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Italia 2018: convivenza o razzismo

10 Mar

 

La lettera che ho trovato sul sito Infoaut a proposito dei fatti di Firenze e che potete leggere più avanti rappresenta anche il mio punto di vista, meglio ancora le mie convinzioni. Confesso che mi pare scritta troppo bene per essere solo lo sfogo di un manifestante “bianco”, come si qualifica l’ignoto autore, ma poco o nulla importa. Quello che è importante, oltre alle considerazioni di Mentana al Tg7 (qui al  31’48”) che ovviamente condivido, è che la tolleranza, uno dei caratteri positivi e più specifici del popolo italiano, viene oggi messa in ombra ad arte per speculare sugli istinti più bassi di minoranze ignoranti e guadagnarne  i consensi.

E che ci sia tanta ipocrisia in tutto questo è dimostrato dal più banale degli esempi: lo sfruttamento degli immigrati, pagati la metà di un italiano nei campi del meridione o della Bassa. Quanti di quelli che si dichiarano razzisti si arricchiscono contemporaneamente  alle loro spalle? E allora vedi che il punto drammatico non è solo il razzismo, ma la disuguaglianza. Escludendo per un momento chi sta nell’empireo, i ricchissimi, la vera stridente  frattura nella nostra società è il divario che si è aperto tra i poveri cristi e gli altri, quelli che in un modo o nell’altro riescono ancora ad avere una parvenza di benessere o magari anche qualcosa di più. È stata fatta diventare una lotta per la sopravvivenza, strumento di distrazione di massa, e questo a me pare il peggior crimine sociale.

È  quindi indispensabile rivalutare tolleranza e solidarietà: un fatto culturale, certo, ma non rivoluzionario: dalle leggi Livornine del XVI secolo alla nostra Costituzione questi sentimenti sono ampiamente dimostrati, fanno parte dell’animus italiano. E poi, ma questo è compito dei nostri governi, occorre davvero impegnarsi per una reale integrazione di chi approda in Italia alla ricerca di un futuro migliore. L’alternativa è solo la regressione in un medioevo senza speranze.

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Dal sito Infoaut.

Sono bianco e ieri ero a manifestare con i neri che hanno sfasciato le fioriere.

Qualche ora prima avevo letto su internet la notizia della “sparatoria”, come l’hanno chiamata i giornali. In realtà un uomo bianco ha freddato con sei colpi di pistola un nero, un senegalese di 60 anni che vendeva ombrelli in centro. Si chiamava Idy Diene. All’inizio pensavo fosse una bufala, ma la fatalità ha davvero voluto che fosse il marito della vedova di Modou Samb, un altro senegalese ucciso a pistolettate da un fascista di Casapound insieme a Diop Mor: i due morti della strage di piazza Dalmazia. Incredibile.

Dicono che stavolta è diverso. E’ diverso, ma dire che il razzismo non c’entra nulla è una cazzata. Ok, la disperazione. Ok, la follia. Ok, il gesto estremo. Il punto è il bersaglio. Il punto è che uomini e donne con la pelle nera siano stati trasformati in bersagli da colpire. Risultati di Salvini e TV. Qualche anno fa il “folle disperato” del tempo andava a Montecitorio per sparare a un politico, uno qualsiasi, e poi feriva un Carabiniere. Ve lo ricordate? Ve li ricordate i politici che lanciavano l’allarme e protestavano contro le “campagne di odio” che subivano in quei tempi? Era un fatto politico. Erano i tempi del governo Monti. Ora invece le “campagne di odio” le dirigono direttamente i politici e indicano gli immigrati come causa di tutti i mali. Ora sono loro il bersaglio dei discorsi incazzati al bar e delle pistolettate. Sono furbi questi politici. E sono fessi quelli che ci sono cascati… e che ora dicono: “è stato solo un pazzo, la politica non c’entra niente!”. C’entra. Questo la maggioranza degli italiani non l’hanno capito. I senegalesi che ieri hanno rotto le fioriere sì, ce l’hanno chiarissimo. Per questo ero con loro.

