Tag Archives: legge elettorale

Legge elettorale: promesse, impegni e chiacchiere

5 Giu

Chi ha detto:

  1. “Vogliamo dimezzare subito il numero e le indennità  dei parlamentari  e sceglierli noi con i voti, non farli decidere a Roma con gli inchini al potente di turno” (18 ottobre 2010);
  2. “Occorre una legge elettorale per scegliere direttamente gli eletti  e un tetto di tre mandati parlamentari, senza eccezioni” ( 3 aprile 2011);
  3.  “L’importante è dare ai cittadini la possibilità di scegliere liberamente, non necessariamente di incasellarsi in destra o sinistra. Comunque la pensi, puoi scegliere chi votare di volta in volta in base alla personalità di chi si candida, delle idee che esprime, del programma” (7 novembre 2012); 
  4. “La nuova legge elettorale consenta ai cittadini di scegliere i parlamentari in modo libero, come succede nei Comuni. I partiti devono consentire alla gente di scegliersi le persone, perché un cittadino possa guardare in faccia i propri rappresentanti. Poi se fa bene lo conferma, se fa male lo manda a casa e magari i politici proveranno l’ebbrezza di tornare a lavorare, che non è un’esperienza mistica, la fanno tutti gli italiani e possono farla anche i politici che perdono le elezioni” (26 aprile 2012);
  5. “Firmo per cancellare la vergogna del Porcellum, un meccanismo per cui non importa essere bravi o avere voti, basta essere fedeli e obbedienti al capo corrente e si va in Parlamento. La classe parlamentare è fatta di dirigenti cooptati, cioè messi lì per andare a fare i parlamentari tanto non c’è bisogno dei voti, perché i voti li prende la lista. Io credo che questo sistema non vada bene”(16 settembre 11) ?

 

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I racconti, le storie brevi, sono come quegli sguardi lanciati da una finestra aperta che permettono di vivere quanto accade giù nella strada, nella vita di tutti i giorni, di immaginare i pensieri dell’ignoto passante o il dialogo dell’altrettanto ignota coppia mentre vengono percorsi i pochi metri che la visuale consente.
In questi dieci racconti c’è quasi sempre Roma, come sfondo o protagonista, ma i personaggi, con le loro personalità, le manie, le loro storie personali, potrebbero esistere ovunque: per conoscerli, e conoscere le loro storie, basta affacciarsi a questa finestra.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/racconti/322551/la-finestra-aperta-3/

 

Il Pd e il “fattore di instabilità”

7 Apr

Mesi fa, come ha ricordato anche Cuperlo in un’intervista, Orlando dichiarò che il Pd rischiava di passare da fattore di stabilità politica a fattore di instabilità. Tutto era legato alla metabolizzazione o meno della sconfitta referendaria. Oggi, all’indomani dell’elezione di Torrisi alla presidenza della commissione Affari costituzionali del Senato, l’ipotesi di Orlando pare materializzarsi.

Sta a dimostrarlo l’incredibile richiesta del presidente del Pd (e attuale reggente della segreteria), cioè il sempre servizievole Orfini, di un incontro col presidente Mattarella, per valutare gli effetti della bocciatura del candidato Pd sulla tenuta della maggioranza. Cioè la ricerca di una scusa (risibile) per far precipitare la situazione e far tornare all’ordine del giorno l’ipotesi di elezioni anticipate. Che non sono altro che il pallino di Renzi, non avendola mai abbandonata: subito dopo il 4 dicembre parlò di elezioni a marzo, poi andando avanti di giugno, ora si vocifera di ottobre. Tutto questo senza un minimo di senso di responsabilità vero il Paese e gli appuntamenti che l’attendono, dal Def  al G7.

Renzi intende far sentire la sua presenza in ogni modo, con le nomine sulle aziende statali, con la rimozione della bruciante sconfitta al referendum sostituita da queste primarie che l’elettorato (Pd e non) sta osservando con stanchezza se non con noia, la fa sentire incaricando il fido Orfini di una commissione al Quirinale. Il povero Orfini pensava di replicare l’iniziativa del notaio con cui fece cadere Marino, il sindaco di Roma, facendosi beffe della sovranità popolare che l’aveva eletto con una maggioranza schiacciante, ma Mattarella non è un notaio a parcella e ignorandolo ha fatto capire quanto lo valuti. 

Non sembra capire, l’ex-segretario del Pd, che l’unica strada per riconquistare una credibilità politica non è rilanciare sfide, non nuovi appelli al “con me o contro di me”, non le manovre dietro le quinte per ritardare la legge elettorale e via cantando. L’unica strada sarebbe presentare all’Italia un serio programma di politica economica, con l’addio agli interventi a pioggia, ai bonus erga omnes, con un piano che riduca le disuguaglianze, combatta l’evasione e la corruzione, risollevi l’occupazione, prima di tutto quella giovanile, eccetera eccetera. 

Al momento, sembra che a tutto questo ci stia pensando Gentiloni e sorge il sospetto che a Renzi questo non garbi: hai visto mai che qualcuno noti la differenza nella concretezza dell’agire (e magari anche nello stile)? Ecco, così si potrebbero spiegare certe intromissioni (sui progetti di Padoan, ad esempio); certe reazioni un po’ scomposte, certe irrazionali accelerazioni verso il voto. L’uomo è fatto così, non conosce mezze misure, non vede alternative oltre quelle in cui lui crede, cerca la vittoria smagliante come alibi anche degli errori passati. Ma una cosa è la vittoria nel suo partito, ben altra quella nel Paese. E quindi il rischio, se Renzi non dovesse rendersene conto, di un Pd protagonista sì, ma di instabilità. Il tweet è pronto: “Paolo, stai sereno”.
Ma Mattarella, per nostra fortuna, non è Napolitano.

AGGIORNAMENTO
Leggo solo ora, con colpevole ritardo, questo pezzo di De Marchis su Repubblica, che mi conferma le sensazioni esplicitate qui sopra.

 

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In questi dieci racconti c’è quasi sempre Roma, come sfondo o protagonista, ma i personaggi, con le loro personalità, le manie, le loro storie personali, potrebbero esistere ovunque: per conoscerli, e conoscere le loro storie, basta affacciarsi a questa finestra.

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Una legge elettorale degna di questo nome

1 Feb

Cioè, come scriveva pochi giorni da Piero Ignazi su Repubblica, “una nuova, buona, condivisa legge elettorale che valga per i decenni futuri e non per le prossime elezioni”, invitando la politica ad agire perché  “intervenire per definire una legge che contempli i due principi cardine di ogni sistema elettorale – governabilità e rappresentatività – costituisce un vero imperativo per la classe politica.

Non mi pare che finora si sia manifestato qualcuno interessato a farlo ed è questo il segnale principe che la nostra classe politica sa dare il meglio (!) di sè stessa nell’incitare l’antipolitica. I 100 capilista previsti dall’Italicum ricondizionato dalla Consulta porterebbero alla Camera altrettanti docili rappresentanti non dei cittadini (e già questo sarebbe errato), bensì dei segretari e leader dei rispettivi partiti. La simulazione di Demopolis mi aiuta:

demopoliscamera

In teoria (ma non tanto, temo), solo gli eccedenti i 1oo del Pd e del M5s sarebbero tra quelli scelti dagli elettori:  92+85, 175 deputati in tutto, “indipendenti” si fa per dire, perché anche loro difficilmente potrebbero evitare le pressioni dei rispettivi vertici.

Una via d’uscita c’è, per quei partiti che volessero rispettare il diritto degli elettori di scegliersi i propri rappresentanti. L’indicazione dei 100 capilista – per quel che se ne può capire oggi – non è obbligatoria: nulla impedirebbe di presentare liste ordinate in  ordine alfabetico rispettando la parità di genere. E sarebbe una ricoluzione copernicana che sarebbe premiata dai cittadini.

Nonostante tutto mi smentisca, voglio ancora sperare che si possa improvvisamente manifestare in più d’uno dei nostri leader un soprassalto di coscienza e venga ascoltato il monito conclusivo di Ignazi: “Una classe politica al punto più basso della fiducia e della stima necessita, almeno da parte delle sue componenti più consapevoli, di un colpo d’ala che dimostri di pensare al bene comune e non a quelli particolari.
iovotochimifascegliere

 
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COME UNA CASA SENZA FINESTRE
In un piccolo borgo di montagna del nostro nord-est, un mondo chiuso e apparentemente quasi ostile, il giovane carabiniere Paternò si trova di fronte al duplice omicidio di due cacciatori. Paternò non è un carabiniere comune: nonostante la giovane età ha una storia alle spalle che pesa sulla sua esistenza, con angoli bui che non conosce o forse non vuole esplorare e le indagini cui si dedica senza il permesso dei suoi superiori conducono in diverse direzioni. Incontra così vari personaggi che rappresentano tutti insieme un conciso panorama delle due realtà di una certa Italia: retriva per un lato ma dall’altro generosa, ottusa per un verso ma per un altro aspetto aperta alle istanze sociali.

La storia si sviluppa su due piani paralleli scritti uno al passato e l’altro al presente, come la personalità di Paternò che si è evoluta su due dimensioni: quella della tragedia familiare e quella intima e personale, che si sono intrecciate fino a costruire un insieme complesso che parlando di sé descrive come ‘una casa senza finestre’. Accade così che accanto all’indagine ne origini inconsapevolmente una seconda in cuicopertina-cucsf
Paternò insegue soprattutto due cose che non ha avuto dalla vita: giustizia e amore. Le incontrerà entrambe un poco alla volta attraverso piccole conquiste e sconfitte e alla fine riuscirà, dando un contributo fondamentale, a risolvere il caso e contemporaneamente a scoprire quel sentimento che ha rappresentato la chiave nascosta della sua ricerca.

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/296575/come-una-casa-senza-finestre/

IL RUOLO PERDUTO DELLA POLITICA

31 Gen

Penso che Piero Ignazi sia uno dei più lucidi analisti della nostra realtà politica. L’eloquente quanto (a dir poco) sconfortante titolo di questo post infatti è di un suo commento pubblicato domenica su Repubblica, stranamente introvabile sul sito.

Poco male: proverò qui a darne una sintesi per chi non avesse avuto l’opportunità di leggerlo (n.b. il neretto è sempre mio).
Ignazi apre facendo notare come la nota conclusiva della sentenza della Corte sull’Italicum, che rende immediatamente applicabile la legge elettorale, “si scontra con il richiamo che il  Presidente della Repubblica ha espresso più volte ad armonizzare le leggi elettorali per la Camera ed il Senato prima di andare al voto”. La ragione è data dalla torsione che la politica subisce, lasciando spazi “ad interventi di organi diversi da quelli determinati dalla volontà popolare e quindi a perdere “legittimità propria”. Assistiamo quindi “ad un cedimento della politica per incapacità propria, e ad un ricorso esorbitante, ossessivo, supino, ad autorità esterne”. Gran parte della classe politica – prosegue Ignazi – ha ripetuto in questi mesi che occorreva “attendere la sentenza della Corte, come se il Parlamento fosse incapacitato a intervenire su questo tema che è squisitamente politico e di sua esclusiva competenza”.

Purtroppo, le premesse scoraggiano chiunque. Nel Pd “prevale il bisogno di rivincita e di riaffermazione dell’attuale leadership. Il segretario del partito democratico si dimostra del tutto disinteressato a favorire una intesa con gli altri partiti per una nuova, buona, condivisa legge elettorale che valga per i decenni futuri e non per le prossime elezioni.” E ciò nonostante che, per le regole uscite dalle sentenze della Corte Costituzionale, “intervenire per definire una legge che contempli i due principi cardine di ogni sistema elettorale – governabilità e rappresentatività – costituisce un vero imperativo per la classe politica”.  Infatti,”il riformismo elettorale ipercinetico di questi anni ha indirettamente delegittimato le istituzioni e la stessa classe politica”, diffondendo “l’idea che le norme si facciano per la convenienza del governante di turno.”

Occorre ribaltare questa prospettiva, afferma Ignazi. La legge elettorale che il Parlamento “deve” approvare non deve essere fatta “per favorire o inibire il successo di qualcuno”, come avvenne per il Porcellum di Calderoli. In questo percorso, va tenuta nella massima considerazione la necessità “di riannodare un rapporto fiduciario tra elettori ed eletti… un obbiettivo imposto dal clima di sfiducia imperante.. che certo non viene risolto con la soluzione del sorteggio indicata dalla Corte… per risolvere il problema delle pluricandidature, su cui, invece non si sono sollevate obiezioni. Una classe politica al punto più basso della fiducia e della stima necessita, almeno da parte delle sue componenti più consapevoli, di un colpo d’ala che dimostri di pensare al bene comune e non a quelli particolari.

Conclusione: “Andare alle elezioni subito, così, senza muovere un comma delle attuali norme elettorali ‘Frankenstein’” serve solo a dimostrare “di tenere in conto solo interessi di parte” e che “la politica ha perso ogni legittimità a disegnare il futuro”.

Fin qui il commento di Ignazi, che devo, purtroppo, condividere, sapendo di essere tutt’altro che solo. Ma c’è un’altra considerazione da fare, assai più pratica. e ci ha pensato l’istituto Demopolis guidato da Ilvo Diamanti con alcune simulazioni.
Qualora il Parlamento non riuscisse a modificare la legge risultante dalle censure della Consulta, il risultato del voto darebbe – con ogni probabilità – un parlamento impossibile, che non consentirebbe alcun tipo di governo.Appare oggi improbabile – spiega il direttore di Demopolis Pietro Vento – che una lista, da sola, possa raggiungere la soglia del 40%, in grado di garantire alla Camera il premio di maggioranza dopo l’abolizione del ballottaggio da parte della Corte Costituzionale. E, in ogni caso, se per ipotesi accadesse, la lista non avrebbe comunque una maggioranza al Senato dove si voterebbe con un proporzionale puro su base regionale, senza alcun premio di governabilità”.

E allora? Capi di partiti, deputati, senatori, confrontatevi con questi diagrammi e valutate voi. Gli elettori vi sapranno dire come vi hanno giudicato.

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In un piccolo borgo di montagna del nostro nord-est, un mondo chiuso e apparentemente quasi ostile, il giovane carabiniere Paternò si trova di fronte al duplice omicidio di due cacciatori. Paternò non è un carabiniere comune: nonostante la giovane età ha una storia alle spalle che pesa sulla sua esistenza, con angoli bui che non conosce o forse non vuole esplorare e le indagini cui si dedica senza il permesso dei suoi superiori conducono in diverse direzioni. Incontra così vari personaggi che rappresentano tutti insieme un conciso panorama delle due realtà di una certa Italia: retriva per un lato ma dall’altro generosa, ottusa per un verso ma per un altro aspetto aperta alle istanze sociali.
La storia si sviluppa su due piani paralleli scritti uno al passato e l’altro al presente, come la personalità di Paternò che si è sviluppata su due dimensioni: quella della tragedia familiare e quella intima e personale, che si sono intrecciate fino a costruire un insieme complesso che parlando di sé descrive come ‘una casa senza finestre’. Accade così che accanto all’indagine se ne sviluppi inconsapevolmente una seconda in cui Paternò insegue soprattutto due cose che non ha avuto dalla vita: giustizia e amore. Le incontrerà entrambe un poco alla volta attraverso piccole conquiste e sconfitte e alla fine riuscirà, dando un contributo fondamentale, a risolvere il caso e contemporaneamente a scoprire quel sentimento che ha rappresentato la chiave nascosta della sua ricerca.

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Zagrebelsky: una lezione di stile e di saggezza

1 Ott

Ieri sera ho avuto l’occasione di ascoltare e riflettere, ammirando la pazienza, la sapienza e soprattutto lo stile della lezione impartita dal vecchio professore, arrivando quasi a commuovermi quando ha ricordato con passione cosa è una Costituzione, quanto il suo fine sia unire e non dividere, quanto sia vitale per una nazione che essa rappresenti l’unità e la coerenza delle leggi, prima fra tutte quella elettorale. Mi sono piaciuti il tono pacato, l’esposizione serena, l’atteggiamento dialogante.

Peccato quindi che il suo interlocutore, chiuso nella sua smisurata autoammirazione, di quella lezione non abbia colto quasi nulla. Solo quando il professore gli ha fatto notare la straordinaria rivoluzione culturale compresa nella differenza tra  “vincere le elezioni” e “assumere la responsabilità di guidare il Paese” ho notato in lui  una certa perplessità, ma non saprei dire se fosse incredulità, supponenza o derisione. Per costui la priorità è data dal fare in fretta le leggi, non dal farle bene, evitare i ping pong e le lungaggini delle procedure, non il rispetto delle norme e dei diritti di chi non la pensa come lui. In questo mi ha ricordato un suo sciagurato predecessore che ce l’aveva con quello che definiva “il teatrino della politica”, in quanto lui (il predecessore) era per “la politica del fare”.

La sicumera e l’evidente fastidio con cui il più giovane rispondeva all’accorato appello del professore alla ragionevolezza mi hanno dato la misura del baratro in cui potrebbe precipitarci lo sconvolgimento della Carta costituzionale – unito alla nuova legge elettorale – proposto dal governo contro ogni regola democratica e fatto approvare da un docile parlamento composto in maggioranza da fedeli e disciplinati. Ma tanto più costui mi ha sorpreso perché ancora una volta ha fatto ricorso a a frasi fatte e atteggiamenti, a quel modo di porsi che in televisione privilegia l’aspetto esteriore delle discussioni e tende a compiacere i propri tifosi e simpatizzanti, nulla aggiungendo alla discussione, o meglio, alla visione. Che resta quindi miope, di breve durata: quando il vecchio professore ha ammonito sulla possibilità che la riforma accompagnata dalla legge elettorale possa un giorno favorire forze politiche che non hanno in gran conto la democrazia, l’interlocutore ha evitato di replicare, nonostante avesse dichiarato con enfasi di guardare al futuro. Ma forse si riferiva solo al proprio.

Preferirei una democrazia in cui non vige potere assoluto della maggioranza, ma il confronto quotidiano” ha detto a un certo punto il professore. Ecco, la chiave di volta sta tutta qui, secondo me. In un atteggiamento aperto, nel rispetto di chi non la pensa come te, nell’essere pronti ad ammettere errori e perfino ad accogliere proposte migliori delle proprie, ancorché provengano dagli avversari. Comincio invece a temere che dall’altra parte tutto si riduca tristemente a qualcosa di simile alla storica e ben nota affermazione del marchese del Grillo.


LOGO COMITATO NO1

Sindaci “a condizione che”.

29 Mag

Il significativo pseudonimo mi impedisce purtroppo di complimentarmi direttamente con l’autore di questo breve articolo che ha il pregio di dimostrare, una volta per tutte, la deriva autoritaria che ha ormai travolto ogni limite democratico dei partiti e dei movimenti che ancora si agitano disordinatamente sulla scena della politica italiana. N.b. Il neretto è tutto mio.

Sindaci nelle mani delle segreterie di partito

La legge che prevede l’elezione diretta dei sindaci dei comuni con oltre quindicimila abitanti fu approvata dalle Camere sull’onda di due referendum in materia elettorale, del 1991 e del 1993. I giovani di oggi ricordano poco o nulla, ignorano o quasi chi sia Mario Segni, che quell’ondata referendaria promosse con tenacia e testardaggine sarda, trasformando l’iniziale irrisione delle forze politiche in un’adesione tanto massiccia quanto calcolata ed autoconservativa. Il carro del vincitore si affollò come non mai di migranti e rifugiati politici di qualsiasi provenienza e mediocre prospettiva. Rimase a terra, orgoglioso del suo carattere controcorrente, il solo Bettino Craxi, tra i cui difetti non rientrò mai quello del muoversi per convenienza al seguito di altri. Assieme alla legge chiamata Mattarellum, ma ben più di questa,la legge sui sindaci iniettò nel pigro e comodo proporzionalismo del nostro ordinamento dosi massicce di spirito maggioritario, non disgiunte da un’evidente e non dissimulata tendenza presidenzialistica: che lì, al livello dei sindaci, si arrestarono, dopo avere influenzato l’elezione dei presidenti di regione. Non a caso da quel giorno chiamati pomposamente governatori, a pedissequa emulazione dei presidenzialissimi Stati Uniti. Che la ventata maggioritaria sia stata subita, anzichè promossa dalle forze politiche, lo rivelò la deriva partitocratica che, con una legge elettorale regressiva, portò la coalizione berlusconiana a confinare la sovranità degli elettori nell’adesione passiva ed umiliante ad un intangibile elenco di persone confezionato dalle segreterie dei partiti. Elenco da prendere o da lasciare per intero: con l’effetto della recisione chirurgica di qualsiasi legame diretto tra elettori ed eletti. Rappresentati e rappresentanti, da allora, non si conobbero più. MarinoCampidoglioIl legame diretto è rimasto, sulla carta integro, tra i cittadini ed il proprio sindaco, ed ha il significato di trasferire il potere sull’eletto e sulla sua sorte dal partito che lo ha candidato agli elettori che lo hanno votato. Con una deroga: la via per riprendere il controllo da parte del partito è prevista e disegnata, ma richiede la trasparenza di un dibattito pubblico e di una decisione in sede di consiglio comunale. Procedura ben diversa da quella adottata, per fare un esempio, dal partito democratico per sbarazzarsi dell’ultimo sindaco eletto,con una motivazione generica, indimostrata e soggettiva; ed attraverso atti singoli e privati dei propri docili consiglieri. Ancora più differente, quella procedura, dalle scomuniche con finale espulsivo in uso disinvolto, anche nei confronti di sindaci, eletti presso il movimento cinquestelle, ad opera di soggetti o organismi del tutto anonimi e giuridicamente clandestini. Nel più plateale disprezzo per le istituzioni. Eppure, se la legge sull’elezione diretta non piaceva, bastava che qualcuno proponesse di cambiarla, cercando una maggioranza che peraltro non si sarebbe mai configurata. Perché violare una legge, e tanto più una legge “popolare”, è più facile, silenzioso e meno compromettente che non dichiarare di volerla cambiare e agire di conseguenza. A meno di due settimane dal voto, non vi è alcuna garanzia che Raggi, Giachetti, Meloni e Marchini- i possibili sindaci della capitale, stando ai sondaggi -, una volta eletti siano al sicuro da atti di forza dei rispettivi partiti. Si preferisce far credere ai cittadini che, almeno nel caso dei sindaci, la politica concede loro quello che ha tolto nell’elezione di deputati e senatori: anziché mostrare che, di quel potere generosamente riconsegnato, la chiave deve rimanere ben stretta nelle mani dei partiti. Che oggi hanno l’occasione per assicurare che il sindaco eletto lo sia, per quel che li riguarda, per l’intera durata del mandato. A scanso di abusi. Così come i candidati hanno la simmetrica occasione per dichiarare sospesa, per l’identica durata, la loro dipendenza dai partiti di appartenenza. È troppo chiedere, agli uni ed agli altri, un gesto che ridia un minimo di credibilità ad una politica in debito di legittimità?

l’Italicum è fallito, avanti un altro

25 Giu

Alla fine, dopo parecchie letture e approfondimenti, l’avevo capito perfino io che questo Italicum o Porcellinum faceva schifo. Non sto a enumerare le critiche: ricorderò solo – perché mi sono piaciuti molto – un eccellente articolo del prof. Ignazi e un delizioso pezzo di fantapolitica di Daniela Ranieri su Il Fatto.

 

Su Repubblica oggi Stefano Folli dichiara che “l’Italicum è in archivio“.  Questa cosiddetta legge elettorale, per cui si sono sprecati i complimenti e i peana della solita corte di reggicoda, nani, ballerine, sicofanti e gli immancabili giornalisti, ha sfortunatamente (si fa per dire: l’autore era stato avvertito)  incontrato proprio quelle condizioni di rischio – ampiamente prevedibili e previste – che la rendono inapplicabile, a meno che l’attuale partito di maggioranza non voglia suicidarsi.
Quindi siamo daccapo. E vabbe’, chissà che chi di dovere non abbia imparato la lezione. Ma ci spero poco, la spocchia uno ce l’ha di natura.
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IL PUNTO  di Stefano Folli

Cattura 1

 

IL SALVATAGGIO alla Camera del sottosegretario Castiglione (Area Popolare), con i voti del Pd, era previsto. Non è questione di “garantismo”, bensì di convenienza politica: Renzi non può permettersi oggi un’incrinatura con Alfano e il suo partito. Perciò il centrista Castiglione viene difeso dal presidente del Consiglio in base alla stessa logica con cui il sindaco di Roma, Ignazio Marino, viene invece condannato. Nel primo caso c’è da tenere unita una maggioranza che risente dell’indebolimento del premier. Nel secondo si tratta di disfarsi di un personaggio diventato scomodo nel marasma romano, pur non essendo egli indagato, così da impedire per riflesso l’ulteriore logoramento del leader. In entrambe le vicende pesa la ragion politica, ma gli esiti sono opposti. Un paradosso abbastanza tipico.

Sul piano simbolico, Castiglione e Marino dicono molto delle difficoltà di Renzi e della necessità per lui di non farsi mettere all’angolo. Ma si tratta pur sempre di due incidenti di percorso, nessuno risolutivo per le ambizioni del premier. C’è dell’altro, ci sono temi a cui si legano i futuri equilibri parlamentari e quindi l’avvenire del “renzismo” come esperimento destinato a durare.

Appare chiaro infatti che la legge elettorale – il cosiddetto Italicum – è già in archivio. Doveva cambiare l’Italia, imponendo il sistema bipartitico, e invece è a un passo dall’essere modificata in modo radicale. Renzi prevedeva che presto sarebbe stata copiata in altri Paesi, ma a quanto pare non accadrà. Anzi, persino noi italiani eviteremo di metterla alla prova almeno una volta. Eppure la riforma elettorale è stata quella su cui il premier ha insistito di più. Si è arrivati a mettere la fiducia sul testo in un clima di notevole tensione dopo che la coperta della maggioranza, all’inizio trasversale, si era via via ristretta. Tuttavia qualunque ritardo sembrava intollerabile di fronte all’esigenza di conoscere una maggioranza certa la sera stessa dello scrutinio.

Alla fine l’Italicum ha visto la luce, pur fra mille polemiche, ma si è capito quasi subito che era il vestito sbagliato per l’Italia di oggi. Per meglio dire, i risultati delle regionali e soprattutto delle comunali hanno creato parecchia inquietudine a Palazzo Chigi e in altri palazzi. Si è compreso che una convergenza elettorale anti- governo e anti-sistema, Cinque Stelle ma non solo, è sulla carta in grado di contendere la vittoria al Pd e in primo luogo a Renzi. Per la buona ragione che per il candidato del Pd è più difficile prendere voti al secondo turno di quanto non lo sia per il suo antagonista, figlio di una sinergia di fatto fra grillini, leghisti e altri nemici dell'”establishment”.

A questo punto tutti vedono i limiti dell’Italicum, A cominciare dal suo cesellatore, il politologo D’Alimonte, che sul “Sole 24 Ore” ammette che il premio di maggioranza assegnato alla coalizione, anziché alla lista, è “lo scambio possibile per riaprire la partita”. In realtà è quello che vuole un ampio spettro di forze parlamentari: dal centrodestra berlusconiano alla minoranza del Pd ai centristi. Gli stessi che intendono correggere la riforma costituzionale del Senato. E a certe condizioni anche Salvini non avrebbe obiezioni, perché una nuova legge elettorale lo spingerebbe a cercare alleati, isolando invece il partito di Grillo. Proprio i Cinque Stelle sarebbero i più danneggiati, ma dovevano aspettarselo. L’Italicum era ritagliato sulle esigenze di partiti che oggi si accorgono di quanto sia cambiato il quadro e di come sia rischioso lasciare campo libero al M5S. In Francia, oltre cinquant’anni fa, il generale De Gaulle aveva costruito un sistema presidenziale che poggiava sul modello elettorale a doppio turno di collegio. Servì a favorire l’alternanza, da Mitterrand in poi. In Italia si è seguita un’altra strada e l’Italicum è fallito, fra paure e angosce più o meno giustificate, prima ancora di cominciare.

 

Italicum: dal Porcellum al Porcellinum

4 Mag

Italicum: ovviamente Ignazi lo dice molto meglio di me, ma la sostanza è la stessa. Fa schifo.

Italicum IGNAZI

Un’ottima legge elettorale.

3 Mag

Non pretendiamo troppo: basta che sia una buona  legge elettorale. Tutto quello che ci serve e che  si chiede. Non la migliore e neppure una ottima legge: ripeto, solo una buona legge, per cui occorrono competenza, riflessione, confronto e soprattutto tempo.  Meglio una cattiva legge elettorale che nessuna legge, sento invece affermare gravemente da più parti. Confesso che non riesco ad essere d’accordo, vista l’inspiegabile fretta con cui si sta concludendo l’iter  e visto che la legge stessa contiene una cosiddetta clausola di salvaguardia: entrerà in vigore il 1° luglio 2016, quando anche la riforma costituzionale del Senato sarà definitivamente approvata. E allora, perché l’urgenza? Non c’era proprio altro su cui tenere occupato il Parlamento?

Lasciamo perdere. I capisaldi di una buona legge elettorale in una democrazia rappresentativa sono costituiti dal sistema di votazione e dal metodo per l’attribuzione dei seggi. Il primo è fondamentale e si basa su due alternative: il sistema maggioritario e quello proporzionale. Quest’ultimo è stato progressivamente abbandonato per evitare una eccessiva frammentazione dei partiti e dei movimenti politici. Il primo, e il più antico, è stato modificato (e migliorato)  con l’introduzione del sistema uninominale, per cui in ciascun collegio elettorale è in palio un unico seggio, che viene assegnato al candidato che ottiene il maggior numero di voti, eliminando tutti gli altri. In Italia occorrerebbero 630 collegi, insomma. Poi si può avere la maggioranza relativa o assoluta:  nel secondo caso, qualora nessun candidato raggiunga la maggioranza assoluta dei voti al primo turno di votazioni, è previsto un secondo turno, di solito col ballottaggio tra i primi due.
Ora, se è vero che non si sfugge alla relazione “più governabilità = meno rappresentanza e viceversa”, è pure vero che a forti premi di maggioranza (ovvero meccanismi distorsivi) deve fare da contrappeso una forte riconoscibilità territoriale (non clientelare come con le preferenze).

Generalmente si concorda sul fatto che una legge elettorale basata sull’uninominale a doppio turno sarebbe l’ideale per il nostro Paese, soprattutto se approvata da una  maggioranza che abbracci il massimo possibile dell’arco parlamentare. tw Renzi MaggioranzaQuella che si sta discutendo alla Camera e che verrà presumibilmente approvata è invece tutt’altro.  Il Porcellinum – mi piace chiamarla così perché presenta troppi aspetti critici – se da un lato è certamente un passo avanti rispetto al Porcellum, un’indecenza che ha creato storture di ogni genere, non è tuttavia una buona legge: questa deve valere per tutti i partiti e per tutti gli elettori, non deve favorire smaccatamente  il partito di maggioranza del momento ma, al contrario, rappresentare le prevalenti volontà dei cittadini senza escludere i partiti minori, consentire di esprimere i migliori delegati in Parlamento  e soprattutto non deve umiliare la minoranza. E’ questa, infatti, cioè l’opposizione, il reale contrappeso e la possibile, futura alternativa di governo e in una democrazia realmente rappresentativa il suo ruolo va preservato perché solo attraverso il libero confronto delle idee si può ottenere il meglio dall’attività legislativa del Parlamento. Tutto questo, ovviamente, se l’assemblea è libera di agire, se non è condizionata dalle scelte effettuate nella sua composizione, se i leader sono illuminati e ispirati al meglio per la nazione anziché dalle loro personali ambizioni.

Troviamo tutto questo nel Porcellinum? Vediamone i principali aspetti.

  1. Premio di maggioranza. Alla lista che raccoglie almeno il 40% dei voti al primo turno viene attribuito il 55% dei seggi della Camera, pari a 340 deputati (su 630). In caso contrario, le due liste col maggior numero di voti vanno al ballottaggio e lo stesso premio va a quella vincente.
  2. Soglia di sbarramento. Chi non supera il 3% dei voti non viene rappresentato in Parlamento.
  3. La legge vale solo per la Camera a seguito della riforma del Senato.
  4. Collegi elettorali. L’intero territorio nazionale viene suddiviso in 100 collegi.
  5. Capilista: ogni partito indica per ogni collegio il proprio capolista.
  6. Preferenze: possono esserne indicate due con alternanza di genere per gli altri candidati della lista.
  7. I capilista possono candidarsi anche in altri collegi fino a un massimo di 10.
  8. Ripartizione dei seggi: proporzionalmente su base nazionale.

Italicum RECAP
Le obiezioni sono molte e si accentrano su alcuni punti.
La principale riguarda la figura del Presidente del Consiglio che riceverebbe un enorme potere dal combinato disposto di questa legge e dell’abolizione del bicameralismo con il Senato riformato, potendo contare su una più che solida maggioranza alla Camera. Lo ha ben spiegato il prof. Onida, presidente emerito della Consulta e lo ribadisce un altro autorevole costituzionalista, il prof. Ainis, : “L’Italicum determina l’elezione diretta del premier, consegnandogli una maggioranza chiavi in mano. Introduce perciò una grande riforma della Costituzione, più grandiosa e più riformatrice di quella avviata per correggere le attribuzioni del Senato. Ma lo fa con legge ordinaria, anziché con legge costituzionale . L’ avessero saputo, i nostri costituenti sarebbero saltati sulla sedia. Loro non volevano questa forma di governo, e infatti ne hanno stabilita un’altra. Dunque l’Italicum stride con la Costituzione vecchia, ma pure con la nuova. Perché quest’ultima toglie al Senato il potere di fiducia, e toglie dunque un contrappeso rispetto al sovrappeso dell’esecutivo“.

Un’altra critica riguarda il premio eccessivo riservato alla lista che raggiunga il 40% dei voti: viene da sorridere pensando a quella che nel ’53 venne chiamata ‘legge truffa’ perché assegnava un premio alla coalizione che avesse raggiunto il 50,1% dei voti, cioè la maggioranza assoluta. Lo ricorda Scalfari oggi, riportando le parole di De Gasperi: “Considererei un tradimento della democrazia trasformare in maggioranza una minoranza, fosse pure del 49 per cento”. Altri tempi: chissà cosa direbbe oggi del premio del Porcellinum. Ma torniamo a noi: il sempre crescente astensionismo  (mediamente il 40%) darà luogo a un partito di maggioranza solo di nome perché rappresenterebbe di fatto una minoranza degli elettori (il 40% del 60% dei votanti effettivi è uguale a un reale 24%). In caso di ballottaggio, poi, basta la maggioranza semplice (vince chi ha più voti)  e quindi c’è il rischio paradossale che la vittoria e il premio vadano ad una lista che registri ancor meno del 40% e sia pertanto ancor meno rappresentativa. Viene obiettato che dal Porcellum in poi con l’astensionismo avanzante è sempre stato così: vero, ma le coalizioni mettevano in parte riparo e comunque il bicameralismo consentiva che almeno al Senato le opposizioni potessero esercitare la loro funzione. Con il Porcellinum, poi, il saldo presidio del Parlamento verrà garantito dai 100 capilista che rappresenteranno i fedelissimi, la guardia scelta dell’imperatore (fate voi se di Napoleone o di Ceausescu), monteranno la guardia al gruppo parlamentare e alle commissioni camerali, pronti a cogliere (e a dimissionare) ogni minimo segno di dissidenza o diverso pensiero.

Agli elettori, nonostante tutte le promesse e le premesse, viene purtroppo e di fatto impedito di scegliere i loro rappresentanti. In effetti, il numero dei collegi limitati a 100, unitamente all’invenzione dei capilista (che perpetua l’indegna abitudine dei ‘nominati’), la loro presenza in più collegi (fino a 10)  che permetterà di operare la scelta finale su uno o l’altro dei secondi arrivati in lista e soprattutto la ripartizione dei voti proporzionalmente prima su base nazionale e poi locale riducono – per non dire che annullano – la scelta diretta dei candidati da parte degli elettori. In altre parole, è del tutto evidente che così facendo non si esalta il senso di responsabilità dei deputati, che – salvo le poche onorevoli eccezioni – sempre meno si sentiranno delegati del popolo per il popolo e sempre più sudditi del partito.

C’è ancora da segnalare una vistosa contraddizione data dal limite minimo del 3% per la presenza in Parlamento. Mentre da un lato si dichiara l’intenzione di ridurre la presenza dei micropartiti, dall’altro la si favorisce: ma a fronteggiare la massiccia maggioranza coi suoi 340 deputati saranno tutti gli altri partiti con i restanti 290. Come ha acutamente osservato Antonio Polito, avremo un “gigante con tanti cespugli”.  Cioè un’opposizione polverizzata, che sarà presumibilmente incapace di reagire e dialogare, visto anche che ormai sembra vigere il principio per cui la maggioranza (meglio, il suo leader) ha sempre ragione. Due anni fa, in epoca non sospetta, un illuminato articolo di Davide Ricca anticipava la questione: “Sarebbe un errore ridurre il cambiamento alla sola questione della premiership, sottovalutando le potenzialità in termini di idee e di intelligenze che potrebbero giungere da un partito rinnovato nelle persone e nelle forme. Quello che è certo è che se alla vocazione maggioritaria si sostituirà, ancora una volta, la scelta conservativa, il PD non sopravvivrà nel lungo periodo“.
Purtroppo sta avvenendo l’esatto contrario. Da sempre il dialogo è stato il metodo dell’uguaglianza e forma del discorso di verità: la prevaricazione (sotto le mentite spoglie della ‘decisione’) porta alla riduzione di spazi (cioè maggiore astensionismo e a ridotta fiducia nei partiti)  e di capacitá (cioè potere dell’elettore). In sintesi è la via più breve per la disuguaglianza e la menzogna, con le immaginabili derive populiste (se tutto va bene).

Queste le maggiori obiezioni, ma non si può mancare di osservare che esistono anche altri aspetti. Il primo riguarda il Presidente della Repubblica. Che farà il severo e pensoso Mattarella, già attento giudice costituzionale? Poi ci sono l’eventuale ricorso alla Corte Costituzionale e infine il possibile referendum.
Forse è poco e comunque sono solo speranze. E’ tutto quello che resta? No, nient’affatto: ci siamo noi, i cittadini.
Ci vediamo lunedì 4 maggio, davanti a Montecitorio.

petizione Italicum

http://coordinamentodemocraziacostituzionale.net/2015/04/30/lultimo-miglio-firma-la-petizione-e-partecipa-al-presidio-4-maggio/

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Voteremo con una legge elettorale incostituzionale?

29 Mar

Pare di sì: se il governo non decide di porre i necessari e indispensabili correttivi avremo il Porcellinum.
Sul sito del Coordinamento per la Democrazia costituzionale  è segnalato un interessante articolo del prof. Mauro Volpi su Questione giustizia, trimestrale di Magistratura Democratica, dal titolo illuminante: “Italicum due: una legge elettorale abnorme”

In verità gli articoli sulla legge elettorale – e la contemporanea revisione costituzionale che riguarda principalmente il Senato per condurci come è noto ad un sistema monocamerale – sono due e l’altro è del prof.  Gino Scaccia (“La legge elettorale “Italicum” fra vincoli sistemici ed equilibri costituzionali), con introduzione ad entrambi di Marco Bignami, un magistrato attualmente Assistente di studio nella Corte Costituzionale. Li riporto tutti con i link per chi volesse approfondire e qui mi limito a riportare i brani che  mi sono parsi più significativi (il neretto è mio).

Nella sua introduzione ai due articoli dal titolo “La legge elettorale in corso di approvazione. Profili di costituzionalità” il dr. Bignami afferma, tra l’altro:

Volpi non ha esitazioni nel denunciare la palese incostituzionalità della nuova normativa per plurimi aspetti: tra questi, la compressione della rappresentanza indotta da un premio di maggioranza eccessivamente generoso; l’elusione della volontà del corpo elettorale di non conferire il premio, determinata dalla fase del ballottaggio; l’introduzione di una soglia di sbarramento al 3%, che non si giustifica con uno scopo di governabilità, posto che esso è in ogni caso posto al sicuro dal meccanismo elettorale. Scaccia è più prudente, ma non meno severo nel segnalare punti di grave problematicità: il premio di maggioranza resiste al test matematico elaborato per “pesare” la diseguaglianza dei voti in uscita, in modo che essa non superi il grado massimamente tollerabile, ma l’effetto ulteriormente distorsivo introdotto attraverso la soglia di accesso alla ripartizione dei seggi rende precario anche questo approdo iniziale; il ballottaggio, inserendosi in un sistema politico altamente frammentato come l’attuale, rischia di avvantaggiare liste che hanno ottenuto al primo turno un consenso ben lontano dal 40%, in tal modo sviluppando all’ennesima potenza l’effetto di alterazione della rappresentatività; le pluricandidature dei capolista consentono una opzione del tutto discrezionale tra un collegio e l’altro, e di conseguenza l’investitura diretta, da parte dei leader del partito, del candidato che otterrà in loro vece il seggio nel collegio cui i primi hanno rinunciato.

E in effetti Volpi è chiarissimo:

Il sistema elettorale approvato presenta varie criticità che lo rendono abnorme in sé e anomalo rispetto a quelli esistenti nelle altre democrazie. Tali criticità riguardano il metodo adottato per la presentazione e la discussione del disegno di legge, i vizi di legittimità costituzionale in esso riscontrabili, l’incompatibilità con la forma di governo parlamentare prevista dalla Costituzione.

Ma anche il prof. Scaccia mi pare piuttosto critico. Questa la sua conclusione:

 

Che la logica del “partito pigliatutto” basti a far rifiorire il sistema istituzionale italiano è, però, dubbio. L’esperienza degli ultimi vent’anni non induce infatti all’ottimismo. Inseguire il mito della stabilità e dell’efficacia del Governo attraverso la ricerca della perfetta identità politica con la maggioranza parlamentare ha condotto alla mortificazione delle Assemblee elettive e della rappresentanza, che pure della stabilità degli esecutivi è il presupposto legittimante, e al loro assoggettamento completo all’esecutivo. Si è così giunti, ad esempio a livello regionale (dove opera il simul simul), a una centralizzazione del potere di governo simile a quella delle forme presidenziali, ma senza il contrappeso di un Parlamento slegato dal laccio “mortale” della fiducia e posto quindi in condizione di esercitare con il massimo di incisività la funzione di indirizzo e controllo politico, e in definitiva, di conservare un significativo potere di codeterminazione decisionale. Una riforma che vuole mutuare dal “presidenzialismo” (inteso come investitura popolare diretta del governo) capacità decisionale, stabilità ed efficienza, ma non ne riproduce i contrappesi e i bilanciamenti, finisce così per sancire il primato assoluto del Governo sull’unica Camera politica, destinandola allo svolgimento di un «compito censorio (…) modesto (e ad incidenza assai ridotta nel settore della legislazione)». Tanto da rendere legittimo l’interrogativo – solo in apparenza paradossale – se, nelle condizioni storico-politiche attuali, non occorra la fuoriuscita dalla forma di governo parlamentare per restituire davvero al Parlamento la sua funzione più tipica di legislazione e sindacato politico sul potere esecutivo.

Accetterà il Presidente del Consiglio questi moniti e suggerimenti che si aggiungono agli altri numerosi e più che autorevoli già presentati? Si renderà conto che andare a votare con una legge siffatta equivale a commettere lo stesso spregio alla norma e all’intelligenza che si verificò col Porcellum, censurato abbondantemente (purtroppo i suoi guasti li aveva già compiuti) dalla Corte Costituzionale? Vorrà prendere atto che così com’è, la sua legge può solo essere chiama Porcellinum?
Boh.

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