinquemila euro»: d’accordo, ma quanti ne sono stati giocati per arrivare a questo risultato?).
Il Comune è stato investito da ricorsi (particolarmente aggressiva la Confindustria Gioco): trenta richieste, tutte bocciate il 9 febbraio dal Tar Liguria. «Il Comune non ha invaso alcuna competenza dello Stato» si legge nella sentenza, «e ha la piena legittimità di limitare l’esercizio del gioco sul proprio territorio, anche introducendo un’autorizzazione del sindaco». Di più: richiamando una sentenza della Corte di Giustizia UE del gennaio 2013, il Tar Liguria spiega che ci sono interessi superiori al principio di libera iniziativa economica quali, ad esempio, «la tutela dei destinatari dei servizi e dell’ordine sociale, la protezione dei consumatori, la prevenzione della frode».
E due mesi dopo il Tar Lazio – cui si era rivolto il titolare di una tabaccheria genovese al quale era stato vietato di installare quattro slot – ha confermato la piena legittimità del regolamento comunale genovese. Ora il traguardo è il 2017: in quella data scadono i permessi per tenere aperte le sale e a controfirmarli, almeno a Genova, dovrà essere il sindaco. Per dare anche più forza alla campagna l’assessore allo Sviluppo economico Francesco Oddone ha tentato il colpaccio mediatico, chiamando i presidenti di Genoa e Samp. Chiedendo loro di levare lo sponsor dalle maglie. Scontata la risposta: capiamo le esigenze del Comune, ma per ora non possiamo fare a meno dei soldi che arrivano dalla sponsorizzazione. Mentre il presidente della Consulta Comunale contro il vizio dell’azzardo Pierclaudio Brasesco ha organizzato due convegni per la giornata contro l’azzardo (avrebbe dovuto essere il 20 maggio, ma per evidenti motivi elettorali quest’anno cadrà il 3 giugno).
Ma perché il 20 maggio? «C’è un anniversario, tra cronaca e leggenda» spiega Brasesco. «E’ la data del 20 maggio 1423 in cui si sarebbe tenuto il primo discorso della storia contro il vizio dell’azzardo, tenuto da San Bernardino da Siena. Municipi e associazioni riempiranno le piazze di giochi per bambini. Altro che azzardo. E bar e tabaccherie esporranno un adesivo: “Non azzardatevi”».

 

 

 

Stefano Rodotà – I diritti che lo Stato deve restituire

14 Dic

Questo editoriale di Rodotà apparso su Repubblica ieri mi è apparso fondamentale. Per la lezione sui diritti dei cittadini che non possono più attendere oltre un Parlamento perennemente in ritardo (o, peggio, sordo e incapace), per il severo memento rivolto al Governo, perché dimostra in modo inequivocabile cosa la sinistra dovrebbe esigere, per cosa dovrebbe battersi.

I diritti che lo Stato deve restituire

SAPEVAMO che la povertà si estendeva, che dilagavano le diseguaglianze, che la percentuale della fiducia dei cittadini nelle istituzioni era precipitata al 2%. Eppure questi dati venivano considerati come pure registrazioni statistiche. Valutate alla stregua di variazioni di sondaggi e non come lo specchio di una situazione reale che rivelava quanto la coesione sociale fosse a rischio. Ora quel momento è arrivato,e bisogna chiedersi come una situazione così difficile possa essere governata democraticamente. È problema capitale per le istituzioni, che non possono ridurlo ad affare di ordine pubblico. Ma è compito pure delle forze politiche che non possono trasformare le critiche legittime nella tentazione di raccogliere consensi nella logica della spallata al sistema, della tolleranza di metodi violenti.

I cittadini si sono sentiti privati della rappresentanza, affidati alle pure dinamiche economiche, amputati dei diritti. Da qui bisogna ripartire. La provvida decisione della Corte costituzionale mette di fronte alla necessità di una legge elettorale centrata non solo sulla governabilità, ma sul recupero della rappresentanza. E la dimensione dei diritti è quella dove si fa più evidente l’ intreccio tra le varie questioni.

Torniamo per un momento a Prato, dove la drammatica morte dei cinesi non è stata causata da un semplice incendio, ma proprio alla negazione dei loro diritti. Se ad essi fossero stati garantiti un lavoro legale e la sicurezza, il diritto alla salute e quello all’ abitazione, dunque il rispetto minimo della dignità della persona, nessuno di loro sarebbe morto. Questo non è un caso eccezionale, ma la testimonianza di una separazione sempre più diffusa dell’ economia dai diritti, che trascina con sé anche quella tra politica e diritti, causa non ultima della disaffezione dei cittadini. L’ azione del Governo è in grado di colmare questa distanza?

Oggi la risposta non può che essere negativa. L’ attuale maggioranza ha come sua componente essenziale il Nuovo Centrodestra, apparso a qualcuno come una sorta di destra moderna e che, al contrario, al posto dei diritti civili pone i “valori non negoziabili”, ribaditi come irrinunciabile segno di identità. Al posto dei diritti del lavoro ha insediato una logica che ha fatto deperire le garanzie. Al posto del rispetto dell’ altro ha collocato il reato di immigrazione clandestina e l’ostinato rifiuto di allargare la cittadinanza. Al posto della legalità costituzionale vi è ancora la coda lunga delle norme che hanno distorto la legge in custode di interessi privati. Ognuno di questi casi ha nomi e cognomi, corrispondenti esattamente a quelli di esponenti della nuova forza politica. E questo è un ostacolo che continua ad impedire una esplicita strategia di uscita dalla non politica dei diritti che ci affligge da anni.

