Archivio | giugno, 2014

Digitale: perché l’Italia arranca

27 Giu

Lo spiega perfettamente Arturo Di Corinto su Wired, qui. Ed è sempre la solita storia: il fatale intreccio tra amicizie, interessi, incompetenze, burocrazia, che non può che portare a sprechi e fallimenti.
Partita con gran clamore e fanfare, ecco la triste storia dell’Agenzia italiana per il digitale.

“Ecco allora una ricostruzione, con documenti finora mai pubblicati, dei 24 mesi in cui tre diversi primi ministri si sono esercitati nello sviluppo dell’Agenzia italiana per il digitale (Agid), un ente che raramente compare nella cronaca politica ma che doveva essere, di fatto, il regista della digitalizzazione del Belpaese. La sua missione, infatti, è realizzare l’Agenda digitale europea per favorire sviluppo, competitività, occupazione e democrazia usando la leva della modernizzazione informatica. Purtroppo, i risultati del lavoro di Agid sono stati definiti fallimentari da un recente rapporto parlamentare.”

Ho una spinelli nel fianco (ovvero la sinistra da piccola ha avuto la mitosi) Lettera aperta a Barbara Spinelli

18 Giu

Un altro di quei post che avrei voluto scrivere io (e poi morire, felice).

manginobrioches

spinelli

Cara Barbara Spinelli,
mi presento: io sono una di quei 78mila che ti ha votata, e ti ho votata al Sud, anzi nelle Isole (per la precisione, nell’Isola del mai dimenticato 61 a zero). Sono una di quelli che, col peso leggerissimo del suo voto atomico, uno e indivisibile (qualcuno dice che pesi 21 grammi, ma io non ci credo), ha portato la fatidica asticella per la lista Tsipras oltre lo sbarramento del 4 per cento (e il cuore oltre l’ostacolo, potrei scrivere se fossi la Biancofiore, ma preferisco restare umana e non lo scrivo, anzi non lo penso nemmeno). E sono anche la capocordata di un’improbabile cordata di fidanzati, figli di fidanzati, colleghi, parenti lontani, simpatizzanti e animali domestici che ho ritenuto di trascinare dalla nostra parte, perché la campagna elettorale è campagna elettorale e non si fanno prigionieri.
Ecco, ho scritto “nostra” e m’è scoppiato il tunnel…

View original post 945 altre parole

L’affare Mineo: verso il partito Poco Democratico?

15 Giu

In senso formale, l’allontanamento del senatore Mineo dalla Commissione Affari costituzionali del Senato non fa una grinza, dicono gli interessati. Ed, almeno apparentemente, hanno ragione.
Dice infatti il Regolamento del Senato, Capo VI (Delle Commissioni permanenti, della Giunta per gli affari delle Comunità europee e delle Commissioni speciali e bicamerali), all’ articolo 31, comma 2:

Ciascun Gruppo può, per un determinato disegno di legge o per una singola seduta, sostituire i propri rappresentanti in una Commissione, previa comunicazione scritta al Presidente della Commissione stessa.

Come è noto, il presidente dei senatori PD, Zanda, non ha fatto altro che applicarlo nei confronti del dissidente Mineo, in quanto – questa la posizione ufficiale –  adottata una decisone nelle assemblee del Gruppo, tutti i suoi componenti devono adeguarvisi. Sarà, ma  me qualcosa non torna e non mi riferisco certo a quanto malignamente hanno ricordato taluni, circa il ben diverso atteggiamento dello stesso Zanda in un caso simile, se non uguale. Riferisce infatti Il Tempo.it, che nel luglio del 2012 “il gruppo del Pdl inviò una lettera all’allora seconda carica dello Stato Schifani per chiedere la sostituzione in Vigilanza Rai del senatore Amato, che aveva dichiarato l’intenzione di votare in difformità da quanto deciso dal gruppo. I numeri vacillavano, la maggioranza di centrodestra rischiava di andare sotto in commissione. Di qui la decisione di rimuovere il senatore dissidente. Il Pd gridò allo scandalo. Zanda quel 4 luglio dichiarò: «Le modalità con cui il senatore Schifani sta esercitando le funzioni di presidente del Senato vanno totalmente censurate sotto ogni profilo: istituzionale e regolamentare. La sostituzione in commissione di Vigilanza Rai del senatore Paolo Amato è del tutto illegittima. Il Regolamento prevede la sostituzione di un commissario solo in caso di sue dimissioni, incarico di governo o di cessazione per mandato elettorale. Il senatore Amato non si è dimesso ed è quindi tuttora legittimo commissario della Vigilanza, checché ne dica il presidente Schifani». La cosa poi finì lì, conclude la cronaca,  “solo perché poi Amato dichiarò in aula l’intenzione di dimettersi «spintaneamente».