Dicono che, in realtà, il fatto è che lui – l’assassino – era pieno di debiti. E quindi? Banche e politici ci rovinano e a pagarne il prezzo sono gli immigrati. Oppure le donne, come le tantissime mogli uccise dai “raptus” dei mariti in crisi economica. Anzi, dopo ieri, credo che se dopo l’ennesimo femminicidio che viene “giustificato” dai giornali centinaia di donne scendessero in piazza e rompessero qualche fioriera nello vie dello shopping di lusso farebbero proprio bene. Ce ne sarebbe bisogno. Certo, non basterebbe a risolvere il problema. Ma ci sono cosa che non possono e non devono diventare “normali”. Bisogna reagire. In qualche modo. Sarei stato con loro.

Ero con i senegalesi che hanno rotto le fioriere e divelto le transenne dei cantieri perchè dicevano la verità: uno dei più grandi problemi di questo paese è il razzismo. Non lo è solo per loro. Lo è anche per me. Perchè mi fa schifo discriminare una persona per il colore della pelle. Perchè odio la guerra tra poveri. Perchè non sono come quelli che oggi, il giorno dopo, si indignano per due fioriere rotte e non gle ne frega nulla che un padre di famiglia è stato ammazzato come un cane, senza un motivo che non sia la vigliaccheria razzista dell’assassino.

Ieri ho parlato con alcuni ragazzi che erano in piazza. Avevano più o meno la mia età. Mi hanno raccontato delle loro vite, dei loro problemi. Come i nostri, un po’ più problemi dei nostri. Lavorano nei campi con i caporali, nelle fabbriche dei cinesi con turni massacranti. Lavorano e non sanno mai se verranno pagati ma sanno che verranno sempre pagati poco. Si arrangiano facendo i vucumprà. Sono stanchi di essere “trattati come animali”. Li capisco, me lo immagino che cosa vuol dire da neri vivere in questo paese di merda. E li capisco perchè, da bianco, mi illudo di avere dei privilegi da vantare. Ma appunto è un illusione. Perchè pure noi bianchi a volte ci sentiamo così trattati da animali, sempre più spesso. Ci rendiamo conto di non contare niente. Non i bianchi… i bianchi come noi, quelli senza soldi, che si devono sbattere per trovare un lavoro di merda, che vengono buttati fuori di casa perchè non riescono a pagare una rata del mutuo.

Al di là di questo ultimo morto ammazzato, questi ragazzi di ragioni per ribellarsi ne hanno da vendere. E ce le avremmo anche noi. Ho la sensazione che dietro tutto quell’odio che tanti stanno vomitato sui social contro i senegalesi, ci sia tanta invidia. Negli ultimi anni ci è stato fatto di tutto, ci sono stati tolti buona parte dei diritti che i nostri vecchi avevano conquistato battendosi, e non abbiamo mosso un dito. Io dico che nelle vie delle vetrine di lusso, dove una borsa costa più di un stipendio, a rompere qualche fioriera forse ci saremmo dovuti andare anche noi quando approvavano il jobs-act e la legge Fornero, quando regalavano 40 miliardi alle banche e tagliavano i soldi alla sanità pubblica… lo so, l’ho già detto, non avrebbe risolto il problema ma avremmo rotto questo clima insopportabile di rassegnazione, frustrazione e passività. Almeno avremmo ancora una dignità.

 

 

 

 

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Quello che i sei feriti di Macerata non sanno (e neppure molti italiani)

10 Feb

 

Jennifer, Mahamadou, Gideon, Wilson,  Festus, Omar e molti italiani non sanno che la nostra Costituzione è ispirata a ideali di uguaglianza e solidarietà. Non lo sanno perché quello che hanno visto finora intorno a loro è la negazione di quei principi.

Non sanno che c’è stato un tempo in cui gli italiani emigrati venivano trattati come bestie, sfruttati ai limiti della schiavitù, perseguitati e massacrati, come ad Aigues Mortes nel 1893, accusati (ingiustamente) di rubare lavoro ai francesi) o quelli linciati a New Orleans nel 1891. Poco importa se sia una bufala o sia vero, ma il rapporto dell’Ispettorato per l’immigrazione USA del 1912 rispecchia esattamente il sentimento degli americani dell’epoca verso gli emigrati italiani. La condanna di Sacco  e Vanzetti pochi anni dopo risentì di quei pregiudizi accumulati nel tempo.

Ovunque andassero, in Europa, in Sudamerica o Australia, gli italiani affamati e in cerca di lavoro ad ogni costo erano manodopera a basso prezzo ed esposti ai rischi maggiori: le tragedie di Marcinelle (1956) e Mattmark (1965) sono ancora ferite recenti, così come l’immigrato in Svizzera  impersonato da Nino Manfredi in “Pane e cioccolata”, rappresentava la cruda realtà di tanti italiani neppure mezzo secolo fa. Oggi, lo dicono i dati INAIL, aumentano gli infortuni sul lavoro di addetti stranieri e diminuiscono quelli degli italiani. E a massacrarsi a raccogliere i pomodori 12 ore al giorno, 7 giorni su 7, sono gli africani di Rosarno. Tanto per fare un esempio.

Jennifer, Mahamadou, Gideon, Wilson,  Festus, Omar e molti italiani ignorano la nostra storia. Ma mentre ai primi si può perdonare, a noi non è consentito. Certo, ci sono le responsabilità della scuola che non insegna tutto questo, che non alleva i giovani nel ricordo del fascismo e della Resistenza, che non insegna ad amare, rispettare e seguire la Costituzione: ma io mi chiedo – e chiedo – cosa mai è successo in questo Paese che abbia congelato i sentimenti dell’accoglienza, dell’integrazione, della solidarietà. Quei sentimenti per cui gli ebrei perseguitati dal fascismo furono aiutati da tanti semplici cittadini a proprio rischio e per cui i prigionieri alleati in fuga venivano rifocillati  e assistiti da poveri contadini che si levavano letteralmente il pane di bocca per sfamarli.

In un articolo su Wired Simone Cosimi si chiede: Siamo ancora gli “italiani brava gente”? Probabilmente no. E forse non lo siamo mai stati: la nostra storia novecentesca è ricca di macchie indelebili,dalla violenza del Fascismo alle leggi razziali che ha portato in seno e, pochi anni prima della caccia agli ebrei, l’uso dei gas asfissianti (iprite e fosgene) allo scopo, per altro mancato, di accelerare le operazioni belliche in Etiopia. Il problema è proprio quello: abbiamo di noi stessi una considerazione eccessiva, sballata, sfocata, ignorante. Che tuttavia sta cambiando. Stiamo quasi arrivando a fare i conti con noi stessi. Stiamo scoprendo il mostro che ci vive dentro.

Jennifer, MahamadouGideon, Wilson,  Festus, Omar e molti italiani non sanno – scrive ancora Cosimi che “un’inchiesta dell’associazione Lunaria, anche questa abbastanza recente, ha registrato 1.483 casi di “violenza razzista e discriminazione” fra gennaio 2015 e maggio 2017, nel biennio precedente erano stati 319. Il maggior numero (615) tocca i sindaci e le loro ordinanze “anti-immigrazione”. E non sanno neppure “delle aggressioni neofasciste che stanno puntellando il Paese: la mappa di Infoantifa [date un’occhiata: quella mappa vi raggelerà. Ndr] ne censisce centinaia e continua ogni giorno la sua opera di informazione.” Questa riemersione strisciante del fascismo, appoggiata scientemente da Salvini con le sue demenziali crociate razziste, sta riavvolgendo l’Italia illuminata, accogliente, aperta, che conosco e che amo. Lo Stato, attraverso la scuola – l’ho scritto prima – ha una enorme responsabilità, così come il governo e i suoi uomini, dove spicca il ministro Minniti che, come dice Giulio Cavalli su Left, “è quello che oggi vorrebbe convincerci che le manifestazioni fasciste e quelle antifasciste pari sono.

Vignetta di Vauro per “Non sono razzista, ma”
di Luigi Manconi, Federica Resta

Jennifer, MahamadouGideon, Wilson,  Festus, Omar e molti italiani non sanno che Minniti non è solo: è degnamente accompagnato da tutti quelli che cercano di celare il virus malato del terrorismo razzista e fascista che tenta di emergere. Come scrive correttamente Valigia Blu: La sparatoria di Macerata è stata terrorismo politico di matrice fascista: va riconosciuto e detto, e poi affrontato. Lo è dal background dell’esecutore, Luca Traini – il tatuaggio neonazista sopra l’occhio destro, la rivendicazione col braccio destro teso e la bandiera tricolore, la militanza politica e le testimonianze sulla sua progressiva estremizzazione – e dalla dinamica dell’azione – il proiettile contro la sede del partito democratico, i sei stranieri feriti. Lo è contestualmente al clima di propaganda diffuso dall’estrema destra che trova cassa di risonanza nei mezzi di informazione – dalle prime pagine di Libero e Il Giornale a trasmissioni giornalisticamente fasulle come Quinta Colonna, fino alla debolezze strutturali del giornalismo, che diffonde nei titoli i virgolettati più beceri, e così ne aumenta la portata – i commenti e le analisi arrivano dopo il boato degli slogan, intanto che questi si moltiplicano nelle condivisioni in rete e assediano il nostro sguardo. Questo clima consiste in quotidiane ondate di immondizia ideologica, in bufale conclamate che cementano di rabbia e paura parte dell’opinione pubblica. Invocazioni di ruspe, gli “Stop Invasione”, i “Prima gli italiani”, gli “Aiutiamoli a casa loro”, gli appelli alla pulizia etnica, l’indicare gli oppositori come a libro paga di Soros o di qualche altro cosiddetto “potere forte”, l’equiparazione tra stranieri e potenziali terroristi, la fuffa xenofoba del piano Kalergi, la criminalizzazione delle Ong, l’accusa di “buonismo” per chi parla di diritti umani, gli strumentali attacchi alla Presidente della Camera Laura Boldrini a ogni fatto di cronaca che coinvolge immigrati o persino dopo attentati di matrice islamica. E quelle stesse bocche da odio ora apostrofano come “sciacalli” chi punta il dito contro Salvini & co, nella patetica inversione della realtà che vorrebbe farli passare persino per vittime.

Jennifer, MahamadouGideon, Wilson,  Festus, Omar e molti italiani non sanno che il festival della “follia” di Traini è già cominciato: il linciaggio fascista di cui è stato autore ha già trovato le voci a difesa, tese a sminuire la portata criminale di quell’atto. Così come  anni fa per Cassieri, il fascista che a Firenze uccise due senegalesi e poi si suicidò,  è già cominciato il coro che anticipa la causa della ‘sanità mentale’. Ancora Valigia Blu: “Se è bianco è folle, se è di colore o islamico è un terrorista – anche per Breivik si parlò di “follia“. 

Jennifer, MahamadouGideon, Wilson,  Festus, Omar che hanno atteso giorni prima che qualche rappresentante delle istituzioni si degnasse di portargli personalmente un minimo di partecipazione alla loro sofferenza – devono invece sapere che tutti gli italiani democratici sono con loro, per l’accoglienza, la legalità, la tolleranza, la solidarietà. Oggi a Macerata l’Italia che resiste all’infamia del razzismo si ribella.
Oggi a Macerata c’è l’Italia vera.

 

 

 

Viva Serra!

26 Ago

Firmo anch’io.

Dedicato a Borghezio, Grillo e a tutti quelli come loro

4 Set

Hedy Epstein, il coraggio della coerenza

20 Ago

L’altro ieri Hedy Epstein, una signora che ha compiuto 90 anni il 15 agosto, ha salutato amici e parenti venuti a festeggiarla a St. Louis, si è recata a Ferguson a manifestare per Ferguson 1Michael Brown, un adolescente Ferguson 3afroamericano ucciso una settimana prima dalla polizia nonostante fosse disarmato e alle 16 e trenta è stata ammanettata e arrestata insieme ad altri otto dimostranti per essersi rifiutata di sciogliere l’assembramento.

“Sono molto, molto preoccupata per quello che sta succedendo – ha dichiarato a Newsweek – Questo è razzismo e ingiustizia”. E la Epstein di ingiustizia ne sa qualcosa: è probabilmente la più famosa attivista al mondo per i diritti civili. “Sono quello che sono – ha proseguito – per quello che mi hanno HEDY EPSTEINinsegnato i miei genitori e per quello che ho visto. Per me sono stati un esempio di vita e di come non si deve perseguitare nessuno. E mi piace pensare che sarebbero orgogliosi di me”. Negli anni ha partecipato alle manifestazioni per il diritto all’aborto, per la casa, per Haiti, come delegata per la pace è stata in Guatemala, Nicaragua, Cambogia ed è una strenua sostenitrice del Movimento per Gaza Libera. E questo è davvero abbastanza strano, visto che è una sopravvissuta all’Olocausto.

Nata  Freiburg in Germania nel 1924, aveva solo otto anni quando Hitler prese il potere. Lentamente ma inesorabilmente la persecuzione degli ebrei ebbe inizio e sei anni dopo i suoi genitori riuscirono a farla espatriare in Inghilterra con un Kindertransport, un’operazione di salvataggio britannica che portò al sicuro oltre 10.000 bambini ebrei. Nessuno della sua famiglia, oltre venti persone, è sopravvissuta: dopo essere stati internati in Francia furono probabilmente sterminati ad Auschwitz. Alla fine della guerra tornò in Germania come ricercatrice e interprete ai processi di Norimberga e nel 1948 arrivò negli Stati Uniti. Il primo giorno di lavoro chiese ad una collega afroamericana di andare a pranzo insieme, ma la donna rifiutò l’invito. La cosa si ripetè più volte nei giorni seguenti fin quando Hedy non le chiese se le stava antipatica e la donna le spiegò che non poteva frequentare il suo stesso ristorante. “Ma siamo nel 1948 – Hedy osservò – Lincoln ha eliminato la schiavitù più di ottant’anni fa!”

Quello fu l’inizio. Da allora Hedy non ha mai cessato di battersi per i diritti degli oppressi. “Nel 1982 – ha raccontato nel 2010 al Los Angeles Times – ho sentito dei massacri dei rifugiati a Sabra e Shatila in Libano ed Hedy Epstein, 85, (L) a a US activist anho voluto saperne di più su quanto era successo in Palestina tra il 1948 e il 1982. Man mano che andavo avanti  cresceva il mio dissenso verso la politica di Israele e del suo esercito. Così nel 2003 sono andata per la prima volta nella West Bank [Cisgiordania] e ci sono tornata cinque volte da allora”. E a chi l’accusa di essere anti-Israele ribatte: “Tu puoi criticare ogni altro paese, compresi gli Stati Uniti, ma non Israele, ma che roba è questa?”

Questa è logica. E coerenza. E soprattutto coraggio delle idee.

 

Gli italiani non sono razzisti. Gli italiani sono razzisti.

15 Lug

SKY Calderoli (2)

Questo risultato, con tutti i limiti che comporta un sondaggio del genere, mostra tuttavia che c’è ben più di qualcosa su cui riflettere. Il primo, ovvio, limite è che la popolazione cui è rivolto è quella degli spettatori di Sky e quindi non fotografa la situazione del nostro paese. Ma facciamo finta che gli oltre 4 milioni e mezzo di abbonati rappresentino abbastanza fedelmente lo spaccato (per sesso, età, censo ecc.) dei residenti in Italia e proviamo a ragionarci su.  Dalle opinioni che ho ascoltato e letto finora si possono trarre, grosso modo, due considerazioni sulla base delle tesi che si confrontano e delle rispettive obiezioni, così da presentare un quadro del genere:

1.      L’80% e passa degli italiani che condannano Calderoli dimostra che la stragrande maggioranza degli italiani non è razzista.
Obiezione: non è vero. Quel restante 20 rappresenta una percentuale tragicamente elevata in un paese democratico e con una delle più avanzate Costituzioni del mondo in tema di diritti civili.

2.      Un 20% degli italiani solidale con Calderoli è sufficiente per definirci razzisti.
Obiezione: non è vero. Se un italiano su 5 ritiene che Calderoli non debba dimettersi dopo l’offesa al ministro Cecile Kienge, questo non comporta necessariamente che sia d’accordo con lui: può darsi che sia semplice solidarietà di partito (l’ipotesi più credibile) e quindi la quota reale di veri razzisti è ancora inferiore.

Personalmente la vedo così: se quell’80% può essere rassicurante, il restante 20 a me appare preoccupante perché miscela, oltre ai rigurgiti razzisti, anche una profonda ignoranza mista a un mancato rispetto del senso delle istituzioni. Calderoli emulo di quell’altro indecente personaggio di Borghezio è la dimostrazione che certi atteggiamenti non sono mai sopiti e anzi, come un virus dormiente, prosperano ed esplodono quando meno te lo aspetti. Ecco perché vanno contrastati e debellati con decisione.
Ma è il secondo aspetto della questione che a me pare da criticare almeno quanto l’altro: Calderoli è un senatore della Repubblica e per di più è vice-presidente del Senato; basterebbe il suo ruolo di parlamentare per condannarlo come indegno di sedere in quel consesso, che tra l’altro esprime la seconda carica dello Stato. In un paese normale dovrebbe essere lui per primo e spontaneamente a rassegnare le dimissioni: non lo farà e questo è un altro sintomo del decadimento del senso civico e di nazione in questa nostra povera Italia.

Grillo e il suo razzismo clandestino

16 Mag

Leggete questo post di Grillo. Se non avete provato subito un profondo disgusto provate a chiedervi come mai vengano indicate le nazionalità delle persone citate. Provate a domandarvi perché il tono apparentemente neutrale, da  cronaca, vi abbia lasciati indifferenti, se il fatto che appaia del tutto ‘normale’ non nasconda invece qualcosa. A quelli che si sono trovati in questa condizione apparirà allora il mostro del razzismo clandestino, quello peggiore perché non dichiarato, annidato quasi nel subconscio ma pronto ad esplodere appena solleticato dal titolo falsamente innocente dei media.
La morale che un lettore distratto ne trae è che questi immigrati – e in particolare quelli di un colore diverso dal nostro –  sono nella stragrande maggioranza (se non genericamente ‘tutti’) solo dei delinquenti, dei violenti arrivati qui in Italia per campare a sbafo, rovinarci l’esistenza, impegnare le forze dell’ordine, sottrarci risorse altrimenti utilizzabili. E lo fa in modo furbesco,strizzando l’occhio e assolvendo tutti quelli dall’altra parte, polizia, Parlamento, centri di assistenza, istituzioni.
Vale la pena di ricordare a Grillo gli schiavi di Rosarno? Gli edili rumeni morti sul lavoro, quel lavoro rischioso che altri rifiutano? Le centinaia di migliaia di immigrati che lavorano nelle stalle, nelle officine, accanto ai nostri vecchi, guadagnandosi onestamente un boccone di pane, sopravvivendo in dieci in una stanza, inviando i miseri risparmi in patria per sostenere le famiglie da cui sono lontani da anni? Temo di no. Preferisco quindi lasciare lui e quelli come lui insieme ai Borghezio d’Italia, nella loro condizione di irrecuperabili e miserabili razzisti, una minoranza di scampati al XIX secolo.
L’Italia e gli italiani, per fortuna, sono ben più avanti.

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