Cominciamo dalle clamorose inadempienze del Parlamento. Fin dal 2010, prima la Corte costituzionale, poi la Corte di Cassazione hanno riconosciuto che le persone dello stesso sesso, unite in una convivenza stabile, hanno «il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia». Parole che non hanno trovato ascolto nelle aule parlamentari, sì che un diritto fondamentale continua ad essere ignorato. Il silenzio, che riguarda anche il riconoscimento delle unioni tra persone di sesso diverso, è destinato a continuare? Non meno scandaloso è quanto sta accadendo a proposito dell’ accesso alle tecniche di procreazione assistita. La legge del 2004, il più scandaloso p r o d o t t o delle ideologie fondamentaliste, è stata demolita nei suoi punti essenziali da giudici italiani ed europei, ma per il Parlamento è come se nulla fosse accaduto e non vi è stato quell’ intervento che, riconducendo a ragione quel che resta della legge, è necessario per restituire alle donne l’ esercizio pieno dei loro diritti. Inoltre, è fallito per fortuna il tentativo di approvare una legge sulle decisioni sulla vita in contrasto con il diritto fondamentale all’ autodeterminazione e con la norma costituzionale che vieta al legislatore di «violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». Ma non si fa nessun passo nella direzione di approvare le poche norme necessarie per eliminare ogni dubbio intorno al diritto della persona di morire con dignità. E così il diritto di governare liberamente la propria vita – il nascere, il costruire le relazioni personali, il morire – è ricacciato in una precarietà che testimonia di una vergognosa indifferenza del legislatore. Sarà mai possibile rovesciare questa attitudine?

La restaurazione della legalità attraverso i diritti investe direttamente l’ essenziale tema del lavoro, che ha conosciuto una sua “riduzione privatistica” soprattutto attraverso l’ articolo 8 del decreto 138 del 2011, dove si consente la possibilità di stipulare, a livello aziendale o territoriale, contratti collettivi o intese in deroga alle leggi. Il negoziato tra datori di lavoro e sindacati non a v v i e n e  p i ù con la garanzia della legge a tutela di diritti essenziali, ma torna ad essere affidato ai rapporti di forza, mai così “asimmetrici” come in questo tempo di crisi pes a n t i s s i m a . Questa norma d e v e  essere cancellata, così come ha fatto la Corte costituzionale dichiarando illegittime norme limitative della rappresentanza sindacale, con una decisione che ci ricorda la necessità di una legge in materia che, nella logica costituzionale, riconosca ai lavoratori i diritti strettamente connessi alla loro condizione. E la questione del reddito di cittadinanza, della quale ci si vuol liberare con qualche mossa infastidita, rappresenta una buona occasione per ripensare il tema difficile del rapporto tra lavoro, cittadinanza, eguaglianza, dignità.

Il filo è sempre quello che connette diritti e restaurazione della legalità. Lo vediamo discutendo di carcere, dove i diritti si scontrano con trattamenti inumani e degradanti e dove la responsabilità del Parlamento non si individua soltanto intorno ad amnistia e indulto, ma con la pari urgenza di incidere sulle cause del sovraffollamento, che hanno le loro radici in reati legati all’ immigrazione o al traffico di stupefacenti, all’ inadeguatezza del codice penale. Lo vediamoa proposito della tutela della privacy che, da una parte, esige maggior rigore all’ interno; e, dall’ altra, impone di non considerarla una questione “domestica”, ma un tema che imporrebbe una presenza del governo italiano in quella dimensione internazionale dove si gioca una inedita partita di legalità costituzionale. Lo vediamo nel deperimento continuo del diritto alla salute e di quello all’ istruzione.

Viviamo ormai in una situazione in cui la Costituzione è ignorata proprio nella parte dei principi e dei diritti. E lo stesso accade nell’ Unione europea, amputata della sua Carta dei diritti fondamentale, che pure ha lo stesso valore giuridico dei trattati. La simmetria tra Italia e Europa è rivelatrice. La lotta ai populismi, anche nella prospettiva delle prossime elezioni europee, passa proprio attraverso l’ esplicito recupero del valore aggiunto assicurato proprio dalla garanzia dei diritti.

Questo catalogo, ovviamente parziale, consente di coglierei nessi tra politicae società,i limiti delle impostazioni solo economicistiche, la rilevanza dei principi di eguaglianza, dignità, solidarietà. Ma serve anche a mostrare non solo l’ inaccettabilità di qualsiasi sottovalutazione dei diritti, ma pure la debolezza d’ ogni posizione che ritenga possibile separarli dalla democrazia. È vero, i diritti sono deboli se la politica li abbandona. Ma quale destino possiamo assegnare ad una politica svuotata di diritti e perduta per i principi?

STEFANO RODOTÀ

ParteCivile

marziani in movimento

Uguali Amori

Considering the situation, I am reasonably self-possessed

A Roma Si Cambia!

Culture e Competenze per l'Innovazione

nandocan magazine 1

note e proposte di un giornalista

Homo Europeus

L'Europa, la Gran Bretagna, l'Italia, la sinistra e il futuro...

PD MARCONI ROMA11 (ex15)

gli indomabili di Marconi. Zero sconti.

Nel mio mestiere o arte scontrosa

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