No, ripeto, non mi riferisco a quell’episodio, anche se mi piace ricordare che a Zanda si unì nelle proteste la senatrice Finocchiaro, nota per la sua inossidabile fedeltà alla maggioranza del suo partito, quale che essa sia. Mi riferisco invece ad un altro documento, nella fattispecie importante quanto se non più del Regolamento del Senato e cioè al Regolamento del Gruppo dei senatori del PD. Quel che interessa è contenuto tutto all’articolo 2 (Principi di funzionamento del Gruppo) e fa nascere più di un dubbio circa l’effettivo confronto delle idee consentito all’interno del Pd, nonostante si tratti di uno dei suoi principi fondativi. Al comma 1, infatti, si dichiara che:

1. Il Gruppo riconosce e valorizza il pluralismo interno nella convinzione che il continuo confronto tra ispirazioni diverse sia fattore di arricchimento del comune progetto politico.

Quindi, mi vien da ritenere che il dissenso, quando portatore di opinioni che possano arricchire il “comune progetto politico” sia visto addirittura positivamente. Resta da definire se sia stato interpretato in questo senso dai vertici del partito, ma ciò è (o dovrebbe essere) comunque inifluente.

Non basta. Il comma 3 (è ciò va a onore degli estensori del Regolamento, i quali tuttavia non potevano immaginare gli sviluppi di questi giorni). afferma:

3. Il Gruppo riconosce e garantisce la libertà di coscienza dei Senatori, con particolare riferimento alla incidenza delle convinzioni etiche o religiose dei singoli nella sfera delle decisioni politiche. Esso promuove, anche su questi temi, il confronto tra le diverse sensibilità e la ricerca di orientamenti comuni.

Bello no? E il concetto della libertà di pensiero, seguendo il dettato del ben noto art. 67 della Costituzione sulla libertà di mandato) viene ulteriormente ribadito dal comma 5:

5. Su questioni che riguardano i principi fondamentali della Costituzione repubblicana e le convinzioni etiche di ciascuno, i singoli Senatori possono votare in modo difforme dalle deliberazioni dell’Assemblea del Gruppo ed esprimere eventuali posizioni dissenzienti nell’Assemblea del Senato a titolo personale, previa informazione al Presidente o ai Vice Presidenti del Gruppo.

Ora bisogna fare attenzione. Occorre infatti leggere il testo con cura, perchè c’è da interpretare. Personalmentete io lo intendo così: premesso che sia pacifico  che su determinate questioni il senatore XY può votare in modo diverso da quanto deliberato nell’Assemblea del Gruppo, la domanda è “dove”? Cioè, nella stessa Commissione o in Senato?
Io propendo per la prima sede, cioè in Commissione, perchè la seconda, il Senato, è chiaramente specificata nel periodo che segue, laddove si afferma  che l’eventuale posizione dissenziente del singolo può essere espressa, appunto, “nell’Assemblea del Senato“. E c’era bisogno di ripeterlo? Certamente no, qualora si fosse trattato sempre della medesima; certamente sì, se si volevano differenziare le due, la Commissione e il Senato stesso.

Questa mia interpretazione (lo confermo) lascia tuttavia il tempo che trova. A me interessava ribadire che di democrazia, nel PD, comincia a d essercene un pò meno. E ho cominciato a pensarlo quando ho sentito il mio segretario affermare, per la prima volta, “prendere o lasciare”.  Lo stesso stile adottato nel caso di cui si parla, per cui viene anche da domandarsi a che servano le assemblee del Gruppo dei senatori: un portavoce comunichi quale la posizione o la decisione da adottare e stop. Chi non si adegua venga sostituito.

A chi può interessare comunico che comunque non ho nessuna intenzione di lasciare. A meno che l’acronimo non diventi sul serio, come adombrato nel titolo di questo post, PD = Poco Democratico.

Corruzione. Ora basta.

