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La Corte e l’art. 18

12 Gen

consultapalazzoIl titolo di questo post è tratto da un articolo scritto da Domenico Gallo, presidente del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale,  per Micromega.
Lo propongo a quanti, io tra di essi, sono rimasti a dir poco delusi dalla sentenza della Consulta circa la non ammissibilità del referendum sull’art.18.

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Se la politica non funziona, se le domande di diritti non vengono ascoltate dagli organi della democrazia rappresentativa, inevitabilmente si carica un peso da novanta sugli organi giurisdizionali di garanzia che non sempre sono in grado di reggerlo. In particolare una responsabilità particolarmente delicata è calata sulla Corte costituzionale che negli ultimi anni è dovuta intervenire più volte, in contrapposizione all’establishment politico, per tutelare l’ordinamento dagli effetti nefasti delle leggi ad personam e i diritti dei cittadini compressi dall’uso disinvolto dei poteri governativi.

Addirittura la Corte costituzionale, con la sentenza n. 1/2014 è stata costretta ad intervenire in un terreno gelosamente custodito dalla politica, quale il funzionamento dei sistemi elettorali, per restituire ai cittadini l’eguaglianza nell’esercizio del voto ed il diritto di scegliere i propri rappresentanti, che la politica aveva sottratto al popolo sovrano per conferirlo ai capi di partito. In questi tempi difficili, caduti i rimedi della politica, venuti meno i partiti di massa a base popolare, indeboliti i corpi intermedi, reso impermeabile il Parlamento alle voci del popolo, la Corte costituzionale è l’ultima spiaggia per la difesa dei diritti dei cittadini.

Per questo siamo fortemente delusi per la sentenza con la quale la Corte ha sancito l’inammissibilità del referendum promosso dalla CGIL volto a restaurare le garanzie dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, cancellate da una politica subalterna ai poteri finanziari, e richiesto da quasi un milione di cittadini.

Sull’importanza della posta in gioco è intervenuto il filosofo del diritto Luigi Ferrajoli che ha scritto: “È anzitutto in questione, con la garanzia reale della reintegrazione del lavoratore ingiustamente licenziato, la migliore e più rilevante attuazione dell’art. 1 della Costituzione che fa del lavoro il fondamento della Repubblica. Non si tratta, infatti, di una qualsiasi garanzia. Si tratta di un principio che, anche con gli artt. 4 e 35 della Costituzione e con l’art. 30 della Carta dei diritti dell’Unione Europea, ha cambiato radicalmente la natura del lavoro, non più trattabile come una merce, ma trasformato in un valore non monetizzabile. Il referendum in discussione intende difendere questo valore su cui si fonda la Repubblica, affidando tale difesa al voto degli elettori, cioè all’esercizio diretto della sovranità popolare. (..) La sostituzione, operata dalle norme sottoposte al referendum, della garanzia reale della reintegrazione nel posto di lavoro del lavoratore licenziato senza giusto motivo con la garanzia patrimoniale del pagamento di una somma di denaro ha annullato la dignità del lavoro, trasformando il lavoratore da persona in cosa, dotata non già di un valore intrinseco ma di un valore monetario. Nel momento in cui si dà un prezzo all’ingiusto licenziamento, cioè alla persona di cui il datore di lavoro intende sbarazzarsi come se fosse una macchina invecchiata, si toglie dignità al lavoro e alla persona del lavoratore trasformandoli in merci.”

La tesi dell’inammissibilità del referendum – che evidentemente la Corte ha accolto – si basa sul supposto carattere innovativo o propositivo della normativa che sarebbe risultata dall’abrogazione delle norme contestate. Tale tesi venne respinta dalla Corte Costituzionale con la sentenza  n. 41 del 2003, che ammise un referendum sull’estensione dell’articolo 18 di portata innovativa e propositiva ancor più ampia di quella proposta dalla richiesta attuale. Dopo 14 anni, la Corte ci ripensa ed impedisce il referendum. In questo modo toglie le castagne dal fuoco alla politica, salvando le scelte liberiste di queste classi dirigenti, ma viene meno alla sua funzione di guardiana della Costituzione, dimostrando che nel lungo periodo la salvezza non può venire dai giudici.

Domenico Gallo

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Popolo, governo, Costituzione

20 Ott

 

La Costituzione non è uno strumento del governo per contenere il popolo: essa è uno strumento del popolo per contenere il governo.

The Constitution is not a document for the government to restrain the people: it is an instrument for the people to restrain the government.

Patrick Henry, 1789

 

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Patrick Henry (1736 – 1799), avvocato,  fu un protagonista della Rivoluzione americana. E’ considerato uno dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America.

 

 

 

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Le altre facce del referendum

12 Ott


Sì, le altre facce, perché  l’ingannevole interrogativo posto sulla scheda contiene, mascherate, almeno altre dieci questioni su cui decidere.  Il Fatto quotidiano  mi ha molto gentilmente risparmiato la fatica suddividendo il testo originario nel modo che trovate qui sotto.  Quindi, se prima c’era qualcosa assai poco comprensibile, ora è tutto certamente più chiaro.
E quando arriverete in fondo saprete sicuramente come votare il 4 dicembre.

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NO davvero, meritiamo di meglio

30 Set

Ricevo da Benedetta Rinaldi Ferri, una studentessa di giurisprudenza, e pubblico volentieri.
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Qualche tempo fa passeggiavo con un’amica. Discutevamo di segni zodiacali e narcisi.
– Amica: “un cosa interessante, sai, il narciso altro non è che un uomo che odia sé stesso.”
– Io: “perché?”
– Amica: “tra sé stesso e la sua immagine, sceglie l’immagine.”
Credo richiamasse non so quale lettura, non so quale teoria, ma ad ogni modo mi è tornato in mente quando ho visto questo manifesto: caraitaliasiuna politica, dei politici, talmente presi dalla rappresentazione distorta di loro stessi, dall’immagine compiaciuta (mi immagino la faccia soddisfatta dei redattori), adesiva ai peggiori istinti del paese, da comunicare avversione per ciò che sono. Talmente nell’onda, da scegliere di non essere.
Una ragione in più per non rassegnarsi a questo vento negativo, mediocre e senza ambizioni. Un motivo per dire No, perché francamente meritiamo di meglio.
Benedetta Rinaldi Ferri
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Dal bicameralismo perfetto a quello incasinato (1)

22 Set

Come sanno i pochi coraggiosi che seguono questo blog, al referendum voterò per il No.  Prima di tutto e soprattutto perché è inaccettabile che una revisione costituzionale sia opera di un governo anziché di una specifica assemblea eletta dai cittadini e composta da esperti  che sottopongono la loro proposta all’esame del Parlamento. Il quale poi ne discuterà ed alla fine approverà il testo finale. Questo è l’unico percorso corretto. E’ un punto dirimente, irrinunciabile, che mi fa essere graniticamente contrario in partenza.

Quella adottata – un governo promotore della revisione della nostra Carta – è una modalità inaccettabile che fa a pugni col concetto basilare che deve costituzione-copertinaispirare una qualsiasi moderna democrazia. A questo si aggiunga che la Costituzione, così com’è, mi è chiarissima fin dai tempi del liceo quando l’ho letta per la prima volta, ed mi pare ovvio che così sia per tutti i cittadini. Ora, non so come e perché (l’età? Può essere), ma nella nuova versione non si capisce più nulla. L’esempio che segue è eloquente.
Questo il testo che conosciamo:
Art. 70: «La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere». Chiaro, conciso e compendioso. Impossibile non capire.

Quella che segue è invece la nuova versione ad opera del ministro Boschi. Provate solo a leggere il primo periodo senza riprendere fiato. Un testo che si aggroviglia in un perverso burocratese ingarbugliato e intriso di riferimenti, dando luogo peraltro a più interpretazioni contrastanti:

Art. 70. – La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, e soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, le altre forme di consultazione di cui all’articolo 71, per le leggi che determinano l’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni, per la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea, per quella che determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l’ufficio di senatore di cui all’articolo 65, primo comma, e per le leggi di cui agli articoli 57, sesto comma, 80, secondo periodo, 114, terzo comma, 116, terzo comma, 117, quinto e nono comma, 119, sesto comma, 120, secondo comma, 122, primo comma, e 132, secondo comma. Le stesse leggi, ciascuna con oggetto proprio, possono essere abrogate, modificate o derogate solo in forma espressa e da leggi approvate a norma del presente comma.
Le altre leggi sono approvate dalla Camera dei deputati.
Ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati è immediatamente trasmesso al Senato della Repubblica che, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. Nei trenta giorni successivi il Senato della Repubblica può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati si pronuncia in via definitiva. Qualora il Senato della Repubblica non disponga di procedere all’esame o sia inutilmente decorso il termine per deliberare, ovvero quando la Camera dei deputati si sia pronunciata in via definitiva, la legge può essere promulgata.
L’esame del Senato della Repubblica per le leggi che danno attuazione all’articolo 117, quarto comma, è disposto nel termine di dieci giorni dalla data di trasmissione. Per i medesimi disegni di legge, la Camera dei deputati può non conformarsi alle modificazioni proposte dal Senato della Repubblica a maggioranza assoluta dei suoi componenti, solo pronunciandosi nella votazione finale a maggioranza assoluta dei propri componenti.
I disegni di legge di cui all’articolo 81, quarto comma, approvati dalla Camera dei deputati, sono esaminati dal Senato della Repubblica, che può deliberare proposte di modificazione entro quindici giorni dalla data della trasmissione.
I Presidenti delle Camere decidono, d’intesa tra loro, le eventuali questioni di competenza, sollevate secondo le norme dei rispettivi regolamenti.
Il Senato della Repubblica può, secondo quanto previsto dal proprio regolamento, svolgere attività conoscitive, nonché formulare osservazioni su atti o documenti all’esame della Camera dei deputati.

 
A me è bastato questo per chiudere definitivamente la questione. Non so a voi, ma mi pare una domanda retorica.

Tutto quello che dovreste sapere sulla deforma della Costituzione (e chissà se mai vi diranno)

4 Ago

Mi è stato segnalato questo sito dove un volenteroso cittadino, Emanuele Lombardi (che qui ringrazio vivamente), ha riportato con cura e precisione le modifiche della Costituzione che sono oggetto del prossimo Referendum (la cui data, per inciso, non è ancora stata definita).
Sia pure in forma talvolta un po’ didascalica, troverete tutto ciò che riguarda l’argomento: il testo attuale e le proposte di modifica a fronte, miti e mezze verità della proposta, i pericoli che corre l’Italia in caso di approvazione del referendum e i problemi comunque esistenti al momento. Insomma, un sito utilissimo per tutti coloro che non hanno finora avuto sufficienti informazioni (su questo aspetto la latitanza  del servizio pubblico della Rai è assai criticabile), per quelli intenzionati a votare Si per disciplina di partito o supina accettazione e perfino per coloro, come me, che sono fermamente intenzionati a votare No.
ModificheCostituzionehttp://www.lacostituzione.it/2016_newcost.php

Il NO al referendum di Walter Tocci

31 Lug

costituzione_italianaPubblico qui integralmente questa lucida e chiara lettera di Walter Tocci, che ringrazio di cuore, raccomandando tuttavia di leggere l’originale qui. Non si trovano solo gli intelligenti approfondimenti indicati nel testo (che non ho riportato intenzionalmente), ma anche, alla fine, alcuni interessanti commenti che contribuiscono non poco alle ragioni del NO. E infine qualche nota che smentisce bubbole inventate ad arte: negli Stati Uniti – contrariamente a quanto gabellato da molti – il bicameralismo esiste e funziona. Come d’altra parte – aggiungo io – nel Regno Unito, anche se in diversa misura .

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Perché voto NO al referendum – Lettera aperta al PD

Questo post consente due piani di lettura. Il testo principale sviluppa le argomentazioni in modo – spero – semplice e completo ed è sufficiente a illustrare la mia posizione. I box di approfondimento, invece, trattano argomenti specifici entrando nei dettagli tecnici e storici. Purtroppo il trentennale dibattito istituzionale ha accumulato tanti equivoci che richiedono una critica articolata, ma questa rischia di appesantire il discorso generale. La distinzione permette al lettore di scegliere il livello di lettura secondo i propri interessi.

Care democratiche e cari democratici,

avverto il dovere di chiarire le ragioni che mi portano a confermare nel referendum il voto contrario già espresso in Senato sulla revisione costituzionale. Ecco alcuni punti che mi stanno a cuore.

La soluzione senza il problema

C’è pieno accordo tra noi sulla esigenza di riforma del bicameralismo, ma forse proprio per il largo consenso sulla soluzione si è smarrito il problema.
Si è fatto credere che il problema sia la velocità delle leggi, quando è evidente che sono troppe e vengono modificate vorticosamente. L’alluvione normativa soffoca le energie vitali del Paese. Si è drammatizzata la lungaggine della doppia navetta, ma riguarda solo il 3% dei provvedimenti. I più veloci sono anche i peggiori: il decreto Fornero convertito in quindici giorni viene revisionato ogni anno; le norme ad personam di Berlusconi furono come lampi in Parlamento, il Porcellum fu approvato in due mesi circa, ecc.. I tempi sono rapidi quando c’è la volontà politica, soprattutto se negativa.

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Si, per fare buone leggi valeva la pena di riformare il bicameralismo. Era meglio eliminare il Senato, imponendo alla Camera maggioranze qualificate sulle leggi di garanzia costituzionale; oppure si poteva specializzare il Senato come Camera di Alta legislazione, priva di fiducia, ma dedita alla produzione di Codici al fine di assicurare l’organicità, la sobrietà e la chiarezza delle norme. Erano soluzioni forse troppo semplici. Si è preferito invece un assetto tanto arzigogolato da pregiudicare perfino l’obiettivo della velocità.

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Potestas senza auctoritas in Senato

È un bicameralismo abbondante, frammentario e conflittuale. Il Senato mantiene, seppure in modo contorto e controverso, molti poteri, ma perde l’autorevolezza, diventando il dopolavoro del ceto politico regionale, senza l’indirizzo politico né il simbolo di un’antica istituzione. Bisogna riconoscere che il primo testo del governo mostrava una certa coerenza cambiando anche il nome in Assemblea delle autonomie. Poi è stato reinserito il nome Senato più per una nostalgia rassicurante che per un rango riconosciuto. All’opposto del suo riferimento storico, infatti, è un’Assemblea dotata di potestas ma povera di auctoritas. In tali dosi la prima tende a superare i limiti e la seconda non basta a irrobustire la responsabilità. Il risultato sarà una conflittualità sulle attribuzioni delle leggi, affidata ai Presidenti delle Camere senza soluzione in caso di disaccordo.

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Il contenzioso verrà alimentato da una pessima scrittura del testo. In certe parti assomiglia a un regolamento di condominio, è come uno scarabocchio sullo stile sobrio della Carta. Ora perfino gli autori dicono che si poteva fare meglio. Quale demone ha impedito di scrivere un testo in buon italiano? Il linguaggio sciatto è sempre il sintomo di un malessere inconsapevole.
Crisi politica, non costituzionale
L’ossessione nel cambiare la Costituzione è una malattia solo italiana, non ha paragoni in nessun paese occidentale. Eppure tutti i sistemi istituzionali sono prodotti storici e quindi naturalmente difettosi. La Costituzione americana non prevede neppure il decreto legge, ma consente di gestire un impero e alimenta da oltre due secoli una religione civile, nessuno si sognerebbe di modificarne decine di articoli. Sono i governanti che devono compensare con la politica i difetti dell’ordinamento, quando non sanno farlo invocano le riforme istituzionali. Che intanto sono servite a cancellare il tema dell’attuazione della Costituzione. Basta rileggere l’articolo 36: “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Sono principi negati per milioni di italiani, di giovani e di migranti, senza che il rispetto della Carta diventi mai una priorità politica.

Se si rimuovono le cause storico-politiche, il riformismo istituzionale diventa una metafisica senza tempo e senza realtà. Tutto è cominciato quando sono finiti i vecchi partiti, che nel bene e nel male comunque avevano governato il Paese, sia in maggioranza sia dall’opposizione. Da allora il ceto politico non è stato capace o non ha voluto rigenerare strutture politiche adeguate ai nuovi tempi e ha scaricato tale incapacità sulle istituzioni. Si è trasformata una crisi politica in una crisi costituzionale. Alcuni politici si sono dati l’alibi dicendo che volevano spostare le montagne ma le procedure parlamentari lo impedivano.
La decadenza di una nazione comincia quando l’attivismo delle soluzioni oscura la consapevolezza dei problemi. Negli anni della grave caduta della produttività economica, si è parlato solo della produttività legislativa. Da molto tempo l’Italia non riesce ad aprirsi al mondo nuovo, non accede alla società della conoscenza, eppure il discorso pubblico di destra e di sinistra si occupa di un piccolo problema di tecnica parlamentare, fino a ingigantirlo come il principale ostacolo da rimuovere sulla via del progresso. Che il Paese non si possa governare a causa del bicameralismo è la più grande panzana raccontata al popolo italiano nel secondo Novecento. Senza temere il ridicolo, l’establishmentpromette che il nuovo articolo 70 aumenterà il PIL; ora si promette anche la lotta al terrorismo e altro ancora! È un sacco vuoto che può essere riempito di ogni cosa.

Servire, non servirsi della Carta

All’inizio c’era almeno un’intenzione costruttiva, che le riforme servissero a stimolare il rinnovamento dei partiti. Anche io ho creduto in tale opera pia, ma era come il tentativo del barone di Münchausen di sollevarsi da terra tirandosi per il codino. Non era possibile che i partiti in caduta verticale di idee e di consensi avessero miracolosamente la capacità di riscrivere la Carta. Con il risultato che la crisi politica non curata è degenerata nel discredito del ceto politico e le riforme istituzionali sono sempre fallite. Sono state numerose – basta con la storiella delle occasioni mancate! – ma si sono rivelate sbagliate perché motivate solo da interessi politici contingenti, non da progetti costituzionali: il Titolo V della sinistra per rincorrere la Lega; la riforma del 2005 per frenare la crisi di Berlusconi; lo jus sanguinis del voto all’estero per legittimare Fini; il pareggio di bilancio per celebrare Monti. Oggi si ripete l’errore con maggiore impeto: si riscrive la Carta per legittimare un governo privo di un programma presentato agli elettori e per prolungare il Parlamento addirittura come Assemblea Costituente, pur essendo costituito con legge elettorale illegittima.

Che vinca il Si o il No, comunque è una revisione costituzionale senza futuro. Non può durare nel tempo perché è scritta solo dal governo attuale, non è frutto di un’intesa, anzi alimenta la discordia nazionale. Lo so bene che alcuni si sono sfilati per misere ragioni, ma dalla nostra parte non si è cercato sempre uno spirito costituzionale. Anzi, è prevalsa l’illusione che “spianare gli avversari” – come si dice oggi con lessico desolante – potesse rafforzare la leadership del PD.

Provo un senso di pena per chiunque motivi la revisione della Carta con la lotta alla Casta del Parlamento. La riduzione dei costi degli eletti c’è già stata e si può fare di più con le leggi ordinarie. Se invece si scomoda la Costituzione è solo per impressionare l’opinione pubblica. Il populismo di governo è tanto sguaiato quanto inefficace, perché non batte neppure l’originale grillino, come si è visto alle elezioni.
E racconta mezze verità. La riduzione del numero dei parlamentari c’è solo nel Senato che perde rango, ma non nella Camera che aumenta il potere. Eppure proprio il numero dei deputati, in rapporto alla popolazione, è tra i più alti in Europa. I “rottamatori” non hanno avuto il coraggio di deliberare per una Camera più piccola, come invece seppero fare la destra nel 2005 e la sinistra nel 2007.

L’illusione della decisione imperativa

Con la scusa di riformare il bicameralismo, e con l’aggiunta dell’Italicum, in realtà si cambia la forma di governo, senza neppure dirlo. È il “premierato assoluto” tanto temuto da Leopoldo Elia: un leader in partenza minoritario può vincere il ballottaggio e conquistare il banco, non solo per governare il paese, ma per modificare a suo piacimento le regole e le istituzioni di tutti. Ormai se ne è accorto anche il presidente Napolitano del pericolo di “lasciare la direzione del Paese a una forza politica di troppo ristretta legittimazione nel voto del primo turno”.

Il paradosso più grande è che da trent’anni i governi ricevono maggiori poteri, ma ottengono consensi sempre minori. La concentrazione del potere non solo non ha portato benefici al Paese, ma viene da pensare che ne abbia assecondato la crisi. Invece di “cambiare verso”, si realizzano i vecchi propositi con maggiore lena: l’esecutivo domina il legislativo, la Camera prevale sul Senato, il premio di maggioranza non è compensato dai diritti della minoranza, i capilista si allontanano dal controllo degli elettori, i voti di chi vince valgono il doppio di quelli di chi perde, il capo di governo o comanda sulla Camera o ne chiede lo scioglimento, facendo pesare la legittimazione ottenuta nel ballottaggio. Infine, ritorna la supremazia dello Stato sulle Regioni. Dopo l’ubriacatura del federalismo si torna indietro al centralismo statale, di cui ci eravamo liberati con entusiasmo. Si passa da un eccesso all’altro, senza mai cercare la misura in una cooperazione tra nazionale e locale. Un vero salto di qualità del regionalismo italiano si avrebbe solo con la riduzione del numero delle Regioni, alcune sono grandi quanto un municipio romano. Sarebbe anche l’occasione per superare gli Statuti speciali nati ai tempi della guerra fredda e divenuti ormai relitti storici. Purtroppo proprio le decisioni più importanti sono rinviate sine die. Nelle partite difficili i riformatori muscolari gettano la palla in tribuna.

Da che cosa viene la voglia smodata di concentrare il potere? Nei momenti di crisi è più facile cadere nelle illusioni. La più ingannatrice è che la complessità italiana possa essere risolta dalla decisione imperativa. Eppure essa è innaturale per il carattere italiano, è antistorica per la Repubblica costituzionale, ed è anche inefficace per un’Amministrazione debole come la nostra.
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La ricerca affannosa della reductio ad unum sembra una terapia e invece è la malattia. La fortuna del Paese è quando molti si danno la mano. Dal centralismo sono venute solo dissipazioni di risorse, ritardi storici e anche lutti e rovine. Le buone leggi si scrivono quando la politica non fa tutto da sola, ma aiuta la generatività sociale, ha fiducia nel Paese e ne viene ricambiata. I frutti migliori dello spirito italiano sono sempre venuti dalla molteplicità.

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Il piccolo mondo antico di Aldo Bozzi
Vorrei che i giovani politici ci chiamassero a realizzare nuove ambizioni. Mi rattrista vederli cincischiare con il piccolo mondo antico di Aldo Bozzi, un vero signore, dall’aspetto ottocentesco, che calcava la scena quando molti di loro non erano ancora nati. Dopo il fallimento della sua prima Bicamerale, molti ci rimasero male, ma li tranquillizzòNorberto Bobbio: le riforme istituzionali – secondo lui – erano solo fanfaluche utilizzate per eludere i veri problemi della democrazia italiana. Eppure, il programma di allora è proseguito fino a oggi, sempre la stesso, con piccole varianti. A forza di raccontarlo come il nuovo è invecchiato prima di essere attuato, perché erano sbagliati i problemi da cui partiva. Per trent’anni i politici hanno ripetuto che la governabilità era più importante della rappresentanza. Quasi la metà del popolo li ha presi in parola disertando le urne.

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Le consunte ricette della politologia sono state bruciate dagli eventi. Siamo corsi dietro il modello Westminster, ma il bipolarismo non esiste più neppure in quel paese. Invece di convincere gli elettori astensionisti, si è tentato di sostituirli con i premi di maggioranza. Invece di confrontarsi sui programmi di governo, i partiti si distinguono sulle leggi elettorali.

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Ha dominato da noi un imperativo quasi inesistente in Europa: la sera delle elezioni al telegiornale si deve sapere chi governa. Però nella Seconda Repubblica nessun governo è poi riuscito a vincere le elezioni successive, nonostante la prosopopea della stabilità.
Forse quell’imperativo è sbagliato, perché orienta la politica solo alla sera delle elezioni, non alla duratura guida del Paese. Spinge i partiti a diventare mere macchine elettorali, senza progetto culturale e senza radicamento sociale. Le classi politiche perdono il contatto sia con l’invenzione progettuale sia con la realtà popolare e si abbarbicano alle macchine amministrative. Un altro paradosso del nostro tempo è che voleva privatizzare ogni cosa e invece ha finito per statalizzare la politica. I politici statalizzati non maneggiano gli strumenti sociali e culturali necessari a governare il cambiamento, sanno solo scrivere leggi e ne approvano tantissime. Ma la bulimia legislativa è un segno di impotenza del governo.
+ per approfondire
Occupiamoci del futuro e lasciamo agli storici la spiegazione della lunga vacanza dalla realtà che la politica si è presa giocando con l’orsacchiotto di pezza delle riforme istituzionali. La Carta si può anche modificare, ma occorre l’umiltàper fare meglio dei padri e la lungimiranza per lasciare un’eredità ai figli. Entrambi i compiti sono stati mancati dalla mia generazione e dalla successiva. Vorrà dire qualcosa se da venti anni tutte le revisioni sono fallite.
Un giorno verrà una classe politica capace di guidare il Paese e ce ne accorgeremo proprio dalla bontà dei miglioramenti che apporterà alla Costituzione. Nel frattempo non siamo così disperati da applicare anche alla Carta l’ordinario “riformismo purchessia” che accetta tutto anche se poco va bene. Il bicameralismo è certamente un difetto da correggere, non lo nego, ma in una graduatoria di importanza sarà forse il centesimo; con la vittoria del NO la classe politica dovrà occuparsi dei 99 problemi più importanti dell’Italia.
Cambiare il PD è una riforma costituzionale
Nel paese del melodramma si mettono in scena le tragedie anche su problemi inesistenti. Se il NO vince non è l’apocalisse. Chi ha alimentato il panico saprà anche sgonfiarlo. Ammiro gli inglesi almeno per la forma, certo non per il contenuto della sciagurata Brexit, quella si una scelta davvero dirimente per il Paese. Il partito conservatore ha bruciato il suo leader e i due probabili successori, ma in poche settimane ha trovato un quarto leader, una donna, e ha ripreso il cammino del governo. Ecco a cosa servono i partiti, a risolvere le crisi, da noi invece si utilizzano le crisi per annichilire i partiti.
Si dirà che il PD non è solido come i Tories, ma se non ci pensiamo normali non lo diventeremo mai. Si teme che non regga una smentita al referendum, forse perché a differenza dei partiti europei dipende esclusivamente dalla persona che lo rappresenta. Non solo oggi, da quando lo abbiamo fondato – sono ormai dieci anni – il PD si è occupato solo della leadership, tutto il resto è andato in secondo piano: il progetto Paese, la cultura, l’organizzazione, la selezione dei dirigenti. Ma è proprio di queste carenze che poi rimangono vittime i leader. Dopo lo slancio iniziale smarriscono le promesse perché non hanno lo strumento per realizzarle. È successo con Veltroni e con Bersani, e rischia di ripetersi con Renzi.
La Costituzione è difettosa soprattutto nell’articolo 49, poiché oggi mancano i partiti per “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Non basta la nuova legge sui partiti se non si riforma la sostanza della politica. Cominciamo almeno dalla nostra parte. Cambiare il PD è già una riforma costituzionale.

Postilla
Care democratiche e cari democratici, voterò NO al referendum utilizzando la libertà di voto che il nostro Statuto consente in materia costituzionale. Il dissenso è una bevanda amara da prendere in piccole dosi, quindi cerco di esprimerlo nelle forme strettamente necessarie. Non ho aderito al comitato per il NO, pur condividendone il compito, partecipando alle iniziative e stimando tanti cari maestri che lo rappresentano. Qui ho espresso le mie personali motivazioni, ma credo ci siano nel PD tanti militanti ed elettori che con argomentazioni diverse condividono la scelta per il NO.
Sarebbe utile ritrovarsi in una dichiarazione comune e promuovere momenti di confronto e di approfondimento; ancora lo Statuto consente di esprimere in forma collettiva una scelta diversa da quella della maggioranza. Potremmo contribuire al dibattito referendario con una motivazione critica, ma rispettosa della posizione ufficiale. Sarebbe un altro buon esempio di democrazia del PD, e aiuterebbe a superare le personalizzazioni e le drammatizzazioni che si sono rivelate inutili e dannose. I democratici per il No possono contribuire a una discussione di merito sul significato del referendum.

Referendum: il mio no di giovane democratica europea.

14 Lug

Ospito con molto piacere le acute e lucide riflessioni di Benedetta Rinaldi Ferri, una giovane amica tenace sostenitrice di un vitale quanto sano e proficuo confronto delle idee in un partito che si dice democratico.
UN FILO ROSSO


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Referendum: il mio no di giovane democratica europea.

Prima che il nostro dibattito affondi fra le carte napoletane, con le poche righe che seguono vorrei provare a riallacciare i fili, ricostruire la cornice in cui inserire il voto di Ottobre. Almeno per come la vedo io, per le ragioni che sento necessarie a una sinistra in via di rifondazione. Con la speranza di poterci riflettere insieme.

Dimostrazione ad Atene.

Dimostrazione ad Atene.

In premessa, un orizzonte perduto. La riforma costituzionale, unitamente all’Italicum, si inserisce in un contesto politico europeo sempre più avvitato sulle proprie tensioni (tecnocrazia-populismo, immigrazione-razzismo etc). Autonome, strutturali, e sempre più azzardate, queste sono il sintomo di un male maggiore, di natura costituzionale. A loro modo il segno di un dibattito interrotto e presto soffocato dalle urgenze della recessione.

Vale la pena soffermarcisi un istante, perché non c’é riforma che possa prescindere dal contesto ordinamentale che la contiene.

Io ero piccola, ma qualcuno ricorderà l’avventura che fu la Costituzione Europea, le sue difficoltà, lo spirito parzialmente tradito dal Trattato di Lisbona (2007). A ben guardare, chiusa quella fase, che pure doveva essere provvisoria, avviata sulla via di un progresso civile e democratico prossimo, seguirono le innovazioni sul piano della governance economica (Fiscal Compact, MES, Six Pack etc). Strumenti della cui legittimità ancora si dubita.

Alle fughe in avanti insomma si sostituirono allora le asfissie del (non) dibattito economico sull’austerità. In quel passaggio, nella riduzione dialettica continentale, fu vinta una battaglia di orizzonte politico. E noi, gli sconfitti, perdemmo di vista il quid novum del dibattito costituzionale: italiano, europeo, globale.

Non sfuggirà a nessuno del resto che fu proprio in quella temperie che prese vita l’attuale legislatura, vincolata alle riforme nelle parole del rex republicanus Giorgio Napolitano. Nel 2013 fu tracciato un binario. Il binario fu agganciato alla transizione democratica italiana. Il solco, scavato nel “son trent’anni che ne discutiamo”.

Ora il punto è che se pure è vero che l’uso politico della storia comincia sempre con una determinazione partigiana del dies a quo, non si possono tuttavia tacere le innovazioni governamentali intervenute nel frattempo. Non possiamo non fare i conti cioè con uno scenario giuridico e politico irrigidito dalla crisi: l’integrazione europea come coordinamento di esecutivi, la globalizzazione come livellamento tra poteri pubblici sovrani e poteri privati, la riduzione dei governi a tecnici della sopravvivenza, per usare le parole di Zagrebelsky, amministratori del presente e non più poliedrici timonieri.

 Contro la politica impolitica. La combine riforma-italicum garantisce governabilità e efficienza si dice, porta inoltre con sé la ri-democratizzazione di decisioni prese altrove dai poteri di fatto: se la democrazia decide, sottraiamo il boccino alle consorterie economiche del paese, riaffermiamo un primato politico (su per giù la tesi del ministro Orlando). Vien da rispondere: va bene, non fosse che anche qui sembra non tenersi conto delle dimensioni delle forze in gioco, consorterie economiche transnazionali e talvolta istituzionali, e di nuovo della dimensione multilivello del nostro ordine.

Già considerare i limiti democratici dell’Unione infatti, aiuta a leggere la riforma come orientata a garantire la prevedibilità dell’esecutivo, minoranza di minoranza, aggravandone l’impoliticità: il governo va nei consessi europei, annota in agenda, esegue senza troppi intoppi e una camera di impaccio in meno (ma forse neanche quello, potrebbe addirittura imballarsi da solo).

Le variabili della partecipazione? Minimizzate. E la parabola della rappresentanza? Come passare da 0 a 4000 metri con un sol voto: la legittimazione si disperde, il respiro fatica.

I centri decisionali restano dove sono e la capacità decidente, stella polare del progetto, finisce col caratterizzare l’azione politica per i soli mezzi e non più per fini liberamente riformisti. Viene ridotto il confronto con quel tanto di imprevedibilità che la democrazia impone, la creatività del parlamento, che certo già soffre ma per la stessa carenza di prospettiva di cui sopra.

Con un’ambizione più alta, l’uguaglianza. Riflessione concorrente è quella sul criterio che dovrebbe orientare la revisione coté progressista: l’uguaglianza.

Con tutto il rispetto per i sostenitori del doppio sì (viva l’Italicum, viva la riforma), a poco vale richiamare le intenzioni di Berlinguer in un mondo che si assume radicalmente mutato, perché si incorre in contraddizione. Applicare antiche soluzioni dismettendone i valori, peraltro davanti a divari sociali e democratici nuovi, è semplicemente insensato, forse ipocrita. E pensare di ingabbiare le tensioni cicliche del sistema nelle mani piccole di un ufficio (funzionale a, efficiente), l’esecutivo monocolore monopolista, sconta una miopia.

É ormai plastica la marginalizzazione dei più dal grande gioco della politica democratica, a partire dal lessico stantio che ci vorrebbe tutti schierati tra moderati riformisti e inconsapevoli populisti. Il fenomeno non è nuovo, e tuttavia assume oggi proporzioni colossali. Richiede uno sforzo di inclusione che la verticalizzazione dei poteri, peraltro fragile, non può soddisfare.

Come ci confermano ormai anche i sampietrini di via dei Fori, il livello delle disuguaglianze in Europa e in Italia tocca la sua soglia di sostenibilità. Ora, la leva istituzionale come leva costituzionale (comprensiva cioè degli obiettivi di sviluppo della persona), può essere la via maestra per restituire dignità e controllo a chi viene via via escluso dai circuiti dialettici della democrazia. Democrazia che a me piace pensare come pluralità dinamica e variopinta, e che il combinato tende invece a neutralizzare (nel senso proprio di scolorire).

Sulla scorta di queste brevi argomentazioni, e senza pretesa di esaustività, credo sia opportuno promuovere nel partito democratico un dibattito finora mancato. Come ho provato a spiegare, le ragioni del no interrogano la nostra coscienza di democratici europei, chiudere le finestre del confronto per rispetto di un partito che ha già deciso, senza coinvolgere minimamente le sue forze diffuse, finirebbe con l’impoverire l’anima della più grande forza riformista del paese, che questo piaccia oppure no.

E a me non piace.

Benedetta Rinaldi Ferri

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Che fare?

21 Giu

“Che fare?” è il titolo dell’opera di Lenin che dette il via alla costruzione del partito comunista come movimento rivoluzionario ed ha per sottotitolo ‘questioni urgenti del nostro movimento’. L’accostamento potrà sembrare irrispettoso e anche presuntuoso, ma mi è parso che esprima perfettamente uno stato d’animo che non è certo solo mio. Penso infatti che questa domanda cerchi una risposta nelle menti della moltitudine di elettori del Pd che si sono trovati improvvisamente davanti lo straordinario successo del M5s da un lato – che assume un particolare significato a Roma con l’elezione  di Virginia Raggi – e dall’altro alla catastrofe che ha travolto il Pd cittadino. Non è questa solo una sconfitta elettorale: è una dichiarazione di aperta sfiducia, è la condanna senza appello di una dirigenza incapace di ascoltare la sua gente, di guardare al bene comune – del partito come della città –  tesa solo ad affermare il proprio potere e i propri interessiLeninDiscorso

Parto quindi da Roma. Questa è la base da cui muoversi per capire, per analizzare la situazione e cercare soluzioni, idee, progetti. Qui c’era un sindaco inviso a un Pd incrostato di risaputi interessi, personali e consociativi, incrociati con quelli di certi ambienti imprenditoriali,  di un certo potere insomma, venuti alla luce con Mafia Capitale. Che Marino fosse stato eletto da due votanti su tre e avesse conquistato tutti e quindici Municipi romani venne vissuto come una sciagura di cui liberarsi il prima possibile, soprattutto da chi, nel partito romano, si muoveva nell’ambito delle correnti che tuttora lo infettano. Ma a costoro Renzi ha dato ascolto, preferendo il consenso dei capicorrente a quello della base e degli elettori. E questo è stato il primo errore. Il secondo è stato nominare un commissario, Orfini, che ha badato – ed era facile immaginare che l’avrebbe fatto – solo a liberarsi di chi avrebbe potuto fargli ombra (Marino in primis) e a rafforzarsi, muovendosi in spregio allo statuto e alle norme del partito con l’appoggio anche di insospettabili (a proposito: che dice Barca?). Tralascio le rozze modalità con cui Orfini ha gestito l’estromissione di Marino, calpestando la sovranità popolare con la grottesca commedia dell’atto notarile e rifiutando di prestare attenzione alla vibrata protesta che è seguita (sbagliata per definizione, secondo lui). Insomma, ciò che è stato fatto a Roma ha rappresentato il detonatore per un’ondata di indignazione generale che si è diffusa rapidamente ovunque e che Renzi non ha tenuto in nessun conto. Terzo errore: provocare la caduta di Marino senza avere un candidato pronto, preparato e gradito all’elettorato, senza insomma l’alternativa vincente. L’arroganza e l’inettitudine avranno fatto pensare che non ce n’era bisogno? A Giachetti, poveraccio, è stata imposta all’ultimo momento (nessun altro aveva voglia di massacrarsi) una prova disumana: chissà quale peccato aveva da scontare. Quarto errore: le liste delle candidature zeppe di “traditori”, come li ha chiamati Marino, prova indiscutibile di un mercato boario svoltosi impudentemente alla luce del sole, calate dall’alto, senza il processo di selezione necessario, auspicato e richiesto dalla base. Il quinto errore Renzi l’ha fatto con la nomina di Tronca, un commissario algido ed estraneo alla città, ed è stata la ciliegina amara su una torta immangiabile. E ora ci si meraviglia del disastro?

Quindi, che fare a Roma? Opposizione in Campidoglio? A leggere i nomi dei 9 che rappresenteranno il Pd nel Consiglio comunale lo sconforto aumenta: oltre a Giachetti, abbiamo Antongiulio Pelonzi, Michela De Biase (l’unica che abbia aumentato i voti rispetto alla scorsa elezione: che ciò sia dovuto al fatto che venga chiamata ‘lady Franceschini’ è solo cattiveria) Valeria Baglio, Orlando Corsetti, Marco Palumbo, Ilaria Piccolo, Giulia Tempesta e Svetlana Celli della lista civica. Gli ultimi 7 sono tra quelli noti per la nauseante vicenda del notaio. Quale opposizione potranno mettere in atto costoro lo sanno solo gli dei della politica e quale fiducia e supporto potranno avere dai furiosi rimanenti iscritti del Pd idem. Le pennellate finali al capolavoro al contrario di Orfini sono queste.  Non illudiamoci, quindi: il Pd romano, ancorché popolato tuttora da sinceri militanti (gli opportunisti che l’hanno infestato faranno presto a riciclarsi altrove), ce ne metterà per riprendersi.

La strada dev’essere un’altra e ci coinvolge tutti: spetta a noi cittadini vigilare sull’operato della nuova Giunta e occorre farlo con obbiettiva severità, senza preconcetti, in nome del bene comune, senza far sconti ma senza  condanne anticipate. Per questo, le forze della società civile e quelle politiche, ancorché disperse e deluse, dovranno trovare un terreno comune, anzi, un tavolo comune intorno al quale sedersi e pianificare il prossimo futuro. La sinistra tradita ha tutte le carte per ricostruire un domani: dai mariniani di ParteCivile a Possibile, dai militanti di SeL ai vari movimenti per l’acqua o contro il TTIP, dai centri sociali ai sindacati di base, dalle associazioni civiche fino agli stessi tanti iscritti del Pd delusi e demotivati, c’è tutto un popolo che non si arrende e non si accontenta dei sondaggi on line e dei proclami del leader maximo. Quello che non mi convincerà mai del M5s è il populismo esasperato e fine a sé stesso, è la finta democrazia della Rete, è l’assenza di trasparenza dei vertici, sono certe inaccettabili e avventurose prese di posizione (l’incontro con Farage, tanto per dirne una, è per me una macchia indelebile, una vergogna scolpita nella pietra). Tocca a noi, ripeto, a chi continua a credere in quella che io continuo, forse   nostalgicamente, a chiamare “sinistra” e che non ha mai dimenticato la solidarietà, la lotta alle disuguaglianze, la difesa di tutti i diritti di tutti e prima ancora di quelli degli ultimi.

Ma non ci si può fermare a Roma, anche se è da qui che è partito il segnale che poi ha provocato il corto circuito. Torino, Trieste, Napoli, perfino Sesto Fiorentino, il limitato successo di Sala a Milano sono tutti segnali ben visibili, non solo campanelli d’allarme. Ha voglia di dire Renzi che non è un voto di protesta ma una richiesta di cambiamento: è tutt’e due, incontestabilmente. E’ da Roma quindi che si deve ripartire per una nuova stagione e il primo passo è dato dai referendum. Ne abbiamo due: quello contro l’Italicum e quello contro le modifiche alla Costituzione. Se io fossi Renzi cercherei di modificare la legge elettorale, perché se è vero che le elezioni nazionali ci saranno nel 2018, il trend vittorioso innescato dai 5 stelle è di là da esaurirsi: l’elettore ha annusato la possibilità di eliminare la parte marcia del sistema dei partiti e neppure un miracolo potrà fargli cambiare idea. Non sto a ripetere qui i difetti macroscopici dell’Italicum: sta di fatto che si corre il rischio grave e concreto – col combinato disposto delle modifiche costituzionali – di consegnare l’Italia a un soggetto politico che non offre tutte le necessarie garanzie per governare il Paese, a cominciare dalla sua struttura politica. Il referendum di ottobre sulle modifiche alla Costituzione sarà quindi il nuovo banco di prova del Pd di Renzi e non è difficile pronosticare che l’entusiasmo montante dei 5 stelle sarà l’onda lunga che getterà un’ombra pesante sul futuro del presidente del Consiglio.  In queste condizioni Renzi dovrebbe quindi paradossalmente sperare che i referendum smantellino tutta l’architettura  messa in piedi e ricominciare daccapo. Farà qualcosa per accelerare o favorire questa marcia indietro? Non ho molte speranze. L’uomo è cocciuto e anche arrogante, come gli ha recentemente rinfacciato Cuperlo, e difficilmente ammetterà di aver sbagliato. “Non cambio certo idea perché abbiamo perso” pare abbia dichiarato ieri sera di fronte allo tsunami elettorale. Quindi il primo passo è unirsi per smontare la macchina disegnata dalla Boschi e dal cerchio magico fiorentino quando tutto sembrava andasse nella direzione da loro auspicata. Oggi lo scenario si è capovolto e abbiamo a portata di mano una preziosa occasione per la prima prova di quell’unione di forze che mi sono immaginato e augurato per Roma, ma con una proiezione nazionale che ne è la naturale evoluzione.
E quindi non rassegnatevi. Non siate indifferenti. La sinistra ha le forze, le persone, i talenti, le capacità per riprendere in mano i fili di una tela strappata e ricucire i rapporti, risvegliare le coscienze. Soprattutto, ne ha la responsabilità.

Referendum 17 aprile, io voto Sì

16 Apr

Temo che molti non l’abbiano ancora capito. E allora ripetiamolo ancora una volta.

“Chiariamo, in premessa, che non si vota per abbreviare la durata delle concessioni in atto. Né si vota per impedire che alla scadenza naturale possano essere rinnovate o rinegoziate. Si vota per cancellare con la vittoria dei sì la proroga concessa dal legislatore ai titolari delle concessioni. Mentre la vittoria dei no blinderebbe invece quei titolari nel diritto ormai sancito dalla legge di continuare l’estrazione fino all’ultimo metro cubo di gas e all’ultima goccia di petrolio. Fosse anche per cent’anni.”

Dal sito del Coordinamento democrazia costituzionale 

 

Massimo Villone su La Repubblica Napoli, 15 aprile 2015

Nel settembre 2015 il consiglio regionale della Campania vota all’unanimità di unirsi ad altre otto regioni per presentare sei quesiti referendari in materia ambientale. Rimane ora solo il quesito su una norma da ultimo introdotta con l’articolo 1, comma 239, legge 208/2015 (legge di stabilità 2016), che proroga a tempo indeterminato, “per la durata di vita utile del giacimento”, le concessioni in atto per l’estrazione di gas e petrolio da piattaforme marine entro le dodici miglia dalla costa. Si vota domenica 17 aprile.

Chiariamo, in premessa, che non si vota per abbreviare la durata delle concessioni in atto. Né si vota per impedire che alla scadenza naturale possano essere rinnovate o rinegoziate. Si vota per cancellare con la vittoria dei sì la proroga concessa dal legislatore ai titolari delle concessioni. Mentre la vittoria dei no blinderebbe invece quei titolari nel diritto ormai sancito dalla legge di continuare l’estrazione fino all’ultimo metro cubo di gas e all’ultima goccia di petrolio. Fosse anche per cent’anni.

La proroga è un regalo ai petrolieri? Chi chiede una concessione misura investimenti, costi, profitti e rischio d’impresa sulla base della durata. Prolungare per legge e la durata di una concessione significa migliorare unilateralmente il quadro economico dell’attività d’impresa e in specie dei profitti a favore del privato concessionario, senza vantaggio per gli interessi pubblici coinvolti. A tale contesto si riferisce il governatore Emiliano, quando dice che la proroga fa perdere alla Puglia milioni di euro.

Invece, il governatore De Luca ha da ultimo dichiarato che ritiene irrazionale interrompere le concessioni piuttosto che estrarre fino all’esaurimento. Maggiori pericoli per l’ambiente, perdita di posti di lavoro, aggravio di spesa per l’acquisto di gas e petrolio all’estero. Argomenti per la verità non decisivi. Quanto all’interrompere, è chiaro che altra cosa è la scadenza naturale della concessione, che andrebbe messa in conto nell’attività e nell’organizzazione d’impresa fin dal primo giorno. Quanto all’ambiente, in principio è già imposto a chi trivella di evitare ogni danno e di ripristinare lo stato dei luoghi alla chiusura dell’attività. Semmai, preoccupa la notizia – che filtra in qualche talk show – di inquinamenti già in atto presso le piattaforme di estrazione.

Quanto ai posti di lavoro, il problema si affronta stimolando un’alternativa, non prolungando l’attività di estrazione. Ad esempio investendo sulle fonti di energia alternative, che bene eviterebbero anche i più gravosi acquisti all’estero.

Come mai De Luca non tiene alcun conto del voto unanime del Consiglio nel settembre 2015? Semplice. È accaduto che Renzi ha invitato gli italiani ad andare al mare, proprio nel mezzo di un oscuro affaire di petroli. Ne segue che le Regioni promotrici nicchiano. I governatori sono in palese imbarazzo. È un problema che comincia e finisce in casa del Partito Democratico.

Votare il 17 aprile è importante. La politica di oggi ha sostanzialmente azzerato il ruolo dei corpi intermedi – partiti, sindacati – dissolti o messi ai margini. Così facendo ha perso i canali d’ascolto e i sensori che la tenevano in contatto con il paese. Un voto referendario è il solo strumento che dia ai cittadini una possibilità effettiva di farsi ascoltare. Oggi sulla proroga delle concessioni, domani sulla scuola, il Jobs Act, l’Italicum, l’ambiente, la riforma costituzionale.

E non dimentichiamo poi che per l’articolo 48 della Costituzione il voto è “dovere civico”. Ha ragione Grossi, presidente della Corte costituzionale, nel trarne che si deve andare a votare. Qualche autorevole opinione vorrebbe leggere nella formula costituzionale la legittimazione alla pari del voto e del non voto. Ma non è così. Un dovere “civico” è pur sempre un dovere. La qualificazione come “civico” sta solo a significare che la sua osservanza non è assistita da sanzioni giuridiche. Ma questo non nega la doverosità, né dissolve il “dovere” in una mera facoltà.

Quindi andiamo a votare – per il sì – il 17 aprile. Speriamo di vedere alle urne anche De Luca, che ha bellicosamente dichiarato guerra a chiunque intendesse piantare una trivella in acque campane. Se mancasse, la sua posizione sulle trivelle alla fine ci ricorderebbe una battuta di Brancaleone, a tutti noi molto cara. Trivellate pure senza fine, ma da un’altra parte.

 

Referendum, io voto sì

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