12 Giu

Quando scrivevo questa nota, il 12 gennaio, non avrei mai immaginato che solo quattro mesi dopo l’Italia sarebbe stata sommersa dal fango dell’EXPO, del Mose, dei vertici della Guardia di Finanza.  Non pensavo certo che sarebbe andata ancora peggio di quanto di peggio potevo immaginare. Oggi, su NURBINATI corruzioneRepubblica, Nadia Urbinati scrive con lucidità degli effetti collaterali della corruzione. Chiamali “collaterali”: sono esiziali. Non solo frantumano ogni possibile ipotesi di ripresa della fiducia, ma definiscono, con fredda determinazione, i limiti della nostra credibilità internazionale e lo sviluppo della competizione interna. In altre parola, ci condannano a retrocedere sempre di più nel novero delle nazioni civili.

E allora? Nel mio piccolo, non posso che tornare su una proposta che avevo avanzato nel post di cui dicevo all’inizio. Cioè l’emanazione di un provvedimento strutturato che ponga uno stop blindato all’emergenza in cui ci troviamo: non basta più nominare il bravo giudice Cantore a capo dell’Autorità contro la corruzione. Non basta più dargli i poteri (che ancora non ha) per indagare e  intervenire. Occorre qualcosa di più sostanziale, come un farmaco salvavita per il malato ormai agli estremi. Occorre che la corruzione venga individuata come un morbo criminoso, come avvenne anni fa per la mafia, e definire, urgentemente, subito, procedure certe ed agili per processare i responsabili, sanzioni pesanti, confische dei beni, il loro allontanamento dalla vita pubblica per sempre. Isolarli, meglio se in galera con un 41 bis ad hoc, come se fossero (e lo sono) pericolosi criminali.

Il nodo sarebbe il corso della giustizia. Il nostro sistema ipergarantista, coniugato con l’inefficienza delle strutture, produce tempi biblici: è anche su questo (oltre che sull’avidità) che si basa la facilità con cui si corrompe e si viene corrotti. E’ allora qui che va spezzata la catena: bisogna lavorare sulla velocità con cui istruire i processi nei tre gradi previsti, per arrivare a condanne definitive nel più breve tempo possibile. Occorrono esempi di condannati da esibirepubblicamente come deterrente per chi fosse ancora tentato: al punto in cui siamo arrivati, solo la paura di venir pescato con le mani nel sacco e buttati subito in cella può arrestare il diffondersi dell’epidemìa.  Quindi una corsìa preferenziale per i processi di fatti di corruzione, un gruppo di  giudici dedicati solo a questo: insomma, un Tribunale Speciale Anticorruzione.

Con tutt’altro scopo (la pacificazione) Nelson Mandela aprì la sua presidenza con l’istituzione della Commissione per la verità e la riconciliazione: in pratica, a chi avesse confessato i delitti commessi durante l’apartheid sarebbe stata concessa, quando possibile, l’amnistia.
All’identico modo, l’istituzione del Tribunale anticorruzione dovrebbe essere avviata contemporaneamente a una legge che preveda lo stesso – o quantomeno una congrua riduzione di pena – per i rei confessi (i beni frutto della corruzione verrebbero comunque confiscati). Questo darebbe davvero un senso completo all’intera azione, determinando un nuovo corso da parte dello Stato contro questo fenomeno che, sta divorando poco a poco il nostro Paese.
Sarebbe il segnale di una svolta a 180°: dalla (presunta) incapacità a prevenire ad una guerra senza quartiere; dall’atteggiamento rassegnato all’azione incisiva. E si potrebbe ricominciare, in un’Italia nuova.

Un sommesso messaggio per Barbara Spinelli

9 Giu

il-mondo-cambia-con-il-tuo-esempioHo seguito, fin dai primi inizi, la storia della Lista Tsipras. Dapprima le voci sull’iniziativa, poi la presentazione ufficiale a Roma, le mie prime, incerte azioni da sostenitore e poi avanti, il (modestissimo) contributo all’eroico e sparuto gruppo della comunicazione fino all’incontenibile entusiasmo di quel 26 maggio.

Ricordo che il 3 febbraio inseguii Barbara Spinelli fino davanti all’ascensore della sede della FNSI per chiederle da perfetto sconosciuto (e buon ultimo) di sostenere la lista con la sua presenza. Mi rispose testualmente: “ma non è per me, la politica. Non ne sono capace”. Le feci allora notare che rappresentavo l’elettore-tipo, che la sua firma sarebbe stato un incoraggiamento per tanti indecisi e ci salutammo con lei che scuoteva la testa. Poi si lasciò evidentemente convincere da qualcuno ben più autorevole ed eloquente e il suo nome apparve in tre delle cinque liste, al primo posto in quelle di Centro e  delle Isole. Da quel momento ho sostenuto a spada tratta la tesi di Barbara contro chi criticava lei e Moni Ovadia per la loro presenza – definita fittizia – nelle liste elettorali. Condividevo con assoluta convinzione che questo fatto  rappresentava una testimonianza ed una garanzia per gli elettori posti di fronte ad un progetto che prometteva solo fatica, oltre ad una esile speranza. Che tuttavia, man mano che si avanzava, diveniva più solido e divenne concreto al raggiungimento della sospirata soglia minima delle firme in Val d’Aosta, che avrebbe spianato la strada per le 150.000 occorrenti in tutt’Italia per poter presentare la lista.

Ecco perché la decisione di Spinelli di rimangiarsi le sue tanto ripetute e ferme dichiarazioni e quindi pretendere il seggio a Bruxelles mi lasciano solo l’amaro della profonda delusione.  E’ uno schiaffo alla fiducia. Incrina irrimediabilmente il rapporto di tanti con un progetto che in Europa è indispensabile.  Con la sua latitanza e il volutamente mancato confronto con gli elettori marca una distanza siderale da quella dichiarazione “Prima le persone” che ha contrassegnato tutta la campagna elettorale. E trovo nella sua lettera espressioni che mi colpiscono dolorosamente e  profondamente, basti questa: “Inol­tre, come garante della Lista, ho il dovere di pro­teg­gerla: le logi­che di parte non pos­sono com­pro­met­terne la natura ori­gi­na­ria.” Una contraddizione esplosiva: la protezione consiste nel mantenimento degli impegni, tutti, nessuno escluso.  Quando contravvieni ad un impegno preso con un milione di elettori, tutto quello che puoi affermare a tua giustificazione è solo un’opinione. Ma resta, per sempre, il cattivo esempio.

 

 

 

Una Repubblica fondata su che cosa?

2 Giu

A questa domanda di Simone Cosimi su  Wired mi sarebbe piaciuto saper dare una risposta congruente e soprattutto positiva. Ma leggendo il pezzo e le riflessioni sui dati di fatto reali e incontrovertibili cresceva lo scoraggiamento.

Costituzione GUE’ una Repubblica che non ha tenuto fede a buona parte della propria Costituzione, questo è quel che mi è venuto da dire alla fine. E, quel che è peggio, è ampiamente deficitaria proprio nell’osservanza di buona parte dei suoi principi fondamentali, cioè quelle dichiarazioni che hanno contribuito in massima parte a farla definire – con pò di enfasi, ammettiamolo –  “la Costituzione più bella del mondo”.

E’ un bilancio sconfortante, soprattutto considerando quanto alcuni dei recenti governi si siano impegnati per modificare la Carta sotto l’alibi del suo ‘indispensabile’ aggiornamento, ma ignorando con disinvoltura quanto il rispetto di quei primi articoli avrebbe potuto dare alla crescita morale e culturale dei cittadini e quindi, in ultima analisi, dell’intera Nazione.

Mancano quattro anni alla celebrazione dei settant’anni della nostra Costituzione. L’auspicio, nonostante tutto, è che nel 2018 l’Italia possa aver visto un deciso cambio di rotta.

 

 

un filo rosso

Riflessioni, commenti, divagazioni di un contemporaneo. E altro.

ParteCivile

marziani in movimento

Uguali Amori

Considering the situation, I am reasonably self-possessed

A Roma Si Cambia!

Culture e Competenze per l'Innovazione

nandocan magazine 1

note e proposte di un giornalista

Homo Europeus

L'Europa, la Gran Bretagna, l'Italia, la sinistra e il futuro...

PD MARCONI ROMA11 (ex15)

gli indomabili di Marconi. Zero sconti.

manginobrioches

Il cuore ha più stanze d'un casino

Testi pensanti

Gli uomini sono nani che camminano sulle spalle dei giganti. E dunque, è giusto citare i giganti.

Invece Sempre

(Ovvero Federica e basta)

ASPETTATI IL MEGLIO MENTRE TI PREPARI AL PEGGIO

(Cit. del Generale Aung San, leader della indipendenza birmana)

Valigia Blu

Riflessioni, commenti, divagazioni di un contemporaneo. E altro.

Internazionale

Riflessioni, commenti, divagazioni di un contemporaneo. E altro